Eshebor, nigeriano, operatore
«Sono fuggito dalle persecuzioni militari. Finito in galera, picchiato, mostrato come un esempio da non seguire. Ospite del Centro di accoglienza della cooperativa, oggi lavoro e guardo sereno al mio futuro»
«Da tre anni in Italia, uno da operatore di “Costruiamo Insieme”, grande esperienza umana: faccio rispettare le regole del vivere civile agli ospiti del Centro di accoglienza; con loro ho un ottimo rapporto, capiscono che è il mio lavoro e qualsiasi cosa dica io o i miei colleghi è solo per il loro bene, che poi è anche il nostro, essendo anche io, come loro, un africano».
Eshebor, nigeriano, ventidue anni, cristiano, scuote la testa. Le domande non farebbero al suo caso, se non fosse che da più di un anno, prima di diventare operatore all’interno della cooperativa sociale tarantina, si è puntualmente collegato al sito di “Costruiamo” per leggere storie raccontate da suoi connazionali e “fratelli” provenienti da altri Stati del continente africano. «Non pensavo arrivasse il mio momento – dice Eshebor – ma adesso sono felice di raccontare la mia storia con lieto fine: un impegno di lavoro con “Costruiamo Insieme”, che significa avere una buona base di partenza per guardare con più fiducia a un futuro fino a qualche tempo fa più nero della mia pelle» .
Sorride Eshebor, un sospiro di sollievo. Come se stesse avvolgendo per noi la pellicola di un film autobiografico. Uno di quei soggetti drammatici dei quali spesso si occupa una cinematografia indipendente. Film in cui si vedono uomini in fuga, tanti, senza una meta e che si fanno largo fra una vegetazione che non sai nemmeno cosa possa nascondere. «Solo che lì, in Nigeria – Eshebor ci riporta alla realtà – non era un film, era un reality: lì ti sorvegliano, ti seguono, ti picchiano, ti gettano in una prigione a pane e acqua, quando ti va bene…».
PAUSA, OCCHI LUCI, RIPRENDE IL RACCONTO
Una pausa, gli occhi lucidi, riprende a raccontare. «Ma adesso tutto questo è finito, sono in Italia, lontano da una guerra etnica che quando pensi stia per finire riprende vita da un focolaio che sembrava ormai contenuto: è dura, ma arrivare qui, in un Paese ospitale come l’Italia e trovare un lavoro in qualità di operatore, è stato come un sogno; ho conosciuto tanti ragazzi che, come me, avrebbero potuto svolgere le mie stesse mansioni, ma alla fine hanno scelto me, dunque mi ritengo fortunato…».
Le qualità umane, sono state queste la spinta nell’assegnazione di un lavoro delicato, fatto di relazioni, ma anche di regole, si diceva, da far rispettare. «Nel mio Paese, la Nigeria, è in corso da tanto una guerra etnica, il Governo prova a far rispettare le leggi con grande severità: la mancanza di democrazia mi ha spinto fino a qui; ma attenzione, non sono fuggito alla prima rappresaglia, io ho contestato i sistemi con i quali i militari provavano a far rispettare regole severe; quando c’era da scendere in piazza non mi tiravo indietro, insieme con i miei amici contestavo civilmente le azioni con cui i militari ci mettevano a tacere: sono stato sorvegliato, fermato, arrestato, picchiato, sbattuto in prigione, non per molto: una volta sottoposto a una generosa razione di calci e pugni, venivo rilasciato perché diventassi un esempio per quanti la pensavano come me».
A scendere in piazza sempre meno contestatori. «Eravamo diventati – spiega Eshebor – una compagnia di giro, sempre meno ci spostavamo da un quartiere all’altro, un numero insignificante e la gente, presa dalla paura, ormai evitava di ascoltarci: era successo quello che il potere costituito voleva, eravamo cioè rimasti in pochi e facile preda dei militari, così l’unica via per la sopravvivenza diventò la fuga».
Fugge passando dal Niger. «Altra esperienza complicata, lì ero sorvegliato: non sono mai stato picchiato, né andato in carcere, una vita difficile però; mi trasferii in Libia, qualche mese a lavorare come muratore e imbianchino, mai tirato indietro davanti a un qualsiasi lavoro che sapessi fare: avevo risparmiato un dinaro dopo l’altro, dovessi fare un confronto con l’ero, direi che avevo messo insieme qualcosa come tremila euro, soldi che mi permettessero di pagare il viaggio dalla Libia all’Italia».
