«Non fate gli scapoloni!»

Papa Francesco al simposio internazionale sul sacerdozio

«Non cadete in tentazione. Senza amici e preghiera diventa un peso insopportabile. Dove funziona la fraternità e ci sono legami di vera amicizia. È possibile vivere con più serenità anche la scelta celibataria»

Simposio internazionale. Fra temi e titoli principali: «Per una teologia fondamentale del sacerdozio, cosa ci si può attendere nell’attuale contesto storico, dominato dal dramma degli abusi sessuali perpetrati da chierici?». Nell’Aula Paolo VI apre i lavori papa Francesco. È un discorso che colpisce subito per le parole con cui introduce il suo intervento. «Non so se queste riflessioni – dice Sua Santità – siano il “canto del cigno” della mia vita sacerdotale, ma di certo posso assicurare che vengono dalla mia esperienza: troppo spesso abbiamo dato dell’obbedienza un’interpretazione lontana dal sentire del Vangelo». L’obbedienza, spiega il papa, in una cronaca puntuale di Domenico Agasso per La Stampa, non è un attributo disciplinare ma la caratteristica più profonda dei legami che ci uniscono in comunione: obbedire significa imparare ad ascoltare e ricordarsi che nessuno può dirsi detentore della volontà di Dio, e che essa va compresa.

Fonte Facebook Francesco Bergoglio

Fonte Facebook Francesco Bergoglio

CONFRONTARSI CON GLI ALTRI

Secondo papa Francesco questo atteggiamento di ascolto permette di maturare l’idea che nessuno è il principio e il fondamento della vita, ma ognuno deve necessariamente confrontarsi con gli altri. «Le vicinanze possono provocare ogni tentazione di chiusura, di autogiustificazione e di fare una vita “da scapolo”, o da “scapolone” – e quando i preti si chiudono, si chiudono, finiscono “scapoloni” con tutte le manie degli “scapoloni”, e questo non è bello. Questa vicinanza invita, al contrario, a fare appello ad altre istanze per trovare la via che conduce alla verità e alla vita».
Nel suo lungo intervento sul tem dell’obbedienza, che prima fa sorridere e un attimo dopo scuote i presenti, papa Francesco passa dall’idea di “scapolone” a quella di celibe che senza amici sarebbe un peso insopportabile. «Dove funziona la fraternità sacerdotale e ci sono legami di vera amicizia, lì è anche possibile vivere con più serenità anche la scelta celibataria. Il celibato è un dono che la Chiesa latina custodisce, necessita di relazioni sane, di rapporti di vera stima e vero bene che trovano la loro radice in Cristo: senza amici e senza preghiera il celibato può diventare un peso insopportabile e una controtestimonianza alla bellezza stessa del sacerdozio».

SACERDOTI, INVIDIA, BULLISMO

Il Papa parla anche delle molte crisi sacerdotali che hanno all’origine proprio una scarsa vita di preghiera, una mancata intimità con il Signore. «Senza l’intimità della preghiera – spiega Francesco – della vita spirituale, della vicinanza concreta a Dio attraverso l’ascolto della Parola, la celebrazione eucaristica, il silenzio dell’adorazione, l’affidamento a Maria, l’accompagnamento saggio di una guida, il sacramento della Riconciliazione, senza queste “vicinanze” concrete un sacerdote è, per così dire, solo un operaio stanco che non gode dei benefici degli amici del Signore».
Tra i sacerdoti si annida invidia, qualche episodio di bullismo. Non di quelli che si raccontano quotidianamente, ma qualcosa di simile. Per tendere alla fraternità occorre imparare la pazienza, che è la capacità di sentirci responsabili degli altri, di portare i loro pesi, di patire in un certo senso con loro.
«L’invidia è tanto presente nelle comunità sacerdotali. Non tutti i sacerdoti sono invidiosi, no, ma c’è la tentazione dell’invidia a portata di mano. Stiamo attenti, dall’invidia viene il chiacchiericcio. Ci sono forme clericali di “bullying”. L’amore fraterno non cerca il proprio interesse – dice Sua Santità – l’amore vero si compiace della verità e considera un peccato grave attentare alla verità e alla dignità dei fratelli attraverso le calunnie, la maldicenza, il chiacchiericcio»

Che tesoro sei!

