Ex Ilva, diamo i numeri

“Sole 24 Ore”, diecimila posti di lavoro a rischio

Secondo l’ex ministro Calenda, oggi all’opposizione, la chiusura del siderurgico manderebbe a casa il doppio dei dipendenti (cifre allargate all’indotto). Fra le due tesi, una città divisa fra quanti difendono l’occupazione e quanti la salute.

Quanto perderebbe l’Italia in fatto di ricchezza se l’ex Ilva chiudesse i battenti.  La riflessione scaturisce da un articolo apparso nei giorni scorsi sul quotidiano “Il Sole 24 Ore” che ha pubblicato un’analisi econometrica commissionata allo Svimez, associazione privata per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno. Secondo lo studio svolto dall’organo di informazione di Confindustria, dal sequestro (luglio 2012) a oggi si sarebbero persi ventitré miliardi di euro di Prodotto interno lordo (1,35% della ricchezza nazionale). Fra il 2013 e il 2018, la perdita sarebbe stata ogni anno fra i tre e i quattro miliardi di euro l’anno.

Secondo Il Sole 24 Ore, la riduzione delle ricchezza nazionale proseguirebbe anche quest’anno, in virtù della decisione di ArcelorMittal nel mantenere a poco più di cinque milioni di tonnellate la produzione di acciaio, anziché i sei milioni tondi promessi al momento dell’insediamento a nella capitale dell’acciaio italiano. Secondo lo stesso studio, pertanto, la ricchezza nazionale bruciata nell’arco dell’intero anno corrente sarà superiore ai tre miliardi e mezzo.

IPOTESI CHIUSURA…

Nell’ipotesi che l’intero stabilimento chiudesse, l’azzeramento della produzione di acciaio (i sei milioni di tonnellate anzidetti) sarebbe di una perdita vicina ai ventiquattro miliardi di euro. In buona sostanza, secondo l’ex ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, se l’ex Ilva di Taranto dovesse chiudere, si perderebbero 20 mila posti di lavoro e un punto di Pil.

L’attuale europarlamentare del Pd fa riferimento a una stima, dunque non a un dato ufficiale: 8.200 (oltre 10 mila se si considera l’intera società ArcelorMittal Italia), sono invece i dipendenti dello stabilimento, dunque meno della metà del numero indicato da Calenda (ma ci sarebbe l’indotto…).

Tre giorni fa, ospite a Zapping su Radiouno, infatti, l’ex ministro dello Sviluppo economico  ha dichiarato che “chiudere l’Ilva – parole sue – vuol dire perdere un punto di Pil e mandare a casa ventimila persone”.

Un giorno prima, dunque il 26 giugno, l’amministratore delegato del ramo europeo di ArcelorMittal (multinazionale guidata dall’indiano Lakshmi Mittal), ha dichiarato che a settembre l’ex Ilva rischierà di chiudere a causa di una norma contenuta nel cosiddetto “Decreto Crescita” (convertito in legge dal Senato il 27 giugno).

IMPUNITA’, DI MAIO AVEVA AVVERTITO

Un dossier del Servizio studi del Senato che fa riferimento a un articolo contenuto nel Decreto, infatti, stabilisce che dal prossimo per i responsabili dello stabilimento non varrà più l’impunità per la violazione delle disposizioni a tutela della salute e della sicurezza sul lavoro, elemento per l’amministratore delegato europeo indispensabile per risolvere i problemi ambientali dell’ex Ilva fino al completamento del Piano ambientale.

Detto in soldoni, secondo i critici di questa misura, sostenuta dal ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro Luigi Di Maio, il rischio è che i manager dell’ArcelorMittal vengano esposti a rischi di carattere legale per una situazione che hanno ereditato (dunque non causato) e quindi non vengano messi in condizione di poter mettere in regola una volta per tutte lo stabilimento.

Secondo quanti sono invece favorevoli, lo scopo dell’abolizione dell’impunità è quello di garantire la tutela della salute per i cittadini di Taranto. Il ministero presieduto da Di Maio in una nota aveva affermato che “ArcelorMittal era già stata messa al corrente del provvedimento a febbraio 2019 e che il governo è al lavoro affinché l’azienda continui ad operare nel rispetto dei parametri ambientali”.

DIECIMILA (ARCELORMITTAL), VENTIMILA (EX ILVA, PIU’ INDOTTO) POSTI A RISCHIO

Ma vediamo quanti sarebbero i posti di lavoro a rischio. L’intesa sottoscritta lo scorso settembre prevedeva che l’azienda si impegnasse ad assumere in totale 10.700 lavoratori (secondo l’esistente inquadramento contrattuale). Per i circa tremila dipendenti restanti, ArcelorMittal si era impegnata a finanziare un piano di incentivi per l’esodo volontario e ad assumere tra il 2023 e il 2025 qualsiasi lavoratore fosse rimasto nell’Amministrazione straordinaria di Ilva.

Allo stato, cifre alla mano, lo stabilimento dell’ex Ilva di Taranto conta circa 8.200 dipendenti (e non  ventimila come detto da Calenda). Se si considerano tutti i dipendenti del gruppo ArcelorMittal in Italia, questo numero si aggira intorno agli 11 mila, anch’esso inferiore alla cifra riportata dall’ex ministro Calenda. Ma, diecimila o ventimila che siano i posti di lavoro in ballo, di certo fra le schermaglie Governo-Industria-Calenda, in mezzo esiste una città che trema. Messa al centro fra salute e occupazione, Taranto vive in una situazione contrastante: migliaia di famiglie che vivono di Ilva, e migliaia di famiglie che, fra passato, presente e futuro, vivono quotidianamente l’angoscia di un male già manifestato o che potrebbe manifestarsi a causa di un inquinamento industriale combattuto, ma ancora non debellato. Dal suo canto, ArcelorMittal ha avviato attività di contrasto al fenomeno inquinante con la copertura dei parchi minerali.

Ancora due mesi, infine sapremo quale sarà il futuro di una città di cui tutti parlano, ma che si sente sempre più sola.

«Una città da sogno»

Paolo Castronovi, vicensindaco e assessore

Lusingato dall’incarico attribuitogli dal sindaco Rinaldo Melucci, ha delega a Risorse umane e Società partecipate. Vorrebbe imprimere una svolta con nuovi piani assunzionali. «Abbattuti i paletti del dissesto, stiamo rinforzando la Polizia locale. C’è carenza di personale, ma trovate le risorse economiche proseguiremo attingendo alle graduatorie scaturite dai concorsi»

Paolo Castronovi, assessore a Risorse umane e Società partecipate, nonché vicesindaco. Al di là del ruolo istituzionale, sostituire cioè il sindaco, la nomina che gli ha riconosciuto il primo cittadino di Taranto, Rinaldo Melucci, è un’attestazione di stima.

«Detto che istituzionalmente il vicesindaco è colui che in assenza del sindaco si assume le identiche responsabilità del primo cittadino, al momento di assegnarmi l’incarico di vicesindaco, il primo cittadino si è compiaciuto per responsabilità e impegno da me profusi nell’esperienza di assessore alle Risorse umane e agli Affari generali. In particolare, mi ha riconosciuto la capacità nel mediare con associazioni di categoria e sindacati, compito sicuramente utile in questo momento alla Giunta della quale mi onoro di far parte».

