«Partecipare, un atto di fede»

Franco Pignatelli, decano della Processione dei Misteri

«Una tradizione cominciata nel Dopoguerra con papà Luigi, il “cavaliere”». «Andare in processione deve essere devozione, non ostentazione», osserva Angelo Lecce

Dal Dopoguerra ad oggi, fatta eccezione per un paio di anni, fra una troccola portata nella processione dell’Addolorata e una nei Misteri, Franco Pignatelli ha proseguito nella tradizione di famiglia nel rispetto del simbolo della Settimana santa, la statua di “Gesù morto”. Con il benestare dei confratelli, puntualizza. «Le ultime parole papà – ricorda con profonda emozione – le rivolse alla mamma, furono una raccomandazione: “…Dì a Franco, la statua di Gesù morto!”». Il papà di Franco era Luigi Pignatelli, noto in città come “il Cavaliere”, presidente del Taranto in una delle più brillanti e appassionate stagioni calcistiche della squadra rossoblù.

Nel suo studio in via Cavallotti 70, pieno centro cittadino, c’è anche Angelo Lecce. Con lui, più di una volta, è stato “sotto” la statua di “Gesù morto”. «Ringrazio i confratelli del Carmine – precisa Pignatelli – che più di una volta mi hanno autorizzato a prendere, insieme ad altri, le sdanghe di “Gesù”: negli ultimi anni avevamo assistito a gare per l’aggiudicazione dei simboli non sempre rispettose del periodo di crisi, lungo purtroppo, che sta attraversando la città; a cose fatte, ho ritenuto giusto fare ricorso a una gara ragionata quasi una forma di riconoscenza nei confronti della mia famiglia che ha sostenuto la Confraternita con grande passione anche nei momenti di crisi».

“SCATTI” A RAFFICA

Franco Pignatelli mostra foto incorniciate e appese nel suo studio. «Don Angelo Monfredi, l’avvocato Cosimo Solito, Fulvio Santovito e Salvatore Fallone; io da piccolo, pantaloncini corti; e qui – indica una delle tante foto – il Cavaliere, immancabile; molti ricordano la sua fede per le processioni, Città vecchia e Borgo, come quella per Sant’Antonio, santo al quale era molto devoto: anche gli ultimi anni papà è stato sempre presente, i titolari delle varie attività facevano quasi a gara a offrirgli una sedia per riposarsi durante i Sacri riti che lui seguiva passo dopo passo…».

Una Taranto d’altri tempi. «Gli Anni 70 – osserva Pignatelli – erano quelli del boom economico della nostra città, il siderurgico, l’indotto, i negozi; una Taranto in grande salute, con la voglia di partecipare in concreto alle tradizioni, per dare grande importanza a uno dei momenti più sentiti dai tarantini».

Angelo Lecce, uno dei confratelli con cui Pignatelli è stato «sotto la statua». «Da più di venti anni – spiega Lecce – partecipo alla Processione dei Misteri: puntualizzo, non è un fatto di prestigio come potrebbe pensare qualcuno, ma un atto di fede: facciamo attenzione quando parliamo dei nostri Riti, la partecipazione deve essere sempre devozione e non ostentazione; non è la prima volta che prendo parte alla Processione dei Misteri con Pignatelli, mi auguro non sia nemmeno l’ultima: l’auspicio è che il Signore ci dia la forza per dare il nostro contributo alle tradizioni».

Schermata-2021-03-05-alle-15.31.58MA UNO “SCATTO” PAGATO CARO

Non è andata, però, sempre liscia se così si può dire. «Ricordo nell’82, una gara forse rimasta nella storia, quando un paio di confratelli fecero di tutto per farci concorrenza: padroni di fare offerte, ma non giocare al rialzo quasi fosse un dispetto; papà, “U’ Cavaliere”, ci restò molto male, non sapeva darsi pace, s’interrogava su quell’atteggiamento ingiustificato, stavamo parlando di voti, penitenza, chiesa; mi colpì una sua espressione: “A nuje?!”, come a dire “Siamo stati sempre corretti, non abbiamo mai ostacolato nessuno e qualcuno vuole quasi prendersi gioco di noi?”».

