«Ciao, ciao Fiat!»

Dopo più di venti anni, una manager si licenzia per inseguire un sogno

«Stanca di fare tagli al personale, ho rassegnato le dimissioni per dedicarmi alla produzione di saponi». Partenza incerta in estate, poi i primi risultati lusinghieri. «Da bambina ero affascinata dal lavoro artigianale che svolgeva un’amica di mia madre, poi un corso in Confesercenti, infine la realizzazione del mio piccolo grande progetto»

 

Stanca di licenziare, sgombera la sua scrivania di manager alla Fiat, dopo venticinque anni e si dedica al commercio. In particolare la produzione di saponi, dai mille profumi, una sua antica vocazione, fin da bambina. Corona il suo sogno da piccola e si toglie un grosso peso dallo stomaco. C’è un motivo che ha spinto Raffaella, manager impegnata nel settore Risorse umane, uno dei più strategici – specie in questi ultimi anni – all’interno di uno dei colossi automobilistici. Forse ha colto l’occasione per salutare, possibilmente anche per non mandare a se stessa una lettera di licenziamento o di mediazione per interrompere il suo rapporto di lavoro con la Fabbrica Italiana Automobili Torino (acronimo di Fiat, per quei tre che non lo sapessero).

Inutile nasconderlo, da tempo le vicende legate alla Fiat, alla produzione di auto che, in qualche modo fanno capo alla famiglia Agnelli, popolano le pagine dei giornali. Evidentemente non quelli che rientrano nei gioielli di famiglia, perché anche nella stampa la famiglia italiana più nobile nel campo automobilistico, ha fatto numerosi investimenti.

 

 

«LA FIAT TAGLIA…»

Si parla di delocalizzazione, trasferimento, anche già avvenuto, di fabbriche, ovunque capiti: in Europa, ma anche più lontano. Trasferimento significa, detto in breve, «…stiamo riqualificando l’azienda, previsti licenziamenti o trasferimenti». Qualche settimana fa uno dei rampolli della famiglia Agnelli si era fatto sfuggire una frase infelice, pare smentita, che somigliava a qualcosa come «…per chiunque fosse interessato a conservare il suo posto di lavoro, c’è l’occasione di essere collocati in una fabbrica in Polonia». A quali condizioni, non è dato sapere, di sicuro ad uno stipendio più basso.

Ma non tutti attendono il benservito, o se più elegante, il «prendere o lasciare». Raffaella, si diceva, non ha atteso che il rumore delle forbici con cui gli Agnelli “tagliano” si facessero sentire. Ha giocato d’anticipo. Così è stata più veloce di tutti, cogliendo in contropiede, in un colpo solo, colleghi e vertici aziendali. C’è una bella intervista pubblicata in questi giorni dal Corriere di Torino, inserto o “panino” (in gergo) del Corriere della sera. In questo servizio, l’ex manager Fiat rilascia una serie di dichiarazioni. Intanto raccontandosi.

 

 

«RISCRIVO LA MIA VITA»

«Sto riscrivendo la mia vita, dopo venticinque anni in Fiat e Stellantis – ha dichiarato pressappoco al giornalista a Nicolò Fagone – facendo carriera nell’ambito delle risorse umane; in questo percorso lavorativo ero diventata manager del personale: controllavo circa cinquecento dipendenti; detto che ho trascorso parte della mia vita lì dentro, devo tanto a chi mi ha assicurato un lavoro e uno stipendio, non mi sentivo più, come si dice, “la persona giusta al posto giusto”».

«Obiettivo principale di una delle società della galassia Agnelli-Elkann, Stellantis Italia – prosegue l’ex manager – oggi è quello di ridurre il personale, e non volevo passare il resto della vita a licenziare i dipendenti, così dopo una serie di riflessioni ho pensato di anticipare l’uscita dalla Fiat: me ne sono andata via io; ho preso il mio contratto, a tempo indeterminato, e rassegnato le dimissioni, senza avere ancora in mente di cosa fare una volta messo il piede fuori dalla Fabbrica». Raffaella, torinese, ha quarantanove anni. Ha lasciato il “posto fisso” per produrre saponi artigianali, grazie a un laboratorio ricavato nel cortile interno.

 

 

«SAPONI, CHE PASSIONE…»

«Riparto da una passione coltivata fin da piccola – dice la nuova imprenditrice – anche se non avrei mai immaginato che il mio sogno da bambina diventasse il mio lavoro; appreso qualche segreto da un’amica di mia madre, mi sono attivata: ero letteralmente affascinata dalle produzioni di questa signora; come ho iniziato è presto detto: da una bancarella ai mercatini, per testare un po’ prodotti e gradimento del pubblico: i primi sondaggi sono stati incoraggianti, così ho proseguito di intraprendere questa strada».

Raffaella, scrive il Corriere di Torino, ha frequentato dei corsi sull’imprenditoria, gestiti da Confesercenti, e poi ha aperto la Partita Iva ottenendo le certificazioni necessarie per esercitare questa sua nuova attività.

L’avvio, morbido, nel periodo estivo. Il decollo vero e proprio, in queste settimane. «Oltre al commercio al dettaglio ho stretto accordi con delle piccole strutture ricettive per la vendita all’ingrosso; tra queste anche con un noto albergo-ristorante nel cuore di Torino, la mia città alla quale ho voluto fare un omaggio: una serie di Toret, la nostra iconica fontana. Ci sono voluti mesi per creare la giusta forma al silicone».

Infine, Raffaella, entusiasta, libera da quei pesi di coscienza determinati dalle raccomandate da inviare e con cui si annunciano stop temporanei di rapporti di lavoro o, peggio, di licenziamenti, entra nel merito della sua nuova attività. «Per fare un lotto di saponi – spiega – ovvero 5 chili, ci vuole all’incirca mezza giornata, ma quando fai il lavoro che ti piace, la fatica non si sente. Un ringraziamento particolare lo devo a mio marito, mio principale sponsor: voleva solo vedermi felice. E così è stato».