Il suo vissuto, l’impegno prima di entrare in Giunta.

«Dopo aver concluso un primo ciclo di studi, ho iniziato a lavorare all’interno dello stabilimento Ilva, dove ho lavorato per undici anni; è stato in quell’ambito che ho cominciato a coltivare la passione per l’attività sindacale con una delle sigle riconducibili al Comitato aziendale europeo; ho successivamente continuato l’esperienza sindacale nel Sunir – sindacato degli inquilini – per proseguire come responsabile del personale di punti-vendita di un nota azienda presente in tutta la Puglia; lì ho fatto esperienza interfacciandomi con il personale, stavolta dalla parte datoriale; il sindacato, nel frattempo, mi aveva dato modo di fare patronato ed esperienza a difesa anche di quanti non lavorano. Grande esperienza quella nel patronato, è lì che comprendi quale sia il reale bisogno della gente: incontri il pensionato che chiede di essere seguito nelle pratiche quotidiane, ma anche chi, purtroppo, non ha risorse economiche per fare la spesa e devi impegnarti nel trovare soluzioni».CASTRONOVO Articolo 01Il ruolo di assessore di Paolo Castronovi.

«Con la delega alle Risorse umane ho potuto comprendere le difficoltà esistenti all’interno dell’Amministrazione causa carenza di personale: esistono norme che si incrociano, pertanto quando c’è bisogno di unità lavorative in un determinato settore c’è sempre un motivo che rimanda in avanti la necessità di completare un organico con nuove assunzioni».

Senza entrare nel merito della gestione e della delega alla Polizia locale, ruolo fra l’altro ricoperto con impegno dall’assessore Gianni Cataldino, Taranto ha grande carenza di vigili urbani.

«Ribadito che è complicato assumere in qualsiasi comparto, non solo in quello della Polizia locale, come Amministrazione abbiamo ereditato una situazione economico-finanziaria problematica a causa del dissesto; questo status ci obbligava ad attenerci a precise disposizioni nel formulare piani assunzionali; lo scorso anno, con l’uscita formale dal dissesto, questo criterio è stato in qualche modo azzerato: a proposito della Polizia locale, sono state fatte le prime assunzioni, tredici fino ad oggi,  da una graduatoria scaturita da un bando di concorso indetto dalla Pubblica amministrazione; una volta trovate le risorse economiche, la Giunta delibererà per nuove assunzioni entro fine anno».CASTRONOVO Articolo 02Taranto, il punto di vista da cittadino e amministratore.

«Come molte altre città, anche Taranto vive le sue contraddizioni: da un lato un certo benessere, dall’altro una povertà palpabile; esempio banale, visto che me ne sono occupato in queste ore: cittadini chiedono la pulizia dei cassonetti, ne fai installare anche di nuovi, dopo mezz’ora qualcuno gli dà fuoco; Taranto, dunque, città particolare e complicata: di certezze non ne ho mai avute, ma da amministratore con questa Giunta cerco di dare delle risposte. In qualità di cittadino, osservo che il sindaco e i suoi assessori stanno svolgendo un buon lavoro; le intenzioni sono quelle di “ribaltare” la città: i risultati non possiamo vederli dall’oggi al domani, anche se già nei prossimi mesi potremo assistere ai primi risultati positivi».

Ultima domanda. Assessore alle Risorse umane e Società partecipate, la cosa a cui tiene di più di altre.

«La svolta occupazionale nel Comune di Taranto. Ho personalmente constatato le difficoltà degli impiegati a causa della carenza di personale; se riuscissi a imprimere una svolta a una domanda tanto insistente quanto legittima, per me sarebbe una grande soddisfazione».

Una mano sul cuore

Giuseppe Bungaro, diciannove anni, già Eccellenza italiana

A quindici ha inventato un nuovo stent pericardiaco. Insignito dal presidente della Repubblica, ha lavorato in una pizzeria per pagarsi scuola guida e benzina per andare spesso a Lecce, ad assistere ad interventi in sala operatoria.

Scienziato in erba. Ha appena diciannove anni, all’età di quindici aveva ideato un nuovo stent pericardiaco capace di ridurre ai minimi termini i rischi post-operatori dei pazienti. Lo scorso anno aveva vinto la Medaglia d’oro alle Olimpiadi internazionali dei Progetti Scientifici, tanto da esser autorevolmente inserito nelle Cento Eccellenze Italiane in veste di giovane talento della medicina (European Union contest for young scientists).

L’ultimo riconoscimento lo ha ritirato a Taranto, nella Cattedrale di San Cataldo in Città vecchia. Cornice, il “Mysterium Festival”, la rassegna di Fede, Arte, Cultura, Musica, Storia e Tradizione promossa dal Comitato scientifico presieduto da Donato Fusillo, coordinato da Adriana Chirico, e patrocinato dall’Arcidiocesi di Taranto in collaborazione con Comune di Taranto, Orchestra della Magna Grecia, Mibac, Regione Puglia e le Corti di Taras. Alla fine del concerto di Pasqua, eseguito dall’Orchestra della Magna Grecia e diretto dal maestro Piero Romano, il celebrato diciannovenne in questione, Giuseppe Bungaro, si è lasciato andare ad una convincente dichiarazione. A porgli il microfono, Nicla Pastore, conduttrice della serata. «Sono fiero del premio – ha dichiarato Bungaro, studente tarantino arrivato da Fragagnano, dove vive insieme con i suoi genitori – è segno che la città di Taranto non perde di vista i suoi figli che si impegnano in qualsiasi campo della vita, nella Medicina nel mio caso; anche per questo motivo, fiero della mia gente, difficilmente andrò via dall’Italia, non mi farò lusingare da borse di studio provenienti dall’estero…».COPERTINA Domenicale - 1 copiaMEGLIO IL SILENZIO DI UNA SALA OPERATORIA, CHE APPLAUSI

Applausi a scena aperta. Disinvolto nel parlare, Giuseppe, tradito dall’emozione, il suo viso arrossisce a causa di tanta attenzione. Preferisce di sicuro il silenzio della sala operatoria. Agli applausi le pulsazioni di un cuore, che può finalmente osservare stando ad un passo dal professore Luigi Specchia, il chirurgo che lo considera a ragione uno dei suoi più attenti “collaboratori”. Anche se quel giovanotto con quel paio di occhialoni si direbbe disposto a fare qualcosa di più, oggi deve solo assistere. «E’ già tanto – dice a proposito Giuseppe Bungaro – ho sempre sognato di far parte di una equipe medica, in qualche modo ho coronato il mio sogno: voglio fare il chirurgo, ma oggi mi accontento di fare lo spettatore, imparare le tecniche grazie a un grande chirurgo».

