«Biscotti pugliesi, very good!»

G20 a Bari, prodotti tipici della regione a bordo del treno speciale

Ferrovie Appulo-Lucane ha offerto ai delegati un piccolo rinfresco preparato per l’occasione da aziende pugliesi. Fra queste, “Casolare di Puglia”, “L’Oro di Puglia”, “Orchidea Frutta”. Per tutti, biscottini alla pasta di mandorle di Ceglie messapica, taralli tipici baresi, ciliegie di Rutigliano, innaffiati da caffè e the. Tutto è stato servito rigorosamente in confezioni monoporzione, secondo quanto richiesto dalle norme anti-Covid.

 

G20 a Bari, sul treno speciale i biscotti pugliesi. Parola del presidente di Ferrovie Appulo-Lucane, Rosario Almiento. Fa di più, agli ospiti saranno offerte, tanto per gradire, anche le ciliegie, che da queste parti fanno impazzire di gioia i turisti.

Durante il viaggio (una corsa diretta che di circa 1 ora e 10 minuti) FAL ha offerto ai delegati un piccolo rinfresco preparato per l’occasione dall’Azienda “Casolare di Puglia” di Triggiano. Biscottini alla pasta di mandorle di Ceglie messapica, taralli tipici baresi de “L’Oro di Puglia”, ciliegie di “Orchidea Frutta” di Rutigliano, innaffiati da caffè e the, sono stati serviti rigorosamente in confezioni monoporzione, come richiedono le norme anti-Covid.

Grandi sono stati i preparativi nelle stazioni di Bari scalo e Matera centrale. A bordo del treno speciale delle Ferrovie Appulo Lucane, c’erano i Ministri degli Esteri e i Capi delegazione che da Bari si sono recati a Matera per partecipare ai lavori del G20.

Imponenti le misure di sicurezza, costanti i sopralluoghi delle forze dell’ordine. Moquette azzurra nella stazione di Bari scalo per accogliere e accompagnare i “grandi” a bordo del treno Stadler che per l’occasione è stato brandizzato con i loghi del G20 sia all’esterno, sui finestrini, sia all’interno, sui copritesta dei sedili.

 

ORGOGLIO PER TUTTI NOI

«Un grande orgoglio per tutti noi e una grande responsabilità che ci viene affidata – ha dichiarato il Presidente di Ferrovie Appulo Lucane, Rosario Almiento – una grande prova di fiducia di cui speriamo di essere stati all’altezza e che in queste ore ci vede impegnati con un imponente lavoro in cui si stanno impegnando tutti, dal management alle maestranze per fare in modo che, ancora una volta, FAL possa dare dimostrazione di affidabilità, efficienza e sicurezza. Ai “grandi” della Terra – conclude Almiento – offriamo un viaggio incomparabile a bordo di treni moderni che attraversano un paesaggio meraviglioso e quasi incantato tra Puglia e Basilicata, due splendide regioni che ogni giorno colleghiamo all’insegna dell’efficienza e della sostenibilità ambientale». Quello di cui parla Almiento, l’orgoglio, è anche il “claim” della campagna pubblicitaria con cui FAL ha voluto dare il benvenuto alle Delegazioni testimoniando la propria fierezza sulla stampa.

 

BARI-MATERA, IN UN’ORA

Dopo circa un’ora di viaggio i Delegati sono arrivati a Matera centrale, nella stazione progettata da Stefano Boeri per “Matera capitale della Cultura” e realizzata a tempo di record con fondi europei messi a disposizione dalla Regione Basilicata. Per l’occasione FAL ha deciso di ospitare una particolarissima mostra: un intervento di “exhibition design” e arte contemporanea interpretato per Matera centrale da Nicola Miulli. Si declina concentrandosi sul senso del “P.S. Post Scriptum” e basa il proprio presupposto concettuale sul trinomio People, Planet, Prosperity, intorno al quale si articola il programma della presidenza italiana del G20.

«Per la nostra Azienda è un’occasione straordinaria – dice il direttore generale di Ferrovie Appulo Lucane, Matteo Colamussi – la nostra vocazione è trasportare ogni giorno migliaia di persone, ma in questo caso abbiamo l’onore di trasportare i “grandi”, coloro che ogni giorno assumono decisioni importanti per il futuro di tutti noi e per lo sviluppo anche del nostro territorio. Abbiamo lavorato per accoglierli al meglio a bordo dei nostri mezzi e sulla nostra Rete che oggi, grazie agli imponenti investimenti compiuti negli ultimi anni con il sostegno delle Regioni Puglia e Basilicata, è sicura, moderna ed efficiente, tanto che pone FAL come modello di Azienda pubblica del Sud che funziona».

Coronavirus, la variante è indiana

Rispetto al resto d’Italia, la Puglia registra il numero maggiore di casi.

Le mutazioni del genoma generano nuovi contagi. Il ceppo è finlandese, ma anche la Gran Bretagna ha sottovalutato la pandemia. Non abbassiamo la guardia, le vaccinazioni funzionano, difendono, ma non perdiamo la sana abitudine di usare mascherine (e disinfettante) nelle zone affollate.

 

   

Coronavirus, attenzione non è finita. Specie per chi vive in Puglia. C’è la “Variante Delta” (in arrivo dall’India) da cui stare alla lontana per evitare, con quei sistemi che purtroppo abbiamo dovuto imparare a nostre spese, per evitare un secondo e lungo lockdown che sarebbe una vera sciagura. Ad un secondo periodo di tempo, così lungo e con gran parte delle attività chiuse e i riflessi di un’economia a pezzi cadrebbero sul commercio e le aziende. Non vogliamo fare allarmismi, ma riteniamo sia importante, fare molta attenzione e trattare questa “variante delta” con le pinze.

Dunque, secondo uno studio dell’Istituto Superiore di Sanità, la regione nella quale la suddetta “variante” sta circolando e compiendo più danni è la nostra Puglia. Dallo Sperone al Tacco, vale a dire dal Gargano al Salento. Il virus starebbe colpendo esattamente un terzo degli interessati dai nuovi contagi. Sono dati che potrebbero testimoniare l’elevata diffusione del ceppo finlandese. Si parla di un 35%, anche se queste percentuali non sono ancora affidabili sul piano statistico, in quanto farebbero riferimento a focolai localizzati.

