Edouard mani d’acciaio

Champion’s lo scorso anno, Coppa d’Africa quest’anno

«Scartato a un provino, stavo per chiedere un sussidio al Centro per l’impiego». Comincia così la storia del portierone senegalese nato in Francia. «Mi avevano detto che non ero tagliato per quel ruolo: mi crollò il mondo addosso nel leggere sul volto dei miei genitori la mia stessa delusione». Poi la svolta. «Un amico, un primo provino, poi Cech al Chelsea che mi indica come migliore prima scelta». Ormai, Mr. Mendy solleva un trofeo dietro l’altro.

Foto: Sky Sports

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Che storia, la storia di Edouard. E’ una di quelle che ci piacciono, intanto perché a lieto fine. Poi perché è il racconto di un riscatto, una prova di coraggio e forza insieme. Non è facile trovarsi nelle condizioni di Edouard, prima che diventasse Mr. Mendy, la seconda testa coronata di Londra, nel Chelsea e ricevesse la stretta di mano del presidente del Senegal, il suo Paese d’origine per il quale nella Coppa d’Africa alzata al cielo in segno di vittoria, proprio lui, Edouard, ha parato un sogno.

Nato a Montvilliers in Francia, padre guneense, mamma senegalese e cugino di Ferland, difensore del Real Madrid, la storia di Edouard va raccontata. Glielo hanno chiesto daccapo, prima e dopo la Coppa d’Africa. E lui, Edoaurd, come gli è capitato in questi ultimi anni, non si tira indietro. Come fosse fra i pali esce con sicurezza. Blocca qualsiasi cosa ci sia da bloccare. «Perché – racconta – i ragazzi se hanno un sogno hanno l’obbligo fino in fondo di crederci: a me è successo, ero sull’orlo di abbandonare il gioco del calcio: avrei dovuto farlo a livello dilettantistico, accontentarmi di poche centinaia di euro al mese, se fosse andata bene».

Una vita al bivio, al limite, come se fosse un di quelle linee tracciate con il gesso sul perimetro di gioco. Era ai bordi, un altro passo e sarebbe finita, il calcio avrebbe dovuto farlo con gli amici del quartiere e vederlo in tv. La sua storia, bellissima, l’ha ricordata lo scorso anno Fabrizio Gabrielli, vicedirettore de “L’ultimo uomo”, pubblicata anche sito Sky. Era la vigilia della finale di Champion’s League e quella gara decisiva la giocava proprio lui, il nostro Edouard mani d’acciaio.

Foto: Sky News

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DA DISOCCUPATO A FINALISTA

Raccontava la sua storia, da disoccupato a finalista di Champions League. «Avevo fatto un provino, ci avevo messo anima e cuore, per uno come me che vuole imprimere una svolta importante alla propria vita, era una bella occasione», dice. Ma il pugno allo stomaco arriva a fine provino. «Qui non c’è posto per te, ne sono stati selezionati di migliori», in buona sostanza. Nessuna via di fuga. Nemmeno un «…perfeziona le uscite, lo scatto di reni, la presa», una speranzella insomma. A un ragazzo le cose quacuno che insegna sport deve saperle anche dire, rischia il danno psicologico. «È stato come ricevere uno schiaffo», ricorda nella sua storia Gabrielli, che riporta le parole di Mendy, «mi ha fatto davvero male e nemmeno per una sola ragione: era il club della mia città, dove volevo fare successo, volevo fare della mia famiglia una famiglia fiera, far diventare di colpo importante il mio quartiere, quello che mi circondava».

Brutta cosa tornare a casa a testa bassa, dopo aver riposto tanta speranza in quell’occasione che poteva essere la prima curva della vita da svoltare. «Brutta cosa aprire la porta di casa e rispondere alla prima domanda che ti rivolgono i tuoi cari: “Allora, Edou, come è andata?”. E non c’è cosa più triste che vedere i propri genitori restare delusi per la tua stessa delusione: hanno parole e abbracci importanti, provano a restituirti un po’ di serenità».

Foto: Gazzetta.it

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«MI VUOLE IL SENEGAL!»

