Avetrana, «fermate quella fiction!»

Il Comune chiede la sospensione della serie Disney+

Chiesto anche il cambio del titolo. «Vorremmo appurare se l’associazione del nome della cittadina all’adattamento cinematografico susciti una portata diffamatoria», dicono sindaco e pool difensivo del Comune in provincia di Taranto. «Abbiamo raccontato i fatti emersi dalla verità giudiziaria e limitati solo a quello, senza mai pensare di aprire altre strade», risponde il regista

 

Mentre parte la fiction televisiva sul canale Disney+ dal titolo “Avetrana – Qui non è Hollywood”, un ultimo disperato tentativo per sospenderne la programmazione o, in ultima analisi, provare a cambiarle il titolo, ci prova Antonio Iazzi, sindaco della cittadina in provincia di Taranto dove nell’agosto del 2010 fu barbaramente uccisa la quindicenne Sarah Scazzi.

Il primo cittadino si fa portavoce dell’Amministrazione, attraverso i suoi avvocati, depositando un ricorso cautelare d’urgenza per chiedere almeno la rettifica della denominazione della serie televisiva “Avetrana – Qui non è Hollywood” con sospensione immediata.

Della serie ne abbiamo scritto nei giorni scorsi, quando ancora il risentimento registrato nel paese in provincia di Taranto non aveva preso una piega giudiziaria, aspetto maturato in queste ultime ore. La fiction in questione, che descrive l’omicidio della quindicenne Sarah Scazzi, sarà trasmessa sulla piattaforma Disney+ a partire dal 25 ottobre.

 

 

VORREMMO VISIONARE LA FICTION

«Risulta indispensabile visionarla in anteprima – scrive il primo cittadino nel documento inoltrato agli Organi di stampa e all’agenzia giornalistica Ansa – al fine di appurare se l’associazione del nome della cittadina all’adattamento cinematografico susciti una portata diffamatoria rappresentandola quale comunità ignorante, retrograda, omertosa, eventualmente dedita alla commissione di crimini efferati di tale portata, contrariamente alla realtà».

«Volevamo esplorare la complessità del male – spiega, invece, il regista Pippo Mezzapesa alla rivista Vanity Fair – il rischio era di approcciarsi in modo morboso e voyeristico a questa storia ma l’intento invece è stato quello di andare oltre i personaggi che si sono creati e che inevitabilmente ognuno ha creato su se stresso, per andare anche a esplorarne le fragilità».

La programmazione prevista per venerdì 25 ottobre sulla piattaforma streaming Disney+ rischierebbe, secondo quanto riportato nel documento del Comune di Avetrana, di determinare un ulteriore attentato ai diritti della personalità dell’Ente civico accentuando il pregiudizio che il titolo già lascia presagire nel catapultare l’attenzione dell’utente sul territorio più che sul caso di cronaca.

 

 

RICORSO D’URGENZA

Nel ricorso depositato dagli avvocati Fabio Saponaro, Stefano Bardaro e Luca Bardaro, si indica che «risulta indispensabile visionare in anteprima il prodotto, ciò al fine di appurare se l’associazione del nome della cittadina all’adattamento cinematografico susciti una portata diffamatoria rappresentandola quale comunità ignorante, retrograda, omertosa, eventualmente dedita alla commissione di crimini efferati di tale portata, contrariamente alla realtà».

«I dubbi e le perplessità della comunità avetranese, recepite dal pool difensivo – prosegue la nota – sembrano da ultimo avvalorate dalla recensione del film, pubblicata sul portale della Fondazione Ente dello Spettacolo, che rimanda all’idea di «un’Italia oscura e spaventosa abitata da mostri della porta accanto; una porta verso gli inferi dai quali non si fa ritorno, ambientata tra terre riarse, strade abbacinanti per il sole, tristi bar centri di incontri serali che tende a far rivivere un mondo di provincia chiuso e asfissiante guidato da una cattiveria che segna senza via di scampo relazioni, amicizie e parentele».

 

 

«RISPETTATI GLI ATTI GIUDIZIARI»

«La nostra comunità – conclude la nota a firma di Iazzi – merita rispetto e una giusta connotazione; ricordiamo che nel luglio del 2022, con atto ufficiale della Regione Puglia, Avetrana è stata riconosciuta “Città d’Arte” e inserita nell’Elenco regionale dei comuni ad economia prevalentemente turistica Città d’arte; a ciò si aggiungano accoglienza, ospitalità, generosità e altre peculiarità che da sempre caratterizzano la stessa cittadinanza».

Infine, sempre sulle colonne della rivista “Vanity Fair”, durante la lavorazione della serie tv, gli autori e la produzione della fiction sono rimasti in dialogo costante con la famiglia di Sarah Scazzi. «Il pericolo era di avere anche un coinvolgimento emotivo troppo forte che minasse la libertà di noi narratori – puntualizza Mezzapesa – abbiamo raccontato dei fatti emersi dalla verità giudiziaria, da tre sentenze e ci siamo limitati a quello: non abbiamo in alcun modo pensato di aprire altre strade, non siamo giudici, non siamo avvocati e non siamo giornalisti d’inchiesta, a noi interessava raccontare una storia per quello che è emerso ed esplorarne cause e conseguenze».

Italia, promossi e bocciati

Le città dove si vive meglio e peggio

E’ il Nord ad avere la meglio, il Sud in ripresa, ma la strada da compiere è ancora tanta. Un report dice che il divario si è ristretto, ma politica e impresa devono ancora lavorare. Money.it e Avvenire interpretano i risultati dei quattro saggi che hanno stilato la “chart” finale

 

Tutti pazzi per l’Italia, d’accordo. Stranieri, in particolare, matti per la Puglia. Ma non c’è solo il Paese del più e del meno, in Italia infatti esistono anche le zone intermedie. Fermo restando il meglio e il peggio, abbiamo preso in prestito lo studio, molto attento, aggiornato rispetto agli ultimi dodici mesi, svolto da Money.it

Come è stata stilata questa classifica. Il punteggio di ogni città è il risultato della somma di una serie di indicatori osservati dagli economisti interpellati per stilare la classifica definitiva: capacità di accoglienza, ambiente, turismo e cultura, capitale umano, demografia e famiglia, economia e inclusione, impegno civile, lavoro, legalità e sicurezza, salute, servizi alla persona.

L’indagine 2024 ha mostrato che le aree di osservazione circa legalità e sicurezza, salute e lavoro, sono migliorate. Gli indicatori che, invece, hanno registrato i livelli più bassi sono stati impegno civile, ambiente, cultura e turismo, accoglienza. Ambiti, questi, nei quali le città italiane sono risultate carenti.

