Sarah Scazzi, parte la fiction

“Avetrana: Qui non è Hollywood”, Disney+, da venerdì 25 ottobre

A nulla sono servite le rimostranze dell’intera cittadina in provincia di Taranto. La fiction sull’omicidio della quindicenne parte a breve. Quattro episodi, ognuno dei quali esplora un singolo punto di vista sull’omicidio della quindicenne: della cugina Sabrina Misseri e dei genitori di quest’ultima, Michele Misseri, Cosima e Concetta Serrano.

 

Nulla hanno potuto le levate di scudi dei cittadini di Avetrana riguardo la fiction “Qui non è Hollywood”. Non solo l’indignazione di sindaco, rappresentanti del commercio e cittadini del paese in provincia di Taranto, sono risultati irricevibili (arrivate in grave ritardo, ma al punto giusto nel dare una spinta alla produzione che si giova del can-can mediatico che circonda la serie televisiva), c’è di più: la messa in onda della prima puntata, proprio come fosse un istant-movie, ha già data e canale di programmazione: venerdì 25 ottobre, su Disney+.

La serie tv sul delitto di “Avetrana: Qui non è Hollywood” (questo il titolo completo sarà presentata alla Festa del Cinema di Roma, sta già scatenando i social e non solo. Sono tanti, infatti, i giornali, i siti che hanno ripreso le diverse posizioni messe in campo, si dice in questo caso dai vari attori (intesi come protagonisti del braccio di ferro mediatico). In particolare quelli pugliesi e i siti che si occupano di tv e cinema (fra questi, l’interessato thewom.it e everyyeye.it).

 

 

AVETRANA, LA SERIE…

La serie “Avetrana: Qui non è Hollywood” ha una sceneggiatura. E ispirata, come si dice in questi casi, al libro “Sarah la ragazza di Avetrana”, scritto a quattro mani da Carmine Gazzanni, molisano di Isernia, e Flavia Piccinni, pugliese di Taranto. Un libro edito da Fandango Libri che racconta del delitto di Avetrana in cui perse la vita la giovane Sarah Scazzi. La seie tv è suddivisa in quattro episodi, della durata di un’ora circa. La narrazione è molto semplice e, forse, anche per questo non mancherà di suscitare dibattiti e schieramenti per questo o quel protagonista di una vicenda torbida. Ogni episodio sarà il punto di vista di uno dei quattro protagonisti (Sarah, Sabrina, Michele e Cosima). In realtà, protagonista sarà l’intero can-can mediatico che scaturì, prima il “rapimento”, poi il ritrovamento, infine l’omicidio che coinvolse l’intero Paese (indimenticabile la puntata di “Chi l’ha visto?”, diventata non stop per via delle rivelazioni di Misseri padre).

“Avetrana – Qui non è Hollywood” diretta dal pugliese Pippo Mezzapesa (Bitonto), è una serie scritta dallo stesso regista insieme ad Antonella Gaeta e Davide Serino, ha come obiettivo il raccontare l’omicidio della quindicenne Sarah Scazzi avvenuto nell’omonima cittadina della provincia di Taranto.

 

 

QUATTRO PUNTATE

Ad Avetrana, un paese bruciato dal sole nella periferia pugliese – le note diffuse sui media – a ridosso del mare, è il 26 agosto 2010 quando una giovane ragazza di nome Sarah (interpretata da Federica Pala, attrice di “America Latina” Federica Pala) scompare. Tutto il paese è in subbuglio, in particolare la cugina di Sarah, Sabrina (Giulia Perulli, “Il sesso degli angeli”), che nella sua casa di via Deledda, proprio quel pomeriggio, l’aspettava per andare al mare insieme.

Sembra una fuga innocente, in realtà non lo è. Perché, mentre tutti la cercano, Sarah è già stata inghiottita dall’oscurità. Troveranno la sfortunata vittima in fondo a un pozzo, senza vita, mentre un paese lotta con l’imponente risonanza mediatica del caso e l’Italia intera assiste sgomenta ai risvolti di una triste vicenda “intrafamiliare”, come la definì Franco Sebastio a capo della Procura di Taranto che indusse Misseri alla confessione.

 

 

A CIASCUNO IL SUO…

Ciascun episodio, si diceva, esplora un singolo punto di vista delle persone coinvolte nella vicenda: quello di Sarah, di Sabrina Misseri e dei genitori di quest’ultima Michele Misseri (Paolo De Vita, “Don Matteo”) e Cosima Serrano (Vanessa Scalera, “Imma Tataranni – Sostituto procuratore”, “Palazzina Laf”). Completano il cast Imma Villa (“L’amica geniale”) nel ruolo di Concetta Serrano, la madre di Sarah; Anna Ferzetti (“Rocco Schiavone”) di Daniela, una giornalista; Giancarlo Commare (“SKAM Italia”) di Ivano Russo, un cuoco di Avetrana che Sabrina e Sarah avevano conosciuto alcuni mesi prima; e Antonio Gerardi (“I Leoni di Sicilia”) in quello del Maresciallo Persichella.

Prof fantasma, licenziato!

Sarebbe di origini tarantine, ma residente nel Lazio il docente assenteista

Cinquecentocinquanta giorni di assenza, praticamente tre anni. Tanti certificati di malattia, perfino un’aspettativa, lasciando classi letteralmente sguarnite. L’istituto, nel Trevigiano, non poteva nemmeno nominare sostituzioni: l’uomo, sessant’anni, dava disponibilità di domenica e nei giorni festivi. Nei mesi scorsi una visita medica ne aveva certificato l’assoluta idoneità al lavoro

 

E’ una delle storie più lette del web e sul cartaceo, sia essa riportata nel portale dell’agenzia giornalistica Ansa, oppure ripresa dalla Gazzetta del Mezzogiorno, dal Nuovo Quotidiano di Puglia, giornali, questi ultimi, fra i più letti in Italia. Subito una puntualizzazione, stando a quanto riportato dai quotidiani locali di Treviso (dove è accaduto l’episodio) ma altrettanto importanti come i due giornali pugliesi appena menzionati: il protagonista della vicenda, originario della provincia tarantina, era da anni residente nel Lazio. L’uomo al quale alludiamo e che in un solo giorno si è attirato la scarsa simpatia del web e dei lettori, è il prof sessantenne licenziato dopo 550 giorni di assenza.

L’uomo si era presentato giorni fa all’istituto scolastico superiore di Treviso dove lo attendevano – ormai senza più speranze, dice qualcuno – da quasi tre anni. Purtroppo per il docente, dopo questa sua lunghissima assenza nell’istituto dove tutto questo tempo avrebbe dovuto insegnare, non l’hanno nemmeno fatto entrare. Il motivo, molto semplice: il docente assenteista, insegnante di diritto risultava essere già stato licenziato.