Bella la storia di Giuseppe. Non avendo ancora diciotto anni, dunque non avendo la patente, si svegliava all’alba per prendere il treno del mattino e trasferirsi Lecce, destinazione la città ospedaliera. partendo da Taranto. Aveva tenuto uno stage al Maria Cecilia Hospital di Cotignola, vicino Ravenna. Con l’aiuto di papà e mamma aveva preso casa in fitto, non voleva saltare una sola lezione. «Cose dell’altro mondo – ha dichiarato più di una volta Specchia, il suo “insegnante” – mai viste cose così, un giovanissimo così appassionato di Medicina, un predestinato alla carriera di chirurgo». Oggi Giuseppe ha diciannove anni. Lavora il sabato sera in pizzeria, mettere i soldi da parte per pagarsi la benzina e viaggiare da Taranto a Lecce.

PATENTE E BENZINA, COL LAVORO IN PIZZERIA

Figlio di un operaio Ilva, Bungaro comincia la sua esperienza in sala operatoria con Fausto Castriota, coordinatore dell’Unità Operativa di Emodinamica e Cardiologia Interventistica di Maria Cecilia Hospital e ora all’Humanitas di Bergamo. Passava le estati in Romangna, a Lugo. Lo ricorda bene il professor Specchia, cardiochirurgo di Lecce con cui oggi collabora il giovane tarantino. Castriota gli telefonò chiedendogli se avesse voluto seguirlo personalmente, considerando che Giuseppe aveva un solo desiderio: fare il chirurgo. Così è tornato a casa.

Giuseppe si presenta in ospedale quando può. Approfittando di qualche giorno di sciopero o durante assemblee scolastiche. Nel marzo scorso, il presidente Sergio Mattarella lo ha nominato ‘Alfiere della Repubblica’. Completata la maturità, Giuseppe tenterà il concorso a Roma per entrare alla facoltà di Medicina. «La tentazione di trasferirmi all’estero – ha detto Giuseppe – e diventare cardiochirurgo l’ho anche avuta, ma voglio restare nel mio paese, aiutare la mia gente, quanti avranno bisogno di assistenza».

Quel fascino della divisa…

Nigeriano, poco più di trent’anni, confessa la sua debolezza

«Sogno di fare il poliziotto locale, sono i più eleganti, i più educati», dice. «Per quanto sono tutti bravi quelli che fanno questo mestiere», corregge. «I carabinieri, quelli sì, ti mandano fuori controllo: ti danno del “tu”, ti dicono di non agitarti e, intanto, ti fanno mille domande», si sbilancia. Sogno di indossarla, per recuperare quel rispetto che nel mio Paese non ho mai avuto».

«Il traffico dalle mie parti è un’opinione». Fa cenni con le mani, Mike, nigeriano, per far comprendere cosa sia la circolazione stradale nel suo Paese. A far rispettare le leggi, un “poliziotto universale”, esiste un solo corpo militare. «Non è come qui da voi, ho visto – dice Mike – ci sono i vigili urbani, la polizia, poi cos’altro… i finanzieri». Lo ha visto su internet. Si sforza per far capire che le divise sono un dettaglio che non gli sfugge. Fosse per quello, ci sarebbero anche i carabinieri. «Più tosti, dimenticavo!». E, invece, Mike che ha compreso la gerarchia dei corpi militari, in un attimo si aggancia alla considerazione apparentemente sfuggitagli.

«E’ vero, i carabinieri, quando ti fermano ti fanno mille domande: gentili sono gentili, ma non si accontentano della prima risposta e se non parli bene l’italiano hanno tutta la pazienza di questo mondo. A me è successo qualcosa di simile: circolavo in città, mi chiesero i documenti, entrai nel panico; da noi, i poliziotti in divisa fanno paura: devi sempre tenere la testa bassa, mai fissarli negli occhi, la prendono come un’offesa, un gesto di sfida; qui, invece, se non li guardi negli occhi è come se avessi qualcosa da nascondere. E il bello è che ti danno subito del “tu” e si prendono tutto il tempo per capire dove il tuo ragionamento stia andando». Storie 02FINALMENTE UN SORRISO…

Ora ride, Mike. «Sapessi, invece, la paura quando mi fermarono: “Normale controllo”, mi dissero. E poi, “Stai calmo, devi avere paura solo se combini qualche pasticcio… hai combinato guai? No? E allora non avere timore…”.  La divisa nel mio Paese mette paura, dicevo, qui in Italia al cittadino dà sicurezza: almeno questo è capitato a me che, come disse il carabiniere, non avevo nulla di cui avere paura».

Da mesi in Italia, Mike le domande in italiano le afferra senza problemi. Riprende a sorridere. «Voi italiani, poi, potreste andare in qualsiasi Paese del mondo, viaggiare fino a dove vi pare: quando parlate muovete le mani, da lì si comprende se siete sereni o agitati, se qualcosa vi è andato di traverso». Fa il gesto del mulinare le mani a un palmo dal viso, Mike. «Quando un italiano fa così, brutto segno». Insomma, il linguaggio dei segni, il giovanotto nigeriano lo ha imparato. Fosse interrogato, per come parla e spiega le sue impressioni, a scuola strapperebbe la sufficienza.

Perché parliamo di poliziotti e carabinieri. «Ho sempre subito il fascino della divisa, per un senso di giustizia che ho dentro, ma da quando sto in Italia è diventata una malattia: vorrei fare il vigile urbano, dirigere il traffico; pensa che bello, alzo il braccio verso l’alto, apro il palmo della mano e… stop! Vero? Le auto al mio segnale si fermano, faccio attraversare i pedoni, aspetto che bambini e anziani si prendano tutto il tempo necessario e poi… segno alle auto ferme, “potete riprendere a circolare”». I vigili, oggi, si chiamano poliziotti locali. «Bella la divisa, blu d’inverno, bianca d’estate; girando per la città ho notato che sono i più eleganti di tutti: gentili come gli altri agenti delle forze di polizia, ma più eleganti, anche se qualcuno ha chili di troppo ha sempre gesti eleganti».

SARA’ PERCHE’ SOGNO RISPETTO…

«Hanno grande rispetto dei cittadini – prosegue Mike – sono disponibili, quando forniscono informazioni lo fanno sempre con il sorriso: che questo, il pedone, sia bianco, nero o giallo». C’è poco da fare, il modo di operare dei nostri “vigili urbani” è rimasto impresso a Mike. «Da pochi giorni a Taranto, un giorno mi sono rivolto a un agente di polizia locale – va bene così? – per chiedere quale strada avessi dovuto fare per tornare da via D’Aquino alla sede di via Cavallotti. Non indossavano ancora la divisa estiva, come invece accade in questi giorni: attesi qualche istante, il tempo che l’uomo in divisa finisse di dare indicazioni ad alcuni turisti: non appena ebbe finito, mi dette con la massima calma tutte le indicazioni per tornare nel mio Centro di accoglienza».

