Puglia, Italia…

Turismo, gli italiani hanno scelto l’estate ideale

Ventisette milioni di italiani privilegiano mete di prossimità. Malgrado il covid, pianificazioni per i mesi caldi. Mari azzurri, spiagge incantevoli, natura incontaminata, splendide masserie. Ultima in ordine di tempo, “Don Cataldo”,tre minuti da Martina Franca, nel cuore della Valle d’Itria. Bella, accogliente, classe da fare invidia ad hotel pentastellati. La nostra, resta la regione più bella del mondo secondo National Geographic e New York Times.

Nonostante il Covid e la limitazione agli spostamenti, gli italiani restano fiduciosi nella possibilità di tornare presto a viaggiare. Lo dice l’Osservatorio sull’Economia del Turismo delle Camere di Commercio di Isnart e Unioncamere. Secondo questo attento studio, più della metà degli italiani sta già pianificando una vacanza per il 2021. Destinazione regina, per l’80% dei connazionali, anche quest’anno resta l’Italia, con un occhio rivolto alla Puglia. Riconosciuta come “la regione più bella del mondo” (Best Value travel destination in the world, National Geographic, Lonely Planets e New York Times), la Puglia anche quest’anno sarà prevedibilmente meta del maggior numero di turisti in circolazione nel nostro Paese.

Si è registrata a livello nazionale una perdita in termini di ricavi stimabile in circa 8 miliardi di euro. Ma ci sono segnali per una costante ripresa legata anche al turismo domestico, rappresentato dai ventisette milioni di italiani che, in fatto di vacanze, privilegiano mete di prossimità. Ma se fare delle vacanze d’estate indimenticabili quest’anno continua ad essere un sogno, la Puglia rappresenta la sua felice realizzazione: mari azzurri, spiagge incantevoli, natura incontaminata, splendide masserie, locali tipici e ristoranti, itinerari turistici, arte e cultura, gastronomia, movida e divertimento.

 

MASSERIA E CAMPAGNA…

Fra le bellezze incontaminate della Puglia, un ruolo importante lo svolgono le masserie da cui è possibile ammirare città e l’adiacente campagna pugliese, uno spunto per una passeggiata fuori dai luoghi del sovraffollamento, da dove  si potrà godere di un’ampia vista sulla bella campagna circostante coltivata a oliveti e vigneti. Ultima creatura fra i secolari manufatti, la riqualificata Masseria Don Cataldo, a tre minuti da Martina Franca: bella, accogliente e con quel tocco di classe da fare invidia ad hotel pentastellati.

All’ora della passeggiata, la sera, il brulicare dei vicoli dei mille paesini turistici (Martina, Alberobello, Cisternino, Fasano) risuona dei passi dei turisti che visitano le numerose bottegucce dell’artigianato pugliese: legno, mobili, ceramiche, ferro, vetro, il tutto lavorato da mani esperte. Per l’estate si auspica la ripresa di eventi musicali anche live, ed enogastronomici dislocati in caratteristici capoluoghi o province. Nelle serate estive Pugliesi, per passare qualche ora fra amici all’insegna del divertimento, pensati per un popolo giovane e per le famiglie.

 

PATRIMONIO DELL’UMANITA’

E poi le sagre, un’occasione per riscoprire i sapori semplici ma buoni di una volta, soprattutto in luglio e agosto al solo scopo di ricavarne divertimento e piacere. A queste meravigliose bellezze, si aggiungono i riconoscimenti assegnati alla Puglia ancora regina del  mare pulito  e delle spiagge di qualità: la Puglia conta numerose bandiere blu, che vengono riconfermate di anno in anno, per la gioia dei turisti.

Trulli, riserve e monumenti naturali istituiti in tutta la Puglia, rappresentano un patrimonio naturale e artistico che va tutelato. Non è un caso che la Valle d’Itria, fra Martina Franca, Alberobello, Cisternino e Fasano, sia riconosciuta come “Patrimonio mondiale dell’umanità”.

Fra le altre mete, le Isole Tremiti di fronte al Gargano, e Lecce, interamente decorata in stile barocco con i suoi monumenti storici. Come a dire che in Puglia ogni angolo possiede luoghi appositi in cui procurarsi una guida agli itinerari caratteristici, per godere del sole e del mare e per visitare castelli, torri, trulli, monumenti, musei e chiese; in questa terra dalle fertili pianure agricole, masserie accoglienti e bagnata dal mare, la gente locale ha una ospitalità molto antica e  mantenuto un carattere aperto e affabile.

«Ibrahim, sei tu?»

Billy, guineano, riabbraccia un giovane gambiano salvato da morte certa

«Incontrato sul Lungomare di Taranto. Ci siamo corsi incontro e stretti quasi fino a farci male. Non sapeva nuotare, invocava aiuto: ne avevo visti già tanti inghiottiti dal mare, lui non doveva fare la stessa fine. Sopravvissuto a quella sciagura del mare, ho aiutato lui, il figlioletto di un mio connazionale e mia sorella, diventata ostetrico»

Salvare un ragazzo da morte certa, perderlo di vista una volta sbarcati, prima daccapo in Libia, più avanti a Catania e, infine, riabbracciarlo, da non crederci, mesi dopo sul Lungomare di Taranto. Una storia a lieto fine, quella di Billy e Ibrahim, una di quelle che più di altre ci piacciono. Nonostante di mezzo ci siano, purtroppo, centotrenta dispersi, cioè centotrenta morti. Quell’aggettivo, “dispersi”, lo usano i cronisti, i notiziari, le istituzioni che alimentano speranze flebili. Quei centotrenta che non si sono più trovati, secondo i calcoli di Billy, un ragazzone con la voglia di fare, tanto, riscattarsi e dimostrare al più presto la sua riconoscenza per l’Italia, ma che ha solo voglia di lavorare.

A proposito di notiziari, ancora oggi Billy non si capacita. «Possibile che centotrenta persone scompaiano in mare e nessuno ne dia notizia?», s’interroga. Telegiornali, un notiziari, un quotidiani, tacciono. «Ancora oggi penso a quella gente che non è ancora ancora a conoscenza di quello che possa essere accaduto ad uno dei loro familiari: non sanno nemmeno che i loro cari siano stati dati per “dispersi”, in realtà morti in uno dei tanti viaggi della speranza».

Billy, guineano, fede musulmana, ventiquattro anni, si è impegnato in mille lavori. Comincia dalla fine, da quel romanzo che è la vita. «Non volevo crederci, passeggiavo sul Lungomare di Taranto e quel ragazzo che mi stava venendo incontro, a piccoli passi, perché anche lui sembrava non credesse ai propri occhi, era Ibrahim!». Da non crederci, come dare torto a Billy. «Un grande abbraccio, ci stringemmo con forza, quasi fino a farci male, non ricordo nemmeno chi dei due cominciò a singhiozzare per la forte emozione: piangemmo insieme; in un attimo nella mente passò quel brutto film che fu il naufragio…».

