Ciao, Vittorio

Il nostro ricordo di De Scalzi, leader dei New Trolls

«Abbiamo molte similitudini con la vostra città: il mare, il porto mercantile, perfino il siderurgico…», diceva. «Non ricordo altri abbracci così appassionati nei confronti miei e dei miei vecchi compagni. Dobbiamo tanto al grande Luis Bacalov e, oggi, all’Orchestra della Magna Grecia che mi ha invitato a ricordare un compositore immenso». Concerti all’Alfieri e in un teatro-tenda in viale Magna Grecia. Gli ultimi “sold out” all’Orfeo e all’Arena Villa Peripato

Foto Aurelio Castellaneta

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di Claudio Frascella

Addio a Vittorio De Scalzi, scomparso domenica scorsa a settantadue anni. La cooperativa “Costruiamo Insieme” non dimentica. Il suo sorriso, il suo abbraccio, l’accoglienza di quattro nostri ragazzi che si videro proiettati in un teatro, l’Orfeo di Taranto, nella celebrazione di due miti insieme: Luis Bacalov, direttore principale dell’orchestra della Magna Grecia per dodici anni, uno dei più grandi compositori ed arrangiatori, Premio Oscar per la colonna sonora del film “Il Postino”.

Entusiasti di assistere a spettacoli teatrali, quando si è trattato di applaudire vere star della musica leggera e del rock, i “nostri” si sono spellati le mani tanto era l’entusiasmo nell’assistere al “Concerto Grosso” dei New Trolls portato in scena dall’Orchestra della Magna Grecia in una delle Stagioni orchestrali di successo. Era andata talmente bene quell’esperienza, che il direttore artistico dell’ICO, il Maestro Piero Romano, invitò daccapo il gruppo musicale di Vittorio De Scalzi, fra i protagonisti del cartellone Magna Grecia Festival promosso dal Comune di Taranto insieme con l’assessorato a Cultura e Sport.

Ci sono artisti che si legano, più di altri, a una città. Per mille motivi. Per affinità, magari perché le sue radici le ha affondate in una città portuale. Poi, come Taranto, negli Anni Sessanta aveva ospitato un siderurgico, l’allora Italsider, che nella Città dei Due mari, era di casa, così Genova, città di De Scalzi, aveva fatto altrettanto con “lo stabilimento”.

Capitano di una squadra di lungo corso, Vittorio De Scalzi, come dire “la storia dei New Trolls”, è stato più volte a Taranto: perché, ci spiegò, quando ami lo fai a tempo pieno. In una rassegna l’occasione era stata la celebrazione di un grande della musica italiana, Luis Enriquez Bacalov, Oscar per la colonna sonora dell’ultimo Massimo Troisi, “Il Postino”. Bacalov su invito del direttore artistico dell’Orchestra della Magna Grecia, Romano, aveva rivestito per dodici anni il ruolo di direttore principale dell’ICO, tanto da volersi perfino trasferire a Taranto.

Gli piaceva la Città vecchia. Quando passeggiava nell’Isola, Bacalov segnava spesso il passo. Si fermava, alzava il capo, fissava porte e portoni, alla ricerca di uno di quei cartelli con su scritto “Vendesi”. Voleva comprare casa in Città vecchia.

Foto Aurelio Castellaneta

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NEW TROLLS, «GRAZIE»

Bacalov, fra i tanti meriti, aveva avuto anche quello di aver rivestito di musica barocca un gruppo musicale che già tanto aveva dato alla musica leggera italiana a partire dalla metà degli Anni Sessanta, fino ai primi Settanta: i New Trolls. Genovesi, come De André, che per loro aveva scritto i testi di “Senza orario senza bandiera”, album-debutto; come Gino Paoli, nato a Gorizia, ma genovese da sempre; come Luigi Tenco, uno dei cantautori più amati di quei tempi e prematuramente scomparso; come Paolo Villaggio, impiegato in una ditta dell’indotto-Italsider di Genova, che aveva costruito “Fantozzi”, il suo personaggio più famoso.

