Mattarella premia Andrea Occhinegro

Il professionista tarantino sarà insignito dal Presidente con un’alta onorificenza

Per essersi distinto fra quanti si sono spesi per un’imprenditoria etica. Per l’impegno a favore dei detenuti, per la solidarietà, per il volontariato, per attività in favore dell’inclusione sociale, della legalità, del diritto alla salute e per atti di eroismo. Cerimonia al Quirinale venerdì 24 marzo

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha conferito, motu proprio, trenta onorificenze al Merito della Repubblica Italiana a cittadine e cittadini che si sono distinti per un’imprenditoria etica, per l’impegno a favore dei detenuti, per la solidarietà, per il volontariato, per attività in favore dell’inclusione sociale, della legalità, del diritto alla salute e per atti di eroismo. Tra questi, anche un tarantino, Andrea Occhinegro.

Se questo non è motivo d’orgoglio per una città, ma anche per il resto della Puglia. Talvolta, quando gli italiani si arrabbiano per mille motivi -magari la metà bastano e avanzano – nel tritatore ci mettono tutti, nessuno escluso. Basta che questo, questi, facciano parte delle istituzioni, ecco che vanno ad arricchire il numero dei nomi cordialmente mandati al diavolo.

La verità è che sulle cose occorre ragionarci, per questo – per esempio, ma è solo un esempio – non ce la siamo mai presi (ma mai, mai, mai) con il Capo dello stato. In questo caso, Sergio Mattarella. Che, intanto, nei giorni scorsi, un po’ richiamando il Governo, un po’ come è giusto che sia – l’ultima parola spetta sempre al Presidente della Repubblica – ha fatto di testa sua: ha convocato i suoi più stretti collaboratori, ha messo in moto l’intero apparato della sicurezza e si è recato a Crotone per rendere omaggio alle vittime del naufragio avvenuto ad un centinaio di metri dalla Costa calabrese (e non “a largo”).

332094683_591935972840079_6896846207351129931_n copiaMATTARELLA, MOTU PROPRIO

Dunque, oltre a questa decisione condivisa da chiunque, tranne i pochi ostinati che sostengono chi, invece, ha assunto e condiviso decisioni scellerate, di decisioni ne ha prese altre. Fra le ultime, una in particolare: ha individuato, tanto per dirne una che ci interessa più da vicino – fra i tanti esempi presenti nella società civile e nelle istituzioni – alcuni casi significativi di impegno civile, di dedizione al bene comune e di testimonianza dei valori repubblicani.  Una cerimonia che si svolgerà presso il Palazzo del Quirinale il 24 marzo 2023 alle ore 11.30.

Dicevamo di Andrea Occhinegro, tarantino. Bene, Occhinegro, per chi non lo conoscesse o avesse letto le sue note, ha cinquantadue anni e, in questi giorni, in attesa della formalizzazione con la consegna delle onorificenze da parte del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è stato insignito “Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana”. La motivazione: “Per il suo contributo nell’organizzazione di iniziative di solidarietà per ridurre il disagio sociale grazie a una rete capillare e al coinvolgimento di figure professionali”. Medico oftalmologo, è il Presidente di ABFO (Associazione benefica “Fulvio Occhinegro”), organizzazione di volontariato costituita nel 2005 a Taranto.

Nata in seguito ad un lutto familiare, l’associazione persegue un nuovo modello organizzativo dove partecipazione e solidarietà rappresentano una prima risposta al disagio sociale e individuale dei più deboli. “Una vera e propria “casa” capace di esprimere il senso di accoglienza e supporto, ma anche dialogo, coinvolgimento ed educazione ai valori”. Il Centro ABFO è composto da due aree, una aperta tutto il giorno, dedicata a persone senza fissa dimora, e un’altra dove la mattina e il pomeriggio sono coordinati e organizzati gli aiuti per le famiglie bisognose della città in collaborazione con i Servizi sociali del comune.

