Lotta alla povertà

Venti milioni di euro per la rigenerazione urbana

L’impegno dell’Amministrazione comunale di Taranto. Progettazione per centri per anziani, residenze per padri separati e incentivi per giovani e nuove aziende. La città diventa un cantiere. Il sindaco chiama a raccolta dirigenti e assessori.

Lotta alla povertà, residenze per padri separati, centri per anziani, incentivi per le nuove aziende che si stabiliranno in città. Taranto raccoglie un finanziamento di venti milioni di euro e si trasforma in un cantiere di rigenerazione urbana.

Le prime buone notizie del nuovo anno amministrativo per la città di Taranto, arrivano direttamente dalle stanze da Palazzo di Città. A darne comunicazione è il primo cittadino, Rinaldo Melucci. Il sindaco aveva promesso che dopo le festività, promosse attraverso una lunga serie di eventi, l’Amministrazione avrebbe ripreso il suo impegno a pieno regime.

Riunione a Palazzo di Città, dunque, e prime, interessanti indicazioni. Il sindaco ha dichiarato di avere individuato insieme con dirigenti e assessorati interessati, misure operative, in grado di dare segnali immediati alla città. Tali misure saranno finalizzate – ha dichiarato il primo cittadino – non solo a sostegno dei nuclei in difficoltà economiche, ma anche, e soprattutto, a creare nuova economia. A partire da un tema che sta particolarmente a cuore a Melucci: i giovani. E’ a questi, fra gli altri, che il sindaco si è rivolto. Agli studenti tarantini che decidono di continuare gli studi universitari ed attivarsi per aprire nuove attività imprenditoriali proprio nel capoluogo ionico. La partenza di molti studenti che decidono di lasciare la città di Taranto, evidentemente, a questa amministrazione non va giù.

RAGAZZI, NON FATE LE VALIGIE

Ai ragazzi e ai motivi che li spingono a fare le valigie, vuoi per studio, vuoi per mancanza di occupazione, è stata spesso rivolta attenzione da parte dell’Amministrazione locale. Ed ecco che arriva un tassello al quale occorrerà dare seguito, attivandosi nel mettere in pratica un progetto che, si diceva, che intanto va dal combattere con tutti i mezzi di cui dispone la politica cittadina la povertà, alla residenza per padri separati, proseguendo con centri per anziani e incentivi per le nuove aziende che si stabiliranno in città.

Ecco, pertanto, l’incontro svoltosi appena dopo l’Epifania. Il sindaco si è messo in relazione con dirigenti (comunali e Profin) e rappresentanti di Giunta che rivestono ruoli importanti per seguire i finanziamenti milionari che giungeranno sulla città.

INCONTRO PROFICUO

E’ proprio a Palazzo di Città che si è tenuto il proficuo incontro tra il sindaco Melucci; il direttore generale del Comune di Taranto, Ciro Imperio; gli assessori Ficocelli e Viggiano, con i rispettivi dirigenti; i rappresentanti di Profin, la società incaricata dalla struttura commissariale Ilva per la progettazione degli interventi destinati dal Mise ai Comuni dell’area di crisi complessa.

Per la città di Taranto, dunque, i progetti finanziabili ammontano a venti milioni di euro da destinarsi a misure finalizzate alle politiche abitative e al welfare.

Gli interventi, che riguardano l’intera popolazione, si diceva, si rivolgono a giovani ed anziani, e spaziano dalle misure di lotta alla povertà alla realizzazione di residenze per padri separati, centri per anziani, agli incentivi alle nuove aziende che si stabiliranno in città. Puntando sì alla valorizzazione del patrimonio comunale, ma anche ai privati, in un generale contagio positivo che trasformi realmente Taranto in un cantiere operativo di rigenerazione urbana.

