Benedetto colui…

“Urbi et orbi”, atto unico nella storia

Non esistono precedenti in tempi moderni. Papa Francesco, causa il coronavirus, ha voluto stare accanto ai fedeli cattolici impartendo una benedizione a “reti unificate”. I sacramenti mediatici non esistono, ma il pontefice ha concesso un’indulgenza plenaria

Il Papa impartiva la benedizione solo in tre occasioni: quando viene eletto Successore di Pietro, a Natale e a Pasqua. Questo prima che, in tempi moderni, si abbattesse su tutto il mondo la sciagura del Covid-19, il coronavirus.

Nella storia della Chiesa, dunque, non aveva mai avuto luogo – come invece accaduto venerdì scorso – una benedizione “Urbi et Orbi” con un Papa, Francesco, in una Piazza San Pietro vuota, ma in compenso seguita a livello mondiale da centinaia di milioni di credenti grazie ai mezzi di comunicazione. Un atto unico nella storia.

Un atto necessario, l’unico in un momento storico così delicato da essere già costato decine di migliaia di vite umane ovunque, con cui un Papa poteva stare virtualmente vicino ai credenti sparsi in tutto il mondo.

Se fosse un atto necessario? È questa, sicuramente, la domanda che deve essersi posto Papa Francesco quando l’emergenza coronavirus è esplosa a livello planetario.

A differenza di quello che qualcuno avrebbe potuto pensare, la risposta non è stata l’aver celebrato Messa perché tutti potessero seguirlo mediante internet, radio o tv, come accade tutte le mattine. Seguire la celebrazione della Santa Messa attraverso i mezzi di comunicazione, secondo la teologia, infatti, non significa partecipare. Presto detto: i sacramenti mediatici non esistono, dunque la Messa “televisiva” non sostituisce il sacramento dell’Eucaristia. Se non si può assistere alla Messa, quella televisiva può essere un grande aiuto, ma non un sacramento a tutti gli effetti.

ATTO UNICO

Qual è stato, allora, il “gesto unico” cui il Papa ha fatto ricorso venerdì scorso per rendersi attivamente presente nella vita di ogni fedele? Un atto unico nel suo genere: la benedizione papale “Urbi et Orbi”, ovvero “alla città (di Roma) e al mondo”.

Un gesto, un atto che nessun altro vescovo può realizzare, e che può aver luogo in modo efficace attraverso i mezzi di comunicazione per il bene dell’anima dei fedeli. Secondo tradizione teologica cattolica, “Urbi et Orbi” concede la remissione delle pene dei peccati già perdonati, come a dire un’indulgenza plenaria in base alle condizioni stabilite dal Diritto Canonico e riportate dal Catechismo (n. 1471-1484).

Disposizione interiore a distaccarsi totalmente dal peccato (anche veniale), confessare i peccati, ricevere la Santa Eucaristia, pregare secondo le intenzioni del Romano Pontefice. Sono queste le condizioni per ricevere l’indulgenza plenaria.

Secondo la teologia cattolica, la colpa del peccato viene rimessa dal sacramento della Riconciliazione (Confessione), per cui la persona torna ad essere in grazia di Dio, e si salverà se non ricadrà in peccato mortale. Ma, attenzione, la Confessione, come questa benedizione, non è qualcosa di trascendentale. Il peccato provoca nella vita del credente un disordine che rimane dopo la Confessione. Per questo motivo si rende necessaria la penitenza imposta nel sacramento.

INDULGENZA PLENARIA

Il credente, secondo quanto stabilito dalla teologia cattolica, ha bisogno di purificarsi attraverso altre opere buone, e in ultima analisi, attraverso la sofferenza del Purgatorio.

Visto che l’indulgenza plenaria rimette completamente la pena dovuta, chi muore senza essere caduto nuovamente in peccato mortale non deve passare per il Purgatorio e accede direttamente al cielo.

Pertanto, come da tradizione, gli effetti della benedizione “Urbi et orbi” si compiono per chiunque la riceva con fede e devozione, anche se la riceve – come in questo caso, in un gesto unico in assoluto – in diretta attraverso i mezzi di comunicazione di massa. È proprio questo lo spessore del “gesto unico” che Papa Francesco ha voluto offrire a ogni credente con un rito cui nessun pontefice aveva mai fatto ricorso in tempi moderni, fatti di radio, tv e social.

Di seguito, il testo in latino della formula della benedizione “Urbi et Orbi” che il Papa ha pronunciato venerdì scorso alle 18.00.

– Sancti Apostoli Petrus et Paulus, de quorum potestate et auctoritate confidimus, ipsi intercedant pro nobis ad Dominum.

– Amen.

– Precibus et meritis beatæ Mariæ semper Virginis, beati Michælis Archangeli, beati Ioannis Baptistæ et sanctorum Apostolorum Petri et Pauli et omnium Sanctorum misereatur vestri omnipotens Deus et dimissis peccatis vestris omnibus, perducat vos Iesus Christus ad vitam æternam.

– Amen.

– Indulgentiam, absolutionem et remissionem omnium peccatorum vestrorum, spatium veræ et fructuosæ penitentiæ, cor semper penitens et emendationem vitæ, gratiam et consolationem Sancti Spiritus et finalem perseverantiam in bonis operibus, tribuat vobis omnipotens et misericors Dominus.

– Amen.

– Et benedictio Dei omnipotentis (Patris et Filli et Spiritus Sancti) descendat super vos et maneat semper.

– Amen.

«Popolo di eroi e cialtroni»

Considerazioni sugli italiani assaliti dal coronavirus

Alessandro Barbero, ordinario di Storia, ha un suo punto di vista. «Questo Paese ha grandi uomini, ma anche tanti furbi. Non ha mai mostrato, al pari di Germania, Francia e Russia, di essere compatto. Se ne può uscire, ma con una classe politica praticata da sciacalli, diventa complicato»

«La caratteristica degli italiani che sta venendo fuori, di fronte all’emergenza del coronavirus, è la tendenza a muoversi in ordine sparso; anche in questa tremenda situazione, vediamo eroi e cialtroni: chi rischia la pelle e chi ne approfitta». Alessandro Barbero, ordinario di Storia medievale, in una intervista rilasciata a Huffpost, blog e aggregatore fra i più seguiti al mondo, non usa giri di parole. Insomma, come si dice, non le manda a dire.

L’Italia dal Dopoguerra in poi, ha dato spesso la sensazione che fosse un Paese a due marce. Un suolo sul quale c’è talmente spazio per tutti da legittimare anche il più furbo, il che significa non essere “il più intelligente”. Qualcuno diceva che per un uomo intelligente è molto più semplice fingersi scemo, che non per uno stupido fingersi intelligente: dare, cioè, l’impressione di avere testa, ragionamento, solo per qualche minuto; questione di pochi istanti, poi il bluff del soggetto che avrà provato ad elevarsi culturalmente cadrà miseramente a causa della mancanza di studio e, peggio, di sensibilità.