Bacalov e i New Trolls, mai divisi. «Io e i miei compagni di un tempo dobbiamo molto a Bacalov – ci aveva ricordato Vittorio De Scalzi, che cantava e suonava piano e flauto – era stato lui ad avere la geniale intuizione nell’arrangiare “Concerto grosso”, mescolando la musica barocca, quella seria, al rock progressivo: un milione di copie vendute! Con i New Trolls realizzammo un secondo album, ci difendevamo più che bene dagli attacchi della musica pop che incalzava a suon di 45 giri».

Prima il rock, poi il pop. «Prima della svolta collaborammo in studio e in tour con Ornella Vanoni, ai tempi di “Io dentro, Io fuori”: era il 1977, suonammo anche a Taranto». Teatro Alfieri, la Vanoni ebbe un enorme successo. Anche i New Trolls, all’epoca, avevano un loro appeal. «Fra il primo e il secondo spettacolo, durante una passeggiata in centro, cos’era via D’Aquino?, bene, fummo letteralmente assaliti da uno stuolo di fans: con uno slancio di affetto mai visto bloccarono perfino il traffico. Al pop arrivammo immediatamente dopo – proseguì De Scalzi – obbligati dalla bella vita che ci aveva riservato la popolarità di “Concerto grosso”; pensate come eravamo matti: avevamo guadagnato così tanto da montarci la testa, viaggiavamo su “Ferrari” e “Maserati”, difficile rinunciare a certi capricci; avevamo belle voci, ci facemmo due conti, così incidemmo “Aldebaran” e “New Trolls”, l’album della barchetta, e canzoni come “Quella carezza della sera” e “Che idea” che spopolarono».

Foto Aurelio Castellaneta

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TARANTINI CHE PASSIONE!

Se ne accorsero anche i tarantini. «Per merito loro finimmo sul New York Times: era il 1979, eravamo da mesi in classifica. Gli organizzatori del nostro concerto a Taranto, affittarono il teatro-tenda di Nando Orfei che per l’occasione sospese gli spettacoli del suo circo: purtroppo gli operai impegnati quel giorno, pochi in realtà, montarono il palco in ritardo, così invece di due spettacoli fummo costretti a farne uno solo, a tarda sera. La gente rimasta fuori, con in mano il biglietto, era infuriata, la polizia faceva quello che poteva, quando Orfei ordinò ai suoi collaboratori di fare uscire gli elefanti: quei bestioni schierati all’ingresso scoraggiarono la gente e tutto rientrò».

Lo spettacolo andò in scena. «Facemmo un solo concerto, gente seduta sui gradini e appesa ovunque, dai pali ai tiranti del teatro-tenda; le agenzie di stampa ripresero la notizia pubblicata su un giornale locale (Corriere del giorno, ndr) e finimmo dritti su quotidiani e riviste musicali di tutto il mondo: “Nemmeno gli elefanti del Circo Orfei fermano i fans dei New Trolls!”, titolò il giornale: bella pubblicità. Ripensandoci, ci andò di lusso che non ci scappò il ferito. Taranto, però, la ricorderemo anche per i concerti al teatro Alfieri a metà Anni Settanta e al Tursport, momenti indimenticabili. Come indimenticabile, per i New Trolls, è stato Luis Bacalov al quale riconosceremo sempre buona parte del nostro successo». Nemmeno a dirlo, dopo un “sold out” invernale al teatro Orfeo, idem in estate nell’Arena Peripato. Ciao, Vittorio.

Ottanta, portati splendidamente

Giancarlo Giannini, il primo di agosto festeggia il suo compleanno

«Devo tutto a Lina Wertmuller, la Melato splendida compagna di viaggio. Ho lavorato con grandi registi, mai vissuto da star, mi accontentavo di un cucinino. Il mio più grande dolore: aver perso un figlio di appena diciannove anni» Una candidatura agli Oscar e la stella sulla Walk of fame di Hollywood

