«L’ITALIA IN MANO AI BULLI»

Ragazzo vittima di vessazioni a scuola, i genitori si trasferiscono in Germania

«A nulla sono valse le nostre proteste: il prepotente è ancora lì, mio figlio a casa. Se un colloquio di lavoro andasse bene, a malincuore lasciamo il nostro Paese». Istituzioni impotenti, ma inaspettatamente entra in gioco il Ministero dell’Istruzione e del Merito

woman-2048905_960_720Può, una famiglia, esasperata nel registrare episodi di bullismo decidere di lasciare l’Italia e trasferirsi in un altro Paese? Pare proprio di sì, se alla luce di una delle tante aggressioni subite dal proprio figlio, padre e madre, insieme con i propri figli, decidono a malincuore di lasciare il proprio Paese. Evidente si sono sentiti poco tutelati dalla scuola frequentata dal proprio figliolo-vittima, poi dai piani sempre più alti della filiera scolastica. La risposta più immediata, invece, arriva dopo un articolo pubblicato dal quotidiano “Il Giorno” e ripreso da “TS”, il quotidiano della scuola, addirittura dal Ministero dell’Istruzione e del Merito, che apre un tavolo di confronto a seguito di una lunga serie di episodi di bullismo accaduti nelle scuole italiane.

Se la scuola di base, secondo circolari e altri documenti, deve seguire un iter che lascia poco scampo agli alunni vittime di bulletti di quartiere, la posizione del Ministero è sicuramente più severa. «Qui non si muove nulla, me ne vado in Germania», aveva dichiarato giorni fa il padre dello studente bullizzato al quotidiano “Il Giorno”.

person-1821413_960_720«MIO FIGLIO A CASA, IL BULLO IN AULA»

«Mio figlio – aveva raccontato l’uomo al quotidiano milanese – è qui mentre tutti gli altri sono a scuola; nessuno si è fatto vivo: nessuno dalla scuola, nessuno dal Comune, nessuno da alcuna parte. Noi abbiamo scritto, abbiamo fatto presente la situazione. Ci è stato riferito che il bambino era atteso a scuola, dove sarebbe stato accolto e protetto. Ci è andato a scuola, ma è successo tutto daccapo. Un disinteresse che ha minato, insieme, la credibilità della scuola e quella mia. Pessima figura delle istituzioni con il risultato che mio figlio in quella scuola non vuole più andarci. Mentre chi lo vessa è sempre lì, senza che si prendano provvedimenti adeguati».

Nell’intervista resa al quotidiano “Il Giorno”, il papà dello studente bullizzato ha parlato anche di cambio della scuola. «Ma ovunque abbia chiesto – racconta – non c’era posto, e dove c’era posto la retta era troppo cara per noi. Così ho scelto un’altra strada: partire per la Germania. Vicino Stoccarda ho un conoscente che da anni lavora da quelle parti: mi ha procurato un colloquio di lavoro con un’azienda nella quale offrono lavoro come magazziniere. Vado a sostenere il colloquio e, se mi prendono, qui chiudiamo tutto e ce ne andiamo».

bullying-6932049_960_720TAVOLO FAMIGLIE-STUDENTI CONTRO IL BULLISMO

Quello raccontato al quotidiano “Il Giorno” è solo uno dei tanti episodi accaduti in questi mesi nelle scuole italiane. Dopo l’ennesima vicenda, nei giorni scorsi il Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, ha ricevuto al Ministero il Forum nazionale delle associazioni dei genitori della scuola (FONAGS). Durante l’incontro è stata condivisa la decisione di istituire un Tavolo permanente di confronto tra le associazioni delle famiglie e le rappresentanze degli studenti. Il Tavolo, è stato detto, ha l’obiettivo di affrontare le criticità che caratterizzano il mondo della scuola: le priorità sono il ripristino della cultura del rispetto nelle classi e la lotta al bullismo.