 

 

PROFESSORE, DOVE SEI?

I suoi colleghi, i suoi studenti, quell’insegnante mancato per circa tre anni “lavorativi” praticamente non l’avevano mai visto. Vinto un concorso e immesso in ruolo a tempo indeterminato dal 2011, il prof aveva accumulato negli anni, come riferiscono i giornali locali, assenze per 550 giorni totali. Di questi 550 giorni, il primo anno il docente non si era mai seduto ad una cattedra per fare un appello. Motivo: si era messo in aspettativa. Gli altri due anni, sono stati scanditi, sempre secondo il racconto, da continue assenze per malattia (non continuative, ma spezzettate), spesso tra il lunedì e il sabato, e, secondo l’istituto, altre assenze considerate “ingiustificate”.

Lunedì scorso il prof “fantasma” si era improvvisamente presentato nella scuola dove era stato immesso in ruolo nel 2021 (aveva firmato un contratto a tempo indeterminato). Fermato all’ingresso.

L’istituto superiore trevigiano aveva già timbrato il provvedimento per il licenziamento del docente. Se vogliamo dirla tutta, e capire meglio in quale ginepraio si sia andato a infilare il docente sessantenne, un procedimento non semplice, che va motivato con la massima precisione (pare che, nello specifico, le “pezze d’appoggio” non mancassero. Motivo basilare del provvedimento: il superamento dei limiti massimi di assenza: L’insegnante, di giorni di assenza ne aveva messi in fila centinaia e centinaia nel giro di tre anni.

 

 

«PER NOI E’ FUORI»

Per l’istituto la vicenda è chiusa, dello stesso tenore per l’ufficio scolastico di Treviso. Il docente in questione se dovesse ritenere il provvedimento un “abuso d’ufficio”, potrà impugnare il licenziamento facendo ricorso.

Detto che nessuno criminalizza le assenze per malattia, va detto che il docente di assenze ne ha messe insieme decine a singhiozzo, inviando con puntualità i certificati in questione. Non un’assenza prolungata, quindi, ma tante assenze spezzettate.

Forse ha indispettito istituto e l’ufficio scolastico, il fatto che il docente tornasse a disposizione nei fine settimana e nei giorni festivi, vale a dire proprio quando l’istituto era chiuso. Un modus che ha messo l’istituto interessato nelle condizioni di non poter nominare al suo posto dei supplenti annuali.

Stando alle norme che regolano le sostituzioni di docenti assenti, come è facile intuire, non è stato possibile far altro che continuare a tappare i buchi assegnando un’infinita sfilza di supplenze brevi.

I primi a farne le spese di queste certificazioni a pioggia sono stati gli studenti, costretti ad assistere alle frequenti staffette tra supplenti. Infine, stando a quanto emerso, nei mesi scorsi lo stesso “prof fantasma” si sarebbe anche sottoposto a una visita davanti a una Commissione medica di Bari, che ha certificato che la sua assoluta idoneità al lavoro.

«Avetrana, qui non è Hollywood!»

L’ira di sindaco, Amministrazione, commercianti, cittadini

La cittadina in provincia di Taranto, prima dell’inizio delle riprese diventa un caso nazionale. Sindaco, rappresentanti del commercio e cittadini si ribellano al can-can mediatico. «L’amministrazione Comunale disconosce la scelta di utilizzare la denominazione del Comune nel titolo del film sull’omicidio di Sarah Scazzi», dice il sindaco Antonio Iazzi. «Quel delitto è una ferita ancora aperta per la comunità locale», aggiunge Toni Greco, presidente di Confcommercio Avetrana

 

Avetrana diventa un caso nazionale. Forse anche di più, considerando che di mezzo ci sarebbe anche la Disney, o meglio la branca italiana della multinazionale americana impegnata a tutto campo in veste di editrice fra libri, fumetti, cinema e tv.

Il comune, buona parte dei cittadini si ribella all’idea di realizzare una serie televisiva sulla vicenda di Sarah Scazzi, la piccola barbaramente uccisa nella cittadina in provincia di Taranto. “Avetrana – Qui non è Hollywood”, secondo la locale Amministrazione comunale e rappresentanti del commercio cittadino, la realizzazione di questa fiction provocherebbe un danno di immagine alla stessa cittadina, che già in occasione della tumultuosa storiaccia durata settimane fu messa duramente alla prova.

Detto che Avetrana è una bella cittadina che costeggia uno dei litorali più azzurri e affascinanti del nostro Paese, vive di attività laboriose, è anche vero che quando avvenne l’omicidio della piccola Sarah (26 agosto 2010), attraverso politici e cittadini si prestò volentieri a giornalisti e telecamere per rilasciare dichiarazioni e, perché no, ospitalità e generi di conforto a telecronisti, giornalisti e maestranze. Qui piombarono perfino tv straniere, dunque non solo Rai, Mediaset, La 7 e via discorrendo. Insomma, chi battezzò quel momento di tv del dolore “circo mediatico” non andò così lontano dalla realtà.

 

 

DOPO QUATTORDICI ANNI…

Oggi, a quattordici anni di distanza da quell’omicidio “intrafamiliare” – come acutamente lo definì il procuratore Franco Sebastio – pare sia cambiato qualcosa: la politica e quanti svolgono attività sul territorio, raccogliendo un comune pensare, pare abbiano cambiato opinione sulla storia. In che senso: va bene documentare la cronaca, ma speculare sull’intera vicenda, dando ad essa un alone di “fiction” – una realtà mistificata – questo proprio no.

Ma andiamo per gradi, prima di dare voce ad alcuni dei protagonisti di questa levata di scudi. La storia di Avetrana, salvo bruschi ripensamenti andrà in tv. A curarne la regia sarà il bitontino Pippo Mezzapesa (Il paese delle spose infelici, Il bene mio, Ti mangio il cuore) racconta la vicenda di Avetrana, paese nel quale la piccola fu uccisa.  Per quel delitto, Sabrina Misseri e la mamma Cosima Serrano stanno scontando l’ergastolo mentre lo zio, Michele Misseri, è tornato di recente in libertà dopo aver scontato la pena per soppressione di cadavere.

Ma è l’impiego del nome della cittadina, “Avetrana”, ad indisporre il sindaco Antonio Iazzi. «L’amministrazione Comunale di Avetrana – ha dichiarato – disconosce la scelta di utilizzare la denominazione del Comune nel titolo del film inerente all’omicidio di Sarah Scazzi; disconosce altresì voci di presunti accordi o partecipazione a introiti per il Comune, pertanto si riserva di valutare possibili azioni legali».

