Jasha, un italiano al Bolshoi

Jacopo Tissi, etoile a Mosca

Quanto sta accadendo in Ucraina fa porre domande. Ma l’arte prende le distanze dalla politica. In attesa di conoscere gli sviluppi del conflitto e delle trattative di pace sulla strada Russia-Ucraina, ecco la parabola del successo dell’erede di Roberto Bolle. Corriere della sera, Repubblica e la Gazzetta dello sport elogiano le sue evoluzioni

«Dico ai genitori che dubitano: abbattiamo le barriere, un figlio che sceglie l’arte, trova un mestiere speciale, dategli fiducia; i ragazzi che non hanno la fortuna di avere il sostegno dei genitori, devono credere ancora di più in sé stessi e cercare il supporto di parenti e amici. Il cammino è lungo». Così, Jacopo Tissi, italiano, etoile del Bolshoi, al Corriere della sera, per spiegare quanto sia complicato farsi strada nel mondo della danza classica, in apparenze tutta applausi e lustrini. E invece, minimo duecento rappresentazioni l’anno. Dovesse mollare, anche in un momento così critico – inutile nascondersi che la guerra sferrata dalla Russia contro l’Ucraina fa porre al grande ballerino più di una domanda – ce ne sarebbero dieci, cento, disposti a prendere il suo posto, a qualsiasi costo. Anche a costo di ulteriori sacrifici.

Per Jacopo bellezza e presenza non sono sufficienti per diventare una étoile. Occorre essere un vero atleta, prosegue Corsera, e, allo stesso tempo, anche un grande artista, perché la danza è un mix in cui il corpo e la perfezione del movimento sono al servizio dell’arte.

Jacopo Tissi è considerato l’erede di Roberto Bolle, simile a lui per bravura e aspetto fisico che lo rendono perfetto nel ruolo del Principe, una delle figure più ricorrenti in gran parte dei balletti. La sua avventura di étoile di uno dei teatri più importanti al mondo, il Bolshoi di Mosca, era cominciata a gennaio.

Foto corriere.it

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LA BELLEZZA NON BASTA

In numerose interviste Tissi ha ripetuto che «anche se aiuta, la bellezza non è nulla nella danza se non ci sono anche l’ostinazione, la perseveranza e la dedizione totale a questa disciplina: fondamentale deve essere la costanza negli allenamenti e nelle prove». Tissi, al Bolshoi, si è esibito di recente nella “Raymonda” e ne “Il lago dei Cigni”, balletto grazie al quale ha cominciato ad appassionarsi alla danza.

La folgorazione a soli cinque anni. Mentre guarda in tv “Il Lago dei Cigni”, Jacopo ha come una folgorazione. Chiede ai genitori di seguire delle lezioni di danza. La sua famiglia asseconda le sue richieste, lo sostiene, lo incoraggia. Quando il direttore del Bolshoi, a fine dicembre, al termine dello “Schiaccianoci” in cui Jacopo ha interpretato, nemmeno a dirlo, il Principe, ha annunciato che lo avevano eletto a furor di popolo l’étoile del teatro moscovita, i genitori del ballerino italiano erano lì con lui. «Non ti sei mai accontentato – ha ripreso il Corriere della Sera facendo sintesi di una dichiarazione della mamma di Jacopo – delle situazioni comode e hai scelto la strada più difficile: questa la ricompensa che meriti».

Jacopo ha poi dichiarato al “Corriere” quanto sia importante il sostegno della famiglia. «Papà, mamme, non fatevi assalire da dubbi: un figlio che sceglie l’arte trova un mestiere speciale, dategli fiducia». E, ancora: «I ragazzi che non hanno la fortuna di avere il sostegno dei genitori, devono credere di più in se stessi e cercare il supporto di parenti e amici, perché il cammino non è semplice: è lungo».