«Gli esami non finiscono mai»

Mogol, il più grande di tutti, 88 anni, ritira una Laurea ad honorem

«Riprendo Battisti in uno spettacolo che debutta il prossimo 3 novembre a Milano», racconta Giulio Rapetti. «Ho scritto per Lucio, ma anche per Celentano e Cocciante; scoprii Gaber e lanciai Tenco». Una, dieci, cento storie, lo stesso numero di canzoni: Emozioni, La canzone del sole, Acqua azzurra acqua chiara, Il mio canto libero…

 

«Oggi è il giorno più bello della mia vita». In mano la preziosa pergamena, sulla testa che ha pensato mille canzoni, il tocco accademico, il copricapo che i laureati indossano unitamente alla toga. Lunedì scorso l’Università Iulm di Milano a Mogol, al secolo Giulio Rapetti, ha conferito il master ad honorem in Editoria e Produzione Musicale.

Come a dire, che gli esami non finiscono mai. Lo scriveva e recitava in una delle sue più celebri commedie un altro grande autore, Eduardo, a dimostrazione che far lavorare la mente non porta a grandi risultati culturali, titoli di studio che mai prima d’ora, ma anche ad essere longevi. Studiare, pensare, tenersi in esercizio, come recitava una compagnia telefonica tanti anni fa, “allunga la vita”.

Mogol, ottantotto anni, più che suonati, scritti. Alla musica ci pensava un altro genio, Lucio Battisti, che insieme con Rapetti ha costituito la coppia di autori di maggior successo, “finché Grazia Letizia – moglie dell’artista di Poggio Bustone – non ci separi”, verrebbe da dire.

 

 

«HO STUDIATO TANTO…»

La laurea, tiene a sottolinearlo, raccontandosi ad Andrea Spinelli in un bel “botta e risposta” rilasciato al quotidiano Il Giorno. «Ho studiato tanto, una delle mie scoperte: Giorgio Gaber, aveva stoffa, quando gli proposi un contratto pensò a uno scherzo…».

Battisti, un giorno, raccontò del suo incontro con Mogol a Milano, alla Ricordi, dietro l’insistenza di Pietruccio Montalbetti dei Dik Dik. «Mi chiese di fargli ascoltare alcune cose condite da un inglese maccheronico: “Fanno schifo, mi disse schietto”; in realtà un po’ anche a me, gli confessai; la cosa non ci scoraggiò e andammo avanti». La storia dette ragione ai due artisti di “Emozioni”, “Acqua azzurra acqua chiara”, “La canzone del sole”, “Il mio canto libero” e decine di grandi successi cantati e ricantati in tutto il mondo.

«Ma attenzione – confessa sempre Rapetti – nessuno nasce con la penna in mano; la prima canzone scritta, “Mamma guitar”, faceva davvero pena: veniamo al mondo con un talento da individuare, ma poi bisogna crescerlo con la passione, il lavoro, l’autocritica».

 

 

NON SOLO BATTISTI, PERO’…

Dici Mogol e pensi, inevitabilmente, a Battisti. Ma di canzoni, ne ha scritte a bizzeffe: per Celentano, Zero, Cocciante e tanti altri. Indietro nel tempo, prima di Battisti che era lì lì per esplodere. «“Se stasera sono qui” la scrissi con Tenco, primi anni Sessanta, ma Luigi – che aveva una voce molto interessante e un’attitudine alla Nat King Cole – non era del tutto convinto: un giorno, mentre andavamo in trattoria, ci fermammo nel mio studio in Corso Buenos Aires, gliela feci registrare. Quel brano, era il ’67, Wilma Goich lo presentò al Disco per l’Estate; qualche mese dopo recuperammo il provino originale, lo completammo con gli arrangiamenti orchestrali di Gian Piero Reverberi, lo pubblicammo trasformandolo in uno dei grandi successi di Tenco».

Mogol potrebbe raccontare ancora tanto, un’infinità di cose. Ma, si dice, una cosa per volta. Lui, Doc Mogol, non ha fretta. Cominciamo dall’impegno più immediato. Il 3 novembre al Lirico presenterà “Emozioni, la mia vita in canzone”, spettacolo in cui con Gianmarco Carroccia (provate a trovare su internet una delle sue tante interpretazioni, chiudete gli occhi e ascoltate e poi diteci…) tra i successi scritti con Lucio Battisti. Sul palco anche l’Emozioni Orchestra, un ensemble composto da venti elementi diretti dal maestro Marco Cataldi, che ha curato gli arrangiamenti.

«Prevenzione innanzitutto»

Sabrina Salerno, showgirl, operata di tumore consiglia

«Dopo l’intervento, mi sento pronta ad affrontare il mio percorso», ha scritto sui social. Coraggio e determinazione di una donna di successo. «Non vedo l’ora di tornare alla normalità, poi di riprendere i contatti con il mio lavoro, fare un tour e incontrare tutta quella gente che in questi mesi mi ha incoraggiato», dice la cantante di “Siamo donne” e “Boys”

 

«Ho paura, ma sono pronta ad affrontare il mio percorso con determinazione». Sabrina Salerno, cinquantasei anni, una delle show-girl più amate della canzone italiana, rilascia una breve serie di dichiarazioni alla stampa, raccolta anche, sempre con la grande puntualità, dall’agenzia giornalistica Ansa. Sabrina compie questa sorta di outing all’indomani di una delicata operazione, perfettamente riuscita, subita a causa di un tumore ad un seno (nodulo maligno).

Lei, stella della dance, esuberante, bella, per un lungo periodo considerata anche “la più desiderata di tutte”, per via di seni vispi e generosi. Senza tanto nascondersi, Sabrina, non solo bella, intelligente, molto sensibile, come vedremo, è stata colpita proprio a quello che era, e continua ad esserlo, il suo simbolo.

Altri giornali, riprendono frasi e intervistano, brevemente, la cantante dalla mente della quale passano sentimenti sempre diversi. Fra gli approfondimenti, quelli della rivista “Io donna” (Corriere della sera), a cura di Concetta Desando, e del portale MeteoWeb a firma di Francesca Zavettieri.

 

 

«TUTTO IN COSI’ POCO TEMPO»

«In questo momento sto cercando di elaborare tutto quello che mi è successo in questi mesi», Sabrina Salerno aveva consegnato poche parole Sabrina ai social a dieci giorni dall’intervento al seno per la rimozione di un nodulo maligno. «Sono una donna – aveva aggiunto in uno sfogo, coraggioso, ripreso dall’Ansa – allenata a parare i colpi, non sempre gentili, che la vita mi ha riservato, ma una cosa è certa: gli avvenimenti negativi nascondono sempre un significato speciale e importante».

