Taranto sbarca su Raiuno

Da lunedì 25 gennaio “Il commissario Ricciardi”

Protagonista Lino Guanciale diretto da Alessandro D’Alatri. La Città vecchia coma la Napoli Anni Trenta. Ottanta le persone impiegate nelle riprese realizzate da maggio a luglio del 2019. Prima della fiction sulla rete ammiraglia, vicoli e porto tarantini avevano rappresentato il capoluogo partenopeo in due film diretti da Lina Wertmuller. 

 

Da lunedì 25 gennaio Taranto sarà in prima serata su Rai Uno con sei episodi della fiction “Il commissario Ricciardi” interpretata dall’attore Lino Guanciale e diretta da Alessandro D’Alatri (regista, fra l’altro, de “I bastardi di Pizzofalcone”). Lo scenario è quello della Città dei Due mari, che per bellezza, impatto e similitudini rappresenta una Napoli degli Anni Trenta. Quando si tratta di fiction, tutto va bene. Taranto è nei titoli principali e nella città è stata impegnata una ottantina di persone. Per circa tre mesi, da maggio a luglio del 2019, quando la pandemia non si era ancora palesata come sciagura del secolo.

Non è la prima volta che Taranto diventa set di una importante produzione. Indipendentemente da quella monstre di “Six underground” per Netflix, in altre due occasioni Taranto è stata Napoli. Era stata l’Oscar Lina Wertmuller a portare le cineprese in città. Prima per “Io speriamo che me la cavo” e, successivamente per “Mannaggia alla miseria”. Da “La nave bianca”, diretto da Roberto Rossellini nel 1941, fino ad oggi una quarantina sono stati i film e le fiction girate a Taranto. Un bel numero.

 

RAI UNO, PRIMA SERATA

Ma torniamo al “Il commissario Ricciardi”. Lunedì 25 gennaio in prima serata, andrà in onda il primo dei sei episodi della nuova serie tv “Il commissario Ricciardi”, protagonista Lino Guanciale. Tratta dai romanzi dello scrittore Maurizio De Giovanni, la serie tv racconta le avventure di Luigi Alfredo Ricciardi, giovane commissario di polizia nella Napoli degli Anni Trenta. La Città vecchia di Taranto è stata scelta per ricreare l’atmosfera della città partenopea di quasi un secolo fa. «Abbiamo impegnato la Città vecchia di Taranto – dice D’Alatri – per ricostruire i sapori di una Napoli che era impossibile riadattare, come i Quartieri Spagnoli o La Sanità, per far rivivere in quelle scalinate, in quelle mura, in quei portoni quei sapori che a Napoli sarebbero ormai impossibili da scovare».

Per nove settimane, dunque, Taranto è diventata la Napoli dei primi Anni Trenta in cui si muove e lavora il giovane commissario la cui vocazione e ossessione è catturare gli assassini. Ricciardi-Guanciale possiede un talento investigativo fuori dal comune e la capacità di comprendere le vite e le passioni umane grazie a una profonda empatia. È, però, uomo estremamente solitario e schivo, che nasconde un segreto, una dote che nessuno conosce, ereditata dalla madre e che sembra una maledizione: il commissario, infatti, è in grado di vedere gli ultimi momenti delle vittime di morte violenta e ascoltare il loro ultimo pensiero. L’incontro con due donne, diverse ma ugualmente affascinanti, aggiungerà un aspetto melò alla trama del poliziesco

 

GUANCIALE: «TARANTO, GRANDE FASCINO»

Anche Lino Guanciale, che interpreta il giovane commissario dopo il grande successo di pubblico della serie “L’allieva”, è rimasto incantato da Taranto. «Quando si entra in Città vecchia si ha l’impressione di fare veramente un viaggio indietro di cento anni – spiega l’attore nel video di Apulia Film Commission – come se compissi un salto indietro nel tempo; ma è tutta la città ad avere un fascino enorme, come nella sua attuale crepuscolarità. È molto forte l’impatto che ha su chi ci arriva e non ci è mai stato».

La serie tv è stata sostenuta dell’Apulia Film Fund della Regione Puglia con circa 830mila euro e da Apulia Film Commission. Le riprese sono state realizzate a Taranto dal 23 maggio al 20 luglio 2019, impiegando 80 persone.

Primo appuntamento lunedì 25 gennaio su RaiUno e RaiPlay, per la prima di sei puntate. Nella puntata “Il senso del dolore”, ci ritroveremo a Napoli nel marzo 1931. Il commissario Luigi Alfredo Ricciardi sarà chiamato a risolvere il caso di un famoso tenore assassinato.

«Possiamo volare!»

Quel talento nigeriano per il ballo

A giugno dello scorso anno, un ragazzo. Stavolta una ragazzina. Danzano a piedi scalzi sotto la pioggia. Il primo diventa una stella del web e viene scritturato, la seconda raccoglie i complimenti di Roberto Bolle, la grande étoile. «Lascia senza parole, vedere il sorriso e la gioia di danzare di questa bambina», dice il ballerino di statura internazionale. «Mi ricorda la bellezza della mia gente, creiamo, ci alziamo in volo, immaginiamo, abbiamo passione sfrenata e amore», ha scritto Viola Davis, attrice hollywoodiana di origini africane.

 

A giugno dello scorso anno, aveva provocato grande commozione a noi “occidentali”. Cosa era successo. Quanto da queste parti è consuetudine, abitudine, se non mania: postare un video dietro l’altro, che questo social sia Facebook o Instagram, Twitter o Tik tok. Ce n’è per tutti.

Allora, giugno 2020. Un video, anche questo dal sapore africano. Un giovane ballerino nigeriano si esercita danzando sotto la pioggia a piedi nudi. Con le debite proporzioni, per gli studios e il paio di scarpette indossate dall’attore più amato del musical, Gene Kelly, sembra una sequenza di “Cantando sotto la pioggia”. Il video, che stavolta ha protagonista un coraggioso giovanotto, scuote il web.

Sei mesi dopo, gennaio 2021, un nuovo video commuove. Ha una eco straordinaria, perché a postare questo secondo video è stato nientemeno che la grande étoile Roberto Bolle. Sul suo profilo Instagram mette in bella evidenza una ragazzina, a Lagos in Nigeria, che danza con una grazia sconfinata, sul fango e sotto la pioggia.

