«Faccio il muratore, embè?»

Christian Riganò, ex bomber del Taranto e della Fiorentina

«Ho guadagnato il giusto, non lo faccio per fame, poi sono orgoglioso del mio lavoro». Un articolo del Corsera e la stampa riprende il suo racconto. «Ho due patentini da allenatore, se non mi chiamano sarà pure il caso che faccia qualcosa, così ho ripreso i miei vecchi attrezzi: qualcuno stenta a crederci, ma io lo consolo, non è mica umiliante, anzi…»

 

Da muratore a cannoniere e viceversa. Questa la strada, forse è meglio dire il verde messo sotto i piedi, i tacchetti delle scarpette di calcio in tanti anni di onorata carriera, in quelli che chiamano campionati minori. Ma che in realtà non lo sono, perché una volta non hai il coraggio di lasciare tutto e una volta non hai il procuratore giusto. E lì, ogni domenica, chi tira calci al pallone, ci mette l’anima.

Ovunque sia andato, Christian Riganò, per tutti Rigagol, ha lasciato un gran bel ricordo. Generoso fino alla “morte”, fu uno di quei pochi calciatori del Taranto a buscarle sul campo di Catania, lui siciliano di Lipari, in quella che da molti tifosi del Taranto viene definita una “farsa”. Doppio spareggio per salire in una meritatissima serie B. A Catania la squadra rossoblù perde di stretta misura (1-0), gli avversari picchiano come fabbri, l’arbitro non interviene; al ritorno, a Taranto, stadio stracolmo, come mai nemmeno negli anni d’oro della B, la squadra è letteralmente inesistente. I conti non tornano, se non quelli del cassiere che invece fa “tutto esaurito”. Pubblico disgustato, a fine gara attende numeroso la dirigenza del Taranto all’esterno dello “Iacovone”, ma i colletti bianchi sono già andati via.

 

 

ADDIO CITTA’…

Riganò decide che la piazza così “intossicata” non fa più per lui. E’ in scadenza di contratto, deciderà lui stesso dove andare a giocare. E qualche brutto ceffo che si presenta in un ristorante cittadino, durante una cena con i familiari, per convincerlo con le buone a firmare (il suo “cartellino” avrebbe un valore superiore al miliardo di vecchie lire), non gli fa cambiare idea. Questione di uomini. Fra calci e minacce sul campo, figurarsi se Christian si fa intimorire. Il bomber che fece sognare Taranto, saluta e se ne va. Avrebbe voluto farlo con la B in tasca, m qualcuno evidentemente glielo aveva impedito.

In questi giorni il Corriere della sera lo ha intervistato. Il cronista che fiuta il pezzo fa benissimo il suo mestiere e lo intercetta. Riganò, che lo leggi come lo scrivi, si lascia andare ad una confessione amichevole. Oggi Christian fa il mestiere che faceva prima di diventare calciatore. «Un mestiere – confessa Riganò – che mi piace e di cui vado fiero: avevo lasciato questo mestiere a tre quarti, nemmeno a metà; io sono questo: amo costruire e riparare le cose, così, non avendo chiamate per allenare sono tornato a fare il mio lavoro che, modestamente, so fare come pochi», racconta l’ex bomber al cronista del Corriere della Sera che lo incontra in un cantiere a Ponte Vecchio. Un bel servizio ripreso da Mattino, Leggo, La Nazione, Corriere Adriatico, Virgilio, Informazione.it e Fanpage.it.

«Due cose so fare nella vita: i gol e il muratore. Così, dopo aver smesso di giocare, sono tornato a fare il mio mestiere: mi piace e ne vado orgoglioso. Avevo lasciato questo mestiere a tre quarti, nemmeno a metà. Io sono questo: amo costruire e riparare le cose. Così, non avendo avuto chiamate per allenare sono tornato a fare il mio lavoro».