La nostra cooperativa, in tempi non troppo lontani, aveva già ospitato e intervistato nei suoi studi, numerosi cittadini impegnati nel sociale. Fra questi, appunto, il dott. Andrea Occhinegro.

 

Di seguito, i link:

http://www.costruiamoinsieme.eu/stiamo-con-i-deboli/

https://youtu.be/6D7xLLiJe

 

PAROLA DI SINDACO…

Ai sensi di gratitudine di una intera città, si sono uniti quelli del sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci:

«Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella – ha scritto il primo cittadino – ha conferito trenta Onorificenze al Merito della Repubblica Italiana a cittadine e cittadini che si sono distinti per un’imprenditoria etica, per l’impegno a favore dei detenuti, per la solidarietà, per il volontariato, per attività in favore dell’inclusione sociale, della legalità, del diritto alla salute e per atti di eroismo.

Tra loro c’è il dottor Andrea Occhinegro, uno degli angeli custodi della nostra comunità. Tutti noi conosciamo il valore del grande lavoro del dottor Occhinegro e della sua famiglia che con l’ABFO, in collaborazione con i Servizi Sociali del Comune, garantisce ai cittadini più fragili.

Il dottoro Occhinegro ha ricevuto il riconoscimento presidenziale con la seguente motivazione: «Per il suo contributo nell’organizzazione di iniziative di solidarietà per ridurre il disagio sociale grazie a una rete capillare e al coinvolgimento di figure professionali».

Il dottor Occhinegro è il presidente di Abfo (Associazione benefica “Fulvio Occhinegro”), organizzazione di volontariato costituita nel 2005 a Taranto. Nata in seguito a un lutto familiare, l’associazione persegue un nuovo modello organizzativo dove partecipazione e solidarietà rappresentano una prima risposta al disagio sociale e individuale dei più deboli. Una vera e propria “casa” capace di esprimere il senso di accoglienza e supporto, ma anche dialogo, coinvolgimento ed educazione ai valori.

Orgogliosi di te, caro Andrea.

Rinaldo Melucci

Sindaco e presidente della Provincia di Taranto».

Mancato soccorso, uno scandalo!

Salgono a sessantatré le vittime del naufragio sulle coste del Crotonese

Contestate le parole del ministro dell’Interno Piantedosi («La disperazione non giustifica i viaggi a rischio»). Rispondono le opposizioni. «C’è da inorridire alle sue parole», dichiara il Riccardo Magi; «Parole indegne», secondo Carlo Calenda; «Scandalose, un misto di cinismo e assenza di rispetto», dice Angelo Bonelli. Infine, la neosegretaria del Pd, Elly Schlein: «Quella di Crotone è un’altra strage che pesa sulle coscienze di chi impedisce i salvataggi in mare»

«La disperazione non giustifica i viaggi a rischio». Questa frase pronunciata da Matteo Piantedosi, napoletano, ministro dell’interno nel governo Meloni dall’ottobre dello scorso anno, lascia di stucco. Come a dire, con le debite proporzioni, rivolgendosi alle vittime delle Torri gemelle: «Ingiustificato lanciarsi nel vuoto per salvarsi la vita». La disperazione giustifica, invece, qualsiasi tentativo – anche il meno razionale – nel cercare altrove una vita che sia vita. Insomma, non è un bel segnale, tantomeno politicamente corretto lasciarsi andare ad una dichiarazione simile. Intanto, non avere rispetto delle vittime (sessantatré accertate nel momento in cui ci accingiamo a scrivere), non solo non è politicamente corretto, ma è inumano. Sarebbe, infatti, il caso di soffermarsi a pensare ai neonati, ai piccoli di due, tre anni, morti annegati: questi bambini non hanno avuto il tempo di rendersi conto di farsi un’idea sul valore della vita, figurarsi della disperazione.

