Che tesoro sei!

Craco, cittadina-fantasma di grande fascino

Negli itinerari suggeriti dai siti più autorevoli (Siviaggia) figura questa località lucana. Spazzata via da una frana e un terremoto, risorta grazie al cinema. Un luogo che ha ispirato Francesco Rosi, Mel Gibsone Rocco Papaleo

Lo ha detto la CNN. Gli americani, gli stessi che hanno incoronato negli ultimi anni la Puglia come la regione più bella al mondo, ci riprovano. In realtà l’autorevole network è stato saltuariamente anticipato da riprese cinematografiche di Francesco Rosi e Mel Gibson, dallo stesso Rocco Papaleo che qui è di casa. In sostanza, però, quando si parla di luoghi abbandonati sparsi nel mondo, nello stesso momento anche carichi di suggestioni, anche in questo caso dobbiamo dare atto che gli americani ovunque pescano bene.
Così fra i siti speciali, diventati una delle attrazioni irrinunciabili per molti viaggiatori e segnalati dal più autorevole sito turistico, come “Siviaggia.it”, uno dei più belli si trova proprio in Italia. E nemneno tanto lontano da qui.
Infatti, alludiamo a Craco, cittadina-fantasma immersa in Basilicata.
La fine ha “inizio” nel 1963, quando il centro storico di Craco viene evacuato. Una frana di vaste proporzioni lo rende quel borgo-fantasma che sarà celebrato anche dagli strumenti di informazione internazionali.

Foto isassidimatera.com

Foto isassidimatera.com

UNA SCIAGURA…

Gli abitanti avevano provato a non abbandonare del tutto la zona, ripiegando nella valle sottostante: Craco Peschiera. Una decina di anni dopo un alluvione peggiorò la situazione, impedendone una possibile ripopolazione, fino al colpo di grazia inflitto dal terremoto del 1980. Come racconta il sito “Siviaggia.it”, Craco vecchia viene abbandonata, trasformandosi in un presepe senza vita. “Del borgo antico resta oggi uno scenario di bellezza quasi irreale – si legge – una storia rimasta in sospeso e una leggenda inquietante; aggrappato su una collina di roccia biancastra, a metà strada tra le montagne e il mare, Craco è a non più di cinquanta chilometri da Matera”.
“Graculum”, che sta per “piccolo campo arato”. Nel Medioevo, in origine fu prima un importante centro strategico militare, grazie al suo celebre torrione che domina la valle dei fiumi Cavone e Agri, poi sede di una universitas. Nel 1881, riporta “Siviaggia.it”, la popolazione aveva superato la soglia dei duemila abitanti. Verso la fine del XIX secolo, il perimetro urbano aveva raggiunto la sua massima espansione, contando numerosi palazzi nobiliari in vari punti del paese, di particolare bellezza architettonica: il municipio, le scuole, il cinema, le botteghe artigiane e il convento dedicato a San Pietro, edificato nel 1630.
Poi accade che da borgo fantasma diventi luogo di riprese cinematografiche. Diversi sono i film ambientati in questo scenario rimasto comunque suggestivo.

Foto e-borghi.com

Foto e-borghi.com

…E LA “RINASCITA”

Nel 1979, il grande Francesco Rosi gira proprio qui scene del film “Cristo si è fermato a Eboli”, magistralmente interpretato da Gian Maria Volonté. Nel 2004, questi luoghi ispirato anche il grande attore-regista Mel Gibson, che nel 2004 ambienta il suicidio di Giuda, una delle scene più toccanti de “La passione di Cristo” (protagonista Jim Caviezel). Fino a “Basilicata coast to coast” di e con Rocco Papaleo (da noi intervistato) girato in questi luoghi nel 2010.
Una decina di anni fa il Comune di Craco ha inaugurato un breve itinerario che permette di esplorare il borgo in sicurezza, percorrendone il corso principale fino a quello che rimane della vecchia piazza, sprofondata a causa della frana. Successivamente, l’itinerario è stato arricchito con la visita nel cuore del paese fantasma, allungandosi sotto l’imponente Torre Normanna dell’XI secolo. Una suggestione all’interno dell’altra. Immagini che fermano natura e tempo e dei quali è bene riappropriarsi per goderne anche le bellezze. Una città che continua ad esistere nonostante le avversità e che ha saputo riscattarsi fino a diventare uno dei borghi del nostro Sud più belli al mondo.

«All’inferno e ritorno»

Piero Pelù, sessant’anni, si confessa

Il leader dei Litfiba ammette debolezze, ma anche quel pizzico di fortuna che lo ha tenuto per quarant’anni sulla cresta del rock. «Se penso a quanti della mia generazione non ci sono più a causa dell’eroina, mi sento un miracolato», dice l’artista in procinto di partire con “L’ultimo girone”, titolo dantesco non a caso. «Quella robaccia è stata il nostro Vietnam negli Anni 80: la odiavo e, oggi, ho come la sensazione che che stia tornando di nuovo e i ragazzi di oggi non sappiano cosa in realtà significhi quel “viaggio”».

Foto Il Messaggero

Foto Il Messaggero

«Sessanta e non sentirli», Piero Pelù, incarnazione del rocker che più rocker non si può, ha appena superato la soglia del suo sesto decennio «vissuto più o meno pericolosamente, anzi senza “meno”: vissuto pericolosamente». Il bello del cantante dei Litfiba è che non gira mai intorno a un discorso, gli piace andare dritto al nocciolo. Al sodo, insomma. E quel c’è di sodo nel suo ultimo bilancio è una vita da rocker, fra mille tentazioni e qualche esagerazione di troppo. «L’inferno, per esempio – dice – se penso a quanti della mia generazione non ci sono più a causa dell’eroina, mi sento un miracolato». Pelù, come spesso gli accade, si è raccontato senza freni dando quelli che in gergo i giornalisti chiamano “titoli”. Impegnato con i Litfiba nelle prove del tour “L’ultimo girone”, si è raccontato al Corriere della sera. Un lungo articolo, un bel corpo a corpo, nel quale il giornalista del Corsera non si è fatto mancare nulla, dando risposta a qualsiasi interrogativo. Dall’altra parte un artista disponibile, intelligente, sensibile che vuole “dire cose” che possano essere di insegnamento ai suoi fan. Ma anche a chi legge le colonne, il sito del “Corriere” a ha voglia di sapere qualcosa di più di questo giovanotto di appena sessant’anni. «Abbiamo toccato corde che non pensavamo – confessa – ciò che sentivamo noi, sentiva il pubblico: non ho mai fatto musica per far denaro, anzi mettiamola così: era il solo modo per salvarmi dal mio disagio, dalla mia inadeguatezza, dalla mia ombrosità, dalla mia solitudine, dalla mia timidezza».