«Lascia senza parole – dice il grande ballerino, mostrando grandezza anche dal lato umano – e fa riflettere vedere il sorriso e la gioia di danzare di questa bambina; siamo a Lagos, in Nigeria, nella periferia di una città fra le più povere del mondo, eppure questa bambina scalza danza già con la grazia di una étoile e sorride al futuro».

 

BOLLE, SENZA PAROLE…

Un video che lascia senza parole, per il grande amore che il viso della piccola, nonostante l’ambiente circostante risulti così poco accogliente. Anche l’articolo di Maria Volpe, apparso sul Corriere della sera è pieno di umanità.

Non scrive solo della piccola “stella”, ricorda il precedente, altrettanto commovente, quello di Anthony, nigeriano anche lui. Lo scenario, però, è New York. Il giovane ballerino della Scuola professionale di un Scuola da ballo nigeriana danza sotto la pioggia a piedi nudi.

Il video appassiona internet. Lo sfondo è identico a quello  nel quale balla anche la ragazzina notata da Bolle. Quel video dello scorso giugno ha portato fortuna al giovanissimo ballerino. Anthony, nigeriano, undici anni, viene filmato da alcuni passanti mentre balla sotto la pioggia, a piedi nudi, esibendosi in salti e piroette con una grazia innata. Il video diventa virale, tanto che attira l’attenzione di personaggi dello spettacolo. Fra questi, Cynthia Harvey, direttrice artistica della “ABT – Jacqueline Kennedy Onassis School of Dance di New York”, che rintraccia il ragazzo al quale offre una borsa di studio all’“American Ballet Theatre”.

 

…VIOLA DAVIS, LO STESSO

Anthony frequenterà quest’anno una scuola estiva. L’attrice hollywoodiana di origini africane, Viola Davis (“Il dubbio”, “The help”, “Le regole del delitto perfetto”), quando ha visto Anthony ballare non è riuscita a trattenere delle lacrime di commozione. «Mi ricorda la bellezza della mia gente – ha scritto condividendo il video su Twitter – creiamo, ci alziamo in volo, immaginiamo, abbiamo passione sfrenata e amore; nonostante i terribili ostacoli che sono stati messi davanti a noi, possiamo volare!». Anche la produttrice cinematografica nigeriana Fade Ogunro, che gestisce una piattaforma di talent scout dedicata alle immense risorse artistiche africane, si è offerta di pagare tutto il percorso formativo del ragazzo fino alla laurea, in qualsiasi parte del mondo. Ma non è finita qui. Per Anthony si sono aperte anche altre porte: lo scorso luglio, infatti, ha vinto il primo premio della South African International Ballet Competition, che comprende una borsa di studio per frequentare corsi di danza negli Stati Uniti. Insomma, il giovanotto dalla pelle nera e dalle punte dei piedi fatate, non solo ha provato a spiccare il grande salto, ma volteggia nell’aria. Anche lui ha provato a volare. E ci è riuscito.

Se la paura fa novanta…

Fobie e timori inspiegabili

L’avversione ne trovarsi in uno spazio chiuso, la presenza di animali anche se innocui (cani, gatti). Secondo studiosi, reazioni causate da un’attivazione anomala di una piccola fondamentale struttura dei circuiti cerebrali. Si chiama amigdala, gestisce stimoli percettivi visivi sia auditivi che attiverebbero inconsapevolmente segnali di pericolo.

 

«A che piano abita, undicesimo? Non se ne parla nemmeno, i piani alti mi provocano uno stato di agitazione!». E poi, «L’ascensore non la prendo mai, gli spazi chiusi mi provocano ansia!». Per contro, «In strada, cammino incollato ai muri, gli spazi aperti mi provocano capogiro…». E’ l’essere umano, il più delle volte coraggioso anziché spavaldo, altre volte pauroso. E non c’è distinguo fra chi ha un fisico da campione e uno che un peso, in palestra, lo porterebbe a spasso solo con un carrello. Gli uomini sono così, capaci di affrontare   grandi rischi e facili a spaventarsi, spesso senza un motivo. Vogliamo aggiungerci “apparente”?

Attenzione, non è insita in ogni essere umano. Ma esiste una forma che ha del patologico e si accentua partendo dalla normale e ragionevole paura. Si chiama fobia, cioè avversione. Come può esserle quella a ragni, cani, gatti, ascensore, altitudine o aereo. Forme associate al termine fobia, il più delle volte sono disturbi a sé stanti: la fobia sociale (disturbo d’ansia sociale) o l’agorafobia (paura degli spazi aperti), riferita in realtà all’evitare situazioni nelle quali si teme che possa scatenarsi un attacco di panico e non si possa essere soccorsi.

Esistono, poi, fobie più specifiche, comuni e riguardano l’esposizione a certi animali, ai temporali, ai luoghi elevati, all’acqua, alla vista del sangue, la paura di prendere l’aereo, di soffocare, delle iniezioni, del dentista. Praticamente ogni fobia ha un nome, il più famoso è forse quello della claustrofobia, la paura cioè degli spazi confinati.

 

ALLARME, DISGUSTO…

Sempre a proposito di fobie, tanto per capirsi. A volte basta pensare all’oggetto temuto o sentirne pronunciare il nome per provare un senso di allarme o di disgusto. Di fobie specifiche soffre almeno il 10% della popolazione. Secondo gli studiosi, in maggior parte donne, anche se alcuni studiosi hanno sollevato più di un dubbio su questa teoria.

Stando a uno studio realizzato da una equipe medica di specialisti portoghese, questa differenza potrebbe essere in parte spiegata dal fatto che gli uomini hanno una certa riluttanza a mostrare paure e debolezze rispetto alle donne. Un uomo può prestarsi a rincorrere e allontanare un topo o un serpente anche quando in realtà ne è terrorizzato, ma il più delle volte è a causa del condizionamento culturale che lo vuole coraggioso.

Fobie specifiche. Sono influenzate dalla complessa interazione di fattori biologici, psicologici, sociali e ambientali. Le fobie specifiche tendono ad aggregarsi all’interno delle famiglie. I parenti di primo grado di chi soffre di una fobia hanno un rischio aumentato di soffrirne fino al 31% per cento invece del 10%. Comunque, la specifica fobia trasmessa è tipicamente diversa, anche se spesso dello stesso tipo: un genitore, per esempio, può avere la fobia dei cani, il figlio può avere quella dei serpenti. Le prove della trasmissibilità genetica indicano che il rischio può variare a seconda del tipo di fobia e sembra più elevato per la fobia di sangue e iniezioni.

