«Ripartiamo dal sorriso»

Un video, mille argomenti per rilanciare un territorio

«Noi pugliesi siamo così, contagiosi per natura, come il sorriso». C’è Giuliano Sangiorgi, voce dei Negramaro, grande autore, nel progetto sostenuto da Icon Radio, Assessorato all’Industria Turistica e Culturale della Regione Puglia, Teatro Pubblico Pugliese e Puglia Promozione. «Proviamo ad esorcizzare l’incertezza che ancora stiamo vivendo, la forza di volontà, la tenacia, le capacità della nostra terra nel superare le avversità»

«Abbiamo vacillato, temuto, pianto; il tempo ci è sembrato come sospeso, gli spazi d’improvviso sono divenuti silenziosi, deserti, irreali, ma non abbiamo smesso di difenderci, curarci e incoraggiarci nel modo più naturale e potente che abbiamo. Sorridendo, abbiamo ripreso a camminare, correre, sognare. Vivere. Noi pugliesi siamo così, contagiosi per natura. Come il sorriso».

La Puglia riparte dal sorriso. Nonostante il lockdown rappresenti ancora un freno a mano, potrebbero esserci le condizioni per ripartire con passi lunghi e distesi rispetto ad altre zone del nostro Paese. Riparte da un sorriso contagioso, come può essere quello di Giuliano Sangiorgi, voce dei Negramaro, da sempre impegnato per la sua Puglia, il suo Salento, per il quale si è speso ancora prima che diventasse “Giuliano Sangiorgi”, uno degli artisti italiani più amati.

In questi giorni è stato presentato il video conclusivo della campagna “Sorrisi di Puglia”, lanciata da Icon Radio durante il lockdown, un tributo alle bellezze naturalistiche e monumentali della Puglia e ai volti sorridenti dei pugliesi, nonostante tutto.

“Contagiosi per natura, come il sorriso” è il titolo del video, che oltre alla colonna sonora firmata da Sangiorgi, si avvale del patrocinio dell’Assessorato all’Industria Turistica e Culturale della Regione Puglia, del Teatro Pubblico Pugliese e Puglia Promozione.

SORRISO - 1

L’IDEA, DURANTE IL LOCKDOWN…

L’idea, si diceva, scaturisce dalla mente di Icon Radio, proprio durante uno dei momenti più critici attraversati non solo dal Salento, dal Sud, dall’Italia, ma da almeno mezzo mondo: il lockdown dovuto al diffondersi del Covid-19. Dunque, il confinamento per esaltare bellezze paesaggistiche e naturalistiche della Puglia con i volti sorridenti dei suoi abitanti. La campagna “Sorrisi di Puglia” è stata illustrata al meglio con un video conclusivo a cui ha partecipato anche l’artista-simbolo dei Negramaro.

A Icon Radio, le idee le avevano già bene in mente, tanto che non hanno avuto difficoltà nel presentare il progetto “Sorrisi di Puglia”. «Abbiamo voluto affidare alle immagini e alla musica di Giuliano Sangiorgi – uno dei passaggi nel presentare il progetto – che ha sposato con entusiasmo l’idea di rendere omaggio alla nostra terra, tanto nostra quanto sue, quanto di tutti, non solo dei salentini, ma di quanti hanno a cuore le bellezze della natura e dell’arte: un messaggio di speranza per il futuro. Lo scopo, in buona sostanza: provare ad esorcizzare l’incertezza che ancora stiamo vivendo e nel contempo celebrare la forza di volontà, la tenacia, le capacità della nostra terra nel superare le avversità grazie a un innato senso della poesia che riesce sempre a provocare sorrisi».

Il video è stato realizzato grazie al contributo artistico e tecnico di professionisti di diversi settori a titolo completamente gratuito: dal regista Cristiano Pedrocco al videomaker Giacomo Frisenda, dalla “FadeOut” Film, che ha curato la fase di post-produzione alla fotografa Kaja Brinkmann, fino alla redazione di Icon Radio, con il solo e inclusivo intento di dare un proprio contributo alla ripartenza dopo le restrizioni imposte dal governo a causa dell’emergenza sanitaria provocata dal Coronavirus.

«Beirut, un disastro»

Una storia, due testimoni

«E’ tornata la guerra», ha pensato Ismail, libanese in Italia con la famiglia.  «Dopo l’esplosione mi sono accorto che avevo sangue a una mano, niente di grave», dice Roberto, militare pugliese. «A casa mia stanno tutti bene, purtroppo un collega di mio fratello ci ha rimesso la vita: era rimasto al porto per fare straordinario», aggiunge il primo. «Soccorsi tempestivi, un sospiro di sollievo misto a orgoglio: vedere arrivare la colonna del contingente italiano Unifil», racconta l’italiano.