Torna fra i pali, non è titolare in una squadra che è ad un passo dalla retrocessione, sull’orlo dell’anonimato. Le sliding-doors, le porte scorrevoli, si dice. Perso per perso nelle ultime due, tre gare lo buttano nella mischia. Fa in tempo ad incassare il gol di un certo N’Golo Kanté, quel top player con il quale, oggi, è compagno di squadra al Chelsea. Piccolo il mondo.

E pensare che all’inizio della stagione 2014-2015, Edouard non aveva una squadra e, dunque, un lavoro. «Mamma mi aveva detto di non pensarci più, di recarmi al Centro per l’impiego, prendere un sussidio in attesa di trovare un lavoro: cosa sapevo fare? Prendere a calci un pallone, anzi fare in modo che questo non rotolasse in rete: rise l’addetto al collocamento, non c’erano richieste di portieri…». Oggi può sorridere il portierone di Senegal e Chelsea. Finalmente, aggiungiamo noi. Con il suo Paese ha vinto la Coppa d’Africa, con la squadra londinese ha vinto la Champion’s.

Per la prima volta, in quel momento, Edouard comincia a pensare che forse il calcio non sarà il suo futuro. Allora gli tocca fare davvero altro, il commesso di un negozio di abbigliamento per esempio. Ma la sua storia a quel punto diventa favola, le zucche si trasformano in carrozza. Un amico gli dice che all’Olympique Marsiglia, cercano un portiere che accetti di fare la riserva della riserva. Anche stavolta ci vuole un provino. «Ricorderò per il resto della mia vita quella telefonata: finalmente il volto di mia madre era tornato ad illuminarsi».

Due anni dopo Aliou Cissé, attuale tecnico del Senegal, lo convoca, lo fa giocare. Caro Edouard, ti è cambiata la vita. Gioca con Reims, Rennes, terzi, alla spalle di Paris Saint Germain e Olympique Marsiglia. Nel 2020 il Chelsea cerca un portiere: Cech, che lo ha conosciuto, indica Edouard. E’ lui l’ideale. Mamma sarà fiera stavolta.

Coppa d’Africa, zampata dei Leoni

Senegal vittoria contro l’Egitto nella competizione continentale

Non bastano i tempi regolamentari, né i supplementari. Decidono i rigori, l’ultimo è di Mané (che in gara ne aveva sbagliato uno), che ha la meglio su Salah, suo compagno di squadra nel Liverpool. Il presidente del Senegal, Macky Sall, ha subito dichiarato festa nazionale per celebrare lo storico risultato (sfiorato nel 2002 e nel 2019). In centomila festeggiano anche in Italia

Fonte Repubblica.it

Foto Repubblica.it

Che festa in Senegal, il Paese pieno di grandi talenti del calcio conquista per la prima volta la Coppa d’Africa battendo 4-2 l’Egitto ai rigori dopo una partita e tempi supplementari senza reti. Il pubblico appassionatosi alla competizione continentale ha dovuto aspettare due ore per avere il responso finale non senza grandi palpitazioni. Così dopo il penalty calciato da Sadio Mané, una delle perle del Liverpool, è scoppiata la gioia. Non solo, si diceva, nello stadio di Yaoundé (Camerun), bensì in tutto il Senegal e un po’ dappertutto, dove insomma la comunità senegalese è presente. I vincitori della Coppa d’Africa hanno festeggiato come hanno potuto, con strumenti e attrezzi per fare un chiasso assordante e liberare la gioia, e naturalmente canti e balli. In un paio di edizioni il Senegal ci era andato vicino, ma l’altra sera sul podio, meritatamente, ci è salita lei. Onore al grande Egitto di Salah.

Macky Sall, presidente del Senegal, ha subito dichiarato festa nazionale per celebrare lo storico risultato che ha consentito di portare la Coppa Dakar. Il presidente che avrebbe dovuto visitare le Comore alla fine di un viaggio che lo ha portato in Egitto ed Etiopia, ha cancellato l’ultima tappa per dare personalmente il benvenuto ai vincitori.

