«TORNO ALL’ASILO»

Marco, due lauree, oggi fa il bidello part-time

«Con sommo stupore, una volta finito sui giornali mi sono accorto di non essere l’unico ad essere laureato a fare questo lavoro». Prova a conseguire un altro titolo di studio. «Intanto assisto i piccoli, rassetto le aule e, finito il lavoro, studio, con grande passione». A tempo perso, scrive, fa il giornalista-pubblicista e vuole diventare amministratore, sempre in ambito scolastico

pencils-1486278_960_720«Meglio cantarci sopra!», si sarà detto Marco, venticinque anni, marchigiano, quasi tre lauree, professione bidello. Oggi solo part-time, anche per sua volontà, perché un’altra laurea ce l’ha proprio nella testa. Vuole conseguirla, costi quel che costi. Anche a costo di dimezzarsi uno stipendio di milletrecento euro, dunque solo seicentocinquanta euro, per fare una cosa (lavorare a scuola, provvedendo all’assistenza dei piccoli, e rassettando le aule) e l’altra (studiare, studiare, studiare).

Corriere della sera nei giorni scorsi scaltro nell’intercettare questo ragazzo-prodigio (come lo chiamereste voi un giovanotto di belle speranze che ripiega a svolgere le mansioni di bidello?), che infischiandosene del reddito di cittadinanza lasciandosi bastare l’unica laurea di cui dispone, prosegue il primo lavoro ad almeno milletrecento euro sicuri. Che poi, non sono molti, ma «di questi tempi, meglio feriti che morti». Altrettanto sveglio, ma non è una novità, Fanpage.it, un sito al quale dovremmo dare più di un’occhiata, per tema trattati e capacità di analisi. La notizia la riprende Biagio Chiariello, che ne fa un bel titolo consegnandolo al popolo di internet spesso distratto da “strilli” – così si chiamano articoli-civetta, purtroppo vuoti come uno pneumatico – e fake news.

La storia di Marco, invece, è vera, come è vera la tastiera che spesso lo stesso bidello-laureato si porta appresso per allietare i ragazzi delle classi di cui si occupa nel suo lavoro quotidiano di assistenza. Non che la giri a caciara, sia chiaro, ma ogni tanto promette ai più ribelli che se faranno i bravi «uno di questi giorni porto lo strumento sul quale cantarci».

E’ TUTTO UN ATTIMO

Ci ha messo un attimo, Marco, ad entrare nelle grazie del personale, dirigente scolastico compreso. Tanto per non farsi mancare nulla, tre anni fa il giornalista-pubblicista: scrive cioè per siti e giornali, quando il tempo glielo permette.

Dunque, Marco, e i suoi titoli di studio conseguiti con lode: una triennale in “Scienze della Comunicazione” e in “Informazione e Sistemi editoriali”. Attualmente studente per laurearsi in “Economia aziendale” (“Relazioni di lavoro”). E poi, poi, poi, Marco, a tempo perso, ha studiato per aggiungere al suo già ricco palmares il “diploma di collaboratore scolastico”. Della serie «Ma tutto torna utile», ecco che la ruota di scorta, quel diplomino che non ha la stessa importanza delle due lauree già intascate, ma che non hanno ancora prodotto niente di nuovo, diventa più strategico di ogni altro titolo di studio.

Marco, si diceva, infatti fa il bidello. A Recanati, nell’Istituto d’infanzia “Aldo Moro”. Ogni mese mette in tasca 650euro, lavorando part-time. Lavoro sì umile, ma di grande responsabilità, come ogni attività che si svolge con il massimo impegno. Questo lavoro pare sia l’ideale per il giovanotto marchigiano: rispecchia la sua voglia di non fermarsi alle soddisfazioni, ma di fare di ogni traguardo conseguito un punto di partenza. Del resto, dai bidelli, ha spiegato fiero al Corriere, dipende la vigilanza e la pulizia dei locali, oltre che la sicurezza degli alunni dall’intervallo, passando per l’assistenza ai disabili fino al carico-scarico dei materiali.