 

 

«NO AL TURISMO DEL DOLORE»

Quando Michele nel febbraio è tornato in libertà, il sindaco ha emesso un’ordinanza per interdire la strada dove ha sede la villetta della famiglia Misseri. Ciò per evitare che potesse diventare meta di curiosi, giornalisti e fotografi. Un’ordinanza che non si rese affatto necessaria: Michele Misseri non tornò ad Avetrana. Ma ora alla vicenda si aggiunge questo nuovo scomodo capitolo con la realizzazione della serie televisiva che ha già avviato casting, sopralluoghi per le location, personale e comparse da utilizzare sul posto. Ammesso che la produzione abbia intenzione di girare sul posto, anziché scegliere zone limitrofe per evitare sopralluoghi di curiosi e manifestazioni di dissenso.

«Quando il dolore diventa spettacolo e non ci si preoccupa dell’impatto che un film possa avere sulla immagine di una comunità. Il caso Scazzi è una ferita ancora aperta per la comunità locale e la serie tv “Avetrana – Qui non è Hollywood”, di imminente programmazione, appare come la spettacolarizzazione di una tragedia profonda, un atto di disprezzo verso il dolore dei familiari delle vittime e della comunità stessa». E’ l’opinione di Toni Greco, presidente di Confcommercio Avetrana, una dichiarazione con la quale si fa portavoce di un sentimento popolare, che vede in prima fila  commercianti e operatori delle attività del turismo verso una narrazione cinematografica che riporta alla luce un trauma che la comunità locale ha faticosamente cercato di superare negli ultimi anni e che purtroppo si basava sullo stereotipo e il luogo comune di una comunità e di un ambiente culturale arretrato in cui sarebbe maturato il delitto».

«E il Salento diventa set…»

Nuovi investimenti per realizzare resort e produrre film e serie tv

L’ultimo acquisto è quello di Marco Chimenez, uno che ha fiuto. In vacanza con la famiglia, è rimasto affascinato dalla bellezza dei luoghi, così da acquistare non una, ma due masserie. Una a Veglie, l’atra ad Ugento. Per ospitare personalità internazionali e girare sceneggiati e fiction per cinema e televisione

 

E anche Marco Chimenez, produttore dell’arcinoto e premiatissimo “Gomorra”, ci fa un pensierino. Anzi, due. Acquista nn una, ma due masserie in Salento. Ne farà, stando a quanto dichiarato al Nuovo Quotidiano di Puglia, in un servizio di Pierpaolo Spada, «un resort e un set per le serie tv». Insomma, tombola. Non è la prima masseria presa in seria considerazione per girare film o comunque una delle tante serie così di moda fra Netflix e Sky. Basti ricordare una delle ultime celebrate opere di Lino Banfi, protagonista insieme con Ron Moss (il Ridge del “Beautiful” più famoso), che sempre da queste parti – Martina Franca, masseria Don Cataldo, per la precisione – decise di realizzare un numero importante di riprese di “Viaggio a sorpresa”. Dunque, di che stupirsi.

Chimenz, produttore cinematografico, ha nel suo più o meno recente passato una serie indescrivibile di produzioni e di successi: “Gomorra”, “Romanzo criminale” e “Suburra”, tanto per citare alcuni titoli. Bene il suo ultimo successo, in fatto di investimenti, è l’acquisto di due masserie: “Vocettina” (Veglie) e “La Vecchia” (Ugento), con lo scopo di farne nel giro di due anni, attrattori per turisti deluxe e, al tempo stesso, alla bisogna, set cinematografici o produzioni televisive.

 

Designed by Freepik

 

«MASSERIE, CHE FASCINO!»

«In vacanza da queste parti – ha raccontato Chimenez al giornalista del quotidiano salentino primo nelle vendite in Puglia – con la mia famiglia, quando ebbi modo di visitare il Salento, fummo colpiti dalla bellezza di posti mai visti, fra questi Leuca, Gallipoli e Otranto. Fatale la sosta alla Masseria Diso – Il Tabacchificio, un’esperienza che considero unica; bene, quella masseria mi incantò al punto tale da convincermi non solo a tornarci, ma anche a cercarne una che potesse diventare di nostra proprietà».

L’intuizione di Chimenez è il riuscire a mettere insieme ospitalità, dunque un resort, e disporre di uno, due potenziali set, per realizzare riprese per una delle tante produzioni richieste in questi ultimi anni. Inutile girarci intorno, contributi cinematografici a parte, per le opere prime, un certo numero di sale che stanno chiudendo in tutta Italia, e non solo, il futuro risiede proprio nelle serie ospitate da Netflix, Sky, Mediaset, Rai e via di questo passo.

«L’idea principale – ha spiegato il produttore al Nuovo Quotidiano – è quella di utilizzare “Vecchia” e “Vocettina” intanto come strutture ricettive, ponendo anche attenzione a soluzioni complementari o alternative: ospitare personalità di statura internazionale o impiegare queste due accoglienti location come set per film o serie».

 

 

RITORNO ECONOMICO, NON SOLO…

L’eventuale ricaduta in fatto di immagine ed economia. «Dopo il successo di una serie – riprende Marco Chimenez – il pubblico si incuriosisce, anzi fa di più, visita quei luoghi, il set, fino a restare affascinato da quanto lo circonda». Fa un paio di esempi, il produttore, parte da “White Lotus”. «La seconda stagione – spiega – girata in Sicilia e ha interessato turisti arrivati dagli Stati Uniti; “Benvenuti al Sud”, prodotto da Cattleya, girato a Castellabate, in Cilento: il successo del film interpretato da Bisio e Siani cambiò l’economia del posto: la Puglia è già un marchio importante, va da sé che da un eventuale successo – parliamo di ipotesi – lo stesso territorio, principalmente il Salento, se ne gioverebbe».

Dunque, il Salento non come “Gomorra” o “Romanzo criminale”, ma una cartolina vista con gli occhi di un produttore. Uno che per fare questo mestiere deve avere innanzitutto fiuto, provare ad arrivare con il pensiero, il progetto, il sogno, laddove altri non possono neanche pensare di aggrapparsi minimamente. 

«Combattiamo il male dei mali!»