Non sappiamo quali siano i risvolti delle indagini sulla vicenda, ma ci fermiamo intanto ai fatti e ad una delle considerazioni fatte a caldo da un rappresentante le istituzioni. Era di cinquantanove morti e ottanta superstiti in un primo momento il bilancio del naufragio di un caicco strapieno di migranti avvenuto all’alba a “Steccato” di Cutro (coste del Crotonese). Tra le vittime, molti bambini e donne.

 

PAKISTANI, AFGANI, TURCHI…

A bordo, come riportato dalle prime note dell’agenzia Ansa, pare ci fossero fra i centocinquanta e centottanta migranti (pakistani, afgani, turchi, somali). Il caicco, una imbarcazione di modeste dimensioni e di una tenuta inaffidabile specie per avventurarsi in mare aperto, si è spezzato in due a causa del mare agitatissimo.

«I migranti sono caduti in acqua a poco più di un centinaio di metri dalla riva, quando verosimilmente l’imbarcazione è finita contro uno scoglio a pelo d’acqua», secondo le prime testimonianze dei sopravvissuti.

«Quando siamo arrivati sul punto del naufragio – ha raccontato all’agenzia giornalistica italiana Laura De Paoli, medico che opera per la Fondazione Cisom Cavalieri di Malta – abbiamo visto cadaveri che galleggiavano ovunque così abbiamo soccorso due uomini che tenevano in alto un bimbo di sette anni, purtroppo già morto». Intanto, un uomo di origine turca, sospettato di essere uno scafista è stato fermato. Proseguono nel frattempo, ancora con quel briciolo di speranza a cui è lecito aggrapparsi, le ricerche dei dispersi, mentre il numero delle vittime, si diceva, è salito a sessantatré.
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LA DISPERAZIONE

Del ministro Piantedosi abbiamo già detto. «La disperazione – in sintesi la sua dichiarazione – non può mai giustificare condizioni di viaggio che mettono in pericolo la vita dei propri figli; per evitare tragedie bisogna fermare le partenze lavorando con i Paesi di provenienza e chi entra in Italia lo deve fare attraverso i canali legali, non su barconi insicuri».

Non si è fatta attendere la risposta di opposizioni e ong: «Dal ministro uno schiaffo alle vittime». E chiedono che riferisca alle Camere sui soccorsi. «Serve un’Europa che, oltre a dichiarare la sua disponibilità, agisca e in fretta», scrive al Consiglio ed alla Commissione europea il premier Giorgia Meloni, mentre proprio da   Bruxelles arriva una prima doccia fredda: al momento sul tavolo non vi è alcuna proposta di una missione navale europea per il salvataggio dei migranti.

 

OPPOSIZIONI VS PIANTEDOSI

Piantedosi, reduce dalla visita a Crotone, ha dichiarato che «Tutto quello che si poteva fare per evitare il naufragio è stato fatto; le motovedette di Guardia costiera e Guardia di finanza si sono attivate ma le condizioni del mare non hanno consentito l’intervento di salvataggio»; mentre dall’opposizione si alza un fuoco di sbarramento contro quello che viene visto come un tentativo di colpevolizzare le vittime.

«C’è da inorridire alle parole di Piantedosi che non sa dire altro, di fronte a una tragedia come quella di Crotone, che bisogna bloccare gli sbarchi», dichiara il Riccardo Magi, segretario e deputato di Più Europa; «Parole indegne dette con una prosopopea insopportabile», secondo il leader di Azione, Carlo Calenda. Non troppo distante da queste posizioni, il segretario nazionale di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni: «Si travalica il confine della decenza». Durissimo Angelo Bonelli, portavoce di Europa Verde e deputato di Verdi e Sinistra: «Scandalose, un misto di cinismo e assenza di rispetto. Provo vergogna io per lui che le ha pronunciate». Gaetano Amato (M5S): «lCome ha potuto esprimersi così davanti a 60 morti tra cui 14 bambini?». Infine, la neosegretaria del Pd, Elly Schlein: «Quella di Crotone è un’altra strage che pesa sulle coscienze di chi pochi giorni fa ha approvato un decreto che impedisce i salvataggi in mare».

