PUGLIA, ATTRAZIONE FATALE

Angelina Jolie, altra star hollywoodiana interessata ad investire in una masseria

Non solo la protagonista di Lara Croft, ma anche altre stelle del grande schermo. Da Helen Mirren a Gerard Depardieu, i Beckam, Madonna. E il gruppo Meliá punta su Polignano a Mare, Baglioni Hotels & Resorts ha preso la gestione di Masseria Muzza. Grandi progetti e investimenti per le nostre bellezze e le nostre masserie ormai invidiate in tutto il mondo

Foto BrindisiReport

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Puglia, arriva un’altra star di Hollywood. Angelina Jolie stella del firmamento cinematografico, ha deciso di fare come suoi illustri colleghi e investire in Puglia. Il suo arrivo lunedì scorso, prima che tornasse nella sua Los Angeles. E’ atterrata a Brindisi su un aereo privato per poi trasferirsi a Torre Chianca, un viaggio breve, una trentina di chilometri. Altrettanti separano la località balneare salentina dall’aeroporto brindisino. Insomma, tutto sotto controllo, l’ideale: a una ventina di minuti dalla pista sulla quale far decollare o atterrare il proprio volo privato, oppure ospitare altre star o fare shopping nella Capitale del barocco.

Non è dato sapere quali siano i progetti della popolare attrice americana. Pare, però, che l’attrice, due Oscar (uno per il suo impegno umanitario) sia pronta ad investire in zona. Già proprietaria di un castello nel sud della Francia e di altre tenute in giro per il mondo, pare che l’ex moglie di Brad Pitt abbia intenzione di allargare i suoi orizzonti immobiliari. Le mancherebbe, evidentemente, una proprietà in Italia. Infatti, dubitiamo, che si spostasse dagli Stati Uniti per venire in Italia per compiere una visita ad amici o venire a vedere una volta un tramonto mozzafiato (con tutto il rispetto per le eccentricità delle star hollywoodiane).

La Jolie, avvistata dai residenti e i turisti di passaggio a Torre Chianca, pare abbia pernottato in una masseria immersa nella natura.

Foto Il Fatto Quotidiano

Foto Il Fatto Quotidiano

“RIDGE” E MASSERIA DON CATALDO

Qualcuno ha raccontato che si sarebbe concessa una lunga passeggiata nelle verdi distese circostanti, ammirando la bellezza di questo angolo d’Italia. Ma Angelina Jolie non è l’unica star del grande schermo ad essersi letteralmente innamorata della Puglia. Per esempio, Helen Mirren. L’attrice inglese, naturalizzata statunitense, oggi anche cittadina italiana onoraria, da anni passa molti mesi nella sua masseria in provincia di Lecce (lo scorso anno Checco Zalone la invitò ad interpretare «La Vacinada», canzone-tormentone).

Ma come la Mirren, anche Ronn Moss, l’indimenticabile Ridge di Beautiful, che ha realizzato molte riprese del suo film “Viaggio a sorpresa” insieme con Lino Banfi nella Masseria Don Cataldo a Martina Franca, sa perfettamente che da queste parti si sta bene. Per bellezza, accoglienza, verde, mare, collina e gastronomia, numero uno nel mondo.

Come la Mirren e Moss, lo sanno anche Gerard Depardieu e Meryl Streep, per non parlare di Madonna che ogni estate soggiorna a Borgo Egnazia, due passi da Savelletri. Ma anche i coniugi Beckham. In questi giorni il Corriere della sera ha riportato sono diversi i gruppi alberghieri a puntare sulla Puglia. “Se il gruppo Meliá punta su Polignano a Mare – scrive il Corsera – Baglioni Hotels & Resorts ha preso la gestione di Masseria Muzza, struttura a pochi minuti da Otranto, immersa tra le spiagge dell’Adriatico e le terre Salentine”. In Puglia, infine, starebbe per arrivare un nuovo Four Seasons Hotel con un’altra importante transazione è stata completata da Belmond. L’azienda (che fa parte di Lvmh) ha acquistato Masseria Le Taverne. Dunque, grandi progetti per le nostre bellezze e le nostre masserie ormai invidiate in tutto il mondo. E se lo dice la Jolie…

