«Il mio giro d’Italia»

Mimmo Carriero, tarantino, millecinquecento chilometri per uno scopo nobile

«Vivo a Lomazzo, ma ho sempre la mia città nel cuore: volevo fare qualcosa che testimoniasse il mio affetto per Taranto. Proverò a raccogliere fondi in quattordici tappe che compirò in sella alla mia bici. Dovesse andare bene, regaleremo all’associazione locale “Plasticaqquà” un bel kayak per sorvegliare le nostre coste». La stampa e le agenzie nazionali si sono dedicate all’impresa: dal “Corriere di Como” a “TarantoBuonasera”

 

L’impresa è di quelle titaniche, lo scopo è di quelli nobili. In particolar modo di questi tempi, dove si festeggiano antiche tradizioni e in un solo pomeriggio ammazzano millecinquecento delfini (Isole Faroe, arcipelago danese). Così, perché lo vuole la tradizione, dimenticando la bontà di quei piccoli cetacei che di vite ne hanno salvate tante (e continuano a farlo, alla faccia di chi, come nei giorni scorsi, li ha cacciati senza pietà).

Dunque, uno spiraglio che poco ha a che fare con quella orribile mattanza. Storia nobile, si diceva. Specie se protagonista è un tarantino che si è messo in testa la brillante idea, da noi sottoscritta, come l’intera traversata del nostro Paese in bicicletta. Quattordici tappe per sensibilizzare su un tema che, evidentemente, ci sta a cuore: l’ambiente.

Si chiama Cosimo Carriero. E’ partito da Lomazzo per raggiungere Taranto, sua città natale. Sta pedalando  l’Italia in sella alla sua bicicletta. Coprirà una distanza di millecinquecento chilometri su strada. Quello di Mimmo, residente in provincia di Como da anni, non è solo un viaggio di piacere o un’idea per tenersi in forma. L’impresa di Mimmo ha fine sociale e ambientale. Il viaggio che lui ha intrapreso farà da richiamo per promuovere una raccolta fondi, lanciata su GoFundMe e finanziare l’associazione tarantina “Plasticaqquà”, che da tempo ripulisce dalla plastica le coste tarantine.

 

«RIPULIAMO L’AMBIENTE»

I fondi che raccoglierà Mimmo serviranno per acquistare, possibilmente, e farne dono all’associazione un kayak, una comoda imbarcazione, ideale per sorvegliare le acque interessate ripulire i tratti di costa raggiungibili a piedi dalla terraferma. “Plasticaqquà”, è bene specificarlo di questi tempi: è un’associazione senza fini di lucro, impegnata da ben otto anni nella salvaguardia dell’ecosistema marino del territorio di Taranto.

Naturalmente per sostenere l’impresa del “ciclista ecologico” si può partecipare con una donazione e condividere l’iniziativa affinché la sua impresa e lo scopo della stessa siano conosciuti dal più ampio numero di persone possibile. Il viaggio di Carriero, giorno più, giorno meno, durerà in tutto circa due settimane.

«Sono un appassionato ciclista che pratica questo sport da relativamente poco – ha dichiarato al quotidiano TarantoBuonasera in una lunga e interessante intervista – cinquanta anni e una forma fisica così e così mi sono detto che avrei dovuto fare qualcosa, tant’è ho comprato una bicicletta; ho cominciato con giri brevi, prevalentemente pianeggianti, e ho via via incrementato la distanza, includendo tratti collinari, fino a raggiungere una forma fisica sufficiente a farmi realizzare il mio primo sogno, il giro del Lago di Como in bicicletta, circa centosessanta chilometri. Sono un ambientalista convinto e allo stesso tempo un amante dei viaggi, e la bicicletta mi ha permesso di coniugare questi due aspetti della mia vita scoprendo un nuovo tipo di turismo basato su un mezzo di trasporto a impatto zero. Per questo mi sono “specializzato”, anche se sarebbe più corretto dire innamorato, nel fare il giro dei laghi del nord Italia, ovvero Orta, Maggiore, Lugano, Iseo, Garda, e altri laghi minori, ognuno con delle caratteristiche di percorso uniche».

 

«DATEMI A…VOI STESSI»

La scelta dell’associazione Plasticaqquà? «Ambientalista convinto – ha spiegato al quotidiano tarantino – volevo fare qualcosa di concreto unendo il concetto di mobilità sostenibile e l’ambiente, contando sull’effetto mediatico della mia “piccola impresa” legando l’Adi Green Team Network a un’iniziativa in favore, appunto, dell’ambiente. Fra le varie ricerche ho individuato “Plasticaqquà” di Taranto, associazione ambientalista impegnata in tantissime iniziative che vanno dal bonificare i siti marini dalla plastica e dai rifiuti vari, provvedendo poi a smaltirli in modo corretto come nel caso di plastica e vetro, attraverso la rigenerazione».

L’idea del kayak. «Confrontandomi con l’associazione ho appreso che fra i progetti che avevano in mente c’era questo tipo di imbarcazione: dunque, il kayak e l’opera di sensibilizzazione per un tema come l’ambiente e il mare, il nostro mare: mi sembrano due motivi validissimi per affrontare una piccola impresa come quella che mi vedrà protagonista».

«C’è vita su Marte?»

Pianeta rosso e non solo, oggetto di studio

Tutto fa pensare che la Via Lattea pulluli di vita. Ma non di civiltà alla giusta distanza e nel giusto momento per comunicare con noi. Intanto team di studiosi fanno ipotesi: chi è prudente, chi invece considera “vita” anche un minuscolo batterio

 

Di fantasie, talvolta catastrofiche, altre volte romanzate, ne è piena la letteratura e la cinematografia. Tanto da diventarne un enorme business, se si pensa che a metà degli Anni Cinquanta del secolo scorso è stata coniata la parola “fantascienza”. Che giustifica tutto e niente: una piccola scoperta, oppure l’idea che qualcosa di sconvolgente dal punto di vista della scienza sia stato scoperto. Ma siamo lontani, è bene dirlo, da un pianeta che abbia la stessa vita della Terra, oppure di un altro astro celeste che ospiti esseri pericolosi. Di questo ed altri argomenti se ne sono occupati scienzati e riviste internazionali, come nel caso di Esquire, che in questi giorni ha pubblicato un servizio, che poi è un’ipotesi. Sia chiaro, l’argomento va trattato con le molle, senza evocare documenti nascosti, archivi di stato pieni zeppi di foto di esseri i sostanze venuti da un altro mondo.

Dunque, su Equire, leggiamo che da sempre nella ricerca di vita extraterrestre ci siamo immaginati di trovare un pianeta molto simile alla Terra, con la nostra distanza dal sole, quindi la nostra temperatura, delle nostre dimensioni, con un’atmosfera paragonabile a quella che abbiamo qui.

Detto che è bene essere prudenti, come fa la stessa rivista americana nella sua edizione italiana, sarebbe un bel colpo trovare questo pianeta, ma ultimamente abbiamo scoperto che il nostro – la terra – non è l’unico mondo a poter custodire vita extraterrestre.

 

QUI CAMBRIDGE…

Un gruppo di ricercatori dell’Università di Cambridge, scrive la rivista americana, ha identificato una nuova classe di pianeti potenzialmente abitabili che potrebbero cambiare per sempre la nostra idea di vita e di ricerca spaziale.