Primo diploma nel 2017, liceo delle Scienze Umane. Senza perder tempo fa domanda e si mette in graduatoria tra il personale Ata (Amministrativo tecnico ausiliario) delle scuole della sua provincia. Per essere assunto non c’è bisogno di un concorso, sono sufficienti i titoli (almeno un diploma professionale di tre anni) e ventiquattro mesi di servizio, trentasei ore settimanali.

graduation-879941_960_720LAVORO E STUDIO

«Quest’anno – ha detto Marco, intervistato dal Corriere della sera – lavoro in un asilo, quindi sono a stretto contatto con i bambini; fra le mie mansioni c’è di tutto: dal lavare i pennelli ad accompagnare in bagno chi ne ha bisogno. E, naturalmente, anche pulire i locali. Mi ritengo, però, una figura educativa in senso pieno. Al liceo delle Scienze umane dove mi sono diplomato, ho studiato psicologia e pedagogia. Nel mio lavoro cerco di portare me stesso: non urlo mai, non sgrido mai nessuno. E, visto che suono il pianoforte, a volte porto da casa la mia tastiera e ci mettiamo a cantare insieme».

Quest’anno stipendio dimezzato. «Lavoro solo part-time perché devo studiare per gli esami, quindi il mio è uno stipendio a metà: circa 650 euro lordi al mese», dice ancora Marco.

Ma il “bidello” punta in alto. «Non mi dispiacerebbe restare nella Scuola, magari per arrivare a fare il dirigente contabile e amministrativo (uno dei due ruoli apicali della scuola, accanto a quello del preside, ndr). Oppure lavorare in azienda. Ma intanto sono molto orgoglioso di tutte le esperienze lavorative che ho già fatto».

Ma attenzione, Marco confessa qualcosa che era sfuggito a qualcuno: lui non sarebbe l’unico bidello con laurea. «Pensavo di essere fra i pochi laureati a fare questo lavoro – quasi si stupisce davanti al taccuino del suo collega-giornalista – perché, quando, due anni fa, il mio nome finì nelle cronache locali, ricevetti tanti messaggi di gente nelle mie stesse condizioni». Non è confortante, anzi, anche questo è segno dei tempi. Quarant’anni fa, in “Acqua e sapone”, Carlo Verdone – nel film un laureato con mansioni di bidello – ci aveva già provato. Se, alla fine, ce l’ha fatta l’attore-regista romano tanto vale insistere, laurearsi un’altra volta e puntare, dritto, a un posto da amministrativo. A vita.

«Ebraismo e socialismo…»

Furio Biagini spiega il suo libro “Torà e libertà”

«Entrambi mirano alla creazione di un mondo futuro nel quale lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo deve essere definitivamente abolito», spiega il docente. «Le due cose però hanno in comune la critica al potere costituito, al pensiero unico e, dunque, entrambi si battono contro i limiti e le imposizioni del pensiero unico», sostiene lo scrittore. «L’ebraismo rifiuta sudditanza, gerarchia, repressione e oppressione», afferma Annalisa Adamo, moderatrice e promotrice dell’incontro

20221020_184405Giovedì sera nella libreria Ubik in via Nitti a Taranto, si è svolto uno degli incontri all’interno del programma “#Ante Litteram” di quest’anno, dedicato ad esponenti di rilievo della cultura e della società. E’ toccato ad Annalisa Adamo, presidente di #Ante Litteram (già assessore agli Affari generali, Ambiente e Legalità del Comune di Taranto), tornare a dialogare con Furio Biagini, scrittore e docente di Storia Contemporanea e dell’Ebraismo nell’Università del Salento. Insieme hanno presentato il libro “Torà e libertà”, studio sulle affinità elettive tra ebraismo e socialismo libertario.