Detto della Puglia (35%), per quanto riguarda le altre regioni, la maggior parte delle segnalazioni che corrispondono alla “Variante Delta” arrivano dal Trentino-Alto Adige (26%), Veneto (18%), Umbria (10%), Sardegna (5%), Campania (3%), Lazio, Sicilia e Lombardia (1%).

 

VARIANTI E MUTAZIONI

Fatto tristemente noto, i virus, in particolare quelli come il coronavirus, evolvono costantemente attraverso mutazioni del loro genoma. Mutazioni osservate in tutto il mondo fin dall’inizio della pandemia. Come spiegato dall’Istituto Superiore di Sanità, mentre la maggior parte delle mutazioni non ha un impatto significativo, qualcuna può dare al virus alcune caratteristiche, come ad esempio un vantaggio selettivo o la possibilità di aggirare l’immunità precedentemente acquisita da un individuo o per infezione naturale o per vaccinazione.

Se qualcuno ha assistito all’incontro di calcio fra Italia ed Austria, avrà notato quanti e quali siano i controlli esercitati in Inghilterra, dove si è svolta la suddetta gara valevole per i quarti di finale degli Europei di calcio, per quanti erano interessati ad assistere alla gare nello stadio Wembley. Se qualcosa è andato storto nel contenimento del coronavirus, questo lo si deve al cosiddetto ceppo inglese, poi diventato predominante in Europa.  Stessa cosa pare stia avvenendo con la “Delta”, la variante indiana, che ha iniziato a diffondersi rapidamente in Gran Bretagna provocando una nuova crescita dei contagi.

Sulla diffusione della variante del virus, si sarebbe espresso il Financial Times. Secondo un’analisi del popolare organo di informazione, la “Variante Delta” in Italia sarebbe presente addirittura nel 26% dei casi, facendo del nostro Paese il quinto al mondo per la diffusione di questa mutazione del Coronavirus.

Prima dell’Italia ci sarebbero Gran Bretagna e Portogallo, dove la Delta sarebbe dominante rispettivamente con il 98% e il 96% dei casi, poi Russia e Stati Uniti con il 31%. In questa particolare classifica, dopo il nostro Paese, seguono il Belgio (16%), la Germania (15%) e la Francia (6,9%).

 

DELTA, SOTTO OSSERVAZIONE

“Variante Delta”, dunque, da respingere attraverso quelle precauzioni assunte in questi lunghi mesi. Non è ancora semplice stabilire se questa sia anche più violenta. Sempre secondo alcuni dati diffusi a inizio giugno questa variante sarebbe associata anche ad un rischio di ospedalizzazione fino a 2,6 volte superiore rispetto alla “inglese”.

Tra i sintomi più frequenti vengono segnalati invece mal di stomaco, nausea, vomito, mal di testa, raffreddore, febbre, perdita di appetito e dolori articolari. Non più dunque tosse, perdita di gusto oppure olfatto, come avveniva nella prima fase della pandemia.

Chiudiamo però con una buona notizia: i vaccini funzionano. E molto. Il 68% dei casi di variante indiana in Gran Bretagna è stato registrato tra persone non vaccinate, il 6,2% tra vaccinati con doppia dose e il 18,7% tra i vaccinati con una dose a più di 21 giorni dall’inoculazione. Per quando riguarda l’efficacia, due dosi di vaccino Pfizer avrebbero una probabilità del 96% nel contrastare gli effetti gravi del Covid che portano all’ospedalizzazione. Del 92% quella di AstraZeneca.

«Certi amori, non finiscono»

Regina, trentasei anni, accompagnata all’altare dal poliziotto che si prese cura di lei

Nigeriana, arrivò in Italia a tredici anni. Durante un sopralluogo in un Centro di accoglienza di Foggia, Antonio, oggi commissario, incrociò il suo sguardo smarrito. Diventò una di famiglia. Quando ha deciso di coronare il suo sogno d’amore con un connazionale, la ragazza ha voluto che il suo salvatore le facesse da padre.

 

«Certi amori, non finiscono mai…», intonava il poeta. Proprio vero, «…fanno dei giri immensi e poi ritornano». Non solo amori, anche riconoscenza. Insomma, sentimenti forti, se è vero che Regina, trentasei anni, nigeriana, ha voluto che all’altare, alla celebrazione del suo matrimonio con un connazionale, l’accompagnasse un poliziotto. Oggi, commissario. Legato alla protagonista della storia, Regina, appunto, che non ha mai dimenticato, lo sguardo tenero di Antonio D’Amore (un cognome che è tutto un programma…). Uno sguardo di quelli che danno sicurezza e il più delle volte rivolgono i padri ai propri figliuoli indifesi.

Antonio, il poliziotto, si prese cura di lei più di ventitré anni fa, quando l’allora tredicenne Regina arrivò in Italia dalla Nigeria dove aveva lasciato l’intera famiglia. E ora che per lei, Antonio, nel frattempo diventato commissario, è diventato un secondo padre, l’ha voluto al suo fianco fino all’altare della chiesa di Foggia dove ha sposato il suo amato Daniel, nigeriano come lei, conosciuto in Italia.

Il matrimonio è stato celebrato alcuni giorni fa. La Polizia ricorda questa storia su uno dei social più “sfogliati”, Instagram. La foto del poliziotto, oggi commissario, e della sposa: lei sottobraccio a lui. «Fiori d’arancio per Regina, accompagnata all’altare, al posto del papà, da Antonio che 23 anni fa le salvò la vita», scrivono sui social.

 

FOGGIA, CENTRO DI ACCOGLIENZA

«Lui era un ispettore in servizio alla squadra mobile di Foggia – raccontano, orgogliosi, i colleghi – quando conobbe Regina durante un’indagine: lei aveva solo tredici anni, in Italia era sola, tutta la sua famiglia era rimasta in Nigeria».

«Nello sguardo di questa bambina spaventata – ricordano i colleghi di D’Amore – Antonio vide gli occhi delle sue figlie ed aiutandola, poco per volta, conquistò la sua fiducia; l’accolse nella sua famiglia, trascorrendo insieme tanti bei momenti. E’ per questo motivo che Regina l’ha voluto al suo fianco nel giorno più bello della sua vita». «Complimenti al generoso commissario e auguri a questa ragazza», chiude la serie di messaggi.

“Queen Elizabeth”, come una famosa nave da crociera, questo il nome per esteso della sposa conosciuta da tutti, appunto, come Regina, arrivata in Italia a tredici anni (oggi ne ha trentasei).