Foto Radio Capital

Foto Radio Capital

L’ULTIMO GIRONE…

Toscano di Firenze, come l’altra parte dei Litfiba, Ghigo Renzulli, stanno facendo le prove del tour “L’ultimo girone”, qualcosa che ha il sapore dantesco, come l’inferno. Quel girone fatto di fuoco e fiamme è la droga, la peggiore dei suoi tempi: l’eroina. Quella robaccia che ha fulminato rocker e attori, artisti che non si risparmiavano niente, anche se poteva sembrare un solo biglietto di andata.

Il tempo non passa solo per Vasco. «Lui di anni ne ha settanta: come Mick Jagger e Iggy Pop – rivela al Corriere della sera – resta un bel punto di riferimento: significa che qualche annetto posso andare ancora avanti». Parla di Sanremo, il frontman dei Lifiba. «Nel 2020, quaranta anni di carriera, volevo provare un palco sul quale non ero mai stato, e così vada per Sanremo…».

«Credo solo nel partito del rock’n’roll», risponde Pelù quando gli viene chiesto se non si sente ancora di sinistra e se non gli dispiace la rielezione di Mattarella. «A sinistra c’è rimasto solo il presidente, tutto è andato in fumo», si riferisce agli ideali, i valori. A proposito di Sanremo, più di venti anni fa proprio lì conobbe la Carrà «che mi fece fare un monologo sulle mine anti-uomo, quando non si usava parlare d’altro, come oggi: da allora l’ho amata svisceratamente, tanto più che a “The Voice”, il talent nel quale eravamo giurati, facevamo coppia fissa».

Foto InToscana

Foto InToscana

«COME FOSSIMO IN GUERRA»

Dante, la citazione, l’inferno, l’ascensore per arrivarci l’eroina. «E’ stata il nostro Vietnam negli Anni 80, a causa dell’eroina ho perso un fratello, Ringo De Palma: la odiavo e, oggi, ho come la sensazione che che stia tornando di nuovo e i ragazzi di oggi non sappiano cosa in realtà significhi quel “viaggio”».

Breve parentesi. A Taranto abbiamo incontrato Pelù insieme alla moglie, Gianna Fratta, pianista e grande direttrice d’orchestra. E pensare che non sembrava uno destinato alla vita coniugale. Invece «se trovi una donna con cui hai così tanti punti in comune, uno scambio continuo così profondo e sincero, perché non sposarsi?» Di un errore in particolare non parla, gioca al rialzo. Sarebbe sciocco ammettere di aver commesso un solo errore. E allora, vada per «…ne ho fatti talmente tanti, ma non rinnego niente: se oggi sono qua e, forse, anche a causa di quegli errori». La fortuna è saperli riconoscere al solo fiuto, al solo sguardo e svoltare fino a quando si è ancora in tempo. Ecco Pelù, l’ultimo dei rocker. A proposito di band e Sanremo, i Maneskin. «Nonostante il successo esagerato è un gruppo che si migliora sempre: impressionanti».

Addio, Monica

In Campidoglio, un tappeto floreale di mimose e rose gialle

L’attrice aggredita da una malattia neurodegenerativa. Gli ultimi venti anni vissuti nella massima riservatezza. Ci resterà il suo sorriso, la sua voce familiare, le decine di film diretti da Antonioni, Monicelli, Scola, Risi e Sordi

Foto Il Fatto Quotidiano

Foto Il Fatto Quotidiano

Non si può vivere così. Monica Vitti se n’è andata nel massimo silenzio. A novant’anni, avvolta in un silenzio rispettoso. Come aveva chiesto la stessa attrice quando aveva avvertito cosa le stesse prendendo, quale malattia si stesse impossessando del suo corpo e, soprattutto, della sua mente. Una malattia neurodegenerativa, grave come l’Alzheimer, se non peggio come dicono gli esperti. Bella lotta fra queste due sciagure.

Quel morbo stava facendo a pezzi la memoria dell’attrice romana. Solo l’amore del marito, il fotografo Roberto Russo, ha tenuto vivo quel filo comunicativo con l’esterno. Esterno: parola grossa. Da venti anni l’attrice di decine di film brillanti, commedie all’italiana, non era più la stessa. Ecco perché insistiamo nel sostenere non si può vivere in questo modo: una “non vita”.

Nel momento in cui avrebbe potuto regalarsi un lungo, sano relax, un sereno distacco dal cinema e la tv, ecco che, improvvisa, arriva la malattia che se la porta via. Già venti anni fa. La donna è stata seguita amorevolmente, ma aveva cominciato a perdere i meccanismi di un’autonomia assistita da una badante che si prendeva cura di lei per tutto il giorno.

Foto Corriere.it

Foto Corriere.it

QUANTI FILM…

E’ stato sufficiente che le tv s’inseguissero nel renderle omaggio. La programmazione ci ha mostrato tanti titoli, pochi se consideriamo quanto realizzato in tutta la sua prima vita dall’attrice più amata dagli italiani. L’avventura, La notte, L’eclisse, Deserto rosso. Sono stati i film che per primi l’hanno imposta all’attenzione di critica e pubblico, lei musa ispiratrice di Michelangelo Antonioni, il grande regista che l’aveva amata e le aveva cucito addosso ruoli drammatici. Poi la svolta, con Mario Monicelli, inventore insieme con Dino Risi della “commedia all’italiana”: La ragazza con la pistola, poi i film con Sordi, Steno, Scola, Corbucci: Amore mio aiutami, Polvere di stelle, L’anatra all’arancia.