Sono stati chiamati “Hycean” e sono anche due volte volte più grandi della Terra, molto più caldi (duecento gradi), con un’atmosfera ricca di idrogeno e soprattutto ricoperti di oceani. Secondo il team di ricercatori il numero molto elevato di Hycean in giro per il cosmo ci potrebbe far incontrare il primo alieno (è bene ricordare che tecnicamente anche un batterio è un extraterrestre) in due, tre anni.

«Questi pianeti, detti Hycean, aprono una strada completamente nuova nella nostra ricerca di vita altrove», ha dichiarato il leader dello studio compiuto dall’Istituto di Astronomia di Cambridge. «Essenzialmente – asserisce lo studioso – quando abbiamo cercato queste varie firme molecolari, ci siamo concentrati su pianeti simili alla Terra, che è un punto di partenza ragionevole. Ma pensiamo che i pianeti Hycean offrano una migliore possibilità di trovare diverse tracce di biofirme».

Per ora il team di studiosi ha scovato un certo numero di pianeti Hycean tra 35 e 150 anni luce di distanza che si spera possano essere obiettivi primari per la prossima generazione di telescopi spaziali, come il James Webb Space Telescope, che dovrebbe essere lanciato quest’anno.

 

…QUI ROMA

Ma, attenzione, per ora di corpi celesti abitati da una vita simile alla Terra, non ne conosciamo. Se, però, ne trovassimo almeno uno di pianeta che ospita con certezza la vita, fuori dal Sistema solare, allora questi potrebbero essere centomila. È l’enigma pirandelliano che da secoli accompagna l’uomo: siamo soli, unici, nell’Universo?

Se gli americani sono possibilisti, due ricercatori italiani, Amedeo Balbi dell’Università di Roma Tor Vergata e Claudio Grimaldi, dell’Ecole Polytechnique di Losanna, sono più prudenti: hanno, infatti, firmato uno studio statistico pubblicato su Pnas che calcola l’impatto di una scoperta, nei prossimi decenni, di biosignatures, le firme di gas prodotti da attività biologica nell’atmosfera di altri mondi. Tutto fa pensare che la Via Lattea pulluli di vita. Ma non di civiltà alla giusta distanza e nel giusto momento per comunicare con noi.

«Il nostro studio è uno strumento statistico – affermano gli studiosi – Per rispondere a questa domanda: se dovessimo scoprire, nei prossimi dieci o venti anni, con i nuovi strumenti, in modo conclusivo che c’è evidenza di vita, quanta ce ne potremmo aspettare in tutta la galassia? La nostra intuizione ci dice che saremmo abbastanza certi che sarebbe dappertutto. Questo a livello intuitivo, diciamo un argomento qualitativo. Il nostro studio invece va su un piano quantitativo, che potrà servire in futuro per valutare le nuove osservazioni».

C’è un borgo che dondola

Cisternino, grande fascino

Il Comune ha installato nel centro storico altalene, molto gettonate dai turisti che scatenano il bambino che è in loro. Senza dimenticare altre perle della Valle d’Itria, come Martina Franca e Locorotondo. Due passi con gli occhi di chi non è del posto, ma visita zone di una bellezza mozzafiato. Fra quotidiani, siti, agenzie e…Camilla.

 

 

Tra le tante tappe pugliesi, annoveriamo sicuramente la Valle d’Itria, a sud dell’altopiano delle Murge: Cisternino, Martina Franca e Locorotondo sono le tre perle che, con i loro trulli incarnano lo spirito tipico di questi luoghi. Cisternino in particolare è un concentrato di storia, arte e gastronomia che lo rende uno dei borghi più belli d’Italia: oltre a questo titolo, ne vanta altri come Città per la pace, Bandiera verde, Bandiera arancione per Touring Club Italiano o Città slow.

Il borgo che dondola ospita in questi mesi estivi ha ospitato un festival ricco di appuntamenti per festeggiare la ritrovata libertà dopo un anno e mezzo di incertezza: diverse le altalene istallate nel centro storico per far ritrovare a turisti e cittadini il bambino che è in loro e allo stesso tempo mirare ad un po’ di sana spensieratezza.

C’è un sito che vi consigliamo, molto dettagliato e fatto con il gusto di chi è attento e ama le cose belle, quelle che danno suggestione. Ed è “E allora parto, i viaggi di Camilla”. Bello sentirsi raccontare da chi non è del luogo, ma che resta affascinato dalle bellezze scolpite nei secoli, dalla natura e dall’uomo.

 

VALLE D’ITRIA, MON AMOUR

Cisternino, per uno che conosce la Valle d’Itria, è molto simile a Locorotondo: al centro si alternano casette bianche e dimore signorili con palazzi barocchi ma anche cinquecenteschi. Il borgo è diviso in rioni, si passa da uno all’altro senza accorgersene, ma si torna sempre alla piazza, dominata dalla Torre dell’orologio. Tra i simboli della città anche una torre difensiva, in realtà di avvistamento, con in cima la statua di San Nicola. Piazzette e vicoli sono pieni di localini dove fermarsi e anche qui non mancano fiori e piante a decorare il centro.

Dunque, dal Belvedere alla Torre dell’Orologio, le viuzze che spargono un invitante profumino di carne cotta alla griglia conducono fino alla Chiesa Madre intitolata a San Nicola. Accomodatevi, entrate per ammirare un vero e proprio gioiello artistico risalente al 1517 come la Madonna con Bambino scolpita in pietra da Stefano Putignano. Chi fosse, poi, interessato ad approfondire la conoscenza di questa bella cittadina nel cuore della Valle d’Itria, esistono i suoi grandi tesori.

 

 

MARTINA E IL BAROCCO

Il  Barocco è la caratteristica distintiva di Martina Franca, che accoglie con i suoi eleganti edifici dai magnifici portoni. Da palazzo Maglia a palazzo Ancona, passando per Palazzo Martucci, Palazzo Stabile, il conservatorio e palazzo Ducale, solo per citarne alcuni. Ecco il centro storico, la maestosa Porta Santo Stefano, detta oggi Arco Sant’Antonio, nell’omonima piazza. D’obbligo la tappa alla chiesa principale di Martina Franca, la Basilica di San Martino: sontuosa ed elegante, è stata considerata dall’Unesco “monumento messaggero di pace”. La famosa piazza Maria Immacolata è poi un gioiellino: con la sua forma semiellittica impreziosita dai portici sembra abbracciare il visitatore in un salotto cittadino, elegante e intimo.

E poi Locorotondo. È un’immagine da cartolina, che si imprime nella mente. Poi ci sono le cummerse, le casine a punta tipiche della città, un tempo granai, che sembrano più nordiche che Pugliesi. Il tratto barocco si ritrova anche qui, in particolare con l’elegante palazzo Morelli. A completare il quadro, ci sono le miriadi di piante e fiori con cui i cittadini decorano portoni, finestre e vicoli. Sono stupendi: i colori accesi accanto al bianco creano un contrasto che fa risaltare ogni cosa, trasformando ogni angolo in uno scorcio da immortalare. C’è anche un concorso che premia il balcone più bello.

