«Puglia, amore mio»

Donato Ciletti, dal successo con i Profeti alle canzoni in osteria

«Ho sempre fatto quello mi andava di fare, canto per gli amici e i clienti del locale di un amico». Lontani i successi discografici con il suo complesso musicale e il contratto con la CBS. «Compravo auto alla moda, una per colore, ho fatto il ragioniere per papà, ma il richiamo della musica, anche solo chitarra e voce, mi ha sempre rapito…»

foto pagina Facebook di Donato Ciletti

foto pagina Facebook di Donato Ciletti

«Un amico comune ci ha presentati, così la sera canto nella sua osteria: il titolare del locale è un bel tipo e tanto basta…». Donato Ciletti, oggi settantasei anni, pugliese di Orta Nova, da piccolo insieme con la famiglia trapiantato a Milano, fondatore dei Profeti. Con Renato Brioschi (a suo tempo Renato dei Profeti, «Lady Barbara»), Donato fonda una delle formazioni musicali più amate. Una sera decide di raccontarsi a Gianni Messa, giornalista di Repubblica che raccoglie la sua bella storia. Una di quelle che insegnano, lasciano il segno. Ciletti, conosciuto ai tempi del colosso Warner, con cui firmò un contratto, partecipò come solista a un Festival di Sanremo. Era il ’78, in quella edizione sfondarono Anna Oxa e Rino Gaetano.

Una storia che comincia negli Anni Cinquanta. Milano, comunque il Nord, è uno degli obiettivi di chi “sale” dal Sud. «All’esterno degli edifici e delle pensioni – ricorda Ciletti – erano esposti quei brutti cartelli di cui tanto si parla ancora oggi “Non si affitta ai meridionali”». Per dirla alla De Crescenzo, rispetto a certi episodi di razzismo nei confronti dei neri che arrivano dall’Africa in cerca di lavoro e speranza, «siamo tutti a sud di qualcuno». Anche lo stesso Ciletti, che regala la sua storia a Messa e ai lettori di Repubblica, quando parla del nostro sud, involontariamente lo fa da “milanese”. «Quando scendo e arrivo nei pressi del Gargano, mi batte forte il cuore», racconta. Scendere e salire, una cosa che fa sorridere. Il nord è su, il sud è giù. «Ma il mio è un atto d’amore – confessa l’artista – amo la mia Puglia come la nostra cucina». Quando gli chiedono la sua hit gastronomica, non tentenna un solo attimo. «Crudo di mare, pasta al forno, pesce alla brace e “brasciole”».

DENTRO LA STORIA

768-800x700Ma entriamo nella storia di Ciletti, dal Festival all’osteria. «Di mezzo un bel po’ di successi e un addio, quello di Renato con cui fondai i Profeti: alla CBS, casa discografica dei Santana e dei Pooh, tanto per intenderci, non piaceva il nostro nome di origine, i Sonars, e allora, pur di firmare un contratto, accettammo».

«Fu subito successo – riprende Ciletti – nonostante Renato ci avesse appena lasciato per inseguire il suo successo solistico ad un Disco per l’estate vinto con “Lady Barbara”: guadagnavo un sacco di soldi, ce la godevamo un po’ tutti, io compravo eleganti Citroen verniciate di colori diversi, lui moto; poi ci sciogliemmo come accadde ad altre formazioni musicali, io continuai a scrivere, cantare, andai appunto a Sanremo: scrivere, suonare e cantare è stato sempre il mio passatempo preferito. E se oggi non sento nemmeno gli anni che mi porto addosso, credo sia merito di questo mestiere, esercitato davanti a dieci, cento, mille persone: è il mio elisir di lunga vita…».

Dunque, l’osteria. «Non lo faccio per lauti guadagni, il momento è quello che è, ma perché il titolare del locale è una persona a modo, uno che mi lascia campo libero: se una sera non mi andasse di cantare, preferendo stare seduto al tavolo a chiacchierare con amici, non mi dice nulla; ai clienti mostra con orgoglio le copertine di quei tempi, uno di quelli in foto sono io…». Fra i successi fine Anni Sessanta, “Ho difeso il mio amore”, “Gli occhi verdi dell’amore”, “La mia vita con te”, “Non si muore per amore”. Dopo l’addio di Renato, il primo posto nella Hit parade radiofonica condotta da Lelio Luttazzi con “Era bella”, poi il successo al Festivalbar di Vittorio Salvetti con “Io perché, io per chi”.