 

 

BENE PORDENONE, SIENA E MILANO

La domanda che si pone il sito della rivista finanziaria americana e che in Italia, online, tratta problemi economici, parte dal meglio: “In quale città italiana si vive meglio in Italia?”. Il sito, come noi, setaccia il “Rapporto sul BenVivere e la Generatività delle province italiane 2024” pubblicato dal quotidiano L’Avvenire, che, puntuale, da sei anni aggiorna la sua classifica. In base all’indagine di un team di economisti italiani, il report in questione ha indicato, per esempio, miglioramenti sulla vivibilità al Sud. Il Sud, infatti, registra una riduzione della distanza fra nord e centro Italia rispetto a quanto riportato l’anno scorso.

Quando, però, si va a leggere la classifica, una sorta di Top 10, non solo la sensazione, ma le cifre e le indicazioni, nette, certificano che le città nelle quali si vive meglio si trovano in buona parte al Nord. Se pensiamo che le città più “giù”, in questa graduatoria, sono Siena e Firenze, va da sé che esiste ancora un certo squilibrio sul quale la politica e le imprese devono lavorare.

Nello scorgere la classifica 2024 delle città con la migliore qualità della vita in Italia, la prima osservazione che balza subito agli occhi è che è il Nord ad avere di gran lunga la meglio. In testa, saldamente, si colloca Pordenone. Sfila la testa di questa speciale classifica a Bolzano, città che non solo non conferma la sua leadership conquistata nella quinta edizione, ma addirittura perde nove posizioni, piazzandosi al decimo posto. A seguire la città friulana, Siena e Milano che formano il podio delle tre principali città con la migliore qualità della vita.

 

 

MALE REGGIO E CROTONE

Come Bolzano riesce a confermarsi per un soffio fra le prime dieci città italiane, ecco quattro città che fanno il loro ingresso in questa classifica. Nessuna sorpresa, sono sempre le città settentrionali a dire la loro: Trieste, Udine, Parma e Rimini. Questa la classifica completa: Pordenone, Siena, Milano, Trieste, Firenze, Trento, Rimini, Udine, Parma, Bolzano. Al Sud, degne di una certa attenzione, sono le città di Isernia e Benevento, comuni che hanno registrato un bel balzo in avanti nella qualità di vita.

Queste, dunque, le dieci città italiane dove si vive meglio. E se esiste una classifica “up”, per contro ce n’è una “up”, tanto che nel dare un’occhiata allo stesso rapporto, quello “sul BenVivere 2024”, osserviamo che Crotone e Reggio Calabria occupano ultimo e penultimo posto. Sempre secondo lo stesso report, le peggiori province italiane risultano essere Caltanissetta, Foggia, Catania e Napoli.

«Ius Scolae, magari…»

Storia di una coppia di giovanissimi studenti cinesi

«Pur non essendo una soluzione perfetta, rappresenta un passo avanti significativo, consentirebbe a chi frequenta le scuole elementari e medie di ottenere la cittadinanza italiana entro le superiori». I due piccoli fanno parte del nostro quotidiano. Di poche parole, mano nella mano, entrano in un bar del centro di Taranto: prendono due cornetti, pagano, salutano e vanno via. Tutto bene, naturalmente, se non fosse che il più grande, dodici anni, corregge: «Non mi chiamo Chen, ma se a voi sta bene così, fate pure..». Un inizio di giornata fra sorrisi, sguardi e un saluto, classico: “’Giolno..”.

 

C’è un giovanotto dodici anni, occhi a mandorla. Ogni giorno in un bar del centro cittadino si fa strada fra la gente che alle otto sorseggia il primo caffè della giornata. Tiene per una mano, la sorellina. Lui frequenta una scuola media, la bimba la scuola media. Ma parlano il mandarino, la lingua che più cinese non si può. E’ così che cambia il mondo. I due sono diventati le due mascotte dell’esercizio in pieno centro. Lo stesso dicasi per i clienti del bar. Non c’è verso, i due piccoli sorridono, piegano appena in avanti la testolina, stirano quegli occhietti a fessura, ringraziano, ma non accettano: obbediscono, pare di capire, a papà e mamma che hanno autorizzato una sola sosta prima di dirigersi, mano nella mano, a scuola.

Il piccolo è stato ribattezzato Chen. In realtà, lui ha cercato inutilmente di correggere il suo nome, ma per pigrizia o per la troppa gente che affolla quello spazio davanti al bancone, tanto da sembrare una sala d’attesa di un aeroporto, il titolare e i baristi non si sforzano più di tanto. «Chen, sei stato nominato!». Come fosse un reality, con personaggi, interpreti e nomination. Niente da fare, Chen alza appena il tono della voce, sempre composto, articola due sillabe, quasi a correggere quel nome che gli hanno già incollato sulla pelle, nemmeno fosse un tatuaggio.

 

 

CHEN, COME FOSSE “MARIO”

Chen, come fosse “Mario” dalle nostre parti. E così è. Non sono gli unici piccoli cinesi, nati in Italia da genitori che anni fa decisero di compiere il grande salto: partire dalla Cina e aprire un’attività all’estero. «In Italia, culla della cultura e della bellezza, sarebbe il massimo…», sembra di sentire. Aprono prima un localetto, poi un locale più grane, infine si trasferiscono in un immobile nel quale ci mettono di tutto. Dalle mini-stilo, a torcioni, plafoniere e candelabri; dal caricabatterie alla cover per cellulare. Nel bar. «Chen, per caso una foderina per questo cellulare ce l’avete?». E il piccolo, serio, senza prendere il telefonino fra le mani, sposta la testolina da un lato all’altro, come se stesse facendo una ripresa video. Cime mette un istante. Ciondola la testa in avanti, come a dire: «Sì, questa è materia nostra».

La consulenza dura solo il tempo di ritirare i due cornetti, pagare, salutare e andare via. «’Giolno…», pare di capire. «Ciao, Chen!». E uscendo, una mano stretta intorno alla manina della sorella, il piccolo dodicenne: «Non mi chiamo Chen…». E il titolare, appena smentito, rassicura i clienti. «Si chiama Chen, state tranquilli, loro sono così, non lo ammettono, ma alla fine si convincono…». Di fronte a una tale sicurezza, anche “Chen” sarà capitolato. Ci pare di vedere i suoi genitori. «Ti hanno chiamato Chen, che problema c’è, tu sorridi, ringrazia, prendi i cornetti, paga e soprattutto non lasciare la mano a tua sorella!». Saggezza popolare.