Craco, cittadina-fantasma di grande fascino

Negli itinerari suggeriti dai siti più autorevoli (Siviaggia) figura questa località lucana. Spazzata via da una frana e un terremoto, risorta grazie al cinema. Un luogo che ha ispirato Francesco Rosi, Mel Gibsone Rocco Papaleo

Lo ha detto la CNN. Gli americani, gli stessi che hanno incoronato negli ultimi anni la Puglia come la regione più bella al mondo, ci riprovano. In realtà l’autorevole network è stato saltuariamente anticipato da riprese cinematografiche di Francesco Rosi e Mel Gibson, dallo stesso Rocco Papaleo che qui è di casa. In sostanza, però, quando si parla di luoghi abbandonati sparsi nel mondo, nello stesso momento anche carichi di suggestioni, anche in questo caso dobbiamo dare atto che gli americani ovunque pescano bene.
Così fra i siti speciali, diventati una delle attrazioni irrinunciabili per molti viaggiatori e segnalati dal più autorevole sito turistico, come “Siviaggia.it”, uno dei più belli si trova proprio in Italia. E nemneno tanto lontano da qui.
Infatti, alludiamo a Craco, cittadina-fantasma immersa in Basilicata.
La fine ha “inizio” nel 1963, quando il centro storico di Craco viene evacuato. Una frana di vaste proporzioni lo rende quel borgo-fantasma che sarà celebrato anche dagli strumenti di informazione internazionali.

Foto isassidimatera.com

Foto isassidimatera.com

UNA SCIAGURA…

Gli abitanti avevano provato a non abbandonare del tutto la zona, ripiegando nella valle sottostante: Craco Peschiera. Una decina di anni dopo un alluvione peggiorò la situazione, impedendone una possibile ripopolazione, fino al colpo di grazia inflitto dal terremoto del 1980. Come racconta il sito “Siviaggia.it”, Craco vecchia viene abbandonata, trasformandosi in un presepe senza vita. “Del borgo antico resta oggi uno scenario di bellezza quasi irreale – si legge – una storia rimasta in sospeso e una leggenda inquietante; aggrappato su una collina di roccia biancastra, a metà strada tra le montagne e il mare, Craco è a non più di cinquanta chilometri da Matera”.
“Graculum”, che sta per “piccolo campo arato”. Nel Medioevo, in origine fu prima un importante centro strategico militare, grazie al suo celebre torrione che domina la valle dei fiumi Cavone e Agri, poi sede di una universitas. Nel 1881, riporta “Siviaggia.it”, la popolazione aveva superato la soglia dei duemila abitanti. Verso la fine del XIX secolo, il perimetro urbano aveva raggiunto la sua massima espansione, contando numerosi palazzi nobiliari in vari punti del paese, di particolare bellezza architettonica: il municipio, le scuole, il cinema, le botteghe artigiane e il convento dedicato a San Pietro, edificato nel 1630.
Poi accade che da borgo fantasma diventi luogo di riprese cinematografiche. Diversi sono i film ambientati in questo scenario rimasto comunque suggestivo.

Foto e-borghi.com

Foto e-borghi.com

…E LA “RINASCITA”

Nel 1979, il grande Francesco Rosi gira proprio qui scene del film “Cristo si è fermato a Eboli”, magistralmente interpretato da Gian Maria Volonté. Nel 2004, questi luoghi ispirato anche il grande attore-regista Mel Gibson, che nel 2004 ambienta il suicidio di Giuda, una delle scene più toccanti de “La passione di Cristo” (protagonista Jim Caviezel). Fino a “Basilicata coast to coast” di e con Rocco Papaleo (da noi intervistato) girato in questi luoghi nel 2010.
Una decina di anni fa il Comune di Craco ha inaugurato un breve itinerario che permette di esplorare il borgo in sicurezza, percorrendone il corso principale fino a quello che rimane della vecchia piazza, sprofondata a causa della frana. Successivamente, l’itinerario è stato arricchito con la visita nel cuore del paese fantasma, allungandosi sotto l’imponente Torre Normanna dell’XI secolo. Una suggestione all’interno dell’altra. Immagini che fermano natura e tempo e dei quali è bene riappropriarsi per goderne anche le bellezze. Una città che continua ad esistere nonostante le avversità e che ha saputo riscattarsi fino a diventare uno dei borghi del nostro Sud più belli al mondo.