«Ho trovato all’interno dell’ebraismo – ci ha detto l’autore – delle affinità fra pensiero socialista e libertario; attenzione, non il marxismo, almeno non nelle sue versioni più libertarie, e il pensiero ebraico, dal punto di vista ideologico; per fare un esempio, si parte dal sabato piuttosto che dal giubileo, che vanno incontro a una visione del sociale come quella del socialismo: entrambi mirano alla creazione di un mondo futuro nel quale lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo deve essere definitivamente abolito».

Facessimo un distinguo fra ebraismo e socialismo. «Il socialismo è una ideologia che nasce sulla fine del Settecento – riprende Biagini – ha le sue radici nell’illuminismo, nel pensiero illuminista e contemporaneo; l’ebraismo è una fede religiosa che risale a secoli fa, al monoteismo. Le due cose però hanno in comune la critica al potere costituito, al pensiero unico e, dunque, entrambi si battono contro i limiti e le imposizioni del pensiero unico. La Torre di Babele ne è un esempio: se avessero parlato tutti la stessa lingua sarebbe stato un mondo che mirava a trasformarsi nel Divino, a sostituirsi ad esso, che invece interviene sparpagliando tutti in ogni angolo del mondo, in buona sostanza: è la diversità che rende ricchi».

20221020_185003EBRAISMO E ANARCHISMO…

«Ebraismo e anarchismo, dunque – dice Annalisa Adamo – due concezioni apparentemente opposte: la prima una tradizione religiosa fondata sull’obbedienza della legge, la seconda una filosofia politica basata sulla libertà da ogni dominio; tuttavia, espliciti legami sotterranei esistono tra queste due espressioni politiche, religiose e culturali».

Il libro, attraverso una lettura personale dell’autore sui testi biblici, esplora relazioni profonde. Dalla Torà fino ai fervori chassidici, l’ebraismo afferma con forza il rifiuto di ogni relazione umana basata sulla sudditanza, sulla gerarchia, nonché sulla repressione e l’oppressione. «Dalle polemiche contro il potere politico dei profeti – prosegue la moderatrice dell’incontro – all’esplosione dell’energia creativa del chassidismo, il pensiero ebraico è ricco di spunti anarchici che si ritrovano nelle moderne utopie rivoluzionarie, soprattutto nelle tendenze libertarie e antiautoritarie, con la loro idea della assoluta libertà umana e del rifiuto di qualsiasi potere centrale autoritario. Si potrebbe compendiare il contenuto di questo libro con una frase di Thomas Jefferson: La ribellione ai tiranni è obbedienza a Dio».

«Prima della Shoah – spiega in un suo intervento Biagini, spesso sollecitato dalle domande dalla platea – il sionismo era una minoranza all’interno del mondo ebraico tanto che, per esempio, solo il 25% degli ebrei polacchi sosteneva il movimento nel periodo compreso tra le due guerre mondiali. Per la maggioranza degli ebrei era un movimento utopico politicamente pericoloso. Socialisti e bundisti si opponevano ai suoi obiettivi in nome dell’internazionalismo proletario e lo consideravano un movimento reazionario che divideva la classe operaia e minava la lotta per i diritti di tutti gli oppressi, tra i quali includevano anche gli ebrei della diaspora».