 

ERA IL 27 SETTEMBRE…

Ibrahim, gambiano, più giovane di lui, quella notte in mare in preda alla disperazione.  Ricorda come fosse ieri, Billy. Tiene a mente la data. «27 settembre 2017, tirai fuori trecento euro per pagarmi quel viaggio della speranza, ancora non sapevo cosa mi aspettasse: pensando a quelle ore disperate, mi viene ancora da piangere: mi rimbombano nella mente pianti a dirotto e urla strazianti: tutto buio, gente che vedo a stento, illuminata a a malapena dalla luna, che purtroppo scompare inghiottita da flutti del mare; tutti, me compreso, disperati, in cerca di salvezza: uno strattona l’altro, si aggrappa a qualsiasi cosa lo circondi: tavole galleggianti, bidoni, camere d’aria, insomma quel poco che resta di quell’enorme gommone; ci sono anche bidoni di benzina, qualcosa che potesse rappresentare la nostra salvezza: qualcuno provava a svuotare quei bidoni dal carburante che, inevitabilmente, ci finiva addosso, sulla faccia, le braccia, sul dorso delle mani, fino a ustionarci la pelle: meglio le ustioni che non morire affogati, risucchiati dal mare». Quei bidoni erano un salvagente, scatenavano una disperata lotta per la sopravvivenza: mi guardavo intorno, uno spettacolo agghiacciante, chi provava ad impossessarsi di un bidone o una camera d’aria; non tutti sapevano nuotare e, allora, addio, un istante dopo non li vedevi più, ma anche chi sapeva nuotare alla fine, sopraffatto dalla stanchezza veniva ingoiato dalle acque. Fu in uno di quei momenti che vidi scomparire fra le acque Thierno, un mio connazionale: durante quel breve viaggio mi aveva raccontato la nostalgia che avvertiva per aver lasciato moglie e figlio, Mamadou, piccolino, rimasto in Guinea con la mamma…».

 

ADDIO THIERNO, AMICO MIO…

Thierno non c’era più. C’era Ibrahim, piuttosto, un ragazzo che vedeva per la prima volta. Rischiava di annegare, non sapeva nuotare. «Sentii un morso a una mano, vidi un ragazzo giovanissimo, magro, disperato: voleva quel bidone al quale ero abbracciato, aveva paura di morire e qualsiasi cosa facesse, pensai subito, era giustificata; lo rasserenai con un sorriso e un gesto, gli allungai quel “salvagente”; potevo resistere, ho un buon fisico: Ibrahim era salvo, io poco dopo trovai un altro bidone al quale mi aggrappai; ero salvo anche io!».

Ibrahim, viveva fra Martina Franca e Grottaglie. «Felice per lui, ma ancora con il cuore a pezzi per il dolore, quei centotrenta compagni di viaggio dispersi in mare, che brutto destino!». C’è un altro risvolto umano nel racconto di Billy, altrettanto nobile. «Durante i primi tempi – spiega il ragazzo guineano – con metà del mio pocket-money aiutavo il piccolo Mamadou, figlio del povero Thierno: proseguiva gli studi, inviavo i soldi alla mamma, che con qualche altro risparmio ha aperto un piccolo commercio tanto che oggi è lei stessa a provvedere al figlioletto». Il cuore di Billy è immenso. «Ho aiutato anche mia sorella Fanta, nel frattempo diventata ostetrica: aiuterà mamme a mettere al mondo tanti bei bambini che non dovranno conoscere quell’inferno attraverso il quale sono passato io e tanti altri come me, come il povero Thierno e il mio amico fraterno Ibrahim, che fortunatamente ce l’ha fatta».

«Caro Mac Roney…»

Intervista al Mago Forest

«Mi sono ispirato a lui, poi sono peggiorato per conto mio. Amo la Puglia, ho lavorato con Toti e Tata, il mio primo manager è di queste parti. Mi chiamassero insieme Arbore e la Gialappa’s, chi sceglierei…»

Ci sono artisti con cui stabilisci una certa empatia, subito. Avverti netta la sensazione quando li vedi in scena, riesci a leggere fra le pieghe del loro carattere, che non può essere un’altra cosa rispetto alle “luci del varietà”. Uno di questi è, sicuramente, Michele Foresta più noto come Mago Forest, comico, showman e conduttore televisivo. Periodo complicato quello del covid, non ci resta che il telefono.

 

E’ un piacere risentirla.

«Vedessi il mio di piacere, sono tutto un brivido: ma non ci davamo del “tè”? Ti prego, mi sento più a mio agio: ci conto…».

 

In estrema sintesi, da Arbore alla Gialappa’s, passando per Zelig, da ospite a presentatore. C’è un momento decisivo nel quale hai avvertito la svolta?

«Se momento decisivo possiamo chiamarlo, può essere quello di venti anni fa, quando i Gialappa’s vennero ospiti a Zelig: mi videro presentare e mi ritennero “abbastanza deficiente” per propormi il loro programma “Mai dire Maik”; chiuso in anticipo partì, comunque, la nostra collaborazione che durò nove anni ininterrottamente. Mi hanno rubato i miei migliori anni, mi hanno rubato, ma li perdono…».

 

Non riesce proprio a prendersi sul serio. Quando ti presentano, ti “lanciano” come fossi il parente povero di Silvan e Copperfield. Detto che nella realtà, sei un abile illusionista, non credi di ricordare in qualche modo anche un tuo antesignano collega, certo Mac Roney?

«Certo che sì, lui è stata la mia prima ispirazione, anzi diciamo che copiavo pari-pari le sue gag che vedevo in televisione, poi ho studiato molto e finalmente ho imparato a fallire da solo».

 

Un giorno, sbagliando un gioco di prestigio e sentendo il pubblico ridere, hai pensato di cambiare mestiere. Cosa ti ha portato a usare carte e piccioni per scatenare risate?

«Sinceramente no, fin da subito la mia intenzione è stata quella di cercare di far ridere, mi ha sempre affascinato il ruolo dell’antieroe e del mago al quale i suoi stessi attrezzi si rivoltano contro».

 

Arbore, Gialappa’s, Frassica, Chiambretti, Bisio. Quale ritieni possa essere il tuo partner ideale? Ma anche uno con cui non hai ancora lavorato, ma con il quale ti piacerebbe fare coppia? 

«Coppia, non accoppiarmi, dici. Perché ho avuto belle colleghe, Hunziker, Incontrada, la Marcuzzi. Glissiamo, dai. Diceva il poeta brasiliano Vinicius De Moraes: la vita è l’arte dell’incontro. E io incontri sul palco ne ho avuti, e tanti: ammetto di essere in debito con la fortuna. Per un comico il contesto è tutto e rare volte mi sono trovato nel posto sbagliato. Se potessi scegliere mi piacerebbe lavorare con Homer dei Simpson!».

 

Battuta veloce. I testi, li studi, li prepari o è un work in progress, nel senso che uno spettacolo dopo l’altro improvvisi, scremi e tieni le migliori battute?

«Parto da un’idea e poi la osservo con la lente distorta della comicità. Visto come parlo bene? Posso continuare, se vuoi. Mi preparo molto, ma mi piace lasciare margini all’improvvisazione, lasciarmi trasportare dagli umori del pubblico. Quello del comico è uno spettacolo sartoriale cucito ogni sera su misura».

 

Fra gli spettacoli più applauditi, “Motel Forest”, ospiti e comprimari sul palco. Qual è il canovaccio sul quale si snoda l’intera rappresentazione?

«Motel Forest è stato un luogo magico e bizzarro, in realtà un mio investimento sul futuro: De Niro apre ristoranti, Sting un agriturismo in Toscana, Antonio Banderas un mulino e io un Motel. Ci può stare, no? ».

 

Mago Forest, sei uomo del Sud, una volta si diceva che il pubblico fosse più passionale, mentre al Nord più attento e snob. E’ ancora così, secondo te?

«Devi rifarmi la domanda quando riapriranno le frontiere, pardon i teatri, i locali. La storia del pubblico caldo o freddo, tiepido, credo sia un luogo comune: detto questo in Puglia mi sono sempre trovato bene fin dai tempi della “Dolce Vita” di Bari gestita in passato dai mitici Toti e Tata, che mi presentarono il mio primo manager, che è di Nardò. Il pubblico che va a teatro sa cosa va a vedere e cosa si aspetta, io mi pongo il problema di dare sempre il massimo, perché al giorno d’oggi non è così scontato – e alla ripresa ho la sensazione che il pubblico sarà ancora più esigente – che la gente compri un biglietto, esca di casa d’inverno e vada a trovare parcheggio intorno a un  teatro per vedere uno show».

