Giovani, fuga al Nord

In venti anni, un milione hanno abbandonato il Sud

Un terzo sono laureati. Non ci sono professionisti che possano veicolare progetti. Il meridione rischia di perdere finanziamenti. Non ci sono professionalità ed esperti. Chi matura preferisce fare le valigie. Rabbia e scarse prospettive. Ma il Mezzogiorno proverà a rialzarsi. Analisi e considerazioni della stampa nazionale

 

Fine anno, tempo di bilanci. E quando si parla di giovani e di Sud, insieme, l’argomento è da prendere con le proverbiali molle. Dunque, negli ultimi venti anni un milione di italiani nati o con residenza al Sud, hanno scelto di “salire” al Nord. Motivi semplici, spiegati millimetricamente da statistiche osservate con la lente di ingrandimento.

Più di un milione di persone, si diceva, negli ultimi due decenni ha preferito fare le valigie e trasferirsi dal Sud Italia al Centro o al Nord Italia. Non basta, un terzo dei ragazzi è laureato. E’ il quotidiano “Il Giornale”, autorevolmente diretto da Augusto Minzolini, a pubblicare una statistica a firma Svimez, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno. Bene, anzi, male, perché la Svimez fa la radiografia alla crisi occupazionale al Sud divulgando cifre impietose e preoccupanti in quella che è la puntuale relazione annuale.

In buona sostanza, il Sud rischia seriamente di restare al palo. Rimanere ancora indietro, nonostante l’occasione del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Napoli, città più rappresentativa del meridione racconta di come la divisione fra Nord e Sud, in Italia, sia di quelle importanti. Senza giri di parole: preoccupante. “Se si tiene conto che il valore medio dell’indice di ricambio del personale in Italia – documenta Il Giornale – è pari a 0,65, nel periodo 2007-2018, le distanze si evidenziano per zone geografiche”.

 

E IL SUD ZOPPICA…

E non solo. “Al Centro-nord l’indice è pari allo 0,70, nel meridione si ferma allo 0,58”. Napoli, purtroppo, segna uno dei risultati più negativi: l’indice è dello 0,40. E c’è chi sta peggio, Palermo. Il capoluogo della Sicilia rispetto a quello della Campania  è addirittura appena superiore allo zero. “Il personale pubblico laureato – scrive Il Giornale – poche volte supera il 30% del totale dei dipendenti; a Napoli raggiunge la cifra del 19,60%”. Esiste pertanto il rischio concreto che il Sud resti fuori dai finanziamenti, non avendo quelle competenze progettuali per attingere ai fondi previsti per il rilancio dei territori italiani. L’emigrazione dal Sud verso il Centro-nord degli elementi più formati e più capaci complica l’intero quadro.

C’è anche il Corriere del Mezzogiorno a riprendere l’analisi Svimez, che “propone di rafforzare gli enti locali meridionali, garantendo il supporto di centri di competenza nazionali come Sogei, Invitalia e Consip, in sinergia con gli atenei universitari locali”. Il quotidiano distribuito al Sud con il Corriere della Sera, aggiunge inoltre che “le difficoltà di natura economica dei comuni del sud non rende ottimisti sui programmi da adottare”.

Concludendo, riassumono i due quotidiani che hanno separatamente curato il focus, è evidente che per garantire i servizi base c’è bisogno di aumentare il prelievo fiscale e ciò creerebbe maggiori difficoltà ai cittadini, già messi a dura prova dal Covid-19.

“Come se non bastasse – la conclusione dell’inchiesta – anche le previsioni sulla crescita del Pil, ipotizzate dalla Svimez, confermano il divario del Sud con il resto d’Italia: sono diversi i punti in meno che realizzerà il Mezzogiorno e ciò avrà un effetto-boomerang anche sull’occupazione”. Ultimo dato allarmante, ancora a svantaggio del Sud: circa la metà dei licenziati in Italia è meridionale.

«Da restare senza fiato»

Dayo, somalo, la fuga dalla Somalia, un’operazione delicata

«Non avevo il diaframma, un’equipe medica italiana mi ha restituito il respiro. I miei genitori pensavano fosse la paura del conflitto civile a farmi stare male. Invece, non era così: fuggito dal mio Paese, arrivai in Algeria, poi in Libia. Non avevo più soldi, chiesi di ospitarmi in ospedale: ero allo stremo delle forze, mi sentivo morire…».