«Diavolo in me…»

Hachim Mastour, dal Milan in poi

Una storia fatta di emozioni, racconta il calciatore, centrocampista e attaccante che ha cominciato con i rossoneri dei quali è tifoso. «Rifarei tutto quello che ho fatto, come ripartire dalla Reggina e da una piazza calda come quella della squadra calabrese». Marocchino, nato a Reggio Emilia, è stato il più giovane debuttante con la maglia della Nazionale del suo Paese: non aveva nemmeno diciassette anni. Qualcosa è cambiato, ma non è detto che certi amori non tornino

Foto Alfredo Pedullà

Foto Alfredo Pedullà

Per i molti ragazzi ospiti del nostro Centro di accoglienza, se c’è una disciplina sportiva dalla quale sono affascinati, questa è il calcio. Lo amano, lo vivono, talvolta anche troppo. Diciamo con il tifo giusto. Urlano, gioiscono, non condividono le posizioni tecniche, ma poi alla fine si stringono la mano da buoni amici. Una partita di calcio è emozione, d’accordo, ma alla fine è sempre qualcosa che nasce e deve restare lì, in quel perimetro, sessanta per centodieci metri, grossomodo. Di recente molti ragazzi hanno seguito la finale di Coppa d’Africa vinta dal Senegal, che ai calci di rigore dopo i tempi supplementari ha avuto la meglio sull’Egitto, l’altra squadra finalista. E’ stato un momento molto bello. Quella finale è stata l’occasione per parlare con alcuni di loro, appassionati di calcio e delle storie legate a questo sport. E’ più forte di loro, e di noi, quando in una storia c’è quel colpo di tacco, i ragazzi la seguono con emozione.
I ragazzi sono affascinati dalle storie, non solo quelle importanti, a lieto fine. Pongono attenzione anche a storie che vorrebbero finissero in altro modo, non con il magone, bensì con un sorriso. Ma la vita, e questo i ragazzi lo sanno, è fatta di alti e bassi. Può andare bene, le congiunzioni astrali – si dice – possono essere quelle giuste e, dunque, tutto fila liscio. Qualche volta, e anche questo i nostri fratelli lo sanno, qualcuno può inciampare in una pietra, un ostacolo imprevisto. Poco male, si riparte. Si raccolgono le proprie forze e via, ad accarezzare sogni mettendoci quell’impegno che deve esserci in qualsiasi cosa si faccia. Anche il calcio, a suo modo, spiega quanto sia importante come nella vita – per esempio – il gioco di squadra, non essere egoisti, saper riconoscere la forza dell’avversario, esultare per un colpo a sensazione di un compagno o riconoscere il gesto atletico con un applauso.

