«Mille euro al mese…»

Alvaro Vitali, da star degli incassi ad una pensione modesta

Anni 80, guadagnava anche novanta milioni di vecchie lire a film. Poi il declino. «Ringrazio Verdone per avermi chiamato per la sua serie televisiva, “Vita da Carlo”: persona splendida, grande sensibilità». E l’attore-regista: «Non è solo Pierino, è Fellini, una biblioteca di aneddoti, ricordi di un cinema ormai lontano». Nonostante la necessità ha detto no al Grande Fratello: «Grazie, nun me serve…»

 

«Con Alvaro Vitali pronti per girare una scena di un sogno che diventerà un incubo: Alvaro non è solo Pierino, è Fellini!». Non solo. «E’ una cara persona, una biblioteca di aneddoti, ricordi di un cinema ormai lontano». Carlo Verdone, due parole sui social a proposito della presenza di “Pierino” nella quarta serie di “Vita da Carlo” in onda su Paramount+. Ci arriviamo a breve. Prima un passetto indietro. «Posso dire che a Taranto sono di casa, lo stesso nel resto della Puglia, per quanti film ho girato qui con Lino Banfi e Gianfranco D’Angelo: non solo Taranto, ma anche Martina Franca, Alberobello, Locorotondo, Trani…». Nostalgia di quei tempi. «Al cinema c’era spazio per qualsiasi progetto, film seri, importanti, ma anche commedie, quelle con il sottoscritto e quelle con lo stesso Banfi, Verdone, Celentano, Abatantuono, Boldi e De Sica; poi arrivò “Pierino”, una delle maschere del nostro cinema, checché se ne dica, campione d’incassi, me la giocavo con tutte le produzioni importanti: con me i produttori investivano dieci e guadagnavano cento…». Altri tempi. Poi, finalmente, è arrivato Verdone, che ha riposizionato Alvaro Vitali fra i nomi di spicco di una tv che ha soppiantato il cinema di cassetta.

 

 

VERDONE, CORE DE ROMA…

Verdone dimostra una volta di più grande tatto e un cuore altrettanto grande. Non lo dice, mai lo dirà a chiare lettere. Semplice. «Se non avessi avuto un’idea funzionale alla mia serie tv, non lo avrei invitato: non l’ho chiamato per aiutarlo, Alvaro non ha bisogno di Verdone, sa perfettamente quello che vuole e può ancora dare; io gli ho dato questa occasione…». L’idea al centro. Altrimenti l’artista che ha strappato risate a buon mercato negli Anni 70 e 80 al cinema, non avrebbe fatto parte del cast. Per due motivi: la gente se ne accorgerebbe, ma prima del pubblico lo stesso Vitali, che non è personaggio di primo pelo. Il primo, il regista, l’attore, l’autore di se stesso, ha superato brillantemente anche quella critica che lo accusava di stanchezza. Verdone, un intellettuale, viene dal liceo e dall’università, da una famiglia di docenti, il papà Mario, insegnante di Storia e critica del cinema, e direttore del Centro sperimentale di cinematografia a Roma.

Verdone, cuore grande. Durante le riprese di “Troppo forte”, seppe che Mario Brega, caratterista di altri suoi film di successo, c’era rimasto male una volta che aveva saputo che in quel film lui non era nel cast. Così si inventò “Sergio”, boss delle scommesse clandestine. Poche pose, ma significative. C’era di mezzo anche Sergio Leone, che dava spesso un colpo al cerchio e uno alla botte. La storia della pensioncina da milletrecento euro, dopo guadagni milionari ai tempi della lira, insomma, deve aver colpito Carlo. Così ha imbarcato Alvaro.

 

 

«MI SPEZZO MA NON MI PIEGO…»

Vitali è uno scaltro, si spezza ma non si piega. Si mette in gioco. Lo invitano in tv, talvolta cercando di fare ascolti col “dolore” dal quale puntualmente il “Pierino” cinematografico sfugge. Si smarca con stile. Visto che c’è racconta di un Banfi che si sarebbe dileguato. Certo, parla anche di “coppia irresistibile”, ma il Lino nazionale era ormai lanciato nei movie-movie, nelle commedie all’italiana: suoi partner, Dorelli, Celentano, Villaggio, Pozzetto, Abatantuono

Vitali in una intervista rilasciata al Corriere della sera e ripresa da “Open”, giornale online fondato da Enrico Mentana, dice che Carlo Verdone gli ha «ridato ossigeno». Non ha passato un buon periodo, tanto da sentirsi «ignorato dal mondo del cinema e dello spettacolo». Il mitico “Pierino” della commedia all’italiana ha spiegato la sua reazione alla chiamata del regista romano per la quarta stagione di Vita da Carlo su Paramount+. «Una persona meravigliosa – ha spiegato Vitali al Corsera – la sua telefonata è stata una sorpresa: lo ringrazio tantissimo, ci voleva aria nuova per me, lui mi ha ridato ossigeno».

 

 

FELLINI, IL SALTO, LA CADUTA

Il primo Alvaro Vitali aveva preso parte a film diretti da Fellini: Satyricon, I clowns, Roma e Amarcord. Poi il successo popolare e anche economico con la serie su “Pierino” e le commedie sexy. «Ora sono cult: la gente mi ferma per strada per chiedermi di farne altri; altro che le vacanze di Natale, questo è il genere che manca». Ha il dente un po’ avvelenato, ma ci sta tutto.

Vitali guadagnava bene. «Ero solo, i soldi all’epoca avevano un certo valore, se mi piaceva una macchina la compravo: con cinquanta milioni di lire comprai il duetto dell’Alfa». Esame di coscienza. «Oggi mi dico: che stupido, se li tenevo, li avevo ancora: sperperati quasi tutti, poi ho capito e ho cominciato a compare case, cose che restano».

Anni Ottanta, anche novanta milioni di lire per un solo film. Oggi, purtroppo, prende una pensione: «Buona, arrivo a milletrecento, millequattrocento euro, ma francamente per aver fatto qualcosa come centocinquanta film è bassa, le produzioni fregavano sui contribuiti: io facevo un mese di riprese, loro segnavano due settimane». Ma adesso c’è Carlo, la serie televisiva, una sorta di ritorno. Magari il successo lo pone daccapo al centro di altre produzioni fra cinema e tv, chi può dirlo. A Carlo ha detto subito sì; a Signorini, per il Grande Fratello, ha risposto no. «Con tutto il rispetto, lì vanno quelli che vogliono farsi conoscere o farsi i soldi: per ora nun me serve».

