Martina Franca, set cinematografico

“Stolen girl”, riprese nella Capitale della Valle d’Itria

Iervolino & Lady Bacardi Entertainment, oltre a suggerire la Puglia, al regista James Kent hanno segnalato località suggestive del nostro territorio. I ringraziamenti dell’assessore comunale Angelini. Due anni fa, da queste parti, Angelina Jolie (“Without Blood”) e più recentemente Sergio Rubini (“Giacomo Leopardi”). Fra gli attori Scott Eastwood e c’è chi sogna di vedere papà Clint

 

Ne avevamo scritto nelle scorse settimane. La Puglia è ancora una volta al centro di una produzione televisiva e cinematografica. L’ultima, in ordine di tempo – anche questa ampiamente anticipata – riguarda le riprese di “Stolen girl”, prodotto da Iervolino & Lady Bacardi Entertainment, che in questi giorni si sono svolte a Martina Franca, la capitale della Valle d’Itria. Altre riprese, mentre annotiamo quanto registrato nelle scorse ore, si stanno svolgendo in altri angoli utili (e suggestivi) della nostra amatissima Puglia.

Non è la prima produzione internazionale a scegliere Martina Franca come set cinematografico. Nel luglio di circa due anni fa, l’attrice Angelina Jolie aveva scelto la città nel cuore della Valle, per “Without Blood”, film da lei prodotto e diretto, tratto da “Senza sangue”, romanzo di Alessandro Baricco.

 

 

AMINA, STORIA VERA

Ispirato a una storia vera, come già riportato, e girato per buona parte nella nostra regione, “Stolen girl” è un thriller diretto dal regista James Kent. Protagonisti gli attori Kate Beckinsale, James Cromwell e Scott Eastwood, figlio dell’immenso Clint, grande attore e regista più volte premiato con l’Oscar. Alludiamo anche al popolare “Ispettore Callaghan”, perché nei giorni scorsi è sfuggita al controllo del solito fantasioso collezionista di like e follower, la notizia secondo la quale proprio il 93enne, vincitore di cinque Oscar, avrebbe viaggiato fino in Salento per seguire le riprese del film e il proprio figliolo all’opera.

Insomma, crediamo ci voglia altro per far muovere per un volo transoceanico un uomo che ha superato i novanta. Ma il ragionamento lo rimandiamo in coda alla notizia delle riprese a Martina. Intanto, mantenendoci alla stretta cronaca, c’è un intervento istituzionale a proposito delle riprese effettuate nelle ultime ore nella sempre affascinante città al centro della Valle d’Itria.

 

 

TERRITORIO PROMOSSO

«I film contribuiscono non poco alla promozione dei luoghi – ha dichiarato Vincenzo Angelini,assessore al Marketing Territoriale e al Tursimo Vincenzo Angelini – tanto che la Puglia ha molto spesso beneficiato di questo tipo di promozione; pertanto non possiamo che accogliere positivamente la scelta di questa importante società di produzione cinematografica; lo stesso abbiamo fatto proprio nei mesi scorsi ospitando la troupe di Sergio Rubini, uno dei migliori registi e attori italiani, che a Martina ha girato diverse scene di una fiction su Giacomo Leopardi prossimamente in programmazione sulle reti Rai».

«Anche in questa occasione – ha concluso Angelini – come Amministrazione comunale abbiamo svolto un ruolo attivo, accompagnando regista e troupe nelle vie del centro storico nell’individuare i luoghi più idonei all’allestimento del set».

 

 

LIETO FINE…

“Stolen Girl” racconta una storia vera.  Amina, sei anni, viene portata via a Maureen da Karim, suo ex marito. Dopo anni di vani tentativi di ritrovarla, Maureen viene reclutata da Robeson, un uomo che promette alla donna di aiutarla nel recuperare Amina, ma ad una condizione: in cambio, la donna dovrà lavorare per lui.

Ma torniamo a Clint Eastwood e alla notizia “impazzita” circolata nei giorni scorsi e raccolta, ma in modo divertito, da alcuni giornali. «La splendida ambientazione eclettica del Palazzo arabesco Aprile di Maglie – riporta una delle fonti – è uno dei set principali del film “Stolen Girl”, i cui protagonisti sono Kate Beckinsale, Scott Eastwood e James Cromwell. Proprio la presenza, tra i 150 componenti della troupe, del più volte premio Oscar Clint Eastwood ha infiammato gli animi…». Di Clint, al momento, nemmeno l’ombra.

«Cento di questi giorni!»

Auguri a nonna Cristina, cento candeline appena spente

L’ha festeggiata la sindaca insieme con la sua comunità. Vive a Celle San Vito, vicino Foggia. Per lei la testimonianza di affetto di figli e nipoti e un fermacarte con lo stemma della comunità. Già una volta il paesino dauno era balzato agli onori della cronaca, quando una coppia di cittadini canadesi aveva attribuito al loro figliolo il nome di questa minuscola cittadina in ricordo del proprio bisnonno

 

Cento anni, nonna Cristina, festeggia il suo secolo di vita insieme con la usa piccola comunità, Celle San Vito, due passi da Foggia, un minuscolo paese di centoquarantacinque abitanti. La sindaca è andata a trovarla, si è fatta due passi, le ha regalato un bel fermacarte con lo stemma del Comune. Un simbolo, per dimostrare affetto con un gesto nel quale c’è tutto l’amore che un paesino come Celle può dare ad un suo figliolo. Baciato dalla fortuna, dal secolo di vita, un percorso in buona salute. Qualche acciacco, certo, del resto questo fa parte delle “varie ed eventuali” della vita. Guai se gli anziani, quelli che stanno bene, non avessero il pretesto di interessare i propri figlioli, nipoti e pronipoti. “Se la nonna non si è fatta sentire”, dicono di solito i più giovani ai genitori che chiedono notizie di nonna ai propri figlioli, “vuol dire che sta bene…”.

E’ felice nonna Cristina, di colpo al centro delle attenzioni di un “intero paese”. Le parole, quelle, poco per volta, le trova senza problemi. Le raccoglie una cronista di Repubblica, Tatiana Bellizzi, che in un suo articolo documenta la giornata di gioia di nonna Cristina, ma anche dell’intera comunità.

