Altra morte sul lavoro

Incidente al Porto mercantile di Taranto

A rimetterci la vita, nella mattinata di martedì, Massimo De Vita. Stava svolgendo attività di movimentazione quando è stato travolto durante le operazioni di carico-scarico di pale eoliche. Documento dei sindacati che annunciano uno sciopero nella mattinata di mercoledì. L’intervento dell’arcivescovo Filippo Santoro, la puntualizzazione di Acciaierie d’Italia

A distanza di poco meno di un anno è il secondo lavoratore che nel porto di Taranto perde la vita durante le operazioni di carico-scarico di pale eoliche. A perdere la vita nella mattinata di martedì 22 marzo è stato Massimo De Vita, quarantacinque anni, tarantino. Strappato all’affetto dei suoi cari, stando alle prime informazioni, l’operaio specializzato era intento a svolgere operazioni di movimentazione. L’uomo, che non ha avuto il tempo di realizzare come evitare quanto gli stava accadendo in quegli istanti fatali, è stato schiacciato e ucciso da un grosso telaio in ferro ribaltatosi durante le operazioni di movimentazione a terra di un carico di pale eoliche danneggiate sbarcato poco prima da una nave. Per il lavoratore, purtroppo, non c’è stato scampo.

Secondo quanto trapelato da fonti bene informate, le pale eoliche erano state sistemate in una zona provvisoria, a terra, nella quale si sarebbe svolto il posizionamento dei telai in ferro. Per motivi in via di accertamento, uno di questi telai si è ribaltato travolgendo lo sfortunato operaio. Massimo De Vita è uno degli operai presi in carico dall’Agenzia per il lavoro portuale dopo la messa in liquidazione della Taranto Terminal Container. De Vita era stato assegnato alla Compagnia portuale per svolgere lavori di movimentazione con la qualifica di operaio specializzato seguiti da una ditta d’appalto.

Foto Avvenire

Foto Avvenire

ACCIAIERIE NON C’ENTRA

Con riferimento alla morte di De Vita, Acciaierie d’Italia in una nota precisa di non avere alcun coinvolgimento nelle operazioni che hanno condotto all’incidente, né direttamente né tramite attività svolte da appaltatori per conto di Acciaierie d’Italia. L’azienda ha comunicato, inoltre, di non avere in gestione lo sporgente numero 4-Lato Ponente del porto di Taranto, la zona in cui ha perso la vita l’operaio quarantenne.

L’arcivescovo di Taranto, Filippo Santoro, non appena informato sull’accaduto ha così commentato la notizia: «Apprendo con sgomento dell’incidente mortale avvenuto al Quarto sporgente del porto, la mia paterna vicinanza alla famiglia del giovane operaio Massimo De Vita; questa terra continua ad immolare lavoratori, vite umane sacrificate al profitto lì dove il lavoro dovrebbe essere occasione della promozione della dignità umana e di emancipazione sociale; mi unisco all’appello accorato già lanciato da Papa Francesco: basta morti sul lavoro. È importante dare dignità all’uomo che lavora ma anche dare dignità al lavoro dell’uomo, perché l’uomo è signore e non schiavo del lavoro».

Nella stessa mattinata, stavolta al secondo sporgente, durante le operazioni di scarico nel porto di Taranto, gestito da Acciaierie d’Italia, si è verificato un altro incidente, per fortuna senza vittime. Lo ha comunicato la stessa Acciaierie d’Italia, precisando che non si segnalano danni alle persone operanti nell’area.

Foto Repubblica

Foto Repubblica

PROCLAMATO SCIOPERO NAZIONALE

Intanto, Filt Cgil, Fit Cisl e Uiltrasporti hanno indetto per mercoledì 23 marzo, lo sciopero nazionale di un’ora ad ogni fine turno o prestazione di lavoro di tutti i lavoratori dei porti ed il suono delle sirene, alle ore 12. Questa manifestazione, si legge in un comunicato sindacale congiunto, si terrà in segno di lutto a seguito dell’incidente sul lavoro costato la vita a un operaio, Massimo De Vita, schiacciato da un grosso telaio in ferro durante lavori di movimentazione di pale eoliche al porto di Taranto.