 

 

DA TARANTO A FIRENZE…

Christian Riganò arrivò a Firenze nel 2002, a ventotto anni. Coraggiosamente scese di categoria, dalla C1 del Taranto dove in due stagioni aveva segnato più di una quarantina di gol sfiorando la promozione in Serie B, alla C2 della Florentia Viola, nata dal fallimento della Fiorentina di Cecchi Gori. Una promozione dopo l’altra fino ad indossare, meritatamente, in Serie A la fascia da capitano della formazione viola.

«Mio padre Vincenzo, purtroppo, non ha fatto in tempo a vedere che il suo ragazzo aveva realizzato il sogno: papà faceva il pescatore, è toccato a mia madre crescerci; intanto, muratore a parte, ho preso due patentini per allenare: amo il calcio, ma si vede che non sono adatto per quello di oggi, fatto principalmente di sponsor, non accetto compromessi. Certo, se poi arrivasse la chiamata giusta sarei pronto a tornare in panchina».

Uno pensa che non se la deve passare bene, invece Riganò spiega. «Ho guadagnato bene e ne sono felice. Nella mia intera carriera, però, ho incassato quanto molti giocatori di media fascia oggi guadagnano in due tre mesi – Così, poi, bisogna tornare a lavorare. Io sono di vecchio stampo: datemi una terra e, con due colleghi, siamo in grado di tirare su una casa». Per ora, secchio e cazzuola, domani, chissà, torna in campo a dirigere allenamenti ed a spiegare tattiche alle nuove promesse del calcio.

Povero Mahmoud, brutta fine

Diciannove anni, egiziano, ammazzato e fatto a pezzi

Due suoi connazionali, uno titolare di una barberia, l’altro suo dipendente, hanno impedito che il ragazzo lasciasse il suo posto di lavoro per andare a prestare attività dalla concorrenza. Prima le minacce al ragazzo, poi al negozio concorrente, infine l’agguato, un punteruolo che trafigge il cuore, infine il cadavere fatto a pezzi

Mahmoud Abdalla ucciso con un punteruolo, più volte, dritto al cuore. Motivo: voleva andarsene dalla barberia dove lavorava, le ossa spezzate perché il suo cadavere stesse dentro una valigia, il suo corpo mutilato forse per scongiurarne il riconoscimento. Devono averne visti film o documentari nei quali raccontano di sciagurati assassini che ne commettono di “ogni” e, alla fine, scaltri come uno dei tanti serial-killer visti alla tv, la fanno pure franca.

Ma i due presunti assassini in questione – hanno confessato ogni addebito, ma hai visto mai potrebbe balenargli il guizzo della ritrattazione, dunque meglio proseguire la riflessione sulla “presunzione d’innocenza” – non l’hanno fatta franca. Gli inquirenti hanno inchiodato i due autori dell’efferato omicidio con mutilazioni, che nemmeno il peggior sceneggiatore di genere splatter ogore che dir si voglia, avrebbe mai pensato.  

Mahmoud, diciannove anni, egiziano, infatti, non solo è stato letteralmente massacrato dal suo datore di lavoro e dal suo socio con i quali saltuariamente divideva la casa e il suo tempo, ma è stato mutilato di testa e mani. I due, anche loro di origine egiziana come la vittima, dopo un lungo interrogatorio ora sono “indagati per omicidio aggravato in concorso e distruzione di cadavere”.

 

 

FERMO E ACCUSE

Nelle motivazioni circa il fermo, l’importante e sofisticata attività di indagine coordinata dal pm ed eseguita dai carabinieri del Nucleo Investigativo e dalla Compagnia di Chiavari, c’è il racconto dei fatti dai quale scaturisce quella crudeltà incredibile cui accennavamo. Mahmoud lavorava nella barberia gestita dai due uomini, uno di ventisei, l’altro di ventisette anni. Un giorno, però, non pensando che la sua decisione scatenasse una ira cieca, la vittima ha confessato che voleva andare a lavorare altrove. Non solo l’ha detto, ma lo ha anche fatto, in quanto i pochi giorni di prova cui il ragazzo ammazzato in quel modo barbaro erano stati ripresi e postati sui social.