 

 

PAROLA DI SINDACA…

Per la sindaca, Palma Maria Giannini, «è stato un giorno particolare per me: mai avrei immaginato di festeggiare una centenaria nella mia veste istituzionale, quella di sindaca; non nascondo che in cuor mio avevo sempre sperato che cò accadesse, ed ora eccomi qua, a compiere questa cerimonia istituzionale dopo quindici anni di attività amministrativa. «Quello di nonna Cristina è, in assoluto, il primo centenario nella storia di questo piccolo comune». Comune venuto già alla ribalta delle cronache per un altro fatto singolare, quando una famiglia canadese – racconta la cronaca dell’evento – aveva deciso di chiamare il proprio figlio Celle in onore delle sue origini».

Nonna Cristina, tre figli, sei nipoti, tredici pronipoti e tre trisnipoti, incarna le esperienze di quanti al Sud, con gli stenti che conosciamo, ha vissuto la Seconda guerra mondiale, una sciagura per tutti. Per sopravvivere, lei, e non solo, ma tutti quelli che vivevano in una delle tante piccole comunità del circondario, lavorava nei campi. Roba da spezzarsi la schiena, ma all’epoca non solo non si andava tanto per il sottile: semplice, non si poteva scegliere, quello toccava, bere o affogare. Tanti sacrifici che i suoi affezionati parenti le stanno ripagando in termini di affetto e attenzioni. «Nonna Cristina – riprende la “prima cittadina” – rappresenta un prezioso patrimonio di tradizioni, valori culturali e civili che non solo sono alla base della nostra comunità, ma oggi ispirano giovani e adulti, e nonna Cristina, la nostra centenaria di cui andiamo fieri e orgogliosi, è un esempio di forza, saggezza e amore».

 

 

STARE AL VERDE, MEGLIO…

La storia di nonna Cristina, non è una storia isolata. Le donne che vivono in campagna, vivono di più e meglio. Uno studio dimostra che le donne che «vivono circondate dal verde hanno un tasso di mortalità inferiore del 12% rispetto a coloro che vivono in città». Uno studio non affatto isolato, durato qualche anno ed ha coinvolto centomila donne, sottoposte ad attente analisi che tenessero conto di fattori come salute mentale, attività fisica, depressione e malattie.

La storia di nonna Cristina evoca la campagna, il verde, quanto sembra essere l’unico elisir di lunga vita esistente. Vivere in campagna non donerà l’immortalità, ma di sicuro contribuisce ad allungarci la vita e a migliorare la qualità della stessa.

Insomma, pare che prati e alberi non aiutino solo il pianeta nella sua sempre più complicata esistenza, ma anche la nostra salute psicofisica. Non è un caso che, oggi, piantare alberi e creare spazi verdi nelle nostre città, abbia più di un significato: combattere il cambiamento climatico, per esempio, e, perché no, preservare la nostra salute, quanto cioè ci aiuta a vivere più a lungo e meglio. Mettiamoci in fila, nonna Cristina ci insegna come fare.

«La vita comincia a cinquant’anni!»

Oggi uomini e donne si sentono “anziani” a 74 anni

Uno studio ha interessato oltre diecimila persone. Elaborate informazioni in un database. Periodo esaminato: ultimi dodici anni. Nati nel 1946, si sentivano anziani a 71 anni; oggi l’asticella si è alzata di dieci anni: la generazione successiva si sente “vecchia” a 81 anni. Le donne in media si sentono anziane 2,4 anni dopo rispetto agli uomini. Una tendenza sempre esistita. Ma non è civetteria, tutt’altro…

 

Una volta si usavano frasi che pescavano fra i detti popolari. «La vita comincia a quarant’anni», «Gli anni solo quelli che ti senti addosso», «L’età è solo un numero». E via discorrendo. Con il passare degli anni, l’asticella è stata spostata. Verso l’alto, per intenderci. Oggi uomini e donne si sentono a metà strada nel percorso della vita ad almeno cinquant’anni. Insomma, le cure, il benessere, l’alimentazione, la conoscenza, gli studi, negli ultimi decenni hanno compiuto passi da gigante e aiutato, sostenuto nella crescita l’essere umano.

Negli Anni Sessanta quando vedevamo manifesti funerari che annunciavano la scomparsa di una persona a sessant’anni, non ci meravigliavamo. Del resto, in pensione si andava fra i quarantacinque e i cinquant’anni d’età.  Oggi, invece, non è più così. E’ cambiato un mondo, intorno. Un po’ per merito, un po’ per demerito nostro (ma questa è un’altra storia…).

Dunque, l’età che sarebbe solo un numero, con il passare degli anni sta perdendo, si diceva, il suo peso. La definizione di «anziano» è cambiata con il passare del tempo. Un po’ per dichiarare guerra a rughe e acciacchi, dunque per una certa convenienza, insita nell’animo umano (moderno) la linea di confine con la Terza età viene spostata (scongiurata) sempre più avanti. Basta documentarsi. Non è solo passione degli italiani il salto in avanti con ritocchino o aiutino che dir si voglia. Uno studio congiunto scaturito fra le università di Berlino, Lussemburgo e Stanford, e pubblicato recentemente su una rivista di psicologia, conferma perplessità, paure e voglia di “mantenersi giovani”.

 

 

MAMME VESTONO COME LE FIGLIE

Con l’ausilio di qualsiasi aiuto, a cominciare dall’abbigliamento: le mamme che si vestono come le figlie, identiche, con addosso minigonne vertiginose; i papà che rifanno il verso ai propri figlioli, e indossano jeans e scarpette da ginnastica. In pensione comprano borsone, racchette da tennis e t-shirt come quella di Sinner o Djokovic, salvo poi mettere tutto sotto chiave nel ripostiglio.

Dunque, la ricerca. Ha interessato oltre diecimila persone presenti in un database, in un periodo di dodici anni. Una volta raccolti, i dati hanno certificato il cambiamento del concetto di “anziano” in base al contesto storico e social. Da qui, in poi, le diverse risposte fornite a una delle domande principali: «A che età ti consideri “vecchio”?».