«Questo Tavolo- ha dichiarato il ministro Valditara – rientra pienamente negli scopi che il mio Ministero sta perseguendo: il ritorno della serenità nelle aule e la ricostruzione del patto educativo tra scuola e famiglia, ma anche tra studenti e docenti. È questo il senso della Grande Alleanza che è stata da subito il riferimento principale della nostra azione».

QUANDO NAPOLI DIVENTO’…TARANTO

“Io speriamo che me la cavo”, girato trentuno anni fa in città

Protagonista Paolo Villaggio diretto da Lina Wertmuller. I vicoli della Città vecchia come quelli del capoluogo partenopeo. I bambini diventati adulti, qualcuno diventato attore professionista, qualche altro imprenditore. I ricordi di Adriano Pantaleo nel docufilm “Noi ce la siamo cavata” diretto da Giuseppe Marco Albano

spriamo-che-me-la-cavoUn pomeriggio con Paolo Villaggio, nella hall dell’Hotel Plaza di Taranto. Dalle cinque, ora del thè, alle otto di sera. Una lunga intervista, come fossimo vecchi amici, in realtà non era così. Parlammo di tutto, di Totò e Sordi, del cinema di Kurosawa e di Fantozzi. Non la finivamo più. Ma questa è davvero un’altra storia. Poi, alle otto, un responsabile della produzione chiamò un taxi e imbarcò Villaggio invitato a cena in un ristorante della Città vecchia.

Nell’Isola stavano facendo le riprese di “Io speriamo che me la cavo”. Il film era “Io speriamo che me la cavo”, ispirato al best-seller del maestro Marcello D’Orta, diretto da Lina Wertmuller. I vicoli tarantini sostituivano quelli napoletani. Nella hall c’era tutta la classe nella quale “insegnava” Villaggio. Bambini vispi, che mostravano di saperla lunga. Disinvolti, alcuni si stringevano a mamma e papà. La produzione, tassativa, assicurava ai piccoli la presenza di almeno un genitore. Parlavano ch’era una bellezza. Qualcuno di questi si è fatto strada, è diventato un volto popolare; altri hanno desistito dalla carriera cinematografica o televisiva e, dopo quella esperienza, hanno scelto di inseguire altri sogni, di fare altro.

Fra i più vivaci, un ragazzetto, dentini in disordine, orecchie a sventola, ma già sveglio: Adriano Pantaleo, che farà strada al cinema e in tv. Proprio in questi giorni, Fanpage, servizio a cura di Gennaro Marco Duello ha incontrato il popolare “Vincenzino” cinematografico per chiedergli se fosse al corrente su cosa facessero oggi quei suoi “compagni di classe” di allora. In realtà Pantaleo ha fatto di più. Nel tempo, quando è stato possibile, ha mantenuto rapporti con qualcuno di loro, tanto da aver curato un documentario dal titolo “Noi ce la siamo cavata” diretto da Giuseppe Marco Albano.

Io_speriamo_che_me_la_cavo_Pura_poesia_cinematografica_Ritorno_a_scuola«COSA FACCIAMO OGGI…»

«Che fine avessimo fatto? È una domanda che mi ha accompagnato praticamente in tutti questi anni – spiega – tutte le volte che mi riconoscevano: mi chiedevano che fine avessero fatto quei miei compagni di classe. Un giorno la stessa domanda me l’ha posta Albano, il regista del docufilm. Abbiamo annodato insieme, dove è stato possibile, i fili di alcune di quelle storie personali, ma anche di una città, di un paese, di una società cambiata nel tempo. Ci sono voluti quattro anni per realizzare un lavoro soddisfacente».

Fra le storie che Adriano racconta a Fanpage, quella di Mario Bianco, «l’ex bambino cicciottello della classe, Nicola: tutti si ricordano di lui per essere il bambino della “prima brioche”, della “seconda brioche”, tanto che da grande ha aperto cornetterie, esportando a Torino un cornetto notturno e la cucina napoletana aprendo un ristorante».