Sabrina Salerno ed Eleonora Giorgi contro un tumore

La cantante è stata operata per un nodulo al seno, l’attrice al pancreas. «Sottoponetevi più spesso ai controlli, non c’è altro sistema per scongiurare il pericolo». La stella di “Boys boys” è stata appena operata, l’attrice di “Sapore di mare” attende risultati incoraggianti dagli Stati Uniti

 

«Tra poche ore entrerò in sala operatoria per un intervento al seno a causa di un nodulo maligno». Sabrina Salerno, cinquantasei anni, dai suoi personali social, informa amici e fan. Si fa coraggio, le sono vicini in tanti, quanti l’hanno conosciuta in una lunga stagione di successi ballati in discoteca, milioni di copie vendute in Italia e nel resto del mondo.

Senza tanti giri di parole, il simbolo dei suoi video, esibizioni televisive e concerti: il seno prorompente. E’ proprio lì che la bella Sabrina è stata colpita da quel male che si è manifestato con una certa pericolosità. Mentre scriviamo, però, un sospiro di sollievo: la show-girl, protagonista di successi e anche di film-commedia, è stata operata con successo. Ora a professori e medici che le hanno suggerito l’intervento con una certa sollecitudine, toccherà monitorare la parte operata e sperare che il male sia stato debellato.

 

Foto Profilo Facebook

 

«CONTROLLO COSTANTE…»

«Come ogni anno – aveva riportato nel suo messaggio – luglio ho fatto la mammografia: ho trascorso mesi accompagnati da tanta paura, ansia, malinconia ma soprattutto tanta speranza e voglia di reagire». Ora è lei a rivolgere un invito a quanti hanno letto il suo messaggio: «La prevenzione e la diagnosi precoce può salvarci la vita». Solo pochi giorni addietro era stata postata una fotografia con la cantante in tuta in palestra e un messaggio di altro tenore: «Settembre per me sarà un mese importantissimo, sono pronta!». Ecco come cambiano programmi e prospettive. Ma noi vogliamo vedere, come sempre, il bicchiere mezzo pieno, l’aspetto positivo dell’intera vicenda. Il controllo cui la cantante si è sottoposta e l’operazione successiva, le restituiscono quella serenità che in queste settimane aveva perso.

Operata, per un nodulo maligno al seno scoperto durante una mammografia di routine, ora Sabrina sta bene. È stata la stessa cantante a rassicurare tutti i fan e colleghi che le sono stati vicini dopo la pubblicazione di una sua foto in ospedale con una flebo attaccata al braccio. L’artista di “Boys boys” è tornata sui social proprio dopo il delicato intervento chirurgico che le ha rimosso, si diceva, un nodulo maligno al seno come annunciato su Instagram due giorni fa. «Sto bene – ha scritto – l’operazione è andata bene: mi dispiace solo non poter rispondere a tutti, ho i social andati in tilt, non vedo più i messaggi, però vorrei ringraziarvi di cuore tutti».

 

 

«NON VORREI ANDARMENE ORA»

Non più di qualche giorno fa avevamo assistito ad un’altra confessione dello stesso tenore. A svelare un tumore stavolta era stata l’attrice Eleonora Giorgi, settantuno anni ad ottobre, protagonista di film come “Sapore di mare” e “Borotalco”: «Metastasi cresciute, spero di non andarmene troppo presto», aveva rivelato al programma settimanale “Verissimo” in programma su Canale 5 e con il quale si era collegata da casa. La Giorgi da tempo lotta contro un tumore al pancreas. Dopo una prima operazione lei stessa aveva manifestato ottimismo, salvo poi confessare alla presentatrice che «purtroppo, le metastasi, sono cresciute». «Continuerò a lottare come ho sempre fatto, soprattutto da quando mesi fa ho scoperto la neoplasia». La bella Eleonora dice di non avere rimpianti, anche se non vorrebbe andarsene via troppo presto.

«La chemioterapia – ha proseguito la Giorgi – ha permesso di rimuovere il tumore principale, ma il cancro al pancreas crea una sorta di guaina che respinge le cure e così il tumore si è allargato: le metastasi si sono ingrandite, ora mi sottoporrò ad altri esami importanti: manderanno i campioni negli Stati Uniti, pare sia stata trovata una chiave d’accesso per il 14% dei malati». Incrociamo le dita anche per Eleonora, che assicura che proseguirà la lotta al male con tutte le sue forze.

Instagram, attenta…al lupo

La piattaforma sta per lanciare il sistema “account teenager”

Garantisce la piattaforma Meta. Introduce per la prima volta un sistema di protezioni automatiche che limitano ai minorenni contatti con numeri sconosciuti. Lo stesso i contenuti di quei ragazzi che si avventurano su internet e piattaforme non sempre esplicite. I profili dei minori verranno configurati automaticamente

 

Finalmente un segnale forte, parte da Instagram che imprime un giro di vite ai profili dei minori. Quante volte abbiamo sentito invocare espressioni simili a “Benedetti cellulari!”. Talvolta anche “Maledetti cellulari!”. La seconda modalità è quella che porta i genitori sull’orlo della disperazione. L’esclamazione arriva, infatti, da papà e mamma che osservano i loro figlioli sempre più distratti, che invece di mettere la testolina fra i libri e cominciare a dare una bella spinta all’anno scolastico appena cominciato, si divertono a visitare i siti nei quali vengono posti in bella vista, con tanto di strillo attrattore, l’ultimo smartphone.

E’ notizia di queste ultime ore, resa nota dalla piattaforma Meta, che introduce per la prima volta il sistema “account per teenager”, vale a dire un attento controllo sui minori. Cos’è questo sistema: intanto garantisce protezioni automatiche che limitano i contatti con numeri sconosciuti e i contenuti che essi di solito inoltrano monitorando quanti si avventurano su internet e piattaforme non sempre esplicite.

 

 

ACCOUNT PER TEENAGER

Cosa accadrà a breve con “account per teenager”. I profili dei minori verranno configurati automaticamente. In particolare, come riporta in queste ore l’agenzia giornalistica Ansa, i minori di sedici anni dovranno essere autorizzati da uno dei genitori modificare le loro impostazioni, nel caso volessero renderle meno restrittive.

Pare che entro sessanta giorni la norma sarà applicata negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Canada e Australia. Nell’Unione Europea, dove le cose vanno un po’ più a rilento, dovrebbe essere attivata più avanti, comunque entro la fine dell’anno. Saranno aggiornamenti importanti che cambieranno l’esperienza su Instagram di qualcosa come decine di milioni di adolescenti, spiegano sulla piattaforma Meta.

 

 

OCCHIO AI FURBETTI…

La risposta di Instagram, giunge a seguito della crescente richiesta alle aziende tecnologiche da parte di governi ed esperti di tutelare gli adolescenti online. E’ notizia di pochi giorni fa, che in Italia è stato lanciato un appello da parte di pedagogisti e personalità dello spettacolo con lo scopo di vietare l’uso degli smartphone agli ai ragazzi al di sotto dei quattordici anni, e l’uso dei social ai minori di sedici anni.