Foto ilmattino.it

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A UNDICI ANNI ALLA “SCALA”

La sua biografia spiega il percorso intrapreso dal ballerino italiano. Tissi ha preso le prime lezioni da bambino in una scuola di danza privata della sua città, Landriano, in provincia di Pavia, dove è nato nel ‘95. A undici anni è entrato nella Scuola di Ballo del Teatro alla Scala dove nel 2014 si è diplomato con lode. L’anno dopo ha danzato al Vienna State Ballet, diretto da Manuel Legris (che ora dirige la Scala), poi nel 2015-2016 è tornato a Milano, diretto da Makhar Vaziev che nel 2016 lo ha poi portato con sé nella compagnia del Bolshoi, primo italiano a essere scelto per il teatro russo. A Mosca, in pochissimo tempo, Jacopo Tissi è stato promosso da ballerino aggiunto a primo ballerino e poi ha raggiunto il grado più alto, quello di étoile.

La vita di Jacopo Tissi è stata finora scandita da lezioni di danza al mattino con il suo coach personale Alexander Vetrov , poi tante ore di prove per preparare gli spettacoli, che al Bolshoi sono numerosissimi, si balla per duecento giorni l’anno. Anche dopo la fine delle prove, Jacopo restava in sala per perfezionare passi e combinazioni o ripassare la coreografia, lavorare su qualche parte del balletto e studiare il personaggio e farlo proprio. E al di fuori della sala prove studia i personaggi riguardando i balletti del passato e come sono stati interpretati dai più grandi ballerini della storia della danza, poi, ovviamente, cerca di aggiungere qualcosa di suo. Infatti, come ha detto in una intervista a Repubblica, «più che bello e bravo, danzando devi essere speciale. Il che non vuol dire perfetto. Bisogna essere qualcuno che colpisce e resta».

E il lavoro in palestra. Fondamentale anche quello, almeno due giorni a settimana, e i risultati, sul suo fisico di un metro e novanta centimetri di altezza si vedono tutti.

Foto Il Pendolo

Foto Il Pendolo

IL RUSSO IN PUNTA DI PIEDI

Pendolare per otto anni Jacopo si è mosso tra Landriano e Milano. Niente in confronto a quello che ha dovuto fare quando a venti anni è arrivato a Mosca. Inizio non semplice. Ambientarsi a un inverno particolarmente freddo che noi italiani non possiamo nemmeno immaginare, e abituarsi a un cibo completamente diverso dal nostro, non è stato semplice. Tutto è cambiato, in meglio, non appena ha imparato a parlare russo. Perfettamente integrato a Mosca, Tissi oggi ha tantissimi fan che lo chiamano Jasha perché, dice, «Jacopo? Troppo difficile da pronunciare per un russo». Lì, in Russia, non tutti lo sanno: i ballerini sono delle star al pari dei più grandi atleti e hanno i loro tifosi, esperti di balletto, li seguono e vanno a vederli ovunque ci sia una rappresentazione.

Un elemento su Jacopo ce lo dà ancora un altro quotidiano, sportivo. La Gazzetta dello sport, la voce più autorevole in fatto di calcio e “altri mondi” (pagine che hanno avuto un certo successo fra i lettori della Rosea). Qual è la notizia. Bene, a fare compagnia alla popolare etoile c’è Leo, un volpino, arrivato nella primavera di due anni fa, dopo che Tissi aveva perso Jedy, la cagnolina che gli aveva fatto compagnia per anni.

Nel frattempo Tissi è diventato anche una star del web. Durante la quarantena ha mostrato ai suoi follower la sua giornata-tipo. che Comincia con un caffè, per proseguire con tante flessioni, esercizi alla sbarra, pasti sani ed equilibrati che si sa preparare da solo e relax con qualche lettura. Questo è, oggi, Jacopo Tissi, italiano, stella del firmamento russo che oggi deve vedersela nel rispondere, quando può, a domande a volte anche fuori luogo. Di questo, sempre in questi spazi, ne abbiamo già scritto. Guerra bocciata a prescindere, oggi uno spargimento di sangue, in nome di qualsiasi fede, non solo politica, non solo è fuori luogo, ma è fuori dal tempo.

«Questione di principio»

Anna Netrebko, russa, star della lirica mondiale, diserterà la Scala

«Non è giusto costringere una artista a dare voce alle proprie opinioni politiche e a denunciare la sua patria», aveva dichiarato. «Sono contraria a questa guerra: ho molti amici in Ucraina e la pena e il dolore ora mi spezza il cuore: questo è ciò che spero e per cui prego», aveva aggiunto. Più chiaro di così.