Avesse pelle bianca, Mike arrossirebbe, ma la sensazione è quella giusta, viso e occhi non tradiscono. Con la divisa cerca quel rispetto che a casa sua non ha mai avuto. «E’ la cosa che più ci manca – confessa – e che molti di noi, in Nigeria, cerchiamo dall’età della ragione: non è giusto che un tuo simile si serva della forza, di una pistola per avere ragione di te: sono cristiano, siamo tutti fratelli, abbiamo gli stessi doveri ma anche gli stessi diritti, non è così? Fin da piccolo ho fatto i conti con violenza e ingiustizia: se una divisa invita al rispetto, non c’è niente di male, forse desiderarla, un giorno indossarla è la strada giusta per recuperare un mio diritto».

«Chiara e forte!»

Floriano Dandolo, genitore di una piccola in cura al SS. Annunziata

«Un emocromo inquina il sangue di mia figlia. Cambia la vita, disintegra le certezze. Ma la piccola ha il carattere forte della mamma, sorride e sta uscendo fuori dalla terapia. L’importanza di incontrare professionisti e curare sul posto. Disposto a incontrare altri genitori…»

Sul sito, ma sostanzialmente sui mezzi di comunicazione di cui dispone “Costruiamo Insieme” (canale youtube e web radio), abbiamo spesso ospitato dirigenti, primari dell’azienda ospedaliera locale. Confronti per comprendere quali fossero le attività dell’Ente ospedaliero e le attese, invece, di pazienti e familiari che si avvicinano a un nosocomio, che sia un Pronto soccorso o uno dei reparti del “SS. Annunziata” piuttosto che “San Giuseppe Moscati”.

Questa volta sentiamo dalla voce di un papà, Floriano Dandolo, che al SS. Annunziata ha in cura la sua bimba, Chiara, cinque anni, che segue una serie di cure per combattere una malattia del sangue. Qual è il punto di vista di un genitore, la percezione di un utente, quando di fatto mette nelle mani di un’azienda ospedaliera una vita più preziosa della propria.

«Una macchina complessa; all’inizio ti trovi al cospetto di un percorso tortuoso che fai fatica a capire, se non fosse che nella sfortuna hai la fortuna di incontrare personale, non solo medico, umano e altamente professionale. E’ anche grazie a questo che riesci a farti una ragione di quanto ti stia accadendo, e ad avvicinarti a un tipo di vita che non t’aspettavi, quella di genitore costantemente all’erta. Non è facile, ma quando entri in un simile meccanismo, cominci a ragionare e a camminare con le tue gambe, immedesimandoti in totale nei momenti che stai vivendo, in questo caso con la mia bambina, Chiara, appena cinque anni, e mia moglie, Maria Rosaria».DANDOLO Articolo 01Un “emocromo sospetto” entra nella vostra vita. Una scossa spazza via qualsiasi sicurezza.

«Di colpo non esiste più l’ordinario, la vita quotidiana, una inattesa onda d’urto ha spazzato in un istante il concetto di “casa”. Non solo in senso fisico, ma anche dal punto di vista psicologico: la famiglia cede sotto i colpi di un emocromo. La vita ti costringe a voltare pagina, a gestire situazioni inattese. E, purtroppo, non ogni tanto, ma giornalmente, ora per ora».

Di Chiara ne parliamo a breve, ma tuo figlio, Luca, sette anni, dunque appena più grandicello, che domanda ti ha posto a proposito della sorellina?

«Domanda spiazzante. “Papà, che fine hanno fatto Chiara e la mamma?”. In quel caso mi ha soccorso una illuminazione. Ho inventato una favoletta spiegando la realtà, anche se in tutta coscienza non sapevo se fosse stata quella la cosa giusta. Consultando una psicologa, cui ho spiegato cosa fosse accaduto e come mi fossi comportato, mi è stato spiegato che avevo agito in modo ingenuo, ma funzionale. I bambini che non sono vittime di malattie rare e vigliacche devono anche sapere che esiste il bene, ma anche il male. Questo credo sia fondamentale. Non dobbiamo spegnere loro il sorriso, ma accompagnarli sul sentiero della vita che alterna cose belle a cose talvolta meno belle. Nei momenti in cui vieni preso alla sprovvista non è semplice trovare le parole giuste, poi, dicevo, l’illuminazione, ti soccorre il mestiere di genitore: la storiella…».

Qual è stata questa storiella raccontata a Luca?

«“Alla tua sorellina – ho spiegato al piccolo – hanno trovato il sangue “sporco”, tanto che si sono rese necessarie cure per “ripulirglielo”: questo è quanto…».

Poi incontri Valerio Cecinati, primario del reparto di Pediatria al SS. Annunziata. L’importanza di un medico.

«Un raggio di sole improvviso sbucato da una fitta nube nera. Non solo uno stimatissimo professionista nel campo della pediatria, ma anche medico qualificatissimo nel settore oncoematologico. Credo che in breve tempo, anche grazie ai colleghi del reparto, al personale paramedico, insieme ai collaboratori abbia trasformato un treno a vapore in un mezzo di collegamento che viaggia più spedito. La mia sensazione: non si fermerà fino a quando il suo reparto non diventerà un treno ad alta velocità».

DANDOLO Articolo 02Ci diceva che ha assunto un impegno. Spendere il suo tempo libero nell’incoraggiare quei genitori che avranno bisogno di un sostegno psicologico. Chi meglio di lei  la sua signora.

«Sottoporre un paziente a cure continue, a casa o in prossimità di casa, senza sottoporsi a spostamenti e lunghi viaggi nella sfortuna di una malattia che interessa un numero di pazienti in costante crescita, è un vantaggio psicologico non indifferente. Io e mia moglie, per esempio, per sottoporre la piccola a cicli di radioterapia ci siamo spostati non più lontano di San Giovanni Rotondo. E qui torniamo alla professionalità, all’importanza di un medico che esamina caso per caso e suggerisce la strada più giusta da compiere. Dunque, diffidate dai suggerimenti di amici e parenti, che possono indicare centri di eccellenza, ma magari non idonei a quel caso specifico».

Chiara, il suo comportamento, i suoi sorrisi. I suoi genitori.

«Non ha mai smesso di sorridere. E’ un fiume in piena, con il suo carattere travolge tutti, genitori e personale in primis. Merito della mamma, da cui Chiara ha preso il carattere forte, determinato. La terapia si divide in due fasi: in day hospital e in ricovero. Stando a Taranto, i due bambini usufruiscono della nostra costante presenza di genitori, in quanto possiamo alternarci; fosse stato altrove, un altro centro lontano da casa, sarebbe stato molto più difficile. Non dimentichiamo che la vita del bambino, appena sette anni, deve proseguire nel modo più normale possibile…».

Consigli ai genitori.

«In reparto ho lasciato il mio numero telefonico, disponibile con chiunque voglia scambiare due parole su una esperienza che io e mia moglie abbiamo vissuto in prima persona. A volte, le parole semplici possono alleggerire un peso sotto il quale si rischia di finire schiacciati nel fisico e nella mente».