Non è semplice per i furbetti del cellulare aggirare le norme che verranno applicate a breve. Per chi mente sulla data di nascita, per esempio, Meta ricorda che in più occasioni sarà richiesta la verifica dell’età, il tutto grazie a una tecnologia che consentirà l’identificazione gli account appartenenti ai giovanissimi, anche se l’account riporta la data di nascita di un adulto.

 

 

E INTANTO IN ITALIA…

A proposito di smartphone, una cover per cellulari, realizzata interamente in nylon riciclato e dotata di pannello solare integrato che ricarica il telefono sfruttando esclusivamente l’energia prodotta dal sole è stata inventata da studenti e studentesse dell’Istituto tecnico economico aeronautico “Scarpellini” di Foligno. Si tratta di un cosiddetto “progetto ecofriendly” che la classe quinta B, assistita dalla docente Gioia Contini, ha pensato di lanciare sul mercato a prezzo stracciato individuando addirittura il segmento di clientela cui rivolgersi.

Gli studenti, come spiega in un ampio servizio l’agenzia giornalistica Ansa, non solo si sono occupati del packaging, ma hanno anche elaborato un piano di marketing territoriale, individuando nella città di Perugia, con la sua antica vocazione internazionale, data anche dalla presenza di due prestigiosi atenei, il luogo ideale per impiantare la sede della RecoveR, la società produttrice della cover.

Il progetto c’è, è stato depositato, si attende solo il lancio con una promozione ragionata. I ragazzi, e non solo loro, sempre alla ricerca di sistemi di risparmio, attendono entusiasti.

Golfo di Taranto, oasi protetta

Nati nelle nostre acque, i grampi nascono, crescono e tornano a “casa”

Culla dei cetacei, grazie al lavoro e allo studio della Jonian Dolphin Conservation. Nel mondo leggiamo e assistiamo ad autentiche mattanze, qui trovano rifugio delfini e altri mammiferi. Rispettiamo il mare e gli spazi di questi delfinidi che, a modo loro, manifestano affetto e riconoscenza

 

Meno male che c’è il Golfo di Taranto, gli studiosi della Jonian Dolphin Conservation (JDC), il Cielo ce li conservi. Ultima notizia: la presenza di grampi, qualcosa di simile ai delfini, già segnalata qualche mese fa: delfinidi, ma senza quel curioso e divertente muso dei “cugini”.

La mattanza, ennesima, contro i delfini, nelle isole Fær Øer, Nazione costitutiva del Regno di Danimarca (per motivi legati alla tradizione) e la caccia estesa alle balenottere nelle acque del Giappone (per motivi di carattere economico), sono notizie che nel fine-settimana per chi ama la natura, ci gettano nello sconforto. Ma l’uomo è così: si spaventa del cambiamento climatico, degli orsi che muoiono nel loro habitat naturale per via dei ghiacciai che si sciolgono; delle bombe d’acqua che scatenano alluvioni, seminano terrore e morte. “Colpa nostra”, ammette qualcuno. Ma siamo sempre al di sotto nella media e fino a quando non ci sarà chi farà rispettare regole che possano salvare il pianeta, il destino è segnato.

Hai voglia a firmare petizioni, a lanciare appelli: il così educato e civile Giappone, che fa lunghe file a teatro, in metropolitana (dove se una “metro” arriva con un ritardo di mezzo minuto, da un altoparlante c’è chi si scusa…), allo stadio, dove dopo aver assistito a un evento, fatto uno spuntino, raccoglie cartacce, borse e cibo di risulta, pulisce spalti e spogliatoi e lucida anche, proprio non vuol saperne. Le balene vanno cacciate, questione di danaro; anzi, adesso, che hanno avuto l’autorizzazione ad ammazzare anche le balenottere, il Cielo ce ne scampi.

 

 

MATTANZA CONTINUA…

E che dire delle Fær Øer, dove ogni anno pescatori a bordo di imbarcazioni spingono verso morte certa centinaia di delfini, socievoli e giocherelloni per antonomasia? In una insenatura ad attendere queste povere bestie, centinaia di “complici” che armati di tutto punto compiono una carneficina. Non esistono colpi proibiti: i delfini vengono giustiziati, fatti a pezzi. E’ l’usanza: per tradizione quello specchio d’acqua deve tingersi di rosso. Ma si può? In un’epoca nella quale sono diminuite drasticamente le corride, non si ammazza più per fare spettacolo, possibile che Paesi che si sentono così forti, non possano essere fermati?

I nostri appelli saranno regolarmente ignorati, figuriamoci. Non è, né sarà mai ignorato, invece, l’impegno di Carmelo Fanizza e i suoi colleghi della JDC, che in questi giorni ci hanno deliziato con un’altra delle loro notizie: questa estate, ci informano, il Golfo di Taranto si è confermato come la “culla dei cetacei”. Non solo per le colonie stanziali dei delfini più comuni, come la stenella striata e il tursiope, ma anche per i grampi, i simpaticissimi delfinidi caratterizzati dall’assenza del muso.

La conferma arriva dall’attività di monitoraggio svolta dalla Jonian Dolphin Conservation, l’associazione di ricerca scientifica che da quindici anni studia e tutela la presenza dei cetacei nel Golfo di Taranto e nel Mar Ionio Settentrionale.

Negli ultimi mesi nel Golfo di Taranto i ricercatori della JDC hanno avvistato due cuccioli di grampo appena nati che nuotavano vicino alle loro mamme, Cometa e Falco; nei cetacei sono le madri a prendersi cura dei cuccioli, uno per volta generalmente, allattandoli ed insegnando loro a nuotare e cacciare per tre o quattro anni.

 

UNO STUDIO COSTANTE…

Ma come fanno i nostri studiosi a conoscere e approfondire la loro conoscenza su questi ospiti ormai di casa nelle nostre acque? «Grazie a un algoritmo messo a punto dallo Stiima- CNR di Bari – spiega Francesca  Santacesaria, assegnista di ricerca Uniba e responsabile attività di ricerca della JDC – riusciamo a riconoscere i cetacei: sui loro corpi, e più in particolare sulla pinna dorsale o caudale, presentano dei segni caratteristici, dei marker naturali come cicatrici o tacche sui margini, che rappresentano delle vere e proprie impronte digitali: ad ogni animale è assegnato dalla JDC un nome che permette di identificarlo in futuro».