C’è un altro episodio. Franco Pignatelli lo ha rimosso, non vorrebbe tornarci sopra. «Ma sì, più avanti tutto è stato chiarito – argomenta – accadde nel 2007, anche stavolta finì sui giornali: quell’anno la gara era stata accesa, come accade raramente; prendemmo ancora una volta “Gesù Morto”, ma anche qui con una concorrenza inspiegabile tanto da spingere in alto l’aggiudicazione; purtroppo non finì lì, a porte chiuse: chi aveva lanciato la gara, ma aveva perso, seguì la Processione quasi con fare provocatorio».

Da qui, la reazione. «Che non dovrebbe esserci – giustifica – ma commisi l’errore di “chiamare” la sdanga, qualcuno che mi sostituisse per qualche istante sotto la statua; eravamo in via Di Palma, chi aveva giocato al rialzo non si stava comportando correttamente, sguardi, sorrisini, poco rispetto per chi faceva penitenza, pregava; da lì, il parapiglia: ebbi un anno di sospensione, come nell’82; ma, ripeto, questo non dovrebbe mai accadere e di questo mi sono pentito amaramente, con il Signore e con la Confraternita…».

Per concludere. «Diamo spazio – conclude Pignatelli – anche agli altri confratelli, scelta dovuta a un normale turnover; detto questo, ho prestato giuramento tanto alla congrega del Carmine quanto a papà mio: fin quando Dio vorrà parteciperò alla Processione dei Sacri misteri con il massimo rispetto».

«Artem, ma che fai?»

Quindici anni e il saluto nazista durante l’inno di Mameli

Russo, campione di kart, corre con licenza italiana, dal podio sfodera braccio teso e sorriso in un gesto eloquente. Il suo team lo licenzia in tronco: «Ci vergogniamo profondamente per il comportamento del nostro pilota: meditiamo il suo licenziamento»

Due volte la mano sul cuore, poi il braccio teso. E’ un inequivocabile riferimento al saluto nazista. A compierlo è un giovane pilota russo, Artem Severyukhin, kartista di quindici anni, al quale verrà anche da ridere mentre compie quel gesto fuori da ogni grazia, ma è un atteggiamento talmente spregevole da essere condannato senza “se” e senza “ma”.

La sceneggiata, il giovane Artem, la interpreta mentre viene intonato l’inno nazionale italiano. Il video della doppia, infelice performance – scrive Il Messaggero – diffuso da Nexta tv, emittente di opposizione bielorussa, che trasmette dalla Polonia, fa esplodere il caso mediatico. Difficile cercare di capire cosa sia passato per la testa del biondo kartista, che corre con licenza italiana (da qui l’esecuzione dell’inno di Mameli) per “Ward Racing”, un team svedese. Un gestaccio, non c’è altra parola, un saluto nazista mentre l’esercito di Putin continua a mietere vittime su vittime con lo scopo di «de-nazificare», così dicono, l’Ucraina.

Tutti questi elementi vengono manifestati a Portimao (Portogallo), dopo la gara di kart vinta da Severyukhin. Ma la storia non finisce lì. Anzi, è solo il primo passaggio di una bufera conduce dritto al licenziamento anche del team svedese che segue il giovanissimo pilota russo e dall’annuncio dell’Aci (Automobile club Italia) di provvedimenti, a cominciare dalla revoca della licenza di guida concessa nel nostro Paese.

Foto Urban Post

Foto Urban Post

QUINDICI ANNI, UNA FOLLIA

Il quindicenne pilota di kart paga salato quel braccio teso, che ha attirato l’attenzione della Federazione internazionale dell’automobile (che organizza, fra gli altri, il “Karting European Championship”), dell’ACI provocando grave imbarazzo in Svezia. L’ACI vede in quel gesto compiuto da Artem un comportamento deplorevole con un procedimento disciplinare d’urgenza che all’autore della guasconata potrebbe concludersi con il ritiro della licenza.La posizione del “Ward Racing”, il team svedese, è ancora più dura sui social: «Ci vergogniamo profondamente per il comportamento del nostro pilota, tanto da meditare in queste ore di porre termine al suo contratto per le gare, non ritenendo più possibile continuare a collaborare con lui».

Dura, pertanto, la condanna nei termini più netti possibili del gesto, che non rappresenta in alcun modo punti di vista e valori di “Ward Racing”, che ricorda al suo giovane pilota, ma anche agli strumenti di comunicazione che ospita tre famiglie ucraine. «Siamo orgogliosi del nostro Paese – riporta in un articolo Il Messaggero, che racconta l’intera vicenda – che ha preso la storica decisione di inviare armi all’Ucraina per combattere contro l’esercito russo».