AI MERCATI GENERALI…

R-3225603-1478886742-9754Non si può dire, insomma, che Donato non abbia avuto il suo momento di celebrità. «Milano insegna: forse ti dà regole non scritte, se le rispetti vivi bene: canto e suono, la chitarra fu un primo regalo che mi fecero, papà non aveva paura del salto nel buio si rimboccò le maniche, cominciò a vendere frutta e verdura come ambulante; non ci faceva mancare niente, educazione compresa». Come prese la sua scelta musicale. «Venne in un locale di Viareggio a sentirmi insieme con il complesso musicale di allora, cantai “Il mondo” di Jimmy Fontana, la gente esplose in un grande applauso a fine canzone e papà venne a complimentarsi, fu la sua benedizione».

Più avanti papà cresce commercialmente. «Apre un’attività ai Mercati generali, gli faccio da amministratore, ma quella vita non fa per me, così al primo vero richiamo della musica, torno a cantare: i locali in quegli anni pagavano bene, cantavo e suonavo quello che mi andava di cantare e suonare, meglio di così…».

Uno dei tanti episodi raccontati a Repubblica. «Un ingaggio generoso per cantare ad un matrimonio – ricorda Ciletti – un signore in un elegante gessato mi consegnò un pacco di soldi, più di un milione di vecchie lire, sulla fiducia: senza contratto, solo una stretta di mano, quelle che non puoi e non devi disattendere».

Milano vicino l’Europa, ma la Puglia è sempre la Puglia. «Anche se avevo nove anni quando sono “salito” – spiega il cantautore – non so come, mi è rimasto, indelebile, quel forte legame con la mia terra, le mie origini: torno quando posso, ed è sempre un bel tornare…».

«Taranto nel cuore»

Rocco Papaleo, il teatro, il suo film più bello

«“Cozza tarantina” a parte, celebre battuta in un film di Checco Zalone, qui ho girato “Il grande spirito” diretto da Sergio Rubini». L’attore lucano parla di “Peachum” in teatro, ma ricorda anche le riprese realizzate in città. «La pandemia non ha premiato quella pellicola come invece avrebbe meritato». «Le tavole del palcoscenico sono il luogo della costruzione, il grande schermo la celebrazione dell’attore», dice il protagonista di uno dei titoli della Stagione teatrale di prosa

Claudio Frascella

«Cosa mi lega a questa città, Taranto: della “cozza tarantina” diventata un tormentone grazie al film di Checco Zalone, “Che Bella giornata”, nel quale interpreto suo padre, mi piace ricordare il teatro Orfeo, il Tatà, belle esperienze: poi il mio più bel film…».

Breve pausa. Rocco Papaleo è così, non parla di corsa per non offrire il fianco ad interventi che interrompano un concetto. E’ il suo ritmo naturale al quale non pensa nemmeno minimamente di rinunciare. E’ nel foyer del teatro comunale “Fusco”, con il cast incontra il pubblico, modera la giornalista Monica Caradonna, introduce il direttore, Michelangelo Busco. Papaleo è il protagonista di “Peachum: un’opera da tre soldi”, uno dei titoli della Stagione invernale di prosa del “Fusco” e spin-off di una delle opere teatrali più avvincenti di Bertolt Brecht, autore, regista, interprete Fausto Paravidino.

foto Aurelio Castellaneta

foto Aurelio Castellaneta

Dunque, il suo più bel film e Taranto.

«Ho girato proprio qui il mio più bel film, “Il grande spirito”, diretto da Sergio Rubini: non ci fosse stata di mezzo la pandemia questo titolo avrebbe avuto un’accoglienza più generosa nelle sale cinematografiche, ma è andata così e se sto qui a parlarne a tre anni di distanza, vuol dire che quello è stato il film al quale tengo di più, per il personaggio interpretato, se permettete la mia prova d’attore magistralmente diretto da Rubini…».

E, allora, insistiamo sul profilo impegnato. Cosa c’entra lei con il teatro “serio”?