Sembrerebbe un dipinto, ma sarebbe riduttivo definirlo così: perché girando per le viuzze di Locorotondo respiri quell’atmosfera familiare tipica dei piccoli borghi, con i bimbi che giocano in strada, le case con le porte aperte, da cui proviene profumo di cucina, e gli immancabili vecchietti seduti in strada a chiacchierare.

Estate fuori dal mondo

Settembre, visitate le isole italiane più belle

Accoglienti forse saprà di esagerato, ma di sicuro ognuna di queste è una esperienza. Partiamo dalle nostre Cheradi, San Pietro, per proseguire con l’Asinara e Pianosa. Poi Eolie ed Egadi, il fascino della Sicilia. Posti incontaminati, dove si vive perfino a lume di candela. In qualche isolotto è bandito l’uso del cellulare (del resto, come potreste ricaricarlo?). Fra rassegne, canzoni e citazioni.

 

Una delle canzoni più celebri degli Anni Ottata, L’estate sta finendo, suggerisce un ultimo viaggio all’interno di un’estate che promette ancora bel tempo. Certo, piogge sparse e “stratocumuli”, come annunciano colonnelli e meteorine, non mancano in quest’ultimo scorcio di stagione, ma un colpo di reni alle nostre vacanze possiamo ancora imprimerlo. Parliamo, dunque, di perle incontaminate, località raggiungibili solo si ha davvero voglia di vivere un’esperienza “fuori dal mondo”: le nostre isole. Fra una breve citazione musicale e cinematografica, rassegne comprese.

L’estate sta finendo, si diceva. Ma la voglia di mare, spiagge e natura incontaminata, come suggerisce “siviaggia.it”, non vuole proprio saperne di congedarsi con l’ultimo sole di agosto. Magari siete, come noi, fra quanti preferiscono visitare località turistiche quando queste iniziano a riprendere fiato dopo essere stati invasi dal turismo di massa, e sono di nuovo pronte ad offrirsi daccapo ai visitatori in tutta la loro straordinaria bellezza. Un viaggio di fine estate da non perdersi, destinazione “le piccole isole italiane”.

Ma cominciamo, se permettete per un fatto di comodità, dalle nostre Isole Cheradi, costituiscono un piccolo arcipelago composto dalle due isole di San Pietro e San Paoloentrambe facenti parte del demanio militare. Sbarco e navigazione sono vietati per l’isola di San Paolo, mentre l’isola di San Pietro è stata aperta al pubblico, che gode di una spiaggia molto estesa, raggiungibile dalla città con mezzi dell’Azienda Municipalizzata Trasporti. L’Isola di San Pietro è ricca di storia e biodiversità. Anticamente posto a difesa della Città durante le guerre, è un posto magnifico sia sopra che sotto il livello del mare. Un tempo quest’isola era sede di fitte foreste di alberi che generavano ambra di finissima qualità. C’era chi soprannominava queste isole “Auree” per via dell’ingente quantità di corallo. Da qui forse il toponimo Coradi e Chèradi.

In epoca greca e romana, risulta che fosse abitata ed estesamente utilizzata. L’Isola di San Pietro è un’oasi per molte specie di uccelli come il barbagianni, la beccaccia di mare, la quaglia, il martin pescatore, il gheppio, tortore, gabbiani e cormorani.

Proseguiamo la nostra ricognizione con l’arcipelago delle Eolie, un altro paradiso. Tra le isole meno note, Alicudi e Filicudi. Questa seconda località viene citata da un minaccioso Vittorio Gassman che rivolge a un pretore, Ugo Tognazzi, quanto di peggio possa capitargli, come finire su un’isola lontana dal mondo. Incontaminata, aggiungiamo noi. Qui, infatti, il tempo si è fermato, le macchine non circolano e ci sono solo le gambe a portarvi a spasso. Oltre agli asini. Un luogo per viaggiatori allenati, le case sono disseminate lungo mulattiere e gradoni in pietra scavati nelle rocce. Le acque limpide e meravigliose, sono da esplorare in barca, per bagni indimenticabili.

Marettimo, è l’isola più selvaggia e lontana delle Egadi al largo della costa occidentale della Sicilia. Calette splendide, grotte e case di pescatori che punteggiano le sue coste bagnate dal mare tropicale. Regna il silenzio in queste insenature appartate. Cenare al tramonto, qui, sul patio di piccoli monolocali a strapiombo sul mare, vale il viaggio. Il pesce fresco, poi, è garantito ogni mattina, consegnato direttamente dai pescatori del luogo.

Il bianco accecante delle case dei pescatori si specchia nel mare dalla palette dei turchesi e dei blu. Barche e gommoni costellano la Baia di Levanzo, perla delle Isole Egadi. Le spiagge, qui, possono essere raggiunte tutte a piedi. Tra le più belle, quella dei Cala Minnola, con una verde pianeta e faraglioni che svettano al cielo. Anche il palato sarà ripagato, in questo paradiso. I due piatti tipici da provare? La frittata di minnole e gli spaghetti con le sarde

Linosa ha un aspetto lunare. Le spiagge nere di La Pozzolana, i fondali popolati da tartarughe giganti, minuscoli villaggi di pescatori, muretti a secco e fichi d’India, e persino un’escursione al cratere spento del Monte Vulcano. Arrivarci non sarà così comodo, ma ciò che offre l’isola è impagabile.

Poi c’è Capraia, il Santuario dei Cetacei, regno di delfini e balene. Situata a largo delle coste toscane, l’isola è la meta perfetta per gli amanti delle immersioni. Il simbolo del luogo è il borgo medievale dove un tempo sorgeva un penitenziario. Torri e un castello a strapiombo sul mare costellano le scogliere rosse. Sembra il set di un film, a proposito di esempi presi qua e là, di pirati e bucanieri. Le spiagge più belle sono la Baia del Ceppo e Cala Mortola, unica spiaggia dell’isola raggiungibile in barca.

Un’isola solitamente disabitata, ma non d’estate, quando sulle sue coste sbarcano turisti in cerca di pace e relax, è Palmarola, nell’arcipelago pontino al largo di Roma. L’atmosfera è più selvaggia che mai: non ci sono negozi, supermercati o locali, ma solo un unico ristorante e case dei pescatori incastonate nella roccia, affittate per il soggiorno.  La natura incontaminata, qui, la fa da padrona: grandi faraglioni, spiagge rosa, rocce di granito bianco e acque tropicali. Un luogo per avventurieri: non c’è corrente elettrica, quindi si sta a lume di candela, e i cellulari non “prendono” (tanto non si potrebbero ricaricare).

La sua forma ricorda quella di una farfalla. Pianosa, unica isola carceraria disabitata dal 1998, è un paradiso per pochi. Un nome che potrebbe avere ispirato un posto sperduto come Pianetta, paese nel quale si svolgono le attività de “Il medico e lo stregone”, con Mastroianni e De Sica. A Pianosa solo qualche centinaia di visitatori possono sbarcare quaggiù e visitarla con tour guidati. Meta ideale per amanti dello snorkeling e delle immersioni subacquee (consentite solo in determinate aree). Le spiagge sono ricoperte di fossili e polvere di conchiglie.