 

SOLA, SMARRITA…

Era sola, quella ragazzina smarrita. I genitori erano rimasti nel loro piccolo villaggio in Africa. Fu durante alcune indagini in un Centro accoglienza per minori, che Antonio D’Amore, allora ispettore, incrociò lo sguardo di Regina. Ne fu talmente colpito che da allora decise di prendersene cura come una figlia.

Con lui e la sua famiglia, a detta della stessa Regina, ha trascorso tanti bei momenti. Con lui e l’intera famiglia ha stretto un legame fortissimo. Anche con le due figlie di D’Amore, tanto che oggi per lei sono come sorelle. Regina, oggi vive la sua vita fatta di lavoro e soddisfazioni. E’ rimasta in Italia, si rende utile al prossimo, anche di quanti hanno vissuto e vivono momenti di smarrimento come accadde a lei ventisei anni fa, quando incontrò l’uomo che l’avrebbe accompagnata all’altare. Ora, infatti, Regina è una mediatrice culturale, un’attività che le ha permesso di conoscere il suo attuale marito con il quale nei giorni scorsi è convolata, si dice, a giuste nozze. Auguri, Regina. Un forte abbraccio, quale segno di riconoscenza ad Antonio, che ha dimostrato senza clamori, come si fa accoglienza. In modo discreto e con tanto amore.

Italia in ginocchio…

Europei di calcio, gli azzurri si genuflettono contro il razzismo

Cinque giocatori della Nazionale prima del fischio d’inizio della contro il Galles, con quel gesto pongono un tema delicato al centro del dibattito. È il richiamo simbolico, carico di significato emotivo e umano, al “Black Lives Matter”, movimento impegnato nella lotta contro ogni discriminazione.

 

E’ bastato che metà squadra fosse distratta, pensasse di lì a poco ad incrociare gli scarpini con gli avversari in una gara di qualificazione per gli Europei e, allora, apriti cielo. “Metà si inginocchia, gli altri si astengono, liberi di dissociarsi dal gesto contro il razzismo”, “I razzisti italiani sono fieri dei calciatori della nazionale che non si sono inginocchiati”, “Perché lo hanno fatto solo cinque italiani?”, “E gli altri, si sono astenuti?”. E, peggio ancora, un conduttore-opinionista di una tv nazionale: “Inginocchiati per i neri americani? La Rai non può rompere i cogl***”. Cinque nazionali su undici. A riportare le cose in perfetta parità, ci ha pensato l’arbitro italiano Daniele Orsato, prima del fischio d’inizio di Scozia-Inghilterra.

Anche lui si è genuflesso per manifestare la sua posizione contro il razzismo. Un gesto onorevole, che riempie di orgoglio la categoria arbitrale e gli italiani. Purtroppo non tutti, a giudicare dalla strumentalizzazione che ne hanno fatto gli organi di stampa evidentemente non allineati con un pensiero diffuso: protestare contro la violenza e contro ogni forma di razzismo. Gli italiani, emigranti anche loro, dovrebbero conoscere quanto sia insopportabile la discriminazione, l’insulto, la prevaricazione, la violenza gratuita, talvolta sfociata nell’omicidio. Come accaduto in occasione dell’assassinio di George Floyd a Minneapolis da parte di un poliziotto, caso che ha travolto gli Stati Uniti e il mondo intero.

 

GALLES E AZZURRI IN GINOCCHIO

Dunque, torniamo all’episodio di domenica scorsa. Prima del fischio d’inizio di Italia-Galles. I calciatori del Galles tutti in ginocchio, nessuno escluso (segno, forse, che più di altri colleghi avevano le idee chiare…). Sono, invece, cinque i calciatori dell’Italia che, poco prima dell’inizio della gara, si genuflettono. Gli altri, pare di capire, come scrivono altre testate giornalistiche sarebbero in trance agonistica, così da perdere l’attimo fatale restando in piedi.

Toloi, Emerson Palmieri, Pessina, Bernardeschi e Belotti, sono gli Azzurri che si inginocchiano sul rettangolo di gioco. Accade nel giro di pochi secondi, prima che il direttore di gara fischi l’inizio di Italia-Galles, appunto, terza partita del Girone A degli Europei 2021. Il gesto, simbolo del movimento Black Lives Matter, viene eseguito dopo qualche istante di imbarazzo. Il direttore di gara fa ripetere il calcio d’inizio per consentire ai giocatori del Galles di inginocchiarsi.

Sarà stato un equivoco, ma fra i nostri calciatori alcuni capiscono, altri restano in piedi. Ma, attenzione, dietro questa dimenticanza non sembra esserci alcuna forma di dissenso o mancata solidarietà per il messaggio che quel gesto veicola in tutto il mondo. Piuttosto sono alcuni organi di informazione a prendere spunto dall’episodio per scatenare la macchina mediatica del “Non tutti erano d’accordo!”.

 

PERCHE’ IN GINOCCHIO

Inginocchiarsi, scrive Fanpage, è un gesto che da tempo gli atleti ripetono sui rettangoli di gioco. Soprattutto in Inghilterra, dove è divenuto una consuetudine. È il richiamo simbolico, ma carico di significato emotivo e umano, al Black Lives Matter: il movimento, tornato alla ribalta, si diceva, anche per l’omicidio di George Floyd (commesso da un agente della polizia di Minneapolis), è impegnato nella lotta contro il razzismo, in particolare nei confronti delle persone nere, vittime delle violenze delle Forze dell’ordine negli Stati Uniti.

Mettersi in ginocchio, viene spiegato, è un gesto volontario, mostrato dalle singole nazionali e senza alcuna indicazione specifica da parte della Uefa. Non tutte le selezioni lo hanno fatto e, in particolare in occasione delle gare dell’Inghilterra, hanno alimentato polemiche i fischi dei tifosi d’Oltremanica nei confronti della formazione di Southgate che ha scelto di aderire all’iniziativa. Succede. Come succede che Croazia e Russia siano tra le nazionali più fredde sul tema (non per questo significa che abbiano posizioni razziste).

La Scozia, che da tempo ha scelto di rilanciare il messaggio contro discriminazioni e razzismo stando in piedi, stavolta ha voluto invece mettersi in ginocchio per solidarietà nei confronti della selezione inglese. Ai calciatori, ricordavamo, s’è unito il direttore di gara Daniele Orsato, unico arbitro italiano presente agli Europei di calcio.