«Che pasticcio la vita…»

Zaki, nigeriano, un papà e due fratelli in Nigeria

Venticinque anni, racconta la fuga in mare, le notti insonni, nascosto in Libia perché i miliziani non lo portassero in prigione. «Il mio più grande desiderio? Riabbracciare mio padre, i miei due fratelli, mamma purtroppo non c’è più: sarebbe bello ci ritrovassimo qui, in Europa, vivere in Africa è un vero tormento».

«Un gran pasticcio!». Tutto questo è la guerra, ler persecuzioni, la fame, la fuga. Tutto questo, per Zakiyyah, questo il suo nome pere esteso, è «un gran pasticcio!». In realtà usa un’altra frase, una delle espressioni più care dalle nostre parti che amiamo accorciare in una sola battuta un concetto, specie se si vuole andare dritti al cuore della questione.

E’ una delle prime cose che il giovanotto di appena venticinque anni ha imparato non appena è sbarcato in Italia. Spiega la crisi dalla quale è scappato, i contrattempi che ha trovato per inserirsi possibilmente in un diverso tessuto sociale, dunque non trova di meglio che questa breve frase. «Un pasticcio esagerato!». E quando le cose vanno ancora peggio, come lo stesso Zaki racconta, la frase, essenziale, che spiega tutto questo disagio, rende meglio l’idea aggiungendo l’aggettivo “grande”. Dunque, com’è la tua vita, Zaki? «…Un gran casino!». E giù a ridere.

«Sono venuto via dalla mia Nigeria quattro anni fa – dice – la città in cui vivevo con la mia famiglia; la situazione era già complicata, sentivamo alle porte delle nostre case le milizie che volevano rispettassimo la volontà del governo: guai opporsi; i miei fratelli, mi dicono, che questa gente se la trovano praticamente in casa, con tutte le difficoltà, gli stenti ai quali la popolazione viene quotidianamente sottoposta».

Foto Sicurezza Internazionale

Foto Sicurezza Internazionale

TREMENDO ANCHE LI’

Dunque, in Nigeria, anche per la famiglia di Zaki è «tutto un gran pasticcio!». «Gli ultimi tempi – prosegue il giovane – avevo vissuto con mio zio; mamma era morta, con papà avevo avuto continue discussioni, così per evitare litigate furiose ho accettato l’ospitalità di mio zio; poi lui è andato via, ha abbandonato casa, i militari li aveva praticamente alle costole, così anche io ho dovuto fare una scelta, dolorosa».

Ma indietro non si torna. «Tornare a casa? Nemmeno a parlarne, avevo compiuto la mia prima scelta, litigare cioè con mio padre e le sue idee; visto che avevo rischiato grosso, tanto valeva proseguire e andare via dal mio Paese: non avevo alternative; andare via, un grande dolore, la sensazione di una sconfitta che brucia tutti i giorni; lasciare i luoghi che ti hanno visto bambino e poi crescere, è quanto di peggio possa accadere a una persona: dopo generazioni sei tu quello che toglie le radici e non dà continuità alla tua famiglia, quello che ti hanno lasciato i padri dei nostri padri…».

«Per fortuna ho ripreso i contatti con la famiglia; con i miei due fratelli, che mi raccontano spesso come vivano la situazione in Nigeria: i militari ce li hanno praticamente in casa, si sentono oppressi; non solo, fanno la fame, come in tutti quei Paesi dove c’è la guerra; quando ci capita di parlare sento nelle loro parole tutta la tristezza del disagio, della paura: e quando sento da settimane quello che accade in Ucraina è come se rivivessi quei momenti».

Il rapporto con papà. «Lo sento – confessa – ci hanno pensato i miei fratelli a mettere pace: sarebbe stato sciocco continuare a mantenere sciocche distanze; non era proprio il caso. Nelle nostre brevi chiacchierate al telefono, i miei fratelli mi spiegano i dolori giornalieri cui la popolazione viene sottoposta: un dolore che si aggiunge ad altro dolore».