Foto: Il Primato Nazionale

Foto: Il Primato Nazionale

Dopo quanto accaduto al suo collega, il direttore Valery Gergiev, sospeso per non aver preso le distanze dal presidente Putin che nei giorni scorsi ha invaso e bombartadto l’Ucraina, interviene Anna Netrebko. La posizione del soprano russo è netta, anche se per certi versi condivisibile (ma solo per certi versi): non vuole essere costretta a prendere posizione sulla politica del suo presidente. Insomma, l’arte è una cosa, la politica – anche quando ha poco a che spartire con la democrazia, specie spiegata con il fuoco dei carri armati e già duemila vittime civili – sicuramente un’altra.

Insomma, sarebbe una questione di stile. La notizia ripresa dal TGCOM e spiegata agli spettatori delle reti Mediaset, non lascia scampo alle interpretazioni: il soprano russo Anna Netrebko, che avrebbe dovuto ricoprire il ruolo della protagonista del “Macbeth” alla Prima della Scala, attesa al teatro milanese il 9 marzo per “Adriana Lecouvreur”, non calcherà i palchi del Piermarini.

Foto: Milano.zone

Foto: Milano.zone

NIENTE GIRI DI PAROLE

Senza giri di parole e con insospettata personalità, la cantante lo ha spiegato comunicando la sua decisione dal suo profilo Instagram. Intanto definendo fake news le notizie sulla sua assenza legata a motivi di salute. Anche questa una decisione presa con carattere, senza girarci troppo intorno, ha preso – come si è soliti dire – il toro per le corna. Apre il suo intervento con un disarmante «Non verrò!». Le ragioni erano state palesate ancor prima di questo suo intervento. La cantante lirica queste sue ragioni le aveva già esternate in un post giorni addietro: «Non è giusto – aveva scritto – costringere una artista a dare voce alle proprie opinioni politiche e a denunciare la sua patria». Queste le sue ragioni. Nella sua mente l’artista può avere qualsiasi opinione, si diceva, ma costringere il soprano a sconfessare il suo presidente Putin, come se facesse outing, non va bene. In soldoni: la musica, l’arte, sono una cosa, la politica un’altra. Come se avessero imposto a un qualsiasi artista, calciatore, scrittore, di non frequentare questo o quel salotto, ma anche andare ad esibirsi in un Paese “non amico”. A ognuno il suo.

Ma poi, diciamola tutta, a proposito di quanto le è stato contestato, Anna Netrebko proprio nei giorni scorsi si era pronunciata contro la guerra. In un lungo post si era assunta la sue responsabilità, tanto che aveva scritto: «Prima di tutto: sono contraria a questa guerra; sono russa e amo il mio Paese ma ho molti amici in Ucraina e la pena e il dolore ora mi spezza il cuore. Voglio che questa guerra finisca e che la gente possa vivere in pace. Questo è ciò che spero e per cui prego».

Foto: L'Arena

Foto: L’Arena

COS’ALTRO DIRE?

Cos’altro avrebbe dovuto fare la grande cantante? CErte cose, nonostante ci si sforzi, non riusciamo a comprenderle. In cartellone, assieme al marito Yusif Eyvazov in “Adriana Lecouvreur” con la regia di David McVicar dal 9 marzo, la coppia aveva già saltato due prove organizzate ad hoc per loro, “formalmente” a causa di una indisposizione. Le cose non stavano proprio così.

In un altro lungo post la stella mondiale della lirica aveva anche aggiunto che «Obbligare artisti, o qualsiasi figura pubblica, a dar voce alle proprie opinioni politiche in pubblico e a denunciare la propria patria non è giusto; questa dovrebbe essere una libera scelta. Come molti dei miei colleghi, io non sono un politico, non sono una esperta di politica: sono una artista e il mio scopo è unire le persone divise dalla politica». Più chiaro di così. Dopo il post chiarificatore, circa la sua posizione “non politica”, la decisione ufficiale: niente palco della Scala. E non per motivi di salute, come ha puntualizzato Anna Netrebko, bensì per una questione di principio.