Foto Corriere.it

Foto Corriere.it

COME IVAN KULIAK

Non è il primo grave atto consumato da un giovane russo diventato di colpo popolare grazie ad attività sportive. La posizione assunta dal biondo kartista ci riporta a quella del ginnasta russo Ivan Kuliak. Kuliak, come Severyukhin, rischia la squalifica di un anno dalle competizioni per aver indossato, durante la premiazione della gara di Coppa del mondo di ginnastica in Qatar di inizio marzo, la canottiera con al centro una “Z”, lo stesso simbolo che i militari russi hanno dipinto sui loro mezzi corazzati e da trasporto con i quali hanno invaso l’Ucraina. Non si può parlare di una leggerezza. Si tratta di atti sicuramenti studiati e sostenuti da ragionamenti, se poi queste provocazioni vengono manifestate davanti a milioni di persone. Gesti di grave follia, specie se a compierli sono dei ragazzi, che dovrebbero pensare ad altro, ad allenarsi per esempio; a socializzare con altri coetanei per alzare il livello intellettuale condannando qualsiasi regime totalitario e, soprattutto, invasioni ed eccidio di popolazioni civili indifese. Lo sport è un’altra cosa.

«Torre di controllo, c’è un problema…»

MOMENTI DI PANICO SUL VOLO NEW YORK-PARIGI

L’aereo ha un breve black out in fase di atterraggio. Bravi i piloti nel rimandare di qualche minuto il rientro. Cambiano pista, incassano l’ok e planano finalmente senza problemi su un’altra pista. L’ente investigativo francese ha aperto un’inchiesta

«Torre di controllo, ci sentite? Qui Boeing 777-300ER di Air France, c’è un problema: l’aereo non risponde ai comandi». Trattasi di dramma, come evoca quella frase pronunciata dall’equipaggio dell’Apollo 13 diventata, poi, rappresentativa, di qualcosa che era più di “un problema a bordo”.

Ma cosa è accaduto l’altro giorno a quel volo dell’Air France del quale i piloti per qualche istante hanno perso il controllo? Come riportato dal giornalista Leonard Berberi dalle colonne del Corriere della sera, con dovizia di particolari aggiornamento compreso, l’episodio che ha del drammatico è accaduto mentre l’equipaggio del volo New York-Parigi si preparava ad atterrare nell’aeroporto della capitale il “Charles de Gaulle”.

L’aereo per lunghi, drammatici istanti, non rispondeva ai comandi. Un po’ come quando il pc non dà segnali di vita e invoca il reset. Insomma, il Boeing non riceveva segnali e per motivo i piloti hanno annullato la procedura di discesa. Tanto che gli è toccato fare il giro dello scalo e atterrare sulla pista del “de Gaulle” in un secondo momento. Quanto accaduto è stato confermato, si diceva, al Corriere della Sera dalla compagnia aerea e da Bea, l’ufficio francese per le indagini e l’analisi sulla sicurezza dell’aviazione civile. L’audio del comandante e del primo ufficiale, conferma le difficoltà affrontate in quei momenti.

Foto Unione Sarda

Foto Unione Sarda

DICIASSETTE ANNI DI SERVIZIO…

«Il Boeing 777-300ER di Air France, da diciassette anni in servizio – scrive il Corriere della sera – stava operando il volo AF11 ed era decollato dall’aeroporto “JFK” di New York la sera prima; non è chiaro quanti fossero i passeggeri a bordo e la compagnia non l’ha chiarito; avvicinandosi verso il “Charles de Gaulle” di Parigi i piloti hanno iniziato ad avere problemi nella gestione del velivolo: come spesso accade, le conversazioni sono state registrate dagli appassionati nei dintorni dell’aeroporto e sono state confermate al Corriere dagli addetti ai lavori».

«Qui volo Air France AF11, procediamo verso la pista 26 sinistra», il cambio di programma annunciato da uno dei piloti alla torre di controllo parigina. «Air France AF11, siete autorizzati ad atterrare sulla pista 26 sinistra!», risponde a quel punto il controllore assegnato a gestire l’atterraggio dell’aereo. «Ci confermate che siamo autorizzati ad atterrare sulla pista 26 sinistra?», chiede il pilota. «Confermo, Air France AF11», la replica dalla torre. Fin lì sembra tutto normale, fino a quando pochi secondi dopo si sentono le smorfie dei piloti che lanciano un urlo mentre in sottofondo suona l’allarme: il Boeing non risponde ai comandi. «Stop, stop!», dice un pilota.