Studi realizzati con la risonanza magnetica funzionale hanno consentito di scoprire che le fobie potrebbero essere correlate a un’anomala attivazione dell’amigdala, piccola fondamentale struttura dei circuiti cerebrali destinati a gestire gli stimoli percettivi sia visivi sia auditivi che possono veicolare segnali di pericolo. In particolare sono stati studiati soggetti con fobia dei ragni, esposti con o senza preavviso a questi piccoli animali: nel primo caso si è avuta un’attivazione dell’amigdala, mentre nel secondo caso si sono attivate altre strutture cerebrali, tra cui la corteccia cingolata anteriore, importante per il controllo degli impulsi e delle emozioni. La corteccia cerebrale prefrontale, deputata al controllo cognitivo superiore, in questi casi risulta invece disattivata, e quindi sembrano prevalere comportamenti più primordiali, di lotta o fuga.

 

STUDIO ITALIANO, CONCLUSIONI DIVERSE

Una analisi realizzata da ricercatori italiani è giunta a conclusioni un po’ diverse. Lo sviluppo delle fobie non dipenderebbe solo da fattori neurobiologici. Per esempio, chi tende a essere disgustato facilmente è più esposto al rischio di sviluppare la fobia degli insetti, che un po’ in tutti generano un senso innato di repulsione.

Lo stesso dicasi per la tendenza a vedere ovunque pericoli, dunque manifestando una predisposizione all’ansia, che faciliterebbe lo sviluppo di fobie. Si sa anche che chi ha avuto un’esperienza personale negativa ne può trarre motivo per farne seguire una fobia. Come accade a chi è stato una volta morso da un cane o ha avuto un incidente d’auto: una parte di queste persone da quel momento può sviluppare una fobia dei cani o del viaggiare in auto. In chi è particolarmente predisposto, il fenomeno può verificarsi anche soltanto per aver sentito racconti di tali avvenimenti o essere stato esposto a notizie riportate dai media.

C’è chi soffre di una fobia specifica e ne è solitamente del tutto consapevole, eppure non sempre cerca aiuto per tentare di superarla. È, infatti, più facile che provi a mettere in atto delle strategie di comportamento che aiutano a conviverci se la fobia è molto specifica. Ad esempio: chi ha la fobia dei ragni eviterà di inoltrarsi troppo nell’ambiente naturale e tenderà a tenere le finestre sempre chiuse, chi teme di volare eviterà di prendere aerei, chi teme i cani girerà al largo quando li vede. Strategie spesso sufficienti, quando però il problema si fa molto penalizzante è inevitabile ricorrere a una delle diverse cure disponibili. E come in qualsiasi cura, conta molto l’applicazione, la determinazione, l’impegno che siamo pronti a metterci per provare ad uscirne fuori. Sono patologie, dunque ramo di una scienza medica impegnata a scoprire una causa all’origine  e alla natura della malattia. Il confronto degli studi ha portato a compiere passi in avanti, ma molti dei misteri provocati dalla mente umana continuano ad essere oggetto di discussioni e dibattiti da parte degli studiosi.

«Salviamo Totò!»

Appello di Renzo Arbore al Comune di Napoli

In un’intervista il popolare anchorman riprende un’idea a lui cara. Acquistare casa del Principe, artista che ha dato lustro alla città. E poi, un pensiero al grande Roberto Murolo, cantante, autore, chitarrista. «Il sindaco Luigi de Magistris aveva detto che se ne sarebbe interessato..»

Totò e Roberto Murolo, due icone dello spettacolo ricorrono spesso insieme in questi giorni. Prima sulle pagine del Mattino, a seguire sul web, i due artisti napoletani vengono segnalati da Renzo Arbore, in una bella intervista di Maria Chiara Ausilio, al Comune di Napoli. Perché “faccia qualcosa”. Totò è “cosa” di tutti gli italiani, se non altro perché ha fatto ridere intere generazioni, tanto da metterle di buonumore anche oggi, con rassegne, titoli sempre attuali e battute mai volgari (avete provato a vedere “Natale su Marte”, quante parolacce dice Christian De Sica durante tutto il film…).

Non solo bisogna salvare la casa di Totò, indica Il Mattino. E senza dimenticare la realizzazione di un museo di cui si parla invano da più di vent’anni (ma anche quella dove visse Roberto Murolo, nel cuore del Vomero). La proposta è di Renzo Arbore, il “bravo presentatore” impegnato in un nuovo programma sulla sua channel tv. Dalle pagine del quotidiano napoletano rilancia con forza l’idea di trasformare i due piccoli appartamenti, quello del Principe e del cantante, in luoghi da aprire al pubblico e alle visite come fossero monumenti.

 

OMAGGIO ALLA MEMORIA

Un omaggio alla memoria, dunque. «Un omaggio doveroso alla memoria – spiega Arbore – e di grande interesse; l’altra sera in tv ho visto un servizio che mi ha appassionato sulle case di Lucio Dalla: un tuffo nella vita del cantante, un modo per ricordarlo attraverso i luoghi, gli oggetti, il suo mondo, insomma; l’ho trovato straordinario. E allora perché non farlo anche con Totò e Murolo? Il sindaco De Magistris, non ricordo in quale occasione, mi promise di occuparsene ma poi non se n’è fatto più niente».

Secondo Arbore il Comune dovrebbe acquisire le due case, tra l’altro, umilissime. Al netto del profondo valore storico, artistico e affettivo, dal punto di vista economico dovrebbero essere piuttosto accessibili. Poi bisognerebbe procedere a una ristrutturazione per trasformarle in scrigni preziosi da mettere a disposizione di cittadini, turisti e visitatori. L’abitazione dove visse Totò, alla Sanità, è in totale abbandono. Un vero peccato.

