Favor libertatis

Alla luce dei nuovi provvedimenti adottati dal Governo (Primo Piano Nazionale per l’Integrazione), pubblichiamo nell’odierna rubrica domenicale, l’abstract di una ricerca svolta da un gruppo di sociologi dell’Università di Bari sul tema del trattenimento dei migranti che evidenzia falle in una burocrazia votata più ad assumere decisioni abitudinarie che ad entrare nel cuore dei problemi.

La ricerca, pubblicata nel 2017, si riferisce a dati raccolti nel 2015.

Ringraziamo il Prof. Nicola Schingaro, sociologo dell’Università di Bari, per averci fornito questi spunti di riflessione nutrendo la speranza che si avvii un processo di umanizzazione anche in questo delicato e complesso ambito di intervento nella gestione delle pratiche sulla gestione dei flussi migratori.

In questo contributo, si presenta la sintesi dei risultati di una ricerca – realizzata da G. Campesi, P. Donadio e N. Schingaro (Dipartimento di Scienze politiche, Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”) -che ha analizzato i provvedimenti di convalida e di proroga del trattenimento nel CIE di Bari-Palese, emessi dall’Ufficio del Giudice di Pace (GdP) di Bari nel primo e nell’ultimo trimestre del 2015. Complessivamente, sono stati raccolti 322 provvedimenti a partire dai quali è stato possibile estrarre dati utili per un’analisi quantitativa (con l’utilizzo del software SPSS) e un’analisi qualitativa (con l’ausilio del software Atlas.Ti).

I risultati evidenziano intanto la scarsa qualità di controllo giurisdizionale sui provvedimenti di trattenimento adottati dalle Questure ai sensi del d.lgs 286/1998. Sono udienze di breve durata (svolte nel CIE), che portano a provvedimenti scarsamente motivati o privi di ogni motivazione. Esse rinviano all’esercizio di una funzione di controllo meramente burocratica, diretta più ad una validazione formale dei provvedimenti adottati dall’autorità amministrativa sulla libertà personale degli stranieri che all’esercizio del controllo giurisdizionale imposto dall’art. 13 della Costituzione. Durante le udienze prese in esame non è stata mai fatta una valutazione approfondita sul “rischio di fuga” dello straniero, ovvero sul presupposto principale che legittima il ricorso al trattenimento. Di certo, anche per la qualità della formulazione del dettato normativo, prevale la tendenza a presumere tale rischio con uno o più indici astrattamente definiti dal legislatore e riportati nei provvedimenti attraverso un elenco pre-stampato. Non sono mai prese in considerazione alternative al provvedimento di trattenimento, neppure quando lo straniero è in possesso di documenti d’identità o di un domicilio in cui essere rintracciabile. La valutazione della concreta possibilità di rimpatrio è apparsa assai superficiale, anche nei casi di stranieri già attinti da diversi provvedimenti di espulsione o colpiti da altri provvedimenti di trattenimento. Dinanzi ad un controllo giurisdizionale così blando sull’attività delle Questure, la riforma dei termini massimi di trattenimento ha per lo meno introdotto un correttivo che riduce il rischio che lo straniero “non deportabile” subisca lunghi ed ingiustificati periodi di privazione della libertà personale. C’è inoltre la tendenza dei GdP a motivare più attentamente i provvedimenti di remissione in libertà degli stranieri, anziché le convalide o le proroghe del trattenimento. Questo dato non è affatto secondario poiché esplicita con un certa chiarezza il retro-pensiero che guida l’azione dei GdP nell’esercizio della loro funzione giurisdizionale. In sostanza, per il GdP di Bari, la privazione della libertà dello straniero sarebbe la regola, una, che peraltro non è necessario giustificare, mentre crede sia invece necessario motivare puntualmente il caso in cui si decida di rimettere in libertà lo straniero, anche se si tratta pur sempre di un’eccezione. E questo ci pare determini un sovvertimento dei principi costituzionali relativi alla tutela della libertà personale, anche se questo ci sembra in realtà un sovvertimento ancora più odioso poiché equivale all’ammissione che il principio del favor libertatis non si applichi ai cittadini stranieri.