Un’isola che si estende soltanto su due chilometri quadrati di larghezza, a metà strada tra Napoli e Roma. Uno scrigno di storia e bellezze artistiche da ammirare, anche camminando. Questa è Ventotene. Non solo ha ispirato brani musicali, ma è località nel quale si svolge una importante rassegna cinematografica. Mosaici in ville romane, un castello borbonico, campi di lenticchie a picco sul mare, un porticciolo scavato nel tufo e localini ricavati nelle grotte. Ventotene, con le sue casette gialle, rosa e viola, un tempo erano celle per donne carcerate. Ora qui è un paradiso di acque cristalline e faraglioni imponenti.

Giannutri è un piccolo paradiso dell’Arcipelago Toscano a 11 km dall’Argentario e a 15 km dall’Isola del Giglio. Qui regnano il silenzio e la natura selvaggia, tanto che il cantautore Fabio Concato le ha dedicato il titolo di un album. Insenature e ripide scogliere bagnate da un mare che vira dal turchese al blu, spiaggette e pinete verdeggianti, sono la meta per il turista che non ama la vita da mare caotica e il brulicare di gente. Pace e relax sono garantiti. E, a tutti, la chiusura di un’estate all’insegna della natura e di una bellezza incontaminata.

Madonna, friselle e orecchiette

La grande popstar in Valle d’Itria per festeggiare il suo compleanno

E’ la terza volta che l’artista di “Like a virgin” torna in Puglia. Amore a prima vista, sbocciato come per la tavola. Insieme con figli e fidanzato. A suonare il tamburello, cantare con i tarantini Terraross e intonare “Bella ciao”. E, intanto, Instagram promuove il Tacco d’Italia in tutto il mondo

 

E tre. Per la terza volta Madonna, lei la popstar per eccellenza, torna in Puglia. Per festeggiare il suo compleanno, non in una lussuosa villa di Los Angeles o in uno dei ritrovi più esclusivi di Miami. Madonna sceglie la nostra regione, la più bella al mondo, secondo i sondaggi svolti dal Washington Post negli ultimi anni.

Come per le altre due occasioni che hanno fatto notizia, noché il giro del mondo, la cantante e autrice di “Like a virgin” e altre decine di successi, ha scelto la Valle d’Itria. E’ qui che si vive a dimensione umana, lontano da traffico e stress. Ci si rilassa in compagnia del verde, di una tavola sempre invitante e ricca di soluzioni. E’ qui che si pasteggia con le cose per noi più semplici, ma a che evidentemente per gli ospiti hanno un valore esagerato, come orecchiette e friselle. Sì alla dieta, ma ogni tanto ci si può abbandonare alla tentazione del palato. Dunque, Madonna: orecchiette, friselle e tamburello, per accompagnare i Terraross, gruppo di musica popolare della provincia di Taranto (sette musicisti e una danzatrice).

 

ANNUNCIO SOCIAL

Madonna, dunque, è tornata in Puglia, a Borgo Egnazia, a Savelletri di Fasano. Sessantatré candeline, spente con allegria, lo spirito di sempre, con una grande voglia di divertirsi circondata dagli affetti più cari, dai figli e dal fidanzato. La presenza di madonna in Puglia è stata annunciata come ormai accade da tempo, da uno dei social più diffusi: Instagram. E’ stato il modello Joshua Lee Cummings a immortalare Madonna in una delle sue “stories”, con la didascalia “Birthday mood”: panoramica della piazza allestita di tutto punto, con luminarie e lunghi tavoli per accogliere protagonisti e ospiti. E, fra gli altri scatti: Madonna in piedi davanti a un tavolo decorato con mazzi di peperoncini rossi.

È stata un’altra grande festa. La prima volta nel luglio 2016: una foto su Instagram perché i fan  capissero che la loro beniamina che era arrivata in Puglia in vacanza. Un amore a prima vista, quello fra  l’interprete di successi come “Like a virgin”, “Vogue” e “La isla bonita” e questo angolo di cielo. Madonna era stata in giro, aveva passeggiato fra il Salento e la Valle d’Itria, fra i trulli, per cenare ad Alberobello, visitare l’abbazia di Cerrate. La sua vacanza si era conclusa con un caloroso “Arrivederci!”. E così è stato, alla prima occasione, Madonna è tornata.

 

RITORNO E “ARRIVEDERCI!”

Un anno dopo, in compagnia dei figli e degli amici, in occasione del suo compleanno. Festeggiamenti straordinari. La cantante era arrivata in sella a un cavallo bianco, per poi farsi fotografare in posa su un letto di pomodori rossi per poi ballare la tradizionale pizzica. Stavolta, scongiurate le restrizioni in materia di covid, ecco per la terza volta la star. E anche stavolta per spegnere le candeline e godersi la nostra Puglia.

Dopo aver festeggiato il suo compleanno, Madonna ha continuato a godere delle bellezze e delle atmosfere dalla Puglia. Fra le performance postate sui social, si scorge Madonna in un locale di Ostuni nel quale l’artista si diverte impugnando il tamburello e cantando e ballando insieme con i Terraross “Bella ciao”.

Dunque, tutti a tavola: orecchiette, friselle, vino rosso e altri sapori di questo angolo di Puglia. Per proseguire nei festeggiamenti pugliesi per il suo compleanno.  Proprio il compleanno è stata l’occasione perché Madonna tornasse in Puglia. Una terra che ama, un affetto che condivide puntualmente su Instagram. Anche grazie ai suoi “like” il Tacco d’Italia fa il giro del mondo.

«Finalmente a casa!»

Vasco Rossi, anche quest’anno a Castellaneta Marina

Dopo la sua Emilia, il suo secondo domicilio è la nostra costa. Atterrato a Grottaglie con un volo privato, il rocker si è diretto nel suo “buen retiro” tarantino. «Stare qui è un vero spasso», dice. «Qui, dove le fragole sanno di fragole e i pomodori di pomodori». Un tutore al collo, lussazione a unaspalla, a causa di una caduta dalla bici.  «Mi spiace, per qualche giorno niente foto e autografi. Altro che  “Vita spericolata…”»

 

Vigilia di Ferragosto. Puntuale, Vasco torna sulle rive dello Ionio. Stavolta si accompagna un “amico” del quale il cantautore di “Vita spericolata” avrebbe fatto volentieri a meno: un tutore al braccio destro. Un rimedio necessario per un artista che scrive, suona, rilascia autografi. Ma è solo questione di giorni, poi potrà sfilarsi dal braccio lussato quella scomoda imbragatura.
Dunque, bentornato Vasco. La Puglia, come sempre, lo ha atteso a braccia aperte. Come ogni anno, uno degli artisti italiani più amati, ha scelto la bellezza, i sapori, la serenità di questo angolo d’Italia. Con tutto il rispetto per quanti fanno questo lavoro di mestiere, Castellaneta, sede del “buen retiro” di Vasco, non è proprio Salento. E’ provincia di Taranto, Costa ionica. Qualsiasi cosa accada fra Taranto, Brindisi e Lecce, dalla macchina mediatica viene licenziata come “salentina”; quando, invece, si tratta di Lecce e della sua bella provincia (diamo a Cesare…), tutto “…accade nel Leccese”. Dunque, Grottaglie, aeroporto, Castellaneta Marina, uno degli angoli più belli d’Italia, sono in provincia di Taranto.