Suoni e voce allarmano la torre di controllo. «Air France 11?», chiedono da terra. «Ti richiamo», dice il pilota. «Air France interrompete l’avvicinamento immediatamente», l’ordine che arriva dalla torre. «Ok ci fermiamo a 1.500», rispondono dalla cabina. Ma l’allarme suona ancora, mentre il pilota continua a svolgere una manovra ancora non del tutto chiara. «Qui AF11, facciamo il giro, vi richiamiamo», dicono dall’aereo.

Ed ecco il secondo tentativo di atterraggio. Dopo alcuni palpitanti secondi e mentre il Boeing si prepara a un’altra manovra di atterraggio, la torre viene contattata di nuovo dalla cabina. «Abbiamo fatto il giro per problemi ai comandi di volo: l’aereo non rispondeva», spiegano stavolta dalla cabina. «Siamo pronti a riprendere la discesa con le indicazioni radar. Dateci il tempo di gestire la situazione poi guidateci fornendoci il vento in coda». «Ok AF11, ho notato l’aereo deviare alla sua sinistra sul radar», spiegano dalla torre. «Volete tornare sulla pista 26 sinistra?». «Preferiremmo la pista 27 destra», risponde il pilota. Dopo qualche altro batticuore, finalmente l’aereo atterra senza ulteriori gravi contrattempi.

Foto Wikipedia

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INTANTO, VIA ALLE INDAGINI

Cos’era accaduto. Un portavoce del Bea, l’ente investigativo transalpino e tra i più avanzati al mondo, spiega al “Corriere” che gli esperti stanno analizzando i dati delle due scatole nere del velivolo. Una registra gli audio della cabina, l’altra memorizza tutti i parametri di volo. Il giorno dopo l’ente conferma di aver aperto un’inchiesta per determinare le cause di questo «incidente grave, le cui circostanze indicano che c’è stata una forte probabilità di incidente».

Air France replica «che il personale del volo AF11 ha dovuto annullare l’atterraggio, fare un go-around per un problema tecnico durante la discesa: l’equipaggio ha gestito la situazione e ha fatto atterrare normalmente l’aereo dopo un secondo tentativo». Dal suo canto l’aviolinea transalpina si rammaricata del disagio causato ai viaggiatori, ma ricorda che gli equipaggi sono formati e regolarmente istruiti su queste procedure utilizzate da tutte le compagnie aeree per garantire la sicurezza dei voli e dei passeggeri. L’articolo, specifica il Corsera, è stato successivamente aggiornato con la comunicazione dell’apertura dell’indagine dell’ente investigativo francese.

«Sono qui per voi…»

Yuri, russo, aiuta Nazar e Alina, due coetanei ucraini

«Che ne direste di venire a giocare a rugby?». Paolo Ricchebono, già campione nazionale di palla ovale, ha rivolto l’invito ai ragazzi. Passa a prenderli a casa, perché quei ragazzi vanno subito inseriti in una storia che possa riavvicinarli a una vita normale

Quando leggiamo notizie come queste, non possiamo che farci assalire da un sano orgoglio nazionale e lasciarci andare un «Che il Cielo assista sempre questo Paese!». Il Paese in questione, una volta tanto è il nostro, assalito da mille emergenze, da una politica spesso in contrasto con se stessa. Ma dal punto di vista umano, diciamocelo, un Paese secondo a nessuno. C’è una bella storia, una delle tante, riportate dall’agenzia Adnkronos ed è quella di tre ragazzini, due ucraini e un russo.

Nazar, otto anni, Alina sette, sono due cugini. Oksana, mamma di Nazar, lavora in Italia, dove è arrivata qualche tempo fa, ospite di una famiglia genovese a cui si affeziona subito. Quattro anni in Italia, il lavoro da contabile, soddisfacente, tanto da poter mandare una parte dei suoi soldi ai sui cari. Il suo sorriso viene smorzato da una notizia che non avrebbe mai voluto sentire. Arriva a metà febbraio, la sua Ucraina è stata invasa dall’esercito russo. A quel punto la donna non ci pensa su due volte, il suo pensiero è rivolto ai piccoli, alla loro salute. Chiama in Italia, la famiglia che l’aveva ospitata e le chiede aiuto. Non solo per lei e i suoi ragazzini, ma anche per altri. Vuole salvare da quel disastro che, giorno dopo giorno, non promette niente di buono, anche gli ospiti di un orfanotrofio. Vuole portarli in Italia con lei. La famiglia della quale era già stata ospite si attiva, trova una soluzione. Così Oksana torna in Italia, non più come collaboratrice, ma come mamma di Nazar e zia di Alina, come angelo dei ragazzini dell’orfanotrofio di Kiev. Con i due cuginetti, anche la nonna, la mamma di Oksana, che non voleva lasciare la sua città, ma che alla fine si è fatta convincere.