Foto Il Fatto Quotidiano

Foto Il Fatto Quotidiano

Ottant’anni il prossimo 1 agosto. Giancarlo Giannini, grande attore del cinema italiano, dal cinema leggero – i musicarelli, tanto per intenderci – a quello impegnato, passando per la satira, diretto da Lina Wertmuller – come confessa a Valerio Cappelli che lo ha intervistato per il Corriere della sera – cui deve praticamente tutto, ma anche Mario Monicelli, regista di punta della commedia italiana, proseguendo con Francis Ford Coppola. Senza dimenticare Bolognini, Lattuada, Scola, Zurlini, Vicario, Risi, Visconti, Fassbinder, Avati e tanti altri. Ligure di la Spezia, è stato il primo a dare profondità al protagonista meridionale, un po’ “ferito nell’onore” (Mimì metallurgico), un po’ vendicatore di una classe sociale trattata a pesci in faccia (Travolti da un insolito destino…). E’ stato doppiatore anche di artisti di grande spessore, come Jack Nicholson e Al Pacino, dando loro la voce nel tempo diventata roca e profonda.

Insomma, Giannini è stato il primo attore settentrionale a dare voce al Sud. Uno dei pochi ad essere candidato agli Oscar (Pasqualino settebellezze) e ad avere una stella sulla Walk of fame, il marciapiedi dedicato alle star di Hollywood (l’altro attore omaggiato è stato Rodolfo Valentino).

«Non sono tipo da anniversari, non mi importa del passato, penso al futuro, alle cose che posso ancora fare», dice Giannini nell’intervista rilasciata a Cappelli. Non si dà arie da star. «Una delle poche richieste – confessa però l’attore – è di avere una stanza d’albergo con il cucinino: mi piace prepararmi da mangiare a fine giornata sul set. Da mia nonna Luisa ho preso l’abitudine di non buttare mai gli avanzi. Una volta in America volevano intervistarmi per un film, invece ho parlato per un’ora della mia pasta al pesto, da allora mi chiamano The king of pesto.

Foto Pinterest

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«LE MIE RADICI»

Le sue radici. «La mia Liguria, i contadini della mia terra, gente splendida, tenace, tosta. Hanno un motto che è anche il mio: se ho poco, devo vivere con poco. Il mio mondo, come dico nella mia autobiografia (“Sono ancora un bambino (ma nessuno può sgridarmi)”, è fatto di cose semplici e di sogni».

Il suo più grande dolore. «La perdita di Lorenzo, mio figlio primogenito, morto nel 1987, a 19 anni, per aneurisma…Voglio cancellare questa parola. Un giorno, stranamente, mi aveva chiesto cosa c’è dopo la morte. Non sapevo come rispondere, gli raccontai una favola: immagina tanti colori nello spazio, esistono ma poi finiscono, è come una montagna da scalare, raggiungi altri colori. Gli raccontai la morte come una sensazione di conoscenza».

Ha lavorato con i più grandi attori. «Li ho visti morire tutti. A volte, quando vengo fermato per strada e magari qualcuno riconosce il volto ma non gli viene il mio nome, e mi scambia per Gassman, Mastroianni, Tognazzi, Manfredi, faccio l’autografo al posto loro».

I film e attori americani. «Jack Nicholson è quello che più mi ha impressionato – rivela Giannini al Corriere della sera – l’ho doppiato non so quante volte, a volte bloccavo il doppiaggio dall’incanto con cui lo guardavo. E’ uno imprevedibile, folle, l’ho detto altre volte, con lui entri in un mondo parallelo. Un amico è Dustin Hoffman, ogni tanto ci mettiamo a parlare al telefono della decadenza del cinema, ma i talenti anche da noi non mancano: Toni Servillo, Paolo Sorrentino…».

Foto Il Messaggero

Foto Il Messaggero

«LAVORARE E DIVERTIRMI»

«Mi sono divertito con i miei due 007, ho inventato da zero il mio agente segreto, ma leggendo il copione non capivo se ero con James Bond o contro, produttore e regista mi dissero che dovevano ancora decidere. Con l’America è sempre stato un rapporto di amore e distacco. Dopo “Pasqualino settebellezze”, a me e Lina tutti volevano incontrarci».