E’ andata via in un soffio. Coperta da un mare di mimose, come riporta la puntuale cronaca dell’ultimo saluto all’attrice, l’agenzia Ansa. E poi rose, ma soprattutto gialle, che hanno colorato la camera ardente in Campidoglio, prima dell’ultimo saluto nella Chiesa degli artisti a Piazza del Popolo a Roma.

A rivolgerle l’ultimo saluto il sindaco di Roma Roberto Gualtieri, il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti. “Monica era un’attrice straordinaria – ha detto il primo cittadino – che giustamente viene ricordata e celebrata in tutto il mondo; noi vogliamo onorare la sua memoria intitolandole un luogo della nostra città”.

Foto RAI

Foto RAI

…DECINE DI OPERE

Per Dario Franceschini, ministro della Cultura, “La Vitti era una donna straordinaria e un’attrice incredibile, rimasta, nonostante gli ultimi anni di assenza, vividissima nel cuore degli italiani, come dimostra l’ondata di amore e affetto che sta ricevendo”.

Molti gli amici, le amiche e colleghe che le hanno rivolto l’ultimo saluto. Fra queste, Dacia Maraini e Giovanna Ralli. Un saluto affettuoso quanto sincero, glielo hanno rivolto la tante persone comuni: fiori, messaggi, lettere, ritratti e dediche commoventi: “Il vuoto tutto intorno, ma non dentro”, “Grazie per i sogni”, “Sei stata tutti noi”. Quanti amano le arti possono consolarsi con le opere che i grandi ci hanno lasciato. Come distinguere le opere dalle croste? Semplice: quelle che ci danno un’emozione, ci strappano un sorriso, una riflessione, ecco, quelle sono opere. Consoliamoci nel vedere e rivedere i suoi film, un testamento a vista. Quei titoli, quelle battute con una voce roca, originale, tanto da renderla gradevole, ci terranno per sempre compagnia.

«Negramaro, ma che bravi!»

Quando la band salentina era già il futuro del nostro rock

Presentarono il loro primo singolo, “Solo”, al Candle di Monteroni. Da quel momento esplose l’affetto per quei cinque ragazzi nati e cresciuti fra Copertino e Veglie. Emozioni nel ripercorrere quella strada, loro che non hanno mai dimenticato le origini. Partiamo dal primo articolo pubblicato su quei nostri ragazzi…

Foto Ufficiale Negramaro

Foto Ufficiale Negramaro

Quando i salentini Negramaro erano il futuro del nostro rock. Mi è stato chiesto di ripercorrere quel momento. Non c’è nulla di meglio che tornare su quel debutto che profumava già di successo. Era un po’ come avere assistito su un campo di calcio al debutto di Paolo Rossi. Facile dire “Questo è un campione, l’ho scoperto io…”: ma quando mai? Chiunque si fosse trovato a passare da quella masseria di Copertino, al solo vedere come quei ragazzi accordavano gli strumenti e provavano a diventare un unico suono, avrebbe pronosticato per i Negramaro un grande successo. Giuliano, Emanuele, Ermanno, Andrea, Danilo e “Pupillo” a San Siro? Proprio lì, uno stadio strapieno tutto per loro, dopo appena cinque anni dall’esordio. Tutti che si stupivano e io, hai voglia a dire, «ve lo avevo detto, questi spaccano!». Andò come avevo pronosticato, dai microfoni della mia radio, Studio 100, e dalle colonne del mio giornale, il Nuovo Quotidiano di Puglia.

«Lo scorso 7 febbraio al Candle, sulla strada per Monteroni, hanno presentato il singolo “Solo”, uscito lo stesso giorno nel quale hanno tenuto il live. E subito i Negramaro, salentini di Copertino, debuttano nelle classifiche radiofoniche e, quel che più conta, nei rilievi di “Music control”, società che mediante un complicato meccanismo di impronte via etere riesce a dire quante volte una canzone passa in radio, fra private e circuiti nazionali». Questo l’attacco di un mio articolo pubblicato giovedì 20 febbraio 2003, appunto, dal Nuovo Quotidiano di Puglia.

Foto Ufficiale Negramaro

Foto Ufficiale Negramaro

«A ME SEMBRANO FORTI!»

Mi aveva contattato Teo Pepe, caposervizio del giornale salentino che godeva e gode grande appeal in tutta la Puglia. «Prova a sentire il pezzo, a me non sembra male – mi disse – poi tu hai esperienza, fai radio già da diciotto anni…». Lo ascoltai, è vero, mi fece subito effetto. Stavo per commettere una ingenuità, una di quelle che si compiono quando non si vuole essere parziali. «Dovesse leggere qualcuno con senso critico il mio articolo – pensai – direbbe che ne ho scritto bene perché sono ragazzi, vanno incoraggiati e, poi, perché sono salentini». Non stavo scrivendo per “Ciao 2001”, settimanale con il quale avevo collaborato ai tempi dell’indimenticato Beppe Caporale, grande giornalista, grande amico. Scrivevo per il Nuovo Quotidiano e il mio compito doveva essere quello di valorizzare i ragazzi di talento della nostra terra. Loro abbondavano di talento e, allora, a farsi benedire tutto il resto, a partire da quelli che fanno il capello in quattro. Sciolsi le ultime riserve.

Foto Ufficiale Negramaro

Foto Ufficiale Negramaro

QUEL SUCCESSO CERTIFICATO

«Il successo di questi sei ragazzi – attaccai – a scanso equivoci, non è virtuale ma certificato; piacciono, e tanto, ai radiofonici, quelli che fanno e disfano come Penelope, la tela del successo: Giuliano Sangiorgi (voce e chitarra solista), Emanuele Spedicato (chitarra ritmica), Ermanno Carlà (basso), Danilo Tasco (batteria), Andrea Mariano (tastiere e synth) e Andrea de Rocco (campionatore)». Proseguivo. «In questi giorni stanno vivendo un meritato momento di popolarità, che proveranno a sostenere con la pubblicazione dell’album prevista per fine febbraio».