Prevenzione, innanzitutto. E’ il messaggio che fa pervenire a quanti visitano i suoi social, nutrono simpati nei suoi confronti, una ragazza, oggi una donna così solare. «Non immaginate – spiega – quanto sia importante questa parola; faccio la mammografia ogni anno, da quando ho compiuto trentacinque anni e, oggi, con determinazione e allo stesso tempo paura, sono pronta ad affrontare un percorso, il mio, che spero sia veloce e senza troppi intoppi. Un abbraccio a tutti per il sostegno e l’affetto che mi dimostrate giornalmente; ovviamente, non vedo l’ora di tornare in palestra e sul palco: la prevenzione e la diagnosi precoce può salvarci la vita».

Dai primi agli ultimi messaggi, traspare la voglia da parte della showgirl di “Siamo donne” e “Boys”, di riprendersi quella legittima quotidianità e tornare, finalmente, alla normalità. Benedetta normalità. Dopo aver annunciato sui social di essersi sottoposta, si diceva, a un delicato intervento, ha condiviso il percorso intrapreso dopo la diagnosi. C’è paura, non la nasconde, questo è il principale atto di coraggio. Ma ha anche voglia di riprendere la sua vita.

 

 

OPERATA CON SUCCESSO!

Operazione compiuta con successo. A pochi giorni di distanza, Sabrina torna sui social. Condivide con i suoi follower il suo stato di salute. «Ora sto cercando di elaborare tutto quello che mi è successo in questi mesi: paro i colpi, non sempre gentili, che la vita mi ha riservato, ma una cosa è certa: gli avvenimenti negativi nascondono sempre un significato speciale e importante».

Sabrina lo scorso 18 settembre è stata sottoposta a un intervento chirurgico a Treviso. Da quel giorno, il suo percorso di cure, con uno spazio significativo rivolto alla fragilità della vita e all’importanza di non dare mai nulla per scontato. Infine, parole di coraggio e un abbraccio «fortissimo tutti, uomini e donne, che stanno vivendo un percorso simile o più faticoso del mio; la vita è meravigliosa e vi giuro che mai avrei pensato di scrivere una frase simile a dispetto di tutto: come si cambia. Una ex malinconica cronica».

«Ius Scolae, magari…»

Storia di una coppia di giovanissimi studenti cinesi

«Pur non essendo una soluzione perfetta, rappresenta un passo avanti significativo, consentirebbe a chi frequenta le scuole elementari e medie di ottenere la cittadinanza italiana entro le superiori». I due piccoli fanno parte del nostro quotidiano. Di poche parole, mano nella mano, entrano in un bar del centro di Taranto: prendono due cornetti, pagano, salutano e vanno via. Tutto bene, naturalmente, se non fosse che il più grande, dodici anni, corregge: «Non mi chiamo Chen, ma se a voi sta bene così, fate pure..». Un inizio di giornata fra sorrisi, sguardi e un saluto, classico: “’Giolno..”.

 

C’è un giovanotto dodici anni, occhi a mandorla. Ogni giorno in un bar del centro cittadino si fa strada fra la gente che alle otto sorseggia il primo caffè della giornata. Tiene per una mano, la sorellina. Lui frequenta una scuola media, la bimba la scuola media. Ma parlano il mandarino, la lingua che più cinese non si può. E’ così che cambia il mondo. I due sono diventati le due mascotte dell’esercizio in pieno centro. Lo stesso dicasi per i clienti del bar. Non c’è verso, i due piccoli sorridono, piegano appena in avanti la testolina, stirano quegli occhietti a fessura, ringraziano, ma non accettano: obbediscono, pare di capire, a papà e mamma che hanno autorizzato una sola sosta prima di dirigersi, mano nella mano, a scuola.

Il piccolo è stato ribattezzato Chen. In realtà, lui ha cercato inutilmente di correggere il suo nome, ma per pigrizia o per la troppa gente che affolla quello spazio davanti al bancone, tanto da sembrare una sala d’attesa di un aeroporto, il titolare e i baristi non si sforzano più di tanto. «Chen, sei stato nominato!». Come fosse un reality, con personaggi, interpreti e nomination. Niente da fare, Chen alza appena il tono della voce, sempre composto, articola due sillabe, quasi a correggere quel nome che gli hanno già incollato sulla pelle, nemmeno fosse un tatuaggio.

 

 

CHEN, COME FOSSE “MARIO”

Chen, come fosse “Mario” dalle nostre parti. E così è. Non sono gli unici piccoli cinesi, nati in Italia da genitori che anni fa decisero di compiere il grande salto: partire dalla Cina e aprire un’attività all’estero. «In Italia, culla della cultura e della bellezza, sarebbe il massimo…», sembra di sentire. Aprono prima un localetto, poi un locale più grane, infine si trasferiscono in un immobile nel quale ci mettono di tutto. Dalle mini-stilo, a torcioni, plafoniere e candelabri; dal caricabatterie alla cover per cellulare. Nel bar. «Chen, per caso una foderina per questo cellulare ce l’avete?». E il piccolo, serio, senza prendere il telefonino fra le mani, sposta la testolina da un lato all’altro, come se stesse facendo una ripresa video. Cime mette un istante. Ciondola la testa in avanti, come a dire: «Sì, questa è materia nostra».

La consulenza dura solo il tempo di ritirare i due cornetti, pagare, salutare e andare via. «’Giolno…», pare di capire. «Ciao, Chen!». E uscendo, una mano stretta intorno alla manina della sorella, il piccolo dodicenne: «Non mi chiamo Chen…». E il titolare, appena smentito, rassicura i clienti. «Si chiama Chen, state tranquilli, loro sono così, non lo ammettono, ma alla fine si convincono…». Di fronte a una tale sicurezza, anche “Chen” sarà capitolato. Ci pare di vedere i suoi genitori. «Ti hanno chiamato Chen, che problema c’è, tu sorridi, ringrazia, prendi i cornetti, paga e soprattutto non lasciare la mano a tua sorella!». Saggezza popolare.

 

 

A TARANTO DECINE, A PRATO L’85%

A Taranto sono decine gli alunni, gli studenti che frequentano le nostre scuole. Ci sono città, per esempio, come Prato, in Toscana, dove esistono classi con l’85% di studenti cinesi. Il preside, non nasconde il suo punto di vista: va bene. «La cittadinanza è anche un incentivo a partecipare ai corsi fin da piccoli».

