Borgo qua, borgo là

Cinque comuni pugliesi da scoprire

Da Alberona a Cisternino, da Otranto a Presicce, per non dimenticare Locorotondo. Sono le località che un turista dovrebbe visitare almeno una volta

Alberona-coverIn un articolo a firma di Serena Basciani, giornalista e content editor, leggiamo che “..la Puglia non è solo Salento, mare e buona cucina; è anche una terra di borghi”. Proprio seguendo alcuni dei preziosi suggerimenti del sito, abbiamo provato a condividere con voi queste interessanti considerazioni. Ecco, pertanto, i borghi più belli segnalati da questo esaustivo servizio.

Cominciamo da Alberona, comune in provincia di Foggia. Posto a 732 metri sul livello del mare, tra i monti della Daunia, Alberona è sulle pendici del monte Stillo al confine con la Campania e in posizione dominante rispetto al Tavoliere delle Puglie. Il territorio comunale, in gran parte boschivo, è solcato da due torrenti: la Salsola, a nord, il Vulgano a sud, e da ruscelli come il Canale dei Tigli.

Alberona è un borgo pieno di storia. Da non perdere la vista del Palazzo e della Torre del Gran Priore; proseguendo la vostra visita vi imbatterete nell’ultimo arco in legno rimasto integro in paese, ovvero “l’Arco di Mille”. Una nota caratteristica di questo borgo: fu di proprietà dei templari dal 1307 al 1312.

DOPO ALBERONA, CISTERNINO

Altra bellezza pugliese, Cisternino. Borgo della valle dell’Itria, Cisternino ha un aspetto da borgo orientale, spiega “Stylosophy”: sorge su un colle calcareo a circa 400 metri di quota. Tante le civiltà di passaggio da questo piccolo, affascinante comune: turchi, veneziani e angioni. Vi consigliano la visita della Torre Grande, voluta da Federico II (punto di avvistamento per tutta la valle). E’ però possibile godere di un altro suggestivo panorama del borgo: provate ad “affacciarvi” alle spalle della Villa comunale di Cisternino: tra la torre grande e la Chiesa Madre si articolano tutte le case del borgo, attraverso un inconfondibile intreccio di muri bianche, scale e vicoletti.

Altro passaggio obbligato fra quelli suggeriti: Otranto. Borgo in cui mare, barche e spiaggia si confondono a fortezze antiche, vicoli e case. Si consiglia l’inizio della visita cominciando dal porto e dal suo molo. Da qui si comincia a vedere il fossato che circonda la cinta muraria, prima di raggiungere il Bastione dei Pelasgi. Si consiglia, inoltre, la Cattedrale di Santa Maria Annunziata, la sua imponente facciata, un mix degli stili bizantino, paleocristiano e romanico. Accanto alla Cattedrale, il Castello Aragonese: una visita imperdibile.

otranto-cosa-vedere-iStock-688468026-1080x810E DOPO OTRANTO, PRESICCE E LOCOROTONDO

Ecco un altro borgo pugliese che lascerà senza parole: Presicce. La visita in questa affascinante cittadina comincia dal Centro storico: case a corte, chiesette, palazzi baracchi, vicoli e stradine. Belli gli antichi frantoi, ipogei sotterranei: ventitré in totale (8 al centro). Consigliata la visita alla chiesa di Sant’Andrea Apostolo con il suo campanile rinascimentale e un fascino attribuitogli dallo stile rinascimentale.

Infine, ma non ultimo, tutt’altro, considerando che Stylosophy lo pone al primo posto: Locorotondo. Sorto nell’anno 1000, il nome di questa cittadina indica la sua forma circolare, ad anelli che, da grandi, dirigendoci sempre più al centro diventano più piccoli. Gli anelli più grandi vanno a farsi sempre più piccoli, stringendosi, fino a cingere le caratteristiche case bianche del borgo. A Locorotondo, c’è la Torre dell’Orologio che si scorge già dai lunghi vicoli che dividono a metà la distanza tra le case che sono ai lati opposti dei sentieri. La torre oggi ospita l’archivio storico di Locorotondo ed il Centro di Documentazione Archeologica sull’Insediamento Neolitico Grofoleo.