20221020_184223STATO EBRAICO, LA DIASPORA

Gli ebrei pienamente assimilati definivano la loro ebraicità esclusivamente in termini religiosi e non etnici. «Temevano che la nascita di uno Stato ebraico – sostiene il docente – mettesse in discussione i diritti recentemente conquistati. Allo stesso tempo gli ebrei ortodossi credevano che la rinascita di uno Stato ebraico nella terra dei padri dovesse attendere la venuta del Messia. Dopo la Shoah e la creazione del moderno Stato d’Israele, l’opposizione ebraica al sionismo gradualmente andò scomparendo. Una parte consistente degli ebrei religiosi vide nelle realizzazioni pratiche del sionismo il compimento delle promesse divine mentre i socialisti, critici verso i principi ideologici del movimento, in pratica, iniziarono a sostenere, di fatto, lo Stato d’Israele. Col tempo solo pochi gruppi ebraici restavano fortemente antisionisti, in particolare, alcuni settori della estrema sinistra, associazioni marginali come l’American Council for Judaism, fondato nel 1942 da alcuni rabbini reform, ma soprattutto gli haredim, letteralmente coloro che tremano, in riferimento al versetto di Isaia 66, 5: “Ascoltate la parola dell’Eterno, voi che tremate alla sua parola”, o ultra-ortodossi secondo la definizione preferita dai media, e la piccola formazione, ma ben visibile e rumorosa, dei Neturei Karta, in aramaico i Guardiani della città».

L’incontro nella libreria Ubik di Taranto è stato organizzato da “#Ante Litteram” in collaborazione con l’Associazione Italia-Israele sezione “Alexander Wiesel” (Bari), il Comitato per la Qualità della Vita, la Fondazione Rocco Spani onlus, il Crac Puglia Centro di ricerca arte contemporanea.

“COSTRUIAMO”, BUON COMPLEANNO!

Non solo accoglienza

Corsi di formazione e impegno sociale in nove anni di attività. Abbiamo imparato e insegnato rispetto. Unito le nostre forze e svolto opera di inclusione

DSC_6227Buon compleanno, “Costruiamo”. Buon compleanno, presidente. Sembra ieri, ma il tempo è passato. Non invano, fortunatamente. Ciò significa che nel nostro piccolo, che poi tanto piccolo non è evidentemente, di cose ne abbiamo fatte. Da nove anni, la nostra cooperativa sociale è attiva nell’accoglienza. Dove per “accoglienza” non significa solo fornire un pasto e un tetto a gente, famiglie, in fuga da zone di guerra e da persecuzioni politiche. Decine di ragazzi, per esempio, sono stati impegnati (qualcuno lo è ancora) a più riprese con mansioni diverse all’interno delle nostre strutture; qualcuno ha compiuto scelte di vita, incoraggiate da noi stessi, quando lo scopo per il quale si allontanavano, partivano o ripartivano per tornare a casa, era condivisibile.

Molti dei “nostri” ragazzi, oggi, vivono e lavorano nella nostra provincia, nella nostra regione. Buon segno, se questo significa che da noi, con impegno, considerando i tempi, si può costruire un futuro, costruire una famiglia. Anche sfidando di chi ha spesso avuto preclusioni nei confronti di tanti ragazzi, uomini e donne, che sono diventati negli anni una risorsa per il nostro Paese.

Molti dei risultati raggiunti da “Costruiamo”, li abbiamo raggiunti in stretta collaborazione con le istituzioni. A cominciare dall’affiatamento raggiunto in breve con le diverse Prefetture delle province pugliesi. Insieme con le associazioni di categoria e le amministrazioni locali e regionali, abbiamo presentato progetti, molti dei quali hanno avuto un seguito, con i benefici per i nostri fratelli (non ci piace usare il verbo “assistiti”). Abbiamo organizzato Corsi di formazione che hanno licenziato grandi professionalità, istituito Corsi di italiano e di integrazione con il nostro tessuto sociale. Uno dei principali obiettivi della cooperativa è stato il rispettare il bagaglio culturale e il credo religioso di ognuno di loro. Un argomento da non sottovalutare, se si pensa che a seconda delle estrazioni politiche e religiose, occorreva quotidianamente far rispettare il regime alimentare con menù diversi (anche quando i ragazzi avevano le stesse origini).

Gara-natale-04-1-969x650RISPETTO, ANZITUTTO…

Per essere chiari, il nostro presidente, Nicole Sansonetti, si è speso con i ragazzi soprattutto su un principio di base: il rispetto. Lo stesso riconosciuto alle diverse estrazioni ospitate nelle nostre strutture. Rispetto. Le scelte svolte in questi anni, sono state precise, anche nei dettagli, per evitare che un certo malcontento provocasse risentimento nei vicini, nei cittadini – pochi in verità – che guardavano con sospetto l’arrivo di extracomunitari sul nostro territorio.

Insieme con i ragazzi abbiamo svolto un lavoro attento e certosino. Abbiamo spiegato loro le tradizioni cittadine, il carattere di quanti avrebbero quotidianamente incontrato nel visitare la città, al bar, recandosi al lavoro. E’ stato un lavoro (chiamiamolo così solo per brevità) che nel tempo ha portato i suoi frutti. Molti dei nostri ragazzi, merito del loro impegno, lavorano in esercizi e attività del territorio. Se oggi un ragazzo nero sorseggia un caffè o si siede accanto a noi in pizzeria, e la sua presenza passa inosservata, perché è la cosa più normale al mondo, bene, un po’ di merito è anche nostro.

Senza prevaricare usi e costumi, abbiamo illustrato loro le nostre abitudini, il nostro modo di vestire – che non deve essere visto come modello, beninteso – e di ragionare, ascoltando rispettosamente e ribattendo con argomentazioni anche opinioni anche diametralmente opposte. Abbiamo posto piccole regole del vivere quotidiano, subito rispettate dai nostri ragazzi e apprezzate dai nostri vicini. E’ stato fatto un importante lavoro di inclusione sociale, tanto che se un cittadino, un turista si aggira dalle parti di una delle nostre strutture non si accorge affatto che quella, come altre, ospitano extracomunitari.

C’è chi si è sposato, ha invitato amici conosciuti nella struttura. Nella nostra chat fioccano saluti e auguri da tutto il mondo e per i motivi più disparati. Dagli sposalizi alle nascite, tanto da farci sentire ancora più vicini, perfino “zii” dei più piccoli. Ecco qual è stato l’impegno in tutti questi anni da parte di “Costruiamo”. Fare in modo che il “normale” fosse solo normale. Che il colore della pelle non fosse mai stato un elemento di divisione, ma di condivisione. Imparare e, se fosse stato possibile, insegnare. Vivere insieme, come i tasti bianchi e neri di un pianoforte, come ricordava una delle canzoni soul – canzoni “dell’anima” – più famose al mondo.

Migrants arrive at the Italian port of Augusta in Sicily. They are greeted by Save the Children staff whilst awaiting processing by Italian authorities.

Migrants arrive at the Italian port of Augusta in Sicily. They are greeted by Save the Children staff whilst awaiting processing by Italian authorities.

UN SITO, MILLE SERVIZI

Un altro elemento nel quale la cooperativa si è spesa e che il presidente ha subito incoraggiato, è stata la costruzione di un sito. Non fatto di notizie raccolte qua e là, ma un “giornale” quotidiano che raccontasse il territorio e si confrontasse con l’esterno, il mondo. Un sito che raccontasse, amico per amico, le storie dei nostri ragazzi. Chi fossero, da dove venissero e cosa li avesse obbligati alla fuga in cerca di vita. Attraverso rappresentanti del nostro territorio, abbiamo fatto conoscere le nostre abitudini: il sociale, lo sport, la politica. Questo non ha fatto altro che accorciare le distanze.

Abbiamo assistito insieme ad eventi sportivi, concerti, “prime” al cinema. In qualche occasione abbiamo anche incassato qualche piccola, ma insignificante delusione. Ma senza fare drammi, anzi ripartendo con maggiore impegno per dimostrare che la ragione è sempre più forte di qualsiasi forma di ignoranza.

A testimoniare il nostro lavoro e quello dei ragazzi, ci sono le cifre. Negli ultimi cinque anni, per esempio, milleottocento giorni di lavoro, circa mille servizi (seicentoventiquattro articoli; trecentododici interviste, audio e video compresi). Un lavoro alla portata di chiunque voglia farci visita o ripercorrere tappe significative del nostro-vostro impegno. Per un sito, un canale youtube, abbiamo registrato numeri davvero considerevoli (ventimila visualizzazioni per Red Canzian!), a dimostrazione che il lavoro svolto professionalmente e rivolto a uno scopo sociale, alla fine paga. Bisogna solo avere pazienza, è questa la nostra forza.

A piedi, trenta chilometri per lavoro

Walter, un’impresa nel primo giorno del suo lavoro

Una storia accaduta davvero. Un ragazzo nero, americano, lascia il suo posto in un’attività dove serve panini e hamburger. Deve lavorare in un’azienda di trasporti: all’indomani è il suo primo giorno di lavoro. La sua vecchia auto non parte e, allora, decide di mettersi in cammino per otto ore. Cosa accade lo scoprite leggendo questa incredibile vera storia

pexels-photo-13998876Caspita, Walter che impresa. Accade tutto in un giorno, il suo primo giorno di lavoro in una nuova attività, un’azienda di traslochi. Walter è un ragazzo nero, abita in una cittadina dell’Alabama, negli Stati Uniti. Segni particolari: un sorriso contagioso e una gran voglia di lavorare. Non sa di avere un problema: la sua auto vecchiotta non parte, non trova un’alternativa per recarsi sul posto di lavoro, così senza pensarci due volte decide di fare poco più di trenta chilometri a piedi. Come se non bastasse, la sfida, quei chilometri, passo dopo passo, si trasformano in una favola. Ma andiamo per gradi.

Ditta di traslochi. Lavoro duro, di quelli che ad un ragazzo, giovane, che ha studiato, ma vuole dare una mano alla famiglia, spezzano la schiena. Sarebbe stato il caso di studiare ancora un po’, oppure continuare a fare il lavoro che svolgeva, in un fast-food, con qualche centinaio di dollari in meno, rispetto a quella che lo stesso Walter ha definito “l’occasione della vita”. Ne avrà altre di occasioni questo ragazzo. Intanto perché ha un grande senso di responsabilità: ha appena firmato un contratto e il primo giorno di lavoro non può fare tardi, o peggio, assentarsi.

pexels-photo-2244746L’AUTO NON PARTE…

Il pomeriggio prima di recarsi al lavoro, prova a mettere in moto la sua modesta auto. Quel mezzo avrebbe bisogno di una revisione, ma non può lasciarlo così, su due piedi. Il primo pensiero lo rivolge al lavoro: all’indomani deve marcare il primo giorno, giro di telefonate agli amici con i quali si impegna oltre ogni ragionevole proposta: nessuno è disponibile. Peccato.

L’unica alternativa: andare a piedi fino alla casa dove i colleghi dell’azienda di trasporti sarebbero stati ad attenderlo. Il nuovo lavoro si trovava a circa 20 miglia, poco più di trenta chilometri (trentadue, per essere precisi…). Significava camminare per circa otto ore, per trovarsi all’indomani alle otto in punto davanti a quella casa per cominciare a imballare cartoni, spingere, caricarsi mobili e riempire uno, due camion e poi fare l’operazione al contrario nel nuovo domicilio dei committenti.

Parte a tarda sera. Verso le quattro del mattino, si accorge che sta rispettando la sua tabella di marcia. Si siede e riposa un po’. All’improvviso un’auto della polizia lo affianca, segnala al ragazzo, gli chiede se non ci siano problemi. Walter ha un sussulto, pensa che il poliziotto potrebbe anche non credergli. E, invece, quel poliziotto di pattuglia con un suo collega, credono al ragazzo, tanto che lo accompagnano a destinazione. Prima di caricarlo in auto gli offrono da mangiare. Walter, dunque, è di colpo baciato dalla fortuna. Ha riposato le gambe, si è messo in sesto con quella cena-colazione fuori orario.

COLPO DI SCENA

Colpo di scena, Walter arriva davanti alla casa in cui avrebbe aiutato a traslocare prima delle sette del mattino. Viene accolto dalla signora che ha finito di imballare gli ultimi pacchi, sente la sua storia, si commuove, lo fa entrare in casa, si complimenta al telefono con un responsabile della ditta di autotrasporti: avete dipendenti efficienti, che sanno cosa sia il sacrificio. Intanto il resto dei colleghi–traslocatori non tarda a raggiungere la casa, così Walter conosce alcuni dei suoi nuovi colleghi di lavoro. Squadra perfetta, come Walter, anche lui in perfetta forma. Il ragazzo riesce a lavorare nonostante fosse poco riposato. Nessuno avrebbe potuto immaginare che avesse camminato tutta la notte per arrivare a destinazione.

La signora apre una pagina su Facebook, raccoglie danaro per acquistare una nuova auto per il ragazzo che ha compiuto quell’impresa straordinaria. Non è finita. L’amministratore delegato dell’azienda nella quale ha cominciato a lavorare Walter, vuole che quel ragazzo sia un esempio per tutti.

Ma un’altra persona ha voluto ringraziare Walter: l’amministratore delegato della sua nuova azienda. Tanto che lo convoca e, udite udite, davanti al resto del personale gli consegna le chiavi un’auto. «E’ tua, Walter!». L’impegno del ragazzo, aveva spiegato l’a.d. dell’azienda, era andato oltre le aspettative ed era diventato di colpo un esempio lampante per tutti gli altri dipendenti.

pexels-photo-7464232UN ESEMPIO DI IMPEGNO

Un’auto a gratificare un grande impegno, che se non fosse stato per quegli agenti di polizia, quella signora che doveva traslocare e aveva aperto una pagina su un social, sarebbe passata inosservata. Sì, un’impresa come tante. Come quelle che molti ragazzi che abbiamo conosciuto in questi anni in cooperativa, hanno compiuto. Chi scrive ha accompagnato a Massafra uno dei ragazzi che aveva preso parte ad una funzione religiosa in una chiesa fuori città. Quella funzione finì tardi e Samuel, anche lui nero, un sorriso di quelli che non dimentichi facilmente, senza dire nulla si era incamminato a piedi verso casa: diciotto chilometri! «Samuel dove stai andando?».

«Domani devo andare in un campo, a raccogliere frutta, è una giornata di lavoro, ho un contratto e non posso permettermi di perdere una giornata di lavoro».

Non mi fossi accorto, Samuel avrebbe proseguito dritto, a piedi, per Massafra. Al buio e su una strada che anche di giorno mette paura. Ricordo come se fosse ieri. Lo accompagnai fino a sotto casa. Mezz’ora dopo, una telefonata: era lui. «Tutto bene?», mi chiese, «Sei tornato a casa? Bene, Dio ti benedica!». Si era preoccupato per me. Quella telefonata era valsa più di ogni altro grande regalo avessi potuto avere da questa esperienza con tutti questi ragazzi che nascondo, tengono strette piccole, grandi storie di grande umanità.

«Produco sì, ma negli States»

Federica, affascinata dal cinema, ha dovuto trasferirsi in America

Selezionata insieme con altri giovani promettenti, si è finanziata gli studi alla Columbia, dove si è laureata e ha finanziato un primo “corto”. «Sono stati sufficienti duemila dollari, avessi dovuto farlo in Italia avrei dovuto aprire una società con un capitale di quarantamila euro. Capite quanto sia complicato produrre progetti qui, a casa mia?»

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Anche stavolta è una storia che torna dall’America, Stati Uniti, dove un sogno, il “sogno americano” è sempre possibile. Magari non come un tempo, ma se hai la stoffa, lì, negli States, ti accolgono a braccia aperte. Ti danno un’occasione, se sai coglierla al volo puoi diventare un altro italo-americano che ha fatto la fortuna del Paese più ospitale e controverso al mondo. Insomma, se ci sai fare, e sei, per così dire, affascinato dal cinema come la nostra Federica, bene, allora anche tu puoi coltivare il tuo sogno.

Della storia della nostra conterranea e di altri ragazzi promettenti, se n’era occupato qualche anno fa Il Fatto quotidiano, giornale fondato più di vent’anni fa da Marco Travaglio, insieme a colleghi come Peter Gomez, Marco Lillo, Bruno Tinti e Antonio Padellaro. Stavolta torna sul luogo più che del misfatto, sul terreno sul quale Federica, come alcuni suoi amici e colleghi, ha coltivato il suo sogno: quello di produttrice indipendente.

«UN PUGNO DI DOLLARI»

E’ così che Marco Vesperini domenica scorsa ha pubblicato un servizio nel quale tornava a parlare di Federica, Federica Belletti. Per noi Federica, così la sentiamo più vicina. Una di noi che ha realizzato uno dei nostri sogni. In America, Mecca del Cinema dicono, la “nostra” ha cominciato a camminare con le sue gambe, investendo su se stessa. In Italia realizzare uno dei suoi progetti costerebbe una fortuna, negli Stati Uniti, confessa a Vesperini, può costare anche appena duemila dollari.

«Qui, se vuoi metterti in gioco – spiega – come produttrice indipendente non occorrono cifre astronomiche per realizzare un progetto cinematografico. In Italia impossibile chiedere sostegno con fondi pubblici». Ha ragione da vendere la neo-producer italiana. E’ un percorso molto articolato. Bisogna raccomandarsi a qualcuno, così molti giovani non rischiano.

Federica, marchigiana, da poco superati i trenta, ha coronato il suo sogno americano, lavora a New York. Ilfattoquotidiano.it – come scrivevamo – aveva raccontato la fase precedente alla sua partenza: figurava fra una ventina di studenti selezionata in tutto il mondo dall’università newyorkese per il corso di “film producing”. Per pagarsi la retta del primo anno, le servivano subito ottantamila euro, somma che aveva deciso di raccogliere online. «Vorrei anche su progetti italiani – ha dichiarato – storie, vicende da raccontare non mancano, specie quelle storie che hanno un indirizzo femminile». Lo scorso anno, con altre coetanee, ha pubblicato un’antologia sulle donne rivoluzionarie della sua regione, le Marche: “Più diritti per streghe malvagie”.

cinema-5069314_960_720«FOSSI RIMASTA QUI?»

Federica ha di che essere orgogliosa, ha raccolto riconoscimenti e critiche lusinghiere, come ricorda, puntuale Vesperini nel suo reportage per Il Fatto Quotidiano. «Con Alies Sluiter, nelle vesti di regista, siamo riuscite a portarci a casa un buon risultato scaturito da un festival importante svoltosi in Nuova Zelanda: intanto ci siamo qualificate con la prospettiva di una nomination: è la politica dei piccoli passi, uno per volta…».

La laurea l’ha conseguita alla Columbia University. «Una tesi, la mia, è diventata cortometraggio: persone di nazionalità - è la trama – si trovano a condividere lo stesso spazio durante una tempesta ad Atene. Refuge, questo il titolo del “corto”, è stato notato anche dalla rivista The New Yorker, che ha deciso di pubblicarlo: il coronamento di un lungo lavoro a cui tengo molto».

«Qui – conclude Federica – è più facile fare impresa: qui con duemila dollari apri una società e realizzai un lungometraggio. In Italia ? Devi avere una società registrata come s.r.l. con quarantamila euro di capitale in partenza». Qual è il compito di una produttrice. «Avere un sesto senso, avere fiuto, scoprire una storia, svilupparla con uno sceneggiatore di tua fiducia e a quel punto mettere insieme una squadra, trovare gente professionale per realizzare il prodotto finito, infine fare in modo che il film arrivi di fronte ad una platea».

E, in Italia? Per il momento meglio non pensarci. Intanto perché trovare un finanziamento per aprire una società a responsabilità limitata è un problema. Meglio partire?