 

VACCINO, MI FIDO

«Quella di Roberto Murolo invece l’abbiamo presa in affitto noi della Fondazione a lui dedicata: non facciamo alcuna attività, abbiamo affisso due targhe ricordo all’esterno del fabbricato, tutto qui e ogni tanto una donna va a tenerla un po’ in ordine. È piuttosto malandata ma almeno la salvaguardiamo dal peggio; Murolo è stato un grande cantautore, chitarrista, attore, tra i maggiori protagonisti, insieme con Sergio Bruni e Renato Carosone, della scena musicale napoletana del secondo dopoguerra: insuperabile».

Infine, una domanda sul vaccino, tema che sta a cuore a tutti. «Sono pronto – conclude Arbore – non aspetto altro: sono un grande sostenitore del vaccino e invito tutti ad avere fiducia. Mi fido soprattutto della Food and Drug Administration, l’ente governativo americano che si occupa della regolamentazione dei prodotti farmaceutici. Se anche loro hanno dato l’ok, non c’è da avere paura. Ora voglio tornare a vivere, l’isolamento è durato anche troppo; il mio Capodanno: una grande festa, in collegamento video su “Zoom”: amici, parenti, colleghi…». Ma ora, fra Totò, Murolo e vaccino, torniamo a vivere come un anno fa. Davvero, come dice Arbore, non se ne può più.

«La vita è meravigliosa»

La più bella storia di Natale

Sembra la scena di un film di Frank Capra. Fiorenzo, novantaquattro anni, solo, i figli lontani telefona ai carabinieri. «Qualcuno potrebbe venire a farmi compagnia per un brindisi sotto l’albero?». Scatta la solidarietà, una pattuglia si reca a casa dell’anziano, i rappresentanti le forze dell’ordine alzano i calici e si scambiano gli auguri. «È stato un privilegio essere chiamati da questo signore, e potere condividere con lui qualche momento della nostra attività». Foto-ricordo ed episodio da incorniciare.

E’ la storia più bella del Natale. Fiorenzo, novantaquattro anni, la notte del 25 dicembre ha scaldato i cuori dei Carabinieri di una Centrale operativa. Cosa sia successo è presto detto, tanto che sembra un frammento di una sceneggiatura di uno di quegli straordinari film a lieto fine scritti e diretti da Frank Capra. Avete presente “La vita è meravigliosa”? Sì, il bianco e nero con James Stewart che proprio la notte di Natale si rivolge al Cielo urlando di non volere essere mai nato. E, alla fine, pentito invoca il suo angelo custode a ricondurlo indietro qualsiasi sia il suo destino. Qui non siamo su un set hollywoodiano, ma in una cittadina emiliana. Uno di quei comuni alla “Camillo e don Peppone”, dove trionfa la bonomia, il «vogliamoci bene».

Dunque, Fiorenzo. L’uomo anziano che ha chiamato l’Arma perché solo il giorno di Natale. «Ho i figli lontani, spiega al carabiniere che risponde al centralino della caserma. “Ho i figli lontani – in sintesi la chiamata – per caso qualche suo collega è libero e può farmi visita anche solo dieci minuti? Il tempo di un brindisi…».

Il novantaquattrenne emiliano, non vuole mettere in agitazione il rappresentante dell’ordine. Anzi, usa un tono sereno. Di questi tempi non è difficile trovare uomini anziani che si sentono soli, abbandonati e, in un attimo, mettono in discussione la propria esistenza. «Non mi manca niente – dice Fiorenzo – solo una persona fisica con cui scambiare il brindisi». Sentita la telefonata, gli uomini dell’Arma, che al momento non avevano interventi urgenti, non hanno perso tempo e si sono subito recati a casa del signor Fiorenzo.

«CI SCAMBIAMO GLI AUGURI?»

Alto Reno, nel Bolognese, Emilia Romagna si diceva. Dunque, il brindisi di Natale. E non finisce qui, perché alla Benemerita le cose non le fanno mai a metà. I carabinieri, infatti, sono tornati anche il 26 dicembre a trovare Fiorenzo per regalargli la foto-ricordo scattata insieme il 25 dicembre.

A quel punto scatta la macchina dell’informazione. Le telecamere di Sky TG24, si fiondano a casa dell’anziano e raccolgono la sua prima dichiarazione: «Sono stato addirittura commosso, è stata una cosa meravigliosa», ha detto al notiziario televisivo il giorno successivo. Ecco che i carabinieri sono tornati dal signor Fiorenzo e gli hanno portato la foto incorniciata del brindisi di Natale. Bella anche la dichiarazione dell’ufficiale dell’Arma. «È stato un privilegio essere chiamati da Fiorenzo – ha detto il comandante dei militari – abbiamo potuto condividere qualche momento con lui, un brindisi a base di aranciata e, come promesso, oggi (cioè sabato 26 dicembre) abbiamo recapitato la foto-ricordo di questo bel momento natalizio, un esempio di come ci voglia poco per essere felici ed essere sereni, perché c’è sempre qualcuno che può prendersi cura del prossimo».

Vola, “Vale”!

Da Modena a Kongsfjord, un villaggio con ventotto abitanti

Trentanove anni, dall’Emilia a un villaggio norvegese. Da travel blogger, con racconti di viaggio condivisi, a fare accoglienza con esperienza da guida ambientale. “Una telefonata, il tempo di pensarci e via…”. Perché no, si è detta. “Ci ho pensato poco, così mi sono trovata con il mio team in viaggio per una nuova esperienza”. Il coraggio di una scelta e come “ribaltare” il Covid trasformandolo da sciagura a occasione di lavoro.

Valentina, dal precario a un lavoro stabile, dall’Italia alla Norvegia. Storia di una decisione maturata, più che all’ombra, alla luce dei disastri compiuti dal Covid. Ma c’è chi, come lei, travel blogger (qualcuno che ha un diario su racconti, foto, video e viaggi), da una sciagura, come quella provocata dalla pandemia, riesce ad uscirne fuori ancora più forte.

Valentina, guida ambientale, perde il posto di lavoro. Per sua stessa ammissione, come racconta in una intervista a Huffpost, uno dei siti più seguiti al mondo, trasforma il disagio in occasione. Reagisce di fronte agli ostacoli, il carattere determinato fa la differenza. «Il Covid ha stravolto la mia vita – racconta Valentina, dall’altro capo dell’Europa – ma ho voluto trasformare il disagio in opportunità». Trentasette anni, modenese, travel blogger e guida ambientale, “Vale” vola in Norvegia, nelle terre dell’Aurora Boreale, all’altezza di Capo Nord, oltre il Circolo Polare Artico, in un villaggio abitato da appena ventotto anime.