 

 

A TARANTO DECINE, A PRATO L’85%

A Taranto sono decine gli alunni, gli studenti che frequentano le nostre scuole. Ci sono città, per esempio, come Prato, in Toscana, dove esistono classi con l’85% di studenti cinesi. Il preside, non nasconde il suo punto di vista: va bene. «La cittadinanza è anche un incentivo a partecipare ai corsi fin da piccoli».

In una delle città più multietniche d’Italia, scrive puntuale il sito orizzontescuola.it, la questione della cittadinanza per gli studenti stranieri si presenta con urgenza e concretezza. Il preside di due istituti comprensivi pratesi, con una presenza di circa duemilatrecento alunni, sostiene l’importanza dello “Ius Scholae” come strumento per affrontare le sfide e le opportunità di una realtà scolastica sempre più multiculturale.

 

 

PRIMA DELLA CAMPANELLA

«Lo Ius Scholae – riprende orizzontiscuola.it – pur non essendo una soluzione perfetta, rappresenta un passo avanti significativo, consentirebbe a chi frequenta le scuole elementari e medie di ottenere la cittadinanza italiana entro le superiori». Il preside toscano sottolinea come molti studenti stranieri, nati e cresciuti in Italia, si trovino a dover affrontare complesse procedure burocratiche, come la richiesta di visti per partecipare a gite scolastiche nell’Unione Europea. Lo “Ius Scholae” semplificherebbe questi iter, riconoscendo l’appartenenza di fatto di questi giovani al tessuto sociale italiano».

Una legge che consentirebbe a molti dei nostri piccoli studenti di sentirsi italiani. Compreso Chen. «Non mi chiamo Chen…». Certo, pardon: compreso quel ragazzetto che ogni mattina mano nella mano con la sorellina si fa strada nel bar, saluta tutti e sgattaiola verso la scuola, prima che suoni la campanella.

«Palazzina Laf,  è una vicenda umana»

Lunedì scorso nella Biblioteca Acclavio un incontro con i protagonisti

«La Palazzina Laf ha rappresentato non solo per Taranto, ma per tutta l’Italia, una vergogna», così hanno ricordato Claudio Virtù e Giuseppe Palma, fra i 79 lavoratori Ilva relegati in un luogo fatiscente del siderurgico. Ritenuti scomodi o sindacalizzati, dovevano rappresentare in tutto lo stabilimento un esempio per condizionare anche le scelte aziendali. Promosso dal giornalista Antonio Attino e Vincenzo Di Renna, docente del liceo artistico “Calò”. Sono intervenuti, fra gli altri, il magistrato Alessio Coccioli, e lo scrittore Carlo Vulpio (“La città delle nuvole”)

 

Ventisei anni fa, il 7 novembre 1998, la magistratura mise sotto sequestro la Palazzina Laf (Laminatoi a freddo, l’acronimo), l’edificio della fabbrica in cui i dirigenti del Centro siderurgico Ilva confinavano i lavoratori indisponibili ad accettare il demansionamento.

Fu il primo clamoroso caso di mobbing in Italia, un caso esemplare di persecuzione sul luogo di lavoro che portò nel 2001 alla condanna (poi confermata nei due successivi gradi di giudizio) di undici persone: dirigenti, capi e il proprietario dell’Ilva, Emilio Riva.

La storia che ha ispirato il film del regista tarantino Michele Riondino, è stata raccontata da alcuni dei veri protagonisti della vicenda lunedì sera nella sala Agorà della biblioteca civica Acclavio di Taranto. “Taranto, la storia oltre il cinema. Palazzina Laf”, questo il titolo dell’incontro.

 

Foto Studio Ingenito

 

UN INCONTRO PER TUTTI

Obiettivo dell’incontro: andare alle origini della storia, ricostruendola grazie alle testimonianze di quanti la vissero. L’incontro, aperto a tutti, era nato avendo come pubblico ideale i giovani e gli studenti (numerosi i ragazzi che hanno partecipato al dibattito intervenendo con domande rivolte ai protagonisti). «Ci auguriamo possa essere stato un “esercizio” di educazione civica», aveva dichiarato Attino, promotore dell’incontro insieme con Vincenzo Di Renna, anche lui docente del liceo artistico “Calò”.

Fra i presenti, Alessio Coccioli, attualmente procuratore a Matera; è lui il magistrato che all’epoca condusse l’inchiesta giudiziaria con il procuratore aggiunto Franco Sebastio, scomparso a gennaio dell’anno scorso. Con Coccioli, due ex lavoratori confinati nella Laf, Claudio Virtù e Giuseppe Palma, i quali hanno raccontato la loro storia, le difficoltà lavorative e umane vissute.

Virtù nel 2001, aveva scritto il libro “Palazzina Laf. La violenza del padrone”, ripubblicato recentemente. A questo libro il regista Riondino ha attinto per il suo film. Presente all’incontro anche Carlo Vulpio, inviato del Corriere della Sera, che nel 2009 dedicò a Taranto al suo dramma ambientale e umano, il libro “La città delle nuvole”. Della palazzina Laf, Vulpio scrisse: «Dimostra che come non c’è mai limite all’inquinamento dell’aria, dell’acqua, della terra, così non c’è limite all’inquinamento delle coscienze e allo scempio della mente delle persone».

 

Foto Studio Ingenito

 

NON SOLO PER GIOVANI E STUDENTI

Lunedì sera, anche la testimonianza di Marisa Lieti, la psichiatra che seguì i lavoratori e denunciò pubblicamente la condizione dei lavoratori confinati. All’attore Sergio Tersigni, insegnante anche lui come Attino, è toccata la lettura di alcuni brani legati a quanto accadeva in quel periodo a Taranto, ricordando Franco Sebastio, il procuratore della Repubblica che visse con partecipazione e amarezza la storia, riversandola in una appassionata requisitoria.

«La palazzina Laf ha rappresentato non solo per Taranto, ma per tutta l’Italia, una vergogna; la vicenda che ha riguardato un gruppo di lavoratori relegati in un luogo fatiscente perché ritenuti scomodi o sindacalizzati o che non accettavano il demansionamento doveva rappresentare in tutto lo stabilimento un esempio per condizionare anche le scelte aziendali; noi lavoratori dovevamo abbassare la testa e subire le imposizioni del datore di lavoro, condizioni chiaramente fuori legge». Così Claudio Virtù e Giuseppe Palma, due tra i 79 dipendenti del Siderurgico che nel 1997, all’epoca della gestione dei Riva, furono confinati in una struttura definita lager, la palazzina Laf (Laminatoio a freddo), senza svolgere alcuna mansione. Una dichiarazione raccolta da Giacomo Rizzo, giornalista dell’agenzia giornalistica Ansa, che aveva collaborato con Virtù alla stesura del libro “Palazzina Laf”.

