«Assistenza domiciliare»

Patrizia Casarotti, presidente Ail di Taranto

«Facciamo l’impossibile per curare gli ammalati a casa propria. L’aspetto psicologico per pazienti e familiari è importante. Abbiamo compiuto grandi passi, ma non ci fermiamo, la ricerca deve proseguire: trovare una pillola per annientare le “chemio”, debilitanti. Ottimi rapporti con Avis e Admo»

Costruiamo Insieme incontra Patrizia Casarotti, presidente dell’Ail di Taranto, l’Associazione impegnata contro le leucemie. Presente sul territorio da cinque lustri, in queste settimane ha celebrato i suoi venticinque anni. Molto è stato fatto, ma tanto ancora la rappresentante dell’Ail è intenzionata a fare, divulgando l’importanza di essere presenti sul territorio, sensibilizzando chiunque voglia spendersi per quanti sono meno fortunati.

Quanto è stato fatto in questi venticinque anni?

«A Taranto l’Ail è nata il 4 gennaio del 1994, a disposizione pochi strumenti, ma tanta buona volontà. Col passare del tempo abbiamo allargato l’equipe interdisciplinare, fino ad avere l’organico odierno: tre medici, quattro infermieri, due operatori socio sanitari, un fisioterapista, una psicologa. Grazie a questo gruppo, ormai collaudato, riusciamo ad assicurare un’assistenza domiciliare a trecentossessanta gradi. In questo percorso di crescita, nel 1997 abbiamo acquistato un appartamento a Paolo VI, ciò per consentire al personale di seguire i pazienti che vengono a curarsi a Taranto da fuori regione. La scelta del quartiere è anche strategica, essendo la sede non molto distante dall’Ospedale Moscati».Casarotti Articolo 01L’importanza di un’associazione come l’Ail sul territorio.

«Come spiegava il prof. Mandelli, il paziente dovrebbe essere curato a casa, perché in un momento così particolare del suo status si senta più tutelato; anche l’aspetto psicologico ha il suo valore. Abbiamo dato risposta ai disagi che registrano i familiari dei pazienti quando di punto in bianco si trovano a dover fare i conti con la malattia; proprio in virtù di ciò, abbiamo pensato di organizzarci per l’assistenza domiciliare».

Quanti associati ha l’Ail?

«Venticinque, ma saremmo lieti di allargare il numero di presenze di associati al nostro interno: non nascondiamo che talvolta le idee sono più veloci del senso pratico; mi spiego, vorremmo dare sempre più spazio ai progetti che abbiamo in mente, ma per motivi di carattere pratico il più delle volte dobbiamo considerare forze e strumenti a disposizione: fossimo di più, di più sarebbero le cose sulle quali potremmo intervenire in modo concreto. Chi fosse interessato, può informarsi andando sulla pagina di Facebook o sul nostro sito: Ail Taranto; esiste un indirizzo mail al quale inviare richiesta di incontro con allegato un modulo che verrà posto all’attenzione del Consiglio di amministrazione».

L’importanza della prevenzione e dei controlli.

«La malattia del sangue, purtroppo, è silenziosa, improvvisa; arriva senza preannunciarsi con dolori o segnali allarmanti. Il controllo ematologico dovrebbe essere costante, i tarantini dovrebbero avere più cura di se stessi; talvolta gli ospedali sono affollati, ma occorre avere quei proverbiali cinque minuti di pazienza e dedicare più attenzione a se stessi». Casarotti Articolo 02Il venticinquennale celebrato al teatro Fusco, Comune di Taranto, Orchestra della Magna Grecia, gli artisti. C’è un desiderio che vorrebbe realizzare?

«Più che un desiderio, un sogno: vorrei che la ricerca proseguisse, che le leucemie venissero curate con delle compresse piuttosto che mediante sedute di chemioterapia, debilitante anche dal punto di vista psicologico per il paziente che si sottopone ad essa. Capita, a volte, che il familiare del paziente stia peggio dello stesso assistito; proprio a tale proposito stiamo pensando di fare dei corsi ai familiari degli assistiti perché anche loro possano sostenere i propri cari: spesso un sorriso, una parola incoraggiante, può tornare utile più di una cura.

Per quanto riguarda il Venticinquennale, devo ringraziare quanti, fra Comune e Orchestra, si sono spesi per porre per una sera il lavoro svolto dalla nostra associazione in tutti questi anni; gli artisti Mario Rosini e Mimmo Cavallo, Palma Cosa e , i Terraross e il conduttore della serata, Mauro Pulpito. Il nostro impegno e il nostro pensiero lo abbiamo rivolto a familiari e genitori coraggiosi, come papà e mamma del piccolo Francesco, che un mese prima purtroppo ci aveva lasciati; nonostante il dolore hanno voluto starci accanto, a sottolineare il nostro impegno manifestato fino all’ultimo a sostegno del loro figliolo».

Il rapporto con le altre associazioni sul territorio.

«Collaboriamo molto con Avis (Donatori sangue) e Admo (Donatori midollo osseo). Siamo in costante contatto con queste associazioni, i nostri pazienti hanno bisogno di trapianti. E’ allo studio anche un progetto, “Un viaggio per guarire”: contiamo di realizzarlo nel più breve tempo possibile, ospitare ragazzi dell’Ail di Brescia perché manifestino testimonianze di donatori e pazienti che da questi hanno ricevuto il midollo».

«Più spazio ai coloured!»

Tamara Wilson, il soprano delle polemiche alla vigilia dell’Aida

Non truccarsi il viso di nero per l’opera di Verdi all’Arena di Verona, è stata solo una provocazione. La cantante americana voleva segnalare l’impiego con il contagocce di artisti di colore nel mondo della lirica.

«Non voglio essere un ingranaggio in un meccanismo di razzismo istituzionalizzato». Parole forti, giunte quando meno te l’aspetti alla vigilia del debutto all’Arena di Verona. Città scaligera che si divide in due, anche se la maggior parte di questa riflette e si schiera con Tamara Wilson, soprano americano, che ha “tweettato” il suo punto di vista mediante uno dei social più veloci. Così il rimbalzo nelle redazioni di radio e tv, in quelle dei giornali. In Italia, dove apriamo dibattiti su qualunque cosa, dal cagnolino della Ricciarelli che “parla” e sui presunti furti di magliette del cantante Marco Carta, figurarsi se non c’è spazio per fare il punto su una provocazione così forte. In Italia, all’Arena di Verona, poi. Nella città dove talvolta si registra certa insofferenza per i “coloured” e la Lega il più delle volte vince a braccia alzate consultazioni elettorali.