In questi giorni di coronavirus, il virus tristemente noto Covid-19, stiamo assistendo ancora una volta a una corsa a due andature: nella prima chi ci mette l’anima, rischia la vita; nella seconda, tristemente nota anche questa, chi segna il passo, finge – tanto per cambiare – di fare qualcosa. Per entrare subito in argomento, ci sono medici che al Nord non sapendo contro quale tipo di virus stessero combattendo, ci hanno rimesso la pelle. Altri colleghi, più a Sud, 249 pare, che si sarebbero messi in malattia. Tutti nello stesso ospedale, il “Cardarelli” di Napoli. Con tanto di «vada a farsi benedire» il Giuramento di Ippocrate, non più di qualche anno fa aggiornato. Uno dei cardini resta il  «prestare soccorso nei casi di urgenza e mettersi a disposizione dell’Autorità competente in caso di pubblica calamità». Quanto, cioè, sta accadendo.

CHI RISCHIA E CHI APPROFITTA

«C’è chi rischia la pelle e chi ne approfitta», dice Barbero. Esistono quanti si rimboccano le maniche, spiega in buona sostanza lo storico, e quanti fanno i furbi (non è una novità): è un atteggiamento che gli italiani hanno assunto anche durante la Seconda Guerra mondiale: noi italiani di oggi assomigliamo decisamente molto agli italiani di ieri.

«Pensiamo a come si sono comportati nell’ultimo conflitto mondiale tedeschi, russi, americani e inglesi – riprende lo storico – bene, ci rendiamo conto che, con ovvie eccezioni individuali, si sono mossi in maniera abbastanza compatta, tutti più o meno uniti nello stesso spirito di popolo». E l’Italia? La risposta va da sé: ha oscillato un estremo e l’altro, quasi facendo tesoro di esempi di una incredibile impreparazione, mascalzonaggine e incapacità. Come i disastri militari per i quali ancora oggi tutto il mondo ride alle nostre spalle.

Sia chiaro, qualche battaglia gloriosa qualcuno l’ha combattuta. Il popolo contadino, per esempio, ha dato prova di una forza di resistenza straordinaria; lo stesso dicasi per gli abitanti delle città bombardate, tenendo duro in circostanze drammatiche. Fino ad essere distrutto, ridotto alla fame, spaventato. Ma poi, ecco il miracolo, appena la guerra è finita, il colpo di reni con il quale il popolo italiano – non tutto, presente anche allora una percentuale di furbacchioni – è riuscito a rialzarsi. Nonostante incompetenza, sprovvedutezza, che pure ci sono state: la situazione, oggi, non sembra così diversa.

E il pensiero di Barbero, come anzidetto, va a medici e infermieri che lavorano giorno e notte negli ospedali. «Penso, però – dice lo studioso – a chi è fuggito da Codogno per andare a sciare; a quanti restano chiusi in casa per proteggere se stessi e gli altri; ai politici che, anche in questa situazione, cercano di ricavare un tornaconto elettorale, spingendosi fino al limite dello sciacallaggio; a chi ha posto i propri interessi in secondo piano, agli imprenditori che vedono i propri ricavi in caduta libera e devono tenere a bada – non sempre riuscendoci – la tentazione di dire: “Andiamo avanti lo stesso, anche se continuiamo così sarà potrà profilarsi un disastro per le nostre casse”».

NON E’ UN VIRUS PER VECCHI

Secondo qualcuno, agli inizi del contagio, qualcuno aveva detto cinicamente «Questo è un virus che uccide i vecchi», quasi legittimando che eliminare gli anziani, troppo costosi da mantenere, sia una soluzione per salvare il sistema. In effetti, questo è l’incubo della nostra società. «Non mi sorprende – dice Barbero – che in questa circostanza emerga una astratta ragione economica simile a un “Bene, d’ora in poi, avremo un costo in meno da sostenere”; la ragione umana, invece, non può prendere in considerazione una conclusione del genere, poiché dice: “Non è l’uomo che deve essere messo al servizio dell’economia, ma l’economia al servizio dell’uomo”». Un conflitto che avevano colto, nei loro romanzi avveniristici, certi scrittori di fantascienza negli Anni 50. Ma anche lo scrittore italiano Umberto Simonetta con il libro “I viaggiatori della sera”, nel quale uomini e donne maturi venivano prima isolati, poi cancellati in una sorta di bingo ante litteram.

Ma una conseguenza positiva potrebbe esserci, lo dice il bicchiere mezzo pieno: una svolta nella mentalità collettiva, per esempio, nel modo in cui concepiamo le cose. Abituati, come siamo, a pensare che il futuro sia prevedibile, con economisti e politici convinti di poter misurare fino al centesimo quanto crescerà il nostro Pil, il Prodotto interno lordo. Quando, invece, è stato sufficiente un virus sconosciuto, diffuso prima in Cina e tutto ciò su cui si basavano scelte politiche, economiche e sociali, frana nel giro di qualche settimana.

Ma ciò che lo Stato sta chiedendo agli italiani appare enorme: nessuna passeggiata, né a cena fuori. Per un popolo che ha vissuto gli ultimi settanta anni della sua vita in pace, questa è una rinuncia gigantesca. Poco, però, se paragonato a ciò che lo stato chiese al popolo italiano nel 1915. «Quando l’Italia – conclude Barbero nell’intervista rilasciata a Uffpost – chiamò tutti i maschi che potevano combattere per dire a ciascuno di loro: “Adesso tu lasci casa, moglie, figli, lavoro e vai a fare una vita da cane in trincea, dove puoi crepare dilaniato dalle ferite di una bomba, oppure fare una vita orrenda per anni: e lo fai, perché questo è un ordine!”». In buona sostanza, il parallelo con la guerra regge fino a un certo punto: chiederci di restare a casa per sopravvivere è diverso dal ricevere l’ordine di andare a morire per un ideale.

«Christine, l’ha fatta grossa!»

Parole pesanti della Lagarde, crollano le Borse

Le dichiarazioni del presidente della Banca centrale europea bruciano 130 miliardi di euro. «Se qualcuno pensa di fare shopping a buon mercato in Italia, si sbaglia di grosso». Intanto sul Corriere della sera anticipano indiscrezioni: indagano i servizi segreti: «legittimo sospetto», trapela.

Centotrenta miliardi bruciati in un “amen”. Il botto che arriva dalla Borsa scuote non solo i mercati che impazziscono sotto il peso delle parole pronunciate da Christine Lagarde, avvocato francese, presidente della Banca centrale europea. Scatena perfino i servizi segreti. Certe cifre rischiano di mettere in ginocchio l’economia di un Paese, il nostro, che già naviga a vista di suo, costringendolo a porre rimedio. Magari mettendo in vetrina, a prezzi stracciati, i gioielli di famiglia.