L’importanza di una “tosta” come Lina Wertmüller. «Mi ha regalato ironia, libertà, leggerezza, la felicità di fare questo mestiere anche se non ho mai avuto il sacro fuoco dell’attore. Aveva una visione grottesca della vita. E con Mariangela Melato, la sua grazia, intelligenza, intensità, ho passato i miei più importanti momenti di cinema».

Rivela, infine, a Cappelli, acuto nel lasciare a Giannini il compito di tracciare il suo racconto, unico, originale, affascinante. «Una volta, mentre attraversava una porta girevole, chiesi a Marlon Brando di rivelarmi il suo segreto, e lui, urlando: “Semplice, non leggere le sceneggiature!”».

Ilaria, dalla tv all’assistenza

Ilaria Galassi, una delle colonne di “Non è la Rai”, fa la badante

«Chiuso un negozio, oggi accudisco Aurelia, novant’anni. E’ come se mi prendessi cura di mia nonna. In realtà è lei a darmi consigli, mi dice come amministrare anche i pochi soldi. Non lo faccio per danaro, ma per tenermi impegnata, nel frattempo ho spedito diversi curriculum»

Foto Youmovies

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Fanpage è sulla notizia. Mai cose banali, non raccoglie dichiarazioni, interviste per compiacere l’interlocutore. Sia detto per inciso, una testata giornalistica, sito che sia, fa bene ad essere un attrattore di ragazzi, gente che vuole avere informazioni, notizie su artisti e comunque di persone che gravitano nel mondo dello spettacolo, ma quando regala perle che si coniugano con il sociale, allora, non possiamo che condividerne il lavoro.

Dunque, gli altri raccontano di social, like e quant’altro; di come ci si possa fare strada su FB piuttosto che Instagram, Youtube, diventando una blogger da un milione di contatti al giorno. Su questo sito, invece, troviamo storie che hanno tutt’altro spessore, con tutto il rispetto per la signora Fedez.

L’ultima storia che ci ha colpito, ringraziamo anche Daniela Seclì per averla scovata, pettinata, proposta, lanciata, riguarda Ilaria Galassi, quarantasei anni il prossimo 10 luglio. Ex enfant-prodige di “Non è la Rai”, programma-cult, inventato da Gianni Boncompagni (Bandiera gialla, Chiamate Roma 31-31, Alto gradimento), non ha sfondato nel mondo dello spettacolo. Perché non dirlo, soprattutto perché non essere di esempio ad altre ragazze, oggi donne che inseguono il “successo”, a prescindere?

Foto Momentodonna

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GRAZIE, ILARIA…

Ilaria, grazie. «Sono passata dai riflettori della tv da milioni di spettatori ad una casa nella quale svolgo mansione di badante; accudisco una donna di novant’anni, ma non mi sento umiliata, tutt’altro: mi sento ricca!». In estrema sintesi la storia, la sintesi che ha catturato la nostra attenzione. Ed è bene che anche quanti seguono le nostre rubriche con le quali tendiamo a raccontare il sociale, comprendano che i valori hanno ancora la loro importanza.

Così Ilaria si racconta ventisette anni dopo Non è la Rai, la trasmissione televisiva che ne fece una delle adolescenti più amate d’Italia. Dopo aver chiuso un’attività (un salone per parrucchieri, proprietà del suo compagno) a causa della crisi da pandemia, da un po’ fa la badante. Accudisce una signora di novant’anni. Con l’anziana donna ha stabilito un rapporto cordiale, che va oltre alla sola assistenza della quale la novantenne necessita.

Intano la chiusura dell’attività e il coraggio di rimboccarsi le maniche. «Costretti a chiudere per via della pandemia. Eravamo in zona Parioli. Un affitto salatissimo che dovevamo corrispondere ai proprietari dell’immobile, nonostante fossimo in pieno covid. Il e il mio compagno abbiamo compiuto una scelta dolorosa, abbiamo chiuso “Parioli” e ci siamo trasferiti nell’altra attività a Fiumicino».