Foto Nigrizia

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DESTINAZIONE ITALIA

Il suo viaggio per l’Italia, passando per la Libia. «Sono stato sei mesi lì, mi facevo vedere poco in giro, dormivo dove capitava, per evitare che anche lì miliziani o banditi: se cadevi nelle loro mani, botte e via il denaro dalle tasche, nel caso avessi guadagnato qualche dinaro: nel frattempo ho fatto qualche lavoretto, muratore, specializzato in muri a secco; magari mi capitasse di fare qualcuno di questi lavori qui da voi». C’è un desiderio in cima alla lista. «Dare una mano ai miei fratelli, papà: lasciare a loro la decisione di restare a casa e aspettare tempi migliori oppure affrontare un viaggio sempre pericoloso, a me fortunatamente durato cinque giorni: su un gommone, con altri cento ragazzi, con tanta fame e tanta paura».

Ha grande dignità, Zaki. Se provi ad offrirgli una colazione, lui, il venticinquenne nigeriano risponde con educazione: «No, grazie come se avessi consumato».

Mani in tasca, fissa il mare. Prova a guardare il sole, le cose che più di altro gli danno il senso di libertà. «Non ti nascondo – ammette – che mi capita di pensare ogni giorno ai miei fratelli, a mio padre: tornare ora a casa sarebbe un problema, il viaggio inverso non serve, mi troverei in piena guerra civile; i miei cari non vogliono saperne, stanno male ma stanno a casa, impossibile farli ragionare».

Zaki trascorre le sue giornate senza affanni. «Faccio due passi, chiedo a qualcuno se ha bisogno di una mano, per lavori in muratura e quando sto male mi faccio coraggio da solo: trovare un buon lavoro e riabbracciare la mia famiglia: è il mio desiderio più grande».

Ciak, dirige Riondino

Set e casting a Taranto, da lunedì 4 a venerdì 8 aprile

Debutto dell’attore tarantino dietro una macchina da presa. Confermato l’amore e l’impegno per la sua città. Produzione alla ricerca di attori e attrici (non minorenni) disponibili per piccoli ruoli e figurazioni speciali, originari di Taranto e provincia

Foto Avvenire

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Michele Riondino e Taranto, un amore infinito. Come il suo impegno per la sua città, nel manifestare contro l’inquinamento da acciaio e costruire su solide basi un Primo Maggio, per dirla tout-court, politicamente scorretto. Contro quello televisivamente superato e in doppiopetto realizzato dalla Rai e durante il quale non sempre è possibile parlare di problemi ambientali per non recare disturbo al manovratore.

Detto questo, veniamo alla notizia. Michele Riondino debutta da regista e sceglie come location la sua città, ma anche di fare un certo numero di selezioni per allestire un cast per il suo esordio da cineasta. Non solo parole, ma fatti. Riondino, nonostante qualcuno gli avesse consigliato di trattare l’acciaio del quale vive la sua città con la massima cura, è andato avanti per la sua strada. Talmente bravo come attore, da infischiarsene anche se a qualcuno fosse venuto in mente di mettere qualche sasso sulla sua strada per farlo inciampare. Invece, carriera comunque folgorante, conferma in serie televisive di successo e avanti così, come il suo Primo Maggio tarantino.

Foto Repubblica

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DEBUTTO TARANTINO

Ma occupiamoci, ora, dell’ultimo step che riguarda la sua carriera: quello in veste di regista. Michele Riondino dirigerà a Taranto il suo primo film. Prodotto da Palomar SpA con Bravos Srl. Inizio riprese previsto per metà maggio. In questi giorni l’annunciato casting, la selezione cioè di attori e aspiranti attori per interpretare un ruolo nell’esordio registico del nostro concittadino. La produzione è alla ricerca di attori e attrici (non minorenni) disponibili per piccoli ruoli e figurazioni speciali, originari di Taranto e provincia, ma anche di Brindisi e provincia, della Valle d’Itria e Bassa Lucania. Non solo per tratti somatici, ma anche per tono, passionalità e accento meridionali.