Filt Cgil, la Fit Cisl e Uiltrasporti che si stringono al dolore dei familiari di Massimo De Vita, ricordano che circa un anno fa, il 29 aprile, Natalino Albano perse la vita nel tentativo di sfuggire ad una pala eolica che precipitò dopo essersi sganciata dall’imbracatura della gru che la stava sollevando. L’incidente di martedì mattina riaccende tristemente i riflettori sugli elevati rischi del lavoro portuale. Secondo le tre organizzazioni sindacali, occorre rimettere al centro la parola sicurezza nell’agenda delle istituzioni ministeriali e del Governo, a partire dalla emanazione dei necessari provvedimenti di aggiornamento del decreto legislativo 272/99, ripetutamente sollecitati.

Bergoglio, Fatima e…

Il pontefice interviene sul conflitto scatenato dalla Russia

Sono lontani i tempi in cui papa Giovanni XXIII intervenne per evitare che l’ex URSS piazzasse missili a Cuba. Lo stesso le preghiere di Paolo VI per il cessate il fuoco in Vietnam. Secondo il quotidiano Libero, non è più «il Bergoglio più dei movimenti popolari che lancia slogan rivoluzionari»

Fonte Facebook Francesco Bergoglio

Fonte Facebook Francesco Bergoglio

Russia da consacrare e Terza guerra mondiale. Come dire: apocalisse imminente. E’ una sintesi da prendere con le molle, però. Come molti dei discorsi che partono dalle stanze del Vaticano, una volta centro del mondo. Altre volte, ago della bilancia nella politica internazionale. Basti pensare ai filmati in bianco e nero che circolano di Giovanni XXIII a pregare per scongiurare il terzo conflitto mondiale fra Stati Uniti (presidente Kennedy) e Unione Sovietica (presidente, o meglio, “segretario generale del partito”, Krusciov) a causa dei missili intercettati nell’ottobre del 1962 mentre venivano trasferiti dall’URSS a Cuba. A quelle più frequenti di papa Paolo VI perché cessasse la guerra nel Vietnam del Nord, con gli Stati Uniti nella metà degli Anni Sessanta a sferrare attacchi al popolo vietnamita a causa del presunto incidente del Golfo del Tonchino (gli americani sostennero a lungo di essere stati aggrediti).

Papa Francesco, secondo il quotidiano Libero, che nei giorni scorsi ha scritto sull’intervento del pontefice, che non sembrerebbe più «il Bergoglio dei movimenti popolari che lancia slogan rivoluzionari sostenendo i limiti della proprietà privata, il diritto degli sfruttati a ribellarsi». Di colpo, scrivono, sia pure con il suo modo dolce e familiare di parlare, sarebbe identico a quei pontefici degli ultimi cento anni.

Foto Comunione e Liberazione

Foto Comunione e Liberazione

DESTRA, SINISTRA E…

Destra e sinistra, politicamente parlando. La sinistra, è il punto di vista di Libero, lo ritiene il suo leader mondiale per la dottrina sociale. Da destra lo si critica esattamente per questo stesso motivo. Francesco si era rivolto ai giovani, aveva definito la Madonna «influencer» per compiacere i giovani, mentre adesso non esita a ricalcare il messaggio di Fatima. A Fatima la Madonna aveva chiesto espressamente questa consacrazione della Russia, in unione a tutti vescovi, altrimenti avrebbe diffuso «i suoi errori per il mondo, promuovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa. I buoni saranno martirizzati, il Santo Padre avrà molto da soffrire, varie nazioni saranno distrutte».

Vengono in mente le parole, che un grande pontefice, diventato poi santo, Giovanni Paolo II usò meno di quarant’anni fa, e precisamente nell’84. «O Madre degli uomini e dei popoli – diceva il papa – Tu che conosci tutte le loro sofferenze e le loro speranze, Tu che senti maternamente tutte le lotte tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre, che scuotono il mondo contemporaneo, accogli il nostro grido che, mossi dallo Spirito Santo, rivolgiamo direttamente al Tuo Cuore: abbraccia con amore di Madre e di Serva del Signore, questo nostro mondo umano, che Ti affidiamo e consacriamo, pieni di inquietudine per la sorte terrena ed eterna degli uomini e dei popoli. In modo speciale Ti affidiamo e consacriamo quegli uomini e quelle nazioni, che di questo affidamento e di questa consacrazione hanno particolarmente bisogno».