 

«Mi mancava il respiro. Proprio così, non riuscivo a respirare bene, era una cosa che mi portavo dietro fin dalla tenera età: i miei genitori dicevano che era dovuto a uno stato d’ansia peggiorato a causa della guerra civile scoppiata nel mio Paese, la Somalia: un esercito contro l’altro, governativo contro opposizione…».

Dayo, che in italiano potrebbe essere paragonato al nostro Felice, prova a raccontare la sua storia. Una paura continua, quella di un respiro profondo, mai assecondato come succede a una persona normale. Spesso chi gode di ottima salute non si ferma a riflettere sul normale che per altri è uno stato eccezionale. Ci vengono in mente ore e ore di educazione fisica a scuola, prima della pandemia. Il professore che scandisce la marcia. Studenti in fila, scarpette da ginnastica e via, prima a passo d’uomo, poi di corsa, uno stop, inspirare ed espirare. Qualcosa che Dayo, quell’inspirare ed espirare, non aveva mai assaporato. Anzi, il suo status lo metteva quotidianamente di fronte a uno spettro, una malattia terribile, di quelle da giorni contati. Una diagnosi che prima o poi gli sarebbe stata fatale. Ma tutto è bene quel che finisce bene. «Fino a un certo punto, però: in Italia ho risorto in parte i miei problemi di salute, ma metti che non trovassi lavoro, una delle condizioni essenziali per restare qui, da voi, mi ritroverei a fare i conti con il rimpatrio e con la mia Somalia ancora in conflitto. E, purtroppo, con i due eserciti in lotta fino all’ultimo sangue a darsele di santa ragione e a non fare sconti a chi si trova a passare dalle parti di un conflitto».

 

QUEL RESPIRO AFFANNATO

Ma andiamo per gradi. Passo indietro, malattia e respiro affannato. «Avevo undici anni quando è scoppiato il conflitto interno fra due eserciti: chi dalla parte del governo, chi contro, insomma i “ribelli”, quelli che non hanno mai condiviso la politica di chi governa considerata violenta. Adolescente, avevo paura che uno di quei colpi sparati da un esercito o dall’altro mi centrasse e, a casa, mi aspettassero inutilmente: mi accorsi che scappando avevo bisogno di riprendere fiato, proprio non ce la facevo. Ho convissuto con questa patologia, così l’hanno chiamata i medici, per anni. Per i miei genitori a provocarmi la cattiva respirazione erano ansia, paura, preoccupazione: tutto mi sarebbe passato non appena certe cose in Somalia si sarebbero aggiustate; anche io mi sarei giovato dalla fine delle ostilità…».

Inspirare ed espirare. Inspirazione, quando il diaframma si contrae; espirazione, quando il diaframma si rilassa. «Purtroppo da visite appena più accurate ho scoperto di essere nato senza il diaframma, avete presente il muscolo che permette ai cantanti di emettere note basse e alte anche in modo prolungato? Bene, io che non ho mai avuto ambizioni da cantante, dunque non compiere virtuosismi legati a questo benedetto diaframma, dovevo sottopormi al più presto ad un intervento chirurgico».

Purtroppo per Dayo nella sua Somalia, non ci sono cure, né ospedali. «Magari gli ospedali ci sono pure, lo stesso i medici bravi, ma in quegli anni nessuno specialista avrebbe potuto dare retta a un ragazzino con la mia patologia: le corsie erano piene di morti e feriti: i primi portati via in barella e seppelliti non lontano; gli altri, i feriti, adagiati anche due per volta sullo stesso letto».

 

CHIEDO ASILO (E LAVORO)

Un atto di coraggio. «Avevo fatto qualsiasi lavoro pur di mettermi da parte un po’ di soldi e pagarmi un viaggio per fuggire prima in Algeria, poi in Libia e lì imbarcarmi per l’Italia e vedere se da voi sarebbe stato possibile curarsi e, con questo, trascorrere una vita decorosa, senza sussulti, senza paura e, soprattutto, senza avere nelle orecchie colpi di fucile o di pistola…».