Fonte Eurosport

Foto Eurosport

FINALMENTE LA RIVINCITA!

Dopo le due sconfitte nelle finali del 2002 e del 2019, quindi i Leoni del Senegal hanno vinto la loro prima Coppa d’Africa. L’Egitto, che vanta sette titoli, stavolta ha dovuto piegarsi alla forza degli avversari. Alla fine ha avuto la meglio la nazionale guidata da Aliou Cissé, 4-2 grazie anche alle trasformazioni del “napoletano” Koilibaly e all’“inglese” Manè, che aveva sbagliato un rigore in apertura di partita. Ironia della sorte, Manè ha alzato la Coppa davanti al compagno di squadra del Liverpool, l’egiziiano Momo Salah, che avrebbe voluto trionfare anche con la sua Nazionale dopo aver conseguito numerosi titoli in Inghilterra con i Reds.

Il Senegal alla vigilia della Coppa era fra le squadre che godevano i favori dei pronostici. Una rosa completa, con fior di top player: il portiere del Chelsea Mendy, il difensore del Napoli, Koulibaly, il centrocampista del Paris Saint Germaine, Gueye, gli attaccanti Mané e Dieng. Una gara molto tattica, con il Senegal con più possesso palla e l’Egitto a puntare sulle ripartenze di Salah. A fine gara e supplementari, la soluzione dal dischetto: premiata la squadra che aveva più voglia di vincere.

Intanto, le agenzie di stampa informano un episodio di cronaca. A Torino, una volante della polizia è stata accerchiata, presa a calci e costretta ad allontanarsi da decine di (falsi) tifosi del Senegal. L’episodio potrebbe essere collegato a gruppi di malviventi che non vogliono la presenza delle forze dell’ordine nel quartiere Barriera di Milano. L’episodio verificatosi domenica sera a Torino riguarda, però, poche persone, che saranno sicuramente perseguite a termini di legge. E’ bene ricordare che Italia i senegalesi sono più di centodiecimila ed hanno festeggiato in altro modo.

Addio, Monica

In Campidoglio, un tappeto floreale di mimose e rose gialle

L’attrice aggredita da una malattia neurodegenerativa. Gli ultimi venti anni vissuti nella massima riservatezza. Ci resterà il suo sorriso, la sua voce familiare, le decine di film diretti da Antonioni, Monicelli, Scola, Risi e Sordi

Foto Il Fatto Quotidiano

Foto Il Fatto Quotidiano

Non si può vivere così. Monica Vitti se n’è andata nel massimo silenzio. A novant’anni, avvolta in un silenzio rispettoso. Come aveva chiesto la stessa attrice quando aveva avvertito cosa le stesse prendendo, quale malattia si stesse impossessando del suo corpo e, soprattutto, della sua mente. Una malattia neurodegenerativa, grave come l’Alzheimer, se non peggio come dicono gli esperti. Bella lotta fra queste due sciagure.

Quel morbo stava facendo a pezzi la memoria dell’attrice romana. Solo l’amore del marito, il fotografo Roberto Russo, ha tenuto vivo quel filo comunicativo con l’esterno. Esterno: parola grossa. Da venti anni l’attrice di decine di film brillanti, commedie all’italiana, non era più la stessa. Ecco perché insistiamo nel sostenere non si può vivere in questo modo: una “non vita”.

Nel momento in cui avrebbe potuto regalarsi un lungo, sano relax, un sereno distacco dal cinema e la tv, ecco che, improvvisa, arriva la malattia che se la porta via. Già venti anni fa. La donna è stata seguita amorevolmente, ma aveva cominciato a perdere i meccanismi di un’autonomia assistita da una badante che si prendeva cura di lei per tutto il giorno.