Altavilla, presidente di ITA

Il manager tarantino a capo dell’ex Alitalia

Ex braccio destro di Marchionne, è stato convocato dal Presidente del Consiglio. Draghi ha deciso di affidargli le sorti dell’ex compagnia di bandiera Alitalia. L’obbietivo è risollevare le sorti dell’azienda anche grazie ai primi finanziamenti nell’ambito del Recovery fund.

 

Sarà il manager tarantino, Alfredo Altavilla, a lungo braccio destro di Sergio Marchionne in Fiat, membro del Consiglio di amministrazione di FCA Bank e Tim, a guidare Italia Trasporto Aereo, la società che raccoglie l’eredità di Alitalia. E’ stato il Ministero dell’Economia e delle Finanze ad indicarlo quale nuovo presidente esecutivo di ITA «in virtù della rilevante esperienza manageriale e delle riconosciute capacità professionali».

Altavilla, scrive il Ministero, «garantirà un prezioso apporto esecutivo allo sviluppo della società, con particolare riferimento alla strategia, alla finanza ed alle risorse umane». Confermato l’amministratore delegato di ITA, Fabio Lazzerini, mentre al presidente uscente Francesco Caio, il Ministero «augura ogni successo nel suo incarico di amministratore delegato di Saipem».

Cinquantotto anni, laureato in Economia alla Cattolica di Milano e, si diceva, già braccio destro di Sergio Marchionne alla Fiat, Alfredo Altavilla era poi passato a Telecom, dove era stato in corsa per la carica di Amministratore delegato. C’è molto di Taranto, quindi, ai vertici della aviazione civile italiana. La nomina di Altavilla giunge, infatti, dopo la designazione a presidente dell’ENAC (Ente nazionale per l’aviazione civile) del grottagliese Pierluigi Di Palma.

 

TRENT’ANNI DI FIAT

Altavilla, in Fiat da quasi 30, dopo la mancata nomina a successore di Sergio Marchionne, aveva preso le distanze dalla scena pubblica. Il 23 luglio 2018, l’ex CEO di FCA aveva dato le sue dimissioni. L’ex braccio destro di Marchionne è stato convocato dal Presidente del Consiglio, Mario Draghi, che ha deciso di affidargli le sorti dell’ex compagnia di bandiera Alitalia, in modo da poter risollevare le sorti dell’azienda anche grazie ai primi finanziamenti nell’ambito del Recovery fund.

In Fiat dopo cinque anni sulla pianificazione strategica e sviluppo del prodotto, Altavilla si era occupato del mercato asiatico cinese, rivestendo ruoli importanti nei reparti Powertrain e Iveco. Nel 2011 era entrato a far parte anche del cda di TIM mentre nel 2012 è stato nominato “Chief Operating Officer Europe, Africa and Middle East di FCA.

ITA è la newco pubblica, una startup da 3 miliardi fondata per rilanciare Alitalia, la compagnia di bandiera tricolore: dal logo “ITA” si notano le prime due lettere colorate di verde mentre la “A” richiama il tricolore e la forma dei timone di coda di un aereo di linea. ITA sta per Italia Trasporto Aereo.

 

CHI E’ ALFREDO ALTAVILLA 

Alfredo Altavilla ha iniziato la sua carriera all’Università Cattolica di Milano come assistente universitario. Nel 1990 è stato assunto in Fiat Auto, dove inizialmente si è occupato di operazioni internazionali nell’ambito delle attività di pianificazione strategica e sviluppo prodotto. Nel 1995 è stato nominato Responsabile dell’Ufficio Fiat Auto di Pechino e nel 1999 Responsabile delle attività in Asia.

Dal 2001 si è occupato di Business Development, assumendo nel 2002 il coordinamento delle attività riguardanti l’alleanza con General Motors e, nel 2004, l’incarico di gestione di tutte le alleanze. Nel settembre del 2004 è stato nominato Presidente di FGP (Fiat/GM Powertrain JV) e Senior Vice President Business Development di Fiat Auto. Nel luglio del 2005 è diventato Chief Executive Officer di TOFAS, joint-venture paritetica tra Fiat Auto e Koç Holding quotata alla Borsa di Istanbul, mantenendo la responsabilità di Business Development. Nel novembre del 2006 è stato nominato Chief Executive Officer di FPT – Fiat Powertrain Technologies.

A luglio 2009 è entrato nel Consiglio di Amministrazione di Chrysler Group LLC e a ottobre 2009 è stato nominato Executive Vice President Business Development di Fiat Group. Da novembre 2010 a novembre 2012 è stato President and Chief Executive Officer di Iveco, facendo anche parte, da gennaio 2011 a novembre 2012, del Fiat Industrial Executive Council (FIEC). È stato membro del consiglio di amministrazione di Actuant Corp., FCA Bank e membro del cda di Tim.

Un sogno infranto

Daniel e David, i due fratellini di Ardea uccisi da un folle

Stavano giocando davanti a casa. Uno squilibrato li ha freddati con due colpi di pistola, ha ammazzato una terza persona, poi si è tolto la vita. Il più grande, dieci anni, sognava di diventare Donnarumma, il portiere della Nazionale. Il piccolo, cinque anni, già tifava per lui. Avrebbe giocato nelle giovanili della Lazio, il suo più grande desiderio.

 

Daniel, dieci anni, aveva un idolo, Gigio Donnarumma, portiere della Nazionale. Per David, cinque anni, il suo idolo era lo stesso Daniel, suo fratello. Ruolo portiere, stava finendo di compiere la trafila in una delle società-satellite della Lazio per andare a giocare come portiere nei Giovanissimi della squadra biancoceleste e ammirare da vicino un altro suo eroe del campo di gioco, Ciro Immobile. Questo, purtroppo, non potrà più accadere.

Domenica scorsa, Davide e Daniel Fusinato sono stati raggiunti dalla follia omicida di Andrea Pignani, il killer che si è poi barricato in casa e suicidato nella sua casa di Ardea. Un colpo ciascuno: uno al petto e uno alla gola. C’è una terza vittima di Pignani, il settantaquattrenne Salvatore Raineri, anche lui ucciso a freddo, un colpo di pistola alla testa. Lo hanno confermato le autopsie effettuate sui corpi dei due fratellini all’Istituto di medicina legale di Tor Vergata su inchiesta della Procura di Velletri, che a sua volta ha aperto un fascicolo al momento contro ignoti sul caso.