«E’ una risposta che non riesco a dare: tutto quello che faccio in ambito teatrale, televisivo o cinematografico, è serio, nel senso che ci metto il massimo dell’impegno; pertanto non cambia l’approccio, prendo sul serio questo gioco che mi è stato concesso di realizzare».

foto Aurelio Castellaneta

foto Aurelio Castellaneta

Mai interpretato, nemmeno per gioco, un ricco borghese, come le capita per “Peachum”.

«I personaggi che ho deciso di interpretare cucendomeli addosso, in effetti, non hanno mai avuto questa cifra; forse piccolo-borghese, un insegnante piuttosto che un prete, per il resto film minori nei quali non sono stato chiamato a dare questa profondità».

Cosa significa rinunciare alla comodità di fare del cinema, nel senso che la location è quella e non si prevedono eccessivi spostamenti rispetto a un tour teatrale.

«Mi conoscono come interprete cinematografico, ma ho provato spesso ad alternare questa mia attività con quella teatrale: il teatro è la condizione nella quale si matura, ti consente di evolvere in un lavoro nel quale c’è sempre da imparare, proprio per il numero di prove, confronti che portano a discutere, lavorare sulla parola compiendo un lavoro artigianale che il pubblico condivide sera dopo sera: le tavole del palcoscenico sono il luogo della costruzione, il grande schermo la celebrazione dell’attore».

Non sei autore e regista, che effetto fa essere diretti?

«Sono partito lasciandomi guidare, ma Paravidino vuole che durante il percorso si lavori su alcuni meccanismi sulla definizione di quello che io e i colleghi interpretiamo; all’inizio ero più guardingo, ho cercato di assumere una modalità, uno stile che successivamente ho assorbito dando anche qualcosa di mio, comunque sempre organico al progetto».

«Santità, ecco Mozart»

Papa Francesco in un negozio di dischi a Roma

Una improvvisata in un’attività del centro. «Una grande emozione, da cardinale era nostro cliente, poi lo abbiamo perso di vista, diciamo così…», la titolare di “Stereosound”. Dalla Santa sede raccontano che Bergoglio spesso sorvola sul protocollo. In altra occasione aveva comprato scarpe e occhiali. Il cinema di Anderson e Moretti aveva raccontato sortite non proprio simili

Non è la prima volta che papa Francesco esce da Città del Vaticano per fare shopping. Sia chiaro, non con carrello e mascherina in fila in un supermercato della capitale. Lo ricorda una nota della stessa Santa sede che specifica sortite simili, aiutando addirittura la stampa nazionale e internazionale a far passare il concetto di Uomo fra gli uomini. Stavolta, papa Bergoglio, si è recato in un negozio di dischi, come ci è capitato qualche volta. Come uno di noi è entrato in questa attività commerciale, “Stereosound”, ci ha spiegato il Corriere della sera, per salutare titolare e dipendenti, lui che ai tempi in cui era cardinale e di passaggio a Roma spesso, proprio lì, acquistava incisioni di esecuzioni di Mozart.

Nel cinema già due titoli, in modo totalmente diverso, avevano avanzato ipotesi su come potesse essere una scappatella del Santo padre fra le strade di Roma. “L’uomo venuto dal Cremlino”, film americano del ’68 interpretato da Anthony Quinn diretto da Michael Anderson e “Habemus Papam” con Michel Piccoli diretto da Nanni Moretti. Nel primo, Quinn, interpreta un arcivescovo prigioniero in un gulag dell’allora Unione sovietica, ispirato a una storia vera, tanto che per liberare un rappresentante della chiesa greco-cattolica ucraina intervennero a più riprese Papa Giovanni XXIII e il presidente americano John Kennedy; nel secondo, Piccoli, ha un attacco di panico tanto da fuggire per le strade della capitale fra lo sconcerto generale.

Fonte Facebook Francesco Bergoglio

Fonte Facebook Francesco Bergoglio

DUE SORTITE AL CINEMA…

Entrambi girano per Roma in abiti più o meno civili, quasi volessero vedere di nascosto che effetto fa. Quinn dà un tratto politico, Piccoli un segno psicologico. E Francesco? Jorge Mario Bergoglio è l’Uomo fra gli uomini. In passato ha tirato le orecchie a qualcuno, dato uno strattone a una fedele che lo aveva assalito. Cose così, facendo conoscere quello che è il lato umano di un papa, che deve manifestare, se possibile, il suo tratto semplice, di persona che qualche volta può concedersi mezz’ora fuori dal comune.