La storia dei Negramaro comincia in un’antica masseria. Qui provano canzoni inedite, fino a quando non comincia a prendere forma il primo album, la prima canzone che si stacca da quella produzione è, appunto, “Solo”, che diventa anche un video diretto da Karl Barman. «L’avventura – scrissi quel giorno – comincia da una formazione a tre: Sangiorgi, leader, autore delle canzoni, Spedicato e Carlà, (vegliesi, come puntualizza il sito “Veglie news” che per primo pubblica, integrale, quell’articolo); tre anni addietro, dunque nel 2000, a loro si uniscono Tasco, Mariano e de Rocco». Da allora ci siamo sentiti, per telefono, poi con il cellulare, che intanto cominciava ad incombere nelle nostra abitudini quotidiane. Con Giuliano cominciamo a mandarci una fitta serie di messaggi, mi informa sulle attività dei Negramaro che esploderanno definitivamente, fra Premio Sala stampa al Festival di Sanremo e Rivelazione al Festivalbar, rassegna che vinceranno meritatamente più avanti, fino a una serata indimenticabile a Lisbona, lo stadio di San Siro con “live” da brividi. Ci sarebbero anche gli Mtv Awards di Lisbona, i ragazzi ritirano il “Best Italian Act”, il racconto di Giuliano, una serata nella quale calpestano lo stesso palco con Green Day, Alicia Keys, Shakira, Robbie Williams e Madonna. Ma questa è un’altra storia, che magari racconteremo più avanti se avrete voglia di rileggerla.

Foto Ufficiale Negramaro

Foto Ufficiale Negramaro

«SIAMO UNA BAND!»

Una cosa mi piace sottolineare, la costanza di Giuliano nel parlare al plurale. Non c’è un solo momento, nemmeno per distrazione, in cui non parli dei Negramaro. «E’ il nostro progetto, io sono uno dei sei…», e via così. Il successo sta proprio lì, il non aver dimenticato mai un attimo le comuni radici, anche in un momento in cui si sono persi di vista, allontanati e poi riavvicinati, come nelle più belle storie d’amore e di amicizia.

Torniamo a quel febbraio di quasi vent’anni fa. «Il progetto, senza tanti giri di parole – scrivo – è farsi in quattro, provare, provare, provare’; detta così può sembrare una parola d’ordine, ma non ci sono alternative, se non quelle di fare i bagagli ogni volta che in giro per l’Italia c’è una rassegna “live” che possa dar modo di farsi vedere, ascoltare, notare. Passano da Arezzo Wave, festival nazionale del rock, sono fra i dieci finalisti di Brend New Talent, concorso promosso da Mtv. I nostri ragazzi non si fermano un attimo. Fanno i pendolari da Copertino a Roma, Milano se il caso lo richiede. E anche da spalla ad Afterhours, Negrita, Verdena, 24 Grana e Meganoidi. Dal nord al “profondo sud”, Palermo. C’è un motivo, la finale nazionale del Tim Tour, vinta davanti a qualcosa come centodiecimila spettatori. Uno, mille brividi, tutto in una notte magica».

Ancora dal Nuovo Quotidiano. «Fioccano i complimenti, ma non è consentito distrarsi. Fra radio e tv partecipano a “Bande sonore” su Italia 1, “Made in Italy” (“Zanzare” il singolo, li porta al quinto posto davanti a formazioni ad oggi più titolate della scena rock). Nuovamente “Tim Tour”, ma stavolta da ospiti, da big, come si conviene a chi ha già fatto vedere di che pasta è fatto.

Un singolo per tre canzoni, fra queste “000577”. Fine anno scorso (2002), contratto con la Sugar, etichetta di Caterina Caselli, produttrice discografica che ha grande fiuto. I ragazzi hanno stoffa e una prima canzone giusta: “Solo”, fa al caso dell’ex Casco d’oro e altri brani per realizzare un album. La Caselli ha già al suo attivo numerose scoperte, fra queste Bocelli, Elisa, Avion Travel e Gazosa. Tutti nomi che hanno già frequentato i piani alti nelle classifiche italiane e internazionali. Ai nostri interessa farsi conoscere, le classifiche arriveranno. Anzi, sono già le benvenute…”. E la storia dei Negramaro, cominciata prima di quel febbraio del 2003 continua, senza sosta.

Cinquant’anni in più!

Jeff Bezos investe tre miliardi per un farmaco allunga-vita

L’ultima scommessa su qualcosa che somiglia all’“energia dell’universo”. Porterebbe beneficio agli uomini, quasi come nel film “Cocoon”, ma anche nelle tasche del proprietario di Amazon. Assunto l’ex supermanager farmaceutico Hal Barron. Il centimiliardario fa sul serio, Draghi non ancora, ma potrebbe far “scaldare” l’ex ministro Fornero (hai visto mai, si va in pensione ai novanta…)

Fonte Libero Quotidiano

Fonte Libero Quotidiano

E se esistesse davvero qualcosa di simile all’“energia dell’universo” della quale romanza lo straordinario David Saperstein in “Cocoon”? Quel librone trovò produttori illuminati, come Richard e Lili Fini Zanuck e un regista da Oscar come Ron Howard, una vita fra tv e cinema, dal Richie Cunningham di “Happy days” e Steve Bolander di “American graffiti”, poi regista con due statuette portate a casa.

Il caso-Cocoon, non i film o il romanzo, si riapre in questi giorni con l’investimento dalle mille e una notte, tre miliardi di dollari, tanto per cominciare di Jeff Bezos che crede ciecamente nella “start up” che arriverebbe ad allungare la vita media di altri cinquant’anni. E’ questa la sfida del fondatore di Amazon a proposito dello studio, avanzato pare, sulle tecniche di rigenerazione cellulare che promettono mezzo secolo di vita in più. E’ una scommessa, ma per uno che non ha problemi di danaro, anche questo tipo di investimento può essere una scommessa. Lo scrive il Corriere della sera. Sulle pagine del quotidiano italiano più autorevole, l’ottima Irene Soave, attacca a proposito dell’idea per certi versi bizzarra di Bezos: volare nello spazio come in vacanza, creare e abitare mondi paralleli come Zuckerberg con il suo «metaverso», comperarsi la giovinezza eterna e l’eterna salute.