«Speriamo che me la cavo»

Erika Blanc, fra cinema e teatro, dopo “Quartet”

«Ai giovani che fanno cinema e tv consiglio le tavole del palcoscenico. E’ la base di questo mestiere. Aspiravo a un ruolo nella commedia di Harwood, ho studiato, ce l’ho fatta». Squarzina, Strehler, Lionello. «Vi racconto la “k” ballerina del mio cognome…»

Teatro Orfeo di Taranto, in scena la commedia “Quartet” in programma all’interno del cartellone dell’associazione culturale “Angela Casavola”. Altro tassello, esclusivo appannaggio della cooperativa “Costruiamo Insieme” che ha affiancato in veste di sponsor la rassegna teatrale che si avvale della direzione artistica di Renato Forte.

In scena, fra i protagonisti della commedia scritta da Ronald Harwood, l’attrice Erika Blanc. Nota al grande pubblico, è stata protagonista di sceneggiati per la tv e film, non ultime le prove cinematografiche con Ozpetek, Avati, Castellitto e Gassman. Una seconda giovinezza, posto che la prima sia conclusa. Ci perseguita un dubbio, tanto che l’attrice ci scherza sopra. «Come li porto i miei 33 anni, bene?», dice mentre viene microfonata da Paolo D’Andria che cura regia, riprese e montaggio.

Teatro, signora. Ci dica fuori dai denti cos’è il teatro per lei?

«Parlo sapendo di non offendere nessuno, poi cosa possono farmi quanti si sentono colpiti dal mio modesto punto di vista, togliermi il saluto? Dunque, quanti fanno gli attori senza prendere in considerazione le tavole del palcoscenico, penso commettano un grave errore. Dunque, il teatro. S’è capito il mio punto di vista: è la massima espressione per l’attore, la base del mestiere per chi ha scelto di fare l’attore, cinema o tv che sia? Prima, passasse dal teatro».BLANC Articolo 02 - 1Una delle sequenze più ricercate e cliccate su youtube, il ruolo della nonna, giovane nello spirito, e saggia, con battute al fulmicotone ne “La bellezza del somaro” di Sergio Castellitto.

«La scena del  “tutti a tavola” e qualcuno, uno dei ragazzi, tira fuori un serpente facendolo passare per un normale animale domestico: una delle scene più esilaranti. Guardo il rettile, rifletto e dico appena: “Poverino, tutta la vita a strisciare, senza le zampette…”».

La sua carriera, prima del teatro.

«Ho cominciato con i fotoromanzi, poi il cinema, che agli inizi non mi ha dato grandi soddisfazioni. Sì, si impara, ma il teatro è un’altra cosa. Verso i trentatré anni mi sono posta una domanda: “Quanto durerò ancora come “bella ragazza”?”. Così ho lavorato con Strehler e Squarzina, poi con Alberto Lionello, compagno di una vita».

Blank o Blanc?

«Sono partita con la “k”, doppia se consideriamo il nome, Erika; facevo il cinema e a qualcuno venne in mente di estendere una “k” civettuola anche al cognome, perché faceva tanto straniera: “Blank”. Ma chi se ne frega, mi sono detta, poi una volta salita su un palco, insieme ai miei registi, ho pensato che Blanc facesse più, come dire, intellettuale: e sia Blanc…».

Sembra davvero sbucata da uno di quei suoi ultimi film per quell’aria un po’ svanita, che le dà sempre un fascino irresistibile. “Quartet”, bel personaggio.

«Speravo in questo ruolo, ambivo a questa commedia: si ride, ci si emoziona; credo faccia per le mie corde, non crede? Amo il teatro, i suoi rituali, un po’ meno i suoi chilometri: oggi fra una rappresentazione e l’altra ce ne scappano anche cinquecento e, magari, alla mia veneranda età pesano; sa, ho ventitré anni io, non si direbbe, vero? ».BLANC Articolo 03 - 1Impagabile, signora Blanc. Sembra già entrata nel personaggio che interpreterà in scena. Non aveva detto trentatré anni?

«Trentatré, avevo detto così? Mah, Totò avrebbe detto “sto nel decennio”: ventitré, trentatré, che importa, a volte me ne sento anche meno; forse ne ho davvero tanti meno…».

Le è sfuggito qualcosa nella sua carriera?

«Non credo, ho avuto tutto da questo mestiere. Penso di aver compiuto una carriera incredibile. Ho sempre trovato un ruolo che facesse per me. Penso a Castellitto, ma anche a Proietti e Gassman; qualche volta, intorno, registro picchi di Alzheimer: l’importante è che questi sintomi non li abbia io…».

Non le fa difetto la battuta. Studia ancora, “Quartet”, per esempio, è impegnativo.

«Studio sempre, è importante per crescere e io, fuori dall’ironia, voglio ancora crescere; in “Quartet” ho fatto una sostituzione, alla prima prova ho notato che mi adoravano tutti: lavorare con Ponzoni, con la stessa Paola, una grandissima, è molto bello; e Pambieri? Meriterebbe di fare più cinema, grande attore…».

Lei, non scherza.

«Io, me la cavo. Ecco, io speriamo che me la cavo…».

Puglia, la più bella

National Geographic conferma, è la regione più affascinante del mondo

Dal Barocco, ai muretti a secco, i trulli di Alberobello e Martina Franca, le masserie, i trabucchi, il mare cristallino del litorale. La tranquillità di borghi straordinari, l’incredibile tradizione enogastronomica dello Ionio con i suoi i prodotti di terra e di mare. Le sue spiagge celestiali, il Gargano e il Salento.

Inutile che gli altri si affannino per recuperare terreno. Anche quest’anno le diverse località turistiche non solo italiane, dovranno farsene una ragione: la Puglia è la più bella regione del mondo. Senza “se” e senza “ma”, come si dice in casi simili. L’Italia è il Paese più bello al mondo, un Museo a cielo aperto dicono gli studiosi e quanti da non sappiamo nemmeno quanto tempo. Dunque, la Puglia è il meglio del meglio. Non lo dicono gli italiani, bensì gli esperti. Non una entità pressoché sconosciuta creata ad hoc per incoraggiare gli imprenditori pugliesi alla vigilia di un’estate che proprio non si era presentata nel migliore dei modi.

Qui bisogna parlare inglese, scriverlo e leggerlo: da anni, infatti, da soli, in coppia, poi tutti e tre insieme, National Geographic, Lonely Planet e il New York Times, hanno eletto la “più bella delle belle”. Quasi fosse un concorso riservato alle miss. Prendetevi un attimo di tempo, qualche istante. Massì, esageriamo, anche due, tre secondi e fatevi una domanda. Vivete in un Paese mozzafiato; non basta, i pugliesi hanno la fortuna di abitare nella regione in assoluto più bella che esista sul globo terracqueo e non lo sapevate?

Anche quest’anno, infatti, la Puglia si è aggiudicata il “Best value travel destination in the world”, riconoscimento che l’aveva messa in relazione con centinaia di altre destinazioni in tutto il mondo. A definire la Puglia, la regione più bella al mondo, sono stati tre colossi della comunicazione e dello studio: National Geographic, Lonely Planet e il New York Times. Diverse le discipline messe sotto la lente d’ingrandimento: arte, cultura, natura e, ovviamente, le tante bellezze che il nostro territorio vanta e rappresentano un patrimonio di cui andare fieri.