Migranti, in Italia altri 5 Cpr

Centri di permanenza per i rimpatri

In una intervista rilasciata al quotidiano La Repubblica e ripresa dal sito del Governo, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi spiega le misure assunte insieme con il premier Giorgia Meloni.Un altro Centro di trattenimento sarebbe invece rivolto ai migranti che arrivano da Paesi sicuri. Tutto ripartirebbe da qui, non più dall’Albania. C’è chi non la pensa allo stesso modo: trasferire gli “irregolari” dall’Italia violerebbe le norme Ue

 

Ci sarebbero cinque nuovi Centri di permanenza per i rimpatri realizzati in Italia (dunque non più Albania) e un altro Centro di trattenimento per i migranti che arrivano da Paesi sicuri. È uno degli annunci rivolto da Matteo Piantedosi, ministro dell’Interno. Lo conferma in una intervista rilasciata ad Alessandra Ziniti, inviata de la Repubblica e pubblicata anche dal sito del Governo. Il segnale reso dal ministro sarebbe quello riguardante una serie di rimpatri che, appunto, Piantedosi insieme con Giorgia Meloni, presidente del Governo, hanno confermato a questori e prefetti. In buona sostanza, stando a quanto dichiarato, tutto ripartirebbe dall’Italia, non più dall’Albania. O, comunque, in buona parte non più dall’Albania.

«L’indicazione – dice Piantedosi – è che migranti irregolari con precedenti e pericolosi per la sicurezza dei cittadini vanno rimpatriati; in molti casi ricercandoli se già noti agli uffici; questa scelta, che abbiamo dato come vero e proprio obiettivo prioritario, sta dando i suoi frutti: siamo già a un più 35% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno che pure aveva fatto registrare una crescita».

 

 

PER ORA, CINQUE VANNO BENE

Per realizzare il progetto di cui sopra, secondo il ministro, servirebbero altri Centri per il rimpatrio. Cinque, per ora. «Abbiamo individuato nuovi siti – conferma il ministro – dove realizzare Cpr e per due di essi abbiamo già affidato e realizzato gli studi preliminari e contiamo di partire con l’affidamento della realizzazione entro primavera; abbiamo riattivato oltre settecento posti, in precedenza resi inagibili da atti di vandalismo, e siamo prossimi alla riapertura del Cpr di Torino; sul territorio nazionale abbiamo realizzato, inoltre, due strutture di trattenimento per le procedure di frontiera, come quella in Albania, mentre un’altra è in via di progettazione».

A proposito dei Centri in Albania. «Sono pronti ad accogliere altri immigrati – continua Piantedosi – e sono già organizzati per esprimere più funzioni, una parte è già destinata a Cpr; avere rimesso la questione di diritto alla Corte di giustizia europea può solo ritardare la loro entrata in pieno funzionamento, che avverrà al più presto nell’una e nelle altre funzioni; intanto c’è una prima udienza favorevole alle nostre tesi: tesi alle quali hanno aderito molti Paesi e anche la Commissione europea».

 

 

E SE FOSSE UNA VIOLAZIONE?

C’è chi non la pensa allo stesso modo. Secondo un numero del Manifesto pubblicato nel febbraio scorso, Piantedosi eviterebbe volutamente di entrare in argomento, anche se l’altro giorno il ministro avrebbe manifestato sicurezza sulle sue dichiarazioni: «Ma trasferire gli “irregolari” dall’Italia violerebbe le norme Ue; “polivalente”, è questo l’aggettivo che il ministro dell’Interno ha replicato dopo aver parlato di “impianto”».

Fra le ipotesi, scrive ancora il giornale, la più accreditata sarebbe quella che l’esecutivo provi a parcheggiare in Albania persone che si trovano irregolarmente in Italia. Altra ipotesi: trasferire a Shengjin e Gjader solo i naufraghi soccorsi in mare che non chiedono asilo: in Sicilia alcuni casi si registrano, spesso riguardano tunisini. Resterebbero, però, dubbi sulla correttezza della procedura a cui sarebbero sottoposti.

E per finire, torniamo all’intervista della Ziniti, che indica al ministro Piantedosi come moltissime città stanno disegnando zone rosse e proprio qualche giorno fa sono stati forniti i numeri degli allontanamenti, moltissimi dei quali riguardano stranieri. Questa la domanda: mandar via le persone pericolose dai Centri e poi non farsi carico di reali e consistenti percorsi di integrazione in cui investire denaro sia solo buttare la polvere sotto il tappeto?

 

 

«POLVERE SOTTO IL TAPPETO?»

«I percorsi di integrazione sono importanti e ne pratichiamo tanti – la risposta di Piantedosi – ma, come investimento, vanno rivolti a chi realmente dimostra di volersi integrare; per il resto è di prioritario interesse restituire sicurezza, anche nella percezione, ai cittadini che vivono nelle molte zone difficili delle nostre città; l’eccessiva tolleranza – prosegue il ministro – non aiuta la convivenza: i risultati della prima applicazione di queste misure sembrano darci ragione, anche in termini di apprezzamento della gente. Del resto, anche su questo tema si registra a volte una discussione schizofrenica: con gli interventi su Caivano e quelli programmati sulle altre sette aree degradate del paese individuate con il cosiddetto Decreto emergenze abbiamo puntato proprio sui percorsi di riqualificazione e integrazione, oltre che sugli interventi per la sicurezza. Eppure una certa opposizione ci critica lo stesso».

«Come te non c’è nessuno…»

Pane di Altamura, prodotto DOP, Denominazione di origine protetta

Giunge dall’antica tradizione contadina. Le donne impastavano, disponevano le pagnotte su tavole e le portavano nei forni pubblici. All’alba il panettiere, si aggirava per le strade, e urlava l’avvenuta cottura. Contadini e pastori, che lavoravano lontano da casa portavano con sé vere scorte. Oggi con la produzione “industrializzata”, avvalendosi degli stessi ingredienti, rigorosamente pugliesi, produzione e costi sono stati abbattuti. Tutto, tranne il sapore: inconfondibile

 

La Puglia, una regione dalle mille e una risorse. Forse anche di più a ripensarci bene. Qui non esiste solo il sole, il mare, le colline, i trulli, gli stretti, la Valle d’Itria, il Tavoliere, le Tremiti, il Petruzzelli, il Barocco, la Magna Grecia, i Castelli, da centomila visitatori l’anno. Qui c’è la tavola, infinita. Per tutte le stagioni, per chi preferisce la burrata piuttosto che le fave con cicoria, oppure una frisella con un filo d’olio, con altra variante, altrettanto invitante, quel filo d’olio – anche questo rigorosamente pugliese – sottile, fatto scivolare su una bruschetta, che altro non è che una fetta di pane. Meglio se questo è di Altamura, uno dei tanti prodotti da panetteria nella quale la cittadina in provincia di Bari eccelle, non a caso riconosciuto con il marchio DOP, Denominazione di origine protetta. E, non se ne abbiano a male i cugini, se questa se la gioca con il pane di Laterza, che gode di un acronimo altrettanto importante: il PAT, Prodotto agroalimentare tradizionale.