Ma non spostiamo troppo il ragionamento, considerando che la provocazione, per così dire, provocata, merita una riflessione. Se non altro per il coraggio manifestato dalla Wilson. Altrimenti che li consultiamo a fare i social.  Dunque, «Non mi trucco, questo è razzismo istituzionalizzato». Detto che non osiamo pensare a un Gigi Proietti che riporta in scena “Otello” e alla vigilia della prima sbotta, il soprano imposta la voce e urla per farsi sentire, ma non per cambiare il colore della pelle alla protagonista dell’opera di Verdi, ma per portare a galla altro. Scandisce il messaggio forte con la sua voce perché la sentano ovunque.

In realtà, diciamo, anzi, scriviamo, qualcosa che altri – solo per questione di tempo e spazio, cosa andiamo a pensare… – la Wilson motiva il suo gesto con una protesta contro lo scarso impiego di persone di colore nel mondo della lirica. E qui la provocazione assume un altro aspetto. «Capisco che in molti non saranno d’accordo, ma devo convivere con me stessa». Intanto, Italia, terra di compromessi, qualcosa la Wilson la ottiene: ha ottenuto una gradazione più chiara per lo spettacolo di debutto.

CRONACA E CONCETTI

Per onore di cronaca, Aida. Lei è etiope, schiava degli egizi e da che Aida è Aida si sono sempre differenziati i due popoli in guerra dandoci parecchio consumando per le rappresentazioni liriche, tanto, ma tanto lucido da scarpe.

Dunque, Tamara Wilson non vuole ribaltare il “copione” verdiano, ma imprimere una decisa spallata al sistema lirico: giù qualsiasi ostacolo, più donne di colore nelle rappresentazioni sceniche. «Ho vinto una battaglia, ma non la guerra», ha scritto la cantante su Instragram alla vigilia della sua  Aida in Arena (stasera la sua ultima apparizione) annunciando in un primo momento di non voler essere truccata di nero, come prevede il personaggio (Aida, si diceva, schiava egizia).

Ma come ha reagito il popolo del web. Premesso che, in via generale, negli Stati Uniti truccarsi di nero per rappresentare persone di colore viene considerato poco rispettoso, il soprano ha insistito. «Spero che la mia voce serva ad aprire un dibattito», ha ribadito. Dibattito già cominciato, fra gli addetti ai lavori che sui social. «Grazie per il tuo coraggio e per aver aperto una discussione su questo tema»; «Sono queste le decisioni che cambiano il mondo»; «Il “blackface” è razzismo e non è colpa tua se il loro casting è razzista. Spero che il tuo gesto abbia fatto capire qualcosa a tutti loro».

Non sappiamo quanto durerà questo dibattito, di sicuro è ora di non schierarsi troppo spesso dalla parte del “politicamente corretto”. Essere social, fare sociale, significa dare voce a chiunque, anche a chi non ci trova d’accordo. Non esisteva Instagram o Tweet ai tempi di Voltaire, quando gli attribuirono una delle frasi più belle mai pronunciate dall’uomo: «Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire». Sarebbe stata Evelyn Beatrice Hall (pseudonimo S.G. Tallentyre) nel 1906 a scriverlo nel suo “The friends of Voltaire” (ecco la confusione).

Detto questo, se questa frase fosse stata ribattuta oggi, di sicuro l’avremmo “ritweettata” facendo il paio con «Apriamo il mondo della lirica a più gente “coloured”!», firmata da Tamara Wilson. Che non finiremo mai di ringraziare per aver spostato il dibattito dal salotto di casa Ricciarelli al palcoscenico dell’Arena di Verona.

«Datemi un autolavaggio!»

Benjamin, nigeriano, il suo sogno

«Non voglio dipendenti, non sono abituato al comando, saprei sbrigarmela da solo. Anche fare il cameriere non mi dispiacerebbe. Costretto a lasciare il mio Paese alla scomparsa di papà. I miei zii ci estorsero un terreno con le cattive. La fuga, in Libia a lustrare auto, poi finalmente l’Italia»

«Sogno un autolavaggio tutto mio, non uno di quelli grandi da gestire con tanto personale da comandare: “comandare” è un verbo che non mi piace, sottintende qualcuno che deve obbedire senza fiatare e i miei ventitré anni vissuti in un Paese nel quale la regola principale è “Non esistono regole”, mi basta e avanza».

Benjamin, nigeriano, da due anni in Italia, potrebbe scrivere un romanzo, tanto la sua storia è articolata e piena di colpi di scena, molti dei quali dai toni drammatici. Un autolavaggio. Nelle “due chiacchiere” questo suo sogno sbuca da ogni parte. E’ diventata una fissazione. Ci fosse uno psicanalista magari penserebbe che da piccolo giocava con sapone e spugna. «Non è molto remota questa ipotesi, ho cominciato da adolescente a lavorare in una stazione di servizio in Nigeria: posso smontare un’auto, dai sedili ai fanali, tirare fuori posacenere e altri strumenti di bordo in un attimo; nessuno sa riconoscere un’auto dal suo interno meglio di me…», dice il giovanotto nigeriano, autolavaggio nella testa e sulla punta delle dita.

FRA SPUGNE E PRODOTTI PROFUMATI…

«In Nigeria lavoravo tutta la giornata, quasi mi dispiaceva dover staccare dal lavoro, quando questo non era massacrante, e c’è un perché…». Si spiega. «L’ho fatto anche in Libia, per guadagnarmi qualche spicciolo che mi sarebbe servito per pagarmi il viaggio per l’Italia: lì era tutta un’altra storia, le cose stavano cambiando, ero appena scappato dal mio Paese e mi ero temporaneamente rifugiato in una nazione nella quale si avvertiva, chiara, la guerra civile; lì i turni erano massacranti e i soldi li vedevi solo se al titolare di quello che era più un piazzale che una vera stazione di servizio, scivolavano dalle tasche: poco per volta, con molti sacrifici, stavolta con la schiena spezzata e sempre più spesso con la speranza che la giornata finisse al più presto, mettevo da parte i soldi per il viaggio per l’Italia…».

Ma se proprio Benjamin non riuscisse a realizzare il suo sogno, lustrare le auto a vita, avrebbe pure un piano B. «Il cameriere! E’ la seconda cosa che accetterei di fare con grande gioia: forse per tutti quei film visti in tv, dove il cameriere è sempre elegante; come seconda scelta servirei volentieri in un ristorante, sì è proprio quello che, alla fine, farei altrettanto volentieri».