«Uno di voi…»

Samuel, nigeriano, fra lavori saltuari e trimestrali

«Amo questo Paese, una volta qui ho cercato di farmi notare facendo volontariato. Poi sono stato impegnato in un lido di lizzano e una campagna di Palagiano. Mi occupavo di infissi, fabbricavo porte e finestre. Un giorno ho comprato un secchio e una scopa…». E, ancora, «Dio ti ringrazi!» e «Grazie mille!»

«Dio ti ringrazi!». Samuel, nigeriano, qualsiasi cosa normale tu faccia, a lui sembra straordinaria, così esclama quella breve frase: «Dio ti ringrazi!». Lo dice con il cuore in mano. In realtà, un’altra delle sue frasi più ricorrenti è «Grazie mille!». Anche qui, qualsiasi cosa tu faccia, offrirgli un modesto caffè, scatta la sua riconoscenza esagerata: «Grazie mille!».

Samuel, cristiano, accompagna quelle sue espressioni con un largo sorriso che sbuca da sotto un paio di occhiali. Gli danno quel tocco da intellettuale. Indossasse un camice, sembrerebbe uno di quei “medici in prima linea” di una di quelle fiction americane. «Invece – spiega – non cerco un camice da indossare, non mi tiro indietro davanti a nulla che non sia un lavoro onesto, anche impegnativo sotto qualsiasi aspetto: amo l’Italia, voglio spendermi in qualsiasi modo per questo Paese così ospitale con me, dimostrare riconoscenza a quanti mi hanno accolto e considerato subito uno di loro…».

«Nel mio Paese, la Nigeria – racconta Samuel – lavoravo in un’azienda di infissi, realizzavo dalle porte alle finestre: a casa mia c’era molto da lavorare, una nazione in pieno sviluppo,  poi tutto cambia, prima un focolaio, poi le persecuzioni etniche che in molti casi sembrano più un pretesto per piegarti al volere del più forte, che un fatto politico».

SORRISO E FORZA DI VOLONTA’

E, allora, non resta che la fuga. «Con il dolore nel cuore, a molti sembra che noi neri veniamo in Europa in cerca di assistenza piuttosto che asilo e un’occasione di lavoro: personalmente ancora oggi soffro la lontananza dalla mia famiglia, i miei cari, i miei amici; fortuna esiste il cellulare, così posso sentire spesso quanti vivono ancora oltre quell’immensa distesa, il mare, che divide l’Europa dall’Africa; non li sento tutte le volte che vorrei, intendiamoci, telefonare costa, ma non esistesse il telefonino allora sì che sarebbe un problema di nostalgia».

Samuel scatena il sorriso, contagioso. Impugna il suo telefonino. Sembra un biglietto del luna-park, quello che gli consente di parlare con amici e parenti lontani, ma anche per altro. «Vivo con il cellulare – spiega – giro sempre con un carica-batterie; non ho l’abitudine di stare su internet, interagire con Facebook, no, ma dai primi tempi in cui sono arrivato in Italia, questa mia voglia di integrarmi mi portava spesso a consultare il “traduttore”: quando volevo esprimermi o capire il significato di una parola, cercavo sul telefonino: per me è stato fondamentale».

Parte dal suo Paese, ma non arriva subito in Italia. «Sono stato in Libia, è da lì che passa il nostro mondo diretto verso l’Europa: una volta in quel Paese, ho fatto quello che facevo in Nigeria, porte e finestre, non era proprio la stessa cosa, ma era una questione mentale, sapersi organizzare. Non volevo restare lì, però: volevo solo mettere da parte un po’ di soldi e pagarmi il viaggio per l’Italia e così fu…».

Finalmente l’Italia, sembra dire Samuel. «Dio vi ringrazi! Amo gli italiani, vorrei restare qui!». L’ultima volta che lo abbiamo incontrato agitava con orgoglio un contratto, sotto al quale c’erano una firma, quella sua, e un timbro, quello dell’azienda che gli aveva sottoposto un contratto per tre mesi. «Sento parlare spesso di “pezzo di carta”, so anche che qui significa titolo di studio, per me invece è il sistema per vivere, giorno dopo giorno, lavorare e mettere insieme un po’ di soldi, perché non si sa mai…».