Comunque restiamo sul pezzo, quello del pane di Altamura e quello, altrettanto importante, stilato in questi giorni da Marianna Di Pilla per l’autorevole sito www.paesidelgusto.it . «Se c’è una cosa assolutamente da non perdere durante una visita ad Altamura – scrive – è la sua straordinaria tradizione culinaria; che nel pane DOP riconosce il suo signore e protagonista indiscusso e che, magari, ha contribuito a rendere la cittadina pugliese il regno dei centenari». Centenari. C’è una spiegazione, meglio, un’analisi, sulla quale torneremo a breve.

 

 

SEMOLE E GRANO DURO DELLA MURGIA

Il pane di Altamura, spiegano gli esperti, è ottenuto dall’impiego di semole, rimacinate con varietà di grano duro coltivato nei territori dei comuni della Murgia e cotto negli storici forni a legna. Il riconoscimento nell’elenco di prodotti DOP risale al 2003. Nella sua forma tradizionale, pare fosse impastato in casa dalle donne e portato, da queste, come si sarebbe fatto più avanti con biscotti e dolci, a cuocere in forni pubblici. Qualcuno dirà, ma non subentrava una certa confusione nel cuocere tutto quel pane insieme? Si ricorreva ad un antico sistema, tante volte osservato al cinema o alla tv dove vengono replicati clamorosi western nei quali è protagonista un mandriano che altro non fa che marchiare il suo bestiame per evitare che si confonda o gli venga sottratto. Dunque, come ci spiega in una battuta wikipedia, «per evitare che le pagnotte si confondessero, il fornaio procedeva a marchiarle con le iniziali del proprietario o del capofamiglia, impresse su un timbro di ferro: solo allora procedeva ad infornarle». Un’operazione semplice che si svolgeva sotto gli occhi delle stesse interessate, le donne che una volta visionato il rituale, autorizzavano affinché le pale infornassero il pane appena prodotto.

L’operazione non si svolgeva quotidianamente, in quanto impegnare un forno pubblico si sarebbe rivelato un impegno dispendioso. Infatti, una caratteristica del pane di Altamura, era proprio la durevolezza, indispensabile, ciò per assicurare a contadini e pastori nei brevi periodi trascorsi lontano da casa la massima freschezza del pane. Sempre come spiega wikipedia, «fino alla metà del secolo scorso si udiva per le strade di Altamura il grido del fornaio che all’alba annunciava l’avvenuta cottura del pane».

 

 

CHI MANGIA DOP CAMPA CENT’ANNI

«Nel Sud Italia – documenta invece Marianna Di Pilla – è ancora viva la tradizione della panificazione casalinga; la forma di pane più comune è quella rotonda, di grosse dimensioni alcune delle quali possono superare i 10 kg di peso, come a Ischitella nel Gargano, dove si raggiungono i 12, e a Laterza, dove si sfiorano i 20 kg». La tecnologia attuale ha permesso di ottimizzare tempi e ridurre i costi di produzione del pane. Il grosso del lavoro lo svolge l’impastatrice la farina, cui vengono aggiunti il lievito acido stemperato in acqua tiepida, il sale e il malto. Quando l’impasto è omogeneo si lascia lievitare per alcune ore per riprendere a lavorarlo per formare pagnotte dal peso desiderato e infornare il prodotto desiderato.

Altamura, paese dei centenari, dicevamo. «I dati aggiornati ai primi mesi del 2024 – scrive Di Pilla – dicono che ad Altamura c’è un centenario ogni 3.600 residenti; numero ancora più significativo se si pensa che i residenti di Altamura sono poco più di 70.000; come si spiega la concentrazione di persone che hanno superato il secolo di età? Buona parte del merito potrebbe essere attribuito al clima favorevole di cui Altamura gode tutto l’anno, ma – e non è detto, conclude la cronista – a determinare questo record potrebbe aver concorso anche la qualità e la genuinità dei suoi cibi, primo fra tutti il pane DOP». Quello, appunto, di Altamura.

«Ti aiutiamo noi…»

Pietro Barteselli nominato Ufficiale al merito della Repubblica italiana

Giuseppe Cannavale, malato di tumore aveva segnalato la sua storia al quotidiano La Stampa. Il suo datore di lavoro si è mosso per fare in modo che il giovane apprendista potesse curarsi nonostante i giorni di malattia previsti dal suo contratto fossero superati. «Abbiamo fatto solo il nostro dovere, non credevamo che l’intera vicenda avesse una simile cassa di risonanza», ha dichiarato. Poi Pordenone Today racconta la storia del dipendente che ha «trovato una famiglia»

 

Quando è possibile, dunque il più delle volte, quando possiamo, evitiamo di riportare il cognome di uno dei protagonisti delle nostre storie raccolte ormai a centinaia, ogni settimana. Stavolta facciamo un’eccezione, perché l’imprenditore del quale raccontiamo la storia, la segnalazione per il suo gesto di enorme bontà se la merita tutta: Pietro Barteselli, da giorni Ufficiale al merito della Repubblica italiana.

Pietro, imprenditore dal cuore d’oro, una volta appreso il grave problema di salute di un dipendente della società da lui amministrata, non si è posto nemmeno la domanda: «Dobbiamo tutelarlo», si è detto. Va bene, ma come fare, se la legge italiana nella migliore delle ipotesi prevede una copertura sanitaria il più delle volte insufficiente? Semplice, direbbe qualcuno: «Si copre la differenza e si garantisce allo sfortunato dipendente lo stesso tenore di vita». «Semplice», mica tanto. Quando in ballo ci sono quelli che nei suoi racconti Camilleri chiamava “piccioli”, cioè i soldi, l’affare si complica. Bravi gli italiani a fare i conti con i soldi degli altri.