Foto Calciomercato.com

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DEBUTTO CON DOPPIETTA

E veniamo alla storia di quest’oggi. Lui è Hachim Mastour, ventitrè anni, nato a Reggio Emilia. Calciatore marocchino con cittadinanza italiana, parte dalle giovanili del Milan: debutta contro l’Albinoleffe, segna due gol. Titoli cubitali sui giornali, è nata una stella. Poi qualcosa si inceppa. Secondo qualcuno nella testa e nelle gambe del ragazzo, che a nostro avviso resta un grande talento. Vedremo. Intanto ci piace raccogliere battute prese un po’ qua e un po’ là. Come un video postato dalla Reggina, società calabrese dalle antiche tradizioni calcistiche, compresi campionati nella massima serie.
E’ lo stesso calciatore marocchino, il più giovane debuttante con la maglia del suo Paese (diciassette anni), a raccontarsi. «Per me il calcio è tutto – spiega Mastour – l’ho sempre avuto nella mente fin da bambino, per me non esisteva altro divertimento che non fosse il calcio: studiavo e pensavo al calcio, finivo i compiti e incontravo i compagni di scuola, ci dividevamo in due squadre e via, a prendere a calci un pallone. In famiglia, quattro in tutto, mamma e una sorella, era papà ad essere appassionato quanto me, se non di più, di calcio: quante partite vedevamo insieme e tutte le volte ci trovavamo d’accordo su questo e quel campione, questo o quel gol. E non solo: fu papà a pronosticare per me una carriera professionale da calciatore».

Foto Calciomercato.com

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POI UN PASSO INDIETRO

Papà ci aveva azzeccato. Di Mastour si interessa il Milan, una delle squadre più blasonate al mondo. «E’ stata la mia occasione: qualcuno mi ha detto che forse è stato un errore cominciare dall’università del calcio, invece di sgobbare sui campi di calcio di categoria inferiore, dove compagni e avversari non fanno complimenti: dei primi devi guadagnarti la fiducia, dagli altri il rispetto. Che ricordi ho del Milan? Indelebili, amo quei colori, ogni volta che guardo quel Diavolo in tv, mi emoziono, lavoro sodo perché un giorno possa tornare a vestire una volta quei colori».
Ci balena in testa la canzone di Zucchero, “Diavolo in me”, un rock-blues allegro. Hachim la conosce certamente, a Milanello erano in molti a cantarla, a cominciare dai tifosi che lo sostenevano e non lo hanno dimenticato. Arrivano le esperienze all’estero: Spagna, Olanda e Grecia. «Non è affatto semplice, credetemi: quando sei ancora un ragazzo staccare di colpo con la famiglia e gli amici, diventa dura: certo, meglio fare il calciatore che altri mestieri usuranti, talvolta sottopagati e per diciotto ore al giorno: di storie ne ho sentite… Ma non nascondo che sognavo una carriera in Italia, magari dal Milan in prestito ad altre squadre a farmi – come si dice – le ossa e poi tornare in rossonero. Detto della nostalgia, se sei bravo anche dal dolore riesci ad imparare e a crescere: per me è stato così».
Sulla sua strada la Reggina due volte, in mezzo il Carpi. Mastour rifarebbe tutto allo stesso modo. «Le scelte che ho fatto fino ad oggi mi hanno aiutato a crescere: se mi si chiede quali aspettative io abbia oggi, sicuramente fare bene con la Reggina, che milita in B, giocare fra i professionisti: la società ha obiettivi di crescita e io proverò a essere parte del progetto. Ottimo il rapporto con società, compagni e mister. Ho avuto proposte anche dall’estero, volevo restare in Italia, Reggio Calabria è una piazza importantissima per fare calcio e ripartire…».

Ex Ilva, interviene l’Onu

Un documento di ventuno pagine condanna il siderurgico

Non sarebbe rispettata la salute dei cittadini che abitano nelle vicinanze dell’acciaieria. È uno dei luoghi, è scritto, fra i più degradati in Europa. Operazioni di bonifica in grave ritardo.

Foto TGcom24

Foto TGcom24

C’è il rapporto Onu sull’ambiente a proposito di quanto provocato al territorio dallo stabilimento siderurgico di Taranto, oggi Acciaierie d’Italia. L’ex Ilva, riporta il documento, sarebbe tra i luoghi più degradati in Europa occidentale.
Riprende il documento il Corsera, accostando l’area industriale tarantina alle peggiori zone inquinate del mondo a causa di insediamenti industriali.
Il diritto a un ambiente salubre, viene riportato nel rapporto in questione, potrebbe essere garantito solo se si limitasse l’utilizzo di sostanze tossiche che colpiscono le persone più vulnerabili.
Evidentemente ciò non accade a Taranto, dove le operazioni di pulizia e bonifica dovevano iniziare nel 2021 ma sono state rinviate al 2023, con azioni dei diversi governi che permettono all’impianto di funzionare non tenendo conto neanche della sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo con la quale l’Italia, nel 2019, è stata condannata per aver violato il diritto al rispetto della vita privata e familiare di alcuni cittadini».