Foto Vatican News

Foto Vatican News

FELTRI E LO SPIRAGLIO

Insiste, su quello che sarebbe uno stile sostanzialmente diverso da parte di Sua Santità, Libero. «Ora Francesco precisa (a proposito di Russia e Ucraina): la nostra Russia e la nostra Ucraina. Non è in ritardo. Ma è l’ultima ora probabilmente. Benedetto XVI, che scelse il nome di Benedetto anche in onore del predecessore con il medesimo nome, visitò imprevedibilmente Fatima nel maggio 2010. Pregò e pregò. Poi sostenne due cose con i giornalisti: che il famoso e cosiddetto terzo segreto non aveva esaurito la sua minaccia, ma che comunque alla fine “la misericordia è più forte”».

Chiosa, il quotidiano diretto da Vittorio Feltri, con una sorta di post-scriptum: nel frattempo «..c’è stata una videochiamata tra Francesco e il patriarca Kirill di Russia: buon segno».

«Ferite che bruciano»

Sunday, nigeriano, la fuga, le torture, la libertà

«I soldi non hanno valore, se hai imparato che la vita è appesa al grilletto di una pistola. Mio padre ucciso, ho lasciato mia madre e una sorella. Le coltellate, le ferite e il mare, il senso di libertà. E se un giorno facessi il meccanico…»

«Ciao, amico mio!». Ci metti un attimo a strappare un sorriso a un ragazzo che ne ha passate davvero tante. «Vorrei ridere, piuttosto che sorridere», ci dice, «ma con una guerra in corso a due ore dall’Italia non hai lo spirito giusto: le guerre sono la peggiore cosa che l’Uomo – e sottolineo l’Uomo – potesse inventarsi per farsi del male; lo dico da profugo, da fuggitivo, io che sono scappato dalla Nigeria, un Paese che amo, ma che se non sei allineato con i poteri forti, sei destinato a vivere nelle sofferenze». Sunday, nigeriano, trent’anni, da quattro in Italia, parla un discreto italiano. «E come gli italiani comincio ad aiutarmi nei discorsi a furia di gesti: questo amo degli italiani, che provano in tutti i modi a farsi comprendere, anche se sei straniero e non parli una sola parola della loro lingua: mi è successo i primi tempi, c’era chi per farsi capire alzava il tono della voce, urlava quasi, e si aiutava compiendo gesti…». Quando è arrivato in Italia parlava solo inglese, oggi, dicevamo, Sunday, vanta un buon italiano. Fuggito dalla Nigeria, un Paese nel quale fra militari, miliziani e bande armate, rischi comunque di fare un pieno di bastonate sempre. «E senza giustificazione: sfuggi a uno di loro e ti ritrovi al centro di una mattanza con altri che ti hanno preso sulla punta del naso: riempiono così le loro giornate; ti fermano, ti chiedono i documenti, pur non essendo militari, con lo scopo di metterti le mani in tasca e di svuotartele di quei pochi soldi che hai guadagnato in un lavoro faticoso, ma sempre sporco».

Prosegue Sunday, spiega che quando non hai scampo, c’è solo una soluzione: rannicchiarti e invocare pietà, sperando che si muovano a compassione. «Difficile, ti riempiono di calci e pugni, mentre i compagni ti tengono sotto tiro. E se le legnate non ti hanno fatto ancora uscire il sangue dalla testa, insistono, con il calcio di una pistola, di un fucile per provocarti: lo scopo è, comunque, provocarti ferite».