In una delle città più multietniche d’Italia, scrive puntuale il sito orizzontescuola.it, la questione della cittadinanza per gli studenti stranieri si presenta con urgenza e concretezza. Il preside di due istituti comprensivi pratesi, con una presenza di circa duemilatrecento alunni, sostiene l’importanza dello “Ius Scholae” come strumento per affrontare le sfide e le opportunità di una realtà scolastica sempre più multiculturale.

 

 

PRIMA DELLA CAMPANELLA

«Lo Ius Scholae – riprende orizzontiscuola.it – pur non essendo una soluzione perfetta, rappresenta un passo avanti significativo, consentirebbe a chi frequenta le scuole elementari e medie di ottenere la cittadinanza italiana entro le superiori». Il preside toscano sottolinea come molti studenti stranieri, nati e cresciuti in Italia, si trovino a dover affrontare complesse procedure burocratiche, come la richiesta di visti per partecipare a gite scolastiche nell’Unione Europea. Lo “Ius Scholae” semplificherebbe questi iter, riconoscendo l’appartenenza di fatto di questi giovani al tessuto sociale italiano».

Una legge che consentirebbe a molti dei nostri piccoli studenti di sentirsi italiani. Compreso Chen. «Non mi chiamo Chen…». Certo, pardon: compreso quel ragazzetto che ogni mattina mano nella mano con la sorellina si fa strada nel bar, saluta tutti e sgattaiola verso la scuola, prima che suoni la campanella.

Troupe Tg3 aggredita, muore autista

Ahmad, circondato da gente esasperata, crolla per infarto

Lucia Goracci racconta l’esperienza drammatica vissuta insieme con i suoi due compagni di viaggio. «Hezbollah non c’entra nulla, si è trattato solo di uno sfogo senza alcun risvolto politico», spiega. «Abbiamo perso uno splendido compagno di lavoro, profondo e dotato di grande dolcezza», prosegue la giornalista Rai. La scia di sangue non si ferma…

 

Troupe del Tg3 Rai aggredita in un villaggio del Libano appena bombardato. La notizia la fornisce per primo il notiziario di rete. Notizia di prima mano fornita dalla stessa Lucia Goracci, una delle giornaliste italiane più impegnate nel raccontarci i danni che provocano i conflitti in Medio oriente, in particolare quelli che sta provocando quest’ultimo conflitto con Israele impegnata in una guerra senza un attimo di pausa a Palestina e Libano.

Durante il Tg3 di martedì scorso, la Goracci racconta l’aggressione. Non è l’unica ad averla subita, c’è purtroppo anche un morto nella troupe, Ahmad Akil Hamzeh, l’autista colpito da infarto che scortava la giornalista e Marco Nicois, il cameraman.

«Siamo a nord di Sidone – racconta in una concitata diretta al Tg3 Lucia Goracci – sul luogo del bombardamento; la nostra presenza era stata segnalata dal fixer, Kinda Mahaluf, a Hezbollah. Marco, il cameraman, stava riprendendo quanto accaduto senza problemi, la gente, disperata, ci parlava; quando ad un certo punto è spuntato un uomo che ha tentato di strappare la telecamera all’operatore: avvertendo questa minaccia siamo tornati in auto pronti per allontanarci in fretta».

 

 

UN RACCONTO DOLOROSO

Prosegue il racconto. «In quel momento sono arrivati altri, anche loro a spintonarci, mentre il primo uomo insisteva provando a scagliarci contro una grossa pietra; scena controversa: c’era chi lo tratteneva – spiegandogli il nostro lavoro – e chi lo aizzava; siamo andati via veloci in auto, mentre sempre lo stesso uomo – quando il nostro autista si è fermato ad un distributore – ci è venuto addosso, ha strappato le chiavi dalle mani all’autista tentando di rompere la telecamera a Marco, tutto questo infilandosi all’interno del mezzo attraverso i finestrini aperti: nessuno, nel frattempo, ci veniva in aiuto».

Gli aggressori non avevano insegne – racconta l’agenzia Ansa – non erano armati, ma la paura fa presto a salire in zona di guerra e, prima che venisse alla luce che si trattava solo di uno sfogo disperato, Ahmad, l’autista libanese, si è accasciato a terra, stroncato da un infarto. Per l’inviata Lucia Goracci, Marco, l’operatore, e Kinda, la fixer, rimasti incolumi, sono stati minuti da incubo, con il fiato sospeso anche ai piani alti della Rai.

L’episodio ha inizio in una concitata mattina alle nove, a Jiyeh, città tra Beirut e Sidone. Nell’inaudita gragnuola di fuoco sul Libano, un bombardamento aveva già centrato e disintegrato alcune case. Al Tg3 hanno intenzione di documentare, mantenendosi a distanza di sicurezza e con tutti i permessi necessari, l’avanzata della minaccia israeliana. In tutte le zone costiere l’Idf ha diramato uno stato di allerta ai residenti. La giornalista prova a rivolgere una domanda a una donna.

 

 

AHMAD, IL CUORE NON HA RETTO

Ed è proprio in quel momento che un certo numero di persone esagitato si scatena contro la troupe. L’impressione che i tre, giornalista, operatore e autista, abbiano a che fare con bande armate politicizzate. La troupe si rifugia nel mezzo: uno degli aggressori, il più esagitato, è trattenuto da alcuni e istigato da altri. Vuole rendere inutile la telecamera, così scaglia un sasso all’interno del mezzo.

Ahmad, autista esperto, fede sciita, sa come controllare i nervi. Senza agitarsi più di tanto, mette in moto l’auto e si dirige verso Beirut, inseguito dall’aggressore più scatenato che segue la troupe a bordo di uno scooter. Forse per ricondurre l’uomo che più degli altri appare esasperato alla ragione, o forse perché accusa i primi sintomi di quello che sarà un malore fatale, si ferma ad una stazione di servizio. Prova a parlare con l’uomo, vorrebbe forse ridurlo alla ragione, ma non ci riesce. Qualche momento dopo, a causa di una cardiopatia e alla paura, Ahmad si accascia a terra: è il suo ultimo segno di vita.

«A chiamare l’ambulanza – ha raccontato alla stessa agenzia Ansa Lucia Goracci – è stato lo stesso aggressore, poi dileguatosi mentre sul posto si raccoglievano un po’ di persone che hanno tentato invano di soccorrere Ahmad».