Foto Studio Ingenito

 

COCCIOLI, RICORDANDO SEBASTIO

«Sicuramente – ha detto dal suo canto il procuratore Coccioli – è stata una indagine unica; all’epoca era un fatto nuovo; c’erano pochissimi casi analoghi. Un caso unico perché si è parlato tanto di mobbing ed effettivamente lo era, ma non fu trattato come mobbing, almeno all’inizio: il problema era proprio la valutazione del reato perché i lavoratori erano pagati sostanzialmente per non fare nulla, costretti a una situazione di ozio forzato. Mi colpì la dichiarazione di uno di quei lavoratori. Gli chiesi: “ma lei cosa lamenta se viene pagato lo stesso?”. Mi rispose: “io non sono un gambero, io voglio andare avanti, non indietro: sono un lavoratore specializzato, non possono togliermi la dignità».

Questi, uno per uno, gli ospiti dell’incontro. Alessio Coccioli, procuratore capo a Matera. In magistratura dal 1996, è stato sostituto procuratore a Taranto negli in anni in cui venne aperta l’inchiesta giudiziaria sulla Palazzina Laf dell’Ilva. Successivamente ha lavorato come sostituto nella Direzione distrettuale antimafia a Lecce, dal 2018 come procuratore aggiunto a Bari. Da aprile di quest’anno è capo della procura a Matera.

 

TARANTO, CITTA’ DELLE NUVOLE

Carlo Vulpio, giornalista del Corriere della Sera, inviato in Italia e all’estero, nel 2009 autore di La città delle nuvole. Viaggio nel territorio più inquinato d’Europa, libro-inchiesta su Taranto. E’ autore tra gli altri del libro Il genio infelice, sulla vita di Antonio Ligabue, e il sogno di Achille, il romanzo di Gigi Riva. 

Claudio Virtù e Giuseppe Palma, ex dipendenti dell’Ilva, hanno condiviso la drammatica esperienza da confinati nella Palazzina Laf del centro siderurgico di Taranto. Prima di essere trasferiti lavoravano nel centro elaborazione dati.

Marisa Lieti, psichiatra, è stata responsabile del centro di salute mentale dell’Asl di Taranto dopo avere lavorato nell’ospedale psichiatrico di Collegno (Torino). Ha curato i lavoratori confinati nella Palazzina Laf.

E’ Vieste la star del turismo

Bari registra il maggior numero di arrivi, Lecce quello delle presenze

“Arrivi” e “presenze” confermano che la Puglia è sempre più una destinazione di riferimento sia a livello nazionale che internazionale. «La crescita del turismo straniero, rafforzata dalle ottime performance di mercati emergenti come Polonia, Argentina e Brasile, testimonia l’efficacia della nostra strategia di promozione all’estero», sostiene Gianfranco Lopane, assessore al Turismo della Regione Puglia

 

La Puglia, turisticamente parlando, spicca il volo. Cambia, in qualche modo, la geografia delle città più visitate in questo 2024. I dati, secondo i dati forniti dall’Osservatorio regionale del Turismo della Puglia (PugliaPromozione), sono stati presentati al TTG Travel Experience di Rimini, considerato a ragione il punto di riferimento per le analisi legate al turismo.

In totale, raccontano i dati forniti dalla Regione Puglia, da gennaio ad agosto sono arrivate nella nostra regione ben 4.234.445 persone, per un totale di quindici milioni di presenze. Due dati sostanzialmente in crescita. Uno dei primi dati che salta agli occhi è un sensibile calo delle presenze degli italiani. Leggera flessione. Se c’è, invece, un exploit, bene, quello riguarda gli stranieri: +20,1% rispetto allo scorso anno, nel periodo da gennaio ad agosto 2023. Il mese con più arrivi, ma non avevamo dubbi a riguardo, è stato agosto. Nonostante i vantaggi più volti espressi riguardo vacanze ragionate e meno dispendiose, i turisti coniugano il periodo di vacanze con il mese di agosto. Dello stesso avviso, gli italiani.

 

 

TUTTI I NOMI

Facciamo i nomi. E’ Bari la città con più arrivi: 573.000 totali. Vieste si conferma come la località con più presenze. Sul podio degli “arrivi”, si conferma anche Vieste e Lecce. A seguire, Monopoli e Ostuni. Scorrendo la classifica dei primi posti, troviamo Gallipoli: nona. Se diamo un’occhiata alle “presenze”, scopriamo invece che Vieste ha la meglio su Bari e, a seguire, su Ugento, Lecce e Gallipoli, che se la giocano meglio in virtù delle vacanze più lunghe fatte nelle città di mare. A nostro avviso – ma non è confutare proiezioni e sondaggi di PugliaPromozione – mancherebbero cittadine come Alberobello, Martina Franca e Locorotondo. Ma è un punto di vista, nessuno in Puglia può lamentarsi. Tutt’altro.

Ma torniamo a cifre e percentuali fornite da PugliaPromozione. Nei primi otto mesi del 2024, si è registrato un significativo incremento sia degli “arrivi” (4.234.000) che delle “presenze” turistiche (15.339.000). Gli arrivi hanno fatto segnare un aumento pari al +9%, mentre le presenze hanno registrato un incremento del +4% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. La crescita ha interessato sia i turisti italiani che stranieri. Questi ultimi hanno evidenziato un aumento maggiore: +20% per gli “arrivi” e +15% per le “presenze”. I flussi turistici nazionali registrano un incremento del +3% per gli arrivi a fronte di un andamento stazionario delle presenze.

 

 

SETTEMBRE-OTTOBRE, PREVISIONI

Settembre e ottobre, in una sorta di previsione, descrivono una crescita degli arrivi del +4% e un mantenimento dei valori dello scorso anno per le presenze. Nel periodo gennaio-agosto 2024, in fatto di “arrivi” sono stati registrati incrementi superiori al 10% nei mesi di marzo (periodo pasquale), maggio e giugno. Nei mesi di luglio e agosto gli arrivi sono cresciuti del +3,5% e le presenze hanno mostrato una sostanziale stabilità (+1%), con una buona performance del mercato estero che ha compensato il rallentamento interno. «Siamo soddisfatti dei risultati ottenuti dal turismo pugliese nei primi mesi del 2024 – dichiara Gianfranco Lopane, assessore al Turismo della Regione Puglia – in quanto crescita di “arrivi” e “presenze” conferma che la Puglia è sempre più una destinazione di riferimento sia a livello nazionale che internazionale».