DAL LIDO ALLA CAMPAGNA

Cosa «Non si sa mai…», gli chiediamo. «Lavori stagionali, se un brutto giorno non riuscissi a trovarne uno non saprei proprio come fare, io qui ci voglio restare. Appena sbarcato, ho cominciato a studiare da lavoratore: mi sono domandato cosa potessi fare per dimostrare ai tarantini quanto gli volessi bene, così un giorno – non avendo ancora un lavoro – ho messo mano alla tasca e cavato fuori gli ultimi soldi: ho comprato due secchi e due scope, speso venti euro; due pettorine, compresa la stampa “Servizio Volontario”, altri diciassette euro. Cosa facevo? Spazzavo marciapiedi, lavavo l’ingresso dei locali, ma senza pretendere soldi o in cambio una colazione: volevo farmi accettare e così è stato per qualche settimana, fino a quando qualcuno mi ha spiegato che non potevo farlo; intanto perché esistono lavoratori dell’Azienda municipale preposti per questo lavoro di pulizia, poi perché per qualsiasi attività occorre avere le carte in regola…».

E Samuel ci avrebbe anche provato, se non ci fosse stato un malinteso. «Non parlavo ancora bene l’italiano – sorride – cercavo di spiegarmi a gesti, qualcuno mi indirizzò in Prefettura, dove mi recai, parlai con un responsabile che, a sua volta, mi indicò una mensa per i bisognosi: ma non era un pasto caldo che cercavo, bensì un’autorizzazione per svolgere volontariato. Niente, purtroppo».

Per fortuna non c’è stato più bisogno che Samuel dimostri di avere voglia di lavorare. «In estate un lavoro a Marina di Lizzano, a pulire la spiaggia e tenere d’occhio gli ombrelloni; poi a Palagiano, per raccogliere frutta; ho conosciuto gente, non mi sono mai fermato un attimo, mi occupo anche di pitturazione, mi presto volentieri a fare piccoli lavoretti: ecco, giorno dopo giorno faccio in modo di essere uno di voi…».

«Il mondo sta nel popolo»

Dino Paradiso, ospite di “Cabaret al Tarentum” e “Costruiamo Insieme”

«Spettacolo per tutti, se non ci capiamo, spieghiamoci a gesti, come ai tempi della commedia dell’arte. Rubo dal quotidiano, dal bar alla piazza, così nascono i miei monologhi. Nell’epoca del virtuale, riempire un teatro di pubblico è un piccolo miracolo…»

E’ uno dei personaggi più in vista della comicità televisiva, quella giocata fra Zelig e Colorado café, poi Made in Sud. E’ stato uno dei personaggi più applauditi in questo scorcio di “Cabaret al Tarentum”, tanto che a fine chiacchierata, lui, Dino Paradiso, cabarettista lucano di Bernalda, invita quanti non hanno assistito al suo spettacolo in cartellone, a rimediare tornando in teatro per ascoltare il suo lungo, divertente monologo.

Paradiso fa parte di quella rassegna domenicale che ha già presentato Oreglio e Terrafino. Il prossimo 26 gennaio ospiterà Alberto Patrucco e, a seguire, Renato Ciardo (16 febbraio), Tino Fimiani (22 marzo), Nando Timoteo (5 aprile) e Carmine Faraco (26 aprile). Direttore artistico è Renato Forte, fra i più dinamici sostenitori del cartellone, oltre al Comune di Taranto, c’è “Costruiamo Insieme”. La nostra cooperativa che fra le sue attività sociali si occupa di accoglienza, ad ogni spettacolo si fa rappresentare in teatro da suoi operatori e ospiti che mostrano di gradire l’occasione per farsi “quattro risate”.

Dino Paradiso, dunque. Uno che mantiene promesse e premesse, anche al netto di tormentoni e simili artifici per fare breccia nel pubblico televisivo.