L’autopsia sul corpo del killer prevede anche l’esame tossicologico. Servirà per capire se l’omicida-suicida fosse sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. Perché a oggi, la tragedia andata in scena in pochi istanti a Colle Romito ha tutta l’aria di una tragica esecuzione.

 

GENITORI DISPERATI

Al momento non è semplice provare a ricostruire l’esatta sequenza degli spari. Stabilire, per esempio, chi sia morto prima e, semmai, qualcuno abbia provato a fermare Pignani o salvare la vita alla prima vittima. Cinque minuti prima della sparatoria, una pattuglia dei carabinieri di Marina di Ardea aveva controllato che Domenico Fusinato, padre dei due piccoli uccisi, stesse in casa, agli arresti domiciliari.

Diamante Ceci, avvocato del papà di Daniel e David, ha raccontato della madre dei due fratellini. Pare che la donna fosse fuori casa e abbia sentito i colpi. Sulle prime pensava fossero petardi o colpi di cacciatori, considerando che da quelle parti capita spesso di avvertire simili esplosioni. Invece, dopo qualche istante, la donna ha capito cosa fosse avvenuto. Ha cominciato ad urlare tutta la sua disperazione, mentre qualcuno aveva telefonato in centrale per raccontare quanto fosse accaduto pochi istanti prima.

Domenico, invece, il papà dei due sfortunati fratellini si è precipitato in strada appena avvertito dell’accaduto. La nonna materna dei bambini ha detto che i due piccoli sono morti tenendo la mano del padre: non riuscivano a parlare in quei lunghi minuti. Forse è trascorsa mezz’ora in attesa dei soccorsi, poi risultati vani. Una famiglia completamente distrutta.

 

RISPETTO PER IL DOLORE

Non ci sono parole per descrivere cosa stiano vivendo i genitori di Davide e Daniel. Chiedono massimo riserbo e rispetto. I due ragazzi stavano giocando di fronte alla loro casa, quando sono stati avvicinati dall’uomo: uno dei due piccoli è stato colpito al petto, l’altro alla gola, proprio come fosse un’esecuzione.

Una tragedia. E pensare che l’omicida alcuni giorni fa aveva minacciato la propria madre con un coltello. Nel novembre scorso era morto il padre del killer, che deteneva l’arma con la quale è stata compiuta la strage regolarmente. Nessuno dei suoi parenti ha restituito quella pistola. Così quando l’omicida l’ha trovata, è uscito di casa e ha ucciso tre persone. La terza vittima non era del luogo, si trovava ad Ardea a trascorrere il fine-settimana.

Il più grande dei due fratelli, raccontavamo, sognava di diventare un calciatore professionista. Donnarumma, il portiere della Nazionale era il suo idolo. Daniel, portiere dei Pulcini dell’Ostiamare, era cresciuto nel vivaio della società lidense nella quale giocava da oltre quattro anni. A breve avrebbe messo i guantoni nei Giovanissimi della Lazio.

«Eriksen, che paura!»

Il dramma del calciatore e l’obbligo del defibrillatore

Corsi di primo soccorso per tutti. Per calciatori professionisti e dilettanti. «Il calciatore danese era già alle porte dell’aldilà, la fibrillazione ventricolare è l’anticamera della morte», ha spiegato il professore Thiene. «Questa volta è avvenuto il miracolo, prima il suo capitano Kjaer, poi i sanitari che hanno prestato immediato soccorso gli hanno salvato la vita…»

 

Dramma Eriksen, il calciatore della Danimarca accasciatosi senza un motivo apparente durante una gara degli Europei. All’indomani il caso viene studiato, discusso, si avanzano ipotesi e soluzioni per contrastare episodi simili, non solo nel “calcio che conta”, ma anche nei campionati, nei tornei minori, di qualsiasi disciplina si tratti. Ma torniamo a Christian Eriksen. «Una patologia sottostante c’è di sicuro, il calciatore danese era già alle porte dell’aldilà, la fibrillazione ventricolare è l’anticamera della morte», sostiene il professore Gaetano Thiene in una intervista rilasciata al Corriere della sera. «Questa volta, però – prosegue il professionista – è avvenuto il miracolo, i sanitari che gli hanno prestato soccorso gli hanno salvato la vita, quella di Eriksen è stata una morte abortita, cioè un grande successo».

«Ho proposto di inserire nelle licenze nazionali l’obbligatorietà di corsi di formazione per calciatori per l’uso del defibrillatore; noi faremo tutti i passi possibili per far sì che tali corsi non siano solo per i professionisti, ma anche nei dilettanti: per me questa differenza non può esistere». E’ così che il presidente della Federazione italiano gioco calcio, Gabriele Gravina, alla luce del caso Eriksen, illustra a “Casa Azzurri” le novità in materia di sicurezza che la Federazione da lui rappresentata sta pensando di introdurre. Intanto, cos’è il defibrillatore. E’ un apparecchio “salvavita” in grado di rilevare le alterazioni del ritmo della frequenza cardiaca e di erogare una scarica elettrica al cuore qualora sia necessario; l’erogazione di uno shock elettrico serve per azzerare il battito cardiaco e, successivamente, ristabilirne il ritmo.

 

PRIMA LA PAURA…

L’episodio che scatena il dibattito, si diceva, è noto. Christian Eriksen su un innocuo fallo laterale si avvicina al compagno che sta rimettendo in gioco il pallone. E’ un istante, si accascia come se avesse ricevuto un colpo improvviso. Casca terra, resta per diversi istanti in bilico fra la vita e la morte. Ci pensa subito il suo compagno di squadra e capitano Simon Kjaer. E’ il calciatore del Milan che per primo assiste il calciatore dell’Inter. Kjaer si assicura che non soffochi, prova a non fargli ingoiare la lingua. A quel punto il capitano della Danimarca, richiama i medici che poi, si capirà, salveranno il campione stesa e privo di vita per diversi istanti. Non è solo un passaggio di questi Europei, è un richiamare l’attenzione su ciò che potrebbe capitare su qualsiasi campo di calcio. Un segnale, si diceva, che il presidente Gravina e la stessa Figc da lui presieduta, ha deciso di raccogliere. A partire dalla prossima stagione, i calciatori di Serie A e degli altri campionati italiani, anche quelli minori, dunque non professionistici, dovranno partecipare a corsi di Primo soccorso per essere pronti a fronteggiare situazioni simili a quella accaduta nei giorni scorsi durante Danimarca-Finlandia, gara valevole per gli Europei. Prima sospesa e poi ripresa, pare, anche per volontà dello stesso Eriksen, nel frattempo trasferito in ospedale. Non appena riprende coscienza, caccia un bel sorriso, invita i compagni a giocare.