Questa la premessa. Entriamo in partita. Avete presente gli squali di Wall Street, quei film in cui circolano strani complotti, spesso considerati in modo esagerato perché solo storie a sensazione per il grande schermo? E, invece, la realtà supera la fantasia. E non c’è nemmeno bisogno di entrare nella Borsa centrale di New York e annusare speculatori che dopano il mercato dietro il suggerimento occulto di calcolatori spregiudicati che suggeriscono di «comprare quando il sangue invade le strade»: il momento della disperazione è quello giusto. L’Italia ne sa qualcosa. Gli italiani, a migliaia, ne sanno qualcosa. Lo hanno imparato, purtroppo, a proprie spese.

Ma non andiamo lontano dalla notizia del giorno, che non è la “sparata” della Lagarde che ha lasciato basiti tutti, anche quanti non operano in Borsa. Detto che la storia è tutta da vedere, pare che in mezzo alla vicenda del discorso poco rassicurante della Signora in nero stiano addirittura indagando i servizi segreti.

ENTRANO IN SCENA GLI 007

Adesso intervengono gli 007. Dopo il discorso dell’“avvocata” francese, i rappresentanti del Copasir hanno chiesto l’intervento della Consob per verificare «eventuali atti speculativi in connessione con le dichiarazioni rese dalla presidente della Bce» che giovedì scorso hanno provocato il crollo delle Borse. Ed è solo apparentemente strano che sia stato il Copasir ad intervenire dopo aver sentito i nostri “007”. La rivelazione ha una firma, quella autorevole di Francesco Verderami che manifesta perplessità su quel giovedì di sangue e anticipa l’indagine dei servizi segreti non su un blog, un sito internet – con tutto il rispetto per chi lavora on line – ma sul Corriere della Sera.

«Anche loro», ha raccontato uno dei membri del Copasir, «sono rimasti esterrefatti dalle dichiarazioni di Christine Lagarde». Pare non ce ne fosse sentore, hanno riferito. E, invece, Borsa, rimbalzo a Piazza Affari nell’ultima seduta e 130 miliardi di euro letteralmente bruciati. «Il Copasir – abbiamo letto – non intende entrare nelle logiche di mercato, tuttavia il nostro patrimonio industriale, tecnologico e scientifico deve mantenere la testa nel Paese». E’ una dichiarazione del leghista Volpi. Domanda centrale che si pongono è:  «dove è finito un quarto delle azioni» delle blue chips, che nel giro di poche ore tra giovedì e venerdì hanno oscillato paurosamente in Borsa?».

NON CI SARA’ IL BIS 1992/2010

Motivo più che valido perché si svolga una indagine conoscitiva sui rischi di scalate estere in Italia: dopo la Consob, anche un’audizione con i vertici di Bankitalia. «Se qualcuno dall’estero pensa di sfruttare questa situazione per fare lo shopping dei nostri gioielli di famiglia, come accadde nel 1992 e nel 2010, ha sbagliato bersaglio».

All’interno di una pessima notizia, una buona notizia. Maggioranza e opposizione sono unite. Insieme, con motivi diversi, ma convergenti, avanzano «un legittimo sospetto»: un conto è il cosiddetto “gioco speculativo”, un’altra cosa sono le operazioni ostili per acquisire il controllo di società d’interesse nazionale approfittando della crisi. E quella della Lagarde a prima vista o udito, fate voi, non avrebbe proprio l’aspetto di una gaffe. Potrebbe essere stata una tattica esposta male. Un ragionamento sottile che poi ha preso un’altra strada, quella che ha sfondato l’ingresso di Piazza Affari minacciando seriamente l’economia di un Paese nel frattempo distratto dallo sciagurato coronavirus.

Coronavirus, una sciagura

Economia italiana in crisi, il Prodotto interno lordo rischia flessioni dolorose

Rischiamo un conto salato. L’epidemia starebbe provocando perdite tra i nove e ventisette miliardi di euro. E siamo solo all’inizio. Danno di immagine molto pesante. Settori produttivi allo stremo delle forze. Invocate misure più snelle di accesso al credito. Invito alla Pubblica amministrazione perché saldi i debiti contratti con i propri fornitori.

Che non ci fosse da stare tanto allegri con il coronavirus che dilaga a vista d’occhio in molti Paesi europei e, in particolare in Italia, era previsto. Idem per ciò che attiene la Sicurezza sanitaria, con un comparto che non sempre brilla per competitività. Anzi, negli ultimi anni sono stati cancellati migliaia e migliaia di posti-letto: la Sanità italiana, si diceva, non godeva di buona salute.

Ciò detto, con il diffondersi di un virus che, dicono gli studiosi, è molto meno dannoso di una normale influenza (e qui cominciano i primi dubbi…), la Sanità non ha gli strumenti per combattere energicamente una crisi simile. A tutto questo vanno aggiunte misure precauzionali per evitare che si ammalino di botto venti milioni di italiani, dunque primo obiettivo è spalmare l’emergenza. Dilatare i tempi di contagio e, dunque, consentire al Ministero della Sanità di trovare contromisure.

Ma, non previsto (o previsto, chi può dirlo), sfugge il controllo della comunicazione e così scoppia il panico e l’Italia, principale attrattore del turismo internazionale, perde colpi ed entra in crisi nelle strutture di ricezione e quanto legato all’intero comparto (alberghi, musei, stabilimenti balneari, stazioni sciistiche e via di questo passo). In Europa, dove non aspettano altro, cominciano con il suggerire ai propri connazionali che andare di questi tempi (ma anche nell’immediato futuro) non sia più cosa buona e giusta. Ed ecco servita la crisi economica.

E’ così che l’economia italiana rischia di dover pagare un prezzo salato. Secondo valutazioni degli esperti, l’epidemia del coronavirus e, si diceva, in special modo le misure adottate per contenerla stanno provocando un pil di “segno meno” compreso tra i nove e ventisette miliardi di euro (un’oscillazione che tiene conto l’entità di perdite e guadagni nei diversi settori).

La stima svolta da esperti della ricerca, considera l’impatto diretto della diffusione del virus nelle regioni italiane, con effetti immediati e di più lunga durata, a seconda del settore considerato. Lombardia e Veneto, per esempio, le due regioni dove per primi sono stati registrati i primi casi, per il nostro Paese rappresentano qualcosa come il 31% del Prodotto interno lordo (Pil) italiano. Se la matematica non è un’opinione, sempre secondo gli studiosi, rischiamo di andare incontro a una contrazione del 10% del Pil in sole queste due regioni significa una diminuzione del 3% di quello dell’intero Paese. La flessione per l’intera economia stimata, pertanto, va da un -1% a un -3%. Variazioni cumulate nel primo e nel secondo trimestre 2020. La scoperta dei primi casi, infatti, insieme con le misure di contenimento e la diffusione della paura tra la popolazione, sono avvenuti nell’ultima decade di febbraio e, quindi, incideranno solo su una parte del primo trimestre, mentre sostanzieranno i loro effetti nel secondo.