Consigliabile la passeggiata sul Lungomare Nardelli, una delle zone più famose del comune di Locorotondo. Su questa strada si affacciano le tipiche case a schiera bianche e mostra uno dei panorami più affascinanti sulla pianura, da qui potrete cominciare a vedere in lontananza i famosi trulli, che non sono solo un’esclusiva della pur bella Alberobello.

«Malinconico non troppo»

Grandi ascolti su Raiuno per “l’avvocato d’insuccesso”

Autore il napoletano Diego De Silva, che abbiamo intervistato. Protagonista Massimiliano Gallo, regia di Alessandro Angelini. C’è un divertente cameo: Carlo Massarini

Massimiliano Gallo (Vincenzo Malinconico)C’è una fiction che ogni settimana fa un pieno di ascolti. In media quattro milioni di telespettatori. E’ “Vincenzo Malinconico, avvocato d’insuccesso” per la regia di Alessandro Angelini. Protagonista è Massimiliano Gallo, attore napoletano, fra gli interpreti de “Il sindaco del Rione Sanità” di Mario Martone, “Pinocchio” di Matteo Garrone e “E’ stata la mano di Dio” di Paolo Sorrentino. In tv, fra gli altri, “I bastardi di Pizzofalcone” e “Imma Tataranni sostituto procuratore”. Autore del personaggio e una serie di titoli dedicati all’avvocato oggi beniamino del pubblico televisivo, Diego De Silva. Cinquantotto anni, una laurea in legge, napoletano come Gallo, forse per questo subito in perfetta sintonia con il suo alter-ego televisivo, almeno una quarantina di titoli in libreria, e sceneggiature per cinema e tv.

De Silva, bel successo la serie televisiva. Si trova a suo agio nella scrittura di una fiction ambientata in tribunale.

«Parto con un certo vantaggio avendo già una voce ben definita; in realtà è come se fosse una “voce terza”, un mio sdoppiamento. Questo, naturalmente, mi facilita le cose, anche se devo stare attento allo stesso “Malinconico”, talvolta così frenetico nel produrre considerazioni, che a volte mi risulta complicato tenerlo a bada».

Molti inventano, studiano, costruiscono eroi risoluti.

«Come personaggio seriale è anomalo: non è un investigatore, né un vincente; ma, attenzione, è preparato sì alla sconfitta, ma non al fallimento».

Poi c’è quella coperta di Linus, la cartella di pelle stretta al petto.

«E’ stata un’idea di Massimiliano, credo sia un effetto sintomatologico tipico di un interprete che entra totalmente entra nella parte. La cosa bella nella scrittura cinematografica come in quella televisiva, è che dagli stessi attori possono arrivare contributi funzionali a una scena e ci metti un attimo a capire che l’intuizione è quella giusta: Malinconico, da quel personaggio complesso che ha molti registri e non soltanto uno, richiedeva un attore capace di poterli gestire tutti: Massimiliano Gallo, da subito, mi è sembrato quello giusto. Ha voluto fortemente questo ruolo e io, che sono stato molto presente sul set, mi sono accorto che giorno dopo giorno Massimiliano diventava davvero sempre più “Malinconico”. Durante le pause, fuori dal set ci confrontavamo, parlavamo liberamente e mi accorgevo quanto lui fosse dentro il personaggio: “Ma questa, Massimiliano, l’hai detta alla Malinconico?”».

Il libro e la sceneggiatura.

«Come autore ho cercato di essere disponibile, elastico. Non tutto quello che apparteneva alla pagina scritta poteva finire sullo schermo; regola fondamentale nella sceneggiatura, invece, è che tutto quello che scrivi si deve vedere; non c’è possibilità di interpretazione, gesto o altro: a quel punto l’attore diventa interprete di uno spartito e lì c’è poco da fare, c’è chi ci riesce e chi no».

Massimiliano Gallo e Diego De Silva (destra)Anche il cast è importante.