Puglia, c’è il cotone biologico

Pietro e Michele, imprenditori garganici, introducono la rivoluzione nella camiceria

L’idea inizialmente sembrava fuori dagli schemi. Grazie alla loro esperienza sfidano il mercato e colgono nel segno. Un incontro, duecentocinquanta operatori e “bingo!”: la Puglia e il Tavoliere diventano un esempio per l’alta moda italiana

cotone_organico-1170x650Che la Puglia fosse terra dalle mille risorse era un fatto risaputo. A molti sicuramente, tranne a chi vorrebbe staccare il Nord dal Sud, pensando di fare un affare, dimenticando che la ricchezza – prima che l’Italia diventasse una sola – abitava da queste parti prima che l’Italia diventasse una sola. Premessa tirata un po’ per la giacchetta, non diciamo di no, ma è bene non passare solo per essere geniali o, alla fine, solo una riserva di idee e neuroni al servizio dei più scaltri.

Ultimo primato tirato fuori dal cilindro e che spetta alla Puglia è la filiera del cotone biologico, un altro “Made in Italy” nato proprio nella nostra regione. Questa prima filiera di cotone biologico italiano, come riportava nei giorni scorsi “Repubblica”, parte da San Marco in Lamis (Foggia) e precisamente dal Gruppo Albini.

Partire da una cittadina del Sud Italia, presenta sempre qualche problema in più rispetto ad altre realtà. Ma quando il gioco si fa duro, si dice, i duri entrano in gioco. Non si lasciano impressionare dal gap Sud-Nord. A vantaggio del genio e del coraggio dei due protagonisti della storia, Pietro Gentile e Michele Steduto, giocano le idee e il desiderio di ribaltare certi aspetti ormai logori nei confronti del Meridione.

cotone_biologicoMICHELE E PIETRO, CORAGGIO!

Dunque, Pietro e Michele, nonostante la loro voglia di provarci si presenta come un’utopia, cominciano con il ribaltare ogni schema e, finalmente, conquistare il panorama nazionale e internazionale con una produzione biologica e tutta “Made in Italy”. Quel sogno nel cassetto che può diventare realtà.

Pietro e Michele cono due imprenditori illuminati. Provenienti da mondi diversi da quello agricolo e tessile, nel giro di qualche fortunata stagione a San Marco in Lamis hanno messo su un’intera filiera partendo insieme alla conquista della moda italiana.

Tutto nasce quattro anni fa. I due amici e imprenditori, provenienti da realtà lavorative diverse decidono di entrare nel mondo dell’abbigliamento e di produrre camicie di alta sartoria. Detta così può suonare come una bestemmia. Del resto, si tratta di un’attività assolutamente pionieristica che prenderebbe le mosse dal promontorio garganico. I due imprenditori, però, non sono sprovveduti. Sanno il fatto loro: grazie all’esperienza e alla tecnologia, cominciano a creare camicie di alta sartoria, con numerosi passaggi a mano e con tessuti pregiati. Un prodotto riuscito. Bigo, direbbe qualcuno.

CHI SI FERMA…

Invece, Pietro e Michele non hanno alcuna intenzione di sedersi sugli allori, seppure arrivano i primi successi e il gradimento delle loro produzioni. Durante la pandemia decidono di produrre per conto proprio le materie prime. Intanto, quel cotone che in Italia nessuno coltiva, ma che all’estero rappresenta una buona fonte di reddito. I due cominciano con il procurarsi i semi e avviano così una coltivazione sperimentale su tre ettari di terreno tra San Marco in Lamis e San Severo. Quanto scaturisce da questa loro idea si concretizza nel giro di una stagione: il prodotto finale è di buona qualità, le camicie GEST, questo il nome dell’azienda di Gentile e Steduto, iniziano ad attirare l’attenzione del mercato. Insomma, una linea che piace a chi vuol piacere. Adesso si può dire “Bingo!”.