Foto Corriere.it

Foto Corriere.it

QUANTI FILM…

E’ stato sufficiente che le tv s’inseguissero nel renderle omaggio. La programmazione ci ha mostrato tanti titoli, pochi se consideriamo quanto realizzato in tutta la sua prima vita dall’attrice più amata dagli italiani. L’avventura, La notte, L’eclisse, Deserto rosso. Sono stati i film che per primi l’hanno imposta all’attenzione di critica e pubblico, lei musa ispiratrice di Michelangelo Antonioni, il grande regista che l’aveva amata e le aveva cucito addosso ruoli drammatici. Poi la svolta, con Mario Monicelli, inventore insieme con Dino Risi della “commedia all’italiana”: La ragazza con la pistola, poi i film con Sordi, Steno, Scola, Corbucci: Amore mio aiutami, Polvere di stelle, L’anatra all’arancia.

E’ andata via in un soffio. Coperta da un mare di mimose, come riporta la puntuale cronaca dell’ultimo saluto all’attrice, l’agenzia Ansa. E poi rose, ma soprattutto gialle, che hanno colorato la camera ardente in Campidoglio, prima dell’ultimo saluto nella Chiesa degli artisti a Piazza del Popolo a Roma.

A rivolgerle l’ultimo saluto il sindaco di Roma Roberto Gualtieri, il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti. “Monica era un’attrice straordinaria – ha detto il primo cittadino – che giustamente viene ricordata e celebrata in tutto il mondo; noi vogliamo onorare la sua memoria intitolandole un luogo della nostra città”.

Foto RAI

Foto RAI

…DECINE DI OPERE

Per Dario Franceschini, ministro della Cultura, “La Vitti era una donna straordinaria e un’attrice incredibile, rimasta, nonostante gli ultimi anni di assenza, vividissima nel cuore degli italiani, come dimostra l’ondata di amore e affetto che sta ricevendo”.

Molti gli amici, le amiche e colleghe che le hanno rivolto l’ultimo saluto. Fra queste, Dacia Maraini e Giovanna Ralli. Un saluto affettuoso quanto sincero, glielo hanno rivolto la tante persone comuni: fiori, messaggi, lettere, ritratti e dediche commoventi: “Il vuoto tutto intorno, ma non dentro”, “Grazie per i sogni”, “Sei stata tutti noi”. Quanti amano le arti possono consolarsi con le opere che i grandi ci hanno lasciato. Come distinguere le opere dalle croste? Semplice: quelle che ci danno un’emozione, ci strappano un sorriso, una riflessione, ecco, quelle sono opere. Consoliamoci nel vedere e rivedere i suoi film, un testamento a vista. Quei titoli, quelle battute con una voce roca, originale, tanto da renderla gradevole, ci terranno per sempre compagnia.

Lorena, siamo con te!

Un insegnamento dal palco di Sanremo

L’attrice chiamata al Festival per condurre con Amadeus la rassegna canora. Nata a Dakar, è stata oggetto di messaggi violenti: “Non se lo merita, l’hanno chiamata lì perché è nera”, “E’ arrivata l’extracomunitaria”, “Forse l’hanno chiamata per lavare le scale e annaffiare dei fiori”, hanno scritto di lei. «Così ho scoperto di non essere una ragazza italiana come tante». E il conduttore, «…serena, hai tutto il tempo che vuoi per spiegare l’idiozia di certa gente»

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«Sono Lorena, nata a Dakar e cresciuta a Roma, una laurea in Storia contemporanea; ho studiato recitazione e, per fortuna, questo è diventato il mio lavoro: sono un’attrice…». Fin qui niente di particolare, se non fosse che il tono e la voce dell’attrice, uno scricciolo di una forza inaudita, per un attimo, ma solo un attimo, si piega su quella che vuole essere un’umiliazione e, invece, è la solita testimonianza – diceva Ennio Flaiano – di come la mamma degli ignoranti è sempre incinta. Non se ne esce più, non fai in tempo ad educarne uno, che dai social ne sbucano altri dieci, altro che “Rocco e i suoi fratelli”. C’è da diventare matti.

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Ma Lorena, mostra le braccia, sottili, ma tutte muscoli. Passa appena un dito sotto quel nasino che sembra disegnato, come se volesse asciugarsi le lacrime che le impediscono di parlare come avrebbe voluto. In tutto questo, bravo Amadeus, che alla faccia dei ritmi televisivi le si avvicina, una, due volte, per incoraggiarla, darle sicurezza. Come a dire, «Lorena, hai tutto il tempo che vuoi!».