La sua doppia attività è messa in crisi dalla pandemia. Così, la ragazza, si reinventa, convinta ad accettare questa nuova scommessa. Il mondo sta cambiando. Chi meglio di lei può dirlo. Così, accetta questo nuovo lavoro: le toccherà fare accoglienza turistica nella storica guesthouse di Kongsfjord. Parliamo del cuore di un fiordo dai panorami lunari dove, nei prossimi mesi, la notte durerà ventiquattro ore, buio pesto per intenderci. «Ma la decisione è stata semplice – confida ad Adalgisa Marrocco – se avessi rifiutato l’incarico avrei passato il resto della mia vita a chiedermi “Ma cosa sarebbe successo se, invece, non avessi accettato?”». Come darle torto. Ma, attenzione, ci vuole sempre quel valore aggiunto che molti non hanno: il coraggio.

COME SI CAMBIA…

Spiega come è cambiata la sua vita dopo il Covid, tanto dal punto di vista lavorativo che da quello personale. «Ho trasformato il disagio in un’opportunità; improvvisamente non potevo più viaggiare da un continente all’altro; non potevo più dedicarmi ai miei viaggi di ricerca ed esplorazione». Un disastro. «Improvvisamente ho perso il lavoro come guida ambientale, accompagnavo gruppi di italiani all’estero. Un duro colpo, da cui mi sono rialzata in fretta».

Molto bello questo aspetto della storia di Valentina. «Non mi sono mai fatta prendere dallo sconforto e sono andata avanti col mio lavoro come travel blogger, scegliendo di scoprire l’Italia e dare voce alle piccole realtà di turismo sostenibile. Non mi sono lasciata sopraffare dalla situazione causata dalla pandemia, ho scelto di impiegare il mio tempo per migliorare le mie competenze professionali e per lavorare sulla crescita personale; mi sono concentrata sul benessere psico-fisico, dedicandomi alla mia formazione e alle mie passioni».

Ma ecco quella che lei, “Vale”, chiama “opportunità”. «Una mattina di settembre – racconta la trentanovenne modenese – vengo contattata da Skua Nature che mi rivolge la proposta di lavoro più bizzarra che abbia mai ricevuto: avevano notato i miei viaggi, progetti, e considerato la mia esperienza decennale nella ricettività turistica. Dunque, “Ti piacerebbe gestire la Kongsfjord Guesthouse?”, mi domandano. Kongsfjord è un piccolo albergo diffuso di casette colorate che si affacciano su un fiordo, all’estremo nord della Norvegia, sul Mar Glaciale Artico. È un luogo remoto, non è per tutti: conta solo ventotto abitanti; per capirci, il primo centro abitato è a quaranta chilometri e il primo ospedale a trecento».

Lì stanno lavorando a un progetto di turismo naturalistico, di cui la guesthouse sarà la base di partenza. «La mia risposta alla proposta è stata: “Ci penso un attimo”: due giorni ho accettato, disdetto il mio contratto d’affitto e, a un mese di distanza, ero su un furgone per raggiungere la Norvegia, in viaggio col team del progetto, passando per Lettonia, Estonia e Finlandia».

DECISIONE, DIFFICILE, ANZI NO

Una decisione apparentemente difficile. Valentina non è d’accordo. «La decisione, invece, è stata semplice: se avessi rifiutato avrei passato il resto della mia vita a chiedermi cosa sarebbe successo se avessi accettato. Ho alle spalle moltissimi lunghi viaggi in solitaria, anche in luoghi remoti e difficili, dal deserto del Sahara all’Amazzonia, dalle foreste del Borneo alle montagne del Nepal; durante i miei viaggi sono sempre stata accolta e quando ero a casa accoglievo viaggiatori nel mio agriturismo: gestire una guesthouse (una sorta di bed & breakfast, una pensione…) è un lavoro che conosco e che mi piace. Il fatto di aver perso il lavoro come guida e la consapevolezza che avrei potuto continuare il lavoro da travel blogger anche in Norvegia, mi hanno tolto ogni dubbio. Qui a Kongsfjord non sono sola, ci sono altre persone che lavorano in guesthouse, vivo con una collega che si occuperà del progetto di turismo naturalistico e nel paese il calore umano non manca: le persone sono poche, ma tutte solidali e socievoli».

Da Modena a Kongsfjord, che non è dietro l’angolo di casa. «In Italia ho sempre vissuto in zone rurali – spiega Valentina – non ho mai vissuto la socialità nelle città, quindi da questo punto di vista non è stato un cambiamento estremo; nella campagna modenese, come nel paesino di Kongsfjord, le persone vivono l’inverno nelle case, chiacchierando attorno a un tavolo, sorseggiando i liquori della casa, scaldandosi vicino a un focolare. È una socialità vissuta in maniera più intima rispetto ai locali in città, quindi le restrizioni si sentono meno. Forse in estate, quando arriveranno i turisti e il paesino si animerà, ci renderemo conto della situazione: per ora siamo davvero isolati dal mondo».

OGNI COSA HA UN SENSO

Norvegia, direttive anti-Covid molto rigide. «La densità di popolazione al di fuori della città è bassissima, la regione in cui vivo ha una media di 0.8 abitanti per chilometro quadrato. Insomma: non ci sono problemi di distanziamento sociale; la mia vita ultimamente è stata una continua reinvenzione: quattro anni fa ho dovuto chiudere inaspettatamente la mia azienda agrituristica perché i proprietari degli immobili non mi hanno rinnovato il contratto d’affitto; mi sono subito reinventata, trasformando il mio blog da amatoriale a professionale, investendo sulla mia formazione. A quel punto ho iniziato a collaborare con tour operator ed enti del turismo e mi sono creata un nuovo lavoro, anzi due, perché sono diventata anche guida ambientale».