«Molto. Teresa Saponangelo, per esempio, mi ha stupito: ha fatto una “Nives” diversa, sulla carta spigolosa e contraddittoria, in tv qualcosa che assomiglia a un cartone animato: una psicologa che crede di essere all’altezza della vita e, invece, è piena di contraddizioni; bene, lei, brava, ha caricato questo aspetto e l’ho trovata buffa, divertente.

Ma ogni attore ci ha messo qualcosa di proprio. Giorno dopo giorno i miei personaggi crescevano; alcuni attori aggiungevano dettagli in corso d’opera e questo non poteva che farmi enorme piacere: presumo che ognuno si portasse il lavoro a casa…».

Gli italiani che si affezionano a un personaggio “normale”, una novità.

«E’ stata subito una scommessa. Questo è un personaggio nuovo rispetto a quanti dominano questo genere di offerta televisiva: in genere si danno il cambio preti, suore e commissari; Malinconico è, invece, un avvocato come tanti che le cause può anche perderle, ha una situazione sentimentale complicata, innamorato di una collega, una moglie che non si rassegna, una suocera invadente, due figli: insomma, uno di noi».

Ma c’è anche una poetica.

«Quella dell’uomo comune, talvolta perdente che però ha una dignità, fa di tutto per farsi volere bene dai figli, fare innamorare di lui la donna che ama, un uomo che cerca di dare qualità alla sua vita e non è un arrivista. Mi permetto di dire, senza scomodare i grandi sistemi, che il senso del mio personaggio è che nella vita non devi per forza vincere: puoi essere lo stesso una brava persona, uno che si fa amare. L’idea che questo sia un uomo con tutti i suoi limiti e cerca di arrivare alla fine della giornata con dignità, non mi sembra cosa da poco».

Carlo Massarini, per tutti “Mr. Fantasy”, icona della tv degli Anni 80.

«Ho pensato a chi potesse essere l’amico immaginario di Malinconico, una “voce di dentro” a cui aggrapparsi nei momenti più critici. Poi Massarini, per la mia generazione, quella di vinili e audiocassette, riviste specializzate, è stato quello che ha portato in tv finalmente i videoclip, mostrandoci la nostra amata musica rock in versione tridimensionale. Ecco la scelta del guru virtuale. Noi sfregavamo la lampada del tubo catodico e lui ci proiettava quasi magicamente fra i nostri miti di quel tempo».

La sua musica, De Silva?

«Da questo punto di vista alla mia generazione è andata molto bene, abbiamo vissuto un periodo in cui la musica aveva una qualità alta. Carlo è un contenitore simbolico di memoria, un riferimento culturale perfino non minore rispetto alla letteratura».

I suoi vinili?

«Tutta la discografia dei Police, il gruppo musicale della mia vita. Andassimo più indietro, i Beatles sicuramente, i Rolling Stones, gli Who, Hendrix; tornando a qualcosa di più recente, i Dire Straits; appassionato di chitarra: Mark Knopfler, Eric Clapton e Andy Summers erano i miei preferiti, poi Steve Ray Vaughn. David Bowie l’ho amato tantissimo, lui aveva questa capacità strepitosa di scovare talenti: non era, forse, musicista eccelso, né grande strumentista, ma aveva la capacità di citare i grandi musicisti. La nostra generazione ha vissuto con la mitizzazione delle figure giuste. Il lutto, come nostra esperienza collettiva, è qualcosa che ha a che fare con la perdita della fruizione dell’artista, della sua opera: il fatto di essere contemporanei a loro, rendeva questo posto meno cafone. Il mondo è peggiorato con la scomparsa di De André e Lennon, per fare i primi che mi vengono. Ricordo perfettamente dove ero quando mi arrivò la notizia dell’assassinio dell’ex Beatles: restai scioccato. Giorni fa ho riascoltato “Double fantasy”: che meraviglia! Sembra fatto ieri, un album fuori dal tempo».

Cinema e tv.

«La gente va sempre meno al cinema: raccontare una storia compiuta in un’ora e mezza è diventato complicato. Una serie tv, invece, ti fa vivere la narrazione per tempi molto più lunghi e molto più larghi: il personaggio può crescere, evolversi, cadere, rialzarsi, modificarsi, fare molte cose. In fondo, la serie tv è una nuova forma di romanzo».