La stima si basa su una valutazione degli effetti sui singoli settori, raggruppati in quattro categorie in base al range di probabile variazione del rispettivo valore aggiunto e poi calcolando il peso di tali categorie sul Pil totale. Il primo gruppo comprende quei settori che vedono aumentare tra il 2% e il 6% la loro attività in conseguenza dell’epidemia virale (farmaceutica, cura della casa, servizi connessi allo smart working e alle video conferenze); il suo peso è dell’8,5%. Secondo gruppo, di gran lunga il più importante, vale il 54,6% dell’intera economia e non patisce sostanziali variazioni di attività a causa del virus. Il terzo gruppo incide per il 25,1% e patisce una contrazione produttiva limitata (al più del 4%. Infine, l’insieme dei settori che stanno subendo contraccolpi molto forti (tra -10% e -40%) ma che hanno un peso contenuto (11,7%; dalla filiera del turismo, a tutte le attività legate a centri di aggregazione).

Fra i tanti, lancia l’allarme anche la Cgia, la Confederazione generale italiana degli artigiani. Se l’emergenza coronavirus dovesse diffondersi a dismisura in tutte le regioni del Nord – sostiene – e durasse qualche mese, come ipotizzato da molti esperti di virologia, il rischio che una buona parte dell’economia nazionale si fermi è più di una ipotesi. Dall’Ufficio studi della Cgia segnalano, inoltre, che in Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Piemonte e Liguria viene generata la metà del Pil nazionale e del gettito fiscale che finisce nelle casse dell’erario. Qui vi lavorano oltre 9 milioni di addetti occupati nelle imprese private (pari al 53 per cento del totale nazionale); da questi territori partono per l’estero i 2/3 delle esportazioni italiane e si concentra il 53% degli investimenti fissi lordi.

Oltre alle misure urgenti che interessano le attività e i contribuenti che rientrano nei comuni ubicati nella cosiddetta zona rossa, è necessario che l’esecutivo metta a punto una misura strutturale che interessi tutta l’economia e, quindi, rifinanziare in particolare Cigo e Cigs, ridare credito alle Piccole e medie imprese e fare in modo che la Pubblica amministrazione paghi i suoi debiti.

Il danno di immagine provocato al nostro Paese dal coronavirus è pesante. Molti settori produttivi sono già allo stremo delle forze. Anche per questo viene chiesto a più voci al governo di approvare subito un intervento a medio-lungo termine che preveda il rifinanziamento degli ammortizzatori sociali e l’estensione degli stessi ai settori che oggi ne sono sprovvisti. Ciò detto, andrebbero rafforzate le misure di accesso al credito delle Piccole e medie imprese, facendo in modo che la Pubblica amministrazione saldi i debiti contratti con i propri fornitori.

«Altrove meno contagi»

Coronavirus, Italia fanalino di coda nei controlli

Nonostante allo “Spallanzani” di Roma sia stato isolato il temuto germe, il nostro Paese va a rilento. Nel resto d’Europa ridotto vistosamente il numero dei contagi. Le dichiarazioni di Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell’Istituto nazionale per le malattie infettive. «La somministrazione del test non risponde alle linee guida europee»

Diciamolo, anzi mettiamolo per iscritto, così non sfuggirà a il senso di un domenicale che arriva, puntuale – scusate l’immodestia – all’indomani di alcune dichiarazioni attendibili sul coronavirus (il Covid-19) che sgomitano fra il qualunquismo e il niente che da settimane circolano in tv. Del resto, sappiamo che le buone notizie non fanno like ed ascolti. Le trasmissioni che vanno per la maggiore e triplicano l’audience sono quelle che fanno terrorismo. Secondo qualcuno andrebbero denunciate per procurato allarme, ma la battaglia legale (e illegale, considerando gli strumenti di comunicazione direttamente interessati) avrebbe tempi lunghi. Arriverebbe sicuramente dopo che i ricercatori impegnati nella ricerca di vaccini avranno debellato il germe influenzale che arriva dalla Cina e altri tipi di influenza che nel frattempo avranno interessato l’Italia e l’intera Europa.

Italia ed Europa, appunto. Perché i test sul coronavirus vengono somministrati solo a chi ha avuto contatti a rischio, ma presenta anche sintomi? Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dello “Spallanzani”, l’Istituto nazionale per le malattie infettive – dove in queste ore è stato isolato il temuto virus – in un incontro con la stampa, ha dichiarato che «in Italia si contano più casi di coronavirus che nel resto dei paesi europei». Questo sistema che gode scarsa considerazione nel nostro Paese, infatti, nel resto del Vecchio continente ha ridotto vistosamente il numero dei contagi.

DA “CASO” A “CASO SOSPETTO”

A Ippolito è stato chiesto come giudicasse il limitare dei test per individuare il coronavirus solo ai pazienti sintomatici, a differenza di quanto è stato fatto sinora in Italia. Domanda inutile, direbbe qualcuno. Ma noi cerchiamo risposte e, allora, sentiamo cosa dice a tale proposito il direttore scientifico dello Spallanzani. «Ci siamo solo adeguati alla definizione di “caso”, aggiornata solo il 25 febbraio dall’Ecdc, l’Agenzia europea di prevenzione e controllo delle malattie; secondo questa si sarebbe in presenza di “un caso sospetto”, che deve quindi essere sottoposto a test, quando il paziente presenta una infezione respiratoria acuta e nelle due settimane precedenti – giorni in cui sorgono i sintomi – lo stesso abbia avuto contatti ravvicinati con un caso probabile (o confermato), sia stato in aree di presumibile trasmissione comunitaria dell’infezione; la somministrazione del test a pazienti che non presentano sintomi non risponde quindi alle linee guida dell’Ecdc, tanto da portarci ad avere risultati non confrontabili con quelli delle altre nazioni». Come a dire, volendo usare una delle frasi più ricorrenti che circolano nel mondo sanitario, che “prevenire è meglio che curare”.

Non sarebbe esatto parlare di comunicazione solo dei casi clinici più gravi. Più corretto è, invece, dire che verranno comunicati soltanto “casi clinici rilevanti” rispetto alla definizione di “caso” stabilita dall’Oms e dall’Ecdc, che oltre agli asintomatici che abbiano avuto contatti “a rischio”, escluderebbe anche chi ha infezioni respiratorie in atto ma senza aver avuto rapporti ravvicinati con casi certi o probabili.

ISOLATO IL VIRUS!