 

Nicola Schingaro, PhD

Sociologo e Urban Planner

Dipartimento di Scienze politiche

Università degli Studi di Bari ‘A. Moro’

 

Per consultare l’intero lavoro di ricerca clicca qui 

 

Ecco il primo Piano nazionale per l’integrazione

È stato presentato nella sede del Ministero degli Interni il primo Piano Nazionale sull’Integrazione, un documento di indirizzo, scritto e sottoscritto da più Ministeri, che pare finalmente uno strumento che guarda oltre le politiche e le pratiche di accoglienza, ponendo l’accento sulla convivenza.
Ai doveri assunti dallo Stato italiano devono, parimenti, corrispondere impegni da parte di chi beneficia di protezione internazionale al fine di costruire quella auspicata coesione sociale utile a superare la barriera dell’indefinito che, per troppo tempo, ha caratterizzato l’accoglienza nel nostro Paese.
Sostenere il dialogo religioso attuando il Patto per l’Islam a livello locale, rendere obbligatoria la partecipazione ai corsi di lingua organizzati dai Centri di Accoglienza, frequenza di tirocini di formazione e orientamento all’apprendistato, potenziamento dei percorsi di socializzazione in favore dei minori e potenziamento della rete di difesa e protezione delle donne vittime di tratta sono i capisaldi del Piano.
All’attuazione del Piano sono chiamati tutti i soggetti istituzionali con la collaborazione attiva del Terzo Settore.
La platea di persone coinvolte dal Piano non riguardo solo i titolari di permesso di soggiorno, ma le quasi 250 mila persone richiedenti asilo e minori non accompagnati.
Invitiamo alla lettura del Piano per l’Integrazione

A cosa serve la guerra

Se non fosse tutto vero, fin troppo reale, potremmo pensare di assistere alla lite fra due bambini prepotenti e capricciosi che, travolti da un impeto di bullismo, si scatenano in una gara di insulti e provocazioni reciproche.

Il problema è che non è la lite fra due ragazzini quella alla quale stiamo assistendo, ma uno sconcertante scenario che vede come attori principali due Capi di Stato e come spettatore quasi inerme il resto del Mondo fino ad oggi incapace di imporre una mediazione ragionevole.

Se qualche anno fa avessimo domandato il nome del Presidente della Corea del Nord sono certo che la gran parte della popolazione mondiale non avrebbe saputo rispondere.

Oggi Kim Jong-un è un volto familiare, è entrato con prepotenza in tutte le case e suscita un interesse generato da una profonda preoccupazione: quando appare seduto in poltrona a godersi, circondato da fedelissimi plaudenti, il lancio di un missile non sta giocando alla Play Station. Sono missili veri con un potenziale distruttivo intriso del concetto di devastazione.

Dall’altra parte, il Presidente degli Stati Uniti d’America Trump, più impegnato a proferire minacce che a cercare una via d’uscita diplomatica, mostra anch’egli la propensione a mostrare i muscoli, a tratti quasi la spasmodica voglia di spingere quel bottone rosso chiuso nella valigetta che lo segue ovunque.

E’ sconcertante assistere ad una diplomazia internazionale ridotta a dichiarazioni quali “Trump è un vecchio rimbambito!” (Kim) o “Kim è chiaramente pazzo. Siamo pronti alla distruzione totale della Corea del Nord” (Trump).

In tutto questo le persone, le donne, i bambini non hanno alcun ruolo, nemmeno marginale, nei pensieri dei due passionari della guerra.

Quando con disarmante leggerezza si parla di bombe all’idrogeno, la famigerata bomba H, mi vengono in mente una affermazione piena di verità (Quando i grandi giocano alla guerra, i bambini non giocano più!) ed una canzone di Edoardo Bennato di cui vi propongo la lettura del testo e l’ascolto.

 

A cosa serve la guerra.