Altro ex giovanotto vispo, tanto da aver proseguito come Adriano l’attività di attore, Ciro Esposito. «Un grande amico che ho incontrato più volte artisticamente: altra storia, quella di Dario Esposito con cui sono diventato parente. Mia madre e sua madre erano diventate molto amiche negli anni di “Io speriamo che me la cavo”, tanto che lui ha finito per innamorarsi di mia cugina Alessia, che poi ha sposato: vivono a Piacenza, lui è militare, lei un’ostetrica, hanno due figli fantastici».

Io_speriamo_che_me_la_cavo_2019_film«COME, NON E’ “FANTOZZI”?»

Nel docu ci sono tratti coraggiosi, la storia di tre “compagni” che hanno scelto altre strade, tanto da aver conosciuto il carcere. Ma le storie, racconta Adriano, sono state documentate con molto tatto. Poi torna il sorriso, quando gli chiedono di Paolo Villaggio.

«Eravamo quasi scioccati. Noi bambini tra i sette e i dieci anni, vedevamo “Fantozzi” in tv, il nostro personaggio preferito: insomma, pensavamo di incontrare una persona che ci avrebbe parlato come il suo grande personaggio, invece ci siamo trovati al cospetto di un grande attore, un grande uomo che ci ha spiegato la differenza che passa una cinepresa accesa e una spenta. Quando è spenta, si spegne un po’ di quella magia. Venni a sapere che era stato proprio Villaggio a chiedere al produttore Ciro Ippolito, di interpretare il ruolo del maestro elementare che per errore invece di andare a Corsano, in Liguria, viene spedito a Corzano, praticamente Napoli. Grande concentrazione sul set, poi a cinepresa spenta, se avevamo fatto i bravi ci premiava interpretando “Fantozzi” solo per noi».

Infine la regista di “Io speriamo che me la cavo”. «Lina Wertmuller è tra le persone che porto nel cuore. L’ho incontrata spesso negli anni; per me è sempre stata un punto di riferimento, tanto che è stata fra le prime a sapere che sarei diventato papà: “Vedrai, ti cambierà la vita ma soprattutto ti cambierà il modo di vedere e intendere il tuo lavoro” mi disse: aveva ragione».

«NUTELLA AMARA…»

Nei pressi di Locorotondo rinvenuto un quintale di crema di nocciola

«Non mi darò pace fino a quando non assicureremo i colpevoli agli inquirenti. Tutta quella cioccolata avrebbe fatto felici decine e decine di bambini. L’azienda Ferrero, non appena venuta a conoscenza della vicenda mi ha contattato», racconta Michelangelo Schiavone a capo di un gruppo di volontari dell’Unità Interregionale di protezione ambientale Wardpark

Think_Puglia_LR_Locorotondo_1In questo spazio ci occupiamo di temi sociali, poniamo l’accento su episodi talvolta sconcertanti, altre volte spiazzanti. C’è gente che soffre, bambini che patiscono il freddo – pensiamo ai piccoli e agli anziani sotto le bombe in un conflitto al quale non sapremo mai dare risposte certe – e non possono mangiare un pasto caldo, nutriente, figurarsi una fetta di pane spalmata con una crema di nocciola. Se poi questa è la crema di nocciola più famosa e appetita al mondo, la Nutella, ad occupare le pagine dei giornali, gli spazi su internet, il disappunto è di proporzioni ciclopiche. Alcuni giorni fa in una zona boschiva nei pressi di Locorotondo è stato rinvenuto un quintale di Nutella, in barattoli, purtroppo scaduta nel 2021. Esistono codici a barre, non dovrebbe essere complicato risalire a chi (o comunque restringere il campo delle ipotesi) quella crema alla nocciola sarebbe stata inoltrata.

nutella-bari-ulivi-2-1121x768«NON SO DARMI PACE»

«Quel quintale di Nutella trovata nel bosco mi è andato proprio storto. Devo trovare il colpevole!», ha scritto nei giorni scorsi sul suo profilo social Michelangelo Schiavone, a capo di un gruppo di volontari dell’Unità Interregionale di protezione ambientale Wardpark che ha rinvenuto quei cento chili di cioccolata. «Mi hanno telefonato direttamente dalla Ferrero – rivela Schiavone – non credevo alle mie orecchie! Al telefono ho trovato persone sconcertate quanto me. Sono determinati a trovare il loro cliente incivile. E non solo, si sono messi a disposizione per lo smaltimento, gesto da azienda seria. Per arrivare a ciò sicuramente si è dato il giusto seguito alla notizia, grazie alla stampa locale e nazionale che ha a cuore le tematiche ambientali».