 

 

PIETRO NON CI PENSA DUE VOLTE…

E, invece, Barteselli non ci ha pensato su due volte. Il dipendente, Giuseppe, che ha anche un cognome, Cannavale, «E’ uno di noi», si sarà detto, così «facciamo il possibile per assisterlo e, soprattutto, non facciamolo sentire solo…». In casi come questi, inutile girarci intorno, il più delle volte oltre al danno di una malattia, c’è anche quello della beffa, cioè che tutti intorno si dileguino. Secondo un principio vecchio come il cucco: quando c’è da divertirsi, c’è confusione; quando, invece, c’è da rimboccarsi le maniche e mostrare con i fatti rispetto e affetto per un familiare, un amico, un conoscente, tutto intorno si crea un vuoto che nemmeno il deserto del Sahara.

Dunque, la storia parte dalle colonne de La Stampa, il quotidiano al quale per primo Giuseppe si rivolge, scrivendo una lettera per segnalare il suo caso. Una storia che a larghi tratti riprende e racconta successivamente Pordenone Today, quotidiano edito in cinquanta edizioni locali, dal Gruppo Citynews. Giuseppe, web designer pordenonese, lo scorso ottobre aveva deciso di raccontare la sua storia. Un momento doloroso, riporta il quotidiano online. Giuseppe scopre di avere il linfoma di Hodgkin e lo racconta. Una storia che colpisce il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che viene a conoscenza anche del gesto spontaneo dell’imprenditore, Pietro Barteselli. Infatti, Barteselli, venuto a conoscenza del dramma che sta attraversando Giuseppe, decide di coprire lo stipendio del dipendente. Ciò per consentire al giovane di curarsi. Mattarella che già in altre circostanze ha dimostrato grande sensibilità, nomina Barteselli Ufficiale al merito della Repubblica Italiana.

 

 

GIUSEPPE, LA CHEMIO, LA RIVELAZIONE

Giuseppe che si era ammalato di cancro durante l’apprendistato, avrebbe dovuto affrontare sei cicli di chemioterapia. Nonostante avesse esaurito tutti i giorni di malattia a disposizione, ha trovato un imprenditore comprensivo e che ha «guardato oltre al mero profitto imprenditoriale», si legge nella motivazione. Così il Capo dello Stato in una cerimonia ufficiale consegna al Quirinale le «onorificenze a quanti si sono distinti per attività volte a favorire il dialogo tra i popoli, contrastare la violenza di genere, per un’imprenditoria etica, per un impegno attivo anche in presenza di disabilità, per l’aiuto alle persone detenute in carcere, per la solidarietà, per la scelta di una vita nel volontariato, per attività in favore dell’inclusione sociale, del diritto alla salute e per atti di eroismo».

«Storie di solidarietà – ha detto il presidente Mattarella – di senso di umanità, di coinvolgimento nel farsi carico delle difficoltà di altre persone; ed è giusto farle conoscere: le persone che sono qui vivono nella normale quotidianità; e questo è il pregio del loro comportamento: vivono questa quotidianità avvertendo i valori del rapporto tra le persone, del senso di comunità, del bisogno di non isolarsi, ma di occuparsi dei problemi generali e delle persone che hanno difficoltà o sono più deboli».

 

 

«TUTTO E’ BENE…»

«Sono estremamente onorato che il presidente della Repubblica – dice Barteselli nella sua intervista concessa i primi di febbraio a Lorenzo Padovan de La Stampa – abbia deciso di portare all’attenzione dei cittadini il nostro approccio come esempio di gestione imprenditoriale che guarda oltre il mero profitto; l’impresa è fatta prima di tutto di persone; oggi credo sia importante testimoniare che fare impresa significa impegnarsi perché l’azienda sia di successo in Italia e nel mondo nel lungo periodo, costruendo quotidianamente solide fondamenta: raggiungere risultati positivi garantisce alle famiglie di chi opera – direttamente e indirettamente – la serenità di un lavoro che viene svolto in un ambiente sicuro e di benessere: la vera forza di un’azienda penso sia la capacità di proteggere la propria comunità».

Trentadue naufraghi, salviamoli

Sea Watch lancia l’appello e invia una nave per soccorrere uomini, donne e bambini

Un uomo sarebbe già deceduto. Partiti su un gommone dalla Libia, si sono ribaltati in mare. Vivi per miracolo, senza acqua e cibo da quattro giorni, si sono messe in salvo su una piattaforma petrolifera che, però, non è attrezzata per prendersene cura. L’intervento tempestivo della Ong, dei politici, l’invito al Ministro

 

Sabato scorso un gommone sul quale viaggiavano migranti in fuga dalla Libia, si è ribaltato: uno di loro è morto, mentre gli altri sono riusciti ad arrampicarsi sulla piattaforma. La denuncia parte dalla Ong Mediterranea. Trentadue migranti vivi per miracolo. Come spiega Sea Watch, i naufraghi si sono arrampicati su una piattaforma petrolifera, in pieno Mediterraneo. Fra questi ci sarebbe anche una vittima, un uomo che nella traversata su una imbarcazione di fortuna non ce l’avrebbe fatta.

Intanto, la stessa Sea Watch ha inviato una nave in soccorso dei naufraghi, da quattro giorni in balia di un tempo inclemente e i morsi della fame. Sul finire della scorsa settimana, nonostante il tempo, uomini, donne e bambini, si sono avventurati su un gommone partito dalla Libia.

L’ennesimo naufragio ha poca ospitalità sui notiziari istituzionali. Il braccio di ferro alla Casa Bianca fra Trump e Zelensky, ha praticamente oscurato qualsiasi altra notizia. Perfino le condizioni critiche di Sua Santità, Papa Francesco, ricoverato al “Gemelli” e che ha trascorso la notte scorsa con l’ossigeno per favorirne la respirazione. A rimediare ad una informazione a singhiozzo, agenzie e siti, sempre puntuali e con aggiornamenti sulle condizioni dei trentadue migranti aggrappati alla speranza e alla piattaforma Miskar: Ansa, Open, Repubblica e altri organi di stampa.

 

 

POCHE ORE FA…

Poche ore fa l’ultimo appello, mentre la nave inviata da Sea Watch, sta solcando il mare per agganciarsi alla piattaforma e soccorrere gente assetata e a digiuno. Hanno bisogno di aiuto. Fino a poche ore fa nessuno si stava occupando di loro, anche perché la piattaforma sulla quale si sono in qualche modo “salvati” non sarebbe attrezzata per prendersene cura.

«Questa mattina, “Aurora”, l’assetto veloce di SeaWatch – ha tempestivamente comunicato la Ong Sea Watch – è partita da Lampedusa alla volta della piattaforma Miskar dove sono bloccate da quattro giorni trentadue persone in fuga dalla Libia: hanno bisogno di aiuto, nessuno – al momento – li sta soccorrendo e la piattaforma non è attrezzata per prendersene cura: a breve arriveremo in zona», il primo appello raccolto dalle agenzie di stampa, fra queste l’Ansa.