 

CASTELLANETA MARINA, TARANTO
Fatto del provincialismo come non ci capita spesso di fare, passiamo alla rockstar. Quel Vasco che almeno tre generazioni amano. Appena sbarcato nella Città delle ceramiche, Vasco ha cominciato subito a sorridere a uno scatto, scherzare, a prendere in prestito da uno dei nostri autori più acclamati, Michele Salvemini, molfettese, più noto come Caparezza: «Sono venuto a ballare in Puglia… col tutore». Così il Vasco più Vasco d’Italia, ha annunciato il suo ritorno per le consuete ferie sulla Costa tarantina. Lo ha fatto attraverso un post Instagram corredato dalle foto, si diceva, che lo ritraggono all’aeroporto di Grottaglie mentre scende le scale del volo privato con quella vistosa fasciatura al braccio.
Il cantautore modenese, autore di “Vita spericolata”, “Albachiara”, “Siamo solo noi”, “Sally”, “Senza parole” e tutto il resto appresso, si sta riprendendo da un infortunio provocato da una caduta da una bicicletta nei primi giorni di agosto. E’ stata quella rovinosa manovra, con scivolone e cadutona, ad avergli procurato la lussazione alla spalla destra.
Come accade da anni a questa parte, il più popolare rocker italiano trascorrerà un periodo di vacanze a Castellaneta Marina, tra pinete, macchia mediterranea e spiagge, nel posto «dove le fragole sanno di fragole i pomodori di pomodori», come scritto dallo stesso artista sui social.
Anche questa volta i suoi fan, già scatenati sui social alla notizia del suo arrivo, possono sperare di incontrarlo in riva allo Ionio come spesso accaduto gli scorsi anni, occasioni nelle quali Rossi non si è mai sottratto all’abbraccio, spesso troppo passionale (ma ci sta…) della folla di bagnanti.

 


NIENTE DI ROTTO, TRANNE LE SCATOLE

Vasco, si diceva, è caduto dalla sua bici. Sui social ne ha dato notizia lui stesso. «Mi spiace – ha scritto – ma per qualche giorno niente foto e autografi», ha fatto sapere mostrando una foto con il braccio bloccato da un tutore. «Niente di rotto, nessuna lesione: mi sono lussato una spalla cadendo dalla bicicletta», spiega,. Poi si prende in giro con l’hashtag «Voglio una vita spericolata».
Nulla di grave, ma, si può dire, Vasco, dai: «E’ una rottura, fa un male boia!». Oh, finalmente, adesso ti riconosciamo. Va bene la dichiarazione politicamente corretta, ma tu ci hai insegnato che lo smadonnamento può essere terapeutico. Così va bene. Anzi, va bene, va bene così.

«Dopo-Xylella, ci siamo!»

Buone notizie, mandorlo, ciliegio, citrus, prunus…

Via libera definitivo all’impianto in zona infetta di alberi. Per non condannare le province di Lecce, Brindisi e Taranto a una monocoltura. In Salento, agricoltori senza reddito da sette anni. Milioni gli ulivi secchi. Frantoi svenduti a pezzi in Grecia, Marocco e Tunisia. Persi 5mila posti di lavoro. L’incoraggiamento dall’Assessorato regionale all’Agricoltura e da Coldiretti Puglia.

 

Finalmente una buona notizia per la Puglia. C’è il  via libera definitivo all’impianto in zona infetta di mandorlo e ciliegio. E non solo, ma anche di tutti i citrus e prunus per iniziare a programmare la diversificazione colturale in Salento, dopo il disastro causato dalla Xylella che ha colpito ventuno milioni di ulivi.

La notizia, confortante, specie in un periodo di crisi come quello provocato dalla pandemia, arriva direttamente dalla  “Coldiretti Puglia”, facendo riferimento alla determina firmata da Donato Pentassuglia, assessore all’Agricoltura della Regione Puglia che autorizza l’impianto di piante “specificate”, si diceva, in zona infetta, vietato fino allo scorso 3 agosto nel 40% del territorio regionale pugliese.

«E’ possibile l’impianto delle piante specificate che si sono dimostrate resistenti o immuni all’organismo nocivo nelle zone infette in cui si opera l’eradicazione, e ciò riguarda agrumi, il pesco, l’albicocco, il susino, il mandorlo», dichiara il presidente di Coldiretti Puglia, Savino Muraglia.

Lo scenario che si presenta ai nostri occhi ha qualcosa di lunare: migliaia di ulivi secchi ancora da eliminare, si stagliano rigogliosi i mandorli, ma anche gli albicocchi, esempi di “resilienza” alla Xylella fastidiosa in area infetta, testimoni che la diversificazione colturale è possibile e opportuna, per non condannare le province di Lecce, Brindisi e Taranto a una monocoltura, con il rischio che un organismo alieno azzeri il patrimonio produttivo del territorio, come già avvenuto con la Xylella che ha compromesso il 40% del patrimonio olivicolo della regione Puglia.

 

BATTERIO, MANDORLI E CILIEGI…

Le indagini diagnostiche sulle piante delle varietà di ciliegio dolce e mandorlo selezionate per esempio, a seguito dell’esposizione sia all’inoculo artificiale sia ad adulti di sputacchina con elevata incidenza di infezioni di Xylella fastidiosa, hanno dimostrato, spiega Coldiretti Puglia facendo tesoro dello studio scientifico dell’IPSP del CNR di Bari, che la presenza del batterio risulta in media inferiore all’11% su mandorli e ciliegi. Questo dato confrontato con quanto ottenuto nelle tesi con piante di olivo, con la media di piante infette del 74,43%, indica una percentuale significativamente più bassa di infezione di mandorlo e ciliegio.

«Vitale aprire all’impianto anche di altre specie arboree – è l’opinione del presidente Muraglia – per poter utilizzare al meglio i 25 milioni di euro messi a disposizione verso altre colture dal Piano anti Xylella dei 300 milioni di euro e dare una iniezione di risorse alla ricerca con i 20 milioni di euro da destinare agli studi scientifici e alla sperimentazione per ricostruire al meglio il patrimonio produttivo e paesaggistico della Puglia».

Il mandorlo è da tempo considerato resistente e tollerante, sostiene Coldiretti, in una misura almeno uguale, se non superiore, alle varietà di olivo resistenti, per le quali è autorizzato l’impianto, secondo gli studi del CNR di Bari, mentre gli agrumi, il pesco, l’albicocco ed il susino sono risultate immuni alla Xylella fastidiosa sottospecie pauca da prove scientifiche del CNR di Bari, già ampiamente validate nel 2016 e quindi anche prima dei due anni richiesti dal regolamento.

 

REIMPIANTI INDISPENSABILI

E’ indispensabile liberalizzare i reimpianti  con l’adeguata diversificazione colturale per una ricostruzione efficace dal punto di vista economico e paesaggistico, perché la ricerca ha dimostrato che altre varietà hanno caratteri di resistenza non dissimili da quelle delle varietà di olivo resistenti.