 

A cosa serve la guerra diciamo la verità
serve soltanto a vincer la gara dell’inutilità
A cosa serve la guerra – la guerra non serve mai
serve soltanto a trovare rimedi che sono peggiori dei mali 

Ogni soldato che parte – ogni soldato del re
vorrei raggiungerlo con questo valzer – fargli cantare con me
A cosa serve la guerra diciamo la verità
serve soltanto a vincer la gara dell’inutilità
La guerra è sempre la stessa – ognuno la perderà
e a ogni soldato che muore si perde un po’ di umanità
La guerra è sempre la stessa devi partire e non sai
se è una minaccia o se è una promessa
che è l’ultima guerra che fai
Come uno stupido valzer – la storia non cambierà
ma è sempre meglio cantarla ogni tanto – questa canzone che fa
La guerra è un caso irrisolto – perché la sua soluzione
è che il più debole ha sempre torto e il più forte ha sempre ragione
A cosa serve la guerra diciamo la verità
serve soltanto a vincer la gara dell’inutilità.

Ussumane e il primo giorno di scuola

«Sì, sarò bravo a scuola, non come te». Sorride Ussumane. Ha scoperto che non sono mai stato un genio nel rendimento e nel comportamento nei miei anni di scuola e così mi saluta prendendomi in giro. «Studierò così avrò la serenità di dedicarmi anche al calcio».

Il suo primo giorno di scuola alla Colombo inizia con entusiasmo. Non è un ragazzo esuberante Ussumane, ma il suo sorriso trasmette la positività del suo animo: « Sono un po’ spaventato ed emozionato allo stesso tempo: la scuola è importante, ma non solo per imparare la lingua che per noi è noi fondamentale, ma anche perché mi aspetto che offra l’occasione di fare anche esperienze nuove. Visitare posti nuovi, scoprire realtà che non conosco sono avventure che se vissute insieme ai compagni di classe possono essere ancora più entusiasmanti».

Ussumane ha compiuto 18 anni il 2 settembre scorso, qualche giorno prima del suo campione: Luka Modrić, il centrocampista del Real Madrid che di anni, però, il 9 settembre ne ha compiuti 27. «Anche io gioco a centrocampo e mi ispiro a lui perché il suo modo di giocare è semplice, pulito, come dovrebbe essere quello di un centrocampista. Iniesta? Sì, è un fenomeno, ma Modrić  è meglio». È arrivato in Italia il 30 settembre dello scorso anno: il suo viaggio è iniziato a Gabú qualche mese prima. «Perché sono partito? Problemi familiari. Litigavo con il mio fratellastro. Le cose sono andate avanti pertanto tempo fino a quando il 2 giugno 2016 dopo l’ennesimo scontro ho capito che era meglio andar via». Il suo viaggio lo ha portato in Senegal, Mali, Burkina Faso, Niger dove ha lavorato per un mese nell’edilizia e infine in Libia: «Ci sono stato per 4 mesi e sì, prima che tu me lo chieda, sono stato in prigione, ma non pensare che ti possa descrivere quei momenti: c’ho provato altre volte, ma è troppo difficile da raccontare». In Italia è arrivato dopo il salvataggio di una nave della Marina militare: con altre 110 persone attraversava il Mediterraneo su un barca piccolissima: «il viaggio è stato terribile, ma non solo quello in barca. Tutto il viaggio è terribile. Se oggi potessi parlare con i ragazzi della mia terra direi loro di non partire. Sì, lo so che le condizioni di vita nel nostro Paese non sono facili, ma i rischi del viaggio sono troppo alti per tentare. Mi sento molto fortunato a essere qui».

Nel suo Paese ha studiato per 5 anni e poi ha iniziato a fare l’agricoltore, ma il sogno della campagna probabilmente è rimasto in Africa: Ussumane vuole studiare e giocare a calcio. Da qualche tempo si allena con la Africa United Talsano e tra poco inizierà il campionato: «non vedo l’ora – dice sorridendo – come per la scuola anche lì darò il massimo. Diventerò un grande calciatore». Si ferma sorride e poi aggiunge: «non come te». Scoppiamo a ridere entrambi. Anche Mady, l’operatore che ci aiuta a comunicare ride. Intorno a noi il sole riscalda la mattina di un settembre insolito e improvvisamente pieno di avventure da iniziare. Ussumane saluta, si allontana e continua a sorridere.