 

Finisse domani la pandemia, chiamassero Arbore e la Gialappa’s, a quale telefonata risponde per primo “Arrivo!”?  

«Se chiamano insieme trovano occupato e mi salvano da una decisione in qualche modo complicata. Meglio non lo sappiano, non gli venga davvero di telefonarmi nello stesso periodo: una confessione voglio proprio fartela: sarei molto, ma molto in imbarazzo».

“Là, dove c’era l’erba…”

Sessant’anni fa la posa della prima pietra per la costruzione del siderurgico

Una lunga disamina sulle decisioni politiche. No a Piombino, sì a Taranto per dare al Sud. Arriva una ricchezza concreta, ma anche i primi mali. Nonostante Paolo VI celebri qui una Santa Messa natalizia e Pertini pranzi con gli operai. Dopo il boom economico, ecco i fumi, i morti, i processi, una politica che passa dal PCI alla DC. Fra sindaci e un dissesto a scuotere e mettere la città in ginocchio.

 

C’era una volta il siderurgico. E ancora c’è. Fra processi, lunghi, tempi biblici e qualche inevitabile prescrizione, considerando i tempi della giustizia italiana. A sessant’anni dalla posa della “prima pietra” quell’industria che doveva portare benessere a Taranto, da diversi anni è nell’occhio del ciclone. Non ultima, la ripresa del maxi-processo “Ambiente svenduto”, fra intercettazioni di dirigenti del siderurgico, politici e, come spesso accade, “non ricordo” (una marea).

Nei giorni scorsi su Repubblica è apparsa una documentata riflessione di Giandomenico Amendola, che spiega il percorso di quella Taranto, scrive il quotidiano, dagli ulivi agli altiforni. “Sessant’anni dall’inizio della costruzione a Taranto – scrive Amendola – di quello che allora venne battezzato col nome della proprietà “Italsider”, quarto Centro siderurgico”.

Una decisione, quella di costruirlo proprio a Taranto, fu presa sul finire degli Anni Cinquanta. All’Iri chiedevano che il siderurgico fosse realizzato a Piombino con lo scopo di raddoppiare l’impianto esistente. Niente, ce la fece, invece, Taranto. Il governo voleva dare un primo forte segnale per la crescita di un Sud fino ad allora trascurato nonostante si studiassero le pratiche perché il meridione diventasse Mezzogiorno.

Lo slogan lanciato con successo dalla Finsider, ricorda Amendola nella sua attenta disamina, come del resto video in bianco e nero dell’epoca, qualcosa che aveva a che fare con la suggestiva “Settimana Incom”, era, appunto, “Dagli ulivi agli altiforni”. Insomma, più che una realtà, un sogno di modernizzazione ed industrializzazione. Il grande stabilimento, infatti, diventò immediatamente il simbolo del Mezzogiorno. Un sogno che sembrò diventare realtà quando lo stabilimento venne inaugurato nel 1965 e tre anni dopo benedetto da Paolo VI che celebrò la messa di Natale nello stabilimento.

 

ACCIAIO, OCCASIONE PER IL SUD

L’acciaio di Taranto era anche considerato la grande occasione per meridionali delle giovani generazioni. Per questo nella seconda metà dei Sessanta, l’Iri, proprietario dell’Italsider, lanciò, con il Rotary Club di Milano, il Progetto Iard-Sud (Individuazione e assistenza ragazzi dotati) con lo scopo di valorizzare gli studenti migliori e creare i protagonisti di un futuro meritocratico che sembrava prossimo.

La Taranto che il siderurgico trovò alla sua nascita era una città particolare: operaia e burocratico-militare con una borghesia professionale di buona qualità, ma di piccole dimensioni integrata da alcuni ricchi proprietari terrieri. Era la città dell’Arsenale e della flotta, di operai e di ufficiali di Marina. Dal ‘46 fino al ‘56 il Comune è saldo nelle mani del PCI. A seguire subentra la Democrazia cristiana che del controllo delle risorse dello Stato e della loro distribuzione fa la propria principale arma. È lo Stato, ancora una volta, il protagonista del futuro di Taranto: nel passato lo era stato con la flotta, da quel momento in poi si incarnerà nella grande fabbrica.

E veniamo a un po’ di cifre che Amendola fa nella sua attenta analisi. All’inizio degli Anni Settanta l’Italsider commissionò ad una delle più importanti società di consulenza italiana diverse ricerche per analizzare i cambiamenti portati dalla nuova grande industria sui gruppi sociali di Taranto ed in particolare sul suo sistema di potere. Uno di questi studi, terminato nel 1972 (mai pubblicato per comprensibili ragioni politiche) mostrò come la rendita realizzata dai proprietari dei suoli urbanizzati tra il 1961 e il 1971 si aggirasse (per difetto, sottolineano gli autori) sui 70/80 miliardi. La somma, cioè, di tutti salari erogati dal Centro siderurgico nello stesso periodo. Negli stessi anni, prosegue la ricerca, i depositi presso gli istituti di credito a controllo locale passano da 800 milioni a 21 miliardi.

I fumi dell’impianto invadevano già la città a partire del vicino quartiere Tamburi. L’importante era che le piccole industrie, create in fretta dagli imprenditori locali intorno al siderurgico, ricevessero commesse con un occhio di favore e che una parte consistente della massa salariale dello stabilimento e del suo indotto si riversasse nell’edilizia. Non a caso fu la Cementir la prima grande fabbrica ad insediarsi nell’area industriale di Taranto.

 

TARANTO, “SOLO” SIDERURGICO

In pochi anni, prosegue Amendola, Taranto si identificò con l’Italsider e i comuni dove vivevano molti dei dipendenti del siderurgico, diventarono la cosiddetta “Provincia Italsider” dove le esigenze dello stabilimento dettavano legge. In una Taranto diventata totalmente ed acriticamente “siderurgica”, nel 1980 il presidente Pertini pranzò con gli operai esaltandone impegno e sacrifici.

A far vivere in tranquillità la città, incurante dei pericoli che venivano dalle nuvole velenose dello stabilimento, non erano solo i denari che direttamente o indirettamente il siderurgico erogava ma anche le risorse pubbliche il cui flusso, controllato dalla potente democrazia cristiana locale, sembrava inarrestabile. Quando tangentopoli raggiunge la città e travolge la classe dirigente della Dc e del Psi, emerge drammaticamente la debolezza dei gruppi dirigenti e della borghesia tarantina. Si succedono, intanto i sindaci Giancarlo Cito, Mimmo De Cosmo e Rossana Di Bello.

Negli anni successivi, fra i cambi di società già avvenuti e prossimi a giungere, Nuova Italsider, Ilva e, oggi, Arcelor-Mittal, proseguirà la politica di dipendenza dall’industria siderurgica. Processi, morti, il dissesto del Comune. La scena politica in Italia e a Taranto è ormai cambiata. Cresce l’attenzione, forse solo apparente, ai fumi, all’inquinamento, conclude l’autore del servizio su Repubblica, ed alla annunziata perdita di posti di lavoro. Il clima politico cambierà quando forse sarà troppo tardi e non basteranno, per sanare le profonde ferite inferte dall’incuria e dall’affarismo, i processi e le pesanti condanne chieste per i proprietari e i manager dello stabilimento e per alcuni dei governanti e degli amministratori locali. Fra tutto questo, anche le decisioni del giudice amministrativo di chiudere le aree a caldo dello stabilimento. E la storia, dagli uliveti all’acciaio non è finita. Anzi, prosegue.

«Luigi, insegnaci!»