Mentre scriviamo, sono trentadue le persone a trovarsi sulla piattaforma. Viaggiavano, si diceva, a bordo di un gommone partito dalla Libia, tra loro vi sono anche donne e bambini. Una persona, purtroppo, sarebbe già deceduta. «Le autorità italiane devono prestare soccorso immediato alle trentadue persone – fa sapere Ong Mediterranea Saving Humans – che, da oltre quattro giorni ormai, in fuga dalla Libia, sono naufragate sulla piattaforma petrolifera Miskar, di proprietà della multinazionale inglese British Gas, che si trova al largo delle coste tunisine, nel Mediterraneo centrale; le persone sono in contatto fin dall’inizio con Alarm Phone che, da giorni, ha informato costantemente le Autorità italiane e maltesi della situazione: le piattaforme sono state anche monitorate domenica e ieri (lunedì, per chi legge) dall’aereo civile Seabird di Sea-Watch».

 

 

E INVITO ALLE AUTORITA’

Mediterranea prosegue nel suo appello alle autorità italiane. Segnala, infatti, che una persona sarebbe già deceduta, mentre altre, in particolare donne e bambini, starebbero molto male. Non hanno acqua, cibo e sono esposte, spiega la Ong, alle intemperie di un mare in burrasca: non si può perdere altro tempo. «Chiediamo – riprende Mediterranea – un intervento immediato di soccorso da parte delle Autorità Europee: la piattaforma si trova a poche decine di miglia da Malta e dall’isola di Lampedusa, mentre i militari tunisini non avrebbero fornito assistenza ai naufraghi». Insomma, vanno soccorse senza perdere altro tempo.

«Richiamo l’attenzione del ministro Piantedosi – ha riportato alla Camera Marco Grimaldi, vicepresidente AVS – non possiamo lasciare sole e senza soccorso persone che da oltre quattro giorni sono naufragate sulla piattaforma petrolifera Miskar, di proprietà della multinazionale inglese British Gas, che si trova al largo delle coste tunisine, nel Mediterraneo centrale: chiediamo che il ministro intervenga al più presto».

Intanto, l’eurodeputato Sandro Ruotolo ha presentato un’interrogazione alla Commissione UE chiedendo quali misure intenda adottare per garantire il salvataggio delle trentadue vittime ed evitare il respingimento in Tunisia.

San Giovanni Rotondo, primo!

Classifica degli Ospedali migliori al mondo

L’ospedale “Casa Sollievo della Sofferenza” si conferma primo al Sud. Lo attesta l’annuale classifica italiana dei World’s Best Hospitals. In Puglia, seguono il Policlinico di Bari, il Perrino di Brindisi, il San Paolo di Bari, il Vito Fazzi di Lecce, il Riuniti di Foggia, il Santissima Annunziata di Taranto (penultimo sul territorio nazionale). «Soddisfatti di aver ottenuto nuovamente un riconoscimento che ci conferma come il primo ospedale», commenta Gino Gumirato, direttore generale dell’IRCCS

 

L’ospedale “Casa Sollievo della Sofferenza” di San Giovanni Rotondo, anche quest’anno si conferma come primo tra gli ospedali dell’intero Sud nell’annuale classifica italiana dei World’s Best Hospitals (“I migliori ospedali del mondo”) realizzata dalla rivista americana “Newsweek”, una chart molto rigorosa. Tra gli altri parametri, sono stati presi in considerazione: il Rapporto pazienti/medici–infermieri, Qualità dell’assistenza per trattamenti specifici e Misure di igiene e sicurezza, Tempi di attesa. Per il sesto anno consecutivo, dunque, l’ospedale fondato da San Pio da Pietrelcina si è classificato al primo posto tra tutti gli ospedali del Sud Italia confermando la trentacinquesima posizione nazionale, la medesima dell’anno precedente (133 gli ospedali italiani censiti per la classifica valida per il 2025).

«Siamo molto soddisfatti di aver ottenuto nuovamente il riconoscimento di “World’s Best Hospitals” dalla rivista Newsweek anche per il 2025, che ci conferma come il primo ospedale del Sud Italia per il sesto anno di fila», commenta Gino Gumirato, direttore generale dell’IRCCS Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo.

 

 

WORLD’S PRESS HOSPITAL, COS’E’…

Cos’è il “World’s Best Hospitals”, se non una classifica, una delle tante, ma in questo caso attenta, molto accorta, ripresa dalle riviste di tutto il mondo e, per prima, dal settimanale Newsweek. La chart, come la chiamano gli americani, scaturisce dall’idea di far sentire il fiato sul collo agli addetti ai lavori di tutto il mondo. Di classifiche se ne stilano tante, tanto al chilo, tutti i giorni: su tutto, ma proprio tutto. Quella sulla Sanità, in generale, però, è materia delicata. Si parla, scrive, redige di salute: c’è un voto, competente, al massimo fra addetti ai lavori e pazienti. Ne parliamo a breve, intanto entriamo nel vivo del ragionamento.

Intanto, su quale sia il migliore ospedale al mondo, non avevamo dubbi: primi, gli Stati Uniti d’America. «E in Italia?», si domanderà qualcuno, beh, non ci sarebbe nemmeno da chiederselo: ha la meglio il Nord (avevate dubbi?). Ma, attenzione, lo scrivevamo prima, introducendo il tema con la dichiarazione del portavoce dell’ospedale pugliese più importante del Sud, che anche stavolta mantiene il primato: l’IRCCS Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo.

«Questo risultato – conferma Gumirato – è frutto dell’impegno costante di tutti gli operatori sanitari dell’Ospedale ai quali vanno i più sentiti ringraziamenti di tutto il Consiglio di Amministrazione. Nel perseguire l’eccellenza, i professionisti di Casa Sollievo mettono l’ammalato sempre al centro dell’attenzione sia nell’assistenza clinica e chirurgica, sia nel campo della ricerca scientifica, affinché l’obiettivo resti invariato: rispondere ai bisogni di salute dei cittadini offrendo prestazioni sanitarie fortemente integrate, ad alta specialità, e caratterizzate da un alto contenuto tecnologico, professionale e umano».

 

 

OSPEDALI PUGLIESI, GLI ALTRI…

Sempre in Puglia, il Policlinico di Bari si piazza al trentanovesimo posto in Italia. Tra gli altri ospedali pugliesi: il Perrino di Brindisi (cinquantaseiesimo), il San Paolo di Bari (sessantanovesimo), il Vito Fazzi di Lecce (settantaseiesimo), il Riuniti di Foggia (ottantatreesimo) 83simo, il Santissima Annunziata di Taranto (centotrentaduesimo, penultimo).