Specchia tra le parole e l’esempio

Ha ragione Oscar Iarussi che nel suo commento sulla Gazzetta dopo tragici fatti di Specchia, ha scritto che «nonostante il pudore che spingerebbe a tacere, viene il sospetto che le parole servano: pacate, riflessive, ferme». La tragica storia di Noemi lo chiede. Ma chi ha il diritto di parlare? «Quelle dei giudici, quando toccherà a loro. Quelle degli adulti, ogni giorno» aggiunge Iarussi.

Già, gli adulti: genitori, educatori e insegnanti prima degli altri hanno un «dovere di prelazione» di usare le parole, ma ancora di più l’esempio. Le parole senza una testimonianza credibile non servono.
Perché il rispetto dell’altro sesso è materia che i giovani (ma non solo) hanno bisogno di vivere, non di ascoltare. L’atrocità di quanto accaduto non può non interrogare sul livello di testimonianza che oggi i «grandi» sanno offrire: i modelli propinati dalle aberranti trasmissioni come Temptation Island, Grande Fratello, Geordie Show e altro dominano in modo incontrastato l’immaginario adolescenziale.

Quando l’autore dell’omicidio di Noemi ha rischiato il linciaggio sfoderando un atteggiamento di sfida con un saluto inquietante e una smorfia derisoria verso la folla, probabilmente ha solo cercato di (a modo suo) di apparire ciò che non è. Forse ha solo rielaborato quei modelli di cui si è imbibito. Probabilmente ha sentito la necessità di sfoggiare, sfidare, osare, non mostrare debolezza. Eppure «tenerezza e gentilezza – scrive Khalil Gibran – non sono sintomo di disperazione e debolezza, ma espressione di forza e di determinazione». Quel ragazzo ha sbagliato e deve essere punito secondo ciò che prevede la legge. Indubbiamente. Ma non servirà a nulla se tanti altri non saranno toccati dalle parole e dalla testimonianza di chi – coi fatti – è in grado di raccontare il rispetto per l’altro. Chiunque sia.

Ben, le biciclette e il futuro da riparare – 2parte

Effettivamente, il mezzo per spostarsi utilizzato dai migranti è prevalentemente la bicicletta: per raggiungere il posto di lavoro, regolare o irregolare che sia, per raggiungere il centro della città, semplicemente, per spostarsi. Mi torna in mente il fatto che sia stato proprio Fabio, all’inizio dell’esperienza modugnese, circa due anni fa, a proporre un corso sulla sicurezza stradale che, in realtà, ha poi tenuto in struttura all’indomani di un brutto episodio capitato ad un ospite del centro che tornava in struttura dopo una giornata di lavoro nei campi. E quando si esce al buio delle tre e mezzo del mattino e si torna, sempre al buio, alle sette della sera, soprattutto in inverno, se usi la bicicletta per spostarti è opportuno prendere qualche precauzione. Ma è solo un pensiero, quasi uno sfogo, rivolto a quanti, senza avere cognizione di causa, si chiedono e chiedono cosa facciano in realtà le tante persone che lavorano nelle strutture di accoglienza.

Ma torniamo a Ben ed alla nostra chiacchierata che, superata la diffidenza iniziale, sembra proseguire in discesa. “Ok – dico – pensiamo allora alla possibilità di mettere in piedi una ciclofficina! Ma se l’idea ti piace ti devi rendere parte attiva del progetto. Noi potremmo lanciarlo, proporlo, supportarlo, ma siamo lontani dal modello assistenzialistico. Avrai visto come lavoriamo. Garantiamo i servizi e siamo sempre disponibili a pensare e progettare insieme un futuro possibile per tutti, ma ognuno deve assumere una responsabilità, si deve rendere parte attiva e, soprattutto, ci deve credere!”.

Chi mi conosce sa che se mi innamoro di una idea divento un fiume in piena e, guardando Fabio che deve tradurre, mi rendo conto che è il caso di allontanarmi con la scusa di andare in bagno. Ritorno dopo qualche minuto incrociando lo sguardo di Ben che mi guarda stranito, quasi sorpreso o non sicuro della traduzione di Fabio.