I due “soci”, evidentemente, non volevano perdere il ragazzo e la clientela che il giovane barbiere già esperto ed educato si era creato. Non solo, uno dei due si era spinto anche oltre, prima di commettere l’omicidio: aveva infatti minacciato il titolare della barberia dove il povero Mahmoud voleva andare a lavorare. Sempre il primo reo confesso, avrebbe raccontato come l’altro avesse ucciso Mahmoud, minacciandolo di non farne parola con nessuno se avesse voluto rivedere la sua famiglia ancora in Egitto. La lite, pare si sia accesa e sviluppata in una casa di Sestri Ponente.

 

 

ALLA FINE LA CONFESSIONE

Il ragazzo è stato ammazzato a colpi di punteruolo, una dei quali, più forte, deve avergli trafitto il cuore. Stando a quanto risulta dalle indagini, i due hanno posto il cadavere in una valigia e dopo averlo trasportato da Genova a Chiavari in taxi, l’hanno ridotto a pezzi in spiaggia, tagliando al povero Mahmoud prima la testa e poi le mani.

Alla ricostruzione degli inquirenti si è arrivati grazie ai tabulati telefonici della vittima e alle telecamere di videosorveglianza che avrebbero ripreso i due indagati in vari punti con valigie e borsoni. I due arrestati, di fronte al giudice, hanno ammesso la lite con la vittima ma si sarebbero accusati a vicenda del delitto. Il pm a fine interrogatorio ha contestato ai due l’omicidio volontario aggravato dai futili motivi.

Mahmoud era andato via dal suo Paese, l’Egitto, a causa della scarsa richiesta di artigiani. Lui sentiva di avere fra le mani un mestiere che lo avrebbe aiutato a farsi strada nel mondo del lavoro, non certamente dell’imprenditoria, posto che il poveretto aveva quale unica ambizione lavorare migliorandosi nella sua attività di parrucchiere. Purtroppo, il ragazzo non aveva previsto che non uno, bensì due connazionali, lo avrebbero prima minacciato, poi ammazzato e fatto a pezzi. Brutta storia, povero Mahmoud.

Quel flash-mob contro i divieti

Una settimana fa il documento contestato dalla sindaca di Monfalcone

La prima cittadina, Anna Cisint, aveva invitato le donne musulmane a presentarsi in spiaggia in costume da bagno. Da qui la protesta di alcune associazioni, fra queste, la promotrice, l’Associazione Monfalcone Interetnica. «Ringrazio quanti hanno partecipato a questa iniziativa allegra e determinata, tanto che perfino i sindaci del Veneto hanno dichiarato che l’inclusione è importante anche per il turismo», ha sottolineato il presidente dell’associazione, Arturo Bertoli

 

Ne abbiamo scritto nei giorni scorsi, a proposito dell’uscita infelice della sindaca di Monfalcone, la leghista Anna Cisint. La risposta alle sue parole, contro sostanzialmente a quelle donne di fede musulmana che si presentavano in spiaggia vestite o con il burqa. Bene, o peggio, ci verrebbe da dire, in risposta alla vibrata protesta della prima cittadina è andato in scena un flash mob (una protesta pacifica protesta di gruppo) sulla spiaggia di Marina Julia, un passo da Monfalcone. Obiettivo, si diceva, la protesta contro il provvedimento della Cisint, che aveva considerato «inaccettabile il fatto che stranieri musulmani entrino abitualmente in acqua vestiti».

Così, quando tocchi il filo scoperto della libertà individuale, può succedere che qualcuno dalle parole passi ai fatti. Promotrice della protesta ripresa dalle tv, non solo locali, agli organi di informazione e dalle agenzie di stampa, è stata l’Associazione Monfalcone Interetnica (AMI) che ha organizzato il flash-mob con tanto di bagno per quanti hanno partecipato. Partecipanti, ovviamente, rimasti vestiti come se andassero ad una festa, per tutto il tempo per assistere alla reazione di sindaca e Amministrazione comunale. La manifestazione pacifica messa in campo (e spiaggia) dall’AMI per prendere le distanze dall’Amministrazione locale e dal suo primo cittadino che vorrebbero impedire l’uso del burkini in spiaggia.