Foto Wikipedia

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QUELL’ESPRESSIONE UN PO’ COSI’…

A Genova comincia a circolare la storia, fino a quando non giunge a un certo Paolo, che non è poi un Paolo qualunque, senza offesa per chi porta questo nome. Paolo è Paolo Ricchebono, già campione d’Italia con la Mediolanum, insieme tanto per capirci, di giocatori come Dominguez, Cuttitta, Campese. Senza tanti giri di parole, Ricchebono va a meta: «Nazar, Alina, che ne direste di venire a giocare a rugby?».

Per Paolo il rugby è la sua vita. Ama allenare i ragazzini, e anche quei due ragazzini, benché uno maschietto e l’altra femminuccia, non possono che fare al caso suo. Fa di più, va a prenderli a casa. Deve fare subito, la terapia deve essere da urto, quei ragazzi con ancora nelle orecchie il rumore delle bombe, vanno subito inseriti in una storia che possa quantomeno riavvicinarli a una vita normale: vanno inseriti in una squadra. La lingua non è un problema, anche perché Paolo, uno tosto, ha già fra le mani la soluzione: un ragazzo russo, gioca nell’Under 17, si chiama Yuri. «Lui il mio asso nella manica, il gancio giusto per questi due ragazzi smarriti: ero convinto che avrebbe dato loro tutto l’aiuto possibile».

Paolo porta i piccoli ospiti al campo. Ci sono le presentazioni, i due sembrano un po’ spaesati, capiscono solo quei sorrisi, meno quello che gli altri ragazzi si stanno dicendo fra loro. Fino a quando non sentono una lingua familiare, uno che si rivolge loro parlando in russo: è Yuri. «Ciao ragazzi, sono Yuri e sono qui per aiutarvi». Gli occhi di Nazar si spalancano e diventano luminosi, quelli di Alina ancora di più: la sorpresa più inaspettata e per questo la più bella.

Foto AbruzzoWeb

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RUSSI E UCRAINI, INSEPARABILI

«Ora sono diventati inseparabili – racconta, fiero, Ricchebono – a loro tre non interessa nulla chi sia russo e chi ucraino: Yuri, naturalmente, è diventato il loro punto di riferimento, a lui piace sentirsi così, sapere di essere utile e loro si fidano ciecamente di quel ragazzone». Racconta ancora Ricchebono. «Non serve ricamarci troppo sopra – aggiunge – si chiama umanità, ed è esattamente come dovrebbe essere».

I due ragazzini di Kiev vogliono tornare a casa. Anche se piccoli, sanno che per il momento non possono farlo, lì a casa loro sparano, lanciano le bombe, pare non abbiano pietà di niente e nessuno. I ragazzi, intanto, hanno ricominciato a fare scuola, in Dad (Didattica a distanza). La maestra dei due ragazzi, da Kiev, ha deciso di non interrompere l’insegnamento e in un modo o nell’altro le lezioni andranno avanti. Attraverso lo schermo, anche se sotto le bombe, separati ma vicini. Il rugby, nel frattempo, comincia a diventare familiare: Nazar è un bell’atleta, il più alto della sua Under 9; Alina è agilissima, anche lei la più alta della squadra. Hanno cominciato a correre, a dribblare, a fare slalom, a scappare. Fortuna che questo è un gioco, un campo da rugby, che insegna come schivare i colpi, ma anche a far capire cosa sia stare insieme, uniti, fare squadra.