«Promesse vere e proprie non ne ho mai fatte, lo sto scoprendo ora – sorride, Paradiso – certo, quello di intrattenitore è diventato il mio lavoro, tanto che me lo tengo stretto il più possibile, ma da qui a dire che tengo fede alle promesse e, di più, alle premesse, di tempo ce ne vuole ancora, e tanto…».

Paradiso, zero tormentoni.

«Non sfuggo al meccanismo dello studiare una frase che possa tornarmi utile come fosse un documento di identità ogni volta che esco in tv. Non c’è stata occasione, dunque non mi sento di condannare chi adotta una formula simile: il più delle volte è un’esigenza tecnica che ti viene suggerita: hai tre minuti a  disposizione, sei in mezzo a trenta, quaranta colleghi e capisci che l’unico sistema per distinguerti dagli altri può diventare la frase-tormentone…».

E’ la dura legge della tv mordi e fuggi.

«Regole non scritte delle quali vieni messo subito al corrente: hai tre minuti, i primi venti secondi sono letali: tanto ci mette un telespettatore ad alzarsi dal divano, impugnare il telecomando e cancellarti dal piccolo schermo. Così ti tocca studiare, dare il massimo a cominciare dal momento in cui ti lasciano solo davanti alla doppia platea, teatro e casa insieme. Oggi è così, inutile andare tanto per il sottile, stai al gioco e accetti le regole…».

Quando parla, Paradiso ha l’abitudine di toccare l’interlocutore, un modo di fare molto meridionale.

«Viene dalla commedia dell’arte, ripresa da Dario Fo che ha reintrodotto il gramelot, modo di recitare che somma parole incomprensibili unite a gesti – strano, ma vero – che danno un senso compiuto a ciò che vuoi rappresentare; non sembra, ma pure per fare ‘sto mestiere devi studiare: io mi sono anche laureato, ma ci sono stati veri geniacci che hanno fatto a meno della scuola e hanno inventato codici espressivi e avuto grande successo; non per fare il saccente, le stesse maschere di Carnevale vengono dalla Commedia dell’arte; proprio Goldoni ha introdotto il copione: un italiano, a quei tempi, che si recava in Francia o Germania per portare in scena un lavoro, l’unico sistema che aveva per scatenare ragionamento e risata, era appunto il gramelot; per intendersi, nell’interpretare frizzi e lazzi “Arlecchino” faceva ricorso al linguaggio del corpo. Così a noi è rimasto il vizio di manometterci, diceva il grande Totò».

Uno dei suoi monologhi è un linguaggio del corpo studiato nemmeno tanto lontano.

«A casa mia, papà e una mia zia sorda a colloquio. Lui la fissa in volto, le parla a gesti, a voce alta e all’infinito, tipo “Io andare, tornare, mangiare…”: vorrei tanto sapere cosa balena nella testa di mia zia, che fissa papà e non gli dà del matto solo per educazione. Noi meridionali siamo cresciuti a gramelot…».

Paradiso e i suoi racconti.

«Mi piace scandagliare il quotidiano, partendo da normali espressioni, episodi che raccolgo fra le mura domestiche per poi allargarmi – quasi disponessi di cerchi concentrici – al bar sotto casa, alla piazza, al mio paese, alla città, alla regione… Alla fine, uno dei tipi che prendo di mira lo conosciamo tutti, perché i soggetti in causa non hanno una precisa cittadinanza».

Uno dei suoi cavalli di battaglia, la mamma.

«La mia è apprensiva, come tante mamme italiane. Sempre preoccupata, ogni tanto si sente un sospiro dalla cucina, accompagnato di solito da una frase, un concetto più o meno simile: “Stàteve attinde…”; fissa un punto impreciso, a terra, “Con tutto quello che si sente, figlio mio…”; non c’è margine di trattativa, perché se le chiedi il motivo specifico della sua preoccupazione, di solito chiosa con un “Eh, lo so io, lo so…”».