«E’ indispensabile liberalizzare i reimpianti – prosegue Muraglia – con un intervento risolutivo del Ministero dei Beni Culturali, in collaborazione con la Regione Puglia, per le necessarie deroghe ai vincoli paesaggistici per l’espianto di ulivi ed il reimpianto di culture arboree diverse dai soli ulivi resistenti».

Nel Salento gli agricoltori sono senza reddito da sette anni, si contano milioni di ulivi secchi, i frantoi sono stati svenduti a pezzi in Grecia, Marocco e Tunisia, sono andati persi 5mila posti di lavoro nella filiera dell’olio extravergine di oliva, con un trend che rischia di diventare irreversibile se non si interviene con strumenti adeguati per affrontare dopo anni di tempo perduto inutilmente il ‘disastro colposo’ nel Salento. «Tutto ciò – conclude Coldiretti Puglia – è utile a permettere il ripristino e la nuova creazione di riforestazione al servizio degli operatori e dell’indotto turistico sull’area infetta da Xylella che in Puglia ha colpito ottomila chilometri quadrati di territorio; in questo modo sarà possibile mettere in atto una gestione forestale sostenibile e certificata di area vasta i cui attori, se opportunamente incentivati, potranno essere i consorzi forestali capaci di organizzare e coordinare le proprietà private, pubbliche nonché demaniali».

Sposi, in masseria…

Fra un sito e l’altro, come coronare il sogno d’amore

Puglia affascinante e ospitale. In mezzo, fra mare e campagne, spiagge e vigneti, panorami mozzafiato, quelle location riqualificate così da farci un film. Fra “Santa Teresa” e “Don Cataldo”, “Torre Coccaro” e “Montalbano”. Non c’è che da scegliere. Lo suggeriscon guide ed esperti, da “Thinking Traveller” a “Rino Cordella”. Seguiteci

Se la Puglia, secondo autorevoli opinioni confermate dalla stampa internazionale, è considerata da almeno gli ultimi tre anni “la più bella regione del mondo” (lo dicono gli americani…), sicuramente le masserie saranno fra le location più ambite e suggestive nelle quali celebrare (alcune hanno anche chiesette antiche…) oppure organizzare rinfresco e festeggiamenti per onorare gli sposi e i genitori degli sposi. Ormai vengono da ogni parte d’Italia, e non lo fanno solo i nostri attori, registi e calciatori più celebrati. Piombano qui, nella nostra Pensisola, da ogni angolo del mondo, tanto che diventa lecito sognare di poter contribuire, come pugliesi, alla ripresa economica e alla crescita del Pil nazionale come non accadeva dal boom economico degli Anni Sessanta.
Dunque, per chi ama intimità e privacy, luoghi super esclusivi e sta pensando ad una location davvero unica dove celebrare “il grande giorno”, le masserie pugliesi sono una delle soluzioni ad hoc per voi. Un autorevole brand internazionale, The Thinking Traveller, si è addirittura scomodato per farsi i fatti di casa nostra. Forte di una invidiabile esperienza, con una squadra di collaboratori che fanno solo questo di mestiere, ha presentato una collezione di case private disponibili per vacanze da mille e una notte o per ricevimenti e feste in una cornice da sogno.

 

SPOSI, OGGI S’AVVERA UN SOGNO
Dunque, la coppia di sposi può scegliere una delle ville o masserie private in esclusiva per tutta la durata dell’evento. L’idea è quella di sentirsi a casa propria e di condividere con i gli amici e i familiari più stretti più cari un momento felice. Ogni villa presenta grandi spazi destinati anche agli ospiti. Ed è proprio per questo motivo che il giorno da incorniciare diventa un’esperienza indimenticabile, tanto che il sogno può durare più giorni e in un contesto da favola.
Tra i luoghi italiani dove si può realizzare questo sogno, insomma, c’è la Puglia. Ce lo ricorda un altro autorevole sito (Archivio Rino Cordella), che la nostra regione è terra di atmosfere romantiche, paesaggi suggestivi e unici, di poesie vissute e raccontate. Da diversi anni la Puglia è meta prediletta, si diceva, da sposi provenienti da ogni parte del mondo. Cercano su internet, si rivolgono ad agenzie, infine scovano il loro posto dei sogni, la dolce culla delle loro emozioni. Natura incontaminata, mare limpido e cristallino, un’antica tradizione culinaria, la lunga storia visibile nelle architetture, nelle arti e nelle consuetudini di un popolo straordinario. La Puglia è l’affascinante teatro in cui vivere il giorno più importante della vita di coppia.
Dunque, posti belli e suggestivi in cui celebrare e festeggiare il matrimonio. Mete predilette, si diceva, le masserie, tipiche costruzioni rurali del Sud Italia e, in particolare, della Puglia. Le masserie, un tesoro riscoperto negli anni Novanta, quando hanno cominciato a essere interessate da un processo di ristrutturazione e di valorizzazione. Oggi le masserie pugliesi sono incantevoli luoghi in cui trascorrere una vacanza rilassante, una fuga d’amore, un’esperienza caratteristica, un’avventura unica, che vive nella storia e nelle radici di questa terra così accogliente e coinvolgente.

 

FACCIAMO UN GIRO INSIEME
La Masseria Santa Teresa, è una delle location più affascinanti per celebrare o festeggiare un matrimonio, luogo accogliente e affascinante, immerso nei colori e tra i profumi della Macchia mediterranea. A due passi da Monopoli, una cittadina caratteristica nel cuore della Puglia.
Risalente al Cinquecento, la Masseria Torre Coccaro, con sede a Savelletri (Brindisi), è una delle location più romantiche per festeggiare il giorno delle nozze. Un’antica cappella, le caratteristiche corti interne, i secolari ulivi, una bellissima piscina e una spiaggia dalla sabbia finissima.
La magia del tempo, la favola delle atmosfere romantiche, il passato ancora oggi ben vivo e la cura degli uomini, rende un’altra masseria, la Masseria Montalbano (Ostuni, Brindisi) luogo ideale per festeggiare il matrimonio in Puglia. Masseria-villaggio risalente al XVI secolo e sottoposta a un attento restauro conservativo. Il Borgo di Montalbano Vecchio, a Ostuni, è circondato da mura fortificate e da ben 20 ettari di meravigliosi uliveti centenari.
Se poi, il vostro desiderio è quello di festeggiare il giorno del matrimonio in una location raffinata ed elegante, immersa nel tipico e suggestivo paesaggio delle campagne pugliesi, Masseria Luco, sita a Martina Franca, è il posto che potrà realizzare il vostro sogno. Edificata tra il XVIII e il XIX secolo, è un’antica masseria immersa in un bellissimo e vasto bosco ed è caratterizzata da un originale stile architettonico, tipico delle antiche costruzioni campestri della Puglia. A rendere esclusivo il matrimonio, l’affascinante cappella consacrata e i suoi affreschi risalenti tra la fine del XVIII secolo e l’inizio del XIX secolo.