Sembrava si fosse ripresa, purtroppo e inatteso, arriva una tegola pesante come il Covid che provoca dolore a chiunque. Non a Valentina. «Ho perso il lavoro come guida ed eccomi qui in Norvegia; non tutti sono abituati ad accettare cambiamenti così repentini e soprattutto non è facile farlo, a volte prevale lo sconforto. Sono fermamente convinta che ogni cosa che ci accade nella vita abbia un senso, che dobbiamo imparare da ogni evento, piacevole o spiacevole. È come reagiamo di fronte agli ostacoli che fa la differenza, che plasma il nostro carattere e la nostra vita». E brava, “Vale”, che la tua esperienza, soprattutto il tuo coraggio, possano essere presi da esempio.

Natale, sì e no

Residenza, domicilio e abitazione

Il Governo e le risposte ad alcune delle domande più comuni. Fra queste, se si può andare a casa del proprio coniuge, andare a trovare parenti anziani. E se gli spostamenti per turismo sono consentiti. In questa nota la sintesi degli interrogativi più ricorrenti.

Non siamo ancora alla vigilia di Natale e Capodanno, ma gli italiani fanno già i conti con le disposizioni riportate nell’ultimo decreto emesso dal Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Le nuove regole, come noto, sono state approvate la scorsa settimana dal governo. Come i precedenti, anche quest’ultimo decreto prevede regole generali, in vigore già dal 4 dicembre, e regole specifiche per il periodo delle feste natalizie, dal 21 dicembre al 6 gennaio.

Chiunque può trovare sul sito del Governo, la pubblicazione di risposte ad alcune delle domande più frequenti su cosa si potrà fare e cosa no durante quel periodo. Il Dpcm del 3 dicembre 2020 prevede che, nonostante i divieti, dal 21 dicembre al 6 gennaio si possa comunque far rientro alla propria residenza, domicilio o abitazione. Ma osserviamo, meglio, leggiamo in modo più dettagliato, cosa si intende con questi tre termini.

 

RESIDENZA

La residenza è definita giuridicamente come il luogo in cui la persona ha la dimora abituale. La residenza risulta dai registri anagrafici ed è quindi conoscibile in modo preciso e verificabile in ogni momento.

DOMICILIO

Il domicilio è definito giuridicamente come il luogo in cui una persona ha stabilito la sede principale dei suoi affari e interessi. Il domicilio può essere diverso dalla propria residenza.

ABITAZIONE

Il concetto di abitazione non ha una precisa definizione tecnico-giuridica. Ai fini dell’applicazione del dpcm, dunque, l’abitazione va individuata come il luogo dove si abita di fatto, con una certa continuità e stabilità (quindi per periodi continuati, anche se limitati, durante l’anno) o con abituale periodicità e frequenza (per esempio in alcuni giorni della settimana per motivi di lavoro, di studio o per altre esigenze), tuttavia sempre con esclusione delle seconde case utilizzate per le vacanze.

Per fare un ulteriore esempio, le persone che per motivi di lavoro vivono in un luogo diverso da quello del proprio coniuge o partner, ma che si riuniscono ad esso con regolare frequenza e periodicità nella stessa abitazione, potranno spostarsi per ricongiungersi per il periodo dal 21 dicembre 2020 al 6 gennaio 2021 nella stessa abitazione in cui sono soliti ritrovarsi.

Niente 8 dicembre

Il Vaticano annulla la funzione religiosa prevista per l’Immacolata

Non ci sarà l’annuale celebrazione in piazza di Spagna. Papa Francesco celebrerà in privato. C’è un perché ed è facilmente intuibile. Di mezzo il Covid-19 e gli assembramenti che una funzione religiosa così sentita richiamerebbe. I più ortodossi non ci stanno, ma sono stati buon senso e pandemia, in realtà, a decidere.

La Santa Sede ha deciso: nessun 8 dicembre, giorno dell’Immacolata concezione. Per la Messa del Santo Natale tutto è rinviato. Non a data da destinarsi, sarebbe la prima volta nella storia moderna che si metterebbe mano a una delle grandi certezze alla base della cristianità. Il Covid-19, dopo aver seminato dolore, provocato una crisi economica mondiale, nel giro di pochi mesi ha minato la Chiesa cattolica. Curioso adottare la locuzione “causa forza maggiore”, ma il coronavirus costringe il Vaticano a cambiamenti.

Come sempre, scuole di pensiero diverse. Qualcuna pensa sia solo necessità, altri che la Chiesa stia rinunciando al suo ruolo guida a causa della pandemia. La Pasqua scorsa è già passata alla storia nella memoria dei cattolici, con papa Francesco e le sue iniziative spirituali adottate in quel periodo.

Pare che adesso l’aria sia diversa. La base cattolica francese, in particolare, sembrerebbe non più disposta a sostenere, tout-court, le decisioni in arrivo dal Vaticano. Quelle che in Francia, secondo chi è sceso in piazza minerebbero la libertà di culto mentre le funzioni religiose resterebbero sempre “emergenze spirituali”.

ITALIA, CHE TEMPO FA…

Il clima in Italia. E’ acceso, il Vaticano, è evidente, non è a Parigi, ed è normale che da queste parti, Roma, Italia, per farla breve, la base non si agiti per le restrizioni come accade Oltralpe. Così la a Santa Sede ha deciso: niente 8 dicembre, giorno dell’Immacolata concezione. Almeno non l’otto dicembre a cui la tradizione ci aveva abituati. Per la Messa di Natale si vedrà.

C’è, forse, un retroscena sull’Immacolata a Roma. Fedeli, pochi a dire il vero, ipotizzano che sarebbe stato sufficiente chiudere piazza di Spagna. Tutto sommato esiste chi ha la facoltà di restringere il campo per un po’ di tempo. Secondo fonti vaticane non ci sarebbe un vero retroscena sull’otto dicembre. Non è stato il Papa, questo il succo del ragionamento, a decidere, bensì il Covid-19 e gli assembramenti.

Nessun retropensiero, né chissà quale disegno. Papa Francesco non ha fornito alcuna occasione al governo, che nel frattempo deve trattare pure col nostro di episcopato,  a partire dall’orario delle Messe di Natale.

«Il prossimo 8 dicembre il Santo Padre Francesco compirà un atto di devozione privato, affidando alla Madonna la città di Roma, i suoi abitanti e i tanti malati in ogni parte del mondo – fanno sapere dalla Santa Sede attraverso un comunicato inviato all’agenzia Ansa – tanto che la scelta di non recarsi nel pomeriggio in Piazza di Spagna per il tradizionale Atto di venerazione dell’Immacolata è dovuta alla perdurante situazione di emergenza sanitaria e al fine di evitare ogni rischio di contagio provocato da assembramenti». Il Santo Padre sarebbe andato volentieri in piazza di Spagna per l’otto dicembre, ma a queste condizioni, Covid-19 insistente, proprio non può. Questa l’unica verità che trapela, prescindendo dalle opinione dei fedeli.