MARTINA E LE MASSERIE, IL BAROCCO E LA TAVOLA

Dal Barocco del Salento, ai muretti a secco, i trulli di Alberobello e Martina Franca, le masserie, i trabucchi, il mare cristallino del litorale, il profumo delle zagare, le leggende, la cucina marinara tradizionale, le antiche chiese, le Grotte di Castellana, il Santuario di San Michele a Monte Sant’Angelo, il Castello aragonese e le Colonne doriche, le Città vecchie di Taranto e Lecce, le insenature di Polignano a Mare. Tutta la Puglia è meravigliosa e forse non ce ne accorgiamo. La nostra regione è bellissima: da nord a sud, in tutte le sue sfaccettature e in tutte le sue località. Orgogliosi, dunque, di essere la più bella regione del mondo. E, pensate, non dovete nemmeno fare un biglietto. Siete già sul posto, approfittatene e quest’estate fatevi un altro giro. E se la Puglia la conoscete come le vostre tasche, concedetevi il bis.

La Puglia è una terra nella quale è possibile vivere esperienze uniche non solo per il suo mare, i borghi, la realtà rurale e moderna, castelli e cattedrali, ma soprattutto per la sua autenticità e la sua enogastronomia. La conferma di un riconoscimento straordinario, soprattutto perché riguarda una classifica mondiale e non solo continentale, e che dimostra ancora una volta la ricchezza turistica dell’Italia intera. Il premio alla Puglia è stato assegnato anche perché è la regione che vanta il meglio dell’Italia del Sud: i ritmi di vita, le tradizioni, la bellezza dei luoghi.

LONELY PLANET, IL NEW YORK TIMES…

La conferma anche dalla prestigiosa guida Lonely Planet, dal New York Times che in passato aveva titolato Italy’s Magical Puglia Region. Un trionfo riportato da una Regione che spesso, come la maggior parte delle realtà italiane, è al centro delle cronache per i problemi che la affliggono e che non ne restituiscono un’immagine positiva. Lonely Planet scrive che in Puglia “si possono assaggiare alcuni vini di qualità per niente costosi, in una regione che è la terza produttrice di vini e conta ben trenta diverse qualità di uve autoctone”.

La tranquillità di borghi straordinari come Ostuni o Locorotondo, Fasano e Martina; l’incredibile tradizione enogastronomica del Gargano e del Salento, dello Ionio con i suoi i prodotti di terra e di mare; le sue spiagge celestiali, come Punta Prosciutto o Baia dei Turchi, le Marine di Lizzano e Pulsano. E, ancora, la tradizione religiosa o dell’artigianato, con la cartapesta, i lavori in vimini, le sculture in legno o in pietra leccese dei famosi maestri scalpellini.

Che la Puglia fosse la regione più bella del mondo, forse noi italiani lo sapevamo già, e i milioni di turisti che ogni anno la scelgono lo dimostrano, ma riportato anche stavolta da una fonte autorevole come il National Geographic, non può che farci piacere e farci sentire orgogliosi una volta di più.

«Quei corpi privi di vita…»

Sambou, gambiano ricorda per noi, una delle tragedie del mare

«Donne incinte che galleggiavano, non potrò mai rimuovere dalla mia mente quelle immagini: centotrenta su un gommone che galleggiava per scommessa, poi tutti in acqua, salvi in cinquanta. Avevo una grave malattia respiratorio e un destino segnato…»

«Corpi di donne incinte che galleggiavano, prive di vita, davanti ai miei occhi: la Guardia costiera italiana non ce l’aveva fatta; avvertita di due imbarcazioni strapiene di africani che se la stavano vedendo brutta in un mare agitato, aveva fatto quello che aveva potuto; anzi, il Cielo li ringrazi, perché altri superstiti di quella tragedia avrebbero rischiato la stessa fine di donne, uomini e bambini, scomparsi a decine fra quelle onde esagerate per quanto erano alte: ottanta morti, cinquanta in salvo!».

Sambou, gambiano, più di ventiquattro anni, affetto da continue crisi respiratorie, a fine dramma ospitato in un Centro di accoglienza di “Costruiamo Insieme”, racconta qualcosa di cui poco si è parlato. Non si dà pace, dice di non aver letto molto della vicenda costata la vita a una buona parte di una imbarcazione che avrebbe potuto trasportare appena poche decine di persone e, invece, a bordo di persone ne avevano fatte salire centotrenta. «Erano due i gommoni, roba da non crederci, galleggiavano per scommessa: io non potevo fare troppe cerimonie, dovevo cogliere l’occasione al volo, stavo sempre più male e non avevo soldi per pagarmi i medicinali, figurarsi il viaggio!». Due le imbarcazioni. Già una trentina a bordo sarebbero tanti. «Eravamo centosedici sul mio gommone, sull’altro centotrenta: c’era chi aveva contato per dare un certo equilibrio ai due enormi “salvagente”: eravamo pazzi, molti di noi erano al corrente che avremmo corso seri pericoli, non potevamo spostarci da prua a poppa; intanto, non c’era spazio, poi avremmo fatto “ballare” più di quanto non lo facesse già di suo quel gommone; non ci perdevamo di vista, quando un’onda più alta delle altre fece un solo boccone dei centotrenta…».Sfondo colore 02CORRI SAMBOU, CORRI…

Perché Sambou scappa. La salute, dice. «Avevo crisi respiratorie, asma. Da noi quelle cure costano tanti soldi, eppure papà cercava di fare il possibile per aiutarmi, lavorava dalle prime luci del mattino a tarda sera, un uomo che aveva il senso del sacrificio». Poi le cose cambiano. Sulla sua famiglia si abbatte una seconda sciagura. Niente in confronto alla malattia di Sambou che lo sta trascinando verso una strada senza uscita. «Muore mio padre, il sostegno della nostra famiglia: noi lavoravamo, facevamo quello che potevamo, ma era lui il motore di tutto; si spremeva come un limone, non si riposava un attimo: spezzarsi la schiena per tante ore al giorno, alla fine ti sfianca, ti indebolisce; purtroppo, un brutto giorno, papà si abbatté: non ce la fece a superare una crisi, l’ultimo suo sguardo rivolto ai figli e un attimo dopo al Cielo, quasi lo chiamasse a testimoniare che lui aveva fatto il possibile per sfamarci e farci stare tutti insieme».

Le cure, costano. «Non ce la può fare la famiglia, non che fossi un peso, ma avevo bisogno di medicinali, molto costosi dalle nostre parti; dovevo provare a imbarcarmi per l’Italia, anche perché le crisi respiratorie erano ad intervalli sempre più brevi; mia madre, per amore dei figli si era risposata: così sarebbe stato più facile sfamare i più piccoli; io, intanto, mi ero allontanato da casa con la sua benedizione, tanto che quando possibile sento lei, i miei fratelli e i miei amici; nel cuore un grande dolore: quando mi ero rassegnato a morire nel letto di casa mia, dovevo andare via, con il timore che durante il viaggio potesse capitarmi qualcosa e non essere seppellito nel mio Paese».