Prima di passare dalla teoria alla pratica, l’appello lanciato attraverso i social. La locandina dell’iniziativa riporta il logo dell’Associazione Monfalcone Interetnica accompagnato dallo slogan, ovviamente condiviso, “Il mare è di tutte/i e il costume è mio”.

 

 

PARTE LA CRONACA…

Per la cronaca, la provocazione – da alcuni considerata “forte”, secondo noi solo un “atto civile” – è stata condivisa su Facebook dal consigliere comunale del Pd Sani Bhuiyan, che ha voluto legittimamente sottolineare che il modo in cui le donne si vestono è solo una questione personale.

A controllare che le operazioni di “contestazione” fossero civili, senza eccessi, sono intervenuti carabinieri, poliziotti e uomini della Digos. Come ha scritto Giuseppe Pietrobelli sulle pagine de Il Fatto Quotidiano nei giorni scorsi, il “flash mob” è stato una risposta all’annuncio della sindaca, che aveva scritto in un documento inviato agli organi di informazione quanto segue: «È inaccettabile il comportamento degli stranieri musulmani che entrano abitualmente in acqua con i loro vestiti. Una pratica che crea insopportabili conseguenze dal punto di vista della salvaguardia del decoro del luogo. Chi viene da realtà diverse dalla nostra ha l’obbligo di rispettare le regole e i costumi che vigono nel contesto locale e italiano. Non possono essere accettate forme di ‘islamizzazione’ del nostro territorio, che estendono pratiche di dubbia valenza dal punto di vista del decoro e dell’igiene, generando il capovolgimento di ogni regola di convivenza sociale».

 

PROTESTA CHE VA…IN RETE!

Vestiti, in acqua, si sono fiondati in molti, fra questi alcuni amministratori locali, evidentemente di segno opposto. Tutto è proseguito nella massima correttezza, anche per non toccare la suscettibilità dei bagnanti, alcuni dei quali non sapevano neppure dell’ordinanza sindacale. Dunque, il presidente di AMI, Arturo Bertoli, ha raccomandato ai numerosi partecipanti di dividersi in gruppetti di quattro cercando di non disturbare chi, in quel momento era lì, a combattere calura e un sole che nei giorni scorsi proprio non voleva saperne di mollare la nostra Penisola.

I partecipanti all’iniziativa si erano ritrovati tutti assieme davanti ad una delle concessioni del lido, “scortati” da due vigili urbani. I bagnanti, spettatori del fuori-programma, a quel punto, hanno seguito il tutto con la massima curiosità.

«L’associazione ringrazia tutti coloro che hanno voluto partecipare a questa iniziativa – ha dichiarato Bertoli – allegra e determinata a contrastare le sparate intolleranti e fuori tempo della sindaca Cisint. Che ancora una volta si è coperta di critiche da mezza Italia; perfino i sindaci del Veneto hanno dichiarato che l’inclusione è importante anche per il turismo, mentre la prima cittadina di Monfalcone vuole sempre e solo dividere la città cavalcando e diffondendo intolleranza».