…SERENO, MA NON TROPPO

Ma alcuni cattolici non vorrebbero che la Chiesa rinunciasse alla sua presenza fisica per via della pandemia. Ma, d’altro canto, sappiamo quanto la scienza sia entrata di diritto tra le materie tenute in forte considerazione dal Vaticano, e sarebbe stato forse strano il contrario, ossia una Chiesa che non tenesse conto della situazione in cui siamo, quasi come se questa fosse una pandemia medioevale. In breve, qualcosa è cambiato e non a tutti va bene. Non sono questi i tempi delle processioni in piazza. E non è nemmeno il caso, come qualcuno avrebbe fatto in passato, di edificare santuari in grado di difendere le persone dal “morbo”.

Detto del giorno dell’Immacolata, nel mirino dei cattolici più ortodossi, a malapena accettata la decisione di soprassedere, causa virus, alla funzione in piazza da parte del pontefice, c’è la Messa del Santo Natale. Questione di giorni e sapremo. Nella speranza che certe decisioni dipendano da “buone nuove”, il che significherebbe che il Covid sta descrivendo la tanto invocata curva verso il basso. E questa sarebbe già una buona notizia dalla quale ripartire.

«Senza lavoro e senza tetto»

Andrea, ventotto anni, vive sotto i portici di piazza San Babila

A Milano conoscono lui e la sua storia sfortunata, diploma al Conservatorio e una laurea in Giurisprudenza. «Lavoravo in una piccola ditta, assunto da una multinazionale, poi il fallimento e la strada. Mangio in mensa, ma non vado in dormitorio. Genitori persi da piccolo, nessun parente, la mia unica preoccupazione, oggi, è mettere qualcosa sotto i denti, poi coprirmi e dormire, nella speranza che risvegliandomi scopra che è stato un brutto sogno»

«Nelle agenzie interinali mi dicono che ho troppe qualifiche per i mestieri che girano». Andrea, ventotto anni, un diploma al Conservatorio e una laurea in Giurisprudenza, non ha un lavoro. Di questi tempi il tema, purtroppo, da solo non farebbe notizia. Infatti, ad occupare le prime pagine dei giornali è un altro aspetto che interessa il giovanotto (che ha tanta voglia di lavorare mostrare il suo talento): è un senzatetto.

Proprio così, dorme sotto i portici di piazza San Babila, a Milano. Andrea non ha lavoro e non ha casa. «Fino a quando ho lavorato – spiega il ventottenne – abitavo in un appartamentino, non navigavo nel lusso, certo, ma ero puntuale nel pagare l’affitto; poi, la svolta verso il basso: perso l’ultimo lavoro, ho perso anche il tetto, le certezze e la dignità».

Potrebbe essere una storia come tante, si diceva. Invece è il racconto di Andrea, uno scatto fotografico, se vogliamo, di un’Italia che quotidianamente miete vittime della disoccupazione giovanile. Andrea non ha genitori, sono morti che lui era ancora piccolo. Purtroppo Andrea non ha altri parenti. Orgoglioso non si è arreso alle difficoltà della vita, ha studiato e cercato con l’impegno la sua strada. «Non ho molti amici, anzi sono proprio pochi: il poco tempo che avevo a disposizione, tra studio e lavoro, non mi ha permesso di coltivare come si deve queste amicizie, né di socializzare», spiega il giovane ventottenne.

POCA VOGLIA DI PARLARE

Non è molto loquace, Andrea. E’ comprensibile, non amerebbe raccontare il suo modo di vivere. «Confesso – spiega a chi gli pone domande che provano a scavare nel suo privato – l’orgoglio mi impedisce di chiedere aiuto finché non sarà strettamente necessario». Mantiene cura di se stesso. Impeccabile, nonostante il suo status. Pulito, barba rasata, capelli in ordine, un cappotto scuro e una borsa ventiquattrore con dentro un maglione pesante, una camicia e una maglietta.

«Laureato, ho iniziato a lavorare – racconta – in una società che produceva cartucce filtranti per altre aziende, il mio ruolo era quello di impiegato amministrativo contabile». Come tutte le storie con un finale, mesto, a sorpresa, la caduta. Un avanzamento di carriera prima di finire per strada. «Assunto da una multinazionale – sintetizza il suo salto di qualità trasformatosi in un repentino, inesorabile declino –  mi sono impegnato, sudato le classiche sette camicie  in quello che tecnicamente viene definito ciclo passivo della contabilità; risultato: dopo quattro anni l’azienda è fallita e dalla sera alla mattina mi sono trovato senza lavoro».

SENZA SOLDI, SENZA CASA

Finiti i risparmi, come racconta lo stesso Andrea, non ha potuto più onorare il contratto di affitto della casa. Ancora qualche impegno saltuario come cameriere, poi la strada e la mensa. «Vivo per strada dal maggio di sei anni fa; da non crederci, l’aspetto più inquietante dell’intera vicenda è che stando per strada riscopri gli istinti più primitivi: il primo pensiero è mangiare, poi coprirsi il meglio possibile e dormire: non in dormitorio, però, lì non mi sentirei sicuro». Nel pomeriggio Andrea si reca in biblioteca, spedisce curriculum, ma le sue capacità lo frenano: «Nelle agenzie interinali mi dicono che ho troppe qualifiche per i mestieri che girano».

Cappotto grigio scuro, borsa ventiquattr’ore, così vestito il ventottenne diplomato al Conservatorio e laureatosi in Giurisprudenza, trascorre le fredde giornate invernali. A vederlo uscire dalla mensa sembra un volontario che ha finito il turno e sta per tornare in ufficio. In ufficio, in realtà, vorrebbe tornarci, ma non ne ha più avuto la possibilità. «Dalla sera alla mattina, senza preavviso, sono stato licenziato; non so come andrà a finire, l’intera vicenda è ancora nelle mani del curatore fallimentare e non so se godrò mai di una liquidazione; unica preoccupazione, oggi: mettere qualcosa sotto i denti, coprirmi e dormire, nella speranza che al risveglio sia stato un brutto sogno». Una brutta storia dentro un’altra storia e un’altra ancora: perso il lavoro, senzatetto e con prospettive appese a un filo sottile, che il Cielo ti assista Andrea.