Prima di tornare all’autolavaggio o in un ristorante o  una casa nella quale circolano maggiordomi, Benjamin racconta la sua storia. Comincia con un grande dolore. Fa uno sforzo, smorza il suo sorriso. «Mio padre morto, a causa di un male che non perdona: di questi, in Nigeria, ne circolano molti, ma a volte abbiamo l’idea che non sia stato la fatalità, bensì lo zampino di qualcuno cha ha dimestichezza con veleni o misture che nel giro di poco ti annientano letteralmente: fatto sta che mio padre è morto, prima di spirare convocò me, mia madre e mia sorella, per dirci che i suoi fratelli si sarebbero fatti avanti per reclamare il terreno di proprietà di mio padre: qui non esistono leggi, le regole di cui ti dicevo; sei il proprietario, sbandieri il tuo atto di proprietà, te lo strappano, gli danno fuoco e ne producono di nuovi, d’accordo con le autorità del posto».

O CEDI ALLA CORRUZIONE, OPPURE…

Nessuna trasparenza. «Anche gli avvocati si allineano a questo modo di fare, se non si fanno corrompere vengono minacciati di morte. Insomma, chiunque si avvicini ai tuoi interessi che, evidentemente, non coincidono con quelli del corruttore, sono guai!».

Con la scomparsa del capofamiglia i guai per Benjamin non tardarono ad arrivare. «Alla morte di papà, come aveva previsto il mio genitore quando era ancora moribondo, i miei zii si fecero immediatamente avanti: prima il nostro terreno ceduto con le buone, in cambio di pane e acqua; a modo loro si sarebbero presi cura di noi, ma avremmo dovuto lavorare per una razione di cibo giornaliera; poi le minacce: o cediamo con le buone o peggio per noi, le armi e la promessa di fare la stessa fine di papà, da qui il dubbio che papà fosse morto a causa di una malattia indotta…».

Così Benjamin, gambe in spalla scappa dal suo villaggio, dalla sua Nigeria. «Un Paese dopo l’altro, poi finalmente la Libia e l’Italia distante una traversata; mi sono sfiancato per settimane, ho messo da parte una somma modesta e poi avanzato la proposta al proprietario di una imbarcazione. “Non ce la faccio più, o ti prendi questi pochi soldi oppure io muoio e tu non vedi nemmeno questi spiccioli”». Il mare, l’Italia. «Palermo, il porto, un mezzo con il quale ci accompagnarono a Taranto, è qui che è cominciata a cambiare la mia vita: attendo una proposta per un autolavaggio, hai visto mai, qualcuno legge la mia storia e mi rintraccia attraverso il sito di “Costruiamo Insieme”?».

«Vincere insieme»

Valerio Cecinati, direttore del reparto di Pediatria del SS. Annunziata.

«Medici, genitori e piccoli pazienti devono essere una cosa sola. Ho imparato molto da loro. Passi da gigante nella ricerca: più sette casi su dieci si risolvono positivamente. Taranto soffre, registra il 50% di casi in più rispetto al resto d’Italia»

Fra le interviste di “Costruiamo Insieme”, in diverse occasioni ci siamo rivolti a chi lavora nell’informazione o chi è impegnato in prima linea nel cura della salute dei cittadini tarantini. Dopo l’opinione di un genitore di uno dei piccoli assistiti sul territorio, stavolta ospitiamo un oncoematologo, Valerio Cecinati, direttore del reparto di Pediatria del SS. Annunziata di Taranto.

Oncoematologo, è una parola che mette sicurezza o paura?

«Uno e l’altro, l’oncoematologo pediatra è un pediatra che si occupa di tumori infantili, dunque di “mali” in età pediatrica ma anche di malattie del sangue; da un certo punto di vista mette timore, del resto stiamo parlando di malattie e, in alcuni casi, di malattie serie; dall’altro, mette sicurezza perché rappresenta una piccola branca della pediatria: chi si occupa di questo, si dedica esclusivamente di tumori infantili. E’ però anche capitato che oncologi ed ematologi degli adulti, nonostante l’esperienza non avessero la stessa conoscenza che ha un pediatra oncoematologo: ecco l’invito a consultare uno specialista specifico».Cecinati Copertina 2Per cosa si consulta un ematologo pediatrico?

«Per le patologie dell’età infantile, parliamo di bambini che dai trenta giorni ai diciotto anni, che possono avere malattie del sangue o tumori; è chiaro, però, che non tutte le malattie ematologiche sono gravi, in quanto ne esistono di comuni, facilmente curabili: l’anemia dovuta al ferro basso, per esempio, oppure un calo delle piastrine; poi ci sono malattie più importanti, oncologiche, e mi riferisco alle malattie del sangue, quelle neoplastiche, che sono le leucemie acute; ma l’oncoematologo si occupa anche di tumori solidi del sangue, sarcomi, tumori del cervello; dunque, malattie oncologiche (non neoplastiche) e tumori ematologici, del sangue o non del sangue».

Fin qui ci ha messo sufficientemente paura. Negli anni nella sua materia, però, sono stati compiuti passi da gigante. 

«Detto che Oncologia pediatrica è diversa dalla specializzazione che può interessare il paziente in età adulta; grazie al costante lavoro di ricerca sono stati fatti enormi passi avanti; l’Italia è uno dei Paesi cpn una grande storia nel campo dell’ematologia pediatrica; dunque, detto che è diverso rispetto a quella adulta, consideriamo che le possibilità di un bambino di salvarsi da un tumore del sangue sono superiori al 70%; fino agli anni Ottanta la percentuale di sopravvivenza era del 30%, dunque possiamo dire che è stata ribaltata la tendenza; ciò significa che sono stati compiuti passi molto importanti: un bambino che ha un tumore in età pediatrica ha delle buone, a volte ottime, probabilità di guarire».

Taranto e i problemi di salute, anche gravi. E’ una città nella norma o registra numeri più elevati rispetto alla già dolorosa media nazionale?

«Tumori infantili, considerandoli patologie rare, in Italia si registrano circa quattromila casi l’anno; l’ultimo rapporto dell’Istituto superiore di Sanità sull’incidenza dei tumori infantili descrive una percentuale superiore al 50% rispetto alla media: non abbiamo un’epidemia di tumori infantili, ma tradotto in numeri, fra Taranto e provincia dovremmo avere una media di quindici casi, invece ne riscontriamo venticinque l’anno».
Cecinati Articolo 02Qual è il rapporto con i genitori dei suoi piccoli pazienti?