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MR. AMAZON, CENTIMILIARDARIO

In buona sostanza, a proposito dell’analisi del Corriere, i grandi miliardari, “dopo averne messo a reddito quasi ogni caratteristica, sembrano voler scavalcare la condizione umana”. E’, appunto, questa l’ultima scommessa lanciata da Mr. Amazon, a proposito dell’eterna giovinezza. Fondatore e presidente dell’azienda di commercio elettronico con sede a Seattle, il secondo uomo più ricco del mondo, è stato il primo “centimiliardario” entrato nella classifica di Forbes e il primo Paperone a volare in orbita. Bene, fatta la debita premessa, torniamo all’annuncio del “salto di qualità” nel gestire la sua ricca startup “Altos Labs”, che ha fra le sue principali mission la “lotta contro l’invecchiamento” e la “rigenerazione cellulare”.

“Altos”, scrive Irene Soave, appartiene a Bezos dallo scorso settembre, anche se solo l’altro giorno il proprietario di Amazon ha annunciato di avere assunto come direttore esecutivo l’ex supermanager farmaceutico Hal Barron, fino a qualche tempo fa nell’organico della multinazionale britannica GlaxoSmithKline.

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Questo passaggio si commenta da solo, secondo il “Corriere”. Tanto che sarebbe un segnale più che significativo proprio in virtù dell’investimento di tre miliardi di dollari nei futuri piani di ricerca e sviluppo. Questi, ricerca e sviluppo, si svolgeranno in particolare sulla riprogrammazione cellulare, una tecnica già usata in laboratorio finora solo su cellule singole e che effettivamente “ringiovanisce”. Per alcuni dei più autorevoli studiosi proprio qui starebbe la chiave del possibile prolungamento della vita attraverso la sconfitta di mali provocati dall’invecchiamento. Ma, attenzione, parliamo solo di studio avanzato, non di risultati. Ci vuole poco, infatti, che Draghi inviti l’ex ministro Fornero a svolgere uno studio che consenta di alzare ulteriormente l’asticella dell’età pensionabile, diciamo così, a novant’anni.

«Santità, ecco Mozart»

Papa Francesco in un negozio di dischi a Roma

Una improvvisata in un’attività del centro. «Una grande emozione, da cardinale era nostro cliente, poi lo abbiamo perso di vista, diciamo così…», la titolare di “Stereosound”. Dalla Santa sede raccontano che Bergoglio spesso sorvola sul protocollo. In altra occasione aveva comprato scarpe e occhiali. Il cinema di Anderson e Moretti aveva raccontato sortite non proprio simili

Non è la prima volta che papa Francesco esce da Città del Vaticano per fare shopping. Sia chiaro, non con carrello e mascherina in fila in un supermercato della capitale. Lo ricorda una nota della stessa Santa sede che specifica sortite simili, aiutando addirittura la stampa nazionale e internazionale a far passare il concetto di Uomo fra gli uomini. Stavolta, papa Bergoglio, si è recato in un negozio di dischi, come ci è capitato qualche volta. Come uno di noi è entrato in questa attività commerciale, “Stereosound”, ci ha spiegato il Corriere della sera, per salutare titolare e dipendenti, lui che ai tempi in cui era cardinale e di passaggio a Roma spesso, proprio lì, acquistava incisioni di esecuzioni di Mozart.

Nel cinema già due titoli, in modo totalmente diverso, avevano avanzato ipotesi su come potesse essere una scappatella del Santo padre fra le strade di Roma. “L’uomo venuto dal Cremlino”, film americano del ’68 interpretato da Anthony Quinn diretto da Michael Anderson e “Habemus Papam” con Michel Piccoli diretto da Nanni Moretti. Nel primo, Quinn, interpreta un arcivescovo prigioniero in un gulag dell’allora Unione sovietica, ispirato a una storia vera, tanto che per liberare un rappresentante della chiesa greco-cattolica ucraina intervennero a più riprese Papa Giovanni XXIII e il presidente americano John Kennedy; nel secondo, Piccoli, ha un attacco di panico tanto da fuggire per le strade della capitale fra lo sconcerto generale.

Fonte Facebook Francesco Bergoglio

Fonte Facebook Francesco Bergoglio

DUE SORTITE AL CINEMA…

Entrambi girano per Roma in abiti più o meno civili, quasi volessero vedere di nascosto che effetto fa. Quinn dà un tratto politico, Piccoli un segno psicologico. E Francesco? Jorge Mario Bergoglio è l’Uomo fra gli uomini. In passato ha tirato le orecchie a qualcuno, dato uno strattone a una fedele che lo aveva assalito. Cose così, facendo conoscere quello che è il lato umano di un papa, che deve manifestare, se possibile, il suo tratto semplice, di persona che qualche volta può concedersi mezz’ora fuori dal comune.

Dalla Città del Vaticano hanno ricordato che a papa Francesco era capitato di uscire dalla Santa sede, accompagnato per acquistare scarpe ed occhiali. Stavolta si è trattato di dischi. Bergoglio si è concesso un’altra uscita privata fuori le mura, questa volta per recarsi in un negozio di musica, “Stereosond”, in via della Minerva, accanto al Pantheon. Uno dei primi a notarlo, il vaticanista spagnolo Javier Martínez-Brocal, direttore dell’agenzia “Rome Reports”, che trovandosi proprio lì, per strada in quel momento, ha filmato l’uscita di Bergoglio dal negozio con un disco sotto un braccio. Immagini postate su twitter e giro del mondo, aperture di notiziari, tg e prime pagine sulla stampa, con buona pace della titolare del negozio che ne ha ricavato un po’ di pubblicità che di questi tempi non può che far bene.

SANTITA’, GRANDE COMPETENZA

La titolare di «Stereosound», infatti, ha spiegato al Corriere della sera che è stata un’emozione immensa, una visita a sorpresa. «Il Santo Padre – ha dichiarato la donna – è appassionato di musica ed era già nostro cliente, anni fa, quand’era ancora cardinale e passava per Roma; poi, ovviamente, non lo abbiamo più visto. E adesso è venuto a trovarci, per salutarci. Con che disco è andato via? Con un disco di musica classica che gli abbiamo regalato volentieri».