Oggi Ilaria fa la badante. «Una cliente mi disse che aveva bisogno di una donna che stesse con sua madre quattro ore, dalle nove all’una: ho accettato, è quello che facevo sempre con mia nonna, ma non voglio neanche essere retribuita: mi piace farlo. In questo periodo non sto lavorando, ho mandato curriculum ovunque, ma è complicato trovare un impiego. Mi annoio senza far niente, così mi sono detta: “Ma che me frega, lo faccio”, così ho accettato di occuparmi di Ausilia, questo il nome della donna novantenne».

Assistenza-anziani-Helpy-OopsQUATTRO ORE AL GIORNO

Le quattro ore in cui tiene compagnia ad Ausilia. «Le do le pastiglie la mattina, altrimenti si scorda; le lavo le gambe, le si aprono spesso delle ferite, le disinfetto, metto la crema e le bende; poi, la porto in bagno, la lavo, se vuole le faccio la piega e la ceretta al viso, fa colazione, si mette seduta e chiacchieriamo di tutto e di più: mi racconta la sua storia. Faccio queste cosine per lei, la coccolo. È bella da morire. Ha 90 anni, ma non li dimostra affatto».

«Ausilia – riprende Ilaria – mi ha insegnato a risparmiare sul cibo. Non si butta niente. Bisogna sempre reinventare un pasto nuovo, quando ci sono degli avanzi. E poi fare le cose con calma. Mi dice sempre: “Non ti preoccupare, se non lo fai oggi, lo fai domani, stai tranquilla. Goditi la vita giorno per giorno”. Mi trasmette pace. Oggi la vita è frenetica, si pensa spesso ai soldi e lei mi dice: “Guarda che i soldi non c’erano neanche ai miei tempi; c’era solo lo stipendio di mio marito, che non guadagnava tantissimo, ma siamo stati bene lo stesso”. Per me è come se fosse una terapia andare da lei».

Ilaria, Ausilia, il gusto pieno della vita. «Da quando ci sono io – spiega Ilaria a Fanpage – si è ripresa: era abbattuta, ha perso una delle sorelle con cui viveva in simbiosi; ad agosto non ci sarò, perché andrò a trovare mia madre: lei è entrata nel panico, ma con lo stesso tono con cui lei mi insegna cose, l’ho rassicurata: “A settembre torno, non preoccuparti non ti mollo…».

«Ricomincio da me…»

Andrew e Federica, si licenziano per dedicare più tempo a se stessi

Uno il più alto dirigente di un fondo d’investimento, l’altra una giornalista del Tg1. «Volo in Australia, a godermi la famiglia e le spiagge infinite del mio Paese», dice lui. «Una scelta laboriosa, ma ora non ho più alcun tipo di pressione, produco abiti: sono passata dalla “prima serata” e dalle rubriche dei motori al mercatino: felicissima». Storie da Messaggero e Fanpage

Foto Youtube

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Un Ceo, Chief executive officer, in pratica un dirigente con gli stessi poteri dell’Amministratore delegato, e una giornalista del TG1, si licenziano per vivere nella massima serenità il resto della vita.

E’ la scelta di Andrew Formica, cinquantuno anni, e Federica Balestrieri, quarantasette. Ceo il primo, giornalista la seconda. Scelta coraggiosa in un momento in cui non c’è più la certezza e la solidità nei posti di lavoro. Coraggiosa fino a un certo punto dirà qualcuno, considerando che i due soggetti in questione prima di prendere la decisione della loro vita, ci hanno pensato e ripensato, prima di mollare tutto e dedicarsi a se stessi, alla propria famiglia.

Le storie di Andrew e Federica, le hanno raccontate in questi giorni due organi d’informazione. Uno più tradizionale, il Messaggero (Andrew), l’altro meno formale, brillante, con un seguito importante quanto il quotidiano romano, Fanpage.it (Federica).

Andrew, cinquantuno anni, padre di quattro figli si dimetterà dal suo incarico di una società milionaria per volare in Australia. Motivo lampante: «Voglio stare in spiaggia senza fare nulla». Dunque, da massimo dirigente di uno dei più importanti fondi di investimento britannici, Jupiter and Management, a “disoccupato felice” su una spiaggia nella sua nativa Australia.