Per i boomer, i figli del boom economico per intendersi, i nati tra il 1946 e il 1964, la risposta a questa prima domanda è stata «…intorno ai 74 anni». Se la stessa domanda fosse stata posta a rappresentanti della generazione precedente, il risultato ottenuto sarebbe stato sostanzialmente diverso. Infatti, consultato altre indicazioni presenti nel database, chi è nato nel 1946, interpellato a suo tempo ha dichiarato di sentirsi anziano a 71 anni (partecipanti allo studio, nati tra il 1946 e il 1974, hanno preso parte alla ricerca quando avevano tra i 40 e gli 85 anni).

 

 

I PAPA’ COME FOSSERO…“TENNISTI”

Insomma, il punto di vista sull’argomento è visibilmente cambiato nel tempo, dati confermati da questa tendenza. Risultato: l’inizio di quella che per brevità chiamiamo “vecchiaia”  si sposta di circa un anno una volta superati 4 o 5 anni.

NbcNews, autore dello studio, e lo psicologo Markus Wettstein, come ripreso da riviste e quotidiani, in particolare dal Messaggero che riporta puntuali e importanti approfondimenti, hanno pubblicato percezione e concetti. «Percezione e concetti di “anzianità” cambiano nel tempo: oggi le persone di mezza età o gli adulti più avanti con gli anni credono che la vecchiaia inizi più tardi rispetto ai loro corrispettivi di 10 o 20 anni prima».

Un cambiamento dovuto, si diceva, secondo fattori diversi: l’aumento dell’aspettativa di vita, per esempio. Ripensandoci, se questa oggi si attesta intorno agli 81 anni, nel 1974 era molto più bassa, vale a dire 71 anni. Dieci anni esatti in meno. Non solo si vive più a lungo, ma anche in salute: diversi studi confermano miglioramenti delle condizioni cardiache, abilità cognitive e della qualità della vita.

«Le persone che si sentono più giovani credono anche che la vecchiaia inizi più tardi», spiegano gli studiosi. E, in effetti, i partecipanti allo studio più soli o con malattie croniche tendevano a localizzare la vecchiaia prima degli altri. Per quanto riguarda le differenze di genere, le donne in media si sentono anziane 2.4 anni dopo rispetto agli uomini. Ma anche questa è una tendenza sempre esistita. E non per una forma di civetteria, secondo qualcuno potrebbe pensare, ma perché la donna – è dimostrato su tutte le latitudini – è più forte dell’uomo. Gli uomini se ne facciano una ragione e ne prendano atto.

E le stelle “guardano” la Puglia…

Un set dopo l’altro, dalla provincia di Lecce a quella di Bari

A Taranto una produzione di Netflix, ma quarant’anni fa c’era stato Hutch (David Soul, Fifth Missile), più recentemente “Six underground” per Netflix. In queste settimane, in Salento, fra gli altri c’è Andy Garcia, che per restare in tema, gira “Under the stars”

 

E le stelle stanno guardare. Era il titolo di un romanzo, straordinario, scritto da Cronin. Potenza della tv di una volta, quando non avevi a portata di mano Google e Wikipedia e, allora, dovevi fare affidamento solo sulla tua memoria. Perché Cronin e la tv, solo perché quella televisione era molto coraggiosa, sul piccolo schermo portava le grandi storie, E le stelle stanno a guardare, era una di queste. Mi piace pensare ai Miserabili, scritto dal grande Victor Hugo. E gli italiani? Beh, permetteteci, poi torno all’incipit, basti citare I promessi sposi, del ciclopico Alessandro Manzoni. Lo sceneggiato firmato da Alessandro Bolchi, con tutto il rispetto per la successiva produzione.

Perché, dunque, le stelle stanno a guardare? Perché capita sempre più spesso che aggirandosi per città e cittadine pugliesi, si scorga più di un attore americano con il naso all’insù, a bearsi di una cattedrale, di trulli, di un panorama suggestivo come la Valle d’Itria. Pensiamo, per esempio, a Ron Moss, stella di Beautiful, affascinato dalla bellezza delle masserie che fanno da cinta alla bella Martina Franca. Anzi, lo stesso Moss suggerì, dicono, al regista di “Viaggio a sorpresa” di impegnare la bellissima e accogliente masseria “Don Cataldo” per completare le riprese di un film condiviso con un grande Lino Banfi che, da queste parti, è di casa.  

 

 

DA HOLLYWOOD AL SALENTO

Scriviamo di stelle, prendendo l’argomento a distanza. Lo spunto ce lo dà il Nuovo Quotidiano di Puglia, il giornale più letto da queste parti. Il quotidiano, con direzione a Lecce, nei giorni scorsi partiva proprio da una riflessione, a proposito di star del cinema. “E se le stelle di Hollywood diventassero di casa?”, s’interrogava. Riferimento a un bel pugno di anni fa, precisamente al 2010, quando il grande regista Ferzan Ozpetek selezionò le terrazze del centro storico di Lecce per girare quel gioiello che risponde al titolo di “Mine Vaganti”. Non sappiamo se sia quello, ma di sicuro quello di Ozpetek è uno dei titoli che scuotono spettatori e registi, produttori, che danno il via alla scoperta della Puglia come ad un ideale set cinematografico.

Ma già negli Anni Quaranta e Cinquanta, Taranto era stata location di film importanti: La nave bianca, Fantasmi del mare, I pirati di Capri, Imbarco a mezzanotte, Il prezzo della gloria e Promesse di marinaio. Da queste parti aveva esordito dietro la macchina da presa un certo Roberto Rossellini, erano passati i “belli e impossibili” come Renato Salvatori e Antonio Cifariello, perfino un giovane Mike Bongiorno. Nei primi Anni Sessanta, la Puglia affascina Pierpaolo Pasolini (Il vangelo secondo Matteo) e Lina Wertmuller (I Basilischi).

 

 

ANDY GARCIA, “STREGATO!”