Diego De Silva 2Colpi di scena e scrittura.

«Senza colpi di scena rischi che la narrazione si rallenti, stanchi: occorre fare molta attenzione, in tv parliamo di flussi di pubblico enormi; di mezz’ora in mezz’ora puoi perdere mezzo milione di spettatori senza accorgertene: non me ne intendo, ma chi studia queste dinamiche si rende conto di quanto sia complessa l’attenzione da parte del pubblico. Malinconico, mi dicono, viene visto da un pubblico prevalentemente colto, gente che ha studiato, si è laureata e via così; anche la scrittura è un po’ più complessa, direi “andante” rispetto alle serie più viste: le grandi serie tv che abbiamo amato partivano cercando di costruire una nicchia e di allargarla più avanti. “L’avvocato d’insuccesso” è, dunque, un personaggio diverso rispetto alla produzione della prima serata Rai: mi auguro che la serie chiuda con una percentuale buona. Mi piacerebbe andare avanti e vedere cosa succede».

Pronto un nuovo contratto, una strenna natalizia in libreria, considerando il successo televisivo?

«Ci stiamo confrontando, sarei felice di proseguire. Natale in libreria? No, anche perché l’ultimo romanzo è uscito a marzo e in libreria c’è tutta la mia bibliografia, “Malinconico” compreso».

«Lavorare qui, che soddisfazione!»

E’ pugliese l’attività italiana scelta dagli stessi dipendenti

Risultato raggiunto da “Andriani S.p.A.”. Stabilito a seguito di una classifica dedicata ai “Blue collar workers” (il corrispettivo di “colletti bianchi”). L’analisi sulla base delle opinioni di oltre 5.300 operai di 45 aziende italiane. Nella disamina si segnala l’attività svolta dalla stessa società per il benessere del personale. E delle rispettive famiglie

pasta-2343878_960_720Bello lavorare in Puglia. Lo dicono i “colletti bianchi” di un’azienda pugliese che spingono sul podio più alto l’attività nella quale sono impegnati quotidianamente: la Andriani S.p.A. Società benefit e B Corp. Lo ha stabilito una classifica interamente dedicata ai “Blue collar workers” (colletti blu è la definizione inglese, “bianchi” in Italia) e stilata sull’analisi delle opinioni di un campione di 5.300 dipendenti di 45 aziende italiane, 97% dei quali appartiene al settore manifatturiero.

La notizia la riprende, non senza quella legittima punta d’orgoglio, il “panino” dell’edizione pugliese di Repubblica in un servizio, puntuale come sempre, a firma di Anna Puricella, giornalista attenta e non nuova ad approfondimenti che vedono protagoniste in positivo le attività di casa nostra.

Dunque, il posto nel quale i dipendenti pare abbiano espresso massima soddisfazione nel lavorare, nel nostro Paese, è proprio in Puglia: Andriani S.p.A. Società benefit e B Corp. Dunque, standing ovation, se possibile, ad una delle tante virtuose aziende impegnate nel settore agroalimentare. Sede dell’azienda che può dirsi ampiamente soddisfatta per questa medaglia guadagnata sul campo e appuntatale sul petto proprio dai suoi dipendenti, è Gravina in Puglia.

INNOVATION FOOD DA PRIMATO

La “Andriani”, specializzata nell’innovation food (suo è “Felicia”, marchio di pasta senza glutine di alta qualità, prodotto per conto terzi) si è, dunque, piazzata al primo posto nella classifica di “Great place to work Italia”, importante società di consulenza organizzativa e leader nazionale nello studio del clima aziendale.

Registrare un così importante risultato di prestigio, è importante. Specie in un momento in cui le attività, le aziende italiane, in particolare quelle del Sud, avvertono il doppio colpo: quello inflitto dalla pandemia e, in questi mesi, quello letale, assestato dal conflitto Russia-Ucraina, con quanto ne segue in fatto di approvvigionamento di materia prima e di energia.