 

 

UN CORO DI DISSENSI

Di seguito la sintesi di articoli pubblicati su quotidiani regionali e nazionali sulla vicenda e, puntualmente, ripresi dal consultatissimo sito informazione.it :

«Tutti in acqua contro la crociata lanciata dalla sindaca leghista di Monfalcone, Anna Cisint, che vorrebbe impedire alle donne musulmane di andare in spiaggia vestite con i burqini, in ossequio alla loro religione e ai loro costumi. A Marina Julia, frequentatissimo punto del litorale giuliano, alcune centinaia di persone si sono date appuntamento il 23 luglio per iniziativa dell’Associazione Monfalcone Interetnica». (Il Fatto Quotidiano)

«Quando siamo stati a Monfalcone, lo scorso inverno, in occasione dell’inaugurazione della mostra su Goli Otok realizzata con l’Unione degli istriani e esposta dal Comune, abbiamo notato una cosa, passeggiando per le vie della città: le persone straniere erano molte». (ilGiornale.it)

«È un richiamo alle “regole della convivenza civile” quello che ha voluto fare il sindaco di Monfalcone, Anna Maria Cisint, finita al centro delle polemiche politiche per aver definito “inaccettabile” la tradizione dei cittadini musulmani residenti nel suo Comune di fare il bagno vestiti nelle spiagge di Marina Julia e Marina Nova». (AGI – Agenzia Italia)

«Anna Maria Cisint, sindaca leghista di Monfalcone, in provincia di Gorizia, ha sollevato una questione che sta facendo discutere le spiagge di mezza Italia: “È inaccettabile – dichiara Cisint – che stranieri musulmani entrino in acqua abitualmente vestiti”». (Today.it)

«A Monfalcone circa 200 persone hanno partecipato, nella mattinata di oggi, 23 luglio al sit-in “Il mare è di tutte-i e il costume è mio” promosso dall’associazione Monfalcone interetnica contro la linea adottata dal sindaco di Monfalcone, Anna Cisint che vuole porre un freno all’immersione nel mare di Marina Julia con i vestiti». (Il Piccolo)

«La risposta è arrivata oggi, con il flash mob organizzato dall’Associazione Monfalcone interetnica. Nei giorni scorsi, il primo cittadino della città dei cantieri navali ha puntato il dito contro la pratica della comunità musulmana di fare il bagno con i vestiti addosso». (Il Friuli)

«C’era un ragazzo, che come me…»

Intervista a Francesco De Vitis, vicedirettore del Radiogiornale Rai

Tarantino, sessantatré anni, giornalista a diciotto. Ha scritto per “Ciao 2001”, bibbia della musica negli anni Settanta e Ottanta. «Per me è come se esistesse solo quella musica, del Banco il mio album preferito…»

Tarantino, sessantatré anni, vicedirettore del Radiogiornale Rai. Francesco De Vitis, studi liceali, universitari fra Giurisprudenza e Lettere, cronista musicale fra i più celebrati, autore di reportage per gli storici Ciao 2001 e Music (80/85) con la direzione di Beppe Caporale. Grande esperienza prima di approdare nel cosmo Rai, fra Radiocorriere Tv, Rai International e Rainews 24, fino al radiogiornale, must dell’informazione radiofonica per chi vuole “viaggiare informato”.

Partiamo dalla riconferma a vicedirettore.

«Due mesi fa la nomina di Francesco Pionati a direttore del radiogiornale, che nel suo piano editoriale mi ha riposizionato nella squadra dei vicedirettori: una indicazione raccolta con somma soddisfazione, intanto perché arriva da un collega importante, esperto di politica e giornalismo: con lui subito grande empatia, presupposto fondamentale per lavorare in perfetta sintonia».

Dai tasti della Olivetti di Ciao 2001 a quelli dei pc, che strada è stata?

«Quella di un ragazzo appassionato che sognava di fare il musicista o lo scrittore, ma che di mestiere cominciò fare il giornalista; a Taranto era complicato coronare questo progetto, così a diciotto anni puntai al bersaglio grosso: insieme con la mia ambizione presi il primo treno per Roma; fortunato, incontrai le persone giuste che mi spinsero a fare subito esperienza: Beppe Caporale, Willy Molco e altri giornalisti dai quali ho imparato i primi rudimenti».

On the road, strada asfaltata, sterrata, sassi?

«Non esistono strade lisce come tavoli da biliardo, ma mi ritengo fortunato, sarei poco onesto se dicessi che è stato un percorso faticosissimo: ho cominciato subito registrando risultati immediati».