«Ricomincio dall’Italia»

Sekou, una famiglia infamata, la fuga verso il nostro Paese

«Mio padre inghiottito da una di quelle “prigioni del silenzio”. Mia madre morta lontano da casa, mio fratello scomparso in mare in prossimità delle coste italiane. Mi resta mia sorella che sogno di riabbracciare. Intanto studio da insegnante, adoro la cultura»

Foto: Redattore Sociale

Foto: Redattore Sociale

«Sono arrivato in Italia quattro anni fa; avrebbe dovuto raggiungermi mio fratello, che mi aveva aiutato a mettere insieme la somma utile per il viaggio dalla Libia in Italia: non potrò più riabbracciarlo, il suo viaggio della speranza è finito in mare; qualche ora prima, il suo ultimo messaggio in vista delle coste italiane». Sekou, guineano, ventotto anni, titolo di studio scuola superiore, racconta la sua storia fatta di toni drammatici.

La vita non gli ha risparmiato immagini drammatiche. «Mio padre trascinato a viva forza in quelle che chiamiamo “prigioni del silenzio”, che poi significa sparire per sempre». Coltiva un sogno. «Fare l’insegnante, non mi impressiona lo studio: ho ricominciato dalla terza media, provando a dimenticare tutto quello che mi è accaduto in questi anni, ma, credetemi, non è facile». «Se mi piace l’Italia? Cosa posso dire di un Paese così bello, libero e rispettoso, sarebbe bello se un giorno ricominciassi proprio da qui»

Nel suo Paese esiste un forte conflitto etnico. Indossa un paio di occhiali, maschera a malapena il dolore mentre ricorda i particolari di quella. «I “miei” mi avevano aiutato a mettere insieme quei soldi che mi avrebbero permesso di lasciare la Guinea, Paese invivibile». Torna sul dramma vissuto dal papà, accuse infamanti che presto hanno sommato dolore ad altro dolore. «Mio padre, dicevo, un brutto giorno è stato prelevato con la forza e fatto letteralmente sparire: sapevamo come sarebbe andata a finire, nonostante quei militari che vennero a prelevarlo ci rassicurassero che, dopo un controllo, ci avrebbero restituito papà».

Foto: Avvenire

Foto: Avvenire

PAPA’ SI OPPONEVA ALLA VIOLENZA

«Facevamo una vita rispettabile – racconta Sekou – mio padre, commerciante, comprava e vendeva merce, alimentari, abiti; tutto scorreva nella normalità, andavo a scuola, studiavo con grande applicazione; il mio obiettivo era arrivare a un titolo di studio che mi permettesse di insegnare: amo la cultura e l’idea di poterne fare regalo agli altri».

«Mio padre, fatto sparire da un giorno all’altro, aveva un unico torto: non essere d’accordo con il partito, autoritario, che sarebbe andato successivamente al potere; così un brutto giorno, con un pretesto lo portarono via, in una di quelle che noi chiamiamo “prigioni del silenzio”: tre mesi dopo ci informarono che era morto: non si sa come, anche se lo intuimmo, non c’era da fare grandi ragionamenti: pensavamo alle sofferenze subite prima di chiudere gli occhi».

Da quel momento ogni tipo di accusa. «“Siete etiopi!”, ci urlavano contro, come se fosse un delitto essere nati altrove: io sono nato in Guinea; la mia parola contro quella di gente che aveva deciso di sopraffarci: in breve ci affamarono, non avevamo più risorse, era praticamente finita».

Ancora Sekou. «Mia sorella scappò con mia madre, piangevano a dirotto tutto il giorno: tempo dopo altra brutta notizia, anche la mamma era morta, non mi restavano che lei, mia sorella, e mio fratello più piccolo, scomparso successivamente in mare prima di arrivare sulle coste italiane, e quella gentaglia era riuscita a realizzare quell’obiettivo bestiale: annientare la nostra famiglia».