Oltre 140 morti, più di 5.000 feriti, 300mila circa gli sfollati, centinaia i dispersi. Sono i numeri preoccupanti che vedono il Libano lottare contro macerie e disperazione. La paura è un bagaglio a mano. «Niente da fare, quando qualcuno ti dice che nel tuo Paese c’è stata una forte esplosione, il primo pensiero corre a un attentato, che poi è l’anticipazione di una nuova guerra». La tragedia di Beirut, dove due esplosioni hanno demolito la capitale del Libano, uccidendo centinaia di persone e ferendone migliaia, come si diceva, viaggia come sempre sul filo della paura.

«E’ tornata la guerra – il primo pensiero di Ismail, cittadino libanese, in Italia insieme con la famiglia – non se ne esce più: è il nostro destino, ovunque andiamo, ci portiamo questo scomodo bagaglio che non molliamo un istante, personalmente da quando ero piccolo: la paura».

In Libano, familiari e amici. «E’ stato un parente ad inviarmi un video con le due esplosioni – racconta – immagini impressionanti, la prima sensazione che avverti è di una città letteralmente rasa al suolo e che nessuno si sia salvato: poi preghi, speri, che i danni siano contenuti; le immagini raccontano di qualcosa che non esiste più, i bollettini rispetto a quanto vedi sarebbero più incoraggianti: si parla di decine di morti e centinaia di feriti; purtroppo non è così, le note che sentiamo e le immagini che osserviamo successivamente nei notiziari italiani e stranieri che intercettiamo qui in Italia, diventano impietosi con il passare delle ore: i morti sono diventati centinaia, i feriti migliaia, incalcolabile il numero dei dispersi, almeno trecentomila gli sfollati».

ATTENTATO O DISGRAZIA…

L’asticella di sangue si alza. E non è ancora dato sapere se si sia trattato di un attentato o una disgrazia dovuta alla negligenza di chi ha sottovalutato l’enorme pericolo rappresentato da 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio sequestrate anni fa e stipate “temporaneamente” negli hangar del porto. Come convivere con una bomba ad orologeria.

«In tutto quel caos, con le notizie che si inseguono per ore – riprende il racconto drammatico del quarantenne libanese – mi è giunta una foto di casa mia, distante dal porto diversi chilometri: l’onda d’urto non l’ha risparmiata, sono andati in frantumi i vetri delle finestre, ma l’appartamento fortunatamente non ha subito altri danni».

Una notizia buona, una cattiva, che gonfia il cuore di dolore. «Un collega di mio fratello ci ha rimesso la vita: lavorava nel porto di Beirut, cuore del disastro, per un fatale  scherzo del destino non è più con noi: l’orario di lavoro prevede l’uscita alle cinque, dunque insieme – come tutti i giorni – avrebbero avuto il tempo necessario per allontanarsi e raggiungere casa; sullo sfortunato collega di mio fratello, causa uno straordinario, si è abbattuta la sciagura: hanno rinvenuto il cadavere del poveretto fra le macerie!».

Il Libano è già assalito da una grave crisi economico-sociale a causa di una storia fatta di massacri. «Non si hanno notizie certe – riflette Ismail – ma ho una paura tremenda, che sotto non ci sia stata solo una grave leggerezza nel sottovalutare il pericolo delle centinaia di tonnellate di nitrato d’ammonio, ma un attentato».

Ismail dà l’interpretazione che hanno dato tutti, subito. Come fosse Hiroshima. «Quando ho visto le prime immagini ho pensato a una bomba atomica, l’esplosione di un “fungo”: mai vista una cosa simile prima di quel momento. Nato quarant’anni fa – aggiunge – guerre ne ho già viste, purtroppo: la mia preoccupazione e il mio pensiero vanno al mio Paese, che vive una crisi economica: dove troveranno i soldi per garantire la ripresa? Dove sono gli ospedali e i presìdi sanitari per garantire alle decine di migliaia di feriti un’assistenza? Tutto in frantumi, in pochi istanti!».

SOCCORSI ITALIANI TEMPESTIVI

«Un boato fortissimo, difficile da spiegare, il resto è accaduto in fretta; subito dopo l’esplosione, c’è stato un attimo si smarrimento perché l’evento era del tutto imprevisto, fortunatamente stiamo tutti bene: purtroppo non si può dire lo stesso di migliaia di persone, fra morti e feriti». E’ la dichiarazione a caldo di Roberto, militare pugliese, familiari a Bitonto. Pare abbia riportato ferite lievi. Un braccio fasciato, racconta. «Qualche istante dopo l’esplosione mi sono accorto che avevo sangue a una mano, niente di preoccupante; quanto preoccupa, invece, è la situazione della popolazione libanese; noi, in qualche modo, l’abbiamo vissuta, ma siamo stati davvero fortunati, mentre tante altre persone non ce l’hanno fatta».

Era una normale giornata di lavoro, Roberto, caporalmaggiore, e i colleghi operavano nella massima serenità. «Purtroppo è arrivata questa esplosione, inaspettata e improvvisa – riprende – siamo stati fortunati, ma siamo stati anche bravi nel restare uniti e lucidi nell’affrontare l’accaduto». Nessuno si aspettava che dopo quella cortina di fumo,  sarebbero seguite due forti esplosioni che avrebbero raso al suolo la città.