Chiede: “Avete deciso di darmi una opportunità? E perché proprio a me?”. Rispondo che chi si adopera, in qualsiasi attività, e dimostra la voglia voler fare deve essere considerato una risorsa da valorizzare, che merita una opportunità per mettersi in gioco. Che parte del nostro lavoro, forse quella più importante, consiste nel sostenere le persone, non solo i migranti, a pensare, immaginare, costruire un futuro.

Ben continua a guardare Fabio chiedendo con lo sguardo se scherzo o parlo sul serio.

E Fabio, a questo punto mi ruba il mestiere: “Sai che tante persone che lavorano per la Cooperativa con un regolare contratto sono ex ospiti delle strutture di accoglienza?” dice rivolgendosi a Ben. Ben comincia a fidarsi un po’ di più e gli spiego che in Italia ci sono delle regole da rispettare, che sono il fondamento sul quale far reggere una idea e costruire opportunità. Gli chiedo quale è la sua idea sull’ipotesi di fondare una Associazione di Promozione Sociale che magari possa avere come nome “Costruiamo Insieme… Opportunità” e lui ride, è una idea che gli piace ma, in maniera decisa, spiega che il suo primo obiettivo è studiare, imparare l’italiano. “Certo –dice- gestire una ciclofficina aperta a tutti non solo mi piacerebbe ma mi metterebbe anche nelle condizioni di relazionare con gli italiani e faciliterebbe l’apprendimento della lingua”.

Ridiamo insieme sul fatto che io non conosco l’inglese, nonostante lauree e master e ho bisogno di Fabio per comunicare: è un problema reciproco. Anche negli ospedali e nei pubblici uffici è difficile incontrare qualcuno che conosca più lingue! Ben ride ancora e dice che parlo male di me e del mio Paese. Chissà in che luogo ultracivilizzato pensava di essere arrivato e, a me, viene di sorridere amaramente al contrario: nelle strutture di accoglienza non esistono ostacoli di comunicazione, neanche quando incontri i dialetti di regioni africane delle quali non conosci neanche l’esistenza.

Dopo aver trascorso un bel pomeriggio, il congedo è triste: Ben ha ricevuto l’esito negativo dalla Commissione Prefettizia alla richiesta di soggiorno. Il 27 settembre, fra qualche giorno, avrà il risultato dell’Appello. Se anche questo dovesse essere negativo, noi avremmo lavorato a vuoto e, soprattutto, verrebbe negata una opportunità, una possibilità ad un ragazzo che davvero merita un futuro migliore. Se strutture di accoglienza e operatori non fossero solo un cuscinetto sul quale scaricare quella che “chiamano” accoglienza, ma diventassero filtri utili a decidere il futuro delle persone forse qualcosa cambierebbe e Ben potrebbe diventare una risorsa per il territorio, trasformandosi da un fascicolo aperto negli Uffici Prefettizi in una persona che, a soli 21 anni, ha tanta voglia di realizzare i suoi sogni e insegue i suoi obiettivi.

Se in fase di Appello qualcuno avesse la decenza di riconsiderare il diniego, avremmo una bottiglia pronta da stappare ed una bottega da aprire.

Speriamo la prima di tante altre! E speriamo con Ben!

Ben, le biciclette e un futuro da riparare (1^ parte)

Sono arrivato al CAS di Modugno alle 18,30 di sabato. In realtà avevo detto a Fabio, un operatore storico della struttura che mi ha fatto da gancio e mediatore linguistico, che sarei arrivato nel primo pomeriggio per incontrare Ben, un ragazzo nigeriano di 21 anni che mi aveva incuriosito per il fatto di averlo sempre visto adoperarsi ad aggiustare biciclette durante le mie visite al Centro.

Ho avuto una percezione strana appena entrato: Fabio era occupato con le cose che fanno gli operatori e io, nell’attesa che finisse, ho potuto godere di una vitalità che non avevo mai riscontrato, forse anche a causa dei miei orari: un torneo di ping pong auto organizzato, un folto gruppo di ospiti intenti a seguire in televisione le partite di calcio e, in disparte ma nella stessa sala dedicata alle attività, quattro ragazzi seduti ad un tavolo ripetevano le lezioni di lingua italiana.