«Hezbollah non c’entra nulla – conclude Goracci – si è trattato solo di uno sfogo senza alcun risvolto politico, frutto della tensione diffusa tra la popolazione delle aree sotto attacco; tutto si è svolto nel giro di pochi minuti: Ahmad era uno splendido compagno di lavoro, profondo e dotato di grande dolcezza». E, purtroppo, aggiungiamo noi, la scia di sangue non si ferma davanti al povero, incolpevole Ahmad. 

«Cambio vita, in meglio, spero…»

Trentasette anni, con marito e figli ha preso “la decisione della vita”

Andare in un Paese straniero è una decisione complicata. E’ piena di incognite, specie per una famiglia. Da una parte, i problemi, subordinati all’adattamento. Non è facile imparare una nuova lingua, inserirsi in una cultura diversa. Soprattutto per i figli che vanno incontro a un sistema scolastico e sanitario non sempre identico a quello di origine. Ma qui, è andata bene. La protagonista ha cominciato a pensare positivo…

 

Basta, faccio la valigia e parto. Quante volte abbiamo pensato a soluzioni così radicali. Chi poco, chi tanto. Col passare degli anni, è un’idea che si matura, spesso. Di storie simili ne abbiamo raccontato e continueremo a raccontarne. Quanti dei nostri ragazzi, ospiti nella nostra struttura ci hanno raccontato, emozionato, commosso, fatto piangere, pensando a quale viaggio (della speranza, abbiamo spesso sottolineato noi…) stessero per sottoporsi. Continueremo a farlo.

Stavolta però, la nostra attenzione si orienta verso un articolo apparso sulla stampa nazionale, sul Messaggero come sul Mattino, sulla filiera del Gazzettino. Parliamo di una stampa attenta, critica più di quanto non facciano quotidiano una volta molto, ma molto più considerati con il loro milione di copie vendute (altri tempi). Dunque, la storia è di quelle interessanti, trattata con particolare attenzione dal cronista che è intervenuto per raccontare la storia di una persona che un bel giorno (stando ai successivi risultati possiamo parlare di lieto fine…) ha preso una decisione di quelle importanti: dare una svolta alla propria vita, con la prospettiva di cambiare il futuro. Insomma, prendi la valigia, ci metti dentro l’essenziale, ti dai un’ultima occhiata a casa e te la lasci alle spalle.

 

 

DA SOLI E’ PIU’ FACILE…

Quando sei solo, sei sola. Ma quando hai una famiglia, un marito, quella decisione non pesa cinque volte tanto? Ecco, è quanto accaduto a una mamma, che ha convinto marito, che nel frattempo ha avuto un lavoro proprio lì, in Germania, e figli. E’ cominciato così il secondo capitolo della vita di Celia, trentasette anni.

Andare in un Paese straniero è una decisione che porta con sé tutta una serie di incognite, specie per una famiglia. Da una parte, i problemi, mica da poco, subordinati a quello che gli psicologi e il cronista, garbo e sensibilità, definisce “adattamento”.

Insomma, non è facile imparare una nuova lingua, inserirsi in una cultura diversa e, soprattutto per i figli, andare incontro a un sistema scolastico e sanitario non sempre identico a quello di origine. Le questioni legate alla ricerca di una casa, la costruzione di una nuova rete sociale, sicuramente possono provocare un dissesto all’interno del nucleo familiare: non parliamo di una, due persone, ma di un intero nucleo familiare.

 

 

CON UNA FAMIGLIA, NO

D’altro canto, una esperienza così totalizzante offre diverse opportunità di crescita. I ragazzi possono diventare bilingue, sviluppare una mentalità aperta e multiculturale, imparando a vedere il mondo da diverse prospettive (una cosa alla quale dovremmo spesso sottoporci con una certa umiltà…). Per papà e mamma, vivere in un altro Paese può significare nuove opportunità lavorative e personali, arricchire il proprio bagaglio di esperienze.

Celia, trentasette anni, ha cambiato radicalmente la sua vita quando, insieme alla sua famiglia, si è trasferita a Berlino dopo che il marito ha ottenuto un lavoro in Germania. Abituata ad un altro tenore di vita, altri ritmi, altra cultura, Celia ha trovato sorprendente la grande indipendenza dei bambini nella capitale tedesca. Con il tempo, ha imparato a mettere da parte l’ansia genitoriale, dando ai propri figli la libertà di crescere in modo autonomo. Fine della storia. Nemmeno per idea. La storia è appena cominciata, Ma è già a lieto fine.

Prof fantasma, licenziato!

Sarebbe di origini tarantine, ma residente nel Lazio il docente assenteista

Cinquecentocinquanta giorni di assenza, praticamente tre anni. Tanti certificati di malattia, perfino un’aspettativa, lasciando classi letteralmente sguarnite. L’istituto, nel Trevigiano, non poteva nemmeno nominare sostituzioni: l’uomo, sessant’anni, dava disponibilità di domenica e nei giorni festivi. Nei mesi scorsi una visita medica ne aveva certificato l’assoluta idoneità al lavoro

 

E’ una delle storie più lette del web e sul cartaceo, sia essa riportata nel portale dell’agenzia giornalistica Ansa, oppure ripresa dalla Gazzetta del Mezzogiorno, dal Nuovo Quotidiano di Puglia, giornali, questi ultimi, fra i più letti in Italia. Subito una puntualizzazione, stando a quanto riportato dai quotidiani locali di Treviso (dove è accaduto l’episodio) ma altrettanto importanti come i due giornali pugliesi appena menzionati: il protagonista della vicenda, originario della provincia tarantina, era da anni residente nel Lazio. L’uomo al quale alludiamo e che in un solo giorno si è attirato la scarsa simpatia del web e dei lettori, è il prof sessantenne licenziato dopo 550 giorni di assenza.

L’uomo si era presentato giorni fa all’istituto scolastico superiore di Treviso dove lo attendevano – ormai senza più speranze, dice qualcuno – da quasi tre anni. Purtroppo per il docente, dopo questa sua lunghissima assenza nell’istituto dove tutto questo tempo avrebbe dovuto insegnare, non l’hanno nemmeno fatto entrare. Il motivo, molto semplice: il docente assenteista, insegnante di diritto risultava essere già stato licenziato.

 

 

PROFESSORE, DOVE SEI?