Finalmente l’Italia, dopo uno di quei “viaggi della speranza”. «Nel trasferimento dalla Libia all’Italia, mi sono ritrovato senza più soldi in tasca: avevo paura e fame; una faceva passare l’altra, ma alla fine mi feci coraggio, mi rivolsi ad un ospedale dove si presero cura di me. Non eravamo in pandemia, mi fossi trovato in questa emergenza per me, come per chiunque altro, sarebbe stato un problema: mi presero in cura; qualche specialista, con l’aiuto di un interprete, mi chiese come avessi fatto a sopravvivere in quelle condizioni: per il personale medico diventai un paziente da curare e allo stesso tempo un caso da studiare».

Poi il miracolo. «Hanno compiuto un intervento delicato, ma alla fine mi hanno restituito il respiro. Ora ho un’altra necessità: trovare un lavoro che mi salvi una seconda volta; non avessi la fortuna di trovarlo, mi toccherebbe tornare indietro, nel mio Paese e cominciare tutto daccapo: una cosa è certa, le condizioni che ancora insistono nel mio Paese, mi toglierebbero di nuovo il respiro».

Taranto, Polo all’idrogeno

Fino a quattordicimila posti di lavoro entro venti anni

Cinquemila nei prossimi dieci, il resto a seguire. Di questo si è discusso ieri al Salina Hotel. Relatori: Livio De Santoli, ordinario Energy management Università La Sapienza di Roma, e Angelo Consoli, presidente Cetri-Tires. Hydrogen Park immaginato all’interno di una strategia che può rappresentare un riferimento per il sistema pugliese. Potenziali utilizzatori finali: le attuali centrali elettriche operanti della zona, vicino depuratore di  Acquedotto Pugliese fornirebbe acqua per l’elettrolisi.

 

Un polo dell’idrogeno, a Taranto, alimentato da fonti rinnovabili potrebbe generare quattordicimila di posti di lavoro nei prossimi 20 anni. E’ il risultato di uno studio accademico sull’utilizzo dell’idrogeno che si pone obiettivi che riguardano energia e mobilità a Taranto e provincia. Il progetto introdotto dall’europarlamentare Rosa D’Amato, è stato illustrato ieri sera al “Salina Hotel”. Relatori: Livio De Santoli, ordinario Energy management Università La Sapienza di Roma, e Angelo Consoli, presidente Cetri-Tires. Moderatore dell’incontro, il giornalista Angelo Di Leo.

L’Hydrogen Park a Taranto, così è stato detto, avrebbe lo scopo di accelerare il processo di decarbonizzazione del  territorio e di riconvertire il comparto industriale in esso compreso mediante la produzione e l’utilizzo del vettore idrogeno.

Un Hydrogen Park necessita di conoscere il potenziale delle aree tecnologiche presenti per attrarre investimenti in relazione alla intera catena del valore dell’idrogeno. In particolare, occorre valutare la fattibilità tecnico-economica della realizzazione degli elettrofuels, temi di frontiera che già oggi impongono un sostegno alla ricerca applicata, soprattutto in aree fortemente industrializzate come Taranto per la raffinazione petrolchimica.

L’Hydrogen Park di Taranto, pertanto, è immaginato all’interno di una strategia dell’idrogeno che può rappresentare un riferimento per il sistema pugliese ed italiano. L’orizzonte temporale dello studio è fissato al 2030 con uno step intermedio al 2024.

 

STUDIO E USI

L’attuale settore di consumo maggiore è quello industriale. Ricopre quasi il 75% dei  consumi  totali,  valore  significativamente  maggiore  rispetto  alla  media  nazionale  (42%). Dalle simulazioni, la richiesta totale di energia elettrica attualmente riferita alla Provincia di Taranto è compresa tra 0.47 e 0,74 GW di potenza. Nel caso in cui non fosse possibile installare una quantità tale di impianti eolici, anche o soprattutto per la lunghezza del periodo di autorizzazione di tali impianti, occorrerà provvedere con almeno 100 MW di fotovoltaico supplementari per un totale di 150 MW.