Foto La Repubblica

Foto La Repubblica

AFRICA, DOLORE OVUNQUE

La situazione non è tanto diversa in altri Paesi africani. «Sono perseguitato dalle botte, forse perché me le merito, non so – sorride Sunday, aiutandosi a gesti, indicando ferite su un braccio, un ginocchio – spesso hai come la sensazione che, come ti muovi, le prendi e nemmeno una sola volta: a me è successo in Libia, dove sono stato prigioniero per molti mesi, non ricordo quanti: volevano che un mio parente pagasse il riscatto, alla fine ci rimettevano acqua e un pugno di riso al giorno, così mi hanno cacciato a calci da quella prigione: avevo paura che avessero fatto una scommessa su me, farmi allontanare e giocare al bersaglio; succede anche questo: la vita vale meno di niente».

Ricorda il passato, il trentenne nigeriano. «Papà, ucciso durante la guerra civile: a casa sono rimasti mamma e una sorella; il viaggio per arrivare qui, in Italia, è durato mesi: forse tre di questi passati nella prigione libica».

Giorno e notte non esistono. «Durante i mesi da recluso, gli aguzzini ti svegliavano e giù calci: ovunque capitasse, il più delle volte nello stomaco e nel bassoventre, dove il dolore è infernale, come se stessi esalando l’ultimo respiro: la tua vita era appesa al grilletto di una pistola; al mattino, solita sveglia, brusca: “Chiama i tuoi familiari, convincili a farti mandare soldi, sennò domani non ti svegli: mi mostravano la pistola o un fucile, come se ti indicassero la morte durante il sonno…».

Sunday, un altro momento di inaudita violenza. Gli occhi pieni di lacrime, come se lo stesse rivivendo per noi. «Picchiavano me e gli altri compagni con una violenza mai vista: con un calcio a un prigioniero fecero saltare i denti davanti e solo perché non capiva la loro lingua, quello che gli dicevano. Poi la fuga, quella libertà che odora di paura, perché mentre ti hanno restituito la vita, a qualcuno di quelli potrebbe venire in mente di togliertela un istante dopo con una palla nella schiena: ne ho visti morire così, non facevano in tempo a gioire, che nel gioco perverso di chi ha potere di vita e morte su dei poveracci come noi, qualcuno premeva il grilletto e ti lasciava disteso lì, alla mercé di topi, sciacalli, altre bestie…».

«SIGARETTE SPENTE SULLA PELLE»

Sunday, si fila il giubbotto, alza una maglia e mostra un braccio, pieno di ustioni cicatrizzate. «Sigarette accese spente sulla pelle, come se fossimo posacenere; coltelli con la lama rovente o talmente affilata da farsi largo nella pelle come se affondasse nel burro: ogni ferita è il volto di uno dei carcerieri; in quei momenti non sai cosa gli stia passando per la testa: non sai cosa gli stia passando per la mente e allora, da non crederci, ma bisogna trovarsi in quelle circostanze, non aspetti altro che la morte ti sottragga a un dolore talmente forte tanto da pregare che la facciano finita».

Cinquecento, anche seicento dinari libici. «Tanto vali in quel momento: per loro sei una spesa, un pugno di riso, un pezzo di pane e un po’ di acqua, anche sporca, ogni giorno; se i soldi non arrivano sei destinato a una lunga agonia, fino a quando la bocca dello stomaco non ti si chiude e, allora, è la fine».

Un desiderio. «Vorrei fare il meccanico – dice Sunday – sono stato sempre affascinato dalle auto e dai motori: in Nigeria spesso aggiustavo camion, furgoni, moto, era una festa quando dovevo mettere mano a un’auto; qui ho lavorato saltuariamente in un’officina, quando stavo per trovare la mia strada è arrivato il covid e ogni sogno è svanito».

Foto Taranto Guide

Foto Taranto Guide

IL DENARO NON COSTA UNA VITA

Il valore del denaro. «Non conta, dopo che sei scampato alla morte qualsiasi tipo di lavoro va bene: qualcuno ne approfitta, ma la maggior parte ha rispetto per me, i miei connazionali, i fratelli africani: è questo il bello dell’Italia, la maggior parte della gente ha grande rispetto per te, ha il senso dell’ospitalità: non c’è molto lavoro, per un certo periodo ho anche lavato le scale, ma qualcuno si è lamentato che quel lavoro lo facesse un nero, in uno stabile non mi volevano».