Si sente un po’ cronista dei sentimenti popolari.

«Il mondo sta nel popolo. Ho una mia visione politica, credo che lo spettacolo debba essere per tutti e non qualcosa di elitario. Non mi definisco un artista, ma credo che la “mission” sia fare in modo che tanti ti ascoltino e condividano. Il teatro è più attuale di ieri, è la necessità di incontrarsi fisicamente, considerando che oggi viviamo il virtuale. Ogni volta che un teatro si riempie di pubblico – poltrona, palco, teatro, attore… – è come se accadesse qualcosa di miracoloso: la gente fa una scelta precisa, vince la noia, acquista un biglietto, esce di casa, viene a sentirti e, di questi tempi, già questo è un bel successo…».

Italiani, ecco i guadagni

Il 2019 si è concluso con una ricerca sul lavoro dipendente

Chi ha studiato intasca anche cinquantamila euro. Laureati si difendono con quarantamila, diplomati a trentamila. Compensi che risalgono per quanti hanno contatto con la clientela. Donne discriminate, devono lavorare un mese di più…

Poco meno di cinquantamila euro l’anno per quanti hanno fatto corsi specifici, master di alto profilo per intenderci. Una spanna dietro, i laureati, con emolumenti che si aggirano intorno ai quarantamila euro. Infine, ma parliamo di lavori più pagati alle dipendenze di un’azienda, i diplomati. Per questi ultimi, infatti, ci aggiriamo intorno a salari pari a trentamila euro annui. Salari e non contratti a progetto o medio e lungo termine. Per salario si intende lavoro subordinato, per progetto o riconoscimento di capacità manageriali andiamo su cifre molto, ma molto più importanti. E se pensiamo che talvolta si aggirano anche su cifre a cinque e, in alcuni casi, pochi ma significativi, a sei zeri, comprendiamo quale sia il peso che si assegna al manager di esperienza. Strano a dirsi, più importante è l’emolumento, più l’azienda che sottopone al manager un contratto cospicuo e blindato, più la stessa ci guadagna.

Ma non spostiamo di troppo il nostro obiettivo dal “domenicale” di questa settimana: quali sono, cioè, i lavori da dipendenti più pagati in Italia. I lavoratori con gli stipendi più elevati, si diceva, sono quelli che hanno conseguito un titolo di studio importante, indicativamente un master di secondo livello. I guadagni si aggirano intorno ai quarantasettemila euro annui.

Secondo posto per i laureati con quota quarantamila euro e, a seguire, i diplomati con circa trentamila euro. In coda a questa singolare classifica fra quanti guadagnano di più con il lavoro dipendente, quanti non hanno concluso la scuola dell’obbligo. Questi ultimi, infatti, hanno una tendenza a guadagnare venticinquemila euro l’anno.

Negli ultimi anni in Italia il mercato occupazionale ha indicato una maggiore competitività, così da richiedere ai dipendenti già assunti o in via di assunzione, curriculum e competenze specialistiche e al passo con i tempi che, evidentemente, si riflettono in maniera proporzionale sullo stipendio conseguito.

Senza tanti giri di parole, conoscere oggi le professioni che consentono guadagni maggiori può essere utile ai nostri giovani per poter individuare con qualche indicazione in più il loro percorso di studi, possibile investimento per il futuro.

Lavori più pagati…

Dunque, i lavori più pagati in Italia. Molte le variabili in gioco quando si parla di retribuzioni lavorative. Si parte dal titolo di studio. Secondo un’analisi da “Jobpricing”, per esempio, i lavoratori con gli stipendi più elevati sono quelli che hanno conseguito un master di secondo livello. Gli stipendi di quanti hanno svolto studi e si sono perfezionati in settori specifici, si aggirano mediamente intorno ai 50.000 euro annui. Secondo posto per i laureati a quota 40.000 euro, a seguire, i diplomati con una media di 30.000 euro. A chiudere una classifica stilata per somi capi: quanti non hanno concluso la scuola dell’obbligo e hanno accettato le prime interessanti offerte del mondo del lavoro, guadagnano in media 25.000 euro all’anno.