 

 

Ciao 2001, bibbia della musica. Un disco, un concerto recensito, altro.

«Periodo di grande entusiasmo fra i miei venti-venticinque anni, con i colleghi dell’epoca mi sono divertito tanto; fra i più belli, uno dei concerti seguiti all’estero, a Zurigo, quello degli Sky, band anglo-australiana con Francis Monkman, Herbie Flowers, Tristan Fry, John Williams e altri. Forse perché è stata la mia prima vera trasferta porto quel concerto nel cuore».

Una intervista ardita, azzardata, quella più riuscita.

«Da non crederci, quella con Dori Ghezzi, che veniva dalla brutta esperienza del rapimento con Fabrizio De André: la feci senza prendere un solo appunto, tanto che i discografici si preoccuparono; tornato in redazione, rassicurai Beppe: “nun te preoccupa’, c’ho tutto in testa”».

La reazione dei diretti interessati.

«Il pezzo uscì dopo un paio di settimane, una volta pubblicato, ricevetti una telefonata a casa: “France’, c’è Fabrizio De André al telefono…”, da non crederci. Il cantautore genovese mi ringraziò e mi dette appuntamento al suo concerto di Roma. Prima che salisse sul palco, andai a trovarlo in camerino: poco dopo arrivò Francesco De Gregori con una bottiglia di whiskey; morale della favola, mezzo bicchiere Francesco, due dita io, che nemmeno bevevo, il resto della bottiglia a Fabrizio».

Che musica era quella di cui parliamo?

«Parlarne al passato mi risulta difficile, perché è quella che continuo a sentire, targata Settanta e Ottanta; spesso scateno i miei figli in polemiche probabilmente giustificate: “Papà, qualcosa dei Novanta, non eh?”. Mi rendo conto, ma l’ultimo disco ascoltato stamattina, per esempio, è “4 Way Street”, live di Crosby, Stills, Nash e Young, che avevo già consumato ai tempi del “Quinto Ennio”, il mio liceo tarantino».

 

 

Bacchettate?

«Nel rileggere le mie recensioni di un tempo, mi riconosco molto severo, forse troppo. Per esempio, Vasco, che io ho amato tanto: “Questo pezzo troppo squadrato, poteva fare meglio…”. Oggi leggiamo troppe recensioni politicamente corrette, all’epoca invece mettevamo il lettore di fronte al gusto del critico musicale: buono o non buono…».

Il vinile preferito?

«Non ci penso su due volte: “Io sono nato libero”, Banco del Mutuo Soccorso, io e il mio caro amico, Egidio Bianchi, lo consumammo: tornato a Taranto, mi spedì la registrazione di quell’album, lo ricordavo a memoria, graffi compresi».

La svolta e l’avventura in Rai.

«Arrivai attraverso la carta stampata, con il Radiocorriere Tv: scoprii così radio e tv, partendo da Rai International, il canale Rai per gli italiani all’estero. Ero appena diventato papà di Arianna, così accettai con entusiasmo».

Riscrivesse la sua storia?

«Avrei provato a fare il musicista, poi lo scrittore, quello del giornalista era il Piano C. Le prime due scelte appartenevano alla sfera dei sogni, quella del cronista, invece, è stato subito un mestiere».

«Compovtamento vipvovevole»

Alain Elkann e il breve racconto estivo pubblicato su Repubblica

Viaggio Roma-Foggia. Il giornalista-scrittore si imbatte in moderni “lanzichenecchi”, ragazzi con smartphone e tatuaggi. Il Comitato di Redazione si dissocia, i quotidiani da QN a Il Fatto, proseguendo con il cliccatissimo Open, criticano l’articolo classista. Poi gli interventi, ironici, di giornalisti e scrittori. Insomma, caro papà di John e Lapo, la sua non si può dire sia stata una buona idea

 