«Durante i ritiri delle singole squadre, attraverso la commissione presieduta dal professor Zeppilli, attiveremo dei corsi di formazione di Primo soccorso attraverso un programma che la commissione sta già studiando» . Sul malore accusato sabato scorso dal calciatore danese, Gravina ha aggiunto: «Siamo scioccati, per alcuni istanti gli si è fermato il cuore, ma anche il nostro. Gli studi scientifici italiani vengono apprezzati in tutto il mondo, tutti gli atleti vengono sottoposti a visite obbligatorie per legge per individuare eventuali patologie, anche cardiache; tuttavia alcuni avvenimenti, nonostante questi sforzi straordinari, continuano a verificarsi in soggetti apparentemente sani».

 

…POI LE CONTROMISURE

Di sport si può anche morire. Il Fatto Quotidiano, per esempio, in passato aveva già raccontato in come in Italia c’è praticamente una vittima ogni tre giorni per arresto cardiaco durante l’attività fisica. Tante di queste si potrebbero prevenire con un semplice defibrillatore, il “salvavita” per eccellenza, strumento scontato in una partita degli Europei sotto l’egida della Uefa, ma anche in qualsiasi gara riconosciuta da una Federazione. Meno nelle piccole strutture di allenamento, durante le attività amatoriali, nonostante la legge Balduzzi entrata in vigore nel 2012 sull’onda emotiva della morte del calciatore Morosini, ma applicata in maniera intermittente.

Il caso di Eriksen, però, ha dimostrato quanto anche il primissimo intervento di chi è immediatamente vicino all’incidente, cioè dei compagni di squadra, possa fare la differenza. Di qui l’iniziativa della Figc: inserire nelle prossime licenze nazionali (i requisiti per iscriversi al campionato) l’obbligatorietà di corsi di formazione per i calciatori in primo soccorso. L’idea è di approntare, già per quest’estate, in collaborazione con le Leghe di competenza e la Federazione medico sportiva, dei corsi durante i ritiri estivi delle squadre.

L’idea, pertanto, è dotare tutti di una preparazione di base, sapere come comportarsi in simili casi. Obbligatoria per i calciatori di Serie A, la norma potrebbe essere estesa a tutti i professionisti, dunque anche B e C, persino ai dilettanti. «Noi faremo tutti i passi possibili per riuscirci – ha concluso Gravina – Se si parla di vita non può esistere una differenza fra professionisti e dilettanti». Kjaer è intervenuto con Eriksen, ma in futuro potrebbe accadere ancora. Sarebbe un delitto lasciarsi trovare impreparati.

Nonna Rosetta e Black, salvi!

Un’anziana e un cane adottati da una famiglia che ha raccolto un appello

Hanno vissuto per anni in una discarica nella campagne di Taranto. L’anziana donna aggredita e morsa da randagi, fino a quando non ci ha pensato questo bel cagnone che le ha fatto da scudo. In un primo momento separati, i due si sono riabbracciati per tornare a vivere insieme. Questa volta in una vera casa, circondati da un grande affetto.

 

 

Nonna Rosetta e Black, finalmente salvi. Salvi dalla paura di tutti i giorni e da quella spazzatura che li circondava da anni. Una storia di altri tempi, accaduta a Taranto. Uno di quei romanzi d’appendice che due secoli fa tenevano con il fiato sospeso i lettori di storie infinite. Vissute nel dramma, ma viva il Cielo, sempre a lieto fine. Questa è una storia che più di qualcuno conosceva, raccontava con il dolore nel cuore, senza però toccare le corde giuste, tanto da non essere sottoposta all’attenzione di quanti, qualcosa, anche un piccolo gesto, avrebbero potuto compiere. Nonna Rosetta e il cane Black, insieme per la vita. Separati, ma poi ricongiunti dall’affetto di una famiglia che ha voluto ospitarli insieme. Perché dolore non si sommasse a dolore. Il dolore di un tratto di una vita vissuta praticamente in una discarica, al quale aggiungere il distacco da quel cagnone che l’aveva difesa a costo della vita da mute di cani randagi e inferociti. E’ finita nel modo in cui tutti, spettatori, ci auguravamo finisse.

Non è il caso di fare processi, specie se la parola “fine” posta in coda alla storia, mette il cuore in pace a tutti. Domande come “Possibile che sapessero di nonna Rosetta e nessuno facesse niente?”, oppure “in un periodo di assegni sociali reddito di cittadinanza, nessuno si è mai preso la briga di fare avere un sostegno alla donna anziana?” e, ancora, “Ma parenti, conoscenti, questa donna, possibile non ne avesse?”, per una volta mettiamole da parte.

 

 

UN FINALE ROMANTICO

Del resto, un articolo di denuncia, tanti sono quelli che circolano fra strumenti di informazione e social, si perderebbe nel mare di internet. Al contrario, una storia con un finale romantico, specie di questi tempi, può avere ancora il suo effetto. Può toccare ancora il cuore della gente. Non è un caso che fra gli inserti più sfogliati – non ce ne vogliano gli altri quotidiani… – sono quelli di Corriere della sera (Buone notizie) e de La Stampa (Lazampa.it).

Dunque, nonna Rosetta e Black. Insieme hanno vissuto per anni in mezzo alla spazzatura, una discarica a cielo aperto nelle campagne di Taranto. Nonna Rosetta si è arrangiata come poteva per ben tredici anni, anche se negli ultimi tempi a causa dell’età, la situazione per lei cominciava a farsi più grave.

Nonna Rosetta è sempre stata docile e gentile, forse anche troppo. Nella stessa zona dove viveva fino a pochi giorni fa, prima che una coppia di angeli si prendesse cura di lei, ci sono molti altri randagi, che hanno iniziato ad aggredirla. Le abbaiavano contro, arrivavano perfino a scacciarla, morderla. Da un po’, Rosetta, non riusciva a trovare più da mangiare per lei. Fino a quando in sua difesa è arrivato un cucciolone, da lei chiamato Black, che pare viva con lei da tre anni. Questa la prima notizia da libro “Cuore”.

 

 

«ERIKA, GRAZIE!» 