Foto La Stampa

Foto La Stampa

DIRITTI UMANI IGNORATI

La notizia, scrive il Corriere della sera, viene ripresa da una sintesi del rapporto di ventuno pagine scritto dal relatore speciale delle Nazioni Unite, David R. Boyd, sugli obblighi in materia di diritti umani relativi al godimento di un ambiente sicuro, pulito e sostenibile, d’intesa con il Relatore speciale Marcos Orellana sulle implicazioni per i diritti umani della gestione e lo smaltimento di sostanze e rifiuti pericolosi.
Il rapporto annuale, intitolato “Il diritto a un ambiente pulito, salubre e sostenibile: ambiente non tossico” è stato approvato dal Consiglio per i diritti umani dell’Onu il 12 gennaio 2022.

Cosa significa. La produzione di acciaio derivante da sessant’anni di funzionamento dell’impianto a ciclo integrale, alimentato ancora oggi a carbone, secondo gli esperti delle Nazioni Unite ha compromesso la salute dei cittadini e violato i diritti umani per decenni, provocando un grave inquinamento atmosferico. I residenti che vivono nelle vicinanze dell’impianto «soffrono – è riportato nella sintesi – di malattie respiratorie, cardiache, cancro, disturbi neurologici e mortalità prematura».

Foto Acistampa

Foto Acistampa

UNA CITTÀ SOFFERENTE

È una conferma autorevole di un’istituzione internazionale di quanto i tarantini vivono e soffrono sulla loro pelle da decine di anni nei quali sono stati statisticamente provati gli aumenti di patologie e decessi collegabili all’inquinamento atmosferico e agli agenti nocivi presenti nell’ambiente.
Il rapporto dell’Onu, riprende il Corsera, sollecita i governi a realizzare interventi che portino a un inquinamento zero per impedire non solo il deterioramento dell’ambiente, ma anche gravi diseguaglianze sociali che portano a zone del mondo in cui diritti, come quello alla salute, sono compromessi proprio a causa del degrado ambientale e della presenza di siti contaminati in comunità svantaggiate.
Lo scorso ottobre, il Consiglio per i diritti umani ha adottato la risoluzione 48/13 nella quale, per la prima volta, si riconosce a livello globale «il diritto umano a vivere in un ambiente pulito, sano e sostenibile».

«All’inferno e ritorno»

Piero Pelù, sessant’anni, si confessa

Il leader dei Litfiba ammette debolezze, ma anche quel pizzico di fortuna che lo ha tenuto per quarant’anni sulla cresta del rock. «Se penso a quanti della mia generazione non ci sono più a causa dell’eroina, mi sento un miracolato», dice l’artista in procinto di partire con “L’ultimo girone”, titolo dantesco non a caso. «Quella robaccia è stata il nostro Vietnam negli Anni 80: la odiavo e, oggi, ho come la sensazione che che stia tornando di nuovo e i ragazzi di oggi non sappiano cosa in realtà significhi quel “viaggio”».