Dalla Città del Vaticano hanno ricordato che a papa Francesco era capitato di uscire dalla Santa sede, accompagnato per acquistare scarpe ed occhiali. Stavolta si è trattato di dischi. Bergoglio si è concesso un’altra uscita privata fuori le mura, questa volta per recarsi in un negozio di musica, “Stereosond”, in via della Minerva, accanto al Pantheon. Uno dei primi a notarlo, il vaticanista spagnolo Javier Martínez-Brocal, direttore dell’agenzia “Rome Reports”, che trovandosi proprio lì, per strada in quel momento, ha filmato l’uscita di Bergoglio dal negozio con un disco sotto un braccio. Immagini postate su twitter e giro del mondo, aperture di notiziari, tg e prime pagine sulla stampa, con buona pace della titolare del negozio che ne ha ricavato un po’ di pubblicità che di questi tempi non può che far bene.

SANTITA’, GRANDE COMPETENZA

La titolare di «Stereosound», infatti, ha spiegato al Corriere della sera che è stata un’emozione immensa, una visita a sorpresa. «Il Santo Padre – ha dichiarato la donna – è appassionato di musica ed era già nostro cliente, anni fa, quand’era ancora cardinale e passava per Roma; poi, ovviamente, non lo abbiamo più visto. E adesso è venuto a trovarci, per salutarci. Con che disco è andato via? Con un disco di musica classica che gli abbiamo regalato volentieri».

Papa Francesco non ne parla, ma pare sia un ascoltatore competente. A padre Antonio Spadaro, nella sua prima intervista a “Civiltà Cattolica”, aveva dichiarato: «In musica amo Mozart, ovviamente. Quell’Et Incarnatus est della sua Missa in Do è insuperabile: ti porta a Dio! Amo Mozart eseguito da Clara Haskil. Mozart mi riempie: non posso pensarlo, devo sentirlo». Altroché, grande competenza Santità. «Beethoven – aveva infatti dichiarato ancora a padre Antonio Spadaro – mi piace ascoltarlo, ma prometeicamente. E l’interprete più prometeico per me è Furtwängler. E poi le Passioni di Bach. Il brano di Bach che amo tanto è l’Erbarme Dich, il pianto di Pietro della Passione secondo Matteo. Sublime. Poi, a un livello diverso, non intimo allo stesso modo, amo Wagner. Mi piace ascoltarlo, ma non sempre. La Tetralogia dell’Anello eseguita da Furtwängler alla Scala nel ’50 è la cosa per me migliore. Ma anche il Parsifal eseguito nel ’62 da Knappertsbusch».

«Dal calcio al bar…»

Paolo Baldieri e il coraggio di cambiare mestiere

«Mi sono ritirato a trentadue anni, fra Roma e Lecce le mie soddisfazioni professionali. Non avevo più stimoli, mi sono ricostruito una vita. D’accordo con mia moglie e i miei figli ho lasciato la capitale e trasferito in Salento. Affascinato da Paolo Rossi, poi da Falcao e Conti, ma soprattutto dalla pesca e dal caffè e dal gelato…». Storia di un’ala veloce come poche, leale con se stesso e gli altri

Essere onesti con se stessi, poi con chi ti sta intorno. Questo è stato in campo e fuori dal perimetro di gioco Paolo Baldieri, attaccante, fulmine di guerra di una Roma scudettata, poi di un buon Lecce, una squadra e una città che col tempo lo hanno sedotto del tutto. Dopo aver abbandonato il calcio, si è dedicato al suo passatempo preferito, la pesca, poi alla compravendita immobiliare, infine il commercio. Come a dire “non si vive di solo calcio” e, se si sta bene con se stessi, ci si può meglio relazionare anche con gli altri. Lascia prima la Roma, poi la città. Come accade il più delle volte ai calciatori professionisti, in questo caso porta con sé l’intera famiglia. Moglie e figli, nonostante fossero legati alla capitale dove lo stesso Paolo aveva compiuto i primi palleggi da promessa a professionista, lui nativo di Ladispoli. Bella, esemplare la sua storia raccontata in rete, ai siti new.italia-24.com, ilposticipo.it, goal.com e via di questo passo. Una storia utile a chiunque, specie quando per dieci brillantissimi anni sei stato sotto i riflettori e ad un certo punto si «spengono le luci e tacciono le voci». Insomma, c’è vita anche dopo i trenta. E se hai la testa sulle spalle, come Baldieri, le cose vengono più facili anche quando riponi la maglietta nel cassetto.