Una storia raccontata da un quotidiano appena il mese scorso, che provava ad ipotizzare un’adozione di coppia. «Ci piange il cuore», aveva detto Erika, una volontaria, raccontando quando hanno dovuto separarli. Ma grazie alle tante condivisioni “social”, una famiglia ha aperto le porte della loro casa e del loro cuore a entrambi. Ecco lo straordinario lieto fine.

Ora, Nonna Rosetta e il cane Black, insieme sorridono alla vita. La donna era stata ritrovata da alcuni volontari del canile di Taranto. Black continuerà a farle da scudo per molto tempo ancora. Erano stati separati e, ora, ricongiunti da un appello, raccolto da una famiglia che li ha adottati.

Una storia, scrive uno di quei “giornali” dalla parte di quei racconti che toccano il cuore, partita tra mille tempeste, ma che oggi ha visto finalmente il sole. Adesso, Nonna Rosetta e Black non devono più difendersi dagli attacchi di randagi. Possono finalmente stare insieme in un ambiente sano, lontani da mille pericoli.

Saman, dolce e ribelle

Diciotto anni, viveva in Italia, rifiutava il matrimonio combinato 

Ma i genitori volevano imporle il marito. Pare le abbiano teso un tranello. Lei voleva fuggire dal fidanzato, anche lui pakistano. L’hanno fatto tornare a casa per poi farla sparire. Gli inquirenti nutrono pochi dubbi. Inutili gli ultimi appelli della ragazza che abitava a Novellara, due passi da Reggio Emilia. Severi in Pakistan: «Non dicano che è l’Islam: è gente ignorante, l’Italia la punisca».

 

 

«Questo non è l’Islam: è gente ignorante, l’Italia la punisca». Il quotidiano più diffuso e antico del Paese, ha pubblicato nei giorni scorsi la notizia del caso di Saman Abbas, la diciottenne scomparsa a Novellara, in provincia di Reggio Emilia, e su cui la Procura sta indagando i due cugini e lo zio.

Le pagine del giornale non si fermano qui. Hanno  fatto di più, riportando un altro episodio registratosi lo scorso anno. Saman, scrive il quotidiano pakistano, si era ribellata alla famiglia che voleva farla sposare contro la sua volontà. «Matrimonio forzato per una ragazza di 18 anni in terra straniera: queste persone danneggiano l’orgoglio di tutto un Paese, vanno punite».

Intanto proseguono le indagini. Le speranze sono legato ad un filo sottile. «Non ci sono speranze – dice senza giri di parole il procuratore – il padre della ragazza mente, Saman non è  in Belgio».

Poche le speranze che la ragazza pakistana che da un anno combatteva contro la sua famiglia per essere libera, sia ancora viva. «Per noi è morta, vittima di omicidio», ha aggiunto il procuratore. Saman è stata raggirata con l’inganno, perché tornasse a casa, a Novellara. Con ogni probabilità le hanno fatto credere che non sarebbe partita per il Pakistan con il resto della famiglia. Insomma, che sarebbe rimasta in Italia, invece…

 

 

PAKISTANI SEVERI, «VENGANO PUNITI!»

Dal Pakistan la gente reagisce contro genitori e parenti della povera diciottenne. Dopo aver appreso che padre e madre di Saman si sono rifugiati in Pakistan, c’è chiede chiedono che venga negato loro l’ingresso nel Paese e vengano rispediti in Italia, perché gli inquirenti completino il ciclo di indagini e completino il quadro accusatorio.

Le hanno mentito, promesso che non sarebbe accaduto nulla. Così Saman, che aveva denunciato i suoi genitori, è rientrata a Novellara. Avrà vissuto ore di terrore. Si sarà Ma resa subito conto che i suoi le avevano mentito. Era caduta in trappola.

Secondo gli inquirenti è stata trattenuta in casa con la forza, fino a quando è maturata l’idea del delitto. Una decina di giorni senza sue notizie, scatta l’allarme. Il Giudice per le indagini preliminari ricostruisce gli elementi che hanno portato la Procura a chiedere le misure cautelari per i familiari di Saman. La ragazza chiede di nuovo chiede aiuto ai carabinieri. Ha capito che per lei può davvero finire male. Vorrebbe andare via, riprendersi i suoi documenti, decidere da sola se sposarsi e con chi farlo: vuole una vita da scegliersi.

 

 

MINACCE AL FIDANZATO

Il padre dal Pakistan pare minacci la famiglia del fidanzato della ragazza, anche lui pakistano e residente da tempo in Italia. Secondo le indagini, il delitto viene studiato nelle ultime due settimane di aprile. E’ per questo motivo che gli inquirenti contestano l’omicidio premeditato a madre, padre, zio e ai due cugini della povera Saman. Le telecamere di videosorveglianza della zona riprendono lo zio e i due cugini di Saman mentre si dirigono verso la campagna non lontani dall’abitazione. Stringono in mano due pale, un sacchetto e un secchio. Secondo l’accusa starebbero andando a scavare la fossa nella quale seppellire il corpo della ragazza.  Saman voleva scappare, aveva preparato lo zaino. Padre e madre avrebbero provato a seguirla, poi persa di vista si sarebbero rivolti allo zio paterno della ragazza.

Da un giorno all’altro non si hanno più notizie di Saman. I suoi genitori dovrebbero trovarsi in Pakistan. Nell’ordinanza si ricostruisce come suo padre le avesse avesse impedito di andare alle scuole superiori, tanto che spesso la chiudeva fuori casa obbligandola a dormire sul marciapiede. Avrebbero voluto punirla dell’allontanamento dai precetti dell’Islam e per la ribellione. Nel chiamare lo zio, che tutti i familiari sapevano essere un uomo violento, avrebbero accettato di correre il rischio autorizzando in qualche modo a mettere un punto esclamativo alla storia e alla vita della ragazza. Dal Pakistan la fronda che vuole assassini e complici sotto processo. Non vogliono passi un messaggio sbagliato. L’Islam è un’altra cosa. «E’ gente ignorante, l’Italia la punisca».

«Seid, perché?»