Papa Francesco non ne parla, ma pare sia un ascoltatore competente. A padre Antonio Spadaro, nella sua prima intervista a “Civiltà Cattolica”, aveva dichiarato: «In musica amo Mozart, ovviamente. Quell’Et Incarnatus est della sua Missa in Do è insuperabile: ti porta a Dio! Amo Mozart eseguito da Clara Haskil. Mozart mi riempie: non posso pensarlo, devo sentirlo». Altroché, grande competenza Santità. «Beethoven – aveva infatti dichiarato ancora a padre Antonio Spadaro – mi piace ascoltarlo, ma prometeicamente. E l’interprete più prometeico per me è Furtwängler. E poi le Passioni di Bach. Il brano di Bach che amo tanto è l’Erbarme Dich, il pianto di Pietro della Passione secondo Matteo. Sublime. Poi, a un livello diverso, non intimo allo stesso modo, amo Wagner. Mi piace ascoltarlo, ma non sempre. La Tetralogia dell’Anello eseguita da Furtwängler alla Scala nel ’50 è la cosa per me migliore. Ma anche il Parsifal eseguito nel ’62 da Knappertsbusch».

BTM Puglia, benvenuto!

Taranto accoglierà uno dei maggiori promotori di turismo del Sud Italia

Torna “in presenza” e lancia il format “Lab”. Scelte in tema di PNRR, sostenibilità ambientale e promozione dei territori. La regione si conferma destinazione wedding in Italia. L’evento punta a tornare elemento di punta internazionale ampiamente riconosciuto pre-pandemia. L’edizione di due anni fa aveva ospitato in tre giorni 16.000 visitatori, 175 espositori, 80 buyer internazionali e 155 relatori esperti.

 

Scongiurando ondate da covid, Taranto si candida ad ospitare la settima edizione di BTM Puglia, fra i principali eventi di promozione del turismo del Sud Italia, che tornerà “in presenza” dal 2 al 4 marzo 2022 dopo il rinvio dell’edizione 2021.

Detto della volontà di scacciare il pericolo “pandemico”, la nuova edizione si presenta con un ricco programma di incontri tra buyer e seller e una veste rinnovata, che fa leva sulla necessità di un nuovo turismo fondato sulla sostenibilità.

Per raggiungere obiettivi importanti, ecco che una novità sarà dedicata il 4 marzo agli amministratori e ai dirigenti di comuni, destinazioni e reti di imprese: il “BTM Lab – workshop di ascolto e di progetto”, giornata di lavori in cui il comitato scientifico di BTM sarà a disposizione delle realtà che avranno aderito per analizzarne le esigenze e supportare le scelte che dovranno compiere nei prossimi mesi in tema di PNRR, sostenibilità ambientale e promozione dei territori. Un’iniziativa che metterà in rete enti, operatori e imprese del turismo per pianificare una strategia di sviluppo delle destinazioni.

Non è un caso la scelta della Città dei Due mari: Taranto si accinge a programmare un periodo di rilancio post-industriale nel segno della transizione ecologica e di riscoperta come meta turistica, a partire dal nuovo terminal crocieristico che quest’anno ha già visto transitare novantamila passeggeri. Numeri che proiettano il terminal in questione nella Top 10 degli scali nazionali.

A fare da cornice a questa “tre giorni” di incontro e riflessione sul futuro del turismo, il Circolo Ufficiali di Taranto, il Circolo Sottufficiali di Taranto e il Teatro Orfeo. Il circolo Ufficiali ospiterà le aree Expo, il BTM Lab, la sezione tematica dedicata al turismo wedding BTMinLove e le sale conferenze dove si svolgeranno eventi, workshop e focus di approfondimento. Il circolo Sottufficiali sarà, invece, la sede della sezione tematica dedicata al turismo enogastronomico BTMgusto e degli incontri B2B tra buyer e seller. Al Teatro Orfeo, infine, toccherà ospitare la Main Hall della parte convegnistica e di formazione con i principali eventi attesi dal pubblico.

Fra gli attrattori del programma, convegni e contenuti di formazione che, per il secondo anno, viene stilato da un comitato scientifico composto da professionisti esperti e docenti di turismo: Rodolfo Baggio, Edoardo Colombo, Martha Friel, Beppe Giaccardi e Nicoletta Polliotto. Il comitato scientifico sarà anche protagonista della giornata dedicata al BTM Lab in programma per tutta la giornata di venerdì 4 marzo: una volta analizzate le esigenze espresse dai partecipanti in fase di iscrizione, saranno loro a stilare un programma su misura per affrontare le principali problematiche emerse.

Come accennato, ecco le altre due importanti aree tematiche in cui sarà suddiviso l’evento: “BTM Gusto”, produttori ed operatori del Turismo enogastronomico si racconteranno attraverso il cibo, le emozioni e la cultura dei territori per rispondere alla domanda: “Che sapore ha la felicità?”; “BTM in love”, fondamentale in un territorio come la Puglia che si posiziona come seconda destinazione wedding in Italia dopo la Toscana, si proporranno attività di formazione ed incontri B2B programmati tra seller e buyer internazionali, wedding planner e blogger affascinati dall’offerta del territorio pugliese.

Nel programma sarà confermato anche il format “BTM tra le Righe”, presentazioni con gli autori di libri e manuali sul turismo destinati a operatori turistici che vogliono aumentare le loro competenze in ambito di Hospitality, Digital Marketing e Innovazione nonché la giornata di formazione per gli operatori del turismo a cura della digital agency Titanka!

BTM 2022, infine, si propone anche come faro di attrazione per il turismo incoming in Puglia dando l’opportunità a operatori esteri e giornalisti di settore di scoprire da vicino alcuni angoli nascosti di questa regione. Particolarmente ricco il programma hosted buyer che permetterà a operatori internazionali selezionati di scoprire la Puglia in un fam trip della durata di 4 giorni e incontrare in fiera gli espositori pugliesi nel b2b matching in programma al circolo Sottufficiali. Una ghiotta occasione per tutti gli operatori del turismo del Sud Italia di incontrare “in casa” chi distribuisce il prodotto turistico italiano all’estero. BTM Puglia è organizzata dall’agenzia di eventi 365 Giorni in Puglia srls che propone da 7 anni un modello di turismo basato su professionalità, formazione digitale, innovazione e ospitalità. Oggi BTM Puglia punta a tornare l’evento internazionale ampiamente riconosciuto che è stato pre-pandemia: l’edizione di febbraio 2020 ha ospitato in 3 giorni 16mila visitatori, 175 espositori, 80 buyer internazionali e 155 relatori esperti.