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UNA VITA TRANQUILLA…

E riprende. «Una vita abbastanza tranquilla la mia, come tante ragazze italiane (perché Lorena, a prescindere da sciocche nazionalità che poveracci utilizzano per compiere un distinguo, è italiana). Succede che Amadeus mi chiama come co-conduttrice a Sanremo ed eccomi qua». Lorena è felice, ma i soliti imbecilli da tastiera, quelli che sparano idiozie tanto al minuto, le smorzano quella gioia fino a qualche istante prima legittima. «Succede che con questo annuncio – riprende la giovane attrice – scopro una cosa: a trentaquattro anni non sono una ragazza italiana come tante, ma resto nera. Fino ad oggi, a scuola o sul tram, nessuno aveva sentito l’urgenza di dirmelo e, invece, non appena Amadeus lo ha annunciato al Tg1, certe persone hanno sentito questa urgenza». Non nasconde nulla la ragazza.

Anzi, mette alla berlina l’idiozia di persone, “esseri inumani” ci verrebbe da dire. «Il mio colore della pelle è un problema per loro: ecco alcune frasi riprese dai social: “Non se lo merita, l’hanno chiamata lì perché è nera”, “E’ arrivata l’extracomunitaria”, “Forse l’hanno chiamata per lavare le scale e annaffiare dei fiori”». Basterebbe questo campionario di pillole di inciviltà a farci vergognare del convivere quotidianamente con gente capace di simili sentimenti.

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MERCOLEDI’ SCORSO LA SCOSSA

Mercoledì sera, puntata in cui affianca Amadeus, la co-conduttrice prosegue leggendo alcuni passaggi del libro “Il razzismo spiegato a mia figlia” di Tahar Ben Jelloun, settantasettenne scrittore marocchino emigrato cinquant’anni fa in Francia. «Un pochino ci sono rimasta male – riprende Lorena – mi sono arrabbiata e mi è rimasta dentro una domanda: “Perché alcuni sentono la necessità di pubblicare certi post e si indignano per la mia presenza sul palco dell’Ariston, perché hanno problemi con il colore della mia pelle?”. Non sono qui per darvi una lezione, ma per dirvi cosa ho scoperto studiando per capire meglio. Tahar Ben Jelloun ha scritto “Il razzismo spiegato a mia figlia” e inizia così: la figlia Mérième gli fa una domanda “Babbo, che cos’è il razzismo?” e lui: “Tra le cose che ci sono al mondo è la meglio distribuita, tanto da diventare ahimè banale, consiste nel manifestare diffidenza verso persone che hanno caratteristiche fisiche e culturali diverse dalle nostre». Arriva il peggio, quella che noi, figli o genitori, dovremmo considerare una mazzata. In senso lato, naturalmente. Una di quelle che fanno più male di una vera legnata.

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«“Un bambino ripete quello che dicono i suoi parenti – prosegue l’attrice leggendo un passaggio dell’autore – tutto dipende dell’educazione, sia a scuola che a casa: il razzismo non ha alcuna base scientifica, esiste un solo genere umano, che ha sangue della stessa tinta, indipendentemente dal colore della pelle, perché un uomo è uguale a un uomo”». «La figlia – conclude Lorena Cesarini – leggendo uno dei passaggi letterari più semplici, ma severi – gli chiede se i razzisti possono guarire e lui: “La guarigione dipende da loro, se sono capaci di mettere in discussione se stessi o no, perché quando uno riesce ad uscire dalle sue contraddizioni va verso la libertà”. La cosa più importante – chiude – per me quindi è la libertà, quella dagli insulti e dai giudizi, e mi auguro come Mérième di non perdere mai questa curiosità perché è quello che mi rende libera, più matura di molti altri adulti». Grazie Lorena, per avercelo ricordato stando alla nostra stessa altezza, senza volerci impartire una lezione che, forse, avremmo meritato. L’altra sera ti abbiamo vista e ascoltata con la massima attenzione. E grazie per averci ricordato un autore di grande spessore Tahar Ben Jelloun.