Foto Il Messaggero

Foto Il Messaggero

«Sessanta e non sentirli», Piero Pelù, incarnazione del rocker che più rocker non si può, ha appena superato la soglia del suo sesto decennio «vissuto più o meno pericolosamente, anzi senza “meno”: vissuto pericolosamente». Il bello del cantante dei Litfiba è che non gira mai intorno a un discorso, gli piace andare dritto al nocciolo. Al sodo, insomma. E quel c’è di sodo nel suo ultimo bilancio è una vita da rocker, fra mille tentazioni e qualche esagerazione di troppo. «L’inferno, per esempio – dice – se penso a quanti della mia generazione non ci sono più a causa dell’eroina, mi sento un miracolato». Pelù, come spesso gli accade, si è raccontato senza freni dando quelli che in gergo i giornalisti chiamano “titoli”. Impegnato con i Litfiba nelle prove del tour “L’ultimo girone”, si è raccontato al Corriere della sera. Un lungo articolo, un bel corpo a corpo, nel quale il giornalista del Corsera non si è fatto mancare nulla, dando risposta a qualsiasi interrogativo. Dall’altra parte un artista disponibile, intelligente, sensibile che vuole “dire cose” che possano essere di insegnamento ai suoi fan. Ma anche a chi legge le colonne, il sito del “Corriere” a ha voglia di sapere qualcosa di più di questo giovanotto di appena sessant’anni. «Abbiamo toccato corde che non pensavamo – confessa – ciò che sentivamo noi, sentiva il pubblico: non ho mai fatto musica per far denaro, anzi mettiamola così: era il solo modo per salvarmi dal mio disagio, dalla mia inadeguatezza, dalla mia ombrosità, dalla mia solitudine, dalla mia timidezza».

Foto Radio Capital

Foto Radio Capital

L’ULTIMO GIRONE…

Toscano di Firenze, come l’altra parte dei Litfiba, Ghigo Renzulli, stanno facendo le prove del tour “L’ultimo girone”, qualcosa che ha il sapore dantesco, come l’inferno. Quel girone fatto di fuoco e fiamme è la droga, la peggiore dei suoi tempi: l’eroina. Quella robaccia che ha fulminato rocker e attori, artisti che non si risparmiavano niente, anche se poteva sembrare un solo biglietto di andata.

Il tempo non passa solo per Vasco. «Lui di anni ne ha settanta: come Mick Jagger e Iggy Pop – rivela al Corriere della sera – resta un bel punto di riferimento: significa che qualche annetto posso andare ancora avanti». Parla di Sanremo, il frontman dei Lifiba. «Nel 2020, quaranta anni di carriera, volevo provare un palco sul quale non ero mai stato, e così vada per Sanremo…».

«Credo solo nel partito del rock’n’roll», risponde Pelù quando gli viene chiesto se non si sente ancora di sinistra e se non gli dispiace la rielezione di Mattarella. «A sinistra c’è rimasto solo il presidente, tutto è andato in fumo», si riferisce agli ideali, i valori. A proposito di Sanremo, più di venti anni fa proprio lì conobbe la Carrà «che mi fece fare un monologo sulle mine anti-uomo, quando non si usava parlare d’altro, come oggi: da allora l’ho amata svisceratamente, tanto più che a “The Voice”, il talent nel quale eravamo giurati, facevamo coppia fissa».

Foto InToscana

Foto InToscana

«COME FOSSIMO IN GUERRA»

Dante, la citazione, l’inferno, l’ascensore per arrivarci l’eroina. «E’ stata il nostro Vietnam negli Anni 80, a causa dell’eroina ho perso un fratello, Ringo De Palma: la odiavo e, oggi, ho come la sensazione che che stia tornando di nuovo e i ragazzi di oggi non sappiano cosa in realtà significhi quel “viaggio”».

Breve parentesi. A Taranto abbiamo incontrato Pelù insieme alla moglie, Gianna Fratta, pianista e grande direttrice d’orchestra. E pensare che non sembrava uno destinato alla vita coniugale. Invece «se trovi una donna con cui hai così tanti punti in comune, uno scambio continuo così profondo e sincero, perché non sposarsi?» Di un errore in particolare non parla, gioca al rialzo. Sarebbe sciocco ammettere di aver commesso un solo errore. E allora, vada per «…ne ho fatti talmente tanti, ma non rinnego niente: se oggi sono qua e, forse, anche a causa di quegli errori». La fortuna è saperli riconoscere al solo fiuto, al solo sguardo e svoltare fino a quando si è ancora in tempo. Ecco Pelù, l’ultimo dei rocker. A proposito di band e Sanremo, i Maneskin. «Nonostante il successo esagerato è un gruppo che si migliora sempre: impressionanti».