Puglia, it’s beautiful!

Shia LaBeouf, a Giovinazzo gira un film su “Padre Pio”

Terra irresistibile, per gli attori e i registi. In queste settimane le ultime riprese del nuovo film di Abel Ferrara. Il frate di Pietrelcina esercita sempre grande fascino. L’attore di “Indiana Jones”, “Transformers” e “Wall Street” seduto in un bar del paese, vestito da “cappuccino”. Poi nel day-off, shopping e pranzo in giro.

 

San Giovanni Rotondo, ma in buona sostanza, la storia di San Pio da Pietrelcina, è un forte attrattore. Attira il turismo religioso, ma anche i tanti strumenti di comunicazione, dalla radio alla tv (basti pensare a due fiction in quasi-contemporanea fra Rai e Mediaset, con Castellitto e Placido), fino al cinema. Un tempo “Padre Pio”, oggi santo, raccoglie decine se non centinaia di storie intorno a sé.

Ultima della serie, un film di Abel Ferrara, protagonista del Frate, Shia LaBeouf, già interprete in Indiana Jones, Transformers e Wall Street. Ed è stato proprio LaBoeuf, “pescato” da Antonella Gaeta, puntuale nel fare cronaca con Repubblica, nell’edizione di Bari. Dove può stare a suo agio un cappuccino se non al bar? Perché è lì che l’attore di Hollywood è andato per mischairsi fra la gente, vedere di nascosto l’effetto che fa, vestito così, come fosse un frate. Pare sia andata non bene, di più. Nessuno, pare, lo abbia riconosciuto, anche se vedere un frate comodamente seduto al bar, gambe accavallate, a sorseggiare la sua colazione, qualche sospetto lo ha pure provocato.

Missione perfettamente riuscita. LaBbeouf ha dato una grande prova delle sue capacità attoriali, mescolandosi bene fra la gente che era in un bar di Giovinazzo dove stanno realizzando le riprese di un film su San Pio di Pietrelcina, ai tempi della sua giovinezza. Ferrara è un regista serio, sicuramente avrà pensato, curato insieme ad autori una sceneggiatura particolare, un racconto singolare su vocazione e primi miracoli del santo. Magari la storia potrebbe anche proseguire fino in fondo, fino all’incontro con il cardinale Wojtila, diventato papa Giovanni Paolo II. “Tu diventerai papa”, gli disse in quell’incontro Padre Pio, “ma vedo anche sangue e violenza su di te…”.

 

“CAPPUCCINO” AL BAR…

Adesso questo “cappuccino” diventa anche un attrattore per la Puglia, non solo Giovinazzo. Sono innumerevoli le star del cinema ad avere scelto questa regione per prendere casa, stare sereni fra il verde e una cucina che non si batte.Shia LaBeouf farà pubblicità al Tacco d’Italia, sicuri. E’ un attore amatissimo, stimatissimo dai colleghi. Da queste parti c’erano già stati Richard Gere per “Re David” e Mel Gibson per “The Passion”, la Basilicata a due passi, lo shopping, i ristoranti e i day-off (riposo) in Puglia. Ma non solo la tavola, come abbiamo visto. Anche un break al bar vuole il suo rituale. Ecco, dunque l’ultimo “Padre Pio” al tavolino.

Ma quella del cinema “sotto casa”, ricorda Repubblica, è “un’esperienza già toccata nel 2003 a Matera, quando Mel Gibson vi girò The passion of the Christ”. Protagonista l’affascinante Jim Caviezel, che girava nelle vie della Città dei Sassi “vestito” da Gesù. Non siamo a quei livelli mistici – raccontano, alludendo all’ultimo episodio “cinematografico” – ma qualcosa di simile è capitato a Giovinazzo, quando nel pomeriggio un curioso frate cappuccino si è seduto con un “confratello” a fare colazione nella piazza principale del paese.

Shia LaBeouf sta girando a Monte Sant’Angelo, sul Gargano, un film sul giovane Padre Pio. Durante una pausa dal lavoro ha visitato la Puglia, ha girato in lungo e largo. Sapori e profumi, la tavola e il buon vino. “La Puglia ha un altro sapore…”, pare abbia detto l’attore. Non facciamo fatica a credergli: la Puglia, lo dicono gli stessi quotidiani americani che l’hanno eletta “la regione più bella del mondo”, è proprio bella. “It’s beautiful!”.

«Addio diesel e benzina!»

L’Europa ha deciso, l’Italia si allinea

Progressivamente ci sarà un calo nella produzione di auto a combusione. Spazio a quella “elettrica”. Potrebbe essere una brutta mazzata all’economia interna, considerando che nel nostro Paese sono diverse le aziende che producono autovetture

 

Cominciamo a dare una bella occhiata alle nostre auto che circolano per le strade di tutto il mondo, perché in un futuro non molto lontano dovremo dire addio ai motori diesel e benzina. Semplice, a partire dal 2035 l’auto sarà solo elettrica.

Non è un film o un cartoon dei Pronipoti, bensì una nota  del Ministero della Transizione ecologica al termine di un incontro al quale hanno partecipato i ministri della Transizione ecologica Roberto Cingolani, delle Infrastrutture e della Mobilità sostenibile Enrico Giovannini e dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti.

Nell’incontro, si legge nel comunicato, «Sono state definite le tempistiche di sostituzione dei veicoli con motore a combustione interna, decidendo, in linea con la maggior parte dei paesi avanzati, che il phase out (il taglio definitivo) delle automobili con motore a combustione interna dovrà avvenire entro il 2035, mentre per furgoni e i veicoli da trasporto commerciale leggeri entro il 2040».