Sanremo, grazie per Vasco

Un festival diventato un ponte fra due edizioni di Domenica in

Canzoni col contagocce, affermano personaggi e non successi internazionali. Il più popolare rocker italiano racconta il suo intervento doppio. «Raccolsi l’invito di Gianni Ravera, il patron, che aveva capito tutto: da lì ebbe inizio tutto…»

Foto Pagina Ufficiale Facebook Vasco Rossi

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Parte il Festival di Sanremo. Vi risparmiamo banalità e luoghi comuni. Non siamo TV Sorrisi e canzoni, la rivista che da anni, come desiderava il direttore dei direttori, Gigi Vesigna (tre milioni di copie vendute ogni settimana) pubblica la foto d’insieme dei partecipanti alla più popolare kermesse canora. Colpa o merito di Baudo, punti di vista, se ci siamo ritrovati la rassegna canora (un tempo vetrina del meglio, o pressappoco, della canzone italiana) in versione extralarge. Era abbandonata al suo destino, quando Superpippo, prima di essere dimissionato perché considerato “nazionalpopolare” dall’allora presidente Rai Enrico Manca, andò prima da Berlusconi (contratto principesco), per poi abbandonare la concorrenza sfiduciato dagli ex colleghi. Da un Festival che durava mediamente tre giorni, Baudo si inventò formule sempre diverse fino a trascinare la rassegna a fare da ponte a due puntate di “Domenica in”. Uno stillicidio. Si alzarono gli ascolti, Sanremo diventò una sorta di “Fantastico”, le canzoni diventarono una cornice. A farla da padrone, superospiti – anche italiani, che si guardavano bene dal partecipare alla gara – fra presentatori, attori, cantanti, star internazionali, calciatori, perfino Premi Nobel. Insomma, non un Festival, ma tutta un’altra cosa.

Nello sfogliare le centinaia di articoli apparsi sulla stampa e sui siti, ci piace segnalare un articolo di Cristiano Sanna (Tiscali), che dà una diversa lettura, meglio una stesura, rispetto al resto dei colleghi. Certo, il sito che offre condizioni interessanti per quanti navigano su internet, scrive altro a corredo della partenza di Sanremo, come è giusto che sia. Ma è l’angolazione che dà al suo intervento, rispolverando una partecipazione (anzi due, “Vado al massimo” la prima, “Vita spericolata” la seconda) proprio alla passerella canora scrivendo nientemeno che di Vasco Rossi.

Foto Pagina Ufficiale Facebook Vasco Rossi

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«COME SE AVESSI ACCETTATO…»

“Tutti lo vogliono anno dopo anno – scrive Sanna – e lui rifiuta, ogni volta: sono passati quarant’anni di una lunga, ironica vendetta che in occasione dell’edizione numero 72 di Sanremo si gioca tutta sul filo della suspense”. Vasco ha accanto due amici, Guido Elmi e Maurizio Lolli, ma anche i due chitarristi Maurizio Solieri e Massimo Riva. Con un po’ di impegno è possibile intervistarlo, anche per tre ore di seguito, come accadde al sottoscritto (è tutto custodito su due C90, le audiocassette di un tempo). Una lunga chiacchierata che, forse, potrebbe essere lo spicchio di un prossimo programma di Raidue (vedremo…). Vasco, in un angolo a pochi metri dalla reception dell’albergo Oreinte di Bari, confessò di tutto e di più. Senza freni. Canzoni, lavoro, desideri, giornalisti e attori che lo avevano offeso pesantemente. Le sue risposte, mai banali, anche se erano le quattro del mattino, non suonarono mai come offesa.

Corre voce che Amadeus stia premendo per averlo a sorpresa, avanza Sanna in una ipotesi. Non illude, puntualizza, “anche stavolta sarà buco nell’acqua”. Vasco Rossi ha rimesso piede all’Ariston nel 2005 come super ospite e questo pare abbia chiuso definitivamente il cerchio.