Anche un pugno nello stomaco può indicare una strada (da evitare)

Calciatore, baciato dalla fortuna e dal talento, aveva giocato con Ronaldo il Fenomeno. Dopo il calcioscommesse, una seconda tegola: l’arresto per coltivazione di marijuana. Per i nostri ragazzi: «Giocare al calcio è una festa, figurarsi vivere di popolarità». E, ancora: «Conosciamo i sacrifici e chi, fra noi, ha la fortuna di giocare in serie B o C: non si dimentica del passato e dei suoi fratelli. La fortuna è un dono che abbiamo in prestito e questo lo sappiamo…»

 

Luigi, ex calciatore di Serie A, è stato arrestato. Coltivava una serra di marijuana. Ex difensore di Juventus, Inter, Roma e Parma, oggi quarantasei anni, è stato colto in flagrante mentre stava curando insieme ad un complice più di un centinaio di piante di marijuana in un casolare abbandonato sull’Appennino emiliano. Dopo l’interrogatorio di garanzia è stato posto agli arresti domiciliari.

Questa la notizia. Non amiamo i clamori, le cooperative sociali hanno il compito di recuperare piuttosto che schiacciare un essere sotto le sue responsabilità. Anche quando commettere errori sarebbe umano e diabolico perseverare. Il cognome di una delle stelle del calcio italiano finita nuovamente in una storiaccia di droga, dopo aver fatto parte di un sistema legato al calcioscommesse, dunque alla truffa, lo trovate altrove. A noi interessa la storia di Luigi, purtroppo non un caso isolato, un atleta invidiato da un sacco di ragazzini all’inizio degli Anni Novanta, quando indossava i colori di Juventus, Inter e Roma, perfino il Parma più vincente della storia, ma scivolato sulla strada di un benessere malato.

 

LUIGI E IL FENOMENO

Luigi aveva giocato anche con Ronaldo il Fenomeno. Qualcuno si domanda cosa potesse chiedere di più alla vita un ragazzo baciato dalla fortuna e dal talento. Non abbiamo risposte, ma solo domande. Quelle, tante, circolano nella nostra mente come un martello pneumatico. Quante volte abbiamo visto i ragazzi ospiti della nostra cooperativa indossare magliette di calcio, preferibilmente della Juventus piuttosto che del Barcellona. E quante volte abbiamo chiesto loro il perché di quella scelta, perché il calcio. Le risposte, più o meno sempre le stesse.

«In Africa quello che non manca – confessano i ragazzi ospiti di Costruiamo Insieme – sono le distese e quattro canne, quelle che ci servono per delimitare una porta di calcio e giocare con una palla il più delle volte ricavata da un po’ di stracci tenuti con la corda o, peggio, perché fa male prenderlo a calci; ogni volta che giochiamo è una festa, una delle poche volte in cui ci viene il sorriso: ecco, diciamo che prendiamo a calci la sfortuna correndo all’inseguimento dei sogni e qualche volta ci capita di far gol».

Le magliette. «Nei nostri Paesi guardiamo le partite nei bar che hanno una tv e un abbonamento alle gare di Champions e ai campionati di calcio, italiano, inglese e spagnolo; qui stesso, nella cooperativa, ci capita di riunirci per assistere alle partite più importanti: anche questo è un momento di gioia, una goccia in un mare di pensieri che vanno dalla nostalgia di casa ai nostri cari che sono rimasti lì, non senza qualche problema…».

 

«FOSSI STATO CALCIATORE…»

 «Magari fossi calciatore, in un attimo guadagnerei rispetto e posizione sociale – ci spiegava settimane fa uno dei nostri ragazzi – in Italia è lo sport più popolare e quando gli assi del calcio parlano, la gente sta ad ascoltarli: ultima in ordine di tempo, la storia di Romelu Lukaku, l’attaccante dell’Inter che ha raccontato il dramma familiare, i sacrifici che dovevano affrontare papà e mamma originari dello Zaire (ex Congo, ndc); essere un calciatore è bello, siamo in tanti a sognarlo e quando leggiamo storie di calciatori che si sono rovinati con le scommesse o la droga, ci viene tristezza; non giudichiamo, ma quanto ci avrebbe aiutato e fatto crescere partire dalle cosiddette “scuole alte” nelle quali la prima parola che insegnano è “rispetto”; ma ognuno risponde a se stesso e al Cielo di scelte sicuramente non condivisibili: miei amici e fratelli lavorano nei campi, nei mercati ortofrutticoli, nei mercatini domenicali o vendendo piccoli articoli; pensate se a qualcuno di questi fosse capitata la fortuna di giocare anche in serie B o serie C…».

I guadagni li avrebbero gestiti in modo diverso. I ragazzi vengono dai sacrifici, conoscono il peso di un euro. «Ho amici che hanno avuto la fortuna di farsi strada nel calcio – ci spiegano i ragazzi – senza diventare dei fenomeni; nessuno di loro dimentica da dove viene e che la fortuna è una cosa che ti è stata donata, ma qualcuno può togliertela quando meno credi, così aiutano i propri fratelli venuti dall’Africa, come loro e le loro famiglie: difficile che qualcuno di questi si dimentichi di noi…».

 

«UN ALTRO PASTICCIO!»

Luigi di sciocchezze ne ha combinate più di una. L’ex calciatore, dopo essersi ritirato dal calcio giocato, undici anni fa aveva scelto di restare a vivere a Parma. E qui, l’altro giorno, all’ora di pranzo, gli agenti della Fiamme Gialle lo hanno trovato assieme ad un complice intento a curare la coltivazione che, secondo le stime, avrebbe potuto fruttare oltre due chili di sostanza stupefacente. Ad insospettire gli inquirenti la richiesta del raddoppio della potenza del contatore di un casolare di una piccola frazione della montagna parmense, all’apparenza completamente disabitato. Nemmeno un po’ di astuzia, Luigi.

Una volta tradotto davanti al giudice, nell’interrogatorio di garanzia si è avvalso della facoltà di non rispondere per poi finire agli arresti domiciliari presso la propria abitazione. Per Luigi, purtroppo, non è la prima volta in cui ha a che fare con la giustizia. Era finito, infatti, in carcere in seguito all’inchiesta sul Calcioscommesse partita dalla Procura di Cremona. Due anni fa l’inchiesta per lui si era conclusa con la dichiarazione di prescrizione con il tribunale di Bologna che dichiarò estinta la sua partecipazione all’associazione a delinquere oggetto dell’inchiesta. Speriamo che questa seconda ricaduta faccia riflettere una seconda volta Luigi. Si può ricominciare da mestieri modesti, riabilitarsi poco per volta, leggendo un po’ di storie di ragazzi scampati alla guerra, ai pericoli della politica e alla fame. Ma questo, quel ragazzone che sfiorava il metro e novanta, fisico da bersagliere, amato dal grande pubblico del calcio, lo sa. Se qualche volte passasse da queste parti non ci dispiacerebbe incontralo e organizzare un incontro con i nostri ragazzi. E non solo per imparare, ma anche per insegnare.

«TV, amore a prima vista»

Antonio Caprarica, giornalista e volto noto del piccolo schermo 

Salentino, settant’anni appena compiuti e non sentirli. «Anche se il traguardo è sempre più vicino», scherza il popolare corrispondente Rai da Londra e Mosca, Kabul e Beirut. «Fossi costretto a scegliere fra le mie esperienze lavorative, direi senza dubbio la televisione». Venti titoli in libreria, laureato in filosofia, gli manca il contatto con i suoi lettori. «Ho avuto il “blocco dello scrittore”, forse privato della libertà a causa di questa sciagurata pandemia»

Antonio Caprarica, giornalista, scrittore e saggista italiano. Leccese di nascita, molti lo conoscono come corrispondente Rai, soprattutto da Londra, tanto che molti dei suoi titoli (una ventina i libri pubblicati)  hanno come soggetto l’Inghilterra, la politica, lo stile di vita, il romanzo dei Windsor. E’ stato, fra l’altro, corrispondente da Mosca e Parigi, ma anche dal Medioriente, in piena crisi del Golfo, da Kabul a Beirut.