Proviamo allora ad approfondire, grazie sempre al direttore scientifico dell’ospedale Spallanzani, cosa conosciamo del coronavisurs e cosa dobbiamo ancora scoprire. «Sappiamo già molto e molto scopriamo tutti i giorni – dice il professor Giuseppe Ippolito – grazie alla grande mobilitazione scientifica internazionale; avere isolato il virus allo “Spallanzani” è fondamentale: ci consente di effettuare molteplici attività di ricerca, dalla messa a punto di nuovi test diagnostici alla valutazione dell’interazione con farmaci, fino alle ricerche sui vaccini: naturalmente molto c’è ancora da scoprire, a partire dai meccanismi di trasmissione».

Ma come si guarirebbe dal coronavirus, considerando che il vaccino non sarebbe dietro l’angolo. E’ di queste ore la notizia che la biotech Moderna ha consegnato le prime fiale di un vaccino sperimentale al Niaid, la sezione che si occupa delle malattie infettive all’interno del Nih, l’agenzia Usa che sovrintende alla ricerca in sanità. Ma, è bene ribadirlo, siamo ancora all’inizio di un percorso che non durerà meno di un anno.

Con i due pazienti cinesi ospedalizzati allo “Spallanzani” si è parlato di miracolo. I farmaci utilizzati potrebbero essere una delle armi per contrastare il virus. «Abbiamo usato due farmaci – spiega, in conclusione, Ippolito – il lopinavir/ritonavir, un antivirale comunemente utilizzato per la infezione da Hiv e che mostra attività antivirale anche sui coronavirus; e il remdesivir, un antivirale già usato per Ebola, potenzialmente attivo contro l’infezione da nuovo coronavirus: i nostri pazienti sono guariti dalla polmonite e si sono negativizzati rispetto al virus, ma occorreranno studi più approfonditi per verificare se questo approccio terapeutico possa essere esteso a tutti gli altri “casi”».

A tutto turismo!

Puglia, negli ultimi cinque anni un incremento del 60%

Mare l’estate, l’entroterra tutto l’anno. Spiagge e antiche masserie ridisegnate, in risalto bellezze senza tempo. Voli diretti dalla Francia. Germania e Regno Unito, mercati storici, cui si Spagna e Russia. E poi Australia e Brasile.

Il mare, a collina, la gastronomia. Le spiagge e le antiche masserie ridisegnate salvando tratti antichi che mettono in risalto bellezze senza tempo.

Dunque, la Puglia e il suo profilo di accoglienza diventano sempre più internazionali. Lo ha confermato in questi giorni Pugliapromozione, in occasione della BIT, la Borsa internazionale del turismo. La nostra regione conferma, anzi supera se stessa, riportando una lunga serie di dati che incoraggiano gli investimenti in direzione di una risorsa in continua crescita: la bellezza dei paesaggi naturali, dal mare alla campagna.

Il turismo nella nostra regione presenta un profilo sempre più internazionale. Lo scorso anno, gli arrivi dall’estero sono stati calcolati in 1,2 milioni. Come a dire, una crescita di 12 punti percentuali rispetto al 2018. Questo il risultato sul quale la Puglia si sta attivando nel migliorare i servizi e avanzare un’offerta sempre più interessante. Lo scopo è quello di incoraggiare un appeal che non si limiti al mare e ai mesi estivi.

In occasione della “Borsa”, sono stati presentati itinerari realizzati che raccontano la Puglia come meta culturale, dove le bellezze naturali e storiche, insieme alla cucina  costituiscono beni strategici. La stessa Loredana Capone, assessore all’Industria turistica e culturale della Regione Puglia, a Milano, ha avuto modo di illustrare le direttrici dell’offerta.MASSERIA Copertina - 1ENTROTERRA E MARE

Due i principali indirizzi. Puntare sul mare, per esempio, ma non solo nel periodo estivo, sicuramente importante, ma che non può essere attrattore per tutto l’anno. Occorre lavorare affinché il mare venga considerato come punto di attraversamento: percorrere il mare, cioè, per arrivare nell’entroterra, la Puglia che non ti aspetti quella che va scoperta, dai “cammini” al cicloturismo, dalle passeggiate nel centri storici e le visite ai musei, per giungere a uno degli asset pugliesi imbattibili: la buona cucina, in Puglia tutta da scoprire.

Prendiamo come campione gli ultimi cinque anni. L’industria turistica pugliese ha registrato tassi di crescita a doppia cifra: dal 2015 al 2019 il turismo internazionale è cresciuto del 60% e gli arrivi complessi (italiani e stranieri) sono cresciuti del 23%. Nella Top 15 dei mercati esteri, Francia, Spagna, Paesi Bassi e Stati Uniti hanno registrato percentuali di crescita, invece, intorno al 20%.

La Francia raggiunge la Puglia attraverso voli diretti. Oltre alla Francia, Germania e Regno Unito, mercati storici cui si uniscono la Spagna, con Madrid, cresciuta tantissimo anche grazie al volo diretto, e la Russia. Accanto a questi Paesi, anche mercati extraeuropei: gli Stati Uniti, per esempio, che hanno avuto una crescita esponenziale nell’ultimo anno. Stesso discorso per i voli intercontinentali, da Australia e Brasile.Masseria Don Cataldo Foto 01 - 1ARTE, SAPORI E “CAMMINI”

Per continuare ad incoraggiare questo percorso positivo, sono stati attivati itinerari dedicati all’arte, ai sapori e al cicloturismo, ai “cammini”. Ora tocca impegnarsi sul fronte della ricettività.

Anni fa si pensava che il turismo non potesse essere il settore trainante dell’economia pugliese, mentre ora sono stati messi in campo incentivi per migliorare le strutture. Attenzione, non per realizzare nuove strutture: non si vuole incidere sul paesaggio, dunque gli incentivi regionali di cui si parla saranno assegnati a coloro che migliorano i palazzi storici a partire dalle masserie. Oltre cinquecento milioni di euro sono stati investiti in questi anni con i fondi europei messi in campo dall’Assessorato all’Industria turistica e culturale della Regione Puglia a favore delle strutture ricettive per migliorare la qualità. In questo senso, fra le strutture sulle quali ci siamo espressi più recentemente, spiccano quelle nel cuore della Valle d’Itria.

Taranto, Allievi carabinieri

Cinquecento militari nella Città dei Due mari

Dal prossimo mese la caserma “Castrogiovanni” ospiterà la più grande Scuola italiana riservata a Corsi di specializzazione per i giovani della Benemerita. L’apertura del Centro è occasione per rivitalizzare una delle zone cittadine. Al lavoro il Comune, per assicurare con Amiu e Amat raccolta di rifiuti e mobilità.

Un primo sopralluogo, nei giorni scorsi. Ora è ufficiale, a partire dal mese prossimo la caserma “Castrogiovanni” della Marina militare ospiterà cinquecento militari che popoleranno la più grande Scuola per Allievi carabinieri.