L’azienda Ferrero, infatti, attraverso propri rappresentanti ha raggiunto gli uffici delle guardie ambientali per andare a fondo su quanto accaduto. «Grazie per quello che fate e che avete fatto e grazie per aver preso a cuore questa vicenda quanto noi. La Ferrero è un’azienda seria e non transige assolutamente su cose simili», le parole di quanti si sono fatti interlocutori di una delle aziende italiane più importanti nel mondo.

nutella-abbandonata-foto-m-s-wardapark-1-1LA STORIA

La storia risale a pochi giorni fa. Ha contorni misteriosi. Sono molti ad interrogarsi su chi possa avere abbandonato quel quintale di barattoli di Nutella tra gli ulivi della Valle d’Itria. La domanda se la sono posti in molti da queste parti.

Tiscali Notizie, riprendendo sul suo sito l’intera vicenda, scrive della Nutella, uno degli alimenti più apprezzati e desiderati dai bambini e non solo. «È una crema di cioccolato e nocciole famosa in tutto il mondo – riporta il sito – eppure c’è chi, non se ne conosce il motivo, abbandona la Nutella nei campi».

«Quelle confezioni – ha dichiarato Schiavone ai microfoni di Telebari – sarebbero potute andare a persone che ne avevano necessità, a bambini che magari in quel momento, durante la pandemia, non potevano permetterselo». Legittimo il disappunto. Da un articolo a un post sui social, fatto sta che l’azienda Ferrero non appena venuta a conoscenza dell’episodio ha inviato i propri incaricati sul posto per ritirare la merce. Ovviamente ancora non è dato sapere su chi si sia reso responsabile di quanto accaduto e del perché una merce così preziosa e appetita dai piccoli, come dai grandi, sia stata abbandonata nei campi.

nocciole«INCHIESTA DELLA NOCCIOLA»

Una scoperta inattesa e del tutto insolita quella fatta qualche settimana fa tra i boschi di Locorotondo, in provincia di Bari.

I barattoli di Nutella, tutti sigillati e integri sono scaduti nel 2021. Fra le domande, la principale: chi avrà lasciato scadere quella crema alla nocciola per poi gettarla lì, in mezzo alla natura? A seguito del ritrovamento è scattata un’operazione denominata «Inchiesta della nocciola». Il caso, si diceva, è stato preso a cuore direttamente dalla Ferrero. L’azienda, dopo essere stata informata dell’abbandono, ha inviato il team “Security Ferrero” che ha esaminato il caso e ha ritirato il lotto rinvenuto per provvedere allo smaltimento dello stesso secondo quanto indicato dalla legge.

«SE CONTINUIAMO DI QUESTO PASSO…»

Italia, calo demografico, destinata a scomparire

Allarme lanciato dal presidente del Governo, Giorgia Meloni. Il New York Times pone l’accento su un tema delicato. Notiziari e quotidiani nazionali insistono e mettono al centro del dibattito quanto sta accadendo da vent’anni a questa parte nel nostro Paese. In un panorama sconfortante, si invocano interventi. E intanto la Puglia ha perso trecentottantamila ragazzi

giorgia-sitoL’Italia è un Paese destinato a scomparire. Detto così suona come un allarme, in realtà in questi ultimi anni non hanno fatto altro che confermare che l’italiano medio – sul quale facciamo ricadere, per comodità, tutte le nostre colpe – non pone attenzione al tema sulle nascite in Italia.

Abbiamo provato a studiare e mettere in relazione una serie di servizi apparsi fra siti, stampa e tv, sull’argomento. Ne hanno scritto e documentato dal New York Times al Foglio, fino al nostro TG3, quello regionale, in un interessante servizio firmato da Chiara Merico.