Dopo anni e anni di produzioni italiane ecco che nel tempo, arriva David Soul per un film militare (Fifth missile) girato all’interno dell’Arsenale (quarant’anni dopo toccherà a Favino e al suo “Comandante”), fino a “Six underground” per Netflix. E poi il resto della Puglia, con cast “tuttestelle”.  Nelle ultime settimane pare siano in rampa di lancio due film girati fra le province di Bari e Lecce: “Stolen Girl”, thriller diretto da James Kent e scritto da Rebecca Pollock e Kas Graham e “Under the stars” della regista Michelle Danner. Fra gli attori avvistati: Scott Eastwood, figlio di Clint (protagonista di Stolen girl) e Andy Garcia (Under the stars). Fra gli avvistamenti, anche Toni Collette (Unbelievable, Il sesto senso, About a boy).

E la storia continua. Attendiamo altre stelle a strisce, americane per intenderci. Ma se arrivassero anche dalla Francia, dalla Spagna – e ce ne sono – non ci dispiacerebbe affatto. Ma facessero presto, l’estate sta cominciando e gli italiani, che ingenui non sono, si stanno già dando da fare. La Puglia attende a braccia aperte, ciak, si gira.

«Destinazione Paradiso…»

La Top Five dei Paesi da visitare, occasioni uniche

Un giornalista giramondo, Ash Jurberg, dopo aver visitato oltre cento Paesi in tutto il mondo ha stilato per “Business Insider” una sua personale classifica. Lontana da itinerari scontati e raccomandati dalle agenzie di viaggio. Una “chart” singolare, posti incantevoli e accoglienti che solo chi è stato ospite di quei siti può spiegare

 

Ci sono Paesi nei quali, nel nostro immaginario, vorremmo vivere. L’idea che abbiamo, pur non avendoli visitati è sicuramente frutto di letture e fantasia. Capita così raramente di incontrare un giornalista, Ash Jurberg, che di mestiere fa il giramondo. Jurberg, dopo aver visitato oltre cento Paesi in tutto il mondo ha stilato una classifica originale, personale, per Business Insider.

L’uomo in questione, ha girato tutti i continenti, non due o tre, ma tutti e sette. Spesso si è spostato con la famiglia, portando con sé i figli che da queste esperienze uniche al mondo ne sono usciti profondamente arricchiti. E non li ha solo visitati. In quelle terre si è installato, ha studiato, cercato di comprendere non solo usi e costumi, ma anche la filosofia di un popolo che, poi, incide sulla valutazione di un luogo in termini di bellezza.

Uno dei free-press più autorevoli, “Leggo”, in distribuzione nelle maggiori città italiane, con la sua redazione – sempre molto attiva – ha riportato un ampio e importante servizio, divulgando le sensazioni di un viaggiatore, Ash Jurberg, da guinness dei primati.

 

ESTATE PROSSIMA…

Lo ha fatto alla vigilia di un’estate che fino a qualche giorno fa sembrava alle porte, ma poi ha registrato una inversione di tendenza. Poco male, perché, questione di giorni, e allora gli italiani torneranno a capofitto per pianificare meritate vacanze. E chi può aiutare il lettore a farlo, scrive “Leggo”, se non una persona che ha viaggiato in oltre cento Paesi (centosette, per la precisione) può dare consigli a chi è in cerca di suggerimenti? Attenzione, specifica il quotidiano, quella in elenco non è la classifica dei luoghi più belli, ma una lista di cinque posti che meritano una visita e sono lontani dai bagni di folla, tipici dei “viaggi organizzati”.

«Destinazioni di viaggio popolari come l’Italia, la Francia e il Messico sono ottime scelte – premette Jurberg – toccano quasi tutti i continenti, ma è bene considerare la possibilità di visitare opzioni alternative a quelle più popolari».

 

 

ESTONIA

Senza andare tanto lontano, il primo Paese preso in esame, è europeo: l’Estonia. «Sono stato subito affascinato dall’aspetto fiabesco di Tallinn, la capitale – ha scritto il giornalista nel suo reportage – in quanto camminare per le strade acciottolate all’interno delle mura della Città vecchia, simili a una fortezza, mi ha riportato in epoca medievale».

«Una città piccola tanto da poter essere esplorata a piedi: anche se molti visitano Tallinn in un solo giorno prendendo il traghetto da Helsinki – ecco il consiglio dell’esperto – varrebbe la pena fermarsi anche di più per addentrarsi nella campagna estone: le strade sono spesso vuote e incredibilmente tranquille».

 

 

OMAN

Dubai e Qatar, posti celebri. Ma, attenzione, il giornalista-giramondo indica un altro percorso, tanto da esserci stato per ben tre volte in un anno e mezzo. Attenzione, prego. Non molto lontano da questi punti di ritrovo per vip, c’è l’Oman, con la sua capitale Muscat, un’eccellente porta d’accesso al Paese. «Una passeggiata lungo la splendida Corniche – suggerisce – vi porterà lungo l’acqua e vicino al vivace Grand Bazaar; per chi ama le escursioni, in Oman ci sono molte opzioni, tra cui diversi sentieri facilmente accessibili a Muscat che offrono una splendida vista sulla città», scrive per “Business Insider”. «L’incredibile Wadi Shab si trova a meno di due ore dalla capitale ed è una delle migliori escursioni. Il percorso si snoda attraverso strette gole e torrenti e termina con una nuotata surreale attraverso grotte incredibili».

 

 

NAMIBIA

Ma ecco l’Africa, rappresentata da questa Top Five da Namibia. Tra Kenya, Botswana e Tanzania. «Noleggiato un camper e fatto un tour del Paese in self-drive – spiega il giornalista – ho esplorato il Paese in modo indipendente: anche in questo caso, è stata evitata folla e campeggi». «Non era insolito, infatti, svegliarsi con i versi delle scimmie, i barriti degli elefanti e il ruggito dei leoni; oltre alla fauna selvatica, in Namibia c’è molto da esplorare, tra cui le dune colossali risalite a piedi e sulle quali è possibile fare… surf, di sicuro uno dei momenti più belli del viaggio».