C’è stato un momento in cui Sambou ha pensato che fosse davvero finita, in un Paese che non era il suo Gambia. «La Libia. Ci ero arrivato letteralmente distrutto, non ce la facevo a stare in piedi: non avendo denaro in tasca e, dunque, impossibilitato a pagare il riscatto a banditi senza scrupoli, ero stato prima rinchiuso in qualcosa che somigliava a un carcere, poi gettato per strada: un mese in un angolo di quella prigione improvvisata, fra colpi di tosse e crisi sempre più gravi. Una sera non ce la fecero più, due sorveglianti mi presero mani e piedi e mi scaraventarono per strada. Era la fine. Non riuscivo a pensare a un epilogo diverso: crisi di asma, dolori e ferite ovunque a causa della violenta caduta, mi trascinai verso un marciapiedi per aspettare lì la mia fine…».

QUANDO TUTTO SEMBRA FINITO…

Invece, miracolo. «Qualcuno mi svegliò, forse impietosito nel vedermi moribondo. “Ci sono due imbarcazioni per l’Italia, se si stringono un altro po’, c’è posto anche per te”, mi disse l’uomo della provvidenza. Speranze ridotte al lumicino, mare agitatissimo, i due gommoni che sembravano due galleggianti sbalzati dalle onde; anche stavolta invocai il Cielo: io e altri centoquindici su un gommone, centotrenta sull’altro, appena più grande, ritenuto più sicuro tanto da ospitare donne incinte e bambini».

Un attimo e a metà del viaggio l’imbarcazione dei centotrenta, a poca distanza da Sambou, non regge l’urto di un’onda alta quanto un palazzo di dieci piani. «Sotto i miei occhi vedo sbalzare fuori dal gommone tutta quella gente: tutti in mare, urla strazianti, ognuno invoca aiuto nella sua lingua; braccia che si agitano sempre con più forza e quando questa abbandona quella povera gente, quelle braccia spariscono fra le acque: è finita».

Un dolore e una morte annunciata. Uomini, donne e bambini scompaiono uno dietro l’altro. «Dei centotrenta, vengono tratti in salvo appena cinquanta, e sono tanti, perché la Guardia costiera rastrella quelli che riescono a malapena a reggersi a galla, qualcuno aggrappato al nostro gommone, quello “sopravvissuto” al mare in tempesta; arriviamo finalmente in Italia, veniamo assistiti, io vengo accompagnato in ospedale e sottoposto a una serie di cure: sano e salvo!».

Sambou prosegue le cure fuori dall’ospedale. «Adesso va meglio, mi rimetto in sesto e poi sotto con il lavoro: ho imparato a fare l’elettricista, una cosa che mi è sempre piaciuta fin da piccolo. Forse perché dalle mie parti qualcuno che porta luce viene visto come uno spiraglio di speranza».

«Respingere mai!»

Parla l’amministratore accusato per “troppa indulgenza” con gli extracomunitari

«Regolamentare sì, ma nel frattempo dobbiamo essere ospitali: appartengo a una Destra sociale che non c’è più. Ho fatto solo il mio, poi i “leoni da tastiera” hanno fatto della normalità, cioè l’accoglienza, un caso mediatico». Scatenati quotidiani e tv nazionali.

Alessandro Scarciglia, vicesindaco di Avetrana, riceve offese e insulti sui social network. Unico torto, punti di vista – noi la pensiamo esattamente come lui – essersi prodigato nel dare accoglienza a settantatré migranti pakistani sbarcati nei giorni scorsi sulla spiaggia di Torre Colimena, Marina di Manduria. Sono in molti ad esprimere solidarietà a Scarciglia. Politici, sindacati, cittadini si schierano dalla sua parte, qualcuno parla di «vergognosa aggressione nei suoi confronti» e, invece, lo ringrazia «per l’impeccabile lavoro istituzionale svolto e avere interpretato nel modo più giusto il ruolo di amministratore».

“Costruiamo Insieme” ha fatto di più. Ha invitato Scarciglia in studio per farsi raccontare direttamente dal protagonista di un gesto normale, quello dell’accoglienza, diventato suo malgrado “speciale”. Tutto nasce da un equivoco. La formazione politica di appartenenza, passata attraverso diversi partiti che, però, non incarnavano lo spirito dell’amministratore.

Insomma, Scarciglia, una tempesta mediatica?

«Ho fatto quello che dovrebbe fare ogni essere umano, che sia di destra o di sinistra: aiutare il prossimo; mi meraviglia, invece, quanto si è scatenato mediaticamente nel giro di qualche ora. Ma andiamo per ordine: sono appena passate le sei e mezzo del mattino, mi chiama un brigadiere della Stazione dei carabinieri di Avetrana: settantatré persone, appena sbarcate, sono in fila indiana sulla strada, si dirigono da Torre Colimena – dove è avvenuto lo sbarco – verso Avetrana; non sono più in territorio di Manduria, così spetta a noi, avetranesi, darci da fare: è gente che da giorni – nove abbiamo saputo – viaggiava in mare».SCARCIGLIA articolo 01Scatta l’operazione-ristoro.

«Sollecita. Cominciano i carabinieri, un esempio in fatto di impegno, per proseguire con rappresentanti della Prefettura di Taranto che hanno svolto il lavoro di identificazione con la massima velocità; metto a disposizione di questi settantatré poveretti, stanchi, denutriti, con appena la forza di ringraziarti a mani giunte, lo stadio comunale: lì troviamo magliette, ciabatte, servizi igienici. Grazie infinite a un ristoratore del posto, al titolare di un negozio di casalinghi e alla generosità dei cittadini non solo di Avetrana – perché c’è stata una corsa alla solidarietà – i migranti hanno ricevuto pasto caldo, bottigliette d’acqua, bicchieri posate, indumenti e scarpe».

Lei, però, è di destra: non glielo hanno perdonato. Cosa fanno quanti appartengono a questa ideologia: mangiano i bambini, prendono a sassate o botte i richiedenti asilo, li respingono in mare e chi si è visto, si è visto?

«Sono orgogliosamente di destra, ho vissuto da ragazzo il Movimento sociale, poi Alleanza nazionale, infine Fratelli d’Italia, da cui sono poi uscito: attualmente sono sprovvisto di tessere di partito; mi manca la mia Destra sociale, all’interno della quale non si è mai parlato di dichiarare guerra a bisognosi e richiedenti ospitalità: regolamentare sì, respingere mai, siamo seri! Alla base di tutto deve esserci rispetto per chiunque sia un diverso, per pelle, religione, politica che sia; a casa, come in politica, mi hanno insegnato ad aiutare i deboli da qualsiasi parte del mondo arrivassero».

Veniamo all’attacco web. 