Sunday ci lascia una “cartolina”. «Quando mi capita di passare davanti al Lungomare di Taranto il mio cuore batte forte, il mare per me è la vita: l’ho sempre amato, fra un viaggio in mare o uno sulla terra ferma, non avrei dubbi: mare tutta la vita, nonostante il mio viaggio per l’Italia sia durato a lungo; non avevo soldi, uno di quelli che si occupa del trasporto per mare, da me non volle niente: imbarcarne uno in più su un totale di un centinaio di persone, non gli pesava, così mi fece segno di salire a bordo. Onde da paura, poi finalmente una nave mercantile che ci prese a bordo, poi la Sicilia da lontano e, finalmente, la libertà. Ecco, il mare, così grande, è come la libertà, un desiderio immenso».

«Grazie per l’accoglienza»

Anatolii Vasylkivskyi, direttore dell’Orchestra di Kiev

«Fare musica: non abbiamo alternative, mettiamo il nostro cuore in ogni nota; suoniamo per i nostri familiari, per la gente che ci ascolta e per tutto il popolo ucraino che sta soffrendo», dice il portavoce dell’ensemble bloccato in Italia dalla guerra dichiarata dalla Russia. Concerto a Taranto, nella chiesa di Sant’Antonio di Padova

«Fare musica in queste condizioni è molto difficile, ma non abbiamo alternative». Cordiali, un sorriso accennato, la voglia di incontrare subito il pubblico per sentire l’abbraccio solidale. Sabato sera nella chiesa Sant’Antonio di Padova a Taranto, l’esibizione della National Chamber Orchestra Soloists di Kiev, l’ensemble di diciotto elementi bloccato in Italia dallo scorso 24 febbraio, lo stesso giorno in cui l’artiglieria russa ha invaso il territorio ucraino.

E’ stata una grande emozione, più volte sottolineata da lunghi applausi, alla presenza di un pubblico che ha mostrato grande sensibilità e generosità. Presenti, fra gli altri, l’arcivescovo, Monsignor Filippo Santoro, e il prefetto di Taranto, Demetrio Martino. L’invito ufficiale alla National Chamber Orchestra di Kiev è stato rivolto da Confindustria Taranto, Orchestra della Magna Grecia, Arcidiocesi e Comune di Taranto, in collaborazione con Ministero della Cultura e Regione Puglia.

«E’ molto difficile essere qui, per noi – ha dichiarato Anatolii Vasylkivskyi, direttore della National Chamber Orchestra Soloists di Kiev, a nome dei musicisti ucraini – in quanto il nostro Paese da più di due settimane è in guerra; siamo molto preoccupati per le nostre famiglie e il nostro popolo; quando siamo partiti, la situazione era abbastanza tranquilla, non potevamo immaginare che le forze russe avrebbero puntato Kiev e altre città: invece è successo; fare musica in queste condizioni è molto difficile, ma al momento non abbiamo alternative, vogliamo onorare questo impegno (il concerto, ndr), raccogliendo tutte le nostre forze, mettendo tutto il nostro cuore in ogni nota di questo concerto: suoneremo per i nostri familiari, per voi e per tutto il popolo ucraino che sta soffrendo; attraverso la musica vogliamo lanciare un messaggio di pace e condividere la speranza e l’auspicio che questa guerra si fermi immediatamente». Un breve comunicato, toccante, letto dal Maestro Enzo Di Rosa, oboista, da giorni impegnato insieme con l’orchestra ucraina che sta portando in tournée il messaggio “La musica che unisce”.

Foto Aurelio Castellaneta

Foto Aurelio Castellaneta

«PRONTI AD OSPITARE PROFUGHI»

«Ci siamo mobilitati, solidali – ha dichiarato l’arcivescovo, prima del concerto – con il popolo dell’Ucraina che sta soffrendo terribilmente, con due milioni e mezzo di persone in fuga da case abbattute da un attacco tanto inatteso quanto brutale; ci uniamo al Santo Padre, Papa Francesco, che invita chiunque a fare qualsiasi cosa per ottenere la pace, mediante un dialogo nel quale si faccia invito a deporre le armi; il concerto dell’Orchestra ucraina è un momento di arte, cultura, riflessione, che apre il cuore alla solidarietà e alla speranza; un invito, inoltre, a chi può farlo, a mettere a disposizione case per l’accoglienza dei profughi, attività che la Diocesi ha cominciato a svolgere, dando disponibilità ad ospitare intere famiglie, bambini, donne; in molte parrocchie si cerca di fare altrettanto, coordinati dalla Caritas; è un momento atroce e proprio per questo deve vederci tutti attivi nella solidarietà, pregando perché cessi al più presto la barbarie provocata dalla guerra e regni la pace».