L’onestà, innanzitutto. «A trentadue anni non mi sentivo più utile alla causa, o meglio non ero più completamente soddisfatto». Sarà stata una velocità che cominciava a battere appena un colpo a vuoto, un calcio che cominciava a cambiare, Paolo incassa un «Ma sei matto?» dalla moglie. In realtà avrebbe potuto giocare ancora due, anche tre anni, magari limitando il suo raggio d’azione. «Volevo essere sempre al top, nella Roma di Liedholm, non ero titolare, ma quando entravo davo fastidio agli avversari, non ce n’era per nessuno, ero così veloce che i difensori diventavano matti».

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QUELLA VOLTA PAOLO ROSSI…

Poi, dopo il fascino esercitato da un piccolo-grande Paolo Rossi che all’Olimpico fulmina la “magica” con tre sberle, la voglia di provarci. «Il bello di non vivere proprio nella capitale, ma in una cittadina ad un soffio dalla Città eterna, è quello di disporre spazi, campetti, giocare anche tre partite in un solo pomeriggio: così è stato, dunque Liedholm, gli allenamenti con Falcao, Conti e Di Bartolomei, i migliori insegnanti di calcio».

A Lecce diventa una bandiera, ricambia l’affetto dei tifosi salentini. «Tanto che finita la carriera, dopo aver giocato qualche annetto qua e là, decido che Lecce doveva diventare il mio quartier generale: rispetto alla capitale, trovo questa città a misura d’uomo, la mia famiglia ha condiviso».

Scelta coraggiosa, racconta Baldieri. «Volevo dedicarmi alla pesca, cosa che ho fatto per tre anni: farlo con la canna è una sfida ad armi pari e poi ti aiuta a riflettere, in una sola parola, a crescere. Mi dedico alla compravendita di immobili, una volta ristrutturati li rivendo, poi il mercato registra una flessione e penso al commercio».

E IL CORAGGIO DI CAMBIARE GIOCO

(Wikipedia)

(Wikipedia)

Uno che è veloce nel gioco e nel pensiero, ci mette un amen a cambiare “fascia”. Mercato immobiliare a singhiozzo? Bene, ecco un esercizio nel quale si può gustare un bel gelato, sorseggiare un buon caffè. «Ricomincio – spiega Baldieri – sono il primo a dare l’esempio, a ordinare io tavoli, a scaldare la macchina del caffè, a far partire la macchina per fare un gelato che sia il top”. Ossessionato dalla perfezione e dall’onestà. Il gelato e il caffè devono essere il meglio, come quando scendeva sulla fascia con i colori giallorossi della Roma in una ventina di gare importanti e oltre un centinaio con quelli del “suo” Lecce. “I miei figli hanno condiviso la mia scelta, mi seguono, sono fiero di aver insegnato loro che il lavoro e l’onestà pagano: per arrivare al massimo mi allenavo scrupolosamente, quando ho pensato che non potevo più fare strappi e dare metri ai difensori, mi sono guardato intorno, dato un periodo di riflessione e ricampionato il mio futuro, non più con le scarpette, ma con la testa e con il cuore: il commercio e la città giusti».

Oggi Baldieri è un commerciante attivo, rispettato, stimato. Un esempio per i suoi ragazzi, ma anche per la sua clientela con la quale si ferma a parlare di quello che è stato il calcio e quello che poteva essere. Uno che si è cucito sul petto uno storico scudetto di cose da raccontare deve averne a non finire. E poi, se finissero le storie di calcio, ci sarebbero ancora quelle di vita. La pastura, la canna, gli ami da usare, gli immobili, le case una consulenza che non si nega a nessuno. E il gelato. «Se il cono e il gusto sono invitanti, ci sta un peccato di gola…».