«Questa tecnica – riprende Santacesaria – si chiama foto-identificazione: ci basta una fotografia per capire se si tratta di un individuo “nuovo” o se abbiamo lo già incontrato in passato; in questo caso, confrontando le foto con quelle della nostra banca dati, possiamo anche risalire alla sua storia e studiarne le migrazioni; di ogni sinolo cetaceo riusciamo così anche a seguire la crescita di anno in anno, analizzare la struttura sociale e gli spostamenti del gruppo cui appartiene».

Ogni giorno i due catamarani della JDC escono in mare con a bordo i soci dell’associazione coinvolgendoli nelle attività di citizen science che, tra l’altro, prevedono proprio l’osservazione dei cetacei incontrati, raccogliendo così dati fondamentali per la loro tutela e la loro “identificazione”.

 

 

…DA QUINDICI ANNI

Così questa estate i ricercatori della JDC hanno osservato, oltre ad alcuni cuccioli new born, anche il ritorno nel Golfo di Taranto, dopo cinque anni di assenza, di tre grampi il cui primo avvistamento avvenne nel 2013: sono Erard, Svirgolo e Jonathan, tre maschi che hanno mantenuto un forte legame nel tempo.

Tra gli individui osservati quest’anno ci sono anche Alessandro e Mario, due giovani grampi maschi individuati per la prima volta nel 2018, quando, appena nati, nuotavano al fianco delle loro mamme, Dalmata e Surf.

In questi anni, Alessandro e Mario sono sempre stati molto carismatici e si sono fatti riconoscere per il loro comportamento esuberante. Ancora piccolissimi nuotavano con la mamma, curiosi si avvicinavano alle imbarcazioni degli studiosi. Giocavano con altri cuccioli e, perché no, “disturbavano” i maschi adulti tentando di attirare la loro attenzione. Grazie alla foto-identificazione, gli studiosi seguono la loro crescita e, ogni anno, ritrovarli e trovarli diversi, più grandi, più marcati, ormai indipendenti dalle mamme, fa emozionare. Parola di studiosi.

Said, scippatore: giustiziato!

Una donna insegue a bordo l’uomo della borsetta, lo investe e lo uccide

Omicidio Viareggio, l’imprenditrice agli inquirenti: «Lui mi ha minacciato di morte, che dovevo fare?». Ma il racconto non convince del tutto gli inquirenti. «Non abbiamo rinvenuto il coltello», ribattono. La Lega difende la donna e invoca l’applicazione di «tutte le attenuanti». La Nazione severa, l’Ansa fa cronaca

 

Omicidio Viareggio, Cinzia Dal Pino agli inquirenti: «Lui mi ha minacciato di morte. Che dovevo fare?». Ma il racconto dell’imprenditrice balneare non convince gli inquirenti: «Non abbiamo rinvenuto il coltello». La Lega difende la donna e invoca l’applicazione di «tutte le attenuanti». Lo scrive la Nazione il quotidiano toscano che interviene sull’episodio di cronaca svoltosi a Viareggio domenica sera, dove uno scippatore, un algerino di quarantasette anni, è stato inseguito da una donna, una imprenditrice di sessantacinque anni, che lo ha investito più volte a bordo della sua auto fino ad ammazzarlo per poi impossessarsi della sua borsa.

Fra i primi ad intervenire sull’accaduto, il vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini. A caldo sui social scrive: «La morte di una persona è sempre una tragedia e la giustizia dovrà fare il proprio corso». Salvini aggiunge: «Questo dramma, però, è la conseguenza di un crimine: se l’uomo che ha perso la vita non fosse stato un delinquente, non sarebbe finita così. Voi cosa ne pensate?». Come spesso accade sui social, lo scrivente compie un breve sondaggio. Nonostante si parli di un essere umano ucciso barbaramente. Forse sarebbe stato il caso di sorvolare.

 

 

“DELINQUENTE” SI’, MA “OMICIDA” NO?

Viene dato del “delinquente” allo scippatore, Said Malkoun, ucciso brutalmente, investito più volte da un fuoristrada e non trovato in possesso di quel coltello con cui lo stesso, avrebbe – secondo la versione della Dal Pino – minacciato la donna, sessantacinque anni, imprenditrice. Non viene, invece, dato alcun appellativo alla signora, che in un impeto di rabbia, si sarebbe messa al volante e avrebbe prima investito l’uomo, un algerino di quarantasette anni, per poi passargli e ripassargli sul corpo tre, quattro volte (al vaglio degli inquirenti il video recuperato da una telecamera in zona).

Dare del “delinquente” è, forse – sottolineiamo forse – un indirizzo di massima ad investigatori e giudici. Cosa che non condividiamo. Del resto pare che la Lega abbia chiesto le attenuanti del caso. Non condividiamo, sia chiaro, lo scippo, che questo sia perpetrato da un bianco o da un nero ai danni di un uomo, figurarsi ai danni di una donna.

Il problema è un altro. Intanto la proporzione fra scippo e omicidio. Reati, fra loro, lontani anni-luce, anche perché la donna non ha subito violenza. Secondo la stessa, sarebbe stata minacciata con un coltello, ma di quell’arma – secondo gli inquirenti – non vi è traccia. L’uomo, con la refurtiva, aveva compiuto poche centinaia di metri, tant’è che la donna ha avuto il tempo di mettersi alla guida della sua auto, individuare in breve il suo scippatore e investirlo: una, due, tre volte. Scendendo dall’auto per tornare ad impadronirsi della sua borsa, risalire in auto e dileguarsi a bordo del mezzo. Come si diceva, perquisito l’uomo, gli inquirenti addosso non hanno rinvenuto alcun coltello.

 

LA PAROLA ALLA DIFESA

Nelle prime quarantotto ore la vicenda ha subito accelerate e inversioni di marcia, fino a delinearsi secondo il definitivo volere dei giudici che stanno seguendo il caso. «Non voleva uccidere, ma fermare, colpendolo alle gambe, l’uomo che l’aveva derubata: voleva recuperare la borsetta che le era stata portata via da Said Malkoun», dice l’avvocato difensore della donna, che riferisce le parole della sua assistita, di Cinzia Dal Pino, lunedì scorso accompagnata in carcere per omicidio volontario.

Impietose le riprese delle telecamere di sorveglianza di un esercizio commerciale. L’uomo viene schiacciato contro la vetrata di un negozio mentre camminava sul marciapiede. L’uomo, alle spalle reati contro il patrimonio e senza fissa dimora, è poi deceduto all’ospedale Versilia.