Si prevede di usare l’idrogeno in settori diversi: trasporto pubblico (autobus), con uno scenario preso in considerazione che si pone come obiettivo la sostituzione di 40 autobus con i nuovi a Fuel Cell. Se ne ricaverebbe un valore di idrogeno annuo necessario alla gestione dei mezzi; trasporto pubblico (treni), con uno scenario che considera la sostituzione dell’intera flotta a trazione diesel dell’unica tratta che prevede l’uso di treni diesel (Taranto-Reggio Calabria) con nuovi treni a Fuel Celltrasporto pesante su gomma, in quanto nella provincia di Taranto è possibile stimare il quantitativo di idrogeno da destinare a rifornimento di mezzi pari a quaranta camion a lunga percorrenza; diesel di sintesi, utilizzato nel settore navale di piccolo cabotaggio. Questo utilizzo risulta quasi la metà di tutti gli interventi ipotizzati nell’ambito del trasporto; miscelazione nella rete del gas, per l’utilizzo di idrogeno in blending con il gas naturale, quasi esclusivamente rivolto al greening del settore del riscaldamento degli edifici, risulta necessario immettere in rete il 77.2% del totale di idrogeno che si stima di produrre annualmente. Il costo complessivo per gli usi finali dell’idrogeno ipotizzati risulta pari a 56.6 milioni di euro.

 

FATTIBILITA’ E OCCUPAZIONE

L’impianto previsto a Taranto riguarderebbe una vasta superficie (anche in area SIN)  e verrebbe utilizzata la pipeline di Snam per utilizzare in forma blended l’idrogeno prodotto. I potenziali utilizzatori finali dell’idrogeno potrebbero essere, ad esempio, le attuali centrali elettriche operanti della zona. Il vicino depuratore di  Acquedotto Pugliese fornirebbe acqua per l’elettrolisi.

A  titolo  di  esemplificazione,  investendo un  milione  di  euro nell’industria tradizionale si crea un posto di lavoro. Se lo si investe nel settore energetico tradizionale si creano ottpo posti di lavoro. Se lo si investe, invece, nelle tecnologie della decarbonizzazione si ottengono venticinque posti di lavoro. Con  gli investimenti  sull’idrogeno  verde,  ipotizzati  nello studio presentato ieri a Taranto, come prima approssimazione sono stimabili cinquemila posti di lavoro aggiuntivi al 2030, tenendo conto anche della maggiore disponibilità di risorse nei settori indotti e la necessità di percorsi formativi ad alta professionalità.

Considerando inoltre 50 MW di elettrolizzatori da installare a Taranto entro il 2030 (200 milioni di investimenti) e prendendo atto di una intensità occupazionale dell’idrogeno vicina a quella delle rinnovabili  (con 15 posti di lavoro a milione di euro investito) a Taranto questo settore dovrebbe  creare  intorno  a i quattromilacinquecento/cinquemila posti di lavoro entro  il  2030.  Con una punta stimata di quattordicimila posti di lavoro in venti anni.

Questa l’ipotesi di Polo dell’idrogeno a Taranto alimentato da fonti rinnovabili. Quattordicimila posti di lavoro nei prossimi venti anni. Lo studio accademico sull’utilizzo dell’idrogeno che si pone obiettivi che riguardano energia e mobilità a Taranto e provincia, è incoraggiante. Come i numeri occupazionali dei quali la provincia avrebbe più che mai bisogno.

«Ho parato la distrofia!»

Astutillo Malgioglio, “numero uno” nel sociale

Lunedì diventa Cavaliere della Repubblica. Premiato per il suo impegno a favore dei bambini affetti da distrofia. Centinaia di gare da professionista, ma il suo pensiero dopo gli allenamenti andava ai suoi pazienti. Un giorno, il suo compagno all’Inter, Jurgen Klinsmann, colpito dal suo straordinario lavoro gli staccò un assegno di settanta milioni di lire…

 

La storia di Astutillo Malgioglio è una grande storia. Lui stesso, sua moglie Raffaella, sono grandi. E bene fanno a raccontarne le gesta, in questi giorni, quotidiani come il Corriere della sera e Il Fatto, che riprendono la nomina dell’ex portiere di Roma, Lazio e Inter, a Cavaliere della Repubblica «per il suo costante e coraggioso impegno a favore dell’assistenza e dell’integrazione dei bambini affetti da distrofia».

E come se avesse parato cento rigori tutti d’un fiato. Anzi, Astutillo, che ai collezionisti di figurine e ai più attenti “ascoltatori” di calcio, non passa inosservato quantomeno per un nome singolare, quello più impegnativo. Un pallone afferrato con le unghie e con i denti, e sferrare un calcione a una ipotetica sfera per allontanare il più lontano possibile una sciagura come la distrofia muscolare.