Come si diceva, secondo quanto riportato da Neewsweek, dalle riviste nazionali e dalle agenzie di stampa, la metodologia utilizzata per il ranking del 2025 ha considerato: Sondaggi tra decine di migliaia di colleghi, medici e professionisti in ambito sanitario, principalmente nazionali (peso attribuito 40%); metriche di Qualità ospedaliera sul rapporto pazienti/medici-infermieri, Qualità dell’assistenza per trattamenti specifici e misure di igiene e sicurezza, Tempi di attesa (37,5%); esperienze dei pazienti (17,5%); misure di esito riportate dal paziente (5%).

«Io e mio figlio autistico, sfrattati!»

Taranto: Adriana e Saverio, lunedì scorso “sgomberati” 

«Tre anni di battaglie non hanno condotto a nulla», ha dichiarato la donna. «Avevo chiesto un altro giorno di proroga per dare un’occhiata a un B&B dove avremmo dovuto trasferirci: mi è stato negato». Infine: «Non vi fidate di chi mostra comprensione, alla fine spariscono tutti…»

 

Lunedì scorso, a Taranto, è stato eseguito lo sfratto dall’appartamento in cui abitavano, Adriana e Saverio. Mamma la prima, figlio autistico il secondo.  La casa in cui i due sfortunati protagonisti della vicenda risiedevano, non era stata riscattata per mille motivi, quello principale di carattere economico. Adriana e suo marito, dal quale la donna era separata da otto anni, non erano riusciti più a pagare le rate del mutuo. A causa dei problemi e delle cure costanti di cui aveva bisogno Saverio, la donna aveva contratto debiti. Non erano stati sufficienti gli aiuti che giungevano a quel piccolo nucleo familiare in modo sporadico.

E’ una delle tante vicende italiane che da una parte dovrebbero farci indignare, dall’altra farci “inquartare” (per non usare vocaboli più pesanti, non è nostra abitudine). E, allora, facile sparare addosso a questo o quello: prendersela, forse, con i servizi sociali, qualcuno con la nuova proprietaria dell’immobile che ha acquistato casa di Adriana e Saverio all’asta. All’interno della vicenda che ci fa sentire tutti più vulnerabili, deboli, nonostante i guai e i problemi ai quali è andata incontro in questi mesi, ma diremmo anche anni, la donna, una cosa, piccola sia chiaro, che ci ha riempito il cuore, è stato il suo sorriso.

 

 

ADRIANA, GRANDE DIGNITA’

Arrabbiata, forse con se stessa e quanti le avevano assicurato che una soluzione l’avrebbero trovata, Adriana fino all’ultimo momento ha mostrato carattere. Certo, «non fa piacere a nessuno finire sui giornali», specie per cose così spiacevoli, per certi versi umilianti (dove di umiliante non c’è nulla). La mamma di Saverio, sia chiaro, non ha mostrato solo il sorriso, ha mostrato anche i muscoli quando c’è stato da rispondere a quei giornalisti che, svolgendo il proprio mestiere, le chiedevano «e adesso, Adriana, tu e Saverio che farete? Dove andrete ad abitare?». E lei, il sorriso sulle sue labbra per una volta appena smorzato: «Dove andrò? Non lo saprà nessuno!». Come a dire: «Ringrazio tutti per la collaborazione, dai giornali alle tv, dai servizi sociali ai politici che si erano in qualche modo avvicinati per capire se ci fosse un qualche margine, adesso io e Saverio faremo a modo nostro…». Insomma, pare di capire che la storia sia andata a finire proprio come immaginava la stessa donna, epilogo compreso. Lo sfratto ha fatto notizia, tutti le si sono avvicinati, poi quando i riflettori sulla vicenda si sono spenti, via gran parte di quel circo mediatico. Qualcuno è rimasto sul campo, accanto: ha provato a rassicurare Adriana; lei, che in tutto questo tempo ne ha viste e sentite tante, ormai non si scompone più di tanto: ciò che aveva previsto è accaduto, nonostante altre rassicurazioni.

«Questa – la dichiarazione della donna all’agenzia Ansa – è stata la degna conclusione di tre anni di battaglie; avevo solo chiesto ancora ventiquattro ore di tempo per spostarmi con mio figlio Saverio e svuotare casa delle nostre ultime cose per trasferirci in un B&B: dovevo solo visionare che i locali nei quali ci saremmo trasferiti si dimostravano adeguati; invece, niente: mi hanno canzonata; mi hanno invitato a mandare via la stampa e cominciare a togliere qualcosa per mostrare tutta la nostra buona volontà ad arrenderci di fronte alla macchina giudiziaria; mi avevano assicurato che  avrei potuto restare con Saverio un’altra notte: niente di tutto questo, è stata l’ennesima presa in giro».

 

 

PAROLE TANTI, FATTI NESSUNO

La dignità della donna a cui facevamo allusione. Nel suo sfogo fa attenzione a non a fare entrare la vicenda umana che ha per protagonista suo figlio Saverio, autistico. Tutti lontani dal ragazzo, mamma e figlio avrebbero avuto bisogno di una mano, sì, ma non di compassione. Adriana, quelle parole che provavano a scavare nella coscienza di una città “spettatrice”, le ha sempre rispedite al mittente. Anzi, è stato come se le avesse respinte come “irricevibili”. C’era stata un’occasione, forse due, in cui la donna aveva provato, con grande dignità, a spiegare di cosa avesse bisogno, più per il bene del ragazzo, che non per se stessa. Missione fallita. Parole, tante; fatti, nessuno. Tanto che Adriana e Saverio hanno lasciato casa, piccola, accogliente, ma tremendamente loro, anche se con qualche ipoteca: i soldi servivano e serviranno a sostenere l’assistenza per il ragazzo.

«I servizi sociali – ha spiegato sempre all’Ansa, Adriana – hanno trovato un posto che probabilmente sarà pronto tra un paio di mesi, poi sono andati via; così sono stata costretta a sgombrare casa alla meno peggio: non vi fidate, anche se c’è di mezzo un ragazzo disabile, dell’intera storia importa poco». Infine, si diceva: «Dove andrò? Non lo saprà nessuno, statene certi».