Tutto parte da uno studio americano, ripreso dal New York Times, che deve particolarmente amare la nostra terra, e non parliamo solo di Italia, bensì di Puglia, considerato che la stampa americana ha incoronata un anno dietro l’altro la nostra regione come la più bella del mondo.

Dunque, il NY Times, dicevamo. L’Italia, secondo una sua attenta analisi sarebbe il Paese occidentale che si sta rimpicciolendo a passo spedito. La provocazione del quotidiano americano: forse, il Belpaese, è destinato a scomparire nel giro di poche generazioni, salvo che non intervenga un radicale cambiamento.

nascita-rapporto-madre-figlio-1080x628RIPRESA LONTANA

Ripresa economica dopo due grandi guerre e il benessere che ne è derivato avevano spinto la popolazione italiana a mettere su famiglia, facendo registrare al Paese un notevole incremento demografico. A quei livelli l’Italia non è più tornata, anzi negli ultimi decenni ha fatto registrare un grave calo nelle nascite, senza che in questi anni ci sia stato una manifesta inversione di tendenza. Molte le città italiane che stanno vivendo una drastica diminuzione dei loro abitanti con un numero sempre maggiore di coppie che decidono di non fare figli, o di metterne al mondo solamente uno.

La cause sarebbero da ricercare non solo nel Covid che ha inflitto una pesante sferzata alle sicurezze degli italiani, con rincari in qualsiasi settore (a cominciare da quello alimentare). Sono praticamente vent’anni che la tendenza è la stessa. Più volte, ma a parole, è stato asserito che servirebbero politiche sociali che aiutino le famiglie, che permettano loro di restare nel mondo del lavoro e al tempo stesso di prendersi cura dei propri figli. Niente da fare, i propositi il più delle volte sono finiti nel vuoto.

E la situazione in Puglia? Dati dell’Istat, a dir poco allarmanti: nel 2027 la popolazione Puglia rischia di calare a due milioni e mezzo di abitanti, dai quasi quattro milioni attuali. Sono ben trecentottantamila i pugliesi all’estero.

stefano bronzini 2-2PUGLIA, VIA TRENTAMILA LAUREATI

In dieci anni trentatremila laureati pugliesi hanno fatto le valigie, diretti per la maggior parte verso le località del Centro e del Nord Italia. Ma dalla Puglia si parte anche per espatriare. Secondo l’Aire, su sei milioni di italiani residenti all’estero trecentottantamila, si diceva, sono pugliesi. Una tesi confermata nel servizio del Tg regionale da Stefano Bronzini, rettore dell’università di Bari, e di Gianfranco Viesti, docente di economia applicata all’ateneo barese.

A proposito di Istat, il quotidiano Il Foglio, in un servizio a firma di Giulio Meotti, ha intervistato il presidente Istat, Giancarlo Blangiardo.

«La popolazione italiana sta invecchiando e si sta riducendo al ritmo più veloce dell’occidente, costringendo il Paese ad adattarsi a una popolazione di anziani in forte espansione che lo pone in prima linea in una tendenza demografica globale», ha dichiarato Blangiardo.

Il primo ministro Giorgi Meloni ha detto che l’Italia è «destinata a scomparire a meno che non cambi». Resta da capire quando sarà troppo tardi per uscire dalla “trappola della bassa natalità”. «Che la trappola esista è un dato di fatto e se le cose restano così, anche solo per inerzia, il finale della storia è noto», dichiara il presidente Istat al Foglio.

«SONO AFROTARANTINO»

La storia di Ibrahima, da fuggitivo a chef

«Sono gambiano, avevo una laurea che ho dovuto riporre in un cassetto. Ho studiato nell’Istituto alberghiero, mi sono diplomato. La gente della “mia” città mi ha subito voluto bene. Ho cominciato a lavare i piatti e pelare le patate, poi Massimo Bottura…»

immigrati-1200-690x362Trentaré anni, gambiano, si sente molto italiano, anzi “afrotarantino”, come giustifica lui questo legame con la Città dei Due mari. Oggi – come ha avuto modo di raccontare in questi giorni a Repubblica, nei mesi scorsi alla Gazzetta del mezzogiorno – è un affermatissimo chef, conteso da ristoranti importanti e dalle tv: il suo colore è un attrattore. Pensate, la cucina italiana condita e servita da un africano, un nero. Succede. Meritatamente poi, considerando sacrifici e ostacoli che ha dovuto superare fra mille difficoltà.