I suoi colleghi, i suoi studenti, quell’insegnante mancato per circa tre anni “lavorativi” praticamente non l’avevano mai visto. Vinto un concorso e immesso in ruolo a tempo indeterminato dal 2011, il prof aveva accumulato negli anni, come riferiscono i giornali locali, assenze per 550 giorni totali. Di questi 550 giorni, il primo anno il docente non si era mai seduto ad una cattedra per fare un appello. Motivo: si era messo in aspettativa. Gli altri due anni, sono stati scanditi, sempre secondo il racconto, da continue assenze per malattia (non continuative, ma spezzettate), spesso tra il lunedì e il sabato, e, secondo l’istituto, altre assenze considerate “ingiustificate”.

Lunedì scorso il prof “fantasma” si era improvvisamente presentato nella scuola dove era stato immesso in ruolo nel 2021 (aveva firmato un contratto a tempo indeterminato). Fermato all’ingresso.

L’istituto superiore trevigiano aveva già timbrato il provvedimento per il licenziamento del docente. Se vogliamo dirla tutta, e capire meglio in quale ginepraio si sia andato a infilare il docente sessantenne, un procedimento non semplice, che va motivato con la massima precisione (pare che, nello specifico, le “pezze d’appoggio” non mancassero. Motivo basilare del provvedimento: il superamento dei limiti massimi di assenza: L’insegnante, di giorni di assenza ne aveva messi in fila centinaia e centinaia nel giro di tre anni.

 

 

«PER NOI E’ FUORI»

Per l’istituto la vicenda è chiusa, dello stesso tenore per l’ufficio scolastico di Treviso. Il docente in questione se dovesse ritenere il provvedimento un “abuso d’ufficio”, potrà impugnare il licenziamento facendo ricorso.

Detto che nessuno criminalizza le assenze per malattia, va detto che il docente di assenze ne ha messe insieme decine a singhiozzo, inviando con puntualità i certificati in questione. Non un’assenza prolungata, quindi, ma tante assenze spezzettate.

Forse ha indispettito istituto e l’ufficio scolastico, il fatto che il docente tornasse a disposizione nei fine settimana e nei giorni festivi, vale a dire proprio quando l’istituto era chiuso. Un modus che ha messo l’istituto interessato nelle condizioni di non poter nominare al suo posto dei supplenti annuali.

Stando alle norme che regolano le sostituzioni di docenti assenti, come è facile intuire, non è stato possibile far altro che continuare a tappare i buchi assegnando un’infinita sfilza di supplenze brevi.

I primi a farne le spese di queste certificazioni a pioggia sono stati gli studenti, costretti ad assistere alle frequenti staffette tra supplenti. Infine, stando a quanto emerso, nei mesi scorsi lo stesso “prof fantasma” si sarebbe anche sottoposto a una visita davanti a una Commissione medica di Bari, che ha certificato che la sua assoluta idoneità al lavoro.

«Combattiamo il male dei mali!»

Sabrina Salerno ed Eleonora Giorgi contro un tumore

La cantante è stata operata per un nodulo al seno, l’attrice al pancreas. «Sottoponetevi più spesso ai controlli, non c’è altro sistema per scongiurare il pericolo». La stella di “Boys boys” è stata appena operata, l’attrice di “Sapore di mare” attende risultati incoraggianti dagli Stati Uniti

 

«Tra poche ore entrerò in sala operatoria per un intervento al seno a causa di un nodulo maligno». Sabrina Salerno, cinquantasei anni, dai suoi personali social, informa amici e fan. Si fa coraggio, le sono vicini in tanti, quanti l’hanno conosciuta in una lunga stagione di successi ballati in discoteca, milioni di copie vendute in Italia e nel resto del mondo.

Senza tanti giri di parole, il simbolo dei suoi video, esibizioni televisive e concerti: il seno prorompente. E’ proprio lì che la bella Sabrina è stata colpita da quel male che si è manifestato con una certa pericolosità. Mentre scriviamo, però, un sospiro di sollievo: la show-girl, protagonista di successi e anche di film-commedia, è stata operata con successo. Ora a professori e medici che le hanno suggerito l’intervento con una certa sollecitudine, toccherà monitorare la parte operata e sperare che il male sia stato debellato.

 

Foto Profilo Facebook

 

«CONTROLLO COSTANTE…»

«Come ogni anno – aveva riportato nel suo messaggio – luglio ho fatto la mammografia: ho trascorso mesi accompagnati da tanta paura, ansia, malinconia ma soprattutto tanta speranza e voglia di reagire». Ora è lei a rivolgere un invito a quanti hanno letto il suo messaggio: «La prevenzione e la diagnosi precoce può salvarci la vita». Solo pochi giorni addietro era stata postata una fotografia con la cantante in tuta in palestra e un messaggio di altro tenore: «Settembre per me sarà un mese importantissimo, sono pronta!». Ecco come cambiano programmi e prospettive. Ma noi vogliamo vedere, come sempre, il bicchiere mezzo pieno, l’aspetto positivo dell’intera vicenda. Il controllo cui la cantante si è sottoposta e l’operazione successiva, le restituiscono quella serenità che in queste settimane aveva perso.

Operata, per un nodulo maligno al seno scoperto durante una mammografia di routine, ora Sabrina sta bene. È stata la stessa cantante a rassicurare tutti i fan e colleghi che le sono stati vicini dopo la pubblicazione di una sua foto in ospedale con una flebo attaccata al braccio. L’artista di “Boys boys” è tornata sui social proprio dopo il delicato intervento chirurgico che le ha rimosso, si diceva, un nodulo maligno al seno come annunciato su Instagram due giorni fa. «Sto bene – ha scritto – l’operazione è andata bene: mi dispiace solo non poter rispondere a tutti, ho i social andati in tilt, non vedo più i messaggi, però vorrei ringraziarvi di cuore tutti».

 

 

«NON VORREI ANDARMENE ORA»

Non più di qualche giorno fa avevamo assistito ad un’altra confessione dello stesso tenore. A svelare un tumore stavolta era stata l’attrice Eleonora Giorgi, settantuno anni ad ottobre, protagonista di film come “Sapore di mare” e “Borotalco”: «Metastasi cresciute, spero di non andarmene troppo presto», aveva rivelato al programma settimanale “Verissimo” in programma su Canale 5 e con il quale si era collegata da casa. La Giorgi da tempo lotta contro un tumore al pancreas. Dopo una prima operazione lei stessa aveva manifestato ottimismo, salvo poi confessare alla presentatrice che «purtroppo, le metastasi, sono cresciute». «Continuerò a lottare come ho sempre fatto, soprattutto da quando mesi fa ho scoperto la neoplasia». La bella Eleonora dice di non avere rimpianti, anche se non vorrebbe andarsene via troppo presto.