Vista l’epoca di ambientazione del film, spiega la produzione che ha lanciato il casting, è importante che i candidati non abbiano tatuaggi in vista, piercing, tagli e colori dei capelli troppo moderni. Per partecipare occorre inviare dati anagrafici, contatto telefonico, foto (primo piano, mezzo busto e figura intera) e/o un breve video di presentazione agli indirizzi info@afo6.it e castingtaranto22@gmail.com

Verranno prese in considerazione, puntualizza la produzione, solo candidature in linea con le richieste. Per intendersi, non saranno accettate segnalazioni di candidati che abbiano altre caratteristiche. Non potranno, inoltre, partecipare al casting i residenti in altre province e/o regioni. E’ prevista una retribuzione per i selezionati durante la fase di riprese del progetto. I primi incontri si terranno a Taranto nella settimana che va da lunedì 4 a venerdì 8 aprile.

“Battaglini” campione!

Titolo nazionale al liceo scientifico, orgoglio tarantino

Conquista il “Piday 2022”. Gli studenti hanno la meglio su mille colleghi. Il loro elaborato straordinario. La soddisfazione del supervisore del progetto, il docente Vincenzo Valentini, e del dirigente scolastico, Patrizia Arzeni

Altro successo nazionale per il liceo scientifico “Battaglini” di Taranto. Grazie alla straordinaria performance di alcuni alunni dello storico istituto, la nostra città sale sul gradino più alto del podio riservato alla Matematica. Il liceo tarantino dalla straordinaria tradizione, infatti, ha conquistato il “Piday 2022”. Eccezionali gli studenti tarantini che hanno avuto ragione di oltre mille colleghi provenienti da tutta l’Italia.

Con pieno merito hanno conquistato il Concorso generale organizzato dal Politecnico di Milano, in occasione della Giornata mondiale della matematica celebrato lo scorso 14 marzo. Già l’anno scorso i giovani allievi del “Battaglini” avevano ottenuto il primo posto nella sezione “Video animati”, ma in questa edizione “I cavalieri della Tavola rotonda” (questo il nome della squadra supervisionata dal docente Vincenzo Valentini), si sono appuntati sul petto la Medaglia d’oro più ambita del concorso.

Foto TarantoBuonaSera

Foto TarantoBuonaSera

ECCO I “CAVALIERI”

Sotto con i nomi delle star matematiche (fra parentesi le sezioni di appartenenza): Claudia Novellino (4 L, capitano), Filippo Pavone (4 L), Giorgia Lapomarda (4 L), Francesco Marinotti (4 D), Stefano Altamura (4 D), Gabriele Morrone (4 D), Giulia Marchisella (4 D), Claudia Miano (2 E), Francesca Vacca (2 E), Salvatore De Stefano (2 E), Gianluca Maggi (2 E), Lorenzo Carella (2 E).

Questi ragazzi hanno studiato e confezionato un video di 3’14”, titolo: “Questione di cifre”. L’elaborato ripercorre, attraverso un viaggio nel tempo, il significato avuto nella storia dal numero irrazionale, così tanto importante per la matematica da meritarsi una celebrazione annuale.

«Quest’ anno il tema prevedeva il Pigreco in relazione alle figure geometriche – spiega il prof. Valentini, supervisore del gruppo matematico – e la squadra dei nostri studenti, che già lo scorso anno aveva vinto il prestigioso premio relativo ai video animati, quest’anno ha conquistato il Primo premio generale, migliorando di fatto il già notevole risultato conseguito precedentemente. Questa la sceneggiatura del video animato ed elaborato dai nostri ragazzi: una ragazza viene in possesso di una calcolatrice magica che la trasposta in un viaggio nel tempo; per tornare a casa, la fanciulla sarà costretta ad inserire il valore esatto del Pigreco: solo quando capirà che ciò è impossibile, data l’irrazionalità del numero, la soluzione le consentirà il rientro a casa e, dunque, il ritorno nel presente».