«Prima di arrivare a Taranto, ho lavorato a Roma, Pescara e Bari; ho sempre avuto un buon rapporto con i genitori dei piccoli: non è un rapporto facile, ma quanto imparato nelle relazioni lo devo a loro; papà e mamma dei bambini attraversano un rapporto molto complicato della loro vita: quando uno di questi casi investe una famiglia, blocca ogni attività quotidiana, in casa come al lavoro; è, però, importante far capire che ci sei, che possono contare su di te».

Specialista, ma anche genitore. Il suo rapporto con i piccoli?

«E’ una delle cose più belle, ma dipende dall’età; con gli adolescenti non è sempre facile, loro vorrebbero stare ovunque tranne che in un reparto di ospedale; ho invece imparato dai piccoli, che ho assistito in chemioterapia: hanno una forza straordinaria, spesso molto superiore a quella degli adulti nelle stesse condizioni; e i bambini più fragili? Il più delle volte sono i più forti».

Esistono sintomi da monitorare? 

«Una vera prevenzione in età pediatrica non esiste, con la Fondazione Veronesi però siamo andati nelle scuole medie superiori per suggerire ai ragazzi uno stile di vita attento rispetto ad alimentazione, fumo e droghe; per quanto riguarda la cura, quando lo stato di salute cagionevole di un piccolo persiste, è bene rivolgersi a uno specialista».

Vino sostenibile

“12eMezzo” e una griffe già nota: Varvaglione1921.

Lanciato sul mercato un progetto più moderno ed eco-compatibile.

Fra un po’ anche i media nazionali, si accorgeranno che Taranto non è “tutto fumo”. Dunque, acciaio, un’industria che proprio non riesce a liberarsi da una marcatura  asfissiante di chi vuole sì il lavoro, ma non riesce in modo convinto, e unanime, a salvaguardare il bene primario: la salute.

Se poi alla salute vai incontro, come stanno facendo imprenditori illuminati che investono sulla ricchezza del territorio, coltivazioni senza contaminazioni, prodotti chimici, capisci che da queste parti ormai si suona un’altra musica.

Detto di masserie nei dintorni, degli “stretti” della Città vecchia, delle antiche vestigia di una bellezza senza tempo, ecco che dalla mente di investitori dalla vista lunga, scaturisce un altro prodotto delle nostre terre. L’ultimo brand dello nostro territorio è, infatti, una linea di vini completamente sostenibile. Dalla vigna alla bottiglia 12eMezzo: è questo, il progetto più moderno ed eco-compatibile lanciato sul mercato e che porta una griffe già nota: Varvaglione1921.

Grazie alla presenza a stazioni meteo che valutano tutta una gamma di parametri, in campagna non esistono più – come dire – “trattamenti” se non quelli realmente necessari e richiesti dalla pianta. Sostenibilità, la parola d’ordine. E’ l’unico passpartù che consente la scelta dei supporti riciclabili della RAF cycle, fino alle carte certificate FSC, marchio che identifica i prodotti provenienti da foreste gestite in maniera corretta e responsabile secondo rigorosi standard ambientali, sociali ed economici.

Volendola fare breve: carte che provengono da foreste gestite in maniera sostenibile. Ciliegina sulla torta, meglio, tappo sul collo della bottiglia? Detto fatto, anche il tappo è frutto di una ricerca e di un investimento teso alla tutela dell’ambiente poiché si è optato per un prodotto, targato Normacorc, al 100% e prodotto in fibra di canna da zucchero.

Il brand è un impegno, onestà imprenditoriale e rispetto della clientela, che dall’attenzione all’ambiente passa all’unicità di un’etichetta che cambia per essere al passo con i tempi. Impercettibile, dirà qualcuno. Sostanziale, sostengono invece molti altri. Ecco la nuova immagine scelta da Varvaglione1921per la linea 12eMezzo.

«Siamo intervenuti graficamente – spiega Marzia Varvaglione – per  valorizzare i dettagli e spingere sull’identità, per unificare il layout ma, attraverso alcuni particolari, evidenziare ancora più l’unicità di ogni bottiglia». Uniformati i colori delle capsule per differenziare la selezione dei rossi da quella dal resto della collezione per rafforzare l’appartenenza di ogni vino a quella che per Varvaglione1921 è una delle linee più amate in Italia e all’estero dove è presente in 60 Paesi.

«Ci sembrava importante dare un’idea di continuità – prosegue Marzia Varvaglione –  anche grafica sugli scaffali delle enoteche o in qualunque luogo in cui le bottiglie vengono o verranno esposte: abbiamo differenziato il colore per ilPrimitivo e per il Negroamaro per dare a ciascuna bottiglia anche una vita propria nel segno della riconoscibilità e siamo intervenuti, graficamente, sulla laminatura che da color argento è diventata dorata».

In buona sostanza, un lavoro di rifinitura guardando ad una comunicazione efficace, immediata e moderna alla quale si è unito un lavoro che ha puntato sulle sensazioni che, su ciascuna etichetta, prendono la forma degli elementi che si sentono al naso dalla degustazione olfattiva.

La collezione 12eMezzo è il risultato di questo ultimo progetto. Un grande appeal che ha visto la collaborazione tra Varvaglione1921 con l’Università di Udine che, insieme, hanno lavorato affinché, partendo dai vitigni autoctoni di origine pugliese, si mettessero in bottiglia vini con il medesimo grado alcolico. Da questo, che si attesta sui 12,5% alc, è derivato anche il nome di quella che è una linea che sta riscuotendo un grandissimo favore da parte dei mercati italiani e internazionali.

12eMezzo riflette pienamente la filosofia della famiglia Varvaglione nell’utilizzo dei tradizionali vitigni autoctoni pugliesi, implementando al contempo un moderno processo di vinificazione. Questo dà origine a vini freschi e innovativi che sono unici nel loro packaging. Un progetto che a distanza di qualche anno ha ricevuto la giusta attenzione per renderlo più moderno e ancora più accattivante nella sua immagine.

Taranto è anche questa. Vuole essere soprattutto questa. Una ripartenza, dalla propria tradizione in poi. Quando il nostro territorio in fatto di “tavola” ha dato punti (e spunti) a chiunque.

«Se mi salvo…»

Sow, guineano, ventuno anni, scrive e canta

«…Scrivo una canzone! Fuggito dal mio Paese, ne ho attraversati tanti. Lavorato da schiavo, poi finalmente libero. Su un barcone una paura matta, mi sono rivolto al Cielo, se mi salvo racconto questa e tante altre storie…». 