«La chemioterapia – ha proseguito la Giorgi – ha permesso di rimuovere il tumore principale, ma il cancro al pancreas crea una sorta di guaina che respinge le cure e così il tumore si è allargato: le metastasi si sono ingrandite, ora mi sottoporrò ad altri esami importanti: manderanno i campioni negli Stati Uniti, pare sia stata trovata una chiave d’accesso per il 14% dei malati». Incrociamo le dita anche per Eleonora, che assicura che proseguirà la lotta al male con tutte le sue forze.

Said, scippatore: giustiziato!

Una donna insegue a bordo l’uomo della borsetta, lo investe e lo uccide

Omicidio Viareggio, l’imprenditrice agli inquirenti: «Lui mi ha minacciato di morte, che dovevo fare?». Ma il racconto non convince del tutto gli inquirenti. «Non abbiamo rinvenuto il coltello», ribattono. La Lega difende la donna e invoca l’applicazione di «tutte le attenuanti». La Nazione severa, l’Ansa fa cronaca

 

Omicidio Viareggio, Cinzia Dal Pino agli inquirenti: «Lui mi ha minacciato di morte. Che dovevo fare?». Ma il racconto dell’imprenditrice balneare non convince gli inquirenti: «Non abbiamo rinvenuto il coltello». La Lega difende la donna e invoca l’applicazione di «tutte le attenuanti». Lo scrive la Nazione il quotidiano toscano che interviene sull’episodio di cronaca svoltosi a Viareggio domenica sera, dove uno scippatore, un algerino di quarantasette anni, è stato inseguito da una donna, una imprenditrice di sessantacinque anni, che lo ha investito più volte a bordo della sua auto fino ad ammazzarlo per poi impossessarsi della sua borsa.

Fra i primi ad intervenire sull’accaduto, il vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini. A caldo sui social scrive: «La morte di una persona è sempre una tragedia e la giustizia dovrà fare il proprio corso». Salvini aggiunge: «Questo dramma, però, è la conseguenza di un crimine: se l’uomo che ha perso la vita non fosse stato un delinquente, non sarebbe finita così. Voi cosa ne pensate?». Come spesso accade sui social, lo scrivente compie un breve sondaggio. Nonostante si parli di un essere umano ucciso barbaramente. Forse sarebbe stato il caso di sorvolare.

 

 

“DELINQUENTE” SI’, MA “OMICIDA” NO?

Viene dato del “delinquente” allo scippatore, Said Malkoun, ucciso brutalmente, investito più volte da un fuoristrada e non trovato in possesso di quel coltello con cui lo stesso, avrebbe – secondo la versione della Dal Pino – minacciato la donna, sessantacinque anni, imprenditrice. Non viene, invece, dato alcun appellativo alla signora, che in un impeto di rabbia, si sarebbe messa al volante e avrebbe prima investito l’uomo, un algerino di quarantasette anni, per poi passargli e ripassargli sul corpo tre, quattro volte (al vaglio degli inquirenti il video recuperato da una telecamera in zona).

Dare del “delinquente” è, forse – sottolineiamo forse – un indirizzo di massima ad investigatori e giudici. Cosa che non condividiamo. Del resto pare che la Lega abbia chiesto le attenuanti del caso. Non condividiamo, sia chiaro, lo scippo, che questo sia perpetrato da un bianco o da un nero ai danni di un uomo, figurarsi ai danni di una donna.

Il problema è un altro. Intanto la proporzione fra scippo e omicidio. Reati, fra loro, lontani anni-luce, anche perché la donna non ha subito violenza. Secondo la stessa, sarebbe stata minacciata con un coltello, ma di quell’arma – secondo gli inquirenti – non vi è traccia. L’uomo, con la refurtiva, aveva compiuto poche centinaia di metri, tant’è che la donna ha avuto il tempo di mettersi alla guida della sua auto, individuare in breve il suo scippatore e investirlo: una, due, tre volte. Scendendo dall’auto per tornare ad impadronirsi della sua borsa, risalire in auto e dileguarsi a bordo del mezzo. Come si diceva, perquisito l’uomo, gli inquirenti addosso non hanno rinvenuto alcun coltello.

 

LA PAROLA ALLA DIFESA

Nelle prime quarantotto ore la vicenda ha subito accelerate e inversioni di marcia, fino a delinearsi secondo il definitivo volere dei giudici che stanno seguendo il caso. «Non voleva uccidere, ma fermare, colpendolo alle gambe, l’uomo che l’aveva derubata: voleva recuperare la borsetta che le era stata portata via da Said Malkoun», dice l’avvocato difensore della donna, che riferisce le parole della sua assistita, di Cinzia Dal Pino, lunedì scorso accompagnata in carcere per omicidio volontario.

Impietose le riprese delle telecamere di sorveglianza di un esercizio commerciale. L’uomo viene schiacciato contro la vetrata di un negozio mentre camminava sul marciapiede. L’uomo, alle spalle reati contro il patrimonio e senza fissa dimora, è poi deceduto all’ospedale Versilia.

Come riportato dall’Agenzia giornalistica Ansa nei giorni scorsi, nel corso dell’udienza svoltasi al carcere Don Bosco di Pisa dove era stata portata dopo il fermo, la donna ha reso dichiarazioni spontanee, ripercorrendo quanto accaduto domenica sera, dalla cena con le amiche all’incontro con l’uomo che le ha portato via la borsa. Pare che recuperare il contenuto della stessa sarebbe stato il suo obiettivo. Non avrebbe chiamato poi la polizia subito perché – ha raccontato la Del Pino – il telefono era rimasto nella borsa. La donna avrebbe anche precisato di «non essere stata minacciata con un coltello ma che il quarantesettenne le avrebbe detto che l’avrebbe usato se non le avesse dato la borsa». Da quanto appreso però, la polizia addosso all’uomo non ha trovato alcuna arma. Sulle modalità del furto, sembra che l’uomo abbia preso la borsetta dopo aver aperto la portiera dell’auto della donna.