Fuori, entrando nella struttura, avevo incontrato il solito gruppo di appassionati del gioco della dama.

Sui piani, le stanze era quasi totalmente vuote, fatto che mi ha indotto alla riflessione che finalmente c’è chi vive il territorio e chi ha trovato i suoi spazi in struttura.

Fabio ha terminato le sue cose e mi presenta Ben, che aspetta da un bel po’ senza neanche sapere in realtà cosa dovessimo fare insieme. Tanto è vero che si è tirato a lucido a differenza mia che ho grandi problemi a rinunciare a scarpe da ginnastica e maglietta.

Fatta una valutazione della situazione nel Centro e considerata la presenza di altri operatori, propongo a Ben e Fabio di spostarci in un posto più tranquillo per raccogliere la sua storia, a poche centinaia di metri dalla struttura. Ben non mi conosce ma si fida di Fabio e accetta.

Entrati in macchina per raggiungere il bar più vicino, io e Fabio parliamo delle difficoltà che incombono sulle nostre vite e, nel contempo, guardo dallo specchietto retrovisore il volto di Ben intento a cercare di capire cosa ci stessimo dicendo.

Tranquillo Ben – dice Fabio girandosi verso di lui – non ti portiamo al patibolo!”.

Ridono insieme. Io non capisco e Fabio traduce a me e Ben ride!

Finalmente siamo seduti al tavolo di un bar e chiedo a Fabio di spiegare a Ben il senso di questa intervista e, soprattutto, di spiegarli che dalle storie che raccogliamo vogliamo trarre spunti, idee, per costruire progetti da realizzare insieme.

Ma anche arricchirci dalle loro storie, sapere, conoscere. Allora, iniziamo da lui dicendogli che non mi interessa sapere come è arrivato in Italia perché trafficanti e rotte le conosciamo. Voglio che mi dica qualcosa che non so e perché ha lasciato il suo Paese.

Ufficialmente sono partito dalla Nigeria, in realtà sono scappato da una Regione della Nigeria che si chiama Biafra, che non è lo Stato del Biafra, ma una Regione che combatte da sempre per l’indipendenza dalla Nigeria. Non sono scappato per motivi politici ma per una questione religiosa anche difficile da spiegare. Mio padre era a Capo di un gruppo religioso che praticava una fede che posso definire come una ramificazione del woodoo, una pratica materialista, credevano che gli alberi, le piante, gli oggetti avessero un anima. Io sono cresciuto, al contrario, seguendo il cristianesimo. Ma, dopo la morte di mio padre, i suoi seguaci sono venuti a dirmi che il suo successore dovevo essere io. Non me la sono sentita e l’unica soluzione era andare via.

Ben ha studiato fino alle scuole secondarie con indirizzo scientifico nel suo Paese e lavorava nel settore del’edilizia come piastrellista.

Parlando del suo viaggio verso l’Italia, gli chiedo solo di sapere se in Libia gli è capitato di essere rinchiuso in un campo o in un carcere: “No – mi risponde – una sola volta la polizia ha tentato di prendermi ma sono riuscito a scappare. Ho sentito parlare dei campi e di come trattano le persone che arrestano. A me non è capitato nonostante ho lavorato in Libia per 5 mesi come muratore prima di arrivare in Italia”.

I mezzi e i modi sono quelli già raccontati più volte. Ripeto a Ben che, nonostante le cose interessanti che ha raccontato il nostro intento è diverso, è quello di cercare di costruire opportunità, canali di inclusione, passare dall’accoglienza alla convivenza.

Mentre Fabio traduce, Ben è stupito, perplesso.

Capita la difficoltà, gli pongo una domanda diretta: ”Ho chiesto di parlare con te perché ti ho visto spesso aggiustare biciclette e mi sono chiesto se questo non si possa trasformare in un servizio accessibile a tutti”.