 

 

CONCLUDENDO…

«La crescita del turismo straniero – riprende Lopane – rafforzata dalle ottime performance di mercati emergenti come Polonia, Argentina e Brasile, testimonia l’efficacia della nostra strategia di promozione all’estero. Allo stesso tempo manteniamo alta l’attenzione sul mercato nazionale, sui flussi italiani, e lavoriamo per garantire una crescita sostenibile e rispettosa delle comunità locali e dell’ambiente, a partire dalle iniziative volte alla valorizzazione dei nostri Prodotti turistici di punta; adesso ci attende una nuova ed importante sfida, che passa anzitutto dalla collaborazione con gli operatori, le amministrazioni, le imprese pugliesi e le associazioni di categoria; puntiamo a favorire percorsi di qualificazione dell’offerta attraverso l’organizzazione turistica dei nostri territori; a breve avvieremo incontri mirati in questo senso e ci saranno novità interessanti».    

Troupe Tg3 aggredita, muore autista

Ahmad, circondato da gente esasperata, crolla per infarto

Lucia Goracci racconta l’esperienza drammatica vissuta insieme con i suoi due compagni di viaggio. «Hezbollah non c’entra nulla, si è trattato solo di uno sfogo senza alcun risvolto politico», spiega. «Abbiamo perso uno splendido compagno di lavoro, profondo e dotato di grande dolcezza», prosegue la giornalista Rai. La scia di sangue non si ferma…

 

Troupe del Tg3 Rai aggredita in un villaggio del Libano appena bombardato. La notizia la fornisce per primo il notiziario di rete. Notizia di prima mano fornita dalla stessa Lucia Goracci, una delle giornaliste italiane più impegnate nel raccontarci i danni che provocano i conflitti in Medio oriente, in particolare quelli che sta provocando quest’ultimo conflitto con Israele impegnata in una guerra senza un attimo di pausa a Palestina e Libano.

Durante il Tg3 di martedì scorso, la Goracci racconta l’aggressione. Non è l’unica ad averla subita, c’è purtroppo anche un morto nella troupe, Ahmad Akil Hamzeh, l’autista colpito da infarto che scortava la giornalista e Marco Nicois, il cameraman.

«Siamo a nord di Sidone – racconta in una concitata diretta al Tg3 Lucia Goracci – sul luogo del bombardamento; la nostra presenza era stata segnalata dal fixer, Kinda Mahaluf, a Hezbollah. Marco, il cameraman, stava riprendendo quanto accaduto senza problemi, la gente, disperata, ci parlava; quando ad un certo punto è spuntato un uomo che ha tentato di strappare la telecamera all’operatore: avvertendo questa minaccia siamo tornati in auto pronti per allontanarci in fretta».

 

 

UN RACCONTO DOLOROSO

Prosegue il racconto. «In quel momento sono arrivati altri, anche loro a spintonarci, mentre il primo uomo insisteva provando a scagliarci contro una grossa pietra; scena controversa: c’era chi lo tratteneva – spiegandogli il nostro lavoro – e chi lo aizzava; siamo andati via veloci in auto, mentre sempre lo stesso uomo – quando il nostro autista si è fermato ad un distributore – ci è venuto addosso, ha strappato le chiavi dalle mani all’autista tentando di rompere la telecamera a Marco, tutto questo infilandosi all’interno del mezzo attraverso i finestrini aperti: nessuno, nel frattempo, ci veniva in aiuto».

Gli aggressori non avevano insegne – racconta l’agenzia Ansa – non erano armati, ma la paura fa presto a salire in zona di guerra e, prima che venisse alla luce che si trattava solo di uno sfogo disperato, Ahmad, l’autista libanese, si è accasciato a terra, stroncato da un infarto. Per l’inviata Lucia Goracci, Marco, l’operatore, e Kinda, la fixer, rimasti incolumi, sono stati minuti da incubo, con il fiato sospeso anche ai piani alti della Rai.

L’episodio ha inizio in una concitata mattina alle nove, a Jiyeh, città tra Beirut e Sidone. Nell’inaudita gragnuola di fuoco sul Libano, un bombardamento aveva già centrato e disintegrato alcune case. Al Tg3 hanno intenzione di documentare, mantenendosi a distanza di sicurezza e con tutti i permessi necessari, l’avanzata della minaccia israeliana. In tutte le zone costiere l’Idf ha diramato uno stato di allerta ai residenti. La giornalista prova a rivolgere una domanda a una donna.

 

 

AHMAD, IL CUORE NON HA RETTO

Ed è proprio in quel momento che un certo numero di persone esagitato si scatena contro la troupe. L’impressione che i tre, giornalista, operatore e autista, abbiano a che fare con bande armate politicizzate. La troupe si rifugia nel mezzo: uno degli aggressori, il più esagitato, è trattenuto da alcuni e istigato da altri. Vuole rendere inutile la telecamera, così scaglia un sasso all’interno del mezzo.

Ahmad, autista esperto, fede sciita, sa come controllare i nervi. Senza agitarsi più di tanto, mette in moto l’auto e si dirige verso Beirut, inseguito dall’aggressore più scatenato che segue la troupe a bordo di uno scooter. Forse per ricondurre l’uomo che più degli altri appare esasperato alla ragione, o forse perché accusa i primi sintomi di quello che sarà un malore fatale, si ferma ad una stazione di servizio. Prova a parlare con l’uomo, vorrebbe forse ridurlo alla ragione, ma non ci riesce. Qualche momento dopo, a causa di una cardiopatia e alla paura, Ahmad si accascia a terra: è il suo ultimo segno di vita.

«A chiamare l’ambulanza – ha raccontato alla stessa agenzia Ansa Lucia Goracci – è stato lo stesso aggressore, poi dileguatosi mentre sul posto si raccoglievano un po’ di persone che hanno tentato invano di soccorrere Ahmad».

«Hezbollah non c’entra nulla – conclude Goracci – si è trattato solo di uno sfogo senza alcun risvolto politico, frutto della tensione diffusa tra la popolazione delle aree sotto attacco; tutto si è svolto nel giro di pochi minuti: Ahmad era uno splendido compagno di lavoro, profondo e dotato di grande dolcezza». E, purtroppo, aggiungiamo noi, la scia di sangue non si ferma davanti al povero, incolpevole Ahmad. 