«Se mi salvo, scrivo una canzone!», si ripeteva su un barcone sbattuto da onde che facevano paura, tanto erano alte. «Canzoni: è quello che ho imparato a fare negli ultimi cinque anni, tradurre i sentimenti in musica e parole!». Il suo volto nero, preoccupato, fissa la prua di un barcone. Uno dei tanti con il muso diretto, almeno questo sembra, verso la libertà. «Viaggiamo senza bussola, uno che guida l’imbarcazione ci ha detto che sa orientarsi anche senza: “Non preoccupatevi!”, ci ripete. E più ce lo ricorda, più ho la sensazione che nemmeno lui sappia dove ci porteranno bagnarola e vento». Non vorremmo stare nella testa, né al suo posto, in quel tratto di mare abbandonato da tutti, perfino dalle vedette. Dalla Libia all’Italia. Quelle acque interessano relativamente. Chi si è spinto fino a lì, mare aperto, lo fa a sua rischio e pericolo.

Appena ventuno anni, cappellino e occhiali neri, da sole, a Sow la passione per la musica è arrivata relativamente tardi. «Avevo quindici anni – racconta – ascoltavo solo musica giamaicana: quasi quasi invece di cantarle, le canzoni le scrivo, ma prima dovevo imparare a suonare uno strumento, la chitarra mi sembrava il più semplice e il meno costoso».

Torniamo in mare aperto. L’imbarcazione ha un nome, spiega Sow Ibrahim, guineano, ventuno anni, in arte fa Manby Kapororail. E’ così che lo gettonano sul web un pugno di amici e migliaia “navigatori”. «Zodiac, lo dico nella canzone che poi ho scritto – non senza sofferenze paura, agitato in uno specchio d’acqua del quale non si vedeva l’inizio e nemmeno la fine – è il nome dell’imbarcazione a bordo della quale, alla fine, sono arrivato in Italia; sbattuto dalle onde e da un brutto presentimento, non sapevo nemmeno cosa invocare: che finisse bene o che finisse la storia; il confine è sottile, ripensandoci non mi rendo nemmeno conto a che punto fossi arrivato: se invocare la salvezza o la fine. In più di qualche momento, quello stato d’animo mi sembrava uguale».

PRIMA UNA BRUTTA SENSAZIONE

Avevo la sensazione di non appartenermi più, non avevo sentimenti: me lo hanno detto compagni di viaggi, una volta sbarcati insieme; fissavo il vuoto, non pensavo, mi ero completamente estraniato. E’ durato un’ora, un giorno, francamente non lo so, certo è che sono stato scosso da un brivido di freddo, come se qualcuno mi avesse gettato sul volto un secchio d’acqua, come fanno con i pugili quando le hanno prese di santa ragione e non sanno che sono sul ring».

Il suo ring è quella barca. Non può scappare. Quella doccia gelata è stata salutare. Lo ha ricondotto al ragionamento di partenza, quando ha deciso di lasciare la sua Guinea per tentare un po’ di fortuna. «Nemmeno io – dice Sow – sapevo dove le mie gambe mi avrebbero portato, tanto che di Paesi – prima di arrivare in Italia – ne ho attraversati diversi, una decina forse:  Mali, Togo, Benin, Niger, Algeria, Libia… Una fuga durata due anni, perché nessuno Stato era quello giusto per fermarsi a vita, provare a costruire qualcosa, c’era sempre un elemento che mi spingeva a riprendere quella corsa a piedi, fino a quando avrei avuto benzina nelle gambe».

Contento di aver scritto quella canzone. Ricorda un versetto, “Bianco, nero, giallo, nero, nero” il titolo. «Tanti colori di facce perdute – canta Sow, come fosse un rapper disinvolto – forti profumi di pelli sudate; lingue mischiate, trecce di razze, mille speranze, sogni infiniti; tutti stretti dentro “Zodiac”, grande barcone, sul grande mare…». L’ha scritta in italiano. «Un omaggio alla terra che mi ha abbracciato: le sono riconoscente, come a tutti gli italiani, la gente che incontro ovunque: mi sono attrezzato, ho gli strumenti che trascino sul troller, mi sento un dj, “suono” e faccio animazione e se i ragazzi che mi invitano in qualche serata, canto anche».

POI, HO OCCUPATO LA MIA MENTE…

«L’idea mi è venuta lì – ricorda Sow – sul un barcone: se mi salvo la scrivo, mi ripromisi; sogno di fare l’artista per mestiere, risparmio per produrmi un mixtape e un videoalbum».  C’è anche qualcosa di molto familiare. «Nella canzone un passaggio l’ho dedicato a “Costruiamo Insieme”, che mi ha accolto come fossi uno di famiglia: era il minimo che potessi fare per ricambiare il regalo più grande della mia vita, la mia stessa vita…».

Cura la sua immagine, Sow. Lavoricchia nelle discoteche, in qualche serata è una piccola star, canta, anima, suona. «…La chitarra, ma attenzione, non sono un professionista, anzi, sono sincero: ogni tanto le corde dello strumento stridono, esprimono quasi dolore – sorride con un’aria furba per poi tornare serio – come è successo a me quando sono stato in Libia, dove ho passato brutti momenti: non sapevo quale fine mi toccasse, chiuso in uno stanzone, sottochiave, insieme a tanti altri compagni; la sera a letto, pane e acqua, il giorno dopo, sveglia per farti scegliere da qualcuno che ti avrebbe pagato poco e male, magari anche picchiato se ti avesse visto per un attimo a fare pausa nei campi…». Funzionava così, spiega amaro Sow, che ora ha un piccolo sogno. «Continuare a fare canzoni, ho un canale Youtube sul quale ho messo le mie prime cose, compresa “Bianco, nero, giallo, nero, nero”: prima un mixtape: due canzoni in italiano, due in inglese, due in francese, voglio che tutti capiscano un linguaggio unico, universale: la libertà».

«Funzione sociale»

Michelangelo Giusti, presidente del Coni a “Costruiamo Insieme”

«Formiamo i ragazzi come individui, ma anche come futuri cittadini. Più di ventimila gli iscritti: non solo calcio, basket, volley e nuoto. Accanto all’Amministrazione che si candida alla manifestazione del 2025»

«Lo sport ha una funzione sociale fondamentale: forma il ragazzo come individuo, ma anche come futuro cittadino. Le difficoltà non mancano, dunque occorre individuare quegli spazi per dedicarsi allo sport; non sempre è facile e questo dimostra quanta passione ci sia nei ragazzi che fanno sport e hanno voglia di mettersi in competizione. Poi diventare campioni nella vita, che poi è lo scopo finale dello sport in genere».