«Soccorsi tempestivi, rispetto all’impraticabilità delle strade, poi, da italiano, un sospiro di sollievo misto a orgoglio: vedere arrivare la colonna del contingente italiano Unifil che prestava soccorso alle vittime e assistere all’alba una volta rientrati alla base, momento che ha segnato l’inizio di un nuovo giorno». Con la speranza che sia anche l’alba di una rinascita.

«Mi volevano i Genesis…»

Bernardo Lanzetti, cantante della PFM, videointervista esclusiva

«Me lo confessò Steve Hackett, una sera…». Icona degli Anni 70 e 80, prima con Acqua Fragile poi con la Premiata Forneria Marconi e una carriera solistica di successo. «Dal lockdown è nato il mio ultimo album: canto con David Jackson dei Van der Graaf, David Cross dei King Crimson e Tony Levin del gruppo di Peter Gabriel. Ci sarà da divertirsi». E il passato. «Godevamo di grande considerazione all’estero, oggi non è più così, purtroppo. Meglio i Beatles che…»

Voce storica del rock italiano, prima con Acqua Fragile, poi con la Premiata Forneria Marconi, per tutti PFM. Album che hanno fatto la storia del rock italiano e internazionale e del gruppo più amato dalla metà degli Anni 70 in poi: Chocolate Kings, Jet Lag e Passpartù.

Che periodo è stato quel periodo?

«Magico, la musica era importante e quella prodotta in Italia aveva autorevoli riconoscimenti all’estero che, nel tempo, purtroppo non ha più avuto».

Uno dei tuoi ispiratori, Demetrio Stratos degli Area, autore fra l’altro dello sperimentale “Cantare la voce”. Anche tu, in quanto a “maestro della voce”, non sei da meno.

«Sono un totale autodidatta. Credo che un cantante per imparare debba sapere ascoltare altri cantanti, più bravi possibilmente, in grado di insegnarti sempre qualcosa».

Che effetto fa ritrovarsi a scrivere come fosse il primo giorno di scuola?

«Dischi o album che siano, video, concerti: sono solo un elemento della musica del tuo lavoro. Come fossero, insieme, un book fotografico; come per un attore, la foto non è l’istantanea del complesso lavoro di un interprete: allo stesso modo una canzone, pure interpretata magistralmente, è solo un documento di quel preciso momento».

Bernardo, quando ti riascolti…

«Ho un atteggiamento a volte compiaciuto, a volte critico. Mi spiego: quando riascolto delle mie cose mi dico “Cavoli, ma come avrò fatto ad ottenere quel risultato?”, altre volte “Accidenti, avrei potuto far meglio!”, perché evidentemente nel frattempo ti sei aggiornato. In studio, ecco il lavoro. E’ importante che ci sia qualcuno, oltre il vetro, che scelga per te le versioni, i passaggi migliori della canzone che stai interpretando. Per me è una cosa molto bella che in quel momento qualcuno ti incoraggi, ti sproni a migliorare certi aspetti di una canzone: “Questa parola, prova a “spingerla” meno…”, oppure “Quando arrivi a questa “a”, cerca di aprirla un po’ di più!”. E ancora, “Quella strofa buttala via, passa subito alla frase successiva!”. Ecco, a me piace sentire qualcuno che mi indichi la strada…».

Album con Acqua Fragile e PFM, poi da solista. Qual è stato il momento più importante nella tua carriera?

«Tanti, a cominciare dal debutto con Acqua Fragile, la mia prima volta in una sala di registrazione. La mia esperienza con la PFM: nel gruppo sono entrato appena tre giorni prima che entrassimo in studio a registrare “Chocolate Kings”: ho avuto pochissimo tempo per calarmi nel mio nuovo impegno; oppure quando ho realizzato un album di ricerca come “I sing the voice impossible”, i miei esperimenti vocali; oppure l’ultimo album dell’Acqua Fragile, il terzo: grande soddisfazione nel vedere che la critica mondiale, non solo quella italiana, abbia recepito l’operazione, che non era riproporre brani degli Anni 70, ma riprendere quel senso musicale e svilupparlo…».

Storia o leggenda, per dirla con le Orme: quando è andato via Peter Gabriel dai Genesis, è vero che il gruppo aveva una intenzione di chiamarti a sostituirlo?

«Di questa storia ne sono venuto a conoscenza tempo dopo. Ho avuto la fortuna di diventare amico di Steve Hackett dei Genesis. Un giorno ero ad un suo concerto, mi chiamò sul palco, per poi confessarmi – dichiarazioni riportate in una sua intervista rilasciata tre anni fa… – che il mio nome era saltato fuori in occasione dei saluti al gruppo da parte di Peter Gabriel. Evidentemente non se ne fece niente a causa di un conflitto di interessi: il manager contattato, Franco Mamone, era anche manager della PFM e lui, il consenso, non lo avrebbe mai dato… Comunque, Hackett questo episodio lo ha ricordato in una intervista tre anni fa».

Conservi un buon rapporto