Come riportato dall’Agenzia giornalistica Ansa nei giorni scorsi, nel corso dell’udienza svoltasi al carcere Don Bosco di Pisa dove era stata portata dopo il fermo, la donna ha reso dichiarazioni spontanee, ripercorrendo quanto accaduto domenica sera, dalla cena con le amiche all’incontro con l’uomo che le ha portato via la borsa. Pare che recuperare il contenuto della stessa sarebbe stato il suo obiettivo. Non avrebbe chiamato poi la polizia subito perché – ha raccontato la Del Pino – il telefono era rimasto nella borsa. La donna avrebbe anche precisato di «non essere stata minacciata con un coltello ma che il quarantesettenne le avrebbe detto che l’avrebbe usato se non le avesse dato la borsa». Da quanto appreso però, la polizia addosso all’uomo non ha trovato alcuna arma. Sulle modalità del furto, sembra che l’uomo abbia preso la borsetta dopo aver aperto la portiera dell’auto della donna.

 

 

LA DONNA, «LUCIDA E CALMA»

Uscendo dal carcere, il legale della donna ha sottolineato quanto segue: «La rapina è avvenuta a distanza limitata da dove si è verificato l’investimento, circa 150 metri prima, e che nella borsa si trovavano documenti e chiavi di casa della donna, quanto l’ha indotta a preoccuparsi perché il rapinatore potesse utilizzare quegli elementi per commettere altri reati».

Intanto, sempre il quotidiano la Nazione scrive: «Nel video si vede l’uomo che cammina sul marciapiede, lei che sterza travolgendolo e schiacciandolo contro la vetrina di un negozio di elettronica per la nautica. Poi la donna ingrana la retromarcia e lo investe altre tre volte; infine, dopo averlo centrato quando è carponi a terra, scende, recupera la borsa, fa ancora retromarcia e si allontana. Fino a quando nella tarda mattina di lunedì gli agenti della Squadra mobile sono andati a prelevarla. “Mi aveva rubato la borsa”, avrebbe provato a giustificarsi. “Nessun commento, nessun pentimento”, nelle frasi pronunciate racconta uno degli investigatori con molti anni di indagini alle spalle. “Ci è apparsa lucida e calma, come in quel video”. Immagini che non lasciano margini di interpretazione».

 

Caccia al medico!

Aggressioni e pestaggi negli ospedali pugliesi

«Non ce la facciamo più, i medici vogliono andare via, i presidi sanitari di Pronto soccorso rischiano la chiusura». L’ultimo episodio a Foggia, ma anche nelle altre province si sono registrati atti simili. Intervenuti i dirigenti delle Asl e i sindacati. Nel capoluogo dauno lunedì 16 settembre una manifestazione

 

Un altro medico, ancora a Foggia, ma ormai accade ovunque, e non solo in Puglia, è stato picchiato: modalità diverse, ma il finale è sempre lo stesso. Dieci, venti giorni di guarigioni. E’ così che da un po’ va il mondo.

Un tempo, nei giornali, ma presumiamo oggi nelle redazioni dei siti, i direttori cercavano di contenere episodi di violenza e non solo, anche altri fatti di cronaca perché potevano generare emulazione. Un ragazzaccio aveva visto “Easy rider” e, appena uscito dal cinema, faceva impennare la sua moto; un altro “bad boy”, più recentemente, aveva assistito alla serie tv “Gomorra” e girava armato con una pistola. Accadeva che, di colpo, tutti insieme ammattivano e scatenavano episodi di cronaca. Chi investiva l’anziano sulle strisce pedonali e fuggiva a bordo della sua moto; chi, invece, con aspirazioni da piccolo boss di quartiere estraeva il “ferro” e sparava: alle gambe, quando ancora non andava peggio.

 

 

NON SPETTACOLARIZZARE

Ci sono stati, poi, drammi ancora peggiori. Gli anziani, in età avanzata, dimenticati dai figli, dai nipoti che decidevano di farla finita. L’estremo gesto veniva consumato, durante un certo periodo, lanciandosi in un pozzo; poi è stato superato dal tubo di scappamento e le esalazioni indirizzate nell’abitacolo del veicolo, dove il poverino – che aveva deciso di farla finita – attendeva la sua fine; infine, il Monumento ai marinai, a Taranto, sul Lungomare. Uno, due, tre anziani, ma anche un paio di ragazzi, accidenti. Il male oscuro, lo chiamavano. Così i direttori invitavano i redattori a dare poco spazio a fatti simili: per evitare lo spirito di emulazione. Evitare che certi episodi da Terzo mondo vengano letti e replicati senza pensarci su. Nei bar capita di ascoltare commenti a dir poco discutibili: «Ha fatto bene!», «Anche io stavo per perdere la pazienza!», «Se non sei educato, manchi di rispetto parte un pugno, cosa credi?».

Insomma, ci vuole poco perché la storia nel breve volgere di qualche giorno si ripeta. Dovrebbero essere assunti, forse, provvedimenti più restrittivi nei confronti degli aggressori a tutela del personale medico e paramedico. Magari i giornali, le radio, le tv, dovrebbero ospitare dei forum, dei confronti per parlare di un tema che giorno dopo giorno diventa sempre più preoccupante.

 

L’AGENZIA ANSA SUL PEZZO

Così, come riportava l’agenzia giornalistica Ansa, in uno dei giorni scorsi, non si placa, nonostante il clamore suscitato dagli ultimi episodi, l’ondata di aggressioni al personale sanitario in Puglia. Dopo gli episodi al Policlinico Riuniti di Foggia, infatti, l’ultima vittima dell’aggressione è stato un medico del reparto di Urologia dell’ospedale Francesco Ferrari di Casarano. Il medito è stato colpito con inaudita violenza con un calcio al bassoventre da un paziente, poco paziente evidentemente, in attesa di una cistoscopia.

L’aggressore, dopo aver dato segni di insofferenza, all’improvviso si è scagliato contro l’urologo, reo, secondo il paziente di non avergli prestato sufficiente attenzione. Detto, che un calcio assestato “lì” non provoca solo dolore, ma anche danni gravissimi, il medico-vittima ha subito chiamato i carabinieri fornendo le generalità dell’aggressore e formalizzando la denuncia.

Per fortuna, niente di grave per il medico sessantacinquenne, giudicato guaribile in un paio di settimane. «Ormai le aggressioni negli ospedali – ha dichiarato Cisl Medici di Lecce – sono un’emergenza pubblica e richiedono un intervento immediato delle istituzioni e delle autorità»; «Notizie che non vorremmo dare – aggiunto Stefano Rossi, direttore generale dell’Asl di Lecce – segno evidente di un disagio diffuso, legato a frustrazione ed esasperazione e alla difficoltà a costruire relazioni sane, dal volto umano».