Ospite dello spazio informativo di “Costruiamo Insieme”, Michelangelo Giusti, presidente del Coni, Comitato olimpico nazionale. In queste settimane, fra l’altro, il massimo rappresentante territoriale affianca l’Amministrazione comunale nel sostenere la candidatura della città ai Giochi del Mediterraneo 2025.

«L’Amministrazione comunale, nella persona del sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, si era già attivata con il presidente Giovanni Malagò; condiviso l’indirizzo  dato dal primo cittadino, la nostra organizzazione è entrata in gioco; in queste settimane, raccogliendo l’invito di sindaco, assessore allo Sport e alla Cultura, Fabiano Marti, e del maestro Piero Romano dell’Orchestra della Magna Grecia, insieme con atleti di spicco del nostro territorio, sto prendendo parte agli eventi del Magna Grecia Festival: ad ogni incontro, breve introduzione con i nostri campioni, il perché Taranto può candidarsi autorevolmente ai Giochi del mediterraneo, poi spazio alla musica».Michelangelo Giusti Articolo 01Quanto è importante una partecipazione ai Giochi.

«Rientrano nel Piano strategico di sviluppo di Taranto, dunque i Giochi tornano utili nell’ambito di questo piano soprattutto a darsi una scadenza, 2025, perché intanto si lavori con una data certa per completare impianti, infrastrutture e quanto interessa la ricettività; e poi dare, considerando lo spessore dell’evento, una immagine nuova di Taranto, a livello nazionale e internazionale».

Qual è il ruolo del Coni nazionale e quello locale?

«Istituzionalmente segue, promuove, gestisce, organizza tutta l’attività sportiva; a questa attività istituzionale da qualche anno si è aggiunta, per delega del Governo, anche un’attività sociale, in particolare allo sport di base e all’attività motoria nell’ambito delle scuole; istituzionalmente, il Coni si interessa esclusivamente di agonismo e, in vista dell’evento più importante le Olimpiadi»

Quanti atleti fra Taranto e provincia?

«Oltre ventimila sono i tesserati, dato che si riferisce a un paio di anni fa, l’ultimo ufficiali; fra questi atleti, numerose sono le eccellenze. Fra le discipline più frequentate dai giovani e con il maggior numero di tesserati, calcio, basket, pallavolo e nuoto; anche nelle discipline minori, sicuramente non minori per importanza, vantano anche un significativo numero di iscritti».

Il primo nome che le viene in mente.

«L’elenco è lungo, menziono l’ultima: la tarantina Benedetta Pilato, enfant-prodige del nuoto che poche settimane fa, a Roma, ha stracciato il primato nazionale nella specialità “rana” sui cinquanta metri. Un fatto eccezionale, se pensiamo a una ragazza di appena quattordici anni, che ha un futuro glorioso che sicuramente farà bene allo sport, non solo nazionale».
Michelangelo Giusti Articolo 02La Pilato, pensa alla scuola. La mamma ha condiviso.

«Ha mostrato maturità, soprattutto – nonostante la disciplina sportiva che pratica – di saper tenere i piedi ben piantati in terra; promette bene per il suo futuro: quando si ottengono risultati importanti, di solito si è portati a fare programmi non sempre così contenuti; Benedetta, invece, ha mostrato che il corpo deve essere sempre collegato alla mente: la parte emotiva e intellettiva, infatti, sono gli elementi che fanno la differenza fra uno sportivo e un campione».

Che rapporto ha il Coni con le società del territorio.

«Il Coni rappresenta l’unità del mondo sportivo a livello territoriale, posto che ogni federazione ha statuti, regole, autonomia; all’esterno il Comitato nazionale rappresenta il mondo sportivo e tutte le federazioni insieme».

Si può vivere o sopravvivere di sport?

«C’è possibilità di fare sport, tralasciando i campioni e gli alti livelli che questi raggiungono, il discorso è diverso: a livello locale, un istruttore, un dirigente sportivo – perché non esistono solo gli atleti – visto che lo stesso Coni si occupa della formazione non solo atletica, ma anche di tecnici e sulla formazione dei dirigenti; Taranto, pertanto, può offrire anche occasioni di lavoro in ambito sportivo».

«Puglia, terra magica»

Carlo Verdone, concluse le riprese del film “Si vive una volta sola”

«Accogliente, da visitare, da gustare. Parliamo di amicizia e insoddisfazione, nonostante i quattro amici protagonisti siano medici affermati. Scherzi, come accade nella migliore tradizione dei film corali e un pizzico di cinismo, anche se qualcosa cambierà la vita dei quattro protagonisti»

«La Puglia, gran bella regione, ci sarà un motivo se viene segnalata in Italia e all’estero come la più bella in assoluto». A pochi giorni dal «tutti a casa» giunto dal set del film “’Si vive una volta sola”, dopo otto settimane di riprese in Puglia, il regista-attore Carlo Verdone insieme con Anna Foglietta, Rocco Papaleo e Max Tortora, in un’affollata conferenza-stampa ha raccontato l’esperienza pugliese. Il film è prodotto dalla De Laurentiis, patron del Napoli e della squadra del Bari (non è detto che Aurelio non abbia voluto fare un “regalo” alla piazza pugliese) con il sostegno di Apulia film commission. Il film, altro non è che un viaggio verso i mari del Sud di quattro amici medici.

«E’ pure qualcosa di più della storia di un’amicizia –   ha dichiarato Verdone in conferenza – per scegliere i luoghi dove girare, ho percorso in lungo e in largo l’Italia meridionale e quasi istintivamente ho scelto di andare a destra e non a sinistra: ho fatto bene perché la gente e i luoghi si sono dimostrati ideali. Ma è stato in fase di montaggio che ho anche scoperto una luce, una luminosità e dei colori affascinanti». In conferenza, interviene anche un altro dei protagonisti di “Si vive una volta sola”. Anche se lucano, Papaleo conosce bene questi posti. «La Puglia è una regione che potrebbe trascinare la rinascita per il Sud che, se vuole riscattarsi, può farlo partendo dalla cultura».

Scena prima scena del film. Il chirurgo di fama Carlo Verdone sottopone alla risonanza magnetica addirittura il Papa. Non è un esordio in veste di specialista, nella sua lunga carriera cinematografica l’attore-regista aveva già indossato il camice bianco: in “Manuale d’amore” era un pediatra, in “Viaggi di Nozze” il cinico Raniero Cotti Borroni, in “Italians” un dentista. E, nella vita, Verdone. «Ho salvato la pelle a più di un amico grazie al mio intuito di medico mancato: diagnosi e farmaci sono sempre stati la mia passione e spesso gli amici mi chiamano per un consulto: dico la mia opinione, ma, sia chiaro, indirizzo l’interlocutore allo specialista«».VERDONE Domenicale 2 - 1A un primo incontro con la stampa, raffica di aneddoti. Per esempio, di quella volta che, indossato un guanto da cucina, eseguì una visita prostatica sull’amico sofferente arrivando a scoprire il brutto male incredibilmente sfuggito al luminare che l’aveva in cura. Siamo nel cuore del Salento, in un’atmosfera effervescente Verdone gira davanti e dietro alla cinepresa la sua nuova scoppiettante commedia.