WhatsApp Image 2022-03-27 at 07.57.02GRANDE SODDISFAZIONE!

«Sono molto soddisfatto del prestigioso risultato raggiunto – ha proseguito il docente – e felice del meritato riconoscimento ricevuto dai ragazzi che hanno profuso nel progetto tanto impegno e tanta passione».

Soddisfatta anche la dirigente scolastica, la dott.ssa Patrizia Arzeni. «Complimenti al docente e agli studenti – ha dichiarato – che per il secondo anno consecutivo hanno dato lustro al liceo tarantino, sottolineando la grande importanza dell’iniziativa in termini di accrescimento delle competenze digitali; non solo, ma anche la grande valenza didattica e di socializzazione del progetto, tanto importante in questo delicato momento storico che ha costretto i giovani a lunghi periodi di forzato isolamento».

«Sotto una pioggia di bombe»

Storie di ucraini e moldavi, in Italia

Racconti fra paure e pianti. «C’è chi arriva e chi parte: gli anziani, che in passato hanno già dato, si riparano nel resto d’Europa», dicono due badanti. «Non dimenticherò l’abbraccio e il pianto di Maria, che ha lasciato l’Italia per raggiungere il figliolo di venti anni: il ragazzo non ha mai visto una pistola e ora dovrà sparare contro suoi coetanei che, come lui, non sanno cosa sia una guerra»

«Non dimenticherò mai l’abbraccio di Maria, la badante di papà, non appena la situazione in Ucraina stava prendendo una brutta piega: piangeva e spiegava, nel suo italiano, ma soprattutto con i suoi occhi, come fosse possibile che suo figlio, appena ventenne, la testa ancora sui libri, mai vista una pistola in vita sua, fosse stato chiamato a combattere per la patria e sparare contro ragazzi della sua età».

Grazia, modenese, è una delle tante italiane ad aver dato assistenza e lavoro a una ucraina. Maria, una donna diventata, come spesso accade in storie simili, una della famiglia. «Ci siamo strette un istante o un eternità, ricordo però le sue braccia intorno alle mie spalle, mi trasmettevano da un lato tanta forza e dall’altra preoccupazione, tanta preoccupazione: come se Maria in quel momento si stesse aggrappando a una delle poche certezze che le erano rimaste: l’affetto sincero di chi, come me, ma anche altri miei concittadini, e non solo, abbiamo saputo dare a lei e suoi connazionali».

Anche quando prova a spiegare, a dare un senso a qualcosa di disastroso come una guerra, specie di questi tempi, dove basta schiacciare un bottone per fare una strage, Grazia non riesce a trattenere il dolore. «E’ andata via – spiega – quasi corresse a prendersi la sua razione di bombe, comunque a fare la mamma, da scudo al suo ragazzo, poco più di un bambino: è una pazzia, provate a pensare un solo istante ai nostri ragazzi di un qualsiasi liceo, rastrellati da eserciti civili che distribuiscono armi e munizioni?».

Foto La Stampa

Foto La Stampa

AGI SUL PEZZO

Le agenzie giornalistiche, fra queste l’Agi, che da prima che scoppiasse il conflitto in Ucraina, sta svolgendo un puntuale lavoro di informazione, documentano queste e altre storie. Cose che non avremmo mai voluto scrivere, specie, come spiegava Grazia, all’alba di un Ventunesimo secolo, nel quale è sufficiente uno schiocco delle dita per radere al suolo un intero Paese.

C’è chi è arrivato da pochi giorni e ha negli occhi ancora le lacrime e sul volto la paura della guerra, spiega l’Agi in un suo reportage. Chi è qui, in Italia, da qualche anno, ma è preoccupato per i propri familiari, bloccati in Ucraina. E, infine, chi cerca di dare loro una mano: italiani generosi che portano medicine e beni di prima necessità nelle parrocchie dove si raccolgono scatoloni pronti per essere inviati a chi ha più bisogno di noi.