 

DON CATALDO E LE ALTRE…
Ma a proposito di Valle d’Itria e, in particolare, Martina Franca, non possiamo non suggerire questo angolo di paradiso,  le sue curve sinuose, i suoi panorami suggestivi, il suo verde gioiosamente soffocante e la Masseria Don Cataldo, gioiello incastonato al centro della regione più bella, con bellezza e ospitalità vissute in un posto irripetibile. Non solo matrimoni, ma anche luogo nel quale passare fine settimana, una intera settimana, ma perché no, un mese intero. Per non parlare di una “agricoltura biologica” coniugata a una ricettività “cinquestelle”.
Non una semplice vacanza, come suggeriscono dal sito, anche questo affascinante, ma “un’ esperienza emozionale” immersi nella natura dove riposare e rigenerarsi tra cibo sano, lifestyle e design pugliese. Masseria Don Cataldo, uno spirito rurale dove il tempo sembra essersi fermato, per regalare momenti unici.
E potremmo proseguire con le altre masserie, altrettanto belle, invitanti, suggestive. Come La familiarità degli ambienti della Masseria Torre Ruggeri (Carpignano), una delle più affascinanti location per un indimenticabile matrimonio in Puglia.
Oppure la Masseria San Lorenzo, pochi passi da Lecce. Offre agli sposi un posto incantato in cui vivere la loro favola d’amore. Viali immersi nel verde, la magica atmosfera del giardino, la storia della tradizione e della cultura salentina, proseguendo con la Masseria San Nicola, situata a Fasano, in provincia di Brindisi. Fatta costruire dal Principe di Carbonelli nel 1600, oggi è un’affascinante location di matrimoni con il suo giardino tipico delle ville e dei palazzi pugliesi dell’Ottocento. E potremmo proseguire ancora, perché le masserie, come le ville, delle quali ci occuperemo in altra occasione, qui in Puglia, sono innumerevoli. E tutte belle. Ve ne abbiamo segnalato solo un campionario. Per maggiori informazioni, consultate i siti di cui ormai dispongono quelle location che vi abbiamo segnalato, oppure agenzie o internet. C’è una risposta a qualsiasi domanda vogliate porre. E sempre alle migliori condizioni e sempre nella regione più bella del mondo.

Cari inglesi, bisogna saper perdere…

The Economist ci prova: Italia, vittoria senza un giocatore di colore

L’organo di informazione britannico fa male i conti a proposito della finale degli Europei di calcio. Non si rassegna alla sconfitta e incassa sfottò anche in patria. Senza contare che è come se avesse scritto che gli atleti neri sono scarsi. E, invece, provate a vedere le Olimpiadi e a lustrarvi gli occhi sulla fisicità dei coloured. Tornate nei ristoranti italiani e noi dimentichiamo il gol inesistente che generò la vittoria dei Leoni nei Mondiali del ’66.

 

«Italia, campione d’Europa sì, ma senza un solo calciatore di colore in rosa, cioè fra titolari e riserve». E’ delirio, non si sfugge. L’ultima scossa arriva dall’Inghilterra, Paese che in questi giorni aveva già compiuto passi indietro in quello che era uno status ampiamente riconosciuto ad Elisabetta ed ai suoi eredi: il fair-play. Potremmo rispolverare una vecchia canzone cantata cinquantaquattro anni fa da Dalla e dai Rokes al Festival di Sanremo: «Bisogna saper perdere». E nella stessa strofa proseguiva con un: «non sempre si può vincere…». Potremmo sorvolare su queste dichiarazioni, articoli simili si commentano da soli. E a poco serve chiamare a raccolta con titoli provocatori quegli inglesi che, sotto sotto, provano sentimenti razzisti. Nonostante abbiamo visto esultare, piangere, sostenitori e calciatori neri, dopo aver perso ai calci di rigore contro l’Italia il titolo di regina d’Europa (dovranno ancora consolarsi con Elisabetta).

Potremmo sorvolare, dicevamo. E, invece, proviamo a fare una breve analisi su quanto riportato da “The Economist”, che non trova di meglio che appellarsi ad una Italia «senza un solo calciatore di colore in squadra». Specificano, «di colore», non scrivono «nero», anche se è quella l’allusione: perché non tutte le altre squadre hanno neri, ma coloured e allora, ecco attaccare l’Italia priva di almeno un “coloured”.

Scrivono una cosa simile, senza riflettere: in quelle parole, infatti, manifestano la più becera forma di razzismo, nemmeno tanto sottile: come se un calciatore nero fosse un “atleta minore” (quando sappiamo che è perfettamente il contrario, provate a guardare in questi giorni le Olimpiadi e poi ne riparliamo…) e che, dunque, tutte le squadre dovrebbero averne almeno uno in rosa. Un delirio, insomma: forse alludevano al fatto che sarebbe stato più giusto che anche l’Italia schierasse almeno un nero. Possibilmente uno di quelli che sbagliano i rigori. Ma vai capirli ‘st’inglesi.

 

E I FISCHI ALL’INNO?

“The Economist” non fa cenno ai fischi durante l’inno nazionale dell’Italia, né ai cori razzisti durante la gara. Nemmeno dei social che un’ora dopo la fine della gara Inghilterra-Italia massacravano i tre giocatori, neri, giovani ed emozionati nell’indossare la casacca bianca dell’Inghilterra e nell’essere stati scelti per misurarsi con gli azzurri nella lotteria ai calci di rigore. Che dire, dunque, dei bianchi inglesi che si sono rifiutati di andare a calciare dal dischetto perché se la facevano sotto dalla paura? Ma sì, avranno pensato: meglio mandare allo sbaraglio quei ragazzi; se va bene, va bene per tutti, ma se dovesse andare male, sarà stata solo per colpa loro. E così è stato. Solo colpa di Sancho, Saka e Rushford, su cui al fischio finale si è abbattuta la furia dei tifosi orfani delle briciole di fair-play con minacce e insulti razzisti. Incredibile, ma vero. Per essere un organo di informazione di economia, il giornale inglese ha fatto male i conti. Per giunta, molti sono stati gli inglesi progressisti, che gli hanno riso dietro: gli Europei li abbiamo persi, punto. «Poi, “europei”, ma se siamo usciti dall’Europa?», avrà detto più di qualcuno.

Insomma, in Inghilterra, qualcuno o molti, non hanno ancora accettato di aver perso meritatamente la finale di Euro 2020 contro l’Italia di Roberto Mancini, anche se ora sono arrivati al delirio totale. Dopo i vari tentativi di far rigiocare la finale per non si sa quale motivo con petizioni sui social, l’affondo di “The Economist”: la nostra nazionale non sarebbe in realtà campione. L’assurda motivazione, come spiegato, il fatto di non aver alcun giocatore di colore nella rosa dei 26 scelti dal commissario tecnico Mancini.

 

NON SOLO “ECONOMIST”…

Ottima la rassegna di Informazione.it che mette in fila gli interventi di diversi quotidiani italiani. «Secondo The Economist l’aspetto più sorprendente della squadra italiana è che è l’unica tra le concorrenti che non include un solo giocatore di colore”. (ilGiornale.it)

«Keane, come molti altri sui social, ritiene che la nazionale inglese abbia pagato la giovane età dei calciatori scelti per tirare dal dischetto. In questo caso c’è chi è andato oltre il terreno delle opinioni, provando a mettere insieme dei dati e delle statistiche che diano ragione a Roy Keane, oppure che sconfessino la sua affermazione». (La Repubblica)

«Una vera e propria bomba, che lascia perplessi e pure ha portato molti tifosi azzurri a ironizzare sul rancore, la frustrazione e la ben poca sportività degli inglesi, che davvero non hanno preso bene la sconfitta maturata solo pochi giorni fa a Wembley». (Il Sussidiario.net)

«Gli Azzurri di Roberto Mancini, dopo la bella vittoria a Euro2020, partono per le vacanze: un meritato riposo visto il mese intenso tra Coverciano, Olimpico e Wembley. Subito dopo, ad attenderli, la luna di miele». (Gazzetta del Sud)

 

E LE MINACCE, LE OFFESE?