 

 

SRI LANKA

L’Asia ha spiagge bellissime, ma lo Sri Lanka ha spiagge e piantagioni di tè, montagne, rocce, cascate e molto altro ancora. Giro consigliato: con autista e guida, che possono descrivere il Paese con le conoscenze di chi ci vive. «Cibo ottimo ed estremamente economico; in quattro – spiega Jurberg – nella maggior parte dei casi abbiamo mangiato con dieci euro in totale: la gente del posto incredibilmente amichevole, poi l’isola, abbastanza piccola, ha consentito un’esplorazione approfondita in un tempo relativamente breve».

 

 

COSTA RICA

Per Ash Jurberg uno dei posti più belli visitati in tutta la sua vita è il Messico. Ma lì, a breve distanza, c’è il Costa Rica. E’ lì che il giornalista ha trascorso la sua luna di miele. «Sebbene sia già molto popolare – ha precisato il collaboratore di “Business Insider” – la Costa Rica offre un’esperienza di viaggio autentica: non ancora invasa dai turisti, come gli altri Paesi citati, ha un paesaggio vario, dalle spiagge di sabbia bianca alle foreste pluviali ai vulcani: quando visitare il Costa Rica? Durante la stagione delle piogge: poca folla, prezzi bassi e, come accaduto a noi, può anche piovere poco, molto poco».

Ordona, come Pompei…

In Puglia gli scavi stanno portando alla luce un antico tesoro

Bellezze di un grande passato sepolte ovunque. Nei primi Anni Sessanta, in provincia di Foggia scoperto un altro sito archeologico di grande importanza storica. Tra i Monti Dauni e il Tavoliere della Puglia. Scoperta dall’archeologo belga Joseph Martens, negli anni si aggiunse  una equipe guidata da Giuliano Volpe, rettore dell’università di Foggia

 

Herdonia o, se preferite, Ordona, nel pieno rispetto delle sue radici latine, a ragione è considerata la Pompei della Puglia. Detto che in Italia ci sono bellezze di un grande passato sepolte ovunque, è risaputo. Per non parlare del Sud, nell’arco mediterraneo, dalla Sicilia alla Puglia, proseguendo per la Calabria e la Campania, dove i resti di una grande città come Pompei testimoniano sciagura e bellezza insieme. L’esplosione vulcanica che sommerse in poche ore la città ai piedi del Vesuvio e, con essa, migliaia di persone; la bellezza di un’architettura in qualche modo rimasta intatta, tanto da farne uno dei siti più visitati in Europa. Una scoperta che risale al 1748, quando fu riportato alla luce un sito archeologico nel 1997 entrato autorevolmente a far parte dell’elenco dei Patrimoni dell’umanità dell’UNESCO.

Dunque, Ordona, provincia di Foggia. Per dire che la Puglia oggi ospita qualcosa di simile a Pompei, insomma un altro sito archeologico di grande importanza storica. Non sappiamo ancora quanto paragonabile alla bellezza e alla grandezza della città con uno dei più grandi parchi archeologici del mondo. Ci troviamo di fronte a qualcosa di simile, sperando che anche in questo caso, negli anni, possano essere trovati resti e finanziamenti che accelerino gli scavi e la scoperta di tante altre bellezze di un territorio con secoli di storia.

 

 

ANCHE SITI TURISTICI

Gli esperti, riporta uno dei siti migliori e più aggiornati in circolazione, viaggi.nanopress.it, in un articolo a firma di Liana Cinelli, ci stanno lavorando da anni, ma pare che gran parte dell’antico manufatto, sia ancora da scoprire.

Herdonia, oggi Ordona, è avvitata tra i Monti Dauni e il Tavoliere della Puglia. Custodisce i resti di un’antica città romana scoperta nei primi Anni Sessanta dall’archeologo belga Joseph Martens. Solo nel 1993, all’equipe guidata dell’archeologo belga, andarono ad aggiungersi studiosi italiani, guidati stavolta da Giuliano Volpe, rettore dell’università di Foggia. Grazie a questo lavoro di squadra gli scavi hanno portato alla luce l’antica città.

Fra le mura perimetrali, si possono osservare le fondamenta dei templi e quelle di una basilica. Oltre a queste prime tracce evidenti, è possibile vedere il foro e alcuni siti nei quali si svolgevano attività quotidiane, fra queste, mercato e terme. Fra quanto riportato alla luce, poi, anche un anfiteatro e un quartiere con le sue case. Proseguendo gli scavi è stato possibile rinvenire anche una necropoli dalla quale si evincono le antiche usanze funerarie.

Non sono stati completati i lavori. Per venire a capo della ricchezza ancora sommersa, occorreranno ancora anni di lavoro. Quanto rilevato negli anni richiede tempo e impegno, oltre a sostanziali risorse economiche del Ministero dei Beni culturali.

 

 

…HERDONIA ATTENDE ALTRI SCAVI

Herdonia, in epoca romana si trovava sul tracciato della via Minucia, poi rinominata via Traiana, percorso importante così da unire le città di Benevento e Brindisi, ponte ideale verso la Grecia. Un tratto di strada percorso successivamente durante tutto il periodo del Medioevo, fino a quando nel Duecento divenne residenza di caccia di Federico II di Svezia. In età tardomedievale, Herdonia cominciò a spopolarsi fino ad essere abbandonata in via definitiva, prima che due secoli più tardi re Ferdinando IV di Borbone, decise di farne un’area agricola.

Molte sono ancora le aree, scrive viaggi.nanopress.it,  da esplorare: i Beni culturali del posto vorrebbero realizzare un Parco archeologico, mossa che consentirebbe a preservare l’intero sito. Una scelta che col passare degli anni incoraggerebbe il turismo portando alla Puglia benefici economici. La collocazione di questa città storica fa pensare alla presenza di altri tesori ancora nascosti. Quanto emerso fino ad oggi riveste grande importanza storica, un’altra testimonianza dell’antico passato del nostro Paese.