«Ucraina: nessun invio di truppe»

L’Italia non manda militari sul confine

«Questa ipotesi non è mai stata all’Ordine del giorno», dice il ministro Antonio Tajani, «dovessimo andare al fronte, lo faremo solo ed esclusivamente condividendo la posizione con gli altri Paesi». Stesso ragionamento per la Palestina, interviene il vicepremier Salvini: «Abbiamo già migliaia di soldati italiani in giro per il mondo, quando ci sarà avanzata richiesta, ne parleremo»

 

«L’Italia ha sempre detto che l’invio di truppe italiane in Ucraina non è all’ordine del giorno, dopodiché, se un domani ci dovesse essere una missione Onu con contingenti di vari Paesi, si potrà eventualmente ragionare, ma al momento questo tema non è all’ordine del giorno». Questo, in sintesi, l’intervento alla Camera del ministro degli Esteri, Antonio Tajani.

Insomma, l’Italia non schiera il suo esercito a sostegno della causa ucraina, opponendosi esplicitamente al conflitto contro la Russia. Vista così, oltre a una posizione di non belligeranza, sembrerebbe un rifiuto, netto, all’ingresso dell’Italia nel conflitto che vede l’Ucraina opposta alla Russia. Questa posizione mostra anche una certa disponibilità da parte del nostro Paese ad “ascoltare” il governo di Putin, dopo che il Capo di Stato russo ha trovato argomenti utili e condivisibili con Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, che con la sua posizione di arbitro del complesso conflitto militare ha di fatto ignorato l’Europa. Evitato un ulteriore bagno di sangue.

 

 

A QUANDO IL «CESSATE IL FUOCO»?

Ora altri due sono i temi che stanno a cuore a quanti sono contro ogni tipo di conflitto ed auspicano pace incondizionata: il definitivo “Cessate il fuoco” sul confine russo-ucraino e sulla Striscia di Gaza, dove prosegue un conflitto che da tempo immemore semina odio e morti, donne e bambini compresi.  

Niente confine ucraino, dunque, per l’Italia. «Se sarà necessario creare una “zona cuscinetto”, bisognerà mandare truppe sotto la bandiera delle Nazioni Unite; solo in questo caso potrà esserci una disponibilità italiana; così come accaduto per la Palestina, ma sempre con la corresponsabilità di tutti». Tajani, portavoce del governo, è tassativo. Alla domanda sul fatto che la Lega fosse d’accordo con questa posizione, la risposta, secca, non lascia spazio a interpretazioni: «Se la Lega è d’accordo? Parlate con loro: io dico la mia», riporta, puntuale, l’agenzia giornalistica Ansa. «Se deve essere – prosegue il ministro – una forza di interposizione, questa deve essere delle Nazioni unite in modo che sia neutrale».

 

 

«INVIO TRUPPE: NON PREVISTO»

Per chi non avesse inteso a chiare lettere le parole del vicepremier azzurro, alla Camera è stato ribadito che l’Italia ha sempre sostenuto che l’invio di truppe italiane in Ucraina non è all’ordine del giorno: se, invece, un domani ci fosse una missione Onu con contingenti di vari Paesi, si potrà tornare sul tema e ragionarci sopra. Non è all’ordine del giorno, né se n’è mai parlato. Fonti del governo ribadiscono tale posizione definendo «notizie totalmente campate per aria le ricostruzioni sulle valutazioni di un invio di truppe: non esiste questo dibattito all’interno della maggioranza».

A proposito del «Chiedetelo alla Lega», la risposta resa alla stampa dal ministro Tajani, dopo le dichiarazioni sul “non invio di truppe italiane sul fronte ucraino”. Sempre l’agenzia Ansa ha registrato le dichiarazioni di Matteo Salvini, vicepremier e segretario della Lega.

«Il governo non sta discutendo di soldati italiani in Ucraina: nessuno ci ha rivolto richiesta a riguardo: quando ce lo chiederanno ne parleremo; l’Italia ha già migliaia di soldati in giro per il mondo, pertanto, prima di mandarne altri sarei molto cauto». 

«Ditemi la verità, sempre…»

Papa Francesco ricoverato al Policlinico Gemelli di Roma

Sotto osservazione da venerdì 14, reagisce, sorride, prega, domanda, fa battute. «Mantiene il suo buonumore: al mattino, quando lo salutiamo, con un “Buongiorno Santo Padre” lui risponde “Buongiorno santo figlio”», spiega alla stampa il prof. Sergio Alfieri. «Il Pontefice vuole conoscere le sue condizioni: “mi rendo conto che la situazione sia grave, ma ditemi tutto…”»  

 

«Non è fuori pericolo, Sua Santità vuole gli si dica la verità: noi possiamo solo dire, e lo abbiamo riferito allo stesso Papa Francesco, che la degenza potrebbe essere lunga». E’ uno dei concetti del prof. Sergio Alfieri, coordinatore dell’equipe medica che si occupa del Pontefice. Sono le prime dichiarazioni rilasciate dallo specialista nell’incontro con la stampa organizzato all’interno del Policlinico Gemelli di Roma, dove Papa Francesco è ricoverato dallo scorso 14 febbraio.

Qualche giornalista insiste, Alfieri risponde, perché la domanda è quella che attende per prima. «Come sta? Come un signore di ottantotto anni che ha patologie polmonari croniche». Una domanda tira l’altra, risposta breve, secca: «Non è fuori pericolo; è un papa, ma è anche un uomo».

Se non lo fa un portavoce della Santa sede o un cronista, ci pensa lo stesso professionista. Anticipa un’altra domanda, perché una di quelle spontanee riguarda l’umore del Pontefice. «Mantiene il suo buonumore: per dirne una, al mattino quando si mette in poltrona, lo salutiamo con un “Buongiorno Santo Padre” e lui, persona di grande spirito, per dire quanto sia presente, risponde “Buongiorno santo figlio”».

 

 

SE TUTTO ANDASSE PER IL MEGLIO…

Breve conversazione a parte, quello che sta a cuore a milioni di fedeli di tutto il mondo, è quanto durerà il ricovero del Papa: se tutto dovesse andare per il meglio, sicuramente per tutta la prossima settimana». Il rischio, dicono i bollettini medici, è che i germi presenti nei polmoni, nonostante le terapie che il papa sta facendo, possano passare nel sangue; al momento non sarebbe così, ma in quel caso avrebbe una sepsi e alla sua età potrebbe essere difficile uscirne: è questo il rischio che il Pontefice correrebbe.

Alla luce di queste notizie, è normale che Papa Francesco con celebrerà l’Angelus di questa mattina. «Sarà diffuso, però, il testo preparato dal Santo Padre, secondo quanto già avvenuto domenica scorsa; anche l’omelia della messa di oggi nella Basilica di San Pietro, in occasione del Giubileo dei Diaconi, è stata fornita da Papa Bergoglio. La leggerà il celebrante delegato da Francesco, l’arcivescovo Rino Fisichella».