Foto: Calciomercato.com

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CIO’ CHE MI RESTA

Ciò che le resta della famiglia. «Sento spesso mia sorella un giorno ci riabbracceremo, ma su un territorio libero come l’Italia, che sento come fosse casa mia: libera e rispettosa, mi piacerebbe restare qui».

Spesso viene assalito da una grande nostalgia per il suo Paese e quei pochi familiari che gli restano. «Guardare al passato è un lusso che non posso concedermi, non voglio pensare e ripensare a quanto accaduto, devo provare a rimuoverlo; sento alcuni miei compagni di scuola, ma alla fine tocchiamo sempre quel tasto: la nostalgia di non stare insieme, un Paese letteralmente cambiato e la voglia, un giorno, di riabbracciarci, praticamente un sogno».

Quando stiamo per salutarci ci regala un’ultima emozione, uno sguardo alla sua infanzia. Ricomincia dal dolore, però. «Ho ereditato da papà l’amore per il calcio; quando con gli amici giocavo al pallone pensavo di essere una stella di una delle squadre più titolate d’Europa, il grande Milan, il Barcellona, il Real, il Liverpool: il campo era un perimetro in terra battuta, le porte ricavate da maglie e scarpe, tanto giocavamo a piedi nudi…».

Il desiderio di Sekou. «Ritrovare un giorno, in un agolo del cuore e della mente, anche un briciolo di spensieratezza: niente può restituirmi mio padre, nemmeno la giustizia, lo stesso mia madre o mio fratello, partito per l’Italia con il solo scopo di riabbracciarmi: con le lingue me la cavo, conosco inglese, francese e, benino ormai, l’italiano: la mia vita ricomincia da qui».

Guerre stellari

La Russia provoca dall’alto

«Spiegate al presidente Biden che un deorbit incontrollato potrebbe provocare la caduta di rifiuti cosmici sugli Stati Uniti o sull’Europa», tweetta un ufficiale russo. Il conflitto potrebbe spostarsi sui nostri cieli

Foto adnkronos

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Non sappiamo quanto durerà il braccio di ferro fra la Russia, che nei giorni scorsi ha invaso sanguinosamente l’Ucraina, e gli Stati Uniti, le forze della Nato e l’Unione europea. Tutti si augurano naturalmente che quanto stiamo assistendo in questi giorni non si trasformi in un incalcolabile conflitto da Terza guerra mondiale.

In queste ore il TGCOM sta disegnando scenari impensabili, ma in che in una guerra moderna potrebbero non essere troppo lontani dalla realtà. Roba da Guerre stellari, insomma, oppure da Giochi di guerra, senza andare troppo lontano da sceneggiature cinematografiche che di conflitti fuori dal normale ne aveva fatto film campioni d’incasso.

Dunque, non solo immagini da satelliti spia dal cielo, descrive il notiziario delle reti Mediaset. Gli squilli di guerra ai quali stiamo assistendo in questi giorni, a proposito del conflitto russo-ucraino pare stia scrivendo una nuova pagina nell’ambito della propaganda “spaziale”, che vedrebbe loro malgrado i pacifici astronauti in orbita, russi, europei e americani insieme da oltre vent’anni, a bordo della Stazione spaziale internazionale.

Foto Repubblica.it

Foto Repubblica.it

CHE SUCCEDE?

Cosa sta accadendo. Pare che il capo dell’Agenzia spaziale russa (Roskosmos), Dmitry Rogozin, documenta TGCOM, abbia risposto alle sanzioni tecnologiche imposte dagli Stati Uniti dopo l’invasione dell’Ucraina, con una serie di messaggi minacciosi. «La Stazione spaziale internazionale – scrive Rogozin – potrebbe precipitare sugli USA, l’Europa o qualche altro Paese, ma non sulla Russia: siete pronti?». In guerra vale tutto, ma ha qualcosa di inquietante il tweet in questione, come riporta Repubblica. Sarebbe a dir poco sibillino, e anche un po’ provocatorio. Un tweet al veleno. «Biden – scrive Rogozin – ha affermato che le nuove sanzioni influenzeranno il programma spaziale russo. Ok. Restano da capire i dettagli: “Vuoi distruggere la nostra cooperazione sulla Iss? Oppure vuoi gestire tu stesso la Iss? Spiegate al presidente Biden che la correzione dell’orbita della stazione, per evitare pericolosi scontri con i rifiuti spaziali, con cui i vostri talentuosi uomini d’affari hanno inquinato l’orbita vicino alla Terra, è prodotta esclusivamente dai motori delle Navi cargo Progress MS. Se bloccate la cooperazione con noi conclude – chi salverà la Iss da un deorbit incontrollato e dal cadere sugli Stati Uniti o sull’Europa?».