 

Prima di porle qualche domanda riguardo la sua attività di giornalista e scrittore, domanda d’obbligo: come vive la pandemia, cosa ha tolto, cosa pensa abbia insegnato questa sciagura?

«La vivo con sollievo guardandomi attorno, felice di essere scampato – facendo gli scongiuri – a quella tragedia che purtroppo, solo in Italia, ha interessato decine di migliaia di vittime; dunque, sollievo perché finora l’ho scampata, ma costernazione e tanta solidarietà verso quelle famiglie per la sofferenza provata nel perdere le persone amate. E un po’ di rabbia, avendo compiuto il 30 gennaio scorso settant’anni. A quest’età i mesi, i giorni, le ore, in realtà valgono per due, se non per tre rispetto al periodo della gioventù: mi sembra di essere defraudato da questa dannata pandemia. La cosa che più mi manca è il viaggiare, pertanto spero che questa sciagura possa avere una fine, arrivi un vaccino e si possa riprendere la vita di tutti i giorni».

 

Cosa fa un giornalista attivo come lei quando non risponde alle domande di un collega?

«Non posso viaggiare, dunque non posso incontrare lettori dei miei libri, attività che amo moltissimo, avendo una media fra i cinquanta e i cento incontri l’anno; non incontro, dunque, gente che aveva la cortesia e la pazienza di leggere i miei libri. Per dirla tutta, da questo punto di vista siamo più fortunati rispetto ai nostri antenati che hanno vissuto la “spagnola” perché oggi c’è internet, così una parte del mio tempo se ne va in collegamenti, dibattiti, interventi in talk-show televisivi. E’ una limitazione che, per fortuna, l’ingegnosità dell’uomo negli ultimi vent’anni è riuscita a ridurre fortemente. Leggo molto e scrivo, anche se nel primo periodo ho accusato il cosiddetto “blocco dello scrittore” legato probabilmente a quella privazione della libertà cui mi sono sentito sottoposto».

 

Ha scritto per l’Unità, direttore di Paese sera, dei notiziari di Radiouno, direttore della stessa Radiouno. La differenza fra radio, tv, carta stampata. Avesse dovuto fare una scelta?

«E’, in qualche modo, il gioco della torre al quale non vorrei espormi, proprio perché sono state tutte esperienze importanti; ho iniziato con la carta stampata, dalla quale non pensavo di staccarmi; poi sono passato alla tv ed è stato amore a prima vista: stare davanti a una telecamera mi è sembrata una cosa naturale, come appropriarmi subito del linguaggio televisivo senza che lo avessi studiato; la radio è stata un’esperienza tardiva, ma meravigliosa, perché l’effetto evocativo della voce ha il suo fascino: il pubblico ti riconosce dalla voce, ha questa capacità mnemonica che resta anche quando le notizie si dimenticano; stampa, tv e radio sono sostanzialmente tre modi di comunicare straordinari».

 

Fosse costretto a scegliere, non ci sentono.

«Fossi costretto, beh, la televisione: ha una capacità, una totalità di registri che le altre non possono offrire; gli occhi, la voce, dunque il tono e l’accumulo di informazioni che derivano dalla conoscenza, è una ricchezza, una panoplia così ampia e così vasta da essere, forse, imbattibile rispetto alla carta stampata e alla radio».

 

Provo a porle la domanda in altro modo. Cosa l’affascina della scrittura, i tempi brevi o quelli mediamente più lunghi, considerando che i suoi servizi dovevano restare nel perimetro dei tre minuti.

«…Anche meno, purtroppo. Mi rendo conto, a volte, di aver suscitato un certo odio, rabbia nei miei giornalisti ai tempi dei notiziari radiofonici da me diretti: costringevo i miei collaboratori a servizi da un minuto, un minuto e dieci secondi al massimo; esagero, anche la Divina commedia si può sintetizzare in un minuto, ma perdiamo il meglio, le straordinarie sfumature del Sommo poeta; la sintesi è una delle esigenze fondamentali della comunicazione, e non solo perché la famosa soglia di attenzione viene meno dopo venti secondi: la rapidità nella comunicazione audio-video è essenziale per il linguaggio, la grammatica del mezzo. Nella scrittura, invece, rivendico sempre la possibilità del tempo medio-lungo con il compito di riflettere un po’ di più prima di mettere una parola su carta».

 

Fosse stato direttore, avrebbe ritenuto superflua, per amore di sintesi, la domanda sul suo Salento.

«Qui, invece, la sintesi gliela faccio in due parole: amo il Salento. La mia vita, il mio lavoro, la mia passione e la mia curiosità mi hanno portato inesorabilmente lontano dal posto in cui sono nato, però quando è possibile torno volentieri; e non è detto che negli anni che mi restano – il mio amico Walter Veltroni quando parla di età dice che “lo striscione del traguardo è più vicino” – possa trascorrere più tempo nel luogo in cui sono nato e cresciuto».

 

Estate 2021, si viaggia!

Otto italiani su dieci, nonostante la pandemia, si sta organizzando

Scelgono mare, masserie, break dedicati al benessere. Hanno messo in conto mascherina e gel igienizzante. A seguire, vacanze dedicate allo sport all’aria aperta e ai viaggi in città d’arte. Tra uomini e donne, più spaventati dal contagio i maschi. Ma dopo un anno condizionato dal covid, la gente vuole tornare a vivere. Con le dovute precauzioni…

 

Secondo alcune stime, otto italiani su dieci già da tempo stanno pensando o programmando un viaggio per la prossima estate. Mete prudenti, sia chiaro, ma la gente non vede l’ora di potere debellare del tutto l’incubo della pandemia e tornare a respirare l’aria della libertà. Dopo un anno di lavoro, on line o comunque svolto con le protezioni necessarie fra mascherine, gel igienizzante e zone rosse, arancione e gialle, la gente non ne può più. E non sono solo gli italiani a pensare alla “fase liberatoria”. Le agenzie turistiche cominciano ad avvertire timidi, ma significativi segni di ripresa.

Primo sondaggio su quali saranno le vacanze degli italiani. Il 48% dei nostri connazionali ha già iniziato a pianificare una vacanza verso una meta a corto raggio (21%) o su tratte più impegnative con una permanenza sotto i quattordici giorni (19%), e se il 32% non l’ha ancora fatto, in ogni caso ci sta già pensando. Il compagno di viaggio preferito? La sicurezza, nel viaggiare e nel prenotare.

La sicurezza gioca comunque un ruolo fondamentale nel decidere di fare le valigie. Tanto che, purché armati di articoli inseparabili come mascherina e gel igienizzante, si diceva, il 47% dei nostri connazionali si sente tranquillo all’idea di viaggiare e il 17% non è preoccupato a patto che vengano rispettate le misure di sicurezza.

 

ALBERGHI E MASSERIE…

Indagando, invece, il momento in cui i viaggiatori italiani si sentono più al sicuro, il 34% sceglie hotel, masserie e appartamenti grazie alle misure adottate dalle strutture, mentre il 23% sceglie l’aereo e il 18% l’aeroporto. Il Covid19 ha reso gli italiani più attenti al risparmio: sono quelli che, tra i viaggiatori dei Paesi sottoposti a sondaggio, più di tutti (28%) prenoteranno con largo anticipo per usufruire delle scontistiche, staccando di qualche punto percentuale Francia (24%) e Portogallo (23%). Per quanto riguarda le destinazioni, nei programmi per le prossime vacanze dei nostri connazionali la fanno da padrona le località di mare e masserie, break dedicati al benessere su vacanze dedicate a fare sport all’aria aperta e viaggi in città d’arte.

Questa tendenza si replica anche a livello internazionale, dove gli abitanti del Bel Paese, seguiti da Portogallo e Germania, con gli spagnoli ad essere meno interessati agli assolati litorali. Inoltre, i nostri connazionali già lo scorso anno hanno dato segnali di affezione al suolo natio e non hanno tradito  il  Bel Paese . Infatti più di uno su due (57%) ha scelto  di passare le ferie in Italia, tendenza seguita poi da Portogallo (56%) e Spagna (54%).