Lui è Ibrahima Sawaneh, la città cui allude è, evidentemente, Taranto. Una laurea in tasca, che gli è servita poco, avendo dovuto compiere nuovi studi per conseguire, discutendo il suo titolo di studio, in un italiano da lasciarti di stucco, un diploma all’Istituto alberghiero. Insomma, Ibrahima, bravo, bene, bis.

Arrivato in Italia con una laurea, ha dovuto rimboccarsi le maniche, chinarsi daccapo sui libri e seguire le lezioni pratiche che impartivano i suoi professori. Ha dovuto gettarsi nello studio, leggere e studiare in italiano, la stessa lingua con la quale avrebbe poi svolto gli esami. Diplomato. Ma gli esami, e questo Ibrahima lo sa, non finiscono mai. Per inserirsi nel mercato del lavoro inizia come lavapiatti, per passare dal retrocucina alla cucina a pelare patate. Poi arriva l’occasione, uno stage all’Osteria francescana. E da lì, il percorso diventa discesa.

taranto_notteMI SENTO A CASA!

«Sono “afrotarantino”: mi sento africano, ovviamente, ma anche italiano, poi anche tarantino, se permettete, visto che a questa terra sono legatissimo. Ho fortemente voluto fare il lavoro che, oggi, svolgo con grande gioia: ho trasformato la mia grande passione per la cucina in lavoro: faccio il cuoco nelle cucine degli chef stellati e con lavoro e applicazione – mi dicono – sto scalando le vette della popolarità: fra i recenti riconoscimenti, l’“Eraclio d’oro”: titolo della mia composizione: “la mia tradizione africana in Puglia”».

Nonostante il successo, Ibrahima non perde occasione per raccontare e raccontarsi quanto accadutogli prima di approdare sulle coste italiane e nella sua città adottiva, Taranto. Partito dal suo Gambia, il viaggio in mare, dolore, pericolo, coraggio, speranza e amore, l’arrivo a Taranto, l’accoglienza.

Il primo compito di uno stagista, spiega il giovane chef, sono le preparazioni lunghe, fra brodi e piatti base. La sua attività parte dalle retrovie. Bravo com’era è stato promosso al servizio in cucina. Gli tocca preparare antipasti e primi piatti di una certa importanza. «Ero sulla buona strada, ma spesso non posso fare a meno a pensare che ho iniziato a cucinare molto tardi.

requisiti-cucina-ristoranteLA MIA CUCINA…

Gli inizi non sono nella Scuola alberghiera. Da piccolo, nel mio Paese, cucinado e imparando da solo le prime tecniche che col passare del tempo mi sono tornate utili».

«Mia madre non l’ho conosciuta, è morta che ero ancora piccolo: cucinavo e immaginavo di essere parte di quel gruppo familiare che non ho mai potuto vivere come avrei voluto». Poi la conoscenza con uno dei più grandi chef di statura internazionale: Massimo Bottura. I ragazzi del corso non hanno il coraggio di sottoporre all’attenzione dello chef stellato le proprie composizioni, Ibrahima sì. Bottura è esigente, chiede l’originalità, qualcosa che non ha mai assaggiato.

«Se mi dice che fa schifo – mi sono detto – vuol dire che devo ancora lavorare: allora, mi conviene provare!». Così, “Ibra” ha preparato un piatto tipico del suo paese, il Domodà. Mentre tutti erano lì ad assaggiare prima, a mangiare di gusto poi, ecco Bottura: «Chi ha cucinato? E’ veramente buono, questo sì che è un piatto originale, complimenti al cuoco!». «Per la prima volta ho iniziato a piangere di gioia, di felicità. Ho pianto pensando a mia mamma».