Si è tolto la vita, aveva vent’anni, lascia una lettera e tanti ricordi

«Quand’ero piccolo mi guardavano con affetto e curiosità, poi qualcosa è cambiato», ha scritto tre anni fa sui social. «Avevo trovato lavoro, ma gli anziani proprio non riuscivano a sopportarmi», dice il ragazzo di origine etiope. «Vi prego, non strumentalizzate il gesto di mio figlio; non è stato causato dal razzismo», dice Walter, papà adottivo. «Farò una smentita pubblica, se necessario, il mio ragazzo era molto amato e benvoluto, al suo funerale c’erano tanti ragazzi come lui e intere famiglie; ci sono tante cose di cui tener conto, in questi casi, ma sicuramente le discriminazioni non c’entrano», ha aggiunto papà Visin.

 

 

«Chi l’ha fatta finita, Seid? Non ci posso credere, così solare, sempre sorridente». Gigio Donnarumma, portiere del Milan e della nazionale di calcio, è esterrefatto quando gli dicono cosa sia successo a quel ragazzo che aveva incrociato ai tempi delle giovanili della squadra rossonera.

Seid è il giovane ragazzo etiope, un passato calcistico nelle giovanili del Milan, che nei giorni scorsi ha deciso di “farla finita”, togliersi la vita impiccandosi nella casa dei suoi genitori adottivi. «Ho conosciuto Seid Visin appena arrivato a Milano – ha raccontato l’azzurro all’agenzia nazionale Ansa – vivevamo insieme in convitto, sono passati alcuni anni ma non posso e non voglio dimenticare quel suo sorriso incredibile, quella sua gioia di vivere: era un amico, un ragazzo come me». E adesso, caro Gigio, Seid non c’è più. Ci resta una sua lettera scritta, però tempo addietro, prima cioè che il ventenne si impiccasse in casa dei suoi genitori adottivi, a Nocera Inferiore, due passi da Salerno.

«Sono stato adottato da piccolo – aveva scritto tre anni fa, tanto che, come leggeremo più avanti, i genitori adottivi invitano a non attribuire la decisione di Seid a motivi legati al razzismo – ricordo che tutti mi amavano; ovunque fossi, ovunque andassi, tutti si rivolgevano a me con gioia, rispetto e curiosità. Adesso sento che si è capovolto tutto – è uno dei passaggi della lettera – ovunque io vada, comunque sia, sento sulle mie spalle come un macigno, il peso degli sguardi scettici, prevenuti, schifati e impauriti delle persone». Non è finita, Seid aveva voglia di riscattarsi, mostrare a chiunque avesse cominciato ad indicarlo. Non sono tutti razzisti, c’è chi infischiandosene di quei pochi che lo evitavano, gli avevano offerto un lavoro. «Ero riuscito a trovare un lavoro – spiegava in una sua lettera di tre anni fa il ventenne etiope – che ho dovuto lasciare: troppe persone, specie anziane, si rifiutavano di farsi servire da me. E, come se non mi sentissi già a disagio, mi additavano anche come responsabile perché molti giovani italiani non trovavano lavoro».

 

 

“COSTRUIAMO INSIEME” E LE STORIE…

Argomenti che abbiamo sentito spesso e dai quali abbiamo preso debita distanza. Si tratta di una minoranza, non tutti sono così. Le pagine di Costruiamo Insieme sono piene di storie molte delle quali a lieto fine. Dolorose all’inizio, poi con il passare del tempo cambiate grazie al processo di integrazione e agli italiani che hanno aperto le porte del Paese e quelle del cuore. L’Italia non è un Paese razzista anche se in Italia ci sono persone razziste. C’è chi invita a non agitare la morte di quel ragazzo come una bandiera. Preghiamo e piangiamo per lui e impariamo a rispettarci.

«Quella lettera era uno sfogo – dice Walter Visin, padre adottivo dell’ex calciatore – Seid era esasperato dal clima che si respirava all’epoca in tutto il Paese, ma nessun legame con il suo suicidio, basta speculazioni». E’ determinato il papà di Seid. «Farò una smentita pubblica, se necessario – prosegue – Seid era molto amato e benvoluto, al suo funerale c’erano tanti ragazzi come lui e intere famiglie; ci sono tante cose di cui tener conto, in questi casi, ma sicuramente le discriminazioni non c’entrano. Non voglio parlare delle questioni che riguardavano mio figlio da vicino, delle sue sofferenze personali. So che era un ragazzo straordinario, e tanto basta: è molto triste che io e mia moglie, nonostante il dolore che ci attanaglia, dobbiamo continuare a ripetere che Seid non se n’è andato via per questo e che non vogliamo speculazioni».

 

 

MILAN, BENEVENTO, IL LICEO

Seid, adottato da una coppia di Nocera Inferiore, aveva debuttato nelle giovanili del Milan, poi era tornato a casa a studiare e prendersi il diploma di liceo scientifico. Giocava ancora a calcio, ma nella squadra di “Calcio a 5” dell’ Atletico Vitalica. L’estremo saluto nella chiesa di San Giovanni Battista a Nocera Inferiore, accompagnato dalla famiglia e dagli amici che indossavano una maglietta con la scritta «Arrivederci fratello. Ciao talento».

La giovane ex promessa del calcio, che aveva militato anche nel Benevento, tre anni fa aveva denunciato in un post su Facebook atteggiamenti razzisti, anche se i genitori del giovane – come anzidetto – hanno specificato che non vi è alcun legame tra i fatti raccontati in quello sfogo e il gesto estremo e hanno stigmatizzato il tentativo di strumentalizzazione delle parole del figlio.

Anche i i suoi compagni dell’Atletico, che lo avevano salutato via social ricordandone il sorriso, «l’indiscusso talento, la naturale straordinaria predisposizione a dare del tu alla palla, che restano impressi nella nostra mente e la refrattarietà a vedere il calcio come fonte di guadagno: vai via come sei arrivato, lasciandoci attoniti senza parole. A-Dios  talento enorme dal cuore fragile».

«La città è affranta per la scomparsa di Seid, per la sua giovanissima età, per la sua storia, per come se ne è andato, per il suo talento e la sua eleganza”, ha dichiarato all’agenzia AGI il sindaco di Nocera Inferiore, Manlio Torquato. “Non sappiamo cosa dire per una tragedia simile – prosegue il primo cittadino – forse ora non è il momento di farsi domande: ci sarà il tempo, ammesso che ci sappiamo dare risposte».

«Il cuore dell’uomo è il mistero più grande: ci sono cuori fragili che implodono – ha detto don Andrea Annunziata nel rivolgere l’ultima preghiera al ragazzo – quello di Seid è uno di quelli: non deve più accadere, a lezione che siamo chiamati a imparare è quella che ci vede impegnati a uscire dalle solitudini».