Cinquecento ragazzi. Come un tempo la Saram, oggi Svam, quando quella Scuola ospitava centinaia di ragazzi che sognavano di volare in qualità di allievi dell’Aviazione. O come quei giovani marinai promettenti delle Scuole Cemm, la Scuola sottufficiali della Marina militare con sede a San Vito. Quando Taranto era in una posizione strategica e contava su enormi spazi per accogliere militari di belle speranze. Tempi in cui gli allievi popolavano a migliaia la città, la rendevano ricca, di gente e, perché no, anche di capitali. Quei ragazzi di una volta, con la leva obbligatoria, frequentavano trattorie, ristorantini, attività delle quali si è persa traccia. Esercizi a conduzione familiare che generavano, comunque, benessere.

Altri tempi. Oggi c’è finalmente una buona notizia.  Cinquecento giovani militari costituiranno il Primo corso del distaccamento della Scuola Allievi Carabinieri Campobasso. La  notizia è ufficiale, sarà realizzata a Taranto e destinata a diventare la scuola più grande d’Italia con, una volta a pieno regime, più di mille allievi. Una boccata d’ossigeno dal punto di vista economico, d’accordo, ma anche una intramuscolare di giovani che numericamente sostituiranno quei ragazzi, buona parte studenti, tarantini, che si trasferiscono altrove per concludere il ciclo di studi e trovare una sistemazione più o meno definitiva. Di sicuro lontana da casa.

IMPORTANTE OCCASIONE

In settimana la riunione. C’erano il vicesindaco di Taranto, Paolo Castronovi, in rappresentanza del primo cittadino, il sindaco Rinaldo Melucci. Un incontro al quale hanno partecipato i dirigenti tecnici delle partecipate “Kyma Ambiente – Amiu” e “Kyma Mobilità – Amat”. Perché Amiu e Amat: la prospettiva è quella di implementare attività specifiche che riguardino la gestione dei rifiuti e gli spostamenti.

«Abbiamo garantito tutta la nostra collaborazione – ha commentato il vicesindaco Castronovi – alla Marina Militare, come ai Carabinieri. L’arrivo di 500 allievi è una splendida occasione di rivitalizzazione della zona a ridosso della caserma “Castrogiovanni”, che dall’epoca della sospensione della leva obbligatoria ha perso una centralità della quale aveva beneficiato l’intero quartiere».

Evidente l’importanza di riportare Taranto al centro della vita militare del nostro Paese. La città non po’ farsi cogliere impreparata. «Per questo motivo – prosegue il vicesindaco – è necessario farsi trovare pronti, anche con servizi integrativi che possano intercettare i bisogni delle istituzioni coinvolte; un programma che si avvale delle preziose indicazioni del nostro sindaco che già nel gennaio scorso aveva proposto di consolidare una buona prassi amministrativa che regolasse i rapporti tra Comune, Marina e Carabinieri».

E’ SOLO IL PRIMO PASSO

Il primo passo lo compirà Amiu. Nei prossimi giorni, la municipalizzata svolgerà un sopralluogo all’interno della caserma “Castrogiovanni”. Nell’occasione sarà considerata la possibilità di avviare, in anticipo rispetto al quartiere, un servizio di raccolta differenziata, con frequenze e modalità simili a quello avviato lo scorso 3 febbraio in diverse zone cittadine. In particolare, la raccolta dell’organico assume particolare importanza, considerando che la mensa a regime servirà almeno duemila persone, tra allievi e personale permanente.

Poi toccherà all’Amat. Dunque al capitolo mobilità. In questi giorni è in svolgimento una ricognizione delle linee operanti in zona, con particolare riferimento alle corse che puntano stazione ferroviaria e terminal bus, così da valutare un potenziamento in termini di frequenza, pensando anche a servizi dedicati. Sul tavolo, inoltre, sono state poste alcune richieste rispetto a eventuali agevolazioni tariffarie. Per riprendere una vecchia, romantica abitudine la tariffa ridotta “militari e ragazzi”. Tempi di corse sui bus, ma anche di cinema e teatro. Per lanciare un seme in un terreno che va solo coltivato.

Shell, InventaGiovani

A Taranto per aiutare i giovani a fare impresa

Sostegno dell’Amministrazione comunale. Offrire supporto, fornire formazione di qualità e servizi di consulenza. Le nuove attività saranno aiutate per tre anni, dalla costituzione allo sviluppo. Fra i requisiti richiesti: età minima 18 anni, domicilio a Taranto o provincia, diploma di Scuola Media Secondaria superiore. Accesso al programma sarà possibile mediante la compilazione di un apposito form. Non è prevista alcuna selezione in ingresso.

Arriva anche a Taranto Shell “InventaGiovani”, il programma di investimento sociale a sostegno dell’imprenditoria giovanile. Esistente già dall’82 come programma internazionale Shell Live Wire , presente in quindici Paesi al mondo, si concretizza in riva allo Ionio dopo  il successo riscosso nella vicina Basilicata. Sedici, infatti, sono state le imprese lanciate dieci anni fa in differenti settori: dall’agricoltura biologica alla cosmetica, dal wedding planning al sociale, dagli spin off in ambito geologico all’e-commerce. “InventaGiovani” sarà avviato a Taranto grazie al sostegno dell’Amministrazione comunale impegnata a fare, coinvolgendo l’Università degli studi di Bari “Aldo Moro”, Confindustria Taranto e l’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ionio–Porto di Taranto, che hanno già avviato esperienze di successo come BaLab e FuturePort Innovation Hub.

Fra gli obiettivi del progetto, offrire supporto ai giovani, fornire formazione di alta qualità e servizi di consulenza agli aspiranti imprenditori garantendo l’accesso alle competenze necessarie per redigere il piano aziendale (Business Plan), condividere le migliori pratiche e sviluppare una comunità locale e globale di giovani imprese che saranno aiutate non solo al momento della loro costituzione, ma anche nel momento del loro sviluppo per un periodo di tre anni.

Questi i requisiti richiesti per partecipare Shell “InventaGiovani”: età minima 18 anni, domicilio a Taranto e provincia, diploma di Scuola Media Secondaria superiore. L’accesso al programma sarà possibile mediante la compilazione di un apposito form sul sito www.informagiovani.it e non è prevista alcuna selezione in ingresso.

PROGETTO “TEMPA ROSSA”

Il progetto di investimento sociale “Shell InventaGiovani Taranto” si inquadra nelle iniziative legate al Protocollo d’intesa per l’area di Taranto, nato a seguito della realizzazione del progetto “Tempa Rossa”, quanto cioè comporta l’esecuzione di lavori di adeguamento della raffineria di Taranto dell’Eni per permettere la ricezione, lo stoccaggio e l’esportazione via-nave del greggio prodotto nella vicina Basilicata.

Questo prevede due linee di azioni: la realizzazione del programma di compensazione e riequilibrio ambientale e per lo sviluppo sostenibile definiti nel procedimento che ha portato all’Autorizzazione Unica dei lavori in raffineria da parte del Ministero dello Sviluppo Economico e la cooperazione economica e sociale: Total, Shell e Mitsui, anche in collaborazione con Eni, si impegnano a definire con il Comune progetti duraturi nell’ambito economico-sociale e culturale ad alto contenuto locale nell’ottica di una cooperazione di reciproco interesse e di lungo termine.