«Non parlo bene la vostra lingua, sono arrivata da poco in Italia, ma provo lo stesso a spiegarmi perché la gente sappia: in tutti questi anni la Russia, ovunque abbia messo mani, ha seminato guerra e rovine», racconta una ucraina di sessant’anni. «Conosciamo perfettamente cosa sia il sacrificio, tanto che alla mia età per aiutare i miei ragazzi, la mia famiglia, non appena una mia amica, già in Italia, mi ha prospettato la possibilità di lavorare qui, non ci ho pensato su due volte: un grande dolore lasciare il mio Paese, un grande dolore tornarci; evidentemente la sofferenza fa parte del nostro vivere, o non vivere, quotidiano».

Nella stessa situazione della donna sessantenne, non unica in questa situazione, altre sue connazionali. «La mia famiglia è lì, il mio cuore lì, con loro: mio figlio, mio marito e i miei nipoti», dice un’altra donna, origini moldave, ma da anni in Ucraina, «da quando, cioè, la Russia ha deciso di invaderci daccapo: voi, In Italia, avete avuto notizie in queste settimane, diciamo dallo scorso 24 febbraio, in realtà sono otto anni che si vive nella paura, le bombe erano già all’ordine del giorno: a nulla erano serviti gli appelli del popolo ucraino, non erano in molti a crederci». «Io, moldava – riprende la donna – ho già superato una guerra, con tutto il dolore, la sofferenza che questa ti trasmette: ci siamo trasferiti in Ucraina e ora è accaduta la stessa cosa; i russi sono così, non cambiano: Georgia, Cecenia e, ora, Ucraina…».

Altro giro, altra storia. Una donna, in Italia da poco meno di vent’anni: «Non dormo la notte – dice, anche lei badante – penso alle telefonate con mio marito e i miei figli, quando ci sono i collegamenti ed è possibile parlarci: purtroppo sono sotto le bombe e io vorrei essere lì con loro; se gli accadesse qualcosa e io fossi ancora qui, non saprei perdonarmelo».

Foto RomaIT

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C’E’ CHI RESTA A COMBATTERE

Non tutti riescono a venire in Italia o comunque a fuggire da un Paese sotto assedio. Qualcuna di queste donne ha avuto la fortuna di riabbracciare i familiari. Non c’è stato bisogno di parlare, si sono abbracciati e scoppiati in un pianto liberatorio. «Ma vogliamo tornare presto in Ucraina – dicono – non adesso, consideriamo l’arrivo in Italia come ad un passaggio obbligato in attesa che qualcuno cominci ragionare: non è proprio possibile che oggi si sentano cose così orribili, che niente hanno di umano»

«I miei parenti sono arrivati dalla Polonia in bus – spiega la donna, abbracciando il marito, poco meno di ottant’anni – con lui, mia nuora, un nipotino, un’amica e il suo figlioletto: mio figlio è rimasto lì, deve aiutare; ha ragione, quando dice che alla sua età non si può scappare: se tutti andassero via, chi resterebbe a combattere per riconquistare la libertà?».

Queste le storie raccolte dalle agenzie. L’Agi ce ne racconta tutti i giorni. Storie che toccano il cuore, spiegano un popolo forte, straordinario, che non ha difficoltà nel difendere la propria posizione fino all’ultimo respiro. «Siamo nati per soffrire – dice un profugo, quasi settantenne – e la sofferenza, purtroppo, è l’unica eredità certa che lasceremo ai nostri figli: io stesso avrei potuto fuggire da ragazzo, ma dove sarei andato? In un Paese che non è il mio? E che opinione avrei avuto di me, in fuga costante? Sono nato in un Paese dell’Est sotto l’egemonia di chi vuole impedire a me ed a milioni come me, di sognare un Paese libero; tornerò, potete starne certi: oggi ho accompagnato i miei cari, ma il mio posto è là, sotto quel cielo di bombe!».