Foto Sky

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«MI GODO SPIAGGIA E MARE»

«Voglio solo sedermi in spiaggia e non fare niente; non sto pensando a nient’altro», ha spiegato alla stampa inglese. Si dimetterà a ottobre dopo meno di quattro anni di mandato da massimo dirigente di un fondo di investimento che gestisce qualcosa come sessantacinque miliardi di sterline in risparmi. Un ruolo, il suo, per ricoprire il quale ha guadagnato oltre cinque milioni di sterline.

Insomma, Andrew ha deciso che è il momento di cambiare vita, fare le valigie e godersi al massimo la vita familiare e le spiagge del suo paese d’origine, l’Australia. “A spingermi in questa decisione – ha spiegato il Ceo dimissionario – sono stati soprattutto motivi familiari e la volontà di stare accanto ai miei genitori anziani».

Al corrente sulla sua decisione, l’azienda. «Formica – ha commentato l’azienda – è sempre stato molto chiaro con il Consiglio di amministrazione sul fatto che i suoi piani a lungo termine avrebbero comportato il trasferimento nella sua nativa Australia con la sua famiglia: ha sentito che era il momento il momento giusto per cedere la guida dell’azienda e noi abbiamo preso atto della sua decisione».

Di altro tenore, anche se riconducibile alla voglia di godersi la vita non alla Terza età, ma ancora prima. Quando cioè è possibile dedicarsi del tempo al netto dello stress che un lavoro quotidiano e sotto pressione, come quello di giornalista del Tg1, può provocare. Federica aveva quarantasette anni – ha scritto Fanpage.it – quando ha deciso di licenziarsi dalla Rai dopo ventitré anni di servizio. Oggi ha cambiato completamente vita e nell’intervista rilasciata uno dei siti più cliccati in assoluto, confessa di non essersi pentita della sua scelta.

Foto Motorsport

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«DA UN SOGNO ALL’ALTRO»

«Ho avuto l’opportunità di fare il lavoro che sognavo, la giornalista sportiva – spiega Federica – dunque raccontavo la Formula 1, poi per sette anni ho condotto “Pole Position”, programma di punta della Rai sui motori; ho conosciuto tantissime persone e mondi differenti. Ero diventata popolare, mi chiamavano “la donna dei motori”, poi, ho scelto di andare al TG1, ho curato rubriche di moda, mi sono occupata degli speciali».

Cos’è cambiato. «A un certo punto – spiega – ho capito che avevo fatto tutto quello che avrei potuto fare in Rai. Ho pianto notti intere, un travaglio psicologico enorme. Sentivo che se fossi rimasta ancora, avrei perso tempo prezioso: c’era troppo mondo da vedere, troppe cose da fare, mi sentivo legata a un posto fisso, a impegni fissi, a un capo che mi diceva cosa dovevo fare, così ho detto basta e mi sono licenziata».

Era una scelta senza ritorno. «Essere libera, rilassata, non più schiava del lavoro, così mi sono detta: rinuncio a tanti soldi ma acquisto un’autonomia per me fondamentale per essere serena, altrimenti la sensazione è quella degli schiavi, magari di lusso perché guadagni tanto: ma che te ne fai dei soldi, se non hai tempo per spenderli e sei sempre stressato?».

Inizialmente Federica si è dedicata al volontariato, successivamente nel corso di un viaggio in India ha trovato la sua strada. «Avevo una vaga idea di produrre qualcosa – racconta – Ho comprato dei tessuti, li ho portati da un sarto e abbiamo fatto un pantalone, una gonna, una giacca e un vestito: quattro capi, moltiplicati per cinquanta pezzi in tutto. Tornata in Italia, ho invitato delle amiche e li ho venduti in un pomeriggio. Ho capito che piacevano e da lì ho dato il via alla mia attività, navigando a vista giorno per giorno, vendendo capi nei mercatini, poi è arrivato l’e-commerce. Mi capita di essere stanca, ma lo stress, la negatività, l’ansia che un lavoro si porta dietro, non ci sono più».