TEMPI DURI PER I DURI…

Costa caro lo schiaffo di Will Smith a Chris Rock in tv

La notte in cui gli veniva assegnato il primo Oscar come migliore attore, il “Man in black” ha rovinato la sua carrierona. Espulsione dall’Accademy e una produzione Netflix bloccata. Muccino, suo amico: «Una carriera cestinata in quindici secondi!». E l’attore: «Accetterò qualsiasi conseguenza, le mie sono state azioni scioccanti, dolorose e imperdonabili»

«Accetterò qualsiasi conseguenza, le mie sono state azioni scioccanti, dolorose e imperdonabili». E’ il cuore di un ragionamento affrontato da Will Smith più o meno a caldo, dopo quel gesto pesante quanto sconsiderato: un ceffone in diretta, davanti a centinaia di milioni di telespettatori, quando la sera stessa sta per essere certificata con la consegna del suo primo Oscar. Il conduttore, anche lui nero, Chris Rock, una raffica di battute, qualcuna evitabile, ne fa una di cattivo gusto proprio sulla moglie di Smith che ha una alopecia («…con quella pelata potrebbe interpretare il secondo capitolo di Soldato Jane»). Da qui la reazione sproporzionata dell’attore, seduto a pochi metri dal presentatore. Will Smith si alza, arriva a un passo da Chris Rock al quale rifila una forte sberla, di quelle con cui andare stesi per terra. Rock, impassibile, resta in piedi, incassa con un sorriso e una esclamazione («Wow!»), guarda il suo aggressore andare a sedersi e prosegue la serata. Non proprio come se nulla fosse accaduto. Da qui l’idea del provvedimento di espulsione per condotta violenta.

Insomma, tempi duri per un duro come Will Smith. E’ così che la star hollywoodiana di “Bad boys”, “Independence day”, “Men in Black”, “Alì” e tanto altro ancora, ora dopo ora sta perdendo fiducia e vicinanza dei colleghi. Non solo, ma anche credito e spazio nel mondo produttivo. Se l’Academy dovesse confermare la sospensione o l’espulsione di Smith dal “club” per lui sarà notte fonda. Potrebbe non avere nemmeno più proposte per uno spot pubblicitario.

Foto Ladonna.it

Foto Ladonna.it

PUNTUALE “IL FATTO”

In un ottimo articolo de Il Fatto Quotidiano, viene ripreso un passaggio di “Hollywood Reporter” (insieme con “Variety” il giornale cinematografico americano più importante). Potrebbe risultare un caso, scrive HR, ma a Smith è appena saltato un film (“Fast and loose”) un thriller nel quale Smith sarebbe dovuto essere l’interprete principale. La produzione Netflix pare fosse in fase avanzata, spiega HR, ma ad un certo punto all’agente dell’attore è stato comunicato che il progetto per ora è in stand-by. Coincidenza, ma sicuramente non un buon segno. “Fast and loose” era stato bloccato pochi giorni prima della Notte degli Oscar, ma forse dopo quanto accaduto, Netflix ha fermato la preproduzione di “Fast and loose”. Nonostante la statuetta appena vinta da Will Smith, avrebbe impreziosito e pubblicizzato in maniera esponenziale la serie tv. Ma negli Stati Uniti su certe cose sono intransigenti.

Uno dei personaggi di spicco del cinema, Silvio Muccino, che ha diretto Smith in due film, come riporta Il Fatto Quotidiano, è intervenuto con un lungo e affettuoso post, non privo di un’analisi e una riflessione. Come dovrebbe essere quando si è amici. Dunque, nessuna frase fatta, massima solidarietà o parola simili. Solo una riflessione, come si dice, ad alta voce.

Foto Corriere.it

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CARO AMICO TI SCRIVO…

«Ho scritto a Will – racconta il regista italiano – lo immagino devastato. E mi sembra ancora impossibile che tutto ciò sia successo veramente, a lui?! A Will?! Non c’è momento in cui non mi chieda come stia. Sotto la gogna del mondo intero. Una vita intera dedicata a diventare una stella del firmamento con rigore, studio, disciplina, serietà, professionalità. E quindici secondi per polverizzare tutto, perché questo è successo».

«Lui che ragiona sempre così attentamente su tutto – prosegue Muccino – non ha senso quello che gli è accaduto, però è accaduto, è irreversibile, incancellabile, e lui ne è l’unico responsabile. E io che a Will ho voluto e voglio bene davvero, non riesco a fare pace col fatto che si sia fatto saltare in aria così, senza motivo, con l’Oscar che sapeva, era nell’aria, lo aspettava a distanza di minuti». Non ci sono scuse che tengano. Si fosse violentemente sentito offeso dalla battuta di Will Rock, avrebbe potuto dare mandato ai suoi legali, trascinare il comico in Tribunale. Ma la violenza fisica, quella proprio no. Ci spiace Will, quella sberla così forte e assordante è come se te la fossi data da solo cento volte. Fa male a noi, che ti adoriamo come attore, figurarsi a te, in questo momento.