Tra uomini e donne, in Italia sono più spaventati dal contagio i maschi: il 40% si sentirebbe più tranquillo a viaggiare una volta vaccinati, rispetto al 36% delle donne. Queste ultime, invece, più coraggiose, prenotano ma sono più attente della loro controparte alla possibilità di farsi rimborsare i biglietti (71% vs 67% uomini).

 

FIDARSI E’ BENE…

Se diamo invece uno sguardo ai comportamenti per fascia d’età, più aumentano gli anni, più si diventa “leggeri”. Tra coloro che hanno più di 55 anni ci sono, infatti, più viaggiatori che affermano di non aver bisogno di particolari garanzie per tornare a viaggiare anche all’estero (8% rispetto ai più prudenti ventenni, 2%). Sempre gli over 55 sono anche quelli più rilassati, dato che hanno deciso di non cambiare i loro piani per le vacanze (21%) nonostante il Covid, più delle altre fasce d’età. Se si parla, invece, di attenzione all’igiene e ad altri aspetti sanitari nella scelta delle destinazioni, tra i 45 e i 55 anni c’è la percentuale più alta di chi non vuole più dare importanza a questi aspetti quando la pandemia sarà finita (8%).

I sudditi di Elisabetta II sono quelli che hanno più paura di contrarre il virus (41%), mentre quelli di Felipe e Letizia hanno più fiducia degli altri nelle regole anti-Covid e sono disposti a viaggiare se protetti (52%); i portoghesi, invece, sono tranquilli con distanziamento e maschere (26%). A proposito di sicurezza, poi, i viaggiatori del Regno Unito sono quelli che si sentono più al sicuro in aeroporto (26%), mentre gli americani in aereo (32%). Se diamo uno sguardo alle destinazioni per i viaggi, gli spagnoli sono quelli che faranno più attenzione ad evitare i luoghi affollati (48%), i tedeschi andranno soprattutto in Paesi che conoscono bene (43%) e i portoghesi sono quelli che più baseranno la scelta di destinazione e struttura sull’attenzione alle norme sanitarie (40%).

Progetti per il 2021, dunque? I tedeschi sono quelli che nel maggior numero dei casi stanno già pianificando dallo scorso anno un viaggio, dimostrandosi i più pronti sia sul breve raggio (28%) che su viaggi di più di quattordici giorni e, a lungo raggio (16%), al contrario, per ora, la maggior parte degli svedesi non si sente ancora di prenotare (38%).

«Un solo tetto: il cielo»

Fatimah, musulmana, volontaria, sogna un futuro da legale

«Siamo tutti uguali, nel cassetto ho la voglia di fare rispettare i diritti. Chiunque esso sia, italiano o straniero. Ho prestato soccorso ai profughi, lavorato nei campi e studio da avvocato. Viaggio fra Puglia, Calabria e Sicilia, ovunque ci sia da aiutare il prossimo. Amo questo Paese, sono felice che anche al Nord ora pensino che ospitare gli extracomunitari sia una buona cosa…»

 

Fatima, in Italia e nel mondo cattolico è un nome evocato per indicare e pregare “Nostra Signora” e la località in Portogallo dove sarebbe apparsa più di un secolo fa. Fatimah, acca finale è, invece, un nome arabo, tipicamente islamico, che significa, fra le altre cose, “colei che svezza i bambini”.

E’, però, anche il nome della protagonista della nostra storia. Fatimah, fede musulmana, da tempo residente in Puglia, è impegnata con un’associazione di volontariato. Questa sua attività la conduce spesso a ricordare esperienze fatte in soccorso al prossimo, a cominciare dai profughi, quella gente che fugge dal proprio Paese in guerra.

«Viaggi lunghi e brevi, i miei – racconta Fatimah, collo e capo avvolti da una kefiah – quando il mio impegno nei campi e nello studio, mi permettono di allontanarmi per un po’ di giorni da casa». Vive a Massafra, pochi chilometri da Taranto. Quando può, lavora nei campi. Ce l’ha presentata Samuel, nigeriano, suo collega, anche lui residente nel comune della Terra delle gravine. Lei, proveniente dal Benin, oggi di Samuel è in qualche modo concittadina. «Mi muovo all’interno della Puglia, spesso mi reco in Calabria e in Sicilia, dove ho tanti amici: ovunque chiedano la mia presenza – parlo ovviamente di attività lavorativa e volontariato – lì ci sono io: se mi spaventa muovermi così spesso? Basta farci il callo, cominciare a pensare che il nostro tetto non è casa nostra ma l’intero cielo, e i nostri fratelli non sono i nostri vicini di stanza, ma quanti hanno bisogno di noi, da chi sta bene e chiede solo un sorriso, a chi sta male e invoca cure».

 

AMICI OVUNQUE…

Non le dispiace doversi spostare da una città all’altra, salutare gli amici e andare a trovarne degli altri. «E se non conosco ancora quanti incontrerò – puntualizza – vuol dire che sono in procinto di allargare la cerchia di amicizie; tutti, me compresa, abbiamo bisogno di un sorriso, una mano tesa, qualcuno che si prenda cura di noi nel caso ne avessimo bisogno; c’è stato un tempo in cui mi sono divisa fra una città e l’altra, in seguito agli sbarchi di extracomunitari: era richiesta la presenza di mediatori, ma anche di chi conoscesse francese, inglese e, naturalmente arabo, e io ero fra gli interpreti».

Dicono di nuovi arrivi. «Arrivano in Italia e altri ancora arriveranno – racconta Fatimah – i motivi che spingono i nostri fratelli a scegliersi un altro angolo di cielo, sono sempre i soliti: fame, politica, guerra; in una sola parola: disperazione; molti extracomunitari, però, proseguono il loro viaggio, non si fermano al Sud; dopo aver fatto un documento d’identità valido per viaggiare in Europa, scelgono altre destinazioni».

Parla di un aspetto, Fatimah, in qualche modo politico. Lo fa con la discrezione di chi non vuole essere fraintesa. Misura le parole. «Ricordo che alcune città del Nord – spiega il suo punto di vista – agli inizi degli sbarchi non volevano sentir parlare di extracomunitari; sindaci e cittadini si trovavano di punto in bianco d’accordo sul respingere gli “invasori”, che altro non cercavano se non un po’ di serenità, dopo aver visto morire parenti e rischiato di fare la stessa fine: meglio così, però, mi dico; spero solo che quanti sbarcano da queste parti, Sicilia, Calabria o Puglia che sia, abbiano anche altrove la stessa accoglienza che gli italiani hanno saputo dare qui, in Meridione».

 

FRA GIORNI INCREDIBILI…

La sua esperienza. «Giorni incredibili, ho incontrato uomini, donne e bambini, spesso questi ultimi senza genitori – mandati avanti per poi essere raggiunti dai propri cari, da non crederci… – e, dicevo, profughi. Ogni volta che incontro questa gente, “la mia gente”, la speranza è sempre la stessa: scacciare quella tristezza, quella disperazione che hanno sul loro volto per provare a sostituire queste espressioni con un bel sorriso aprendo il cuore a un futuro migliore. Nei miei viaggi verso destinazioni diverse, la missione è una sola: portare abbracci, sorrisi, una parola di incoraggiamento, dicendo loro che il peggio è passato e, volesse il Cielo, prima o poi riabbracceranno il resto della famiglia o quel che resta, purtroppo, del loro passato».

Una o mille esperienze, hanno in comune la disperazione, spiega Fatimah. «Fadi, ragazzo siriano, meno di trent’anni, una moglie e un figlio, mi ha spiegato il freddo e il disagio, un viaggio infinito e straziante; le notti trascorse al freddo, in una tenda, abbracciato con moglie e figlio per darsi calore e coraggio nello stesso tempo».