 

COMMISSIONE EUROPEA…

«In tale percorso – continua la nota – occorre mettere in campo tutte le soluzioni funzionali alla decarbonizzazione dei trasporti in una logica di “neutralità tecnologica” valorizzando, pertanto, non solo i veicoli elettrici ma anche le potenzialità dell’idrogeno, nonché riconoscendo – per la transizione – il ruolo imprescindibile dei biocarburanti, in cui l’Italia sta costruendo una filiera domestica all’avanguardia».

Il Ministero precisa ai costruttori di nicchia, che «misure specifiche potranno essere eventualmente valutate con la Commissione europea all’interno delle regole comunitarie». Insomma, diamoci quell’occhiata di cui si diceva alle nostre amate auto, perché che lo si voglia o no, dal 2035 dovremo dire addio ai motori termici: l’Italia si allinea alle norme contenute nel pacchetto “Fit for 55” adottato a luglio dalla Commissione europea.

L’addio ai motori a combustione interna potrebbe avere impatti notevoli su un settore, la produzione automobilistica che in Italia è stata centra nell’intera economia nazionale.

 

…INCHINO ITALIA

Questi i numeri divulgati da Anfia, l’associazione della filiera automobilistica italiana, che raccontano di una produzione nazionale cresciuta dal 2014 al 2017, passando da 698mila unità a 1,14 milioni. Una fase, questa, seguita da un calo nel 2018 del 7% a 1,06 milioni di autoveicoli e nuovamente nel 2019 del 14% a 915mila.

Infine, il colpo di grazia che non t’aspetti: nel 2020 arriva il Covid. Porta un sciagurato ribasso nelle vendite fino 15,1% rispetto al 2019, per un totale di 777.000 volumi, destinati per il 67% ai mercati esteri. In particolare, lo scorso anno la produzione di autovetture è giunta a 450.000 unità, pari 16,6% in meno rispetto al 2019. Su questo, pesa il progressivo addio al gasolio. In Italia, dal 2016 al 2020, è diminuito del 18%, passando dal 33% al 15% sul totale dell’intera produzione interna, praticamente una caduta produttiva pari al 70% negli ultimi cinque anni. Come a dire, ancora tre lustri, che passeranno in un soffio e poi, addio motori a diesel e a benzina.

Giovani, fuga al Nord

In venti anni, un milione hanno abbandonato il Sud

Un terzo sono laureati. Non ci sono professionisti che possano veicolare progetti. Il meridione rischia di perdere finanziamenti. Non ci sono professionalità ed esperti. Chi matura preferisce fare le valigie. Rabbia e scarse prospettive. Ma il Mezzogiorno proverà a rialzarsi. Analisi e considerazioni della stampa nazionale

 

Fine anno, tempo di bilanci. E quando si parla di giovani e di Sud, insieme, l’argomento è da prendere con le proverbiali molle. Dunque, negli ultimi venti anni un milione di italiani nati o con residenza al Sud, hanno scelto di “salire” al Nord. Motivi semplici, spiegati millimetricamente da statistiche osservate con la lente di ingrandimento.

Più di un milione di persone, si diceva, negli ultimi due decenni ha preferito fare le valigie e trasferirsi dal Sud Italia al Centro o al Nord Italia. Non basta, un terzo dei ragazzi è laureato. E’ il quotidiano “Il Giornale”, autorevolmente diretto da Augusto Minzolini, a pubblicare una statistica a firma Svimez, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno. Bene, anzi, male, perché la Svimez fa la radiografia alla crisi occupazionale al Sud divulgando cifre impietose e preoccupanti in quella che è la puntuale relazione annuale.

In buona sostanza, il Sud rischia seriamente di restare al palo. Rimanere ancora indietro, nonostante l’occasione del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Napoli, città più rappresentativa del meridione racconta di come la divisione fra Nord e Sud, in Italia, sia di quelle importanti. Senza giri di parole: preoccupante. “Se si tiene conto che il valore medio dell’indice di ricambio del personale in Italia – documenta Il Giornale – è pari a 0,65, nel periodo 2007-2018, le distanze si evidenziano per zone geografiche”.

 

E IL SUD ZOPPICA…

E non solo. “Al Centro-nord l’indice è pari allo 0,70, nel meridione si ferma allo 0,58”. Napoli, purtroppo, segna uno dei risultati più negativi: l’indice è dello 0,40. E c’è chi sta peggio, Palermo. Il capoluogo della Sicilia rispetto a quello della Campania  è addirittura appena superiore allo zero. “Il personale pubblico laureato – scrive Il Giornale – poche volte supera il 30% del totale dei dipendenti; a Napoli raggiunge la cifra del 19,60%”. Esiste pertanto il rischio concreto che il Sud resti fuori dai finanziamenti, non avendo quelle competenze progettuali per attingere ai fondi previsti per il rilancio dei territori italiani. L’emigrazione dal Sud verso il Centro-nord degli elementi più formati e più capaci complica l’intero quadro.

C’è anche il Corriere del Mezzogiorno a riprendere l’analisi Svimez, che “propone di rafforzare gli enti locali meridionali, garantendo il supporto di centri di competenza nazionali come Sogei, Invitalia e Consip, in sinergia con gli atenei universitari locali”. Il quotidiano distribuito al Sud con il Corriere della Sera, aggiunge inoltre che “le difficoltà di natura economica dei comuni del sud non rende ottimisti sui programmi da adottare”.

Concludendo, riassumono i due quotidiani che hanno separatamente curato il focus, è evidente che per garantire i servizi base c’è bisogno di aumentare il prelievo fiscale e ciò creerebbe maggiori difficoltà ai cittadini, già messi a dura prova dal Covid-19.

“Come se non bastasse – la conclusione dell’inchiesta – anche le previsioni sulla crescita del Pil, ipotizzate dalla Svimez, confermano il divario del Sud con il resto d’Italia: sono diversi i punti in meno che realizzerà il Mezzogiorno e ciò avrà un effetto-boomerang anche sull’occupazione”. Ultimo dato allarmante, ancora a svantaggio del Sud: circa la metà dei licenziati in Italia è meridionale.