In Puglia l’ultimo femminicidio

Quarantaquattro delitti, vittime donne succubi della violenza degli uomini

«Mi voleva uccidere, mi ha chiuso in auto tra le fiamme», Maria Arcangela prima di morire. E’ l’ultima donna sulla quale si è abbattuta la furia omicida del marito. E’ accaduto domenica sera a Gravina di Puglia. Prima l’uomo ha lanciato l’auto contro un muro, darle fuoco e simulare un incidente. La poveretta era riuscita ad uscire dalla vettura, ma una volta raggiunta è stata soffocata. Un breve video inchioda l’uomo, che quindici anni prima aveva accoltellato il figlio

 

Ma basta. Ancora un femminicidio. La follia omicida di un uomo che si scaglia contro una donna per sopraffarla, per cancellarla dall’esistenza e dal futuro. Con quello accaduto a Gravina di Puglia domenica sera, sarebbero quarantaquattro gli episodi finiti nella tragedia, che hanno come protagonisti uomini sull’orlo di una crisi di nervi e donne, inermi, incapaci di difendersi, di tentare la pur minima difesa.

Perché non hanno il fisico, né il lontano sospetto che l’uomo, nel caso della sessantenne Maria Arcangela Turturo, suo marito, il sessantacinquenne Giuseppe Lacarpia, avesse in mente un piano diabolico. Lacarpia, dicono le cronache, aveva pensato di simulare un incidente: scagliare la sua vettura contro un muro e dare fuoco al mezzo con dentro la moglie. Purtroppo per lui, e soprattutto per la donna, il disegno criminoso non si è concretizzato: la vittima è riuscita ad uscire dalla macchina, ma è stata raggiunta dal marito che ha approfittato delle sue condizioni (ridotta in fin di vita): Lacarpia, nemmeno lontanamente mosso a compassione, si è seduto con tutto il suo peso sul corpo della donna per stringerle forte il collo.

 

 

«MA COSA FAI?», UNA COPPIA RIPRENDE L’ACCADUTO

Una coppia di fidanzati, insieme con un amico, hanno visto tutto, hanno perfino ripreso il tentativo di omicidio, diventato poco dopo omicidio a causa delle ferite riportate dalla donna. Quindici secondi che inchiodano inequivocabilmente l’uomo che quindici anni prima era stato condannato per aver sferrato una coltellata al figlio messosi in mezzo ad un altro furioso litigio.

«Mi voleva uccidere, mi ha chiuso in auto tra le fiamme», sono le ultime parole che Maria Arcangela ha  appena sibilato a un poliziotto e poi a sua figlia, in ospedale. Lacarpia che lunedì avrebbe dovuto sottoporsi a una visita per problemi neurologici, si diceva, avrebbe fatto finire l’auto contro un muro. Una volta scagliato il mezzo contro l’ostacolo, avrebbe chiuso la donna nella vettura e acceso il fuoco. Quando la donna, nonostante le ustioni, è riuscita a uscire dall’abitacolo dell’auto, l’uomo l’ha bloccata sull’asfalto, ponendosi su di lei con un peso enorme, un corpo di quasi cento chili. La povera Maria Arcangela, trasportata d’urgenza in ospedale purtroppo non ce l’ha fatta: è morta nel nosocomio, riuscendo però a raccontare cosa fosse accaduto in quei momenti drammatici e così concitati. A testimoniare i fatti, si diceva, un filmato di una quindicina di secondi ripreso con un cellulare da una coppia di fidanzati che, in quel momento, passava da lì e spaventata da un’auto in fiamme.

 

 

«SOFFRIVA DI SINDROME DEPRESSIVA»

A nulla è valso il tentativo di urlare al sessantacinquenne «Ma cosa stai facendo?». La donna appena soccorsa, con un filo di voce ha rivelato ai suoi ai soccorritori: «Mi voleva togliere davanti!». A quanto emerso qualche ora più tardi, le liti in famiglia sarebbero state spesso causate dai debiti che l’azienda di Lacarpia, impegnato nell’allevamento di mucche e produzioni casearie, aveva contratto.

L’uomo, inoltre, era finito a processo anche per maltrattamento di animali. Nel procedimento penale, svoltosi lo scorso gennaio sulla base di una perizia disposta dal tribunale di Bari, Lacarpia era stato dichiarato incapace di stare in giudizio, con invalidità per sindrome depressiva.

Nel 2024 sono state almeno quarantaquattro le donne uccise da mariti, compagni, ex, nel nostro Paese. Non è il caso di applicare misure restrittive alle prime denunce, ai primi segnali di insofferenza? Specie quando un uomo, come nel caso dell’omicida di Gravina presentasse scompensi psichici spesso sfociati in episodi di inaudita violenza.

“Salvata” da un terremoto

Guardia Perticara, provincia di Potenza, cinquecento abitanti

A centotrenta chilometri da Taranto. Prima un salto a Matera, poi a Stigliano, fra paesini e colline. Finalmente ecco quella cittadina risorta dopo il disastro dell’Irpinia. Restituito il suo aspetto medievale, fra vicoli stretti e case di pietra. Da non perdere…

 

Niente da fare, i veri gioielli stanno a Sud. A Su dell’Italia e a Sud del mondo. Basta prendere la Puglia, e non per campanilismo, ma – un tempo si diceva – dove caschi, caschi bene: dalla provincia di Foggia al Tacco della regione, la provincia di Lecce. Poi vogliamo parlare delle altre località, dall’entroterra alle zone collinari e di mare? Non c’è che l’imbarazzo della scelta. Ma il Sud è unico. Con il passare degli anni, dei decenni e, diciamolo, dei secoli, abbiamo assistito a una vera desertificazione dei nostri luoghi a causa di un motivo al quale non si può contrapporre nemmeno il più razionale dei ragionamenti: la fame. Se non mangiavi almeno un pasto al giorno, era finita. Abbiamo raccolto storie di famiglie numerose che mandavano i propri figlioli dalle nonne, dalle zie, a causa della scarsa disponibilità di materie prime: il cibo. Era triste.

Questo partire per il Nord in cerca di fortuna, ha fatto in modo che molte delle cittadine del nostro circondario non fossero rase al suolo e cementificate. Uno dei motivi: nell’immediato circondario non esistevano risorse per essere autosufficienti, in quello che era un tacito scambio “dare avere”: io produco più grano, ti do farina; tu olio e barbabietole, mi dai lo zucchero.