«SITUAZIONE GRAVE»

«Questa grave situazione – ha detto Piero Romano, direttore artistico dell’ICO Magna Grecia – la sentiamo affine alla nostra sensibilità, tanto che abbiamo inteso sostenere immediatamente i nostri amici, i musicisti ucraini, con due concerti; uno a Taranto, uno a Matera; tutto ciò è stato reso possibile grazie alla disponibilità di Confindustria Taranto, del suo presidente Salvatore Toma, dell’Arcidiocesi di Taranto e dell’arcivescovo Monsignor Filippo Santoro e del Comune di Taranto, che hanno affiancato l’Orchestra Magna Grecia a sostegno di questa causa; preziosa anche in questo caso la vicinanza del Ministero della Cultura e della Regione Puglia. Il secondo evento ha avuto luogo a Matera, nella Chiesa del Cristo Re, con il patrocinio dell’Arcivescovado e del Comune di Matera, in collaborazione con Ministero della Cultura e Regione Basilicata; oltre ad un biglietto simbolico, abbiamo istituito una raccolta di fondi confidando sulla generosità di pubblico, sponsor e altri imprenditori; ciò per consentire ai musicisti ucraini di superare l’attuale emergenza e poter tornare in Ucraina a riabbracciare le famiglie in difesa della libertà».

I diciotto musicisti della National Chamber Orchestra Kyiv Soloists bloccati in Italia intendono riabbracciare al più presto le proprie famiglie (isolate da qualsiasi tipo di comunicazione). Unica strada percorribile per i musicisti, continuare a suonare per sostenersi economicamente e finanziarsi il viaggio di ritorno in Ucraina. I circuiti bancari del loro Paese, infatti, attualmente risultano essere bloccati per qualsiasi tipo di operazione.

La National Chamber Orchestra Kyiv Soloists, solista Enzo Di Rosa, primo oboista nell’Orchestra di Santa Cecilia, nella Chiesa di Sant’Antonio di Padova a Taranto ha eseguito musiche di Tommaso Albinoni, Myroslav Skoryk, Maxim Berezovsky, Vivaldi, Rota, Morricone e del pugliese Bellafronte, presente nella chiesa di Sant’Antonio di Padova a Taranto, la sera del concerto.

Un battito d’ali…

Figlie e compagne benestanti contro la guerra

Il vento potrebbe cambiare, le “colombe” spazzano i “falchi” e i propositi del “governo di pochi”. La parte più moderna dell’oligarchia, in particolare quella al femminile, si ribella alla politica sanguinosa. Potrebbe essere l’inizio di una svolta. L’atteggiamento spiazza il Cremlino, che però prosegue nell’invasione dell’Ucraina. Corsera percorre un sentiero sfuggito a molti

Foto HuffPost Italia

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Non tutti, viva il Cielo, la pensano come Putin. La Russia si sarebbe sentita minacciata dall’Occidente che aveva aperto una via a poche centinaia di chilometri da Mosca, con il Patto Nato. Questo potrebbe essere stato un tema di discussione, l’apertura di un dibattito internazionale, quando Biden – non ancora presidente degli Stati Uniti – vent’anni prima aveva ammonito l’espansione indiscriminata di Paesi sempre più vicini all’Europa occidentale, e sempre più lontani dal centro dell’Unione sovietica di un tempo. Invece, il presidente russo ha scagliato le sue armate contro l’Ucraina e un popolo inerme, in fuga minacciato da bombardamenti quotidiani che mietono vittime, fra uomini, donne e, soprattutto bambini, come nel caso dell’ospedale pediatrico nel quale hanno perso la vita decine di persone, fra queste, diversi piccoli. Questo difficilmente il mondo lo dimenticherà.