«Una terra promessa»

Barack Obama, memorie che fanno rumore

L’ex presidente USA, lancia stoccate a Sarkozy e Putin. «Il primo un nano, il secondo un boss di Chicago». Bene la Merkel, no Erdoğan, un opportunista. Politici italiani, non pervenuti.

Uno un duro di Chicago, l’altro un galletto di piccola statura. Giusto per citare un paio di politici messi un po’ alla berlina. Così, un Barack Obama che non t’aspetti, con una punta di malizia e una di ironia, pubblica “Una terra promessa”, libro nel quale scrive dei suoi anni trascorsi alla Casa Bianca e fa pelo e contropelo alla politica internazionale. Fa di più, traccia il profilo istantaneo dei suoi omologhi, ai tempi della sua presidenza negli Stati Uniti, come se fosse un cronista sportivo che a fine gara assegna le pagelle ai giocatori in campo, siano essi calciatori, cestisti o rugbisti. Merito degli editori (in Italia pubblica Garzanti), che evidentemente gli hanno spiegato che di questi tempi per vendere un libro occorra metterci del pepe, altrimenti esiste il serio pericolo che la pubblicazione resti fra gli scaffali. Al massimo, Obama avrà ceduto su quello che poteva essere un ulteriore tassello diplomatico, accettando di rendere la sua pubblicazione per, come dire, scoppiettante.

Ne fanno le spese, più degli altri Putin e Sarkozy, presidenti di Russia e Francia, il primo indicato come un boss della vecchia Chicago, l’altro come un galletto sì, ma di modeste proporzioni. La Merkel ne esce bene, rispettata per la sua risolutezza. Italia, non pervenuta. Secondo qualcuno meglio così, secondo il nostro modesto avviso ignorata del tutto, forse per un appeal politico che, attualmente, il nostro Paese non può vantare. Ma, non potendo entrare nella testa di Obama, prendiamo a prestito i primi stralci di  “Una terra promessa”, e valutiamoli per quello che sono: anticipazioni di memoria di un presidente degli Stati Uniti, primo nero della storia ad accomodarsi nella stanza dei bottoni della Casa Bianca e che, in questo suo libro, non manca di sferrare stilettate, piuttosto che sfottò. E bravo, Obama. In un colpo solo si sfila giacca e diplomazia, e scrive, scrive, scrive.

SARKOZY, «UN “TAPPO”»

Così, l’ex presidente USA nella sua autobiografia si lascia andare a commenti sui leader politici mondiali. Prende di mira, il francese Nicolas Sarkozy per il suo aspetto. Nel 2011, durante il G20 nel fare i complimenti al presidente francese per la nascita della figlia, Giulia, aveva sottolineato la bellezza della madre, Carla Bruni, a discapito dell’aspetto del papà. «In quell’occasione – racconta Barack Obama – ho detto a Nicolas che la figlia era stata fortunata ad aver preso la bellezza dalla madre, piuttosto che l’avvenenza del padre…». Ma nel libro appena pubblicato, Obama sembra andare giù più duro, piccone e badile insieme, tanto da sembrare volutamente più spietato.

Secondo il Corriere della Sera, Obama ha commentato così uno dei passaggi del suo libro sull’ex leader francese: «Tratti scuri, vagamente mediterranei – mezzo ungherese e per un quarto ebreo greco, cesella – e la sua bassa statura (1.66 centimetri, con rialzi nascosti nelle scarpe per sembrare più alto), Sarkozy sembrava uscito da un quadro di Toulouse-Lautrec». Non finisce qui, l’ex presidente americano sottolinea le mani del povero Nicolas messo alla berlina, sempre in movimento e con il petto gonfio come un gallo.

Per farla breve, un nano. Dal suo 1.85, Obama guarda dall’alto in basso l’ex Capo di Stato francese. E non si limita a scherzare sull’aspetto fisico di “Sarkò”. Tocca anche quello mentale, perché aveva sempre accanto a sé il suo interprete perché «parlava un inglese limitato». Stoccatina: «A differenza della cancelliera tedesca Angela Merkel…».

Non lo convinceva nemmeno il suo modo di fare politica. «A differenza di Merkel – seconda stilettata, anche questa mica da ridere – quando si trattava di governare, Sarkozy faceva una gran confusione, guidato spesso dai titoli dei giornali o dalla convenienza politica». Obama non trascura la missione in Libia, alla quale, alla fine, aveva partecipato in modo poco convinto, quasi costretto ad accettare dall’inglese David Cameron e dall’ex presidente francese, che dovevano risolvere i loro problemi politici all’interno delle Nazioni da loro governate.

«PUTIN, UN BOSS…»

Poca roba, rispetto al passaggio in cui Obama parla dell’entusiasmo infantile manifestato dall’allora presidente della Francia alla fine del G20 londinese del 2009, quando prese sotto braccio lui e il segretario del Tesoro Tim Geithner. «Questo accordo è storico, Barack! Merito tuo! No, no, davvero!», dice Sarkozy, che in seguito urla il nome del segretario al Tesoro come se fosse un tifoso allo stadio. «Non ho potuto che mettermi a ridere – ricorda Obama nelle sue memorie – non solo per l’imbarazzo evidente dello stesso Tim, ma anche per l’espressione affranta sul volto di Angela Merkel, che fissava Sarkozy come una madre guarda un bambino troppo vivace».

E così il presidente francese si è preso anche del «bambino troppo vivace», mentre la Merkel in quell’occasione, considerata con ammirazione. Obama non risparmia Vladimir Putin e il turco Recep Tayyip Erdoğan. Il primo accostato a uno di quei politici di Chicago, un duro tipo da strada, «un boss locale, solo con le testate nucleari e il diritto di veto all’Onu». Il secondo, attaccato alla democrazia solo finché utile al suo potere. Nessuna allusione ai politici italiani. Secondo qualcuno meglio così, secondo noi, invece, del tutto ignorati. Evidentemente nella politica internazionali considerati pesi leggeri e per questo “non pervenuti”.

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