Nel settembre 2020 i due imprenditori registrano la svolta. I due soci decidono di organizzare un convegno a San Giovanni Rotondo dove invitano un certo numero di aziende tessili italiane. In duecentocinquanta, molti provenienti proprio dal Nord, accolgono il loro invito. I due imprenditori pugliesi hanno subito l’impressione di aver colto nel segno. Da quel momento ha inizio un producente dialogo con produttori, tessitori e impianti di tintoria. L’anno successivo la seconda produzione è entusiasmante grazie ad un prodotto totalmente biologico.

cotone-organico2022, LA SCALATA

Nel 2022 gli ettari di coltivazione aumentano e diventano cinquanta, sempre tra Gargano e alto Tavoliere. Il clima della Capitanata si rivela ideale e la fibra raccolta è ottima. È la svolta della svolta. Alla blue seed vengono affiancate varietà greche e turche, che in provincia di Foggia trovano un ambiente ideale.

Pietro e Michele sono in questi giorni prendono parte a Milano Unica, la fiera di riferimento dei tessuti e degli accessori di alta gamma per l’abbigliamento donna e uomo, per presentare la fantastica avventura dell’unico prodotto realizzato interamente con cotone italiano.

«È un’idea innovativa ma soprattutto educativa per i nostri giovani – dicono i due imprenditori pugliesi – poiché la possibilità di rimanere in provincia di Foggia senza fuggire per cercare lavoro è concreta. Certo, da una terra in cui si investe sempre meno, in cui l’industria non esiste quasi, è più facile fuggire. Noi invece ci crediamo e siamo certi che con la volontà e qualche piccolo investimento, tutto si possa fare. Il resto viene da sé».

Addio a Maurizio Costanzo l’uomo che sfidò la mafia

A ottantaquattro anni venerdì 24 febbraio si è spento il popolare giornalista

Il suo impegno più forte: la lotta alla Mafia. Amico di Giovanni Falcone, Cosa nostra gli “dedicò” novanta chili di tritolo in un attentato. «Matteo Messina Denaro aveva fatto un sopralluogo al teatro Parioli: sarebbe stata una strage», disse. I programmi televisivi, le invenzioni in radio e tv, e altri episodi passano in secondo piano rispetto al coraggio che mostrò negli Anni Novanta. Il cordoglio del presidente Mattarella e Maria Falcone

7251119_24164625_maurizio_costanzo_giovanni_falcone«Mi risulta dai magistrati di Firenze che Messina Denaro sia venuto al Teatro Parioli di Roma, durante il Maurizio Costanzo Show per vedere se si poteva fare lì l’attentato: sarebbe stata una strage. Invece decisero di farlo quando uscivo dal Parioli», raccontò un giorno in una intervista, Maurizio Costanzo, il giornalista morto venerdì 24 febbraio. Aveva ottantaquattro anni, una vita dedicata al giornalismo, a radio e tv. Bene ha fatto il Corriere della sera, a ricordare che aveva scritto e condotto programmi ottimi e meno ottimi, buoni e meno buoni. Quando sdoganò il trash in “Buona domenica”, cambiò tutto. Aveva svoltato e dato voce a una tv “mordi e fuggi” che non aveva più niente a che fare con “Bontà loro”, “Acquario” e “Grand’Italia”, i primi talk-show televisivi. Anche lì, ci volle una torta rovesciata addosso al presentatore da Marina Lante della Rovere, nei panni di una cameriera fra i tavolini del programma televisivo, per capire che stava cambiando un mondo.