Ho iniziato ad aggiustare le biciclette qui in Italia, nel mio Paese non l’ho mai fatto. Mi sono guardato intorno e ho visto che tutti usano la bicicletta e ho pensato che con le mie competenze avrei potuto aggiustare biciclette per racimolare un po’ di soldi. Così è iniziata questa esperienza e ora vengono tutti da me”.

Nell’occhio del ciclone

L’uragano Trump aveva affermato nella scorsa primavera che “i cambiamenti climatici non rappresentano un problema” sfilando gli Stati Uniti d’America dal Programma Internazionale per la riduzione delle emissioni in atmosfera.

Ed ecco che la natura fa arrivare pronta la sua risposta: due uragani, questa volta veri e senza parrucchino biondo o bellissime donne al seguito, hanno devastato, e continuano a farlo, un pezzo del Continente americano e a pagare il prezzo più alto sono, come di solito accade, le fasce sociali più deboli, quelle più indifese e già poste ai margini.

La forza della natura ha cancellato interi quartieri periferici, spazzato via baraccopoli, messo in fuga centinaia di migliaia di persone che vagano, nella gran parte dei casi, senza mezzi e senza meta.

Anche quel poco che serviva a sopravvivere non c’è più.

Ma anche in questi casi emerge il doppio volto dell’America: alle immagini che arrivano dal Messico e da Cuba, si sovrappongono quelle di una Miami deserta, con un aspetto quasi spettrale, difficile da ingoiare nell’immaginario collettivo e le foto, diffuse dai media, delle ville milionarie (tra le quali una delle tante ville di Trump) che rientrano nell’area a forte rischio quasi che, di fronte ad una tragedia di tali dimensioni l’attenzione si dovesse concentrare su questo.

Il Presidente Trump si è recato nei luoghi del disastro senza neanche mostrare imbarazzo per lo strappo internazionale sulle questioni ambientali.

E, soprattutto, senza avere chiaro un piano di gestione della fase post disastro.

La promessa è fra le più facili e prevedibili: farà arrivare una pioggia di dollari che avrà l’effetto, come sempre succede nei programmi di ricostruzione, di arricchire e rafforzare le solite lobby che dalle tragedie traggono linfa vitale.

Alle fasce più deboli, invece, non resta che ripartire da zero, dal nulla che è rimasto.

Ma Irma e Harvey, i due uragani, avranno la forza di convincere Trump che è urgente, non solo necessario, rivedere le politiche sul clima?

Qui ventum seminabunt et turbinem metent! (chi semina vento raccoglie tempesta) verrebbe di dire, anche se, certo, a seminare non è stato e non è chi oggi paga il prezzo più alto.

LA CONVIVENZA COME VALORIZZAZIONE DELLE DIVERSITÀ

 

Questa settimana, all’indomani della Festa del Sacrificio, ospitiamo nella rubrica Domenicale un contributo, una riflessione, inviataci dal Dr. Alessandro Catena, sociologo e educatore della riabilitazione psichiatrica oltre che essere impegnato nel lavoro di progettazione sociale collaborando con l’Assessorato al Welfare della Regione Puglia, il Centro di Servizio al Volontariato di Bari e svolgere il ruolo di Coordinatore dello staff di coordinamento dei centri territoriali per le famiglie del Comune di Bari. Inoltre, è Progettista e Project manager del Progetto “Itinerari verso Oriente” per la ricerca sulla qualità della vita degli immigrati nel quartiere San Pasquale di Bari e l’istituzione di servizi all’immigrazione, finanziato dall’Assessorato al Mediterraneo della Regione Puglia.

Dove sta andando la nostra civiltà?