In attuazione della prima linea di azioni, nel 2019 è stato sottoscritto tra Comune di Taranto, Provincia di Taranto ed Eni un protocollo che lancia una serie di interventi di riassetto infrastrutturale in città del valore di sei milioni di euro. Tali interventi riguardano tra l’altro la manutenzione straordinaria di strade ed edifici pubblici.

In merito alla seconda linea di azioni il primo intervento attuato è stato l’insediamento degli uffici della Total nel palazzo D’Ayala Valva, in via Anfiteatro, ristrutturato per l’occasione e che ha ospitato la conferenza stampa di presentazione del progetto, alla quale sono intervenuti: Carsten Sonne-Schmidt, AD Total E&P Italia e Country Chair Total; Marco Brun, Presidente e AD Shell Italia, Country Chair Shell Italia e Paesi dell’Adriatico; Ivan Baggi, Responsabile Social Investment Shell Italia E&P; Sergio Prete, Presidente Autorità di Sistema Portuale del Mar Ionio; Giuseppe Pirlo, Delegato del Rettore Università degli Studi di Bari Aldo Moro; Pietro Chirulli, vice presidente di Confindustria Taranto con delega Finanza e Innovazione e presidente Finindustria ed il vice sindaco di Taranto, Paolo Castronovi.

«CREIAMO SINERGIE»

«Questo è un momento molto importante che da seguito alla lungimiranza del sindaco Melucci e dell’Amministrazione comunale di Taranto nel cambiare il paradigma dei rapporti tra l’industria e il territorio», ha affermato, Marco Brun, presidente e AD Shell Italia, sottolineando la volontà di Shell Italia, la volontà cioè di «lavorare per creare sinergie e opportunità». «Noi siamo qui – ha dichiarato l’alto dirigente Shell – per restare e per essere parte del tessuto del territorio che ci ospita; Shell InventaGiovani è il primo contributo che vogliamo dare per iniziare un percorso che porti maggiori vantaggi per tutti. Veniamo dalla positiva esperienza in Basilicata dove abbiamo agevolato la nascita di sedici realtà imprenditoriali giovanili e speriamo che tale dato venga migliorato da Taranto con questa iniziativa che rompe i soliti schemi volti più che altro all’assistenzialismo, ossia di contributi a pioggia ma che mira ad essere un importante e qualificato raccordo tra le idee dei giovani potenziali imprenditori – che vogliono restare nel proprio territorio – ed il mondo dei finanziatori di start up andando così a colmare un gap che si è venuto a creare perché molto spesso non si sa come fare per accedere a dei fondi che possano supportare economicamente un’idea imprenditoriale».

Concetto, quello dell’evitare l’assistenzialismo con contributi sparsi, che è stato ribadito dal vice sindaco di Taranto, Paolo Castronovi il quale nel suo intervento ha sottolineato: “Non abbiamo bisogno di aiuti a pioggia ma di seminare la rinascita cambiando il paradigma degli ultimi 50 anni della storia di questa città. Vogliamo vedere nascere le prime imprese già quest’anno per permettere magari a qualche giovane di realizzare il sogno di una vita”.

In buona sostanza rispetto al recente passato, dove veniva finanziata la nascita di nuove imprese poi abbandonate a se stesse, la nuova idea è quella di rendere durature queste nuove imprese, aiutandole a rapportarsi con i soggetti adatti a finanziarle e fornendo una preziosa consulenza nella fase del loro sviluppo.

Papa Francesco, primo!

“Chi aiuta il prossimo?”, gli italiani e un sondaggio

Matteo Salvini, secondo. A sorpresa una “medaglia” al leader della Lega, ma di mezzo non c’erano ancora sconfitta elettorale e citofonata al cittadino tunisino. Terzo è Gino Strada, a seguire in ordine sparso: Berlusconi, Bill Gates, Madre Teresa di Calcutta (scomparsa più di venti anni fa), il presidente Mattarella e Totti. Forse, oggi, l’esito sarebbe diverso.  

E’ Papa Francesco il personaggio più noto che aiuta il prossimo. Questo il responso di 816 italiani, il “campione” esaminato da Renato Mannheimer, sondaggista per le numerose inchieste svolte per i canali Rai, con particolare riferimento al programma “Porta a Porta” e quelli Mediaset, in particolar modo alla vigilia delle campagne elettorali. Insomma, la spunta Sua Santità. E nonostante uno strappo (violento?) rifilato a una fedele troppo passionale che aveva chiesto al Santo Padre più di attenzione piuttosto che una benedizione come quella riservata agli altri fedeli incontrati in piazza San Pietro. E nonostante, anche, le immagini poste in circolazione con la mistificazione di pochi fotogrammi che avevano tentato, in qualche modo, di scalfire l’immagine del massimo rappresentante della Chiesa cattolica nel mondo.

Questo per ciò che riguarda il primo posto. A sorpresa, non nascondiamolo, alle spalle di Papa Francesco, figura nientemeno che Matteo Salvini, ex ministro degli Interni. Un sondaggio, va precisato, svolto all’inizio di dicembre, prima che il leader della Lega accusasse il colpo alle più recenti elezioni con una inattesa sconfitta elettorale, secondo i sondaggi saldamente stretti fra le mani del buon Matteo. E, soprattutto, prima che lo stesso Salvini, in un momento di esaltazione, lo scorso 21 gennaio si prendesse il “fastidio” di citofonare a un ragazzo di origini tunisine residente nel quartiere del Pilastro a Bologna, parlando con la sua vittima di spaccio. Colpo eclatante, evidentemente assestato per portare farina al suo mulino elettorale, raccogliendo voti con un’azione “coraggiosa” svolta davanti a decine di persone, giornalisti e videocamere. Senza contare come questo atteggiamento spregiudicato, abbia aperto un caso politico-diplomatico fra Roma e Tunisi.

SANTO SONDAGGIO…

Ma torniamo al sondaggio. Per scrivere di Salvini c’è sempre tempo. Dunque, “Chi è il personaggio che aiuta di più il prossimo?”. Al primo posto, si diceva, Papa Francesco con il 18%; secondo Matteo Salvini, con un 5% “rivedibile”. Risultato di un sondaggio svolto da una società che fa capo a Renato Mannheimer, presentato nei giorni scorsi a Palazzo Marino, a Milano, in occasione della cerimonia del Premio “Il Campione” organizzato dai CityAngels, organizzazione di volontariato che aiuta i senzatetto in molte città.