Foto Pagina Ufficiale Facebook Vasco Rossi

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GENNAIO ’82, BUONA LA PRIMA

Data spartiacque per il buongusto italico e la concezione di canzonetta popolare. Vasco si presentò a Sanremo col suo reggae “Vado al massimo” e per tutti sembrò che lui andasse malissimo. Aria di chi è lì per caso e totalmente disinteressato di come stare in scena e di fronte alle telecamere finale col microfono che avrebbe dovuto riconsegnare, messo in tasca e poi da lì caduto mentre lui si allontanava, con boato audio in diretta.

Quando lo vide con la Steve Rogers Band a Domenica In, ricorda il giornalista ripreso da Tiscali, Nantas Salvalaggio scrisse su Oggi: «Vasco Rossi… Un bell’ebete, anzi un ebete piuttosto bruttino, malfermo sulle gambe, con gli occhiali fumé dello zombie, dell’alcolizzato, del drogato “fatto”… Un vero artista, anche quando interpreta uno “zombie”, un barbone da suburra, un rottame umano, ci mette quel lievito che ti ripaga dalla bruttura del fango, dell’orrido che contiene il personaggio. Invece, quello sciagurato di Vasco era orrido-nature, orrido-allo-stato-brado”…».

Pesante Salvalaggio. Ma anche la risposta che dette al sottoscritto, perché la riportassi sul Corriere del giorno, il quotidiano con cui lavoravo all’epoca, e sulle frequenze di Studio 100 Radio, emittente importante del Sud e da me diretta, non fu una semplice passeggiata di salute.

Infatti, ricorda il collega nel suo puntuale intervento, “quando il signor Rossi tornò a Sanremo due anni dopo mostrò di non essersi scordato il signor Salvalaggio: “Meglio rischiare che finire come quel tale che scrive sul giornale”. E Salvalaggio: “Uno splendido esempio di drogato, è diseducativo fare apparire un tossico in televisione”.

Foto Pagina Ufficiale Facebook Vasco Rossi

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VASCO II, IL RITORNO

Determinanti, comunque, i due anni a Sanremo. Vasco ha fatto un lungo post su Facebook nell’occasione dei quarant’anni di “Vado al massimo”. «Ci andai – scrive Vasco – perché Gianni Ravera, il patron del Festival mi offriva la platea nazionale della televisione garantendomi soprattutto la libertà di fare quello che volevo. Geniale Ravera, aveva capito che la musica nell’aria stava cambiando e che io rappresentavo il nuovo. Per questo accettai l’invito e ci andai. Ci andai da solo, perché nessuno dei miei fidati collaboratori di allora, leggi Guido Elmi in primis, volle accompagnarmi, non ci credevano. Io, invece, sapevo bene quello che facevo. Avevo già scritto canzoni come “Albachiara”, “La noia” (la prima provata a casa di Curreri, la seconda la sua preferita, parole di Vasco, registrate, ndc), “Jenny”, “La nostra relazione”, “Colpa d’Alfredo”, “Siamo solo noi”. “La platea nazionale mi serviva, certo. Ma quello che volevo io soprattutto, era sbalordirli, provocarli, scuotere in loro un’emozione, dissacrare quel palco con ironia e provocazione.

Poi fu Vita spericolata e un decollo inarrestabile. Ero certo che avrei colpito e, nel bene o nel male affondato, chi dalla platea del teatro a quella della tv, mi guardava (anche se pochi allora dichiaravano di guardare il festival, in realtà tutti mi avevano visto..). Più che una sfida, quei tre minuti di esibizione, lo spazio di una canzone, rappresentavano per me un’occasione unica per farmi notare da più gente possibile. Della gara, a me, non m’importava nulla e tantomeno di vestirmi “elegante”, io avevo il mio look da concerto, jeans e giacca in pelle. Ricordo che dietro le quinte mi guardavano tutti come se io fossi un alieno».

Grande, unico Vasco. E un “grazie” a Sanremo, che difficilmente seguirò (sei giorni equivalgono ai domiciliari…), per averci regalato quelle due schegge matte di un grande rocker.