Il nostro paese appare come attraversato da un vento di intolleranza che sembra rinforzarsi ogni giorno di più. Ed è un vento che raggiunge la sua massima intensità quando urla sui migranti ma che, in realtà, soffia forte su ogni diversità. Basti vedere l’episodio del cartello di Carugate, che non è da considerare un fatto isolato se si tiene conto dei tanti “cartelli” che appaiono tutti i giorni sui social. Tutte le conquiste sociali che negli ultimi decenni sembravano date per acquisite, dall’accettazione della diversità all’accoglienza alla convivenza, sembrano ora messe pericolosamente in discussione da un esaltarsi prepotente dell’intolleranza, generata o, più spesso, sollecitata dalla crisi, come ormai sentiamo dire da anni, tanto che sembra diventata una scusa buona per tutte le reazioni più negative. All’intolleranza, allora, occorre rispondere esaltando il concetto opposto di accoglienza. L’accoglienza è apertura, solidarietà, condivisione, è mettersi in gioco. Ogni volta che si leggono attacchi generati da presunti atti di favore rivolti ai migranti a dispetto degli italiani poveri, viene da chiedersi se chi attacca fa poi qualcosa per quegli italiani poveri che sui social difende con tanto ardore e tanta violenza verbale. Verso i migranti, poi, l’ospitalità è un “buon costume” ma rimane fine a se stessa se non viene superata dal rendersi partecipi e dall’aprirsi all’altro, alla sua diversità, facendola diventare ricchezza. E non si tratta di dare semplicemente conforto ma di condividere. Condividere per convivere, che è l’obiettivo finale. La convivenza come accoglienza e valorizzazione delle differenze e delle diversità, come arricchimento reciproco per giungere all’eguaglianza, quale valore imprescindibile per la democrazia. Un valore che ci riguarda da vicino, poiché la nostra rischia di diventare sempre di più la civiltà della disuguaglianza, di cui tutti noi rischiamo di essere vittime.  

Se è così, e purtroppo sembra questa l’evoluzione della realtà, è a rischio la stessa convivenza civile

(con una violenza verbale tale da portare la Presidente della Camera, ma non è la sola, alla decisione di denunciare le minacce ricevute in rete)

E le prime vittime sono i migranti.

Dr. Alessandro Catena

Jeffang, scacciato dalla sete di potere

Avidità e sete di potere. Co sì tanto da devastare una vita. La storia di Jeffang Foday è la storia di un ragazzo vittima delle ambizioni ostinate dei suoi parenti. Suo nonno era sindaco del villaggio nel cuore del Gambia, dove Jeffang è nato e cresciuto: alla sua morte la corsa alla successione ha aperto una vera e propria guerra tra suo padre e suo zio, fratello del padre. A quest’ultimo non bastava essere solo il sindaco o solo l’imam: l’uomo voleva detenere il potere in modo assoluto.

Le liti familiari sono col tempo degenerate fino a travolgere la vita del giovane: «Era un giorno di gennaio 2015 quando ho deciso di partire, ma ormai sapevo da tempo che sarebbe finita così».

A soli 16 anni Jeffang inizia il suo viaggio: dal Gambia raggiunge il Mali, ma si ferma solo per un giorno e poi si sposta in Burkina Faso: «durante il viaggio le condizioni erano pessime, ma come se non bastasse l’autobus sul quale viaggiavamo ebbe un incidente. Pochi giorni dopo parte nuovamente per raggiungere la Nigeria: «ho lavorato per un po’ di tempo, ma non so dirti quanto e poi sono partito di nuovo verso Libia: per 8 mesi ho fatto il muratore e ho raccolto i soldi per raggiungere l’Italia». A differenza di tanti altri Jeffang non è mai stato arrestato in Libia e fortunatamente non ha vissuto l’incub delle prigioni libiche: «sono partito da partito da Zabrata con altre 150 persone e dal 31 agosto 2016 sono a Taranto. Sì, ormai è un anno esatto: mi trovo bene qui: nessuno litiga e gli operatori sono davvero bravi».

Oggi sta imparando l’italiano, ma sogna di riprendere gli studi di informatica: «all’inizio mi andrebbe bene qualunque lavoro perché voglio restare qui, ma sinceramente mi piacerebbe trovare il modo di lavorare coi computer: è quello che so fare meglio». Jeffang sorride e torniamo a parlare del su paese e dell’inizio del suo viaggio. Quando ripensa al suo Paese è evidente che abbia nostalgia, ma stranamente non ha rancore per chi l’ha costretto ad andar via: «purtroppo è andata così, mi dispiace, ma non voglio incolpare la mia famiglia. Voglio solo pensare al mio futuro».