Nelle scorse ore era stato diffuso un briefing informativo con i giornalisti accreditati alla Sala stampa con rappresentanti dell’equipe medica che ha in cura il Papa. Fra questi, lo stesso Alfieri, capo dell’equipe medica, e dal professor Luigi Carbone. «Non è attaccato a nessun macchinario; quando ha bisogno, mette i naselli per un po’ di ossigeno, ma ha respiro spontaneo e si alimenta; occorre restare concentrati per superare questa fase». La conferma su tempra e spirito.

 

 

«CONOSCE LA GRAVITA’, IL PERICOLO»

«Il Santo Padre non è persona che molla: resterà qui almeno tutta la prossima settimana: il Papa – viene ribadito – non è fuori pericolo, ma nemmeno in pericolo di vita, tanto che si è recato in cappella a pregare».

Nessun giro di parole, parlano i medici. «Il Papa – hanno dichiarato – ha sempre voluto che dicessimo la verità; la malattia cronica rimane, questo Sua Santità lo sa». Lui stesso avrebbe detto: «Mi rendo conto che la situazione è grave, a volte gli manca il respiro e la sensazione non è piacevole per nessuno». Questo l’aggiornamento fortemente desiderato da Bergoglio.  voluto fortemente dallo stesso Papa: «, ma desidera che si sappia la verità, basta con le fake news».

Continua intanto il pellegrinaggio dei fedeli al Policlinico Gemelli, per rivolgere una preghiera al Pontefice. Fedeli di ogni età, fra questi i giovani, anche studenti di Medicina che approfittando di una pausa dallo studio, osservano che in questi giorni si è registrato un certo movimento, specie in occasione del Capo del Governo, Giorgia Meloni.

«Imprenditore in Senegal»

Claudio, sessantenne, vicentino sbanca a Dakar

La sua “avventura” nel cuore dell’Africa occidentale inizia con “Sapori d’Italia”, qualche anno fa. «Ho provato ad esportare prima i prodotti della mia terra, poi il resto dell’enogastronomia del mio Paese». Un successo, anche in termini di fatturazione. «Hanno tentato di replicare il mio percorso, arrendendosi subito…»

 

«Sapori d’Italia». Chi lo diceva che il nostro Paese potesse esportare prodotti in Senegal, in passato una delle colonie più importanti dell’Africa occidentale francese, di cui Dakar è la capitale? Eppure, da tempo la capitale, famosa per ospitare manifestazioni di alto profilo sportivo, è affascinata dalle bontà del nostro Paese che gode credibilità in tutto il mondo.

Nei giorni scorsi, grazie ad un servizio riportato dal corriere.it, il brand «Sapori d’Italia» è tornato alla ribalta. Merito del prestigioso quotidiano online, che non si lascia scappare quella che, a ragione, possiamo definire “ghiotta occasione”, ma anche del protagonista della nostra storia, Claudio Bonatto, sessantenne nativo di Breganze (Vicenza), la voglia matta di viaggiare e fare impresa, tanto che quando il cronista prova a farsi rilasciare una, due battute, lui preferisce far parlare il suo passato e, perché no, il suo futuro, fatto di imprese e scommesse da una parte all’altra del pianeta. Poi arriva Dakar. «La mia – confessa al Corriere – è diventata in pochi anni la prima azienda di importazione di prodotti di enogastronomia italiana qui in Senegal, con un occhi di riguardo a tutto ciò che proviene dal Veneto, dalla mia regione d’origine».

 

 

QUESTIONE DI «SAPORI»

Per Claudio non è solo questione di business, nel tempo ha imparato che non puoi arrivare secondo, specie se vuoi fare impresa ad alto livello. Dunque, la risposta resa al cronista del popolare quotidiano che registra alti numeri anche online, non ci stupisce. «Siamo i numeri uno – conferma infatti Bonatto – tanto che vendo quello che altri non hanno; chi si serve da me sa perfettamente che si troverà al cospetto di prodotti introvabili: articoli che qui, a Dakar, non ci sono, non sono nemmeno neppure reperibili nei migliori supermercati francesi, che qui in Senegal sono disseminati ovunque».

Fondata sei anni fa, poco prima della pandemia, l’azienda di Bonatto è diventata la principale importatrice di prodotti alimentari italiani in Senegal, con particolare attenzione rivolta ai prodotti della sua terra (Veneto). Salumi, dalla sopressa al cotechino, proseguendo con formaggi tipici come l’Asiago e il Morlacco, prodotti con i quali il nostro connazionale ha saputo conquistare i palati locali e internazionali, vendendo – si diceva – prodotti introvabili nei supermercati francesi presenti in tutto Senegal. Lo scorso anno, Claudio registra un primato raggiungendo un fatturato di mezzo milione di euro. Un buon inizio, che lascia ben sperare in prospettiva, perché gli investimenti di «Sapori d’Italia» proseguono.

 

 

DAKAR, AGGREGATORE SOCIALE

Il suo quartier generale è al centro di Dakar. Non è semplicemente un esercizio, ma un “point” nel quale si incrociano non solo palati, ma anche culture, una storia che, non a caso, comincia dalla curiosità che i clienti manifestano per i suoi prodotti: nella sua attività, quanti sono interessati al suo brand scoprono la storia dei prodotti e le tradizioni culinarie italiane. Bonatto, ecco il bernoccolo dell’imprenditore, ha creato uno spazio dove non solo fanno bella mostra di sé prodotti di alta qualità, ma si promuove anche un’esperienza gastronomica completa, dalle degustazioni di vino alle storie dei produttori italiani. Qualcuno si è domandato se l’imprenditore veneto non temesse una certa concorrenza. Di solito l’invidia e lo spirito di emulazione spingono altri imprenditori a replicare più o meno la stessa formula.

Ci hanno provato, figuriamoci, ma, c’è un ma: «Chi ha provato a imitarmi – riporta la redazione di AltovicentinOnline – è durato pochi mesi». Il suo negozio, sottolinea il “giornale” online, è ormai una tappa obbligata per gli expat, i diplomatici e i senegalesi in cerca di un assaggio di Italia. L’inaugurazione di “Sapori d’Italia” è stata un evento mondano a Dakar, e ora Bonatto sta valutando di ampliare il locale per accogliere meglio la crescente clientela. Con un progetto che va oltre la semplice vendita, Bonatto sta contribuendo a rafforzare i legami tra Italia e Senegal, portando nel cuore dell’Africa la cultura e i sapori del Veneto.