Compovtamento vipvovevole. Come a dire: comportamente riprovevole, ma pronunciato in modo chic. Alain Elkann, giornalista, papà di John e Lapo, sposato per qualche anno con Margherita Agnelli, figlia di Gianni, l’Avvocato, ha combinato un pasticcio. Ha scritto un pezzo, folle, su alcuni «ragazzacci» incontrati in prima classe su un treno Roma-Foggia e da lui definiti «lanzichenecchi» (boriosi mercenari senza arte e né parte menzionati pure nei Promessi sposi di Manzoni) chiedendo che il suo scritto fosse pubblicato su Repubblica (quotidiano che fa parte di uno dei gruppi controllati dal figlio John): detto-fatto. Intanto per ribadire il concetto «lei non sa chi sono io», della serie: «come ti demolisco, se voglio, in due minuti». Figlio di banchieri, sposato con una delle eredi della famiglia italiana più potente, stavolta è voluto uscire dal seminato. Nel senso che fino all’altro giorno, ci pare intervenisse spesso su politica internazionale, ebraismo (papà banchiere e rabbino) e grandi sistemi (non a caso aveva con sé una copia del Financial Times), ma non ci pare avesse scritto articoli di cronaca bianca, come, invece, gli è capitato l’altro giorno. Quando qualcuno sa di detenere il potere, non c’è niente da fare, non riesce a trattenerla: deve farla, foss’anche fuori dal vaso. Sennò a cosa serve essere nato in una famiglia ricca, essersi imparentato con Agnelli, avere un figlio potente e uno più “sportivo”.

 

 

APRITI CIELO

Così, il Quotidiano Nazionale sintetizza, per stralci, l’intervento di Elkann su Repubblica.  Domandandosi, intanto, dove egli abbia vissuto fino ad oggi. Il giornalista e scrittore, si stava recando a Vieste, ospite della kermesse letteraria “Il Libro Possibile”: su Repubblica fornisce una «grottesca rappresentazione dei passeggeri che erano con lui sul treno “Italo” da Roma a Foggia». Il giornalista definisce, si diceva, «giovani lanzichenecchi senza nome» alcuni ragazzi che si stavano recando nel capoluogo dauno: «t-shirt, cappellino da baseball, scarpe Nike – scrive su Repubblica e QN, fra gli altri, lo riporta sulle sue colonne – «tutti con un iPhone in mano», guarda che novità. «Nessuno portava l’orologio; avevano tutti braccia, gambe o collo con tatuaggi». A Roma, senza tanti giri di parole, avrebbero tagliato corto con un sonoro «…e ‘sti c***i?».

Lui invece, indossava «un vestito di lino blu e camicia leggera e aveva una cartella marrone di cuoio con dentro il Financial Times, il New York Times e Robinson, il supplemento di Repubblica». Stava anche finendo di leggere un libro di Proust. Il tutto mentre i ragazzi, altra grande novità, parlavano ad alta voce. «Come fossero i padroni del vagone, non curanti di chi stava attorno». Capita nel mondo dei più giovani.

Sfiora quasi il ridicolo, QN, quando Elkann afferma di aver temuto di aver sbagliato treno: «Non sapevo che per andare da Roma a Foggia si dovesse passare da Caserta e poi da Benevento». In effetti, sotto Roma, che Italia è?

 

 

RAGAZZI TATUATI

Quasi scandalizzato, poi, sente «i giovani parlare di ragazze e di come abbordarle in spiaggia. Sicuramente con toni e termini evitabili, ma nulla di clamoroso. «Loro erano totalmente indifferenti a me, alla mia persona, come se fossi un’entità trasparente, un altro mondo». Evidentemente questi ragazzi non sanno che per affascinare una ragazza è sufficiente telefonare a un fioraio di Interflora e inviare due, tre dozzine di rose. Diamine, chi, oggi, non ha in tasca una card o un biglietto da 500 euro?