Dunque, la classifica in questione, interamente dedicata ai “colletti bianchi” si è basata sull’analisi delle opinioni di oltre 5.300 operai di 45 aziende italiane, il 97% delle quali appartenente al settore manifatturiero. Un’attestazione di stima, è bene ripeterlo, in quanto arriva dagli stessi dipendenti che, evidentemente, non cambierebbero sede, né titolare.

exercise-bicycle-6486193_960_720ANZITUTTO IL BENESSERE DEL PERSONALE

Nella disamina avanzata da Repubblica nell’edizione di Bari, si segnala anche l’attività svolta dalla stessa “Andriani” per contribuire al benessere del personale. E delle rispettive famiglie. Bici a pedalata assistita – riporta il quotidiano – per andare dalla propria abitazione al lavoro, gite aziendali in mountain bike, palestra con preparazione atletica e nutrizionista e, ancora, un’accademia d’arte per i figli dei dipendenti, percorsi per la genitorialità, flessibilità negli orari di lavoro e corsi di formazione.

«Non possiamo che essere fieri di un simile risultato – spiegano dai piani alti dell’“Andriani S.p.A.” – soprattutto in considerazione del periodo storico appena superato, non privo di difficoltà, e durante il quale i nostri colleghi di stabilimento non hanno potuto usufruire dello smart working e di altri strumenti di flessibilità, affrontando con grande senso di responsabilità e coraggio, un momento particolarmente complesso: come azienda ci siamo impegnati al massimo per supportare i dipendenti, cosa che continuiamo a fare come sempre con il massimo impegno: l’obiettivo principale, a questo punto, è migliorarci nel prenderci cura dei nostri dipendenti, qualcosa che, al di là della retorica, ci sta molto a cuore».

«Mi dia del “lei”, presidente…»

Aboubakar Soumahoro, primo giorno in Parlamento del sindacalista appena eletto deputato

Il caso rientra, Giorgia Meloni si scusa. Ma l’ex sindacalista mostra conoscenza della Costituzione e ribatte: «Evidentemente le viene spontaneo rivolgersi con il “tu”, ma avremo modo di confrontarci sui braccianti, e non solo su quanti svolgono questo lavoro sottopagato e hanno il mio stesso colore di pelle». Due anni fa il neodeputato di origini ivoriane aveva dato vita alla “Lega Braccianti” diventando portavoce della comunità “Invisibili in movimento”.

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«Visto che mi ha dato del tu, contravvenendo alle regole istituzionali spero che questo possa essere prodromica ad un confronto personale sui temi che ci stanno reciprocamente a cuore».

Il neo onorevole Aboubakar Soumahoro, originario della Costa d’Avorio, non le manda a dire al nuovo presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che corregge in occasione della fiducia incassata alla Camera dei deputati (235 voti favorevoli e 154 contrari). La puntualizzazione durante la replica che ha preceduto le dichiarazioni di voto. Giorgia Meloni si rivolge a Soumahoro, per rispondere all’intervento che il nuovo parlamentare ha fatto durante il dibattito.

La neopresidente, al debutto inciampa daccapo. Storpia il cognome di Soumahoro, poi si rivolge al deputato di Alleanza Verdi e Sinistra dandogli del “tu”. «Al collega Soumahoro – dice Giorgia Meloni – voglio dire che tutti ci sentiamo allievi della storia, sai? Altrimenti saremmo ignoranti del presente». Queste le parole pronunciate dal presidente del Consiglio. Dopo la puntualizzazione di Soumahoro, le scuse, non prima di un altro inciampo. «Non ho dato del “tu” a nessuno. Ah, era il “sai”… Sì, avete ragione, errore mio, calmi… Succede nella vita di sbagliare, l’importante è riconoscerlo e chiedere scusa».

«RICORDA GRAMSCI?»

Ma Aboubakar, giacché c’è, ribatte dando una piccola lezione in fatto di conoscenza, mostrando di aver studiato la storia più di altri presenti nell’emiciclo del Parlamento. Così il neoeletto in Alleanza Verdi e Sinistra, riprende: «Visto che anche la Presidente Meloni è “scolara della Storia”, come diceva Gramsci, si ricorderà – fa attenzione a porre l’accento sul “lei” – che durante lo schiavismo e la colonizzazione i “neri” non avevano diritto al “lei”, riservato a quanti venivano considerati “civiltà superiore”».