FINALMENTE IL MARE, UNA NAVE MILITARE ITALIANA…
Finalmente una imbarcazione e il mare. «In centoventi – ricorda Eshebor – alla ricerca di libertà e rispetto umano, che poi sono le cose più belle per le quali non dovresti lottare: non lo dico io, lo dicono le scritture religiose; il viaggio dura poco rispetto a quanto mi hanno raccontato miei connazionali: dopo tre ore in mare, siamo stati issati a bordo da una nave militare italiana, che ci ha accompagnati direttamente nel porto di Taranto; due anni ospite del Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme”, infine l’occasione della mia vita: la proposta di collaborazione».
Gli è capitato di vedere qualche nero davanti a bar o supermercati. «Bisogna conoscere le storie di ognuno dei ragazzi – giustifica in qualche modo Eshebor – non mi sento di condannare chi fa queste cose, anche se io non lo avrei mai fatto; questo mi ha insegnato mio padre – la mamma non ce l’ho più – e questo metto in pratica, un lavoro anche faticoso, ma mai chiedere l’elemosina davanti a un esercizio commerciale, la vedo una cosa di umiliante, ma non mi sento di condannare senza conoscere le storie di ognuno di loro. Magari dalla mia posizione sembra più semplice parlare, ho un bel lavoro e sto tranquillo, ma se non avessi avuto la fortuna di stare con “Costruiamo Insieme” mi sarei attivato per trovare un’altra attività, qualcosa che fosse dignitoso…».
Papà, anche un fratello rimasti in NIegria, la mamma purtroppo non c’è più. «Ci sentiamo spesso al cellulare – conclude Eshebor – quando mi sentono si rasserenano, la situazione nel mio Paese è in piena confusione, guardo indietro e nonostante la nostalgia credo di aver fatto la scelta più saggia: non so come sarebbe andata a finire: ho studiato, conseguito un titolo di studio, oggi lavoro, sono felice».


Adesso sorride, Awal. Vuole spiegare meglio. «Molti pensano che veniamo in Italia – riprende – o nel resto d’Europa, perché vogliamo vivere nella massima assistenza, non lavorare e farci mantenere da un qualsiasi governo ospitale: non è così. Personalmente ho sempre lavorato, cercato lavoro ovunque andassi e io sono passato anche attraverso l’Algeria, lavorato per qualche mese con mio fratello: avrei potuto restare con lui, dove mangia una famiglia, uno in più, per giunta parente, non è un problema, l’ospitalità è sacra; ma io volevo andare via dall’Africa, quando ho preso la decisione più importante della mia vita, scappare, mi sono posto quale obiettivo lasciare il mio Continente».
Una imbarcazione, novantadue imbarcati. Incredibile come i ragazzi ricordino perfettamente il numero di passeggeri che prendono posto su un gommone di fortuna o un barcone. Ma c’è una spiegazione. «Semplice: ti informano uno, due giorni prima, tu aspetti solo il tuo turno: quando tocca a te, come gli altri fortunati, cammini su un pontile stretto, sotto gli occhi di tutti, comincia la conta: uno…due…tre…». E’ così. «Novantadue imbarcati, a mezzanotte, mare e cielo di un solo colore, nero, l’uomo alla guida dell’imbarcazione munito di bussola e telefonino: dopo dodici ore di mare eravamo a bordo di una nave militare italiana, sani e salvi; arrivammo ad Agrigento. La sosta in Sicilia è durata, quattro, forse cinque giorni fino a quando non siamo stati trasferiti a Taranto in un Centro di accoglienza, che non era quello in cui opero oggi. Dopo un po’, “costruiamo Insieme”, il CAS con cui sono stato prima ospite, poi operatore. Ho studiato, conseguito il mio titolo di studio; non mi sono fermato qui, voglio mettere insieme tutte quelle tessere del mosaico che mi permetteranno di guardare con serenità al mio futuro e risolvere il resto dei problemi che mi sono portato dietro; poca cosa rispetto a quelli che avevo trascinato via dal mio Paese: ora ho da dormire, mangiare, il mio lavoro, i miei risparmi, la mia vita sociale, penso sia più di un buon inizio…».
Sorride, Awal. Glielo facciamo notare. Condivide. «Questo sorriso lo sfodero da un anno, sarà una coincidenza, ma da quando lavoro con “Costruiamo Insieme” ho un approccio diverso con la vita, con gli altri, non voglio nascondere la mia felicità: penso di aver compiuto un grande salto, ma non mi riferisco allo stipendio, mi piace mettere al primo posto il rispetto e l’educazione che hanno tutti nei miei confronti; per me è un grande insegnamento, ho imparato io stesso quanto siano importanti questi due aspetti nel vivere civile: educazione e rispetto. Bene qui esistono tutti e due…».