“Si vive una volta sola” è una storia corale, a tratti crudele, costellata di colpi di scena (la sceneggiatura è firmata da Verdone, Giovanni Veronesi e Pasquale Plastino) e interpretata da un quartetto di attori importanti. Con Verdone, infatti, recitano Anna Foglietta, Rocco Papaleo e Max Tortora. «Formiamo un’équipe chirurgica di altissimo valore ma, mentre nel lavoro siamo affiatati e imbattibili, nella realtà abbiamo tutti vite private disastrose scandite da fallimenti e solitudine. Così ci buttiamo sulla goliardia, organizzando epiche beffe e scherzi feroci», anticipa Verdone.

Nel corso di una vacanza in Puglia, motivata da uno scopo necessario che lo spettatore scoprirà solo alla fine del film, i quattro impareranno a fare i conti con se stessi, con le loro certezze e le loro paure, con fragilità e ambizioni. «La loro amicizia restituirà a ciascuno la verve e la voglia di riscatto: sarà un film molto dinamico, vedrete», spiega il produttore Aurelio De Laurentiis, sul set con il figlio Luigi. «In buona sostanza, un road movie destinato a concludersi con fuochi d’artificio». Da vedere, come le bellezze della Puglia. Che non è solo cultura, ma una regione ospitale, affascinante, bella. E buona, considerando il verde, le ricchezze della sua terra, e la gastronomia che da queste parti non si batte.

«Voglio una famiglia»

Saikou, guineano, meno di venti anni, una vita da orfano

«Formarne una al più presto, avere figli, stringerli e trasmettere loro il calore e l’affetto che a me è mancato. La prigionia, le botte, poi la fuga verso la libertà. Qui ho trovato accoglienza, un corso da saldatore e un lavoro saltuario di magazziniere»

«Picchiato perché non avevo soldi con cui pagarmi la libertà». E’ successo anche questo a Saikou, guineano, meno di venti anni, passato attraverso una fuga, una cattura e tre mesi di carcere. «Non si trattava di militari – ci spiega – ma una banda di civili che fa business con la disperazione della gente; armati all’inverosimile minacciavano me e altri nelle mie stesse condizioni: vietato fissarli negli occhi, chiedere anche con il solo sguardo un po’ di pietà: puntuale arrivava un calcione, ovunque capitasse, o un colpo in testa, con il calcio di un fucile o una pistola: ricordo che non si fermavano se prima non vedevano il sangue; quello, per loro, era evidentemente il segno che la punizione aveva avuto il suo doloroso effetto».

Ma Saikou è un osso duro. «Per quello che ho passato nonostante la mia giovane età, non mi scomponevo più di tanto; avevo messo in preventivo tutto, anche la vita, dopo tutto quello mi era successo». «Non ho papà, né mamma, il progetto di una nuova vita lontano da casa, l’ho presa da solo, avevo sedici anni: un giorno prima che andasse ad aprire una piccola attività commerciale di borse e scarpe, fermai mio fratello Moumo, appena più grande di me, è lui il resto della mia famiglia; “vado via!” gli dissi, non è più possibile restare qui, “non è vita quella che facciamo, non ce la facciamo a sopravvivere, da oggi sarò una bocca in meno da sfamare, vedrai ci rivedremo e vivremo meglio quello che ci resterà da vivere”; è questo il mio scopo nella vita, amo l’Italia, un Paese rispettoso e accogliente, mi sta offrendo tanto, ma nessuno può immaginare quanto sarei felice anche di tornare a casa, quella che è più un’idea di casa, piuttosto che un buco nel quale vivere, dormire, far crescere figli…”».

Riconoscente all’Italia. «A vita, anche se sinceramente non sapevo in realtà quale fosse il valore del respiro, della carne, che ti hanno donato i tuoi genitori mettendoti al mondo; cominci ad accorgertene – mi hanno spiegato – all’età della ragione, che poi sarebbe quando cominci a comprendere cosa si il bello e il brutto, le cose da fare e le cose da non fare; quando ero in Guinea, quelle volte che capitava di mangiare speravo che la fame mi assalisse il più tardi possibile, pregavo il Cielo perché quello che avevo mangiato potesse tenermi in piedi un giorno intero. E ora che ho conosciuto nuova gente, compagni di lavoro – anche se saltuari, non importa – ho un’altra prospettiva; se oggi mi chiedono cosa siano per me i valori importanti della vita, so rispondere…».

Saikou prova a spiegarcene qualcuno, nella vita c’è sempre da imparare. Si dice che il più non conosca il meno. «Il dono della vita, prima di ogni cosa, volersi bene, rispettare il proprio corpo, non farsi del male e molti sanno a cosa alludo; rispetto significa avere la fortuna di non avere malattie, mente altri – sfortunati – lottano per sopravvivere un giorno in più; la famiglia, detto da me che non ne ho mai avuta una nella quale crescere, è la cosa che più ti avvicina al senso della vita: io non ne ho mai avuta una, così la famiglia è la cosa che più di altre dà un senso compiuto a quello per il quale veniamo al mondo: l’amore; amare i genitori che ti hanno dato la vita e la difendono a costo di rimetterci la propria; conoscere una donna, amarla e sentire che è la persona giusta con cui fare insieme un lungo tratto della tua esistenza; i figli, che sono la proiezione dei tuoi ideali, il sangue del tuo sangue».

Parliamo ora dell’Italia. «Mi ritengo fortunato – dice Saikou – sono entrato nel Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme”, finalmente sono tornato fra i banchi di scuola, a sentire il profumo del sapere, quei fogli che se li porti al naso ti trasmettono emozione: da piccolo volevo fare il professore, uno di quelli che insegnano tanto, forse perché avendo perso da giovanissimo papà e mamma, non ho avuto chi mi insegnasse qualcosa…». Dettagli che spesso sfuggono a chi è distratto. “Ho frequentato il “Pacinotti”, incontrato insegnanti molto e, soprattutto, molto pazienti; nel giro di un anno ho imparato le frasi e le espressioni più utili a vivere nella vostra società; penso di aver fatto progressi, ma non sono soddisfatti: i miei professori mi hanno suggerito di sforzarmi nel parlare italiano; “Prima sbaglierai otto parole su dieci, poi cinque, finalmente una…”, mi hanno detto, e così è stato: piccolo segreto, questo l’ho imparato subito, accompagnare le frasi in un italiano anche se approssimativo aiutandomi con i gesti, gli italiani sono bravi».