Foto adnkronos

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CONCLUDENDO…

Insomma, riportano TGCOM e Repubblica, quando c’è da evitare detriti spaziali la Stazione spaziale sfrutta i motori delle navette cargo russe, le Progress, che sono attraccate al laboratorio orbitante. Senza quelle, un possibile impatto con un detrito spaziale potrebbe mettere a rischio la Stazione, che ospita americani, russi ed europei. Attualmente occupano la Iss quattro astronauti Nasa, due russi e un europeo dell’Esa di nazionalità tedesca.

Ma per la Nasa non si ventilerebbe alcun pericolo per la Stazione Spaziale: la guerra in Ucraina e le sanzioni non metterebbero in pericolo la Stazione Spaziale Internazionale, che prosegue normalmente le sue attività. Chiarisce il concetto il messaggio del portavoce della Nasa Joshua Finch.”La Nasa – dichiara – continua a lavorare con tutti i suoi partner internazionali, compresa l’agenzia spaziale russa Roscosmos, per garantire la sicurezza delle operazioni sulla Stazione Spaziale”. Sicuramente più diplomatico l’intervento che arriva dagli States, rispetto a quello un po’ spaccone del militare russo. Ma, si sa, a ognuno il suo. Meglio che a una guasconata qualcuno risponda in punta di penna. E’ solo il primo atto di un dramma che nessuno si augura possa assumere i contorni di una tragedia di statura mondiale.

«Smetto di giocare!»

Fofana, insulti razzisti durante una gara di Prima categoria

«Non è la prima volta: ho ricevuto insulti, sputi, me ne hanno dette di tutti i colori: non ci ho visto più e ho reagito; accade spesso, a volte piango…». Gran parapiglia, il ragazzo guineano espulso, giocatori a darsele di santa ragione. Ci piacerebbe leggere il referto: gara sospesa per insulti razzisti o per il parapiglia fra avversari?

Foto SportCampania.it

Foto SportCampania.it

«Negro di m…!», «Scimmia!», «Tornatene al tuo Paese!». E altro ancora. Ma a che gioco giochiamo? «Era dall’inizio della gara che ricevevo offese simili, alla fine non ce l’ho fatta più e ho reagito, ma ho anche pianto e tanto: non è la prima volta che accadeva una cosa così». Abdoullaye Fofana, ventuno anni, originario della Guinea francese, non ci ha visto più. Era dall’inizio di quella partita di calcio, fra la sua Heraclea, società di Rocchetta Sant’Antonio, e l’Altavilla Irpina, che il ragazzo subiva offese pesanti. Alla fine non ci ha visto più, così all’ennesima offesa subita al suo avversario ha rifilato una sberla.

A quel punto prima l’espulsione, poi la sospensione della gara perché quell’episodio ha generato un gran parapiglia fra le due squadre in campo. Ci incuriosisce il referto arbitrale. Vorremmo conoscere il motivo del triplice fischio finale del direttore di gara: partita di calcio sospesa per insulti razzisti, oppure perché non c’erano più le condizioni per proseguire considerando che le due squadre erano venute alle vide di fatto? Dopo la sberla, infatti, si è generata una gran confusione con i calciatori che hanno cominciato a darsele di santa ragione.

La storia delle offese razziste sui campi di calcio non finisce più. Il pubblico dei grandi appuntamenti di calcio sarà forse anche pronto, le società attente ad educare i propri tifosi, ma nei campi di periferia, con tutto il rispetto per quelle piccole società che fanno salti mortali per divertirsi e divertire piccole platee, la storia si ripete.