Secondo il quotidiano «l’aspetto più sorprendente della squadra italiana è che è l’unica tra le concorrenti che non include un solo giocatore di colore». Per questa assurda ragione, dunque, la vittoria dell’Italia non sarebbe considerata valida. “The Economist” continua affermando: «Circa cinque milioni di persone che parlano italiano come lingua dominante continuano a essere considerate straniere. La grande notte del calcio europeo non è stata un grande momento per il multiculturalismo». Sarà stata edificante la coda della stessa “grande notte”, con insulti razzisti e minacce ai tre calciatori inglesi, sì di colore, che avevano sbagliato dal dischetto. Ora, cari inglesi, recuperate il fair-play scomparso e riprendete ad andare nei ristoranti italiani, che ingiustamente avete punito boicottandoli di punto in bianco, solo perché erano della stessa nazionalità della squadra che aveva battuto l’Inghilterra. Voi fate questa buona azione e noi dimentichiamo che nel ’66 l’Inghilterra, quella dei Leoni, vinse una Coppa del Mondo, unico titolo in bacheca, con l’assegnazione di un gol inesistente ai danni della Germania. Mangiare italiano fa bene, di sicuro non resta sullo stomaco come, pare, sia accaduto con la sconfitta in finale ancora non del tutto digerita.

Gelato, star dell’estate

Puglia, il cono artigianale sfida l’industriale

E’ l’alternativa al pasto nelle giornate più calde. Lo preferiscono la metà dei pugliesi, che nel frattempo si inventano nuovi gusti legati ai prodotti del territorio. Fra gli ultimi: il gelato al latte d’asina, al latte di capra, fino a quello all’olio extravergine di oliva. I consumatori vanno dal tradizionale all’esterofilo, al naturalista, al dietetico o a chilometro zero, per poi fiondarsi su “frutta e verdura” locali ma anche “formaggi a denominazione di origine protetta” o “grandi vini”.

 

In estate, la metà dei pugliesi preferisce il gelato artigianale rispetto a quello industriale. E’ di questo avviso la Coldiretti Puglia, che in questi giorni ha diffuso una nota con dichiarazioni del sempre attivo presidente Savino Muraglia. Non sarà una novità, dirà qualcuno, la calda stagione – specie quella che si è presentata in queste settimane – invita non solo i pugliesi, ma anche i turisti, a combattere i picchi di un termometro che spesso sfiora i 40 gradi all’ombra, con qualcosa di veramente fresco. E, allora, ecco che quel cono gelato, considerato un momento di sollievo, diventa una sana abitudine. E più ci si avvicina al gelato artigianale, più ci si ingolosisce. Certo, quelli industriali sono un altro aspetto produttivo della nostra regione, ma il gelato artigianale pugliese sta diventando la star dell’estate.

E se questa estate comincia con un’ondata di caldo eccezionale, con le lunghe giornate al mare sulle spiagge assolate o le passeggiate nei borghi, in Puglia non può che crescere il consumo di gelato, concentrato nei quattro mesi più caldi, da giugno a settembre, quando la metà dei pugliesi, si diceva, fa la sua scelta: gelato artigianale. E’ l’ultima stima di Coldiretti che sottolinea intanto che in Puglia lavorano circa 3.000 gelaterie artigianali, con 5.500 addetti, e che questo è un settore in forte espansione anche grazie ai gelati studiati e posti sul mercato artigianale dagli agricoltori. Fra le ultime “invenzioni”: il gelato al latte d’asina, al latte di capra, fino a quello all’olio extravergine di oliva.

 

CONO, CHE SUCCESSO!

Un successo dovuto anche alla destagionalizzazione dei consumi, è il punto di vista di Coldiretti, dovuta ai cambiamenti climatici in atto e al consumo come rompi-digiuno nelle pause di lavoro, oltre al relax al mare in spiaggia o come alternativa al pasto nelle giornate più calde.

Gelato artigianale, dunque, stella del firmamento dell’alimentazione estiva. Nei gusti storici anche se pare stia crescendo la tendenza nelle diverse gelaterie pugliesi ad offrire “specialità della casa”. Queste, infatti, incontrano le attese dei diversi target di consumatori: tradizionale, esterofilo, naturalista, dietetico o a chilometri zero come i gelati con frutta e verdura locali ma anche con formaggi a denominazione di origine protetta o grandi vini.

Viene segnalato negli ultimi anni il boom delle agrigelaterie che garantiscono la provenienza della materia prima dalla stalla alla coppetta con gusti che vanno dal latte di asina a quello di capra fino alla bufala e all’olio extravergine di oliva. Nelle agrigelaterie è particolarmente curata la selezione degli ingredienti, dal latte alla frutta, rigorosamente freschi con gusti a “chilometro zero” perché ottenuti da prodotti locali che non devono essere trasportati con mezzi che sprecano energia ed inquinano l’ambiente.

 

 

A GUSTO DEL…TERRITORIO

Una risposta alla ricerca di genuinità nel consumo di gelato dimostrata dal fatto che tra le ultime tendenze si è assistito ad una crescente attenzione ai gusti di stagione e locali ottenuti da prodotti caratteristici del territorio. Una spinta che ha favorito la creatività nella scelta di ingredienti che valorizzano i primati di varietà e qualità della produzione agroalimentare nazionale, dal gusto di basilico fino al prosecco ma, attenzione, ci sono anche le gelaterie tradizionali che si riforniscono di produttori agricoli, creando gusti rigorosamente a chilometro zero.

I consumi di gelato hanno superato i sei chili a testa all’anno in Italia secondo stime della Coldiretti e ad essere preferito è di gran lunga il gelato artigianale nei gusti storici anche se cresce la tendenza nelle diverse gelaterie ad offrire “specialità della casa” che incontrano le attese dei diverse target di consumatori, tradizionale, esterofilo, naturalista, dietetico o vegano.

La produzione del gelato nel mondo ha oltre cinquecento anni di storia. Le prime notizie risalgono alla metà del Sedicesimo secolo nella corte medicea di Firenze con l’introduzione stabile di sorbetti e cremolati nell’ambito di feste e banchetti. Pare, però, che fu il successo dell’export in Francia a fare da moltiplicatore globale con il debutto ufficiale in terra americana, con l’apertura della prima gelateria a New York nel 1770 grazie all’imprenditore genovese Giovanni Bosio. Da allora, la corsa del gelato non si è più fermata. E’ diventata inarrestabile, specie con il cambiamento climatico che invita alla scelta di sistemi per combattere improvvisi aumenti di temperatura. E, dunque, un gelato, anche due, diventa più di un sollievo: una necessità.

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