«Il web è bello perché è democratico, ma andrebbe regolamentato: uno non può pensare di aggredire impunemente chiunque, sono contro i “leoni da tastiera”; sono stato oggetto di un “agguato mediatico” da parte di un rappresentante del centrodestra e di uno del centrosinistra, in perfetta par condicio: ognuno di questi diceva il contrario dell’altro, figurarsi io che ero al centro della vicenda; dei due, chi diceva che un uomo di destra deve usare il polso duro e respingere gli sbarchi; chi, invece, che il sottoscritto era in cerca di visibilità: hanno perso entrambi un’occasione per tacere».
SCARCIGLIA articolo 02Tutto è finito lo stesso giorno.

«Di più, a mezzogiorno in punto! La Prefettura aveva disposto il trasporto dei pakistani all’hot spot di Taranto per espletare le ultime formalità e definire per ciascuno di questi la destinazione. E’ stata una vera corsa di solidarietà, due ragazze si sono offerte da interpreti e tutto è andato nel verso giusto; in molti si sono complimentati per come ci siamo attivati all’interno della vicenda: amministratori, commercianti. Per dirla tutta, doveva finire tutto lì: soccorso, ristoro e trasferimento dei settantatré pakistani a Taranto».

Dei pakistani, i “leoni” non se ne sono occupati affatto.

«Due cose sono sfuggite ai più: la disperazione di questa gente in cerca di libertà e l’errore di rotta, perché non so spiegarmelo come sono stati “spinti” a Torre Colimena; magari si tratta di una nuova rotta, chi può dirlo?».

Tv e stampa nazionale, la sua vita per qualche giorno è cambiata. 

«Continuo a fare l’amministratore nell’unico modo in cui mi è stato insegnato: il rispetto. Vuole sapere l’ultima? Da sempre mi spendo nel sociale, per formazione culturale: faccio clownterapia, in tasca sempre il famoso “naso rosso” (simbolo dei “clown di corsia”, ndr): con altri associati vado spesso a Brindisi, portiamo il buonumore in corsia, tanto ai bambini malati quanto agli anziani; sono stato a fare l’animatore, a portare il buonumore anche nei Centri di accoglienza; come vedete, non mi sono improvvisato, da sempre mi spendo per il prossimo, figurarsi se il colore della pelle può fermarmi…».

Gay, fuori l’orgoglio

Ieri, a Roma e altre cinque città manifestazione Lgbt

Settecentomila a sfilare nella capitale, secondo gli organizzatori. Solidarietà di Cinquestelle e PD, ma anche dal Campidoglio. “Ma attenzione, non possiamo prenderci il lusso di spegnere solo le candeline”, avvisa il movimento.

E’ andata. Il Gay Pride che ha avuto luogo ieri, sabato 8 giugno, a Roma, è andata in archivio. Con tutta una serie di interventi, a favore, contro. A volte con un chiaro disegno politico. Ma gli organizzatori, i partecipanti all’Orgoglio Gay non sono ingenui. Per gli organizzatori in piazza i partecipanti hanno superato quota settecentomila.

Roma ha fatto da attrattore principale, ma il gay pride si è svolto in altre quattro città. Ma non è finita. Annunciate altre manifestazioni per la prossima settimana. Cortei in contemporanea con Roma, l’orgoglio gay ieri è sceso in piazza anche a Trieste, Pavia, Ancona e Messina.

A Trieste, madrina la cantante Elisa. A Pavia, ritrovo in corso Cavour, davanti alla scuola Carducci, uniti nello slogan “Tutt*insieme favolosamente”: con l’asterisco voluto per evitare discriminazioni di genere. Ancona il centro di “Marche pride”. Cinquanta associazioni hanno solidarizzato con l’iniziativa (Regione Marche ha dato il patrocinio). Prima volta a Messina: “Pride dello Stretto”, finale di un mese di attività sui temi dei diritti civili.

In occasione del venticinquesimo anno il Gay Pride è tornato a sfilare per le vie del centro di Roma. Raduno in piazza della Repubblica per migliaia di persone che hanno seguito i carri con le dance hall delle varie associazioni che hanno organizzato la manifestazione.  Molte mani colorate di rosso alzate al cielo “contro omofobia e transfobia”. E poi, in coro, “Bella Ciao”.

«TEMPI “SCURI”, DOBBIAMO LOTTARE»

«E’ un Pride speciale – ha spiegato Sebastiano Secci, presidente del Circolo “Mario Meli” –  a 50 anni da Stonewall, la scintilla della rivoluzione del movimento, a 25 anni dal primo grande Pride moderno e unitario a Roma. Non possiamo prenderci il lusso di spegnere solo le candeline, ma dobbiamo continuare a lottare in prima linea perché i tempi che abbiamo davanti sono sempre più scuri: il movimento Lgbt (Lesbiche, Gay, Bisessuali, Trasgender, ndc) è sempre più bersaglio di odio e violenza. I nostri figli e le nostre figlie vengono dichiarati inesistenti e dunque c’è ancora tanto da fare».

Quindi guardando alla compagine di governo Secci aggiunge «che prendere di mira una minoranza è un’arma di distrazione di massa per distrarre dai reali problemi del Paese. L’anno scorso un ministro della Lega ha detto che le famiglie arcobaleno non esistono, il vicepremier dei 5 Stelle ha detto che la famiglia è fatta solo da un padre e una madre. Se già un governo nega la nostra esistenza e quella dei nostri figli, che sono la parte più debole, vuol dire che c’è tanto da fare».

Tra i politici, in rappresentazione del Campidoglio il vice sindaco di Roma Luca Bergamo. «C’è bisogno di progredire nel riconoscimento dei diritti delle persone – ha dichiarato – senza discriminazioni: sono testimonianze e prese di posizione che vanno assunte anche quando i diritti si realizzano».

«Al Roma Pride – ha detto invece Riccardo Magi, deputato radicale di +Europa – siamo in tanti a ribadire che la lotta per l’affermazione dei diritti civili e contro ogni discriminazione, la lotta per la libertà sessuale e la vita familiare, è necessaria nel nostro Paese. I diritti sono conquiste e non vanno mai date per scontate».

MOVIMENTO CINQUE STELLE, FELICI DI ESSERCI

Ieri, in tarda mattinata anche il messaggio della vicecapogruppo del Movimento 5 Stelle al senato, Alessandra Maiorino. «Felice di esserci – ha dichiarato – a titolo personale, ma anche come rappresentante delle istituzioni, impegnata nella battaglia in difesa dei diritti civili. Il mio disegno di legge sul contrasto alla omotransfobia è stato depositato con ben 38 firme di senatrici e senatori del M5S».

«Una città intera che si colora d’arcobaleno per il 25esimo Pride – ha detto Marco Furfaro, coordinatore nazionale di Futura e membro della Direzione Pd – è un momento unico e straordinario di libertà, di felicità e di contrasto ad ogni discriminazione e pregiudizio. Una marea umana si ribella agli stereotipi con il sorriso: esserci ora, con un governo che prova a minare i diritti degli altri ogni giorno di più è necessario ed indispensabile».

Molti i social che hanno rilanciato l’iniziativa di google maps. In occasione del corteo, il colore che ha evidenziato il percorso seguito dalla manifestazione è stato sostituito da una linea arcobaleno, in linea con la giornata.