Addio, direttore

Clemente Salvaggio, aveva guidato il Corriere del giorno

Le vicende del “Corriere”, la scelta di una professione. Calciatori e presidenti, un esercizio di memoria straordinario nell’ultima intervista rilasciata al sottoscritto. Un sorriso impareggiabile, la battuta pronta, il mestiere di coach per fare di un giornale un vera squadra

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Non c’è più Clemente Salvaggio, uno dei più grandi giornalisti tarantini. Colonna del Corriere del giorno, è scomparso lunedì 18 luglio a ottantotto anni. Da eccellente cronista qual era, aveva contribuito a scrivere la storia di una città che ha vissuto momenti alterni in fatto di benessere. Primo squillo il Dopoguerra, a seguire l’industria siderurgica, infine una prima flessione, con una generazione che cominciava ad abbandonare i luoghi d’origine, qualcosa che aveva provocato grande dolore a un tarantino verace come lui (nonostante i natali toscani, a Livorno infatti c’era solo nato…).

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GRAZIE, TI DEVO UN “MESTIERE”

Chi scrive lo aveva conosciuto a metà degli Anni Settanta nella sede del “Corriere” di via Di Palma (ora, al suo posto, l’Archivio di Stato). Nello stesso stanzone-redazione, Vincenzo Petrocelli, altro grande del passato. Nonostante la giovane età, era stato Salvaggio a iniziarmi al giornalismo. Primo compito: i campionati di calcio minori, a seguire il Torneo dell’Amicizia in notturna a Fragagnano. Era da lì che si cominciava. E io, iniziai per non fermarmi più (gli sarò grato in eterno)

Fra le firme di quel tempo, Riccardo Catacchio, Peppino Catapano, Narciso Bino, Nino Botta, Paolo Aquaro, Peppino Tripaldi, Luigi Ferrajolo, Franco Cigliola, Cataldo Acquaviva. Breve chiusura, trasferimento del giornale in piazza Dante, infine piazza Immacolata. Salvaggio era stato direttore di un giornale scritto, più avanti nel tempo, da colleghi come Antonio Biella e Luisa Campatelli, diventati a loro volta direttori, Silvano Trevisani, Mino Ianne, Mario D’Anzi, Vito Traetta, Roberto Raschillà, Pierpaolo D’Auria, Maurizio Masoni, Marcello Di Noi, Ettore Raschillà, Michele Tursi, Angelo Di Leo, Annalisa Latartara, Fulvio Paglialunga, Nicola Savino, Antonio Bargelloni e altri ancora.

“SAL” IN ESTREMA SINTESI

 Infine, un esercizio di memoria, i “suoi” calciatori. «Silvestri, grande attaccante, realizzava trenta, quaranta gol a campionato, con Schillaci e Bellucco formava una linea d’attacco irresistibile; Castellano e Petagna, invece, coppia straordinaria di centrocampo. 956A4383-03DD-4D75-A70A-6C9B1A7822D6C’era anche Tedeschi, tarantino, grande portiere; Tonino De Bellis, tarantino anche lui, terzino con i controfiocchi; gli attaccanti Tortul e Virgili: il primo vestì le maglie di Sampdoria e Triestina, l’altro di Fiorentina e Torino…». Dai Sessanta agli Ottanta. «Napoleoni, Jannarilli, Casini, Biondi, Selvaggi, il compianto Iacovone, De Vitis, Maiellaro». Infine i presidenti del “suo” Taranto. «Di Maggio, Fico, Carelli, Pignatelli, Fasano. Bei momenti. In un paio di campionati di serie B avevamo accarezzato anche il sogno di lottare per la serie A: a uno di questi dissi “Presidente, regalaci la serie A, anche un solo anno!”. E lui, guardandomi di traverso, “Dino, tu i tarantini li conosci meglio di me: non si accontentano del solo profumo del massimo campionato». Chi fu quel presidente, non lo sapremo mai. Ciao, direttore.

Claudio Frascella