«Salento, my destiny…»

Helen Mirren, rilascia a “Oggi” una lunga intervista

Il suo grande amore per il Salento. «Volevo un angolo d’Italia nel quale trasferirmi il più a lungo possibile, ecco perché Tiggiano», ha spiegato anche a TV Sorrisi, altro settimanale fra i più letti. «Amo questi posti, volevo essere l’unica straniera in un posto così, mio marito è felice della nostra scelta. Rinuncio a girare alcune proposte per restare più tempo possibile qui». Il suo impegno nella lotta alla Xylella, una sciagura. «E’ mio dovere difendere la “mia terra”…»

 

Nel numero del settimanale “Oggi”, nelle edicole dallo scorso 4 aprile, l’attrice britannica Helen Mirren, cittadina salentina onoraria, compie un altro dei suoi adorabili spot per promuovere la nostra regione, la Puglia. Parole sue: “…la più bella del mondo, uno dei motivi che mi hanno spinta a rifiutare un film dietro l’altro”. Insomma, per l’attrice che si è aggiudicata due Prix d’interprétation féminine al Festival di Cannes (’84 “Cal”, ‘94 “La pazzia di Re Giorgio”) e per l’interpretazione di Elisabetta II del Regno Unito in “The Queen – La regina” (2006), l’Oscar come miglior attrice, la Puglia è più che casa sua. Ne abbiamo già scritto, documentato in altre circostanze, perfino quando si è cimentata con il comico pugliese Checco Zalone, la grande star hollywoodiana ha offerto il meglio di se stessa.

Fra gli altri premi, ma solo per rinfrescarci appena la memoria: il Golden Globe per la migliore attrice in un film drammatico, un BAFTA, un Critics’ Choice Awards, uno Screen Actors Guild Award e una Coppa Volpi alla Mostra del cinema di Venezia. Tanto per gradire.

Nell’intervista resa al settimanale “Oggi”, la Mirren ha raccontato il suo grande amore per la nostra terra, in particolare per il Salento, dove ha comprato una masseria e vive da anni assieme al marito Taylor Hackford.

 

 

“DEVO” VIVERE QUI!

Fra le sue confessioni. «Ricordo la prima sera, sulla spiaggia – riporta uno dei più popolari settimanali – avevo un bicchiere di vino in mano e mi sono detta: “Io devo vivere qui!”. Mi spiego: Non “voglio”, “devo” vivere qui». Lo riporta anche il sito di “Oggi” che in questi giorni ha spoilerato una intervista davvero brillante.

La Mirren e non solo l’amore per il Salento, ma anche a un impegno che ha subito sentito suo: la lotta contro la Xylella. «Gli ulivi come il Colosseo – il suo invito – ognuno di noi in campo per salvarli».

Sei mesi all’anno nel Salento, nella sua Triggiano. «Ora voglio aumentare il “dosaggio”: ho rifiutato diversi film perché mi pesava troppo lasciare questo posto». Rincara la dose la Mirren. «Dentro, io sono salentina. Infatti, vorrei ribadirlo: Forza Lecce!».

Dama d’Inghilterra, l’equivalente del nostro “Cavalierato”, Helen, non usa giri di parole. Un’altra sua bella intervista rilasciata di recente al settimanale TV Sorrisi e canzoni. «Mi sento di Tiggiano, un piccolo paese nel quale vivo anche sei mesi l’anno, che per un’attrice che ha molte richieste, è veramente tanto».

 

 

«XYLELLA, FACCIAMO QUALCOSA»

Fra i suoi impegni, lo schierarsi accanto agli olivicoltori pugliesi e a difesa di monumenti del luogo, come la torre Palane. «Dovrebbero farlo tutti: prendere le difese della propria comunità è un dovere». Cosa l’ha affascinata del Sud Italia. «L’importanza che da queste parti si dà alla famiglia, questo senso di appartenenza mi ha contagiato. Sono così orgogliosa da dire a voce alta: “Sono tiggianese!”». Sarebbe sufficiente una così esplicita dichiarazione d’amore, ma la grandissima attrice, vincitrice di Oscar e altri riconoscimenti di prestigio, rincara la dose. Per essere più esplicita. «Non sono nata a Tiggiano – confessa a TV Sorrisi – ma mi piace partecipare alla vita di questa comunità. Non voglio essere semplicemente una turista. Penso sia importante impegnarsi per qualcosa in cui si crede o di cui ci si sente parte».

Torna sulla Xylella, un batterio che colpisce e uccide le piante di olivo. «Molte piante secolari sono minacciate – dimostra di essere documentata su questa sciagura “verde” – così cerco di sostenere gli olivicoltori locali, spesso piccole realtà familiari che da sole non possono risolvere il problema: l’Unione Europea deve intervenire. Si possono fare molte cose. Si può ostacolare il contagio, si possono piantare varietà resistenti a questo parassita, e così via».

Infine, la scelta del Salento. «Cercavo un angolo d’Italia immerso nella natura e dove non ci fossero stranieri. Volevamo essere gli unici stranieri del posto. In Salento abbiamo trovato più di quello che cercavamo: comprare una casa qui è stata una delle decisioni migliori della mia vita».

Enzo, dottore in Medicina

Laurea conseguita ad “appena” settantatré anni

Lo aveva promesso al papà in punto di morte. Il fratello maggiore aveva insistito. Alla fine, dopo aver fatto più di un lavoro e avere assistito i genitori, ha ripreso il ciclo di studi. «Sveglia alle due di notte, l’autobus alle cinque del mattino, sette ore di viaggio fino a Napoli». Infine la tesi discussa davanti a parenti ed amici, la laurea, la commozione, il pianto liberatorio.

 

Si chiama Enzo Fernando Buccoliero, ha settantatré anni, scapolo, unico vizio: le sigarette. Pare ne fumi una dietro l’altra. Magari questo gesto meccanico l’aiuta a pensare, a riflettere, studiare.

La storia di Enzo ha fatto…storia per la sua laurea in Medicina conseguita con un pizzico di ritardo rispetto a quello che era stato il desiderio espresso in famiglia. Si è laureato dopo cinquantaquattro anni, lui che si era iscritto in facoltà nel 1970. Da queste parti, naturalmente anche nella sua Sava, già il “pezzo di carta” aveva un suo valore, figurarsi una laurea: non un diploma conseguito nelle scuole medie superiori, ma una laurea, con una tesi davanti a centinaia di uditori.

Buccoliero ci ha messo un po’, si diceva. Più che prendersela comoda, ha preferito fare le cose per bene. Lavorare nelle campagne, da giovane, nella sua Sava. Poi ricoprire il ruolo di impiegato, negli uffici del giudice di pace, infine, prima della meritata pensione, ancora un ruolo impiegatizio, al Comune.