Foto Fanpage

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SOLITA STORIA…

Anche all’andata era successo qualcosa di simile. Era stato lo stesso Fofana ad invitare i propri compagni a non intervenire. E, invece, è andata a finire in rissa. «Non ce l’ho fatta più – dice il giovane calciatore – pensavo di farcela anche stavolta, ma evidentemente ho chiesto troppo al mio carattere solitamente molto tollerante: quando il capitano della squadra avversaria mi è venuto incontro continuando ad offendermi ho reagito; da lì l’espulsione, giusta sia chiara, perché non puoi colpire violentemente l’avversario, ma forse il direttore di gara avrebbe dovuto prendere provvedimenti nei confronti del mio avversario che dall’inizio della gara me ne diceva di tutti i colori: forse non ha sentito, ma vi assicuro che era un’offesa continua…».

Fofana il giorno dopo. «Smetto di giocare – dice – il calcio è divertimento, è disciplina, è rispetto per l’avversario: dovrebbe insegnare la lealtà, invece, qualcuno pensa che provocando l’avversario e inducendolo a una reazione possa giovarsene, chi può dirlo…”. In realtà nei campi di periferia, negli spogliatoi, dove i ragazzetti provano a scimmiottare – con il massimo rispetto per gli animali – i grandi della serie A, che spingono, provocano, colpiscono, offendono gli avversari. Insomma, se tanto mi dà tanto. Comunque non va bene. Fofana non lo dice, ma nonostante sia giovane, ne ha le tasche piene. “Il presidente della squadra avversaria si è scusato, è giovane come me, ha compreso la mia reazione, si è vergognato di quell’episodio incivile».

Vediamo che farà il presidente, ora. Se richiamerà il capitano, gli sfilerà la fascia dal braccio che solitamente indossa il giocatore di maggiore esperienza, il più rappresentativo, per consegnarla ad un altro giocatore sicuramente più equilibrato. Per natura non ci piace origliare, stare a sentire, ma sarebbe bello ascoltare la conversazione fra il massimo dirigente e il capitano della sua squadra. Se una volta convocato nel suo ufficio insieme con il suo tecnico, gli dirà: «Domenica hai offerto uno spettacolo che avresti potuto risparmiarti, giochiamo al calcio per divertirci e non per offendere gli avversari in modo meschino!»; oppure: «Ma cosa ti è saltato in mente? Purtroppo devo toglierti i gradi di capitano, siamo nell’occhio del ciclone, giornali e tv non fanno altro che parlare di noi, che figura facciamo?».

Foto Corriere del Mezzogiorno

Foto Corriere del Mezzogiorno

FATTI, NON PAROLE!

C’è una sottile differenza, ma la sostanza cambia. Perché esiste un atteggiamento di comprensione nei confronti dei propri giocatori e, allora, suggeriamo di accendere un riflettore. Magari, una volta tanto, una delle trasmissioni di Mediaset, “Iene”, “Striscia”, si spostasse al Sud per seguire gli sviluppi di questa storiaccia. Detto che il presidente dell’Altavilla è stato dirigente irreprensibile, ci piacerebbe che quell’episodio fosse di esempio per altri colleghi, altre società che giocando nei dilettanti pensassero di poter godere di una certa impunità, proprio perché lontane dai riflettori.

Fofana, intanto, è tornato sulla sua personale storia. «Ho compiuto mille sacrifici – ha raccontato – fatto un viaggio: sono partito dal mio Paese, arrivato su un barcone dalla Libia, sbarcato in Sardegna, per poi trasferirmi in provincia di Avellino dove vivo e lavoro; come molti ragazzi della mia età amo il calcio, ma dopo quanto accaduto e, forse, dopo una squalifica, quasi quasi smetto di giocare».

E, invece, caro Fofana, permettici di suggerirti di insistere. Divertiti, gioca al pallone. Troverai un pubblico sugli spalti che ti applaudirà, incoraggerà. E’ questa la gara più impegnativa della tua vita, prendere coraggio e farti portavoce di ragazzi come te che cercano una speranza. Non solo la domenica, ma tutti i giorni.