In questi giorni sono stati pubblicati diversi articoli a dare voce a questo o quel rappresentante della politica belligerante russa. In un articolo, puntuale, preciso sotto i diversi aspetti analizzati, scritto da Marco Imarisio e pubblicato sul Corriere della sera, si sottolinea che questi, ormai, non sarebbero più “affari di famiglia, ma di un intero Paese”. Sembravano la conseguenza di un’onda emotiva, scrive infatti il Corsera, i primi “No alla guerra” riportati dai social dalle figlie degli oligarchi russi. Oligarchia, “governo di pochi”. Infatti, due delle eredi più celebri, come Sofia Abramovich, nota per postare su Instagram ogni dettaglio della sua vita sontuosa, e poi Elizaveta Peskova, primogenita del potente Dmitry, portavoce di Vladimir Putin, avevano subito fatto marcia indietro, cancellando le tracce della loro presa di posizione sul web. Dunque, non più sfacciatamente per un tenore di vita permesso dal benessere prodotto dai propri congiunti, tutt’uno con i potenti. Ma una posizione più prudente.

Foto AbruzzoWeb

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DOPO IL DISAGIO, I PRIMI “NO ALLA GUERRA”

Dopo il disagio, come scrive Imarisio, adesso altre defezioni illustri stanno trasformando queste piccole e altolocate ribellioni nell’unità di misura del disagio. Non certo della società russa, basta guardare il tenore di vita delle figlie in questione per capire la distanza che le separa dalla vita quotidiana della Russia profonda, ma di quelle élite che devono molto, quasi tutto, al Cremlino.

Quella stessa élite, scrive il quotidiano, che in questi vent’anni di relativa briglia sciolta si sono trasformate in una immagine lussuosa della Russia cosmopolita, che considera ancora Mosca e San Pietroburgo come un affaccio sul resto del mondo al quale sentono di appartenere. Infatti, volendo mettere in fila l’elenco delle defezioni dall’ortodossia putiniana, emerge il legittimo sospetto che si sia davvero aperta una linea di frattura, forse non solo generazionale.

Dunque, l’analisi del Corsera. Non solo padri allineati e muti contro figlie (e qualche figlio) loquaci e dissenzienti. Ma anche giovani che forse – forse, beninteso – parlerebbero a nome e delle loro famiglie, e, sempre forse, utilizzati per mandare un messaggio. Non si spiega altrimenti la lista sempre più lunga dei distinguo via social operati dai giovani rampolli dell’oligarchia russa. E l’ultima definizione va presa in senso esteso. Non solo quella economica, ma anche quella politica.

Foto TeverePost

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COLOMBE CONTRO FALCHI

Legami all’apparenza indissolubili – conclude Imarisio nella sua lunga analisi sul Corsera – sui quali è stata costruita la storia recente della Russia, che oggi alla prova del salto di generazione appaiono meno scolpiti nel marmo di quanto si pensava. In casa di ogni falco sembra annidarsi una colomba. Anche del più rapace di tutti, come può esserlo il ministro della Difesa Sergej Sojgu, l’uomo che ha assecondato e forse incoraggiato la scelta ucraina.

Alexej Stolyarov, marito di Ksenja, la sua seconda figlia, ha risposto agli auguri di compleanno con un messaggio nel quale sostiene che il miglior regalo possibile sarà la pace. Senza ricorrenze da festeggiare, Karina Boguslasvkj ha scritto su Instagram che occorre chiamare «i nostri cari, “compagni”, “amici”», chiunque possa porre fine «a questa tragedia». Sembra quasi un messaggio all’indirizzo di a papà Irek, deputato di Russia Unita e amico personale di Putin. “Se son colombe, un giorno fioriranno”, auspica Imarisio. Anche dalle parti del Cremlino.

Insomma, secondo il Corsera, se son colombe – riprendendo il concetto appena espresso – sorvoleranno il Palazzo della “politik”, scacciando dalla testa dei guerrafondai “a prescindere”, qualsiasi proposito sanguinoso, con un solo battito d’ali.