 

 

C’E’ UN MOTIVO, ANZI DUE…

E allora, secondo motivo: non c’erano risorse e nemmeno tempo per abbattere quelle cittadine desolate, avvitate in posti che nessuno si sarebbe lontanamente sognato. Premessa doveroso anche stavolta, per introdurre l’ultimo dei gioielli nel quale stavolta intendiamo accompagnarvi. La cittadina è Guardia Perticara, cinquecento abitanti, provincia di Potenza. Dunque Basilicata, ma confinante con altri piccoli comuni in provincia di Matera. Da Taranto dista centotrenta chilometri, poco più di un’ora di auto. Pare abbia compiuto e superato da poco il millennio, mille anni portati in modo rispettoso.  

Lo stemma, il gonfalone e la bandiera, come ci ricorda Wikipedia, sono stati concessi proprio di recente, aggiungiamo noi, e precisamente con decreto presidenziale nel 2004. Sfondo azzurro sul quale campeggia una torre d’argento su un monte verde a tre cime, sormontata da una stella dorata. Non è un caso che la cittadina oltre a Perticara, si chiama anche Guardia: la torre cui accennavamo, è una delle sette guardiole – quelle torrette con feritoie riservate alle sentinelle in difesa delle fortezze – poste a difesa del territorio comunale.

 

BENEDETTI SITI…

In questi giorni è tornata ad interessarsi a questo affascinante comune lucano anche il sito “True Riders”. Con un esaustivo servizio, se n’è occupato Alessio Gabrielli, che spiega: “il viaggio per raggiungere Guardia Perticara parte da Matera, la celebre città dei Sassi; quando ti trovi a Matera non puoi che ammirare le sue meraviglie; dopo una passeggiata per i vicoli di una delle città più famose al mondo (Matera, appunto n.d.r.) occorrerà percorrere strade panoramiche che attraversano la campagna lucana, un panorama  che vi accompagnerà per tutto il viaggio”.

Ad un certo punto, commenta il cronista, il paesaggio si fa più aspro, fino ad arrivare a Craco, il famoso borgo fantasma che sorge arroccato su un colle (e del quale qualche tempo fa abbiamo anche scritto (“Che tesoro che sei”, febbraio 2022 https://www.costruiamoinsieme.eu/che-tesoro-sei/).

 

 

…“COSTRUIAMO” COMPRESO

Dopo aver visitato Craco, la tappa successiva è Stigliano: colline, boschi e paesini, immersi in una natura incontaminata. Da Stigliano, verso Guardia Perticara: uno dei borghi più belli d’Italia: vallate, colline, un panorama che pare dipinto a mano tanto sprigiona fascino. Benvenuti a Guardia Perticara, gioiellino avvitato incastonato fra le montagne e noto per le sue case in pietra e i vicoli minuscoli, stretti e belli a vedersi.

Gli studi, indica ancora Wikipedia, fanno pensare ad una forte influenza greco-ortodossa attorno al X secolo.

Ma è nel XVIII secolo che Guardia Perticara entra a far parte del dipartimento di Maratea come feudo del marchese d’Altavilla, prima che fino al 1806 andasse nelle mani degli Spinelli. Purtroppo, nel 1857, un violento terremoto causa poco meno di un centinaio di vittime per danneggiare vistosamente la struttura urbanistica. Nel 1980, la svolta. Ancora un terremoto, quello dell’Irpinia. In quel momento il borgo trova la forza di progettare il recupero dell’antica dimensione architettonica e artistica, che restituisce al centro storico la sua antica forma medievale.

«Cambio vita, in meglio, spero…»

Trentasette anni, con marito e figli ha preso “la decisione della vita”

Andare in un Paese straniero è una decisione complicata. E’ piena di incognite, specie per una famiglia. Da una parte, i problemi, subordinati all’adattamento. Non è facile imparare una nuova lingua, inserirsi in una cultura diversa. Soprattutto per i figli che vanno incontro a un sistema scolastico e sanitario non sempre identico a quello di origine. Ma qui, è andata bene. La protagonista ha cominciato a pensare positivo…

 

Basta, faccio la valigia e parto. Quante volte abbiamo pensato a soluzioni così radicali. Chi poco, chi tanto. Col passare degli anni, è un’idea che si matura, spesso. Di storie simili ne abbiamo raccontato e continueremo a raccontarne. Quanti dei nostri ragazzi, ospiti nella nostra struttura ci hanno raccontato, emozionato, commosso, fatto piangere, pensando a quale viaggio (della speranza, abbiamo spesso sottolineato noi…) stessero per sottoporsi. Continueremo a farlo.

Stavolta però, la nostra attenzione si orienta verso un articolo apparso sulla stampa nazionale, sul Messaggero come sul Mattino, sulla filiera del Gazzettino. Parliamo di una stampa attenta, critica più di quanto non facciano quotidiano una volta molto, ma molto più considerati con il loro milione di copie vendute (altri tempi). Dunque, la storia è di quelle interessanti, trattata con particolare attenzione dal cronista che è intervenuto per raccontare la storia di una persona che un bel giorno (stando ai successivi risultati possiamo parlare di lieto fine…) ha preso una decisione di quelle importanti: dare una svolta alla propria vita, con la prospettiva di cambiare il futuro. Insomma, prendi la valigia, ci metti dentro l’essenziale, ti dai un’ultima occhiata a casa e te la lasci alle spalle.

 

 

DA SOLI E’ PIU’ FACILE…

Quando sei solo, sei sola. Ma quando hai una famiglia, un marito, quella decisione non pesa cinque volte tanto? Ecco, è quanto accaduto a una mamma, che ha convinto marito, che nel frattempo ha avuto un lavoro proprio lì, in Germania, e figli. E’ cominciato così il secondo capitolo della vita di Celia, trentasette anni.

Andare in un Paese straniero è una decisione che porta con sé tutta una serie di incognite, specie per una famiglia. Da una parte, i problemi, mica da poco, subordinati a quello che gli psicologi e il cronista, garbo e sensibilità, definisce “adattamento”.

Insomma, non è facile imparare una nuova lingua, inserirsi in una cultura diversa e, soprattutto per i figli, andare incontro a un sistema scolastico e sanitario non sempre identico a quello di origine. Le questioni legate alla ricerca di una casa, la costruzione di una nuova rete sociale, sicuramente possono provocare un dissesto all’interno del nucleo familiare: non parliamo di una, due persone, ma di un intero nucleo familiare.