C’è stato sempre uno spartiacque nella vita di Costanzo. Quando il personaggio si impossessava dell’anima geniale del giornalista, era la fine. Pur di restare a galla, Costanzo dava l’impressione di accettare piccoli compromessi, contrabbandandoli con «una televisione che sta cambiando», quando la tv degli ultimi cinquant’anni l’aveva scritta lui, compresi gli “acchiappascolti” di Maria De Filippi, sua moglie.

maurizio-costanzo-show-conduttoreVA BENE I PERSONAGGI, MA…

Costanzo ha lanciato decine di personaggi, Vittorio Sgarbi e Fiorello, Enzo Iacchetti e Giobbe Covatta, Valerio Mastrandrea e Ricky Memphis; anche un esercito di personaggini degni di Lilliput, il paese inventato da Jonathan Swift nei Viaggi di Gulliver. Molti fra questi ultimi si sono persi per strada, pensando di aver dato un senso alla loro vita. Dunque meriti, ma anche qualche scheggia impazzita sulla coscienza.

Qualcuno nello scrivere di Costanzo ha menzionato la tessera della P2 di Licio Gelli. Vero, passò i suoi guai, molti colleghi si indignarono; altri, come Gigi Vesigna, direttore di TV Sorrisi e canzoni (ai tempi dei tre milioni e mezzo di copie settimanali), ed Enzo Tortora, suoi amici e per questo ancora più incazzati, non gliele mandarono a dire: gli scrissero “lettere aperte”, condannandolo senza appello. La colpa di Costanzo era stata quella di assicurare che con Gelli e “Propaganda 2” (questo il significato di P2) non c’entrasse nulla. Salvo, qualche giorno dopo, rilasciare una lunga intervista, con tanto di riprese video, al quotidiano “Repubblica” di Eugenio Scalfari. Apriti cielo.

Noi, invece di scrivere tutte le imprese “grandi ascolti”, le sue invenzioni televisive, maneggiamo qualcuno dei suoi impegni sociali, il più coraggioso: quello contro la mafia. Un impegno così forte – come confermato dagli inquirenti – da essere indicato da Cosa Nostra un bersaglio da colpire, costasse quel che costasse. Costanzo, insomma, aveva posto sul piatto della bilancia la sua vita sfidando la mafia. Amico di Giovanni Falcone, aveva condotto numerose battaglie a favore della Sicilia.

Galler8«IO E LA MAFIA…»

«Perché la mafia scelse proprio me? Io faccio il giornalista, avevo molto parlato di mafia al Maurizio Costanzo Show e la mafia si difese a modo suo. Arrivavano lettere con la mia testa in un vassoio, che mandavo alla Digos». Anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in queste ore ha espresso il suo cordoglio per la scomparsa del popolare presentatore. «Non esitò – il pensiero di Mattarella – a schierarsi con coraggio contro la criminalità mafiosa, che reagì rabbiosamente organizzando un attentato contro di lui».

«Ricordo con gratitudine – spiegava Maria Falcone, sorella del giudice Giovanni Falcone – quando fu concretamente vicino a mio fratello dandogli voce e spezzando così l’isolamento che soffriva in quella fase della sua vita: il suo impegno nella lotta alla mafia e nel far crescere la consapevolezza degli italiani sulla criminalità organizzata, che gli costò un terribile attentato, conferma quanto fosse prezioso il suo lavoro, una carriera che lo ha visto protagonista e innovatore dell’informazione italiana».

Maria-De-Filippi-Maurizio-Costanzo-20230224-Newsby.it-MATTEO MESSINA DENARO, ARRESTATO

L’ultimo evento epocale vissuto da Costanzo, proprio l’arresto di Matteo Messina Denaro, il mese scorso a Palermo, dopo trent’anni di latitanza. «E’ la dimostrazione che lo Stato ha vinto e soprattutto che non è colluso, ma ci tengo a ringraziare molto anche i Carabinieri: quando ho appreso la notizia dell’arresto mi sono emozionato, io per fortuna sono qui e posso essere testimone di questa giornata storica».