La storia di Astutillo. Straordinaria. Prima che ne parli lui stesso, attraverso dichiarazioni rilasciate alla stampa, è bene fare un passo indietro. Uno che gioca al calcio, in squadre professionistiche, è baciato dalla fortuna. Intasca stipendi importanti, potrebbe vivere nel lusso, ma al nostro eroe, quello dello scialacquare danaro non fa per lui. Viene folgorato da una, due, tante storie di persone sfortunate. Continua a fare il suo mestiere, a parare, ma la sua testa dopo il campo è ad una palestra, quella che ha visitato e gli cambierà la vita.

 

UN “GRAZIE”, AL PRESIDENTE…

Dunque, l’onorificenza al Merito che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella conferirà lunedì 29 novembre all’ex portiere di Roma, Lazio e Inter Astutillo Malgioglio. Astutillo Malgioglio ha sessantatré anni, ha giocato anche con Brescia, Pistoiese, per terminare il percorso sportivo all’Atalanta. Ma il portiere spesso scosso da opinioni esecrabili di tifosi, dirigenti e compagni di squadra, nel sociale raccoglie i successi più importanti della sua vita. Poco riconosciuto dal mondo del calcio, finalmente il Quirinale lo premierà per il suo impegno costante e coraggioso a favore dell’assistenza e dell’integrazione dei bambini affetti da distrofia.

Tutto accade nel ’77. Convinto da amici, Malgioglio fa visita a un Centro per bambini cerebrolesi. «Mi impressionò la loro emarginazione – racconta al Fatto Quotidiano – l’abbandono, il menefreghismo della gente; fu un’emozione fortissima, un pugno nello stomaco. I miei genitori si sono sempre impegnati nel sociale e mi avevano già insegnato il rispetto e la solidarietà verso gli altri, ma quel giorno tutto mi apparve chiaro».

Parallelamente al calcio, il portiere porta avanti gli studi e si laurea in Medicina ed è il 1980. Azeglio Vicini, grande tecnico della Nazionale, lo vuole nell’Italia Under 21, vice di Giovanni Galli. Quella chiamata potrebbe cambiargli la vita professionale, ma lui, Astutillo, ha nella testa calcio e sociale: parla con la moglie Raffaella. Ecco perché grande anche lei. Le mogli, le compagne dei calciatori spesso sono distratte dalla vita mondana, non hanno troppo tempo per guardarsi intorno. Raffaella si guarda dentro. Così, insieme con il marito decide di studiare una soluzione per quei bambini. «Acquistammo i macchinari e aprimmo a Piacenza un centro per la riabilitazione motoria dei bambini. Chiamai la palestra “Era77”, dalle iniziali del nome di mia figlia Elena nata nel 1977, di mia moglie Raffaella e del mio. Offrivamo terapie gratuite ai bambini disabili. Li aiutavamo a camminare, a muoversi da soli».

Per lui la vita non è solo una palla di cuoio. «Quello pensa agli handiccapati anziché parare», gli dice qualcuno. «In tutta la carriera – risponde a queste provocazioni – non ho mai saltato un allenamento: ero uno di quelli che si definiscono “professionisti esemplari”».

 

…E A LIEDHOLM, ERIKSSON E TRAP

Dopo un’esperienza al Brescia, lo chiama la Roma. Niels Liedholm, tecnico svedese, un signore, lo autorizza ad usare la palestra di Trigoria per assistere i suoi ragazzi. Seguirà l’esempio di Liedholm anche Eriksson, tecnico di Roma e Lazio. Nella capitale, purtroppo, una certa frangia di tifosi lo contesta aspramente. «Se stai sempre con gli handicappati, quando pensi al pallone?», gli rimproverano. La storia con la Lazio finisce male.

Finalmente arriva l’Inter di Giovanni Trapattoni. Cinque anni felici. «Con gli ingaggi dell’Inter rinnovai la palestra con attrezzature all’avanguardia; i ragazzi venivano da tutta Italia per fare rieducazione nel mio centro: allenamento al mattino ad Appiano, al pomeriggio lavoro nel mio Centro, a fare terapia con i disabili. Dicevano che questo impegno mi distraeva, invece a me dava una carica straordinaria». Un giorno porta con sé un compagno di squadra, Jurgen Klismann, che resta impressionato dal lavoro e dalla passione che Astutillo mette con i suoi ragazzi. Il grande attaccante di Inter e Germania gli staccherà un assegno da 70 milioni di lire.