La scomparsa di David Sassoli, presidente dell’Unione europea

Addio al volto del’Accoglienza

Deluso dai Paesi dell’UE nei confronti dei profughi alla ricerca di riparo da guerre civili, persecuzioni politiche e fame. «Non una sola nazione si è fatta avanti per offrire accoglienza ai richiedenti asilo». Vicedirettore del Tg1, era ricoverato nel reparto di Oncoematologia dell’Istituto di Aviano. Colpito da un tumore del sangue si era sottoposto a un trapianto di midollo

Deluso. Non c’è aggettivo così elegante che lo stesso avrebbe utilizzato, rispettoso della correttezza dialettica, a proposito del totale disinteresse dei Paesi dell’Unione europea nei confronti dei profughi (con particolare riferimento a quelli afrghani) che cercavano e cercano riparo da guerre civili, persecuzioni politiche e fame. Purtroppo in questi giorni abbiamo dovuto dire addio al volto dell’accoglienza, quello di David Sassoli, giornalista e, nel momento in cui è venuto a mancare, presidente del Parmaneto europeo.

«Per avere una vera politica di sicurezza e di difesa comune – aveva ripetuto – dobbiamo anche fare un passo avanti ambizioso e prendere in considerazione il voto a maggioranza qualificata nel Consiglio ogni volta che sia possibile». Una posizione netta, senza “se” e senza “ma”, alla faccia dei cerchiobottisti che spesso trattano con le opposizioni. La posizione di Sassoli, già vicedirettore del TG1, era stata netta. Deluso dalle conclusioni del Consiglio Affari interni, l’organo deputato alle politiche comuni e di cooperazione dell’Unione Europea, aveva segnalato una imbarazzante anomalia, come il vedere Paesi fuori dall’Unione europea farsi avanti per offrire accoglienza ai richiedenti asilo afghani, senza assistere ad un solo Paese membro fare altrettanto. Nessuno, aveva indicato Sassoli senza prenderla larga, ha avuto il coraggio di offrire rifugio a coloro ancora in pericolo di vita. Aveva invitato a non far finta che la questione afghana non ci riguardasse, in quanto avevamo condiviso obiettivi e finalità.

Sassoli era ricoverato nel reparto di Oncoematologia dell’Istituto Tumori Friulano ad Aviano. Era stato colpito da un tumore del sangue e sottoposto a un trapianto di midollo. Per questo motivo lo scorso 26 dicembre era stato trasferito proprio ad Aviano: le sue condizioni si erano aggravate dopo un’ultima ricaduta durante il periodo di Natale («sono stato colpito da una brutta polmonite da legionella», confessò a novembre).

Molti “no vax” hanno compiuto speculazioni hanno speculato persino sulla sua morte. Lo staff di Sassoli aveva anche risposto indignato al solito sciacallaggio a proposito di deliranti malevolenze su Covid e altro diffuse in rete, ma rispettando la volontà dello stesso Sassoli a non replicare, inasprire i toni. Era intervenuto seccamente, però, Enrico Mentana, direttore del Tg La7, che senza mezze misure aveva definito questi leoni da tastiera e social, fabbricatori di fake news «ignobili esseri, vigliacchi» che attribuivano la scomparsa di Sassoli alla terza dose di vaccino.

Del giornalista dal grande spessore umano, ci restano le sue parole. «Una voce europea – diceva – forte e comune sulla scena internazionale è più che mai necessaria: l’Europa deve prendere il suo posto, far sentire la sua voce, definire i propri interessi strategici anche nel quadro dell’Alleanza Transatlantica, per poter svolgere un’azione di stabilizzazione, di pace e di sviluppo insieme ai nostri partner in un quadro multilaterale».

Una priorità che per il presidente «va di pari passo con la necessità di avanzare insieme verso una vera politica di sicurezza e di difesa comune, senza la quale rimarremo dipendenti dalla buona volontà delle grandi potenze e ci esporremo alle minacce dei regimi autoritari».

«Una vera Europa geopolitica – sosteneva l’ex presidente dell’Unione europea – dovrebbe iniziare alle nostre frontiere, con i nostri partner, con i nostri amici più vicini: penso in particolare ai paesi dei Balcani occidentali, verso i quali abbiamo una responsabilità storica. Qualsiasi ritardo ed esitazione rischia di fare il gioco di altre potenze. Avere un continente stabile, pacifico, democratico e prospero porterebbe immensi benefici a tutti i cittadini europei».