 

 

SETTANTATRE’ E NON SENTIRLI…

Così ad “appena” settantatré anni, Buccoliero, ha realizzato il sogno di una vita conseguendo la tanto sospirata laurea in Medicina e Chirurgia. Lo aveva promesso a papà, prima che il genitore chiudesse gli occhi: «Ricordati la promessa…», quel «pezzo di carta…». Ed Enzo, da buon figliolo, aveva assunto l’impegno, per portarlo a compimento. Così tra i pianti di commozione di nipoti, amici e pronipoti riuniti, Enzo ha dato seguito alla sua “discussione” nell’aula del complesso di Santa Patrizia, dove si sono svolte le sedute di laurea del corso in Medicina e Chirurgia dell’Università “Vanvitelli”.

Considerando l’unicità di quanto sarebbe accaduto di lì a poco, il neolaureato ha organizzato un piccolo bus per portare parenti e mici stretti tutti da Sava a Napoli. Per avere accanto persone con cui dividere la gioia di un momento unico. Una gioia incontenibile: «Ho provato a darmi un contegno – ha confessato a un giornalista di Antenna Sud, che lo ha portato per primo davanti ad una telecamera – ma poi, davanti a tutta quella gente, penso fossero duecento persone, non ho saputo trattenere l’emozione scoppiando in un pianto liberatorio».

Buccoliero ha discusso la tesi sulle malattie nervose e mentali (“Parkinson e parkinsonismi atipici”, assegnatagli dal suo relatore, Antonio Gallo, docente di Neurologia. «Una storia esemplare di resilienza – ha commentato Gallo – Buccoliero è stato iscritto all’università per 54 anni consecutivi, nonostante le avversità che la vita gli aveva riservato». Incredibile il suo ruolino di marcia.

 

 

ABBRACCI E BACI…

Gli abbracci alla proclamazione e alla consegna della sua laurea di Dottore in Medicina e Chirurgia. I primi, quelli tributati dai suoi nipoti, figli del fratello maggiore che oggi, purtroppo, non c’è più. Era stato proprio lui, il fratello con più esperienza a spingerlo in quest’ultimo ciclo di studi. Lui, il fratello maggiore, che lo aveva spinto ad iscriversi alla Facoltà di Medicina.

Prima di laurearsi, Buccoliero, aveva fatto fronte alle precarie condizioni dei suoi anziani genitori, nonché economiche in cui questi versavano. Non si è abbattuto nemmeno un po’, si è dato una mossa e, oltre ad aiutare papà e mamma, lavorare, è anche passato da un lavoro all’altro. Prima agricoltore, poi impiegato negli uffici del Giudice di pace, infine impiegato comunale.

«Una storia, quella di Enzo Fernando Buccoliero, che deve essere di esempio per tanti giovani studenti – ha dichiarato a laurea conseguita da parte del suo “studente”, il rettore dell’Ateneo, Gianfranco Nicoletti – perché le difficoltà negli studi, quelle della vita, sono inevitabili, ma la tenacia e la perseveranza sono elementi necessari per raggiungere i propri obiettivi: tutti hanno diritto agli studi e alla formazione, e l’Università oggi deve essere quanto mai inclusiva e, per quanto possibile, di sostegno ai giovani e al loro futuro».

Puglia, ciak si gira, ancora!

Una produzione americana per realizzare diverse scene a casa nostra

“Stolen girl”, fra i protagonisti Scott Eastwood, Kate Beckinsale e James Cromwell. «Entusiasta di girare ancora in questa regione, una terra che amo», dice Andrea Iervolino, fondatore della società di produzione Ilbe. «Le riprese assicureranno anche una ricaduta in termini occupazionali sul territorio»

 

Avremmo voluto cominciare facile, con una frase del tipo «il suo volto forse non vi dice molto, ma il suo cognome sì…», e via così. E, invece, non è possibile, incipit bruciato. La faccia è quella del papà, sguardo intenso, mascella quadrata, alla Ispettore Callaghan, tanto per intenderci, uno dei personaggi cui ha dato volto e carattere negli anni, come quei personaggi western interpretati per Sergio leone. Insomma, Scott Eastwood, figlio di Big Clint, sarà uno degli attori che fra non molto arriverà insieme con il resto del cast di “Stolen girl”, in Puglia, per girare una parte del suo ultimo film.

Un altro film americano in Puglia. Altra grande occasione per promuovere la nostra regione, una delle più belle al mondo, se non – scusate se ci proviamo ad ogni occasione… – la più bella. Ispirato ad un fatto realmente accaduto, “Stolen girl” è un thriller diretto da James Kent e scritto da Rebecca Pollock e Kas Graham.

 

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ILBE, UNA GARANZIA

La notizia è stata diffusa dalla Ilbe, società molto attiva nella produzione di contenuti cinematografici e televisivi, che proprio per “Stolen Girl” ha chiuso un accordo con Voltage, società di produzione e distribuzione cinematografica, fondata nel 2005 dal premio Oscar Nicolas Chartier, per la produzione esecutiva del film.

«Il budget complessivo dell’opera – si legge in una nota stampa –  si attesta intorno ai 25 milioni di euro e la maggior parte della produzione avverrà in Italia con significative ricadute sul territorio, anche in termini occupazionali».

A proposito della Ilbe. «È emozionante – spiega Andrea Iervolino, fondatore della società di produzione che ha creato questo importante contatto – per me annunciare l’avvio di un progetto che conferma la volontà di Ilbe di riuscire sempre a raccontare storie avvincenti e di successo».

«Stolen Girl – ha proseguito Iervolino – vedrà il coinvolgimento di star internazionali di primo piano, come Kate Beckinsale, Scott Eastwood, appunto, e James Cromwell e sono entusiasta di girare ancora una volta in Puglia, terra che amo e che nella sua versatilità riesce sempre a soddisfare le nostre esigenze».