Il domandone, si diceva, è stato posto a 816 persone nei primi due giorni di dicembre. Se il Papa e il leader della Lega conseguono le prime due posizioni del podio, il terzo gradino va assegnato all’ottimo Gino Strada, staccato di solo un punto dal secondo da Salvini. A seguire, fra curiosità, risultati inattesi e conferme: Silvio Berlusconi, Luigi Di Maio, Bill Gates, Madre Teresa di Calcutta, Leonardo Di Caprio, il presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella e, infine, Ezio Greggio, Francesco Totti e Angelina Jolie.

Altra curiosità. Il 14% degli intervistati ha risposto con un telegrafico “nessuno”, significando che, oggi, ci sarebbe poca attenzione per il prossimo. Non solo, il 21%, sostanzialmente uno su cinque, ha confessato di non saper dare una risposta. Nel 26% che racchiude la voce “altri”: Maria De Filippi e Don Antonio Mazzi, fondatore della comunità Exodus, che pochi istanti prima era stato premiato.

PILASTRO FATALE

Per tornare per qualche istante sul blitz di Matteo Salvini nel quartiere del Pilastro di Bologna. Il suo gesto ha fatto scoppiare un vero e proprio caso politico-diplomatico. Osama Sghaier, vicepresidente del Parlamento tunisino, ha fatto notare come il gesto dell’ex ministro dell’Interno abbia messo a rischio i rapporti tra Roma e Tunisi. Altra protesta, quella dell’ambasciatore della Tunisia a Roma, Moez Sinaoui. Il rappresentante diplomatico tunisino ha scritto una lettera alla presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati. Nella sua nota ha espresso “costernazione per l’imbarazzante condotta” del senatore e leader della Lega. “Deplorevole provocazione – secondo Sinaoui – senza alcun rispetto del domicilio privato di un pubblico rappresentante dell’Italia, Paese che vanta un’amicizia di lunga data con la Tunisia”. Mannheimer, torniamo a farlo adesso un altro sondaggio. Non c’è bisogno di cambiare i quesiti alle schede per un aggiornamento su come gli italiani giudichino i grandi personaggi di cronaca, politica e spettacolo, impegnati nell’aiuto al prossimo.

E i pugliesi vanno a Nord

Migranti e immigrati, stime poco incoraggianti

Al Sud, ragazzi via di casa. In valigia diploma o laurea per cercare migliore fortuna. Uno studio invita a contromisure immediate. Intanto non c’è ricambio, flussi dai Paesi africani segnano il passo. Si teme che altre regioni del Meridione si svuotino.

Più numerosi i pugliesi che emigrano al Nord che i migranti, invece, che si fermano in Puglia. E’ un documento nel quale la Cgil Puglia svolge un’attenta analisi in base ai dati del “Benessere equo e sostenibile” resi pubblici dall’Istat. Risultato doppiamente allarmante se si pensa che la Puglia starebbe meglio delle altre regioni meridionali.

A questo va aggiunto un altro aspetto: peggiora la qualità del lavoro e si fa sempre più largo il rischio di un declino demografico: si chiaro, non c’è soltanto il calo delle nascite, ma anche un’emigrazione dei giovani più istruiti verso il Nord. Giovani che hanno titoli di studio superiori al lavoro che svolgono. Di questo passo, fra qualche anno, se a qualche politico venisse in mente di suonare provocatoriamente qualche citofono, potrebbe non avere alcuna risposta.

Dunque, Sud fermo. Quasi 3 milioni gli occupati persi in confronto del Centro-Nord: una distanza che in circa venti anni registra una fuga più che preoccupante. Per dirla tutta: con un gap simile qualsiasi provvedimento potrà essere adottato a breve, il gap sarà irrecuperabile. I numeri dell’emigrazione dal Meridione verso il Nord sono in costante crescita, e buona parte di questi sono giovani e laureati. Un risultato non certamente compensato dall’immigrazione, visto che gli ingressi nel nostro Paese sono sempre meno.

DISTANZA SUD-NORD

Disarmante l’analisi sul Sud Italia. Dalla metà del 2018 l’occupazione presenta, scaturisce dall’attenta analisi, “una marcata inversione di tendenza, con una divaricazione negli andamenti tra Mezzogiorno e Centro-Nord”. In breve, leggendo il dato secco, si scopre che gli occupati al Sud negli ultimi due trimestri del 2018 e nel primo del 2019 “sono calati di 107 mila unità (-1,7%), mentre nel Centro-Nord, invece, nello stesso periodo, sono cresciuti di 48 mila unità (+0,3%)”.

Tra il 2002 e il 2017, spiega il rapporto, sono emigrati dal Sud verso il Nord oltre 2 milioni (132.187 nel solo 2017). Elemento maggiormente preoccupante: le persone che due anni fa hanno lasciato casa e famiglia per cercare fortuna al Nord, più di sessantaseimila sono giovani. Come a dire che il futuro di terre come Sardegna, Sicilia, Calabra, Puglia, Campania che se ne va.

Aggravare la situazione il dato migratorio secondo cui il saldo interno, compresi i rientri, spiega lo studio, “è negativo per ottocentocinquantamila unità. Nel 2017 sono andati via 132 mila meridionali, con un saldo negativo di circa 70 mila unità”. La ripresa dei flussi migratori è la vera emergenza meridionale allargatasi negli ultimi anni anche al resto del Paese.

ITALIA AL RALLENTY

Il progressivo rallentamento dell’economia italiana, si legge nello stesso rapporto, riapre la frattura territoriale che arriverà a segnare un andamento opposto tra le aree, facendo ripiombare il Sud nella recessione da cui troppo lentamente era uscito decretando l’inversione di tendenza rispetto a una risalita dell’economia che negli ultimi anni c’è stata ma a ritmi lenti, molto lenti. E gli effetti si vedranno. L’Italia farà registrare una sostanziale stagnazione, con incremento lievissimo del Pil del +0,1%. Al Centro-Nord dovrebbe crescere poco, di appena lo +0,3%. Nel Mezzogiorno, invece, l’andamento previsto è del – 0,3%.

«Continuiamo a registrare dati che non ci lasciano tranquilli – ha detto il segretario generale della CGIL Puglia, Pino Gesmundo – c’è sempre un divario tra Nord e Sud sulla occupazione di giovani lavoratori che hanno titoli di studio superiori al lavoro che svolgono. Bisogna insistere su politiche di sviluppo del governo nazionale per il Mezzogiorno, utilizzare meglio i fondi strutturali che ci consentiranno di superare il divario, se consideriamo che utilizziamo solo il 27% dei Fondi Fesr. Quindi, dialogo e collaborazione sono indispensabili per lo sviluppo».

Infine, altro tasto dolente, le donne del Sud non sono sufficientemente garantite: sia per la qualità del lavoro sia per i servizi di supporto alle famiglie. Sarà pertanto necessario, anche a livello locale, avviare un percorso di sviluppo duraturo e stabile capace di produrre buona occupazione, stabile e soddisfacente.

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