…E VOGLIA DI ALTRUISMO

Ha un sogno Fatimah. «I miei amici italiani lo sanno – sorride la ragazza beninese – ne ho uno in un cassetto grande grande, tanto che non so se ci entra tutto, provo ad aprirlo: voglio diventare avvocato, con l’obiettivo di difendere i più deboli, quanti hanno bisogno di conforto e di un minimo di assistenza legale, per fare rispettare i diritti umani: non parlo solo dei miei fratelli africani, ma anche di quanti in questo stesso Paese, italiani, sono spesso ignorati nonostante i loro problemi».

Tira fuori la sua esperienza e il suo spirito di osservazione, Fatimah. «Ne dico una, ma non voglio essere fraintesa – dice – provo a misurare le parole: spesso mi trovo ad assistere a gente che fa la voce grossa per farsi rispettare e chi, magari, avrebbe più bisogno, perché vive con la famiglia in uno stato di grave sofferenza, ma viene puntualmente trascurato; ecco, voglio che tutti, civilmente, avanzino le loro richieste e abbiano tutti un trattamento onorevole».

Onorevole, aggettivo buttato lì. Anche se poi il riferimento potrebbe essere a un sostantivo, considerando il ruolo di parlamentare. «Non parlo di politica – conclude Fatimah – non mi scaglio contro nessuno, non mi schiero da questa o quella parte: mi sono imposta il ruolo di spettatrice nelle vicende politiche che interessano un Paese, l’Italia, che io amo, tanto da sentirmi italiana a tutti gli effetti; mi piacerebbe, però, che il sentimento di uguaglianza fosse non solo teoria, ma sostanza; io, il mio modesto contributo in termini di soccorso lo metto spesso in pratica, lavoro e, quando posso, mi rendo utile al prossimo, chiunque esso sia».

«Taranto, ciak si gira!»

“Pluto”, da oggi le riprese del “corto” diretto dal tarantino Ivan Saudelli

Gianmarco Tognazzi fra i protagonisti. Prodotto da Clickom srl e Programma Sviluppo, vincitore del bando “Apulia Film Fund”. «Felici che finalmente il grande lavoro di preparazione fatto in questi mesi stia per confluire sul set, soddisfatto che possa prendere vita a Taranto, la mia città», dice il regista. 

Sono iniziate questa mattina le riprese del cortometraggio “Pluto”, scritto e diretto dal regista tarantino Ivan Saudelli, un’opera che vede, fra gli altri, la partecipazione di Gian Marco Tognazzi, protagonista, fra gli altri, di “Ultrà”, “Una storia semplice”, “Romanzo criminale”, “Le ultime 56 ore” e “Il Ministro”.

“Pluto”, prodotto da Clickom srl e Programma Sviluppo, è risultato vincitore del bando “Apulia Film Fund” promosso nel 2020 dalla Fondazione Apulia Film Commission. “Pluto” è la storia di Igor, quarantenne disoccupato che cerca di sopravvivere soprattutto alla vigilia della nascita di una figlia, nata dalla relazione con Giulia conclusasi qualche mese prima. Un giorno viene convocato da una importante multinazionale (“Pluto Corporation”) che attraverso il suo vertice, Viktor, interpretato appunto da Tognazzi, lo mette davanti alla più grossa decisione della sua vita, un bivio senza ritorno.

Taranto vecchia 2 - 1

PLUTO, IL CANE DI BORIS…

Con lui ci sarà anche Pluto, il cane di Boris, il defunto figlio di Viktor. Ma perché proprio Igor? Cosa rappresenta il cane Pluto e cosa lo porta ad affrontare questa terribile situazione con apparente passività? Una serie di punti interrogativi che si accavallano e si sviscerano in una storia di sacrifici estremi ai limiti dell’assurdo, portando lo spettatore a ricostruire gli eventi scavando nel passato dei protagonisti.

Da lunedì 8 febbraio, dunque, una nuova troupe cinematografica è al lavoro in città e in provincia. Una squadra di professionisti, composta anche da eccellenze pugliesi: dal regista, Ivan Saudelli, allo scenografo, il martinese Vito Zito, fino alla truccatrice Giorgia Melillo. «Siamo felici – dice Saudelli – che finalmente il grande lavoro di preparazione fatto in questi mesi stia per confluire sul set, ancora più soddisfatto che Pluto possa prendere vita a Taranto, la mia città» .

Dopo la laurea a Roma, Saudelli è tornato a casa, nel capoluogo ionico, dove ha iniziato a lavorare ad una trilogia antologica che a distanza di anni sta per raggiungere il suo completamento. «Tutto – prosegue Saudelli – è cominciato nel 2010 con “Overture”, un lavoro distopico sull’industria e quindi sulla realtà strettamente tarantina; il secondo passo è stato “Icaro”, nel 2013, e ora , grazie a Clickom e Programma Sviluppo, ci apprestiamo finalmente a realizzare l’ultimo capitolo in un territorio che offre bellezze capaci di diventare valore aggiunto nella nostra storia» .

 

BIBLIOTECA, PAOLO VI, IL SET

Sono diverse, infatti, le location individuate da Saudelli per ambientare questo racconto che ha il sapore allo stesso tempo territoriale e futuristico. Dalla biblioteca «Acclavio» alla Circummarpiccolo, fino all’Incubatore ASI al quartiere Paolo VI. Alcune scene saranno infine girate nello stabilimento “Leonardo” di Grottaglie: negli ultimi mesi, infatti, sono stati intensi e frequenti gli incontri e i sopralluoghi durante i quali sono state individuate alcune aree dello stabilimento in grado di rappresentare in modo efficace il futuro, lo spazio e l’eccellenza ingegneristica della “Pluto Corporation”, la multinazionale rappresentata nel cortometraggio.

Tarantina, infine, è anche Clickom, la casa di produzione cinematografica che dopo l’esperienza di “Dorothy non deve morire” di Andrea Simonetti, con l’attrice Milena Vukotic, e prodotto da “10D Film”, continua a portare avanti la scelta di sostenere le eccellenze pugliesi. «Crediamo fortemente – ha spiegato Celeste Casaula, amministratrice Clickom – che il cinema e la cultura siano una delle strade da percorrere, in particolare a Taranto, per cambiare strada; crediamo nella rete tra soggetti sani e volenterosi e anche per questo abbiamo avviato un rapporto con il nuovo Spazioporto di Taranto: il futuro passa attraverso la valorizzazione delle eccellenze professionali, naturalistiche e umane del nostro territorio».

Draghi, il Sud e…Taranto

L’Italia cresce solo con il Meridione

Il nuovo presidente del Consiglio, ebbe a dire che il nostro Paese è una sola cosa. Non devono esserci discriminazioni, né sussidi, ma investimenti seri. Fra parole e fatti, attendiamo fiduciosi le contromisure alla crisi. Del resto, il “prof” risolse a livello europeo una delle crisi economiche più preoccupanti dell’ultimo secolo, quella legata all’euro. Opinioni e punti di vista, compreso il nostro, dalla “Gazzetta” al “Corriere”.

L’Italia cresce solo se cresce il Sud. Lo disse il neopresidente del Consiglio, Mario Draghi, da governatore della Banca d’Italia. Se Draghi è una buona notizia per il Sud, lo dirà quel tempo il più delle volte galantuomo, anche perché in passato il Sud è rimasto deluso da quelle che venivano sbandierate come buone notizie.