 

 

RICADUTA OCCUPAZIONALE

Ispirata ad una storia realmente accaduta, “Stolen Girl” è ambientato nel 1993 in Ohio, racconta la storia di Amina, la figlia di sei anni di Maureen, che viene portata fuori dal Paese dal suo ex marito Karim. Dopo anni di infruttuosi tentativi di ritrovarla, Maureen viene reclutata da Robeson, un “recupera-bambini” che le promette aiuto nella ricerca di Amina ma in cambio lei dovrà lavorare per lui: alla fine, Maureen riesce a rintracciare Karim fino a Beirut dove rapisce la figlia undicenne. E, naturalmente, la storia non finisce qui, condita come è logico aspettarsi di grande suspence, trattandosi di un thriller – trapela – mozzafiato. E noi, che di film “americani” ne abbiamo fatto una scorpacciata, non abbiamo difficoltà a credere che il film manterrà quanto promesso alla vigilia del suo primo ciak.

Non sappiamo ancora come sarà “utilizzata” la Puglia. Se sarà scenario della vicenda, oppure set ideale per realizzare scene altrettanto mozzafiato ambientate a Beirut, dove si sviluppa parte del racconto. Così fosse, nessuna impressione: quando arrivano gli americani – ne sa qualcosa Taranto, che ha ospitato una megaproduzione per Netflix – vero è che portano un po’ di scompiglio, ma è altrettanto vero che poi rimettono tutto a posto. Magari facendo lavorare, come comparse o attori di secondo piano, con una pronuncia inglese perfetta, molti residenti. Ed assicurando al territorio, come spiegava Iervolino «una ricaduta in termini occupazionali sul territorio».

Alda Merini e la sua Taranto

Raiuno dedica uno sceneggiato alla poetessa che nell’84 sposò Michele Pierri

La Città dei Due mari nella vita della grande autrice milanese. La scopre il poeta e critico letterario Giacinto Spagnoletti, tarantino anche lui. Presenterà artista e medico-poeta. Lunghe telefonate, fino a quando non sboccia l’amore. Il debutto da ragazza-prodigio, i due matrimoni, quattro figlie avute dal primo marito, i ricoveri, l’oblio e la risalita

 

Giovedì sera, in prima serata su Raiuno, è andato in onda in prima serata “Folle d’amore – Alda Merini”, un docufilm, come chiamano ora gli sceneggiati, le biografie dei grandi della storia e dell’arte. “Folle d’amore” è un racconto sulla vita della “poetessa dei navigli”. Protagonista Laura Morante. Con lei, Federico Cesari, Rosa Diletta Rossi, Giorgio Marchesi, Sofia D’Elia, Mariano Rigillo, per la regia di Roberto Faenza.

Grande poetessa, la sua vita nei primi Anni Ottanta, coincide con i quasi quattro anni trascorsi a Taranto, innamorata, com’era, di Michele Pierri, medico, ma anche lui poeta, che aveva qualcosa come una trentina d’anni più di lei. La Merini anni fa raccontò che aveva conosciuto Pierri grazie a Giacinto Spagnoletti, tarantino, poeta anche lui. Lunghe conversazioni telefoniche, bollette chilometriche, alla fine Alda si trasferisce in riva allo Ionio, sponda alla quale dedicherà oltre che a quasi quattro anni della sua vita, tormentata da ricoveri e dimissioni da ospedali psichiatrici, anche delle opere.

«Non vedrò mai Taranto bella – scriveva – non vedrò mai le betulle, né la foresta marina; l’onda è pietrificata, e le piovre mi pulsano negli occhi. Sei venuto tu, amore mio, in una insenatura di fiume, hai fermato il mio corso e non vedrò mai Taranto azzurra, e il Mare Ionio suonerà le mie esequie».

 

 

SPAGNOLETTI, LA SUA GUIDA

Spagnoletti è il suo vero scopritore, la sostiene, fino a spingerla a scrivere, tanto da  pubblicare lui stesso un lavoro in una “Antologia della poesia italiana 1909-1949”. E’ il 1950, ma tre anni prima aveva in qualche modo incontrato «la prime ombre della mente». Viene ricoverata per un mese in un ospedale. Nel frattempo incassa stima e affetto, per fare dei nomi, tutti di livello altisonante, Eugenio Montale. L’editore Scheiwiller, su suggerimento del poeta-scrittore genovese, pubblica due poesie inedite di Alda Merini nella raccolta «Poetesse del Novecento». La poetessa nel frattempo salda una grande amicizia con un altro grande della letteratura del Novecento: Salvatore Quasimodo.

Sposerà Ettore Carniti, proprietario di alcune panetterie di Milano, da cui avrà quattro figlie: Emanuela, Simona, Barbara e Flavia. Nata a Milano nel ’31 del secolo scorso, è una sua ex insegnante a farla conoscere al Spagnoletti. Il critico resta folgorato dalla bellezza dei suoi scritti: il suo talento precoce e inspiegabile ne fa una ragazza-prodigio della letteratura italiana.

 

 

TENACE, RISALE CON FORZA

Precipitata nella psicosi dopo una grave crisi di nervi, il marito la ricovera. La Merini, tra un ricovero e l’altro, resterà in quelle antiche “case di cura”, nelle quali c’è davvero da diventare matti. L’aiuta Enzo Gabrici, lo psichiatra che l’ha in cura. Le regala una macchina da scrivere. Grazie alla scrittura sconfigge dolore e malattia. Intanto, Alda, rimasta vedova, comincia una relazione platonica, come può essere un affetto sbocciato al telefono, con il medico-poeta tarantino Michele Pierri.

Li ha messi in contatto, nemmeno a dirlo, Giacinto Spagnoletti. Conversazioni senza fine, bollette salatissime, tanto che lei parte per Taranto, dove raggiunge e sposa nel 1984 il “suo” Michele. «Eri come ti immaginavo, amore mio», gli confessa al primo incontro. Pierri, purtroppo, ha molti anni più di lei, e la felicità non dura a lungo. Il medico-poeta muore poco dopo. Alda Merini non si dà per vinta, prosegue nello scrivere, le poesie sono la sua passione e quella di milioni di lettori, così da farne nei decenni, una delle figure più importanti e più influenti della vita culturale italiana. Muore nel 2009, a settantotto anni, a Milano, città nella quale era nata.