 

 

CALCI, PUGNI E FUGA

L’aggressione in Salento arriva dopo i tre casi registrati al policlinico Riuniti di Foggia in cinque giorni. Sere fa un giovane di diciotto anni giunto al Pronto soccorso in un evidente stato d’ansia ha sferrato calci e pugni a tre infermieri. Denunciato ai carabinieri. A seguire, un uomo di trentatré anni, che aveva accompagnato il padre al Pronto soccorso per una visita, forse a causa di una “ingiustificata” attesa, ha cominciato a colpire due infermieri e un vigilante intervenuto per calmarlo.

Come riportava l’Ansa, nel suo dettagliato resoconto, scrive che l’aggressore aveva un braccio ingessato utilizzato per picchiare i malcapitati con maggiore violenza. Ora il trentatreenne è agli arresti domiciliari. E, per finire, la caccia spietata ai medici.  L’episodio è quello dello scorso 4 settembre, quando nel reparto di chirurgia toracica dello stesso Policlinico i familiari della povera Natascha, ventitré anni, morta durante un intervento, hanno aggredito il personale sanitario costretto a rifugiarsi in alcune stanze dell’ospedale.

«Se continuiamo di questo passo – ha dichiarato Giuseppe Pasqualone, direttore generale della struttura sanitaria – finiremo per chiudere il Pronto soccorso perché rimarremo senza medici, infermieri ed operatori sanitari: ci vuole rispetto per il personale in servizio perché è preparato, lo confermano i dati a livello nazionale: abbiamo un organico dimezzato, non riusciamo a recuperare medici e i cittadini, che arrivano in condizioni non gravi, devono avere pazienza». Intanto, una manifestazione unitaria del personale sanitario è stata annunciata da Anaao Assomed e Cimo Fesmed per il 16 settembre a Foggia. 

Americani, matti per la Puglia

Bari, Lecce, Fasano, Ostuni e Polignano a Mare le città più amate

PugliaPromozione snocciola una serie di dati. Tutti incoraggianti, indicano una crescita esponenziale di visitatori d’oltreoceano. Scelgono hotel e masserie, ma investirebbero volentieri anche nel “mattone”. Un’agenzia immobiliare ha invitato i pugliesi a farsi fare una stima su case e ville. Hai visto mai?

 

E’ qui l’America. Non è un’iperbole, nemmeno il tentativo maldestro di rovesciare un concetto che ormai ci accompagna, senza mai abbandonarci, da anni: la Puglia è la regione più amata dagli americani o statunitensi che dir si voglia. Per mille ragioni. Con ogni probabilità perché esistono radici secolari trapiantate negli Stati Uniti (non si contano i pugliesi andati a rifarsi una vita proprio lì), poi perché da qualche anno a questa parte quotidiani e riviste americane non perdono occasione per indicare come la “Regione più bella al mondo” proprio la Puglia.

Che vivessimo in una terra baciata dal Cielo, già lo sapevamo, ma che lo certificassero alcuni fra i giornali più importanti al mondo, questa è una cosa che ci ha fatto crescere in autostima. Come titolava nei giorni scorsi il Nuovo Quotidiano di Puglia, prendendo a prestito uno spunto fornito da PugliaPromozione: “Americani pazzi per la Puglia”. Venegono citati numeri, incontrovertibili se – come si dice – la matematica non è un’opinione. Statunitensi matti per la nostra terra, investono non solo nelle vacanze, ma anche negli immobili. Lo scorso anno sono stati circa centosessantamila gli statunitensi “sbarcati” in Puglia, per un totale di quattrocentomila (quattrocentomila!) notti di permanenza.

 

 

NUMERI DA CAPOGIRO

Numeri da capogiro che registrano un +40% negli arrivi e un +36% nel numero di notti. Per farla breve, gli Stati Uniti sono al quinto posto tra i Paesi per dati sul turismo in questo angolo d’Italia.

Ovviamente il numero di presenze registrato autorizza a una disamina città per città, o meglio, a fare una cernita fra i luoghi nei quali il turista americano si sente “a casa”. Lecce, per esempio. Non è passata inosservata la notizia di settimane fa, secondo la quale un’agenzia immobiliare aveva chiesto ai residenti di far valutare le proprie case per poi vendere – se avessero considerato congrua l’offerta – ai tanti americani interessati a investire nel Salento.

Insomma, tutti, ma proprio tutti gli americani che trascorrono le proprie vacanze in Italia, hanno un occhio particolare per la Puglia. Secondo PugliaPromozione sono cinque le città più gettonate: Bari, Lecce, Fasano, Ostuni e Polignano a Mare. I turisti a stelle e strisce, infatti, preferiscono il capoluogo di regione, Bari, in alternativa al Salento o a quella fascia sull’Adriatico che va da Ostuni a Polignano. Anche perché, pare che 57 su 100, propendono per soggiornare in una masseria o in un hotel.

 

 

DA OSTUNI A POLIGNANO…

Zone privilegiate, considerando le vacanze, le città di mare. Ma, attenzione, non è la sola estate il periodo preferito. Il turismo che si affaccia in Puglia dall’altra parte del mondo, spesso predilige – un po’ come i locali – maggio o settembre. Insomma: poco prima o poco dopo l’estate. Dato interessante fornito da PugliaPromozione: il 48% degli ospiti americani viaggia in famiglia, il 37% in gruppo e nel 15% dei casi sono viaggiatori singoli.

PugliaPromozione ha fornito questi numeri in occasione dell’Italian Festival di Hoboken nel New Jersey (USA). Un evento che fra due anni compirà il secolo, tondo tondo, posto che queste celebrazioni vanno avanti da novantotto anni. Il rito religioso si svolge sulle rive del fiume Hudson, con lo skyline di Manhattan ed è una festa per la comunità italo-americana. Si contano centomila – qualcuno più, qualcuno meno – visitatori tra eventi musicali e stand gastronomici, con l’Agenzia regionale del Turismo PugliaPromozione che per la prima volta ha rivolto una intensa attività per far crescere il desiderio di vacanze nella nostra regione.

 

 

AFFARE O PIACERE?

L’iniziativa rientra nel progetto “Puglia: Business or Pleasure”, “affare o piacere”. Un progetto interessante che unisce sinergicamente il lavoro dell’Assessorato allo Sviluppo Economico e quello dell’Assessorato al Turismo della Regione Puglia.

In occasione dell’evento di Hoboken, in New Jersey sono giunti il regista Alessandro Piva, cui spetterà la realizzazione dei video, e due funzionari di PugliaPromozione. Sempre per l’occasione, è stato realizzato uno stand della Regione Puglia, insieme al quale viaggiano le luminarie e la cultura pugliese dell’accoglienza. E alcune immagini della Puglia mostrate anche a Times Square.