Ma ci consola, detto da uno – qualcuno potrebbe averlo dimenticato – che ha salvato l’euro e l’Europa dalla più grave crisi economica degli ultimi cento anni. Draghi, ci ricordava nei giorni scorsi la Gazzetta nei giorni scorsi, è l’uomo dell’acquisto in massa da parte della “sua” Banca centrale europea del debito delle nazioni più in difficoltà, Italia in testa. E’ lo stesso di quella Europa che col “Recovery Fund” coglie l’occasione per eliminare le diseguaglianze che ne minacciano la stabilità. E non c’è maggiore diseguaglianza nell’Unione di quella fra Nord e Sud d’Italia. Fatta la somma, si dovrebbe avere la risposta alla domanda.

Non era amico del Sud e non lo è Renzi – scrive sulla Gazzetta Lino Patruno – tenace fino al lucido disegno di far cadere il governo, vedi caso quello a più intensa presenza meridionale della storia. Tanto da far sospettare che si muovesse spinto da oscuri mandanti. Governo peraltro abbastanza sbiadito verso le attese europee per il Sud, tranne che non cambiasse dopo. Dopo, quando il famoso Piano di ripresa e resistenza non sarebbe stato finalmente presentato a Bruxelles. E che secondo l’indicazione della Von der Leyen e compagni, deve destinare al Sud una percentuale vicina al 70 per cento dei 209 miliardi concessi.

 

REDDITO E DISOCCUPAZIONE

E proprio perché quando parla di divario di reddito e di disoccupazione inammissibili, l’Europa gli dà nome e cognome di Sud. Che Draghi, col presidente Mattarella – prosegue la Gazzetta – sia l’italiano più stimato in Europa è più chiaro di una primavera mediterranea. Stimato benché sia stato accompagnato dalla periodica opposizione da parte dei cosiddetti Paesi frugali, quelli nella cui lingua debito si traduce peccato. E una opposizione di quel mondo delle banche paradossalmente considerato un suo difetto di origine, lui proveniente dalla famosa e non incontaminata finanza internazionale. Ma che poi (con la Merkel) nessuno abbia fatto quanto lui per l’Europa è altrettanto chiaro.

Perciò ci si aspetta che questa sua Europa ora non la tradisca col Recovery. Anche perché nessuno come lui sa che il problema dei problemi in Italia non è appunto il debito, che schizza vertiginoso come uno sciatore fra i paletti. E che, pur salendo ora il debito da virus a livelli che faranno piangere i nostri figli e nipoti, il problema vero è che da vent’anni almeno il Paese non cresce. E non cresce perché ogni politica fin qui adottata dai governi consente di crescere sia pure a stento a una sola parte del Paese.

“L’Italia cresce solo se cresce il Sud”, disse Draghi da governatore della Banca d’Italia, contrario a quei sussidi che ingannano il Sud al posto degli investimenti. E pochi come lui si sono mostrati preoccupati per i giovani, s’immagina a cominciare da quelli che dal Sud sono costretti a partire. Perciò se ci si chiede se Draghi sia una buona notizia per il Sud, la risposta pesa sul Sud quanto su di lui. Dovrebbe sapere quanto serve e cosa serve a quell’Italia che fino a poco fa ha difeso come pochi stando a Francoforte. Serve il Sud. Si faccia una passeggiata, suggerisce infine Patruno, dove ci sono tutte le risposte ai problemi del Paese.

 

DOPO TURCO E IL CIS…

Mario Draghi nuovo presidente del Consiglio. Cosa accadrà adesso, In Italia e, in particolare, da questa parte dello Stivale. Perché, come sempre, la politica può darti e toglierti in un amen. Con rappresentanti seduti alla destra del premier, chiedere per Taranto un “risarcimento” per i danni causati dall’industria, è una cosa; starne distanti o, per ora, causa pressioni e richieste di poltrone per accontentare quei partiti che al momento non fanno capricci, è un’altra. Insomma, Taranto tornerebbe nelle retrovie. Usiamo il condizionale, in un momento in cui il “prof” sta compiendo il mandato esplorativo, incassa i “sì” di quanti fanno finta di volere andare al voto se non a certe condizioni, e pensa al governo tecnico. E, immaginiamo, voglia provare a resettare tutto, gettando, come si dice, bimbo e acqua sporca, ricominciando daccapo.

Restiamo nel condizionale. Taranto, e più in generale la Puglia, perderebbe un riferimento importante all’interno del Governo. Facciamo i nomi, per farla breve: il senatore Mario Turco, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, delegato alla Programmazione economica e investimenti e massimo riferimento del CIS. Una figura di grande importanza e al netto di quel che si possa pensare di lui: si poteva e si può essere di tutt’altra fede politica, ma è indubbio che avere qualcuno nelle stanze del potere o, comunque, nelle quali si decide, sarebbe stato, ancora oggi, positivo. Specie stando a qualche piccolo beneficio comincia ad arrivare dalle nostre parti, la riflessione a caldo del collega Marcello Di Noi, al mandato esplorativo assegnato al neopresidente del Consiglio, Marcello Draghi, dal presidente Sergio Mattarella.

Il prof. Draghi, curriculum di respiro internazionale, è stato chiamato a navigare nella tempesta delle emergenze evidenziate dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella: economica, sanitaria e sociale. Capo dello Stato che, dopo il breve incarico esplorativo a Roberto Fico, presidente della Camera dei deputati, non s’è lasciato attirare dalle sirene delle elezioni anticipate: era scontato, perché in questo momento le urne avrebbero acuito – secondo il ragionamento di Mattarella – la crisi che avvolge il nostro Paese.

Ora, non entriamo nelle dinamiche della politica italiana, l’opinione di Di Noi, rischieremmo di cadere nella trappola di reazioni esagitate. Dinamiche, questo lo urliamo, che mascherano il teatrino perpetuo del fallimento sistematico della politica. Perchè, diciamola tutta, i conflitti caratterizzano il modo di fare tutto nostro di governare il bene comune. L’incertezza è nel dna della nostra politica. Il che ci rende deboli da sempre agli occhi del mondo. E nella pancia del nostro vivere quotidiano.

 

SPETTATORI, PER ORA

Non parteggiamo per Draghi, così come per i suoi predecessori ed eventuali successori. Semmai, confidiamo in una visione – finalmente – che guardi al popolo, al cittadino comune, ai bisogni della gente. Oggi più che mai. Se Draghi sarà più bravo degli altri, conclude il giornalista del Corriere di Taranto, chapeau. Però, ci permettete qualche dubbio? Tanto un po’ tutti gli attori protagonisti difendono l’orticello. E allora, vorremmo farlo anche qui. Che c’azzecca con la nostra terra, con quel che raccontiamo – o tentiamo di fare – quotidianamente? Beh, innanzitutto

E adesso c’è da chiedersi quanti ritardi ancora dovrà accumulare questo territorio fintanto che per esempio il CIS sarà nuovamente operativo. Diciamo cavolate? No, perché nonostante la crisi del Governo in questi mesi, il CIS ha proseguito nel suo percorso – sì, con tanti ostacoli – e quindi affrontato le questioni sul tavolo. É facile ora immaginare che il nuovo Governo – soprattutto chi prenderà il posto di Turco – vorrà dapprima capire come continuare e con quale visione: insomma, altro tempo e intanto le Istituzioni territoriali dovranno necessariamente capire che fare, salvi i progetti deliberati e quindi già operativi.

Per non parlare dell’intricata vicenda Ilva, apparentemente risolta con l’accordo da poco firmato da ArcelorMittal e Governo: pensiamo davvero che tutto sia risolto tanto in termini economici-occupazionali quanto in quelli ambientali? E con quale atteggiamento il prof. Draghi affronterà gli eventuali e probabilissimi conflitti?

Insomma, senza portarla troppo per le lunghe, da qui alla scadenza naturale della legislatura (marzo 2023) le perplessità sul mutar delle cose verso i due mari ci sono. Non già per pregiudizi ma soltanto perché anche oggettivamente i dossier sul tavolo vanno letti e studiati. Ne avranno il tempo? Vedremo.