Maurizio Costanzo ospitò il giudice Giovanni Falcone (ucciso dalla mafia il 23 maggio 1992). Un messaggio chiaro contro la criminalità, in un momento storico difficile come quello dei primi Anni Novanta, che rende Costanzo un bersaglio. Il 14 maggio 1993, infatti, una “Fiat Uno” imbottita di novanta chili di tritolo esplode a Roma in via Fauro proprio mentre transita l’auto con a bordo Costanzo e la moglie, Maria De Filippi. I due coniugi restano incolumi. Costanzo in un’intervista definisce quel giorno come «…il più brutto e il più bello della mia vita: la mafia mi dedicò 90 chili di tritolo mentre tornavo a casa in macchina con Maria; il bello è stato accorgerci che eravamo vivi».

«Ma i bambini dove sono?»

Italia, crollo delle nascite, per il nostro Paese è un problema

Un’azienda importante come la Plasmon appare preoccupata. Sull’argomento, ne scrive Il Foglio, lo scorso anno Il Sole 24 Ore ha realizzato un lungo podcast. A Genova per tre settimane non è nato un solo bambino, in compenso si sono triplicati i funerali. Va bene aprire agli extracomunitari, ma anche a questi ragazzi occorre prospettare un futuro sereno. E come è triste il Sud

nascite_neonato«Professore, i bambini italiani stanno diminuendo e, se l’attuale trend dovesse continuare, diminuiranno sempre più rapidamente. Capirà bene che per noi si tratterebbe di una catastrofe. Lei crede sia possibile una qualche inversione di rotta?». La risposta del demografo fu un secco «No!». Quarant’anni fa un dirigente della Plasmon, fabbrica di biscotti per neonati, ma anche interessata al consumo di pannolini attraverso altre società. Domanda legittima, risposta molto “italiana”. Il dialogo in due battute lo riposta il quotidiano Il Foglio in un articolo del bravo Giulio Meotti. Sulla riflessione del giornalista e altri documenti pubblicati a tale proposito, torneremo a breve.

Intanto, prendiamo per i capelli la notizia, allarmante: crollo demografico dell’Italia. Chiamalo “problema”. Anzi, brutta gatta da pelare, come dicono i saggi che vogliono semplificare la comunicazione. Avete mai preso in braccio un gatto per fargli fare una cosa contronatura? Missione impossibile, fidatevi. Dunque, battuta a parte, la crescita zero nel nostro Paese ha contorni preoccupanti, drammatici. Secondo qualcuno è un bene ospitare gli extracomunitari, che possono diventare la forza-lavoro del nostro Paese. Visto che gli italiani non fanno più figli, allora prendiamo ragazzoni già fatti, tutto muscoli e che abbiano voglia di lavorare e dare un vero contributo alla crescita di un’Italia che oggi segna il passo.

Detta così, va bene. Ma ai ragazzi che ospitiamo, facciamo entrare in Italia, vogliamo anche dare gli strumenti di lavoro, di crescita? In cooperativa sono stati creati posti di lavoro, realizzati importanti corsi di formazione. Ora occorre dare ai “nostri” ragazzi, ormai “ragazzi di tutti”, uno sbocco professionale, fare in modo che trovino collocazione e che quanti assumono ragazzi – non solo extracomunitari, intendiamoci – abbiano agevolazioni fiscali. Altrimenti non se ne esce più.

TORNIAMO SUL “CROLLO NASCITE”

Del crollo demografico ne abbiamo già scritto qualche anno fa. Abbiamo sorvolato su alcuni report registrati nei mesi scorsi, ma ora è giunto il momento di tirare le somme. Torniamo dunque, al 1983 e all’articolo di Meotti. Quando cioè il demografo italiano ottimista fu contattato dai vertici della Plasmon. L’azienda era interessata alle analisi sulla popolazione. I manager della Plasmon si dissero preoccupati su una tendenza del nostro Paese, principale mercato di sbocco per i loro prodotti alimentari per l’infanzia. Così: «Professore, i bambini italiani stanno diminuendo e, se l’attuale trend dovesse continuare, diminuiranno sempre più rapidamente. Capirà bene che per noi si tratterebbe di una catastrofe. Lei crede sia possibile una qualche inversione di rotta?». «No!», la risposta secca del demografo.