 

 

LA DONNA, «LUCIDA E CALMA»

Uscendo dal carcere, il legale della donna ha sottolineato quanto segue: «La rapina è avvenuta a distanza limitata da dove si è verificato l’investimento, circa 150 metri prima, e che nella borsa si trovavano documenti e chiavi di casa della donna, quanto l’ha indotta a preoccuparsi perché il rapinatore potesse utilizzare quegli elementi per commettere altri reati».

Intanto, sempre il quotidiano la Nazione scrive: «Nel video si vede l’uomo che cammina sul marciapiede, lei che sterza travolgendolo e schiacciandolo contro la vetrina di un negozio di elettronica per la nautica. Poi la donna ingrana la retromarcia e lo investe altre tre volte; infine, dopo averlo centrato quando è carponi a terra, scende, recupera la borsa, fa ancora retromarcia e si allontana. Fino a quando nella tarda mattina di lunedì gli agenti della Squadra mobile sono andati a prelevarla. “Mi aveva rubato la borsa”, avrebbe provato a giustificarsi. “Nessun commento, nessun pentimento”, nelle frasi pronunciate racconta uno degli investigatori con molti anni di indagini alle spalle. “Ci è apparsa lucida e calma, come in quel video”. Immagini che non lasciano margini di interpretazione».

 

«Mi volevano i Led Zeppelin»

Franz Di Cioccio, leader della PFM e quel “no” pesante

«Volevo fare qualcosa di importante della quale sentirmi protagonista: partii dall’Abruzzo per Milano, mi sentii subito a mio agio», dice il grande batterista. «Arrivò il primo contratto con un gruppo pop, poi mi scatenai, i miei compagni di viaggio e la proposta indecente a De André», ricorda in questo suo racconto

 

«Un bel giorno ho pensato di uscire da dietro la batteria dalla quale ero ormai letteralmente sommerso. Ho messo le bacchette in una tasca e ho cominciato a cantare». Questo ci disse un bel giorno, per amore di sintesi, Franz Di Cioccio, frontman della Premiata che, per esteso, fa anche Forneria Marconi. «Il nome sbuca da un vero panificio, si chiamava proprio così: non sapevamo dove fare le prove e, allora, ecco il primo “dare-avere”: tu ci dai lo spazio libero nel quale fare suonare, improvvisare, mettere insieme idee e accordi, e noi in cambio ci chiamiamo come la tua panetteria; senza tanto girarci intorno: detto-fatto».

In una intervista rilasciata a Paolo Giarrusso per Fanpage.it, uno dei batteristi più eclettici e imitati del pop e del rock italiano, fa sapere di avere addirittura «rifiutato di suonare con i Led Zeppelin per suonare con la Pfm, volevo fare qualcosa di importante; suonare con i Led Zeppelin sarebbe stato bellissimo, ma ho pensato: “ho la mia band, che ci vado a fare?”».

 

 

«PARTIMMO DA UN PANIFICIO…»

La PFM, questo l’acronimo della band rock più amata dei Settanta, più volte è stata presa ad esempio dalle formazioni d’oltremanica e oltreoceano. Se la giocavano alla pari con gli stranieri che avevano più mercato perché cantavano in inglese. Spesso qualche manager ci provava. Perfino Bernardo Lanzetti, voce per un bel periodo del gruppo musicale che nasce a Milano, fu tentato nel fare il grande salto. Cantava in inglese come se fosse italiano e il produttore dei Genesis, che aveva perso Peter Gabriel, ci provò. Chiamò il suo omologo italiano, Franco Mamone, che senza pensarci disse no. Leggenda vuole che Mamone non avesse fatto pervenire la proposta a Lanzetti.

Dunque, Di Cioccio. La storia del nucleo comincia alla Dischi Ricordi. Si chiamano “Quelli”, incidono con un certo successo canzoncine facili, allegre: “Una bambolina che fa no” e “Per vivere insieme”, fino alla svolta, fine anni Sessanta. «Mi sento in qualche modo il responsabile di tutta questa storia – racconta a Fanpage.it – sognavo di suonare con musicisti che avessero grandi capacità: facile scrivere canzoni, difficile invece mettere in piedi un gruppo e coltivare certe idee. Abruzzese, una volta arrivato a Milano, non sono diventato meneghino tutto d’un tratto, ma respirare quell’aria mi ha fatto non bene, ma benissimo: c’erano molte possibilità; ho puntato su questo e ora diciamo che la mia soddisfazione è al top».

 

 

FABER, UN GRANDE

Anche una grande esperienza accanto a Fabrizio De André. «Il nostro incontro con Fabrizio è stato un evento, nato da una mia idea. Negli Stati Uniti nascevano collaborazioni interessanti tra cantautori e band: Jackson Browne e gli Eagles, Bob Dylan con The Band, per esempio. La PFM aveva già lavorato con Fabrizio (“La buona novella”), l’occasione fu un invito a  pranzo. Ne approfittai per fargli una proposta indecente: “Collaboriamo?”: “Belin, ma è pericoloso! Sapete cosa vi dico? Lo faccio!”. Fu la chiara dimostrazione che la condivisione artistica avrebbe potuto dare un grande contributo alla poetica dei testi all’interno delle canzoni».

La PFM e la sete di apprendere, confrontarsi, imparare. «Quando siamo andati all’estero – racconta a Fanpage.it – abbiamo fatto tutte le tappe possibili ed immaginabili per imparare cosa significasse suonare in Inghilterra, in Canada; questa è stata la forza: trovare la chiave di lettura per poter fare la musica».

 

ARRIVANO I “LED”, MA…

Viene notato dai Led Zeppelin. Perché Franz dice no. «Suonare con i Led Zeppelin sarebbe stato bellissimo – confida a Giarrusso – era un gruppo fantastico, ma ho pensato: “Io ho la mia band, cosa ci vado a fare con i Led Zeppelin?». Una storia che nasce e muore lì, come un battito d’ali. «Con la mia band volevo lasciare qualcosa d’importante, un seme significativo: chi faceva rock, faceva rock».

E Franz e la sua PFM una impronta indelebile nella musica italiana che si misura con il rock, l’ha lasciata. E complimenti a lui per non essere stato come quei calciatori che si fanno ammaliare da ingaggi “arabi” e la smettono con lo sport. Di Cioccio continua, ne ha ancora per molto.