Invece delle rose a dozzine, questi ragazzi «parlavano forte, dicevano parolacce, si muovevano in continuazione, ma nessuno degli altri passeggeri diceva nulla». Infine, Elkann: «Arrivando a Foggia, mi sono alzato, ho preso la mia cartella. Nessuno mi ha salutato, forse perché non mi vedevano e io non li ho salutati perché mi avevano dato fastidio quei giovani ‘lanzichenecchi’ senza nome».

Nessuno lo ha salutato, accidenti, ci pensate, come si fa a non riconoscere Alain Elkann? E a non salutarlo, chiedendogli – se non si fosse arrecato troppo disturbo – di portargli la borsa fino a destinazione.

Questo, a sprazzi, l’articolo che ha scatenato numerose reazioni sui social, tutte molto critiche nei confronti della ricostruzione tracciata da Elkann. Fra queste, anche quello del Comitato di redazione di Repubblica, praticamente un autogol.

 

E IL CDR DI REPUBBLICA?

«Questa mattina – scriveva ieri il CdR – la redazione ha letto con grande perplessità un racconto pubblicato sulle pagine della Cultura del nostro giornale, a firma del padre dell’editore. Considerata la missione storica che si è data Repubblica sin dal primo editoriale di Eugenio Scalfari, missione confermata anche ultimamente nel nuovo piano editoriale dove si parla di un giornale ‘identitario’ vicino ai diritti dei più deboli, e forti anche delle reazioni raccolte e ricevute dalle colleghe e dai colleghi, ci dissociamo dai contenuti classisti contenuti nello scritto. Per i quali peraltro – concludono nella nota – siamo oggetto di una valanga di commenti critici sui social che dequalificano il lavoro di tutte e tutti noi, imperniato su passione, impegno e uno sforzo di umiltà».

Scrive Franco Bechis su Open: «Il papà dell’editore di Repubblica, John Elkann, è stato disturbato in treno da un gruppo di adolescenti maschi e chiassosi che ad alta voce discutevano di calcio, di musica e di come rimorchiare le ragazze con linguaggio tutt’altro che forbito ed evidente noncuranza per altri viaggiatori più avanti negli anni e nelle letture che avrebbero voluto passare in ben altro modo quel tempo assai lungo che separa le stazioni ferroviarie di Roma Capitale e di Foggia.

Dal viaggio disturbato è nata una lettera piccata del viaggiatore suo malgrado non solitario, Alain Elkann. Ed essendo il papà dell’editore John scrittore di un certo successo Repubblica ha pensato di accogliere il manoscritto non confinandolo nella scontata rubrica delle epistole, ma nobilitandolo nelle pagine di cultura dell’edizione cartacea di lunedì 24 luglio, fingendo la pubblicazione di un “breve racconto di estate”».

 

 

IL FATTO E’ CERTO

Riprende a sua volta, Il Fatto Quotidiano. «Siamo nel 2023 e ancora facciamo viaggiare Alain Elkann sui treni con i poveri ma che ca**o di paese siamo?”, “La pvima classe pullula di popolani”: le reazioni social all’articolo dello scrittore. Davide Turrini sul Fatto, aggiunge: «L’intemerata classista di Alain Elkann contro i “lanzichenecchi” è diventata presto virale. L’articolessa finita su Repubblica, in cui il papà del padrone del quotidiano medesimo descrive con fastidio un gruppo di adolescenti seduti in prima classe di fianco a lui sul treno Italo, che lo ha portato da Roma a Foggia, ha suscitato su Twitter reazioni di dilagante ilarità come di riflessioni argute e costruttive».

Infine, lo scrittore Paolo Nori, approfitta un po’ come si faceva nella redazione di Cuore con i libri di Eugenio Scalfari: «delle circostanze per pesare Vita di Moravia, di Alain Elkann: pesa 810 grammi». “La durezza del vivere”, account del giornalista Sergio Giraldo, ha accostato i nobili fastidi del casato piemontese grazie ad un semplice ma evocativo cambio di consonanti: «Alain Elkann mentve si appvesta a salive sul tveno pev Foggia, nonostante la pvima classe pulluli di popolani».