I dirigenti della Plasmon, racconta Meotti, allora controbatterono: «Sarebbe corretto diversificare rispetto al mercato dell’infanzia dedicandosi a una linea di prodotti “Misura” per adulti?». Questa volta il demografo, più realista del re, rispose: «Sì!». A quarant’anni di distanza, per la Plasmon ci sono solo due soluzioni: diversificare o chiudere. Non è un caso che l’azienda più famosa dei prodotti per bambini abbia realizzato un documentario: “Adamo”. Adamo, inteso non solo come il primo uomo in assoluto, ma anche l’ultimo bambino che nascerà in Italia, raccontato in un cortometraggio con cui Plasmon ci proietta in un futuro neanche tanto lontano, il 2050, una generazione a partire da ora, dove il numero di nascite è diminuito sempre di più fino ad arrivare appunto a una unità. L’ultimo nato in Italia: Adamo.

GENOVA PER NOI…

A Genova per tre settimane non è nato un solo bambino, in compenso si sono triplicati i funerali. Tempo fa dello stesso argomento se n’era occupata Michela Finizio del Sole 24 Ore nell’inchiesta in podcast “L’inverno demografico”. «L’inverno demografico – scriveva la giornalista lo scorso anno – attraversa i numeri dell’indagine della Qualità della vita fin dalla sua prima pubblicazione, nel 1990. Allora il tasso di natalità registrava il suo record a Caserta, dove si rilevavano 14,95 bambini nuovi nati ogni mille abitanti nell’arco dell’ultimo anno: all’ultimo posto Ferrara, con 5,81 nati ogni mille abitanti. Oggi, ben più di trent’anni, il tasso di natalità a Caserta è sceso a 7,9 nuovi nati ogni mille abitanti, la metà rispetto al 1990. Questo a fronte di una media nazionale che sfiora appena i 6,5 nati ogni mille abitanti».

Un declino iniziato nel 2009 e proseguito anno dopo anno. Meno figli anche lo scorso anno, con un calo medio del 3% delle nascite da Nord a Sud. A ritardare l’evento sono sempre più le giovani coppie, frenate anche dalle varie difficoltà nel mettere su famiglia con una instabilità economica che ormai non è più un segreto. Negli ultimi dieci anni è crollato anche l’indice di nuzialità: nel 2021 in Italia sono stati celebrati tre matrimoni ogni mille abitanti, nel 2006 erano stati 4,2.

nascitaCOM’E’ TRISTE IL SUD

A completare i trend demografici arrivano i dati sui trasferimenti di residenza che riflettono l’attrattività, in crescita o in calo, dei territori. Le cancellazioni anagrafiche del primo semestre del 2022 – riporta Il Sole – hanno registrato un incremento record a Crotone (+22% rispetto allo stesso periodo del 2021), Caltanissetta (+18%), Ferrara, Foggia e Lecce (+17%). Le migrazioni interne sono tornate a galoppare e così le nuove iscrizioni, in crescita quasi ovunque ad eccezione di Trieste (-17%) e Pescara (-3%).

Comunque si leggano queste cifre, si provi a mescolare i dati, la preoccupazione è tanta. Lo scrivevamo all’inizio. Deve essere lo Stato, un Governo con l’occhio lungo a pensare a come incoraggiare i nostri giovani, non solo quelli italiani, che nel nostro Paese c’è futuro. Un futuro migliore, fatto non solo di promesse, ma di fatti concreti. Non di aiuti “una tantum”, ma di leggi che aiutino i ragazzi, le nuove famiglie, la gente che viene dall’estero, gli immigrati che vogliono rendersi utili a un Paese che abbia davvero voglia di essere ospitale.