 

 

CON UNA FAMIGLIA, NO

D’altro canto, una esperienza così totalizzante offre diverse opportunità di crescita. I ragazzi possono diventare bilingue, sviluppare una mentalità aperta e multiculturale, imparando a vedere il mondo da diverse prospettive (una cosa alla quale dovremmo spesso sottoporci con una certa umiltà…). Per papà e mamma, vivere in un altro Paese può significare nuove opportunità lavorative e personali, arricchire il proprio bagaglio di esperienze.

Celia, trentasette anni, ha cambiato radicalmente la sua vita quando, insieme alla sua famiglia, si è trasferita a Berlino dopo che il marito ha ottenuto un lavoro in Germania. Abituata ad un altro tenore di vita, altri ritmi, altra cultura, Celia ha trovato sorprendente la grande indipendenza dei bambini nella capitale tedesca. Con il tempo, ha imparato a mettere da parte l’ansia genitoriale, dando ai propri figli la libertà di crescere in modo autonomo. Fine della storia. Nemmeno per idea. La storia è appena cominciata, Ma è già a lieto fine.

Cara maestra, da quanto tempo…

Isole Tremiti, chiusa nel 2003, riapre la scuola

«Era ora», dicono gli abitanti. Del resto, l’istruzione è un diritto per tutti. E c’è già chi vuole fare un monumento all’insegnante che ha accettato l’incarico, nel frattempo rifiutato da due colleghe. «Accogliamo con entusiasmo la nuova maestra», dice la sindaca, Annalisa Lisci. «Sono felice di essere qui: ho ricevuto un’accoglienza a dir poco meravigliosa dalle famiglie dei miei alunni», confessa la docente, Michela Liuzzi

 

Le Tremiti dopo quasi venti anni, hanno daccapo un’insegnate e una classe di alunni ai quali insegnare a leggere e scrivere. Evviva. Fosse stato ancora in vita, Lucio Dalla, cittadino onorario delle Isole Tremiti, elette a suo “buen retiro”, e attracco della sua imbarcazione, il “Catarro”, di cui andava fiero, minimo avrebbe scritto una canzone. Di più, si sarebbe fatto promotore nei confronti del Governo centrale, come dell’Amministrazione comunale, che in questa vicenda – sia chiaro – non ha colpe, di una protesta: quando cominciamo a crescere e a fare lezione ai bambini, per pochi che siano, che sono nati in un’isola affascinante, ma distante dalla terra ferma. Possibile che non ci sia qualcuno che si muova? Ma, quando nessuno aveva più speranza, ecco che si vede uno spiraglio. Uno spiraglio dalle sembianze di una insegnate, che ha un nome e un cognome: Michela Liuzzi, che il Cielo la benedica. Ha 64 anni e la cosa ci dice che abbiamo tre anni per trovare una collega che la sostituisca quando Michela andrà meritatamente in pensione.

 

 

DOPO VENT’ANNI

Insomma, da queste parti la scuola, chiusa poco più di venti anni fa, era stata chiusa. Non c’era un numero sufficiente di studenti. Chi aveva voglia di studiare, poteva farlo collegandosi con il pc. Una classe virtuale, non c’è da farsi meraviglia, ormai qua è tutto virtuale. Non si prende più un caffè al mattino, un tè insieme con un’amica, un amico. Si va di corsa. E se c’è un problema che interessa un piccolo concittadino, la comunità c’entra poco. Anzi, fa spallucce. Da queste parti, detto alla pugliese, ma traduciamo per gli amici che non hanno dimestichezza con la lingua del posto: chi ha il prurito, se lo grattasse. Ce ne sarebbe uno ancora più forte, che rende il senso, ma considerando la scelta di un esempio, ci fermiamo qua.

Così, se il problema non ci vede parte interessata, pazienza, della sua risoluzione se ne interessassero i genitori, gli zii, i nonni. Perché, si sa come vanno le cose in Italia: fai una segnalazione, spieghi qual è l’emergenza e passano gli anni. Tant’è che siamo intorno ai due decenni.

 

 

L’AGENZIA ANSA: SCUOLA RIAPERTA!

Questa la notizia ufficiale, ripresa dall’Ansa, l’agenzia giornalistica italiana di riferimento: la scuola dell’infanzia delle Isole Tremiti, con due settimane di ritardo – ma l’importante era dare inizio alle lezioni – ha ufficialmente riaperto: l’insegnate Michela Liuzzi, residente ad Apricena, sessantaquattro anni – come si diceva – e ancora precaria, ha accettato l’incarico. Non è stato come bere un bicchier d’acqua: due altre sue colleghe, destinatarie del ruolo, avevano rifiutato, gettando ancora una volta la “ridente, affascinante, accogliente cittadina” nella desolazione.

La scuola, infatti, era chiusa dal 2003. Mancavano gli alunni e anche quest’anno, nonostante ci fosse una classe composta da sette piccoli studenti, rischiava di rimanere chiusa ancora a lungo per mancanza di docente.

L’inizio delle lezioni, infatti, previsto il 16 settembre, rischiava di slittare ancora una volta: nessuna maestra era disponibile ad affrontare il viaggio in traghetto che occorre fare per raggiungere l’arcipelago nel Foggiano. La “Signora Maestra” ha deciso che resterà sull’isola dal lunedì al venerdì e poi, condizioni meteo permettendo, tornerà a casa dove l’attende suo marito. I figli da tempo hanno lasciato Apricena: si sono trasferiti a Roma.

 

 

«FELICITA’ E’ TORNARE FRA I BANCHI…»

«Sono così felice di essere qui, alle Tremiti: ho ricevuto un’accoglienza a dir poco meravigliosa dalle famiglie dei miei alunni; sono consapevole che non sarà facile, anche perché sono ad un passo dalla pensione: con tanti comuni presenti in provincia di Foggia, l’arcipelago delle Tremiti mi terrà più spesso lontana da casa; ma ho accettato questa nuova sfida perché amo insegnare e amo i bambini, tanto da essere anche catechista e volontaria in parrocchia ad Apricena». 

Raggiante la sindaca delle Tremiti, che non sono ha accolto, ma ha anche abbracciato la nuova insegnante. «Accogliamo – il commento della sindaca, Annalisa Lisci – con entusiasmo la nuova maestra: la riapertura della scuola segna un nuovo capitolo pieno di energia positiva». “Un bell’applauso!”, si dice in momenti solenni come questo. Perché come vogliamo chiamarlo un momento atteso per venti anni? Se non “solenne”.