Pensa anche al lavoro. «Da quando sono in Italia, ho in mente una sola cosa: cosa fare per ricambiare l’ospitalità che mi hanno dato gli italiani; studio, ho fatto un corso da saldatore e, magari, un giorno qualche impresa edilizia mi chiamerà per qualche giorno; nel frattempo, saltuariamente, faccio il magazziniere in un’attività commerciale in provincia di Taranto, ho compagni di lavoro splendidi, loro mi hanno fatto sentire subito cosa significhi vivere in armonia, venire la voglia di costruire una famiglia».

«Non ho ancora vent’anni, forse perché non ho mai avuto una famiglia – se non mio fratello Moumo, che sento spesso – ho voglia di formarne una al più presto, avere uno, due figli, stringerli e trasmettere loro il calore e l’affetto che a me è mancato, spero che questo avvenga il più presto possibile».

«Una scelta forte»

Suor Chiara Francesca Lacchini, clarissa cappuccina

Cercavo una vita cristiana che avesse un senso. Non mi ha parlato Dio, ho incontrato persone che hanno suscitato interrogativi. E nella vita c’è desiderio di felicità. Il convento, da sempre, è luogo di libertà per le donne.

L’occasione, questa volta, è di quelle interessanti, potendo ospitare nello spazio informativo di “Costruiamo Insieme”, nostro spazio informativo una clarissa cappucina, Suor Chiara Francesca Lacchini.

Clarissa cappuccina, il significato.

«Di ispirazione francescana, viviamo secondo la regola di Santa Chiara di Assisi mutuata da una riforma all’interno della Chiesa; nasce nel 1530 a Napoli, ad opera di madre Maria Lorenza Longo che istituisce,  anzitutto, l’Ospedale degli incurabili e una serie di attività caritative a favore dei poveri. Alla fine della sua vita si ritira in un luogo a pregare e costituisce il nucleo di quello che poi diventerà l’Ordine delle Clarisse cappuccine».

Cosa induce una scelta così forte?

«La risposta sarebbe complessa. Volendo semplificare, una scelta di questo tipo è indotta soltanto dallo scoprire che nella vita c’è un desiderio di felicità più grande che non può essere appagato, non può trovare risposte sufficientemente interessanti anche in tutte le cose belle che pur la vita offre».SUORA Articolo 01Lei ha fatto una scelta precisa. Il Signore si può pregare in tanti modi.

«Non esistono scelte più o meno severe, più o meno importanti. Ci sono scelte corrispondenti per quello per cui noi siamo fatti. Sono scelte religiose, di fede, ma anche antropologiche; ognuno di noi è strutturato in modo diverso, e secondo la propria struttura cerca di individuare delle strade di vita; non lo porrei su un discorso strettamente qualitativo: faccio semplicemente quello che faceva per me».

Quanto, oggi, è valorizzata la voce delle donne all’interno della Chiesa cattolica romana?

«Dipende in che ambiti. A livello istituzionale c’è un grosso dibattito, non senza qualche polemica, anche se ci auguriamo ci siano strade di riflessione comune. In questi giorni si è aperto un dibattito per ciò che riguarda il diaconato alle donne; in ambito monastico, il Monastero è stato sempre un luogo di libertà e affrancamento per le donne; anche in tempi in cui sembrava che le regole fossero molto restrittive, di fatto una donna all’interno di un monastero poteva essere libera da tutte quelle costrizioni delle famiglie, dei mariti, dei padri che in qualche modo – oggi ci stupiamo – una volta erano molto forti, molto potenti, esistevano certi condizionamenti da cui risultava difficile sganciarsi; all’interno del monastero c’era la possibilità, pur restando sotto delle regole che potevano essere molto rigide, la possibilità di muoversi con una certa libertà e autodeterminarsi nel cammino della vita».

Domanda delle Cento pistole per dirla con Dumas. Qual è il rapporto con la clausura?

«E’ un rapporto molto complesso, forse caotico, forse problematico, ma lo diventa ancora di più se immaginiamo la clausura per luoghi comuni o ideologie; oggi, come ieri, la clausura è sotto il manto di grandi miti da sfatare: le “sepolte vive”, per esempio, considerare chi fa una scelta di questo tipo come “morta”: è una scelta di separazione, ti chiede da un lato delle limitazioni, di vivere in uno spazio circoscritto, di regolare le tue relazioni secondo delle priorità che ti sei dato e che poi hai scelto; allo stesso tempo, però, è uno spazio privilegiato, che puoi difendere a denti stretti per la tua solitudine, per la tua relazione con il Signore e quella con gli altri; e comunque, oggi la clausura è sotto un grande cammino, un grande passaggio – non tanto perché il valore della clausura non è più lo stesso – tanto perché viene pensato e ripensato dentro un contesto sociale e culturale differente rispetto a quando è nato».
SUORA Articolo 02Da Dumas a Manzoni, ci verrebbe da dire. La visione che abbiamo della clausura è in qualche modo quella manzoniana.

«La Monaca di Monza. E’ un figura che meriterebbe maggiore approfondimento, di recente sono stati editati i diari originali della famosa Suor Gertrude, la “Monaca di Monza” che dicono tutt’altro: la monacazione forzata era uno degli aspetti esistenti all’interno della Chiesa e sollecitati dalle famiglie; la famosa Suor Gertrude desidera opporsi con tutta se stessa e si reca dall’arcivescovo di Milano, Carlo Borromeo, a chiedere di essere liberata da questa costrizione; le vicende vanno in altro modo ed è costretta a subire qualcosa che di per sé non rispondeva a quella che era la realizzazione della sua vita».

Suor Chiara, clarissa cappuccina. Quando e come le è giunta la vocazione, questa vocazione.

«La vocazione non è un fulmine a ciel sereno. E’ frutto di un processo, di una ricerca; come tutti i ragazzi, studi, fai attività – non è dunque un intervento diretto da parte di Dio, di solito usiamo metafore del tipo “Dio mi ha parlato”: Dio non parla se non attraverso circostanze, volti, parole – io ho incontrato persone che mi hanno fatto interrogare sulla significatività di una vita cristiana che avesse un senso, portasse in una direzione, potesse dare alla vita qualcosa di più forte, più significativo».