Ma, come in buona parte del mercato del lavoro, la discriminante nel nostro Paese è il solito divario di genere: in Italia, come in buona parte nel resto del mondo, una donna risulta essere spesso sottopagata rispetto ad un uomo a parità di capacità lavorative e titolo di studio. Una lavoratrice, infatti, percepisce uno stipendio annuo medio di 27.000 euro lordi annui rispetto ai 30.000 euro dei lavoratori uomini. In buona sostanza, la donna per poter pareggiare lo stipendio mensile di un uomo, deve lavorare almeno un mese in più.

Ecco gli stipendi

Secondo lo studio pubblicato a fine anno, i lavori meglio retribuiti per un normale impiegato risultano essere quelli nel settore ricerca e sviluppo: 32.000 euro lordi annui. A breve distanza quanti sono impegnati  nei reparti di assistenza alla clientela (customer service); sotto i 30.000 euro lordi annui, le professioni legate ai settori amministrativo-finanziari, acquisti e, per finire, risorse umane ed organizzazione.

Per quanto riguarda i quadri invece, e parliamo di vertice occupato dai responsabili di ciascuno dei settori considerati nell’analisi, la “chart” sugli stipendi vede al primo posto il responsabile del settore vendite & clientela (customer) con 56.000 euro lordi annui. Ultimo posto, anche se con compensi decorosi, slitta il settore dedicato scivola il settore “It & web”, l’insieme di pagine web e altri file interconnessi fra loro all’interno di un terminale a sua volta connesso a una rete: 52.000 euro lordi annuali.

«Mare, profumo di libertà»

Felice 2020, senza dimenticare

Michael, nigeriano, la fuga e il nuoto in uno specchio d’acqua.«Mette paura, ma dà anche quel senso di liberazione a lungo cercato». Un proposito su tutti. «Voglio fare l’idraulico per vivere e non per far soldi, riabbracciare mamma e fratello, ovunque, purché sia lontano dai colpi di armi da fuoco. Mio padre, cinque mesi scappando, tre da recluso…»

«Che sia un 2020 pieno di gioia per tutti, con mille sorrisi e zero pianti!». E’ di buon auspicio l’augurio che uno dei ragazzi ospiti della cooperativa “Costruiamo insieme” rivolge ad amici e conoscenti. Ci piace il sorriso con cui fa gli auguri, la frase è più o meno simile. Vanno premiate le intenzioni, per imparare l’italiano c’è tempo, anche se lui, come i suoi “fratelli”, impara in fretta.

«Il mare è il profumo della libertà, quando posso faccio lunghe nuotate, l’acqua non mi impressiona, la sento amica, anche se nel viaggio dalla Libia all’Italia ho tremato…». Michael, nigeriano, ha cicatrici sul corpo e nella mente. Gliele hanno procurate torture e continue vessazioni, quelle cui era sottoposto dai suoi carcerieri, aguzzini, ragazzi senza un briciolo di cuore. «Pensavano solo al denaro, la tua vita valeva meno di cinquecento dinari libici, circa trecento euro, che dovevi procurarti in qualche modo: unica via di fuga la telefonata a casa, ai parenti, ma dove vuoi che telefonassi se i “miei”, mia madre e mio fratello lasciati a casa, non avevano nemmeno un recapito?».

Storia triste quella del ragazzone di appena trent’anni. «Mio padre ucciso durante una guerriglia – ricorda Michael – le pallottole “fischiavano” a tutte le ore, a qualsiasi altezza: tanti i feriti, tanti i morti ammazzati, dal fuoco di armi usate con disinvoltura, specie dai più giovani che davano alla vita di un essere umano più o meno il significato di un bersaglio, come fosse a un tiro segno: “…Se riesci a schivare il caricatore mentre scappi, sei libero!”, ti dicevano; e ridevano, come solo uno che non ha testa a posto può fare; la tua vita valeva trecento euro o il solo piombo di una pallottola nella schiena!».