Finita una carriera brillante, per mancanza di fondi chiude la sua palestra. «Offrivo assistenza gratuita, e il denaro per un’idea del genere, l’unica possibile, non lo avevo più, così ho regalato i macchinari; finché ho potuto, raggiungevo i pazienti a domicilio». «Ma ora ho ripreso ad aiutare gli altri, sempre con mia moglie Raffaella e sono molto felice – ha dichiarato al Corriere della Sera – di mettere a disposizione la mia e la sua esperienza. Io ho sempre usato le mani, il Signore mi ha dato questo talento e continuo a farlo…».

Oggi, scrive Corsera, Malgioglio è ancora in attività. L’ex portiere, Cavaliere della Repubblica, sviluppa progetti di sporterapia e continua a battersi per l’integrazione nello sport fra disabili e normodotati. Roba da presidente, altro che cavaliere.

Città vecchia in allegria

“Vicoli in festa” e l’Isola torna a sorridere

Come restituire con verde, fiori e fantasia anima e bellezza a uno degli angoli più belli di Taranto. La collaborazione con un’azienda del territorio, la collaborazione di associazioni e cittadini. «Vedere tante iniziative riempie il cuore di orgoglio e gioia», ha detto il sindaco Rinaldo MelucciVICOLI COPERTINA 3 - 1Dare colore e slancio alla Città vecchia. E’ stato questo l’obiettivo di una delle tante iniziative che circolano da tempo a Taranto. Nessun quartiere escluso, anche se “Vicoli in Festa”, una delle ultime iniziative condotte in porto dall’Amministrazione comunale Melucci, è stata indirizzata all’Isola.

Uno dei gioielli di Taranto, la Città vecchia, appunto, è stato al centro di una brillante idea che ridà il sorriso a stradine, vicoli, cortili, angoli con tanto verde e il colore dei fiori a dare allegria a un intero quartiere che può contare su un concreto rilancio.

“Vicoli in Festa”, dunque, il programma di iniziative che, voluto e sostenuto dal sindaco Rinaldo Melucci e dalla sua Amministrazione, ha visto insieme cittadini, associazioni e aziende del quartiere, unite tutte insieme per rendere più accogliente e, si diceva, colorata la Città Vecchia.

L’idea dell’assessore all’Ambiente Paolo Castronovi, trova la collaborazione di un’azienda, “Verdidea”, che non si è fatta ripetere due volte l’incoraggiante invito. Così verde, fiori, colori e fantasia e la Città vecchia si è accesa in tutta la sua bellezza. L’azienda che si occupa della manutenzione del verde urbano, ha colto l’occasione per manifestare la sua professionalità realizzando in questi giorni installazioni naturali decorate con i caldi colori dell’autunno. VICOLI COPERTINA 4 - 1ASSOCIAZIONI, CITTADINI…

Dopo l’attività che ha fatto il suo in lungo e largo, è toccato a cittadini e associazioni, che spontaneamente, poco dopo, hanno organizzato una serie di laboratori, visite guidate e iniziative varie.

Orgoglioso di un’animazione territoriale dal basso che l’Amministrazione intende valorizzare e incentivare, il sindaco Rinaldo Melucci che in questi giorni ha rilasciato una breve dichiarazione agli organi di informazione. «Dopo il successo del numero zero di “Vicoli in Festa” – ha dichiarato il primo cittadino – faremo in modo che una iniziativa che ha registrato un simile successo prosegua anche durante le prossime festività».

E’ solo l’inizio. «Siamo convinti – ha ripreso Melucci – che altre associazioni e altri cittadini si uniranno insieme per arricchire ulteriormente il programma di iniziative di “Vicoli in Festa”, che evidentemente non finisce qui. Vedere tante iniziative tra le strade e i vicoli della Città Vecchia riempie il cuore di orgoglio e di gioia».

«Il recupero e la valorizzazione del nostro meraviglioso Centro storico – ha concluso il sindaco – sono un obiettivo perseguito con determinazione dedicandogli un’attenzione crescente. È un processo di rigenerazione urbana che non può che passare attraverso il coinvolgimento di cittadini e associazioni del quartiere».