Non finisce qui, Aboubakar, rincara. «Evidentemente quando un underdog incontra un under-underdog viene naturale dare del tu». Il riferimento è al passaggio del discorso programmatico in cui la presidente del Consiglio si è definita una underdog, espressione inglese con la quale si definisce un atleta, oppure una squadra, dato per sfavorito secondo i pronostici.

Ecco l’aggancio all’incipit iniziale, riportato da Annalisa Cangemi nella sua puntuale cronaca svolta per fanpage.it (che vi invitiamo a visitare), che riprende il chiarimento “parlamentare” dei giorni scorsi: «Presidente, visto che mi ha dato del “tu” – ha detto Aboubakar – contravvenendo alle regole istituzionali, mi auguro che questo possa essere prodromica ad un confronto personale sui temi che ci stanno reciprocamente a cuore». “Prodromica”, bella stilettata. Alzi la mano chi, senza tanto pensarci sopra, sappia cosa significhi questo aggettivo. In realtà è il primo segnale di un’insofferenza. «A buon intenditore…», avrà pensato, l’ex dirigente dell’Unione sindacale di base. Il riferimento è ad uno dei temi che stanno a cuore a proposito dei diritti dei braccianti. E non solo di quelli dal colore della pelle diverso dal bianco, tanto per intendersi.

crates-2815435_960_720«ERRORE MIO, CALMA…»

«Ah, era il “sai” – si era corretta, però, Giorgia Meloni – avete ragione, errore mio, calma: succede nella vita di sbagliare, l’importante è riconoscere un errore e chiedere scusa». Vero. Scuse accettate, anche se Aboubakar non nasconde un certo disappunto, del resto: «Presidente, del resto io le ho dato del “lei”, forse avrebbe dovuto fare anche lei così con me: ma non pensiamoci più, avremo modo di confrontarci su temi sui quali spero ci troveremo d’accordo». Il riferimento è, tanto per cominciare sullo sfruttamento dei braccianti agricoli. «Giurare fedeltà alla nostra Costituzione – aveva sottolineato Aboubakar – significa avere anche rispetto sui valori dell’uguaglianza e della giustizia sociale: non sta a me ricordarvelo, ma sappiate che ogni articolo della Costituzione ha dietro centinaia di giovani morti per la Resistenza».

«Voglio dare rappresentanza politica agli invisibilizzati – aveva detto in campagna elettorale Aboubakar – la Carta costituzionale deve materializzarsi nel miglioramento degli esseri viventi in termini di dignità e felicità intesa come felicità collettiva». Dopo una ventennale militanza nell’Usb, Aboubakar Soumahoro due anni fa aveva dato vita alla “Lega Braccianti” diventando portavoce della comunità “Invisibili in movimento”. Alle recenti Politiche è stato eletto nella lista composta dall’alleanza tra Europa Verde e Sinistra Italiana.

«Dove crede di andare?»

Duvan Zapata, stella dell’Atalanta, fermato all’ingresso di una banca

Due vigilanti ingannati dall’abbigliamento sportivo del calciatore. Poi le scuse, dell’istituto bancario e di quello della vigilanza. Succede, anche se l’episodio spiega come ci siano ancora ancora pregiudizi su chi ha la pelle nera. Quasi rappresentasse sempre una minaccia

696x522_ingresso_banca_02«Dove pensa di andare? Questo non è un posto per lei, vada da un’altra parte». Potrebbero aver potuto pronunciare una frase simili i due agenti all’ingresso di una banca bergamasca all’indirizzo del giocatore Duvan Zapata, attaccante dell’Atalanta. Lo scrive Donatella Tiraboschi, giornalista del Corriere della sera in un articolo pubblicato nella cronaca di Bergamo. La giornalista scrive di un’esclamazione “più o meno simile” a quella con cui abbiamo dato il “la” all’articolo. Bisogna vedere quanto fosse “più” o “meno” simile. Espressione, tono, postura degli agenti. Se questi, in un eccesso di potere non abbiano anche trattenuto o allontanato con spintoni il malcapitato calciatore. Se così fosse, i due all’ingresso della banca dovrebbero essere segnalati dall’istituto di credito alla società di vigilanza per una diffida.