SORRIDERE, COSA SIGNIFICA?

Chiacchieriamo con Michael, di un sorriso nemmeno l’ombra. E’ così che va, il volto è segnato dal dolore e dalle cicatrici che mostra sollevandosi una maglietta. «Provocate da un coltello affilato, usato come se fosse l’attrezzo di un chirurgo, affondato nella carne viva una, due, tre volte… e le profonde ferite ricucite alla meno peggio, tanto da essere diventato un torace inguardabile nel quale mi specchio ogni mattina che il Cielo manda giù!».

E allora, l’Italia, «un viaggio breve e lungo», si dice. Una prospettiva. «Lavorare – confessa Michael – nel mio Paese facevo l’idraulico, me la cavavo, non stavo mai un attimo fermo, mi piacerebbe farlo anche qui, in Italia: mi mancano gli attrezzi, ma se mettessi un po’ di soldi da parte potrei cominciare con il comprarmi una cassetta con gli utensili giusti per mostrare quanto sia bravo».

Non lo sa Michael, ma gli idraulici bravi scarseggiano e pare sia una delle categorie più ricercate e, in qualche modo, più “ricche”. «Ma il denaro non è tutto nella vita – spiega – anzi, è meno che niente, se non fosse che nel mio caso può darti la libertà o una vita decorosa: non voglio essere ricco, ho la vita, due occhi con i quali guardare cielo e terra, le cose belle del creato, la gente che amo e mi ama, non c’è altra ricchezza: non faccio poesia, invito chiunque sia fuggito da una zona di guerra o dalle persecuzioni, a non condividere quello che dico; per me il lavoro è sopravvivenza, il solo modo che conosca per vivere dignitosamente, ho le tasche piene di odio e cattiveria, non immaginate quanti giuramenti abbia fatto in quei tre mesi di prigionia in Libia, quando vedevo che picchiavano qualsiasi cosa si muovesse; calcioni a chiunque e ovunque, anche in bocca, denti sparsi dappetutto, una cattiveria che non si può raccontare senza correre il rischio di non essere creduti!».

CINQUE MESI DI CORSA…

La fuga dalla Nigeria. «Durata cinque mesi, di cui tre da prigioniero, restare a casa era diventato pericoloso: più che ribellarmi o sfidare un sistema fatto di violenza e armi da fuoco, provavo ragionevolmente a fare riflettere che la dignità ci spettava di diritto e che nessuno poteva negarcela; invece, nemmeno a dirlo, giù botte, ovunque capitasse, mi raccoglievo come un sacco di patate in un angolo e pregavo che quella furia di calci e pugni finisse al più presto; dopo la mia fuga verso la libertà, la Libia e lì, punto e a capo, di nuovo tante botte…».

Infine l’Italia. «Un altro mondo, un’altra prospettiva, con la voglia di riabbracciare mamma e fratello, daccapo in Nigeria oppure in un’altra parte del mondo, magari qui, in Europa, dove c’è appena un po’ di lavoro, indispensabile per sopravvivere e, poco per volta, riappropriarmi di quel sorriso che non ricordo più cosa sia: a me hanno risparmiato i denti, non la pelle, ho cicatrici dalle caviglie al petto; qualcuno mi dice che, col tempo, passerà, facile a dirsi, più complicato metterlo in pratica: quando mi specchio tutte le mattine non posso fare a meno di guardare il mio petto ridotto a una carta geografica, difficile dimenticare; poi mi sfioro quelle cicatrici e mi dico “Michael, tutto sommato la tua storia la racconti, ringrazia il Cielo!”». Guarda in alto, Michael. Il sole, qualche nuvola passeggera, il ragazzone nigeriano accenna un sorriso. Magari sta riprovando cosa possa significare tornare a sorridere.