Se, però, i due vigilanti, all’ingresso della banca, avessero solo fermato Zapata, chiedendogli con educazione i documenti, avrebbero fatto solo il loro dovere. Nonostante si viva immersi nei social e si sia un po’ tutti ostaggio di messaggi (e di fake), non è detto che tutti possano riconoscere un calciatore. Un agente non è tenuto a riconoscere chiunque, ad andare allo stadio, a vedere le trasmissioni sportive. Da qui, la prudenza nel dare giudizi sul lavoro.

«SUCCEDE, DAI…»

Magari lo stesso Duvan, ragazzo generoso e sempre disponibile, avrà commentato l’accaduto con un sorriso e con una frase, del tipo, adesso lo diciamo anche noi, «Può succedere, a ognuno il suo mestiere…».

L’accaduto, però, lo spiega Donatella Tiraboschi, sul “Corriere”. Piazza Matteotti, Bergamo, sede Fideuram. E’ lì che il bomber colombiano, scrive la giornalista, è incappato in un piccolo incidente diplomatico. Abbigliato in modo sportivo, con una tuta ed una felpa con cappuccio, Zapata aveva cercato di entrare in banca come un normale cliente. All’ingresso della banca, due vigilanti lo avrebbero fermato. Nero, abbigliamento sportivo, felpa con cappuccio, il calciatore sembrava uno “normale”, ammesso che le star del pallone facciano di tutto per essere qualcosa di diverso rispetto alla gente comune.

«Dove pensa di andare? Questo non è un posto per lei, vada da un’altra parte», questo sarebbe stato più o meno il senso delle parole che gli sarebbero state rivolte – scrive il Corsera – mentre il giocatore rivendicava la sua identità: «Sono Zapata, sono Zapata, fatemi entrare». Zapata, chi? In sostanza, tutto deve essere sembrato alla security, fuorché un personaggio famoso oltre che, un cliente della banca.

guardia-giurata«DUVAN, NOSTRO CLIENTE!»

«Zapata è un nostro cliente — conferma un responsabile della filiale bergamasca di Fideuram, sentito dalla brava cronista — ma banca e security sono due cose diverse. Quest’ultima garantisce un servizio di vigilanza in pianta stabile, sia mattina che pomeriggio, in un interspazio tra l’ingresso e la strada. Quanto alla nostra operatività, generalmente, ogni cliente ha un suo personale consulente finanziario con cui si interfaccia previo appuntamento».

Dopo il contrattempo, il chiarimento. Zapata è stato assistito da un operatore, la banca nel bene e nel male ha avuto la sua visibilità, i due vigilanti – immaginiamo – una reprimenda (ammesso che siano stati bruschi nei modi, altrimenti resettiamo lo spiacevole fraintendimento). Se proprio dobbiamo fare una considerazione, non sull’articolo, tantomeno sulla professionalità di banca e vigilanti, diciamo che la cosa che ci colpisce è lo stereotipo che ci siamo fatti dei neri. Quel colore della pelle sembra una minaccia. Insomma, un nero viene visto come qualcuno che rappresenta un pericolo e questo non ci sta bene. Bisogna fare attenzione, lavorare sulla nostra testa, fare il possibile che certi meccanismi, certe similitudini non funzionino più automaticamente. Più semplice scriverlo che attuarlo. E, allora, cominciamo dall’educazione, dal rispetto. Ci vuole tempo, lo sappiamo, ma la buona educazione ci invita ad usare toni e modi misurati. Dobbiamo comportarci come vorremmo che gli altri si comportassero con noi. Ci vorrà qualche anno, ma l’importante è cominciare questo processo di avvicinamento. Episodi come quello accaduto al calciatore dell’Atalanta devono insegnarci che c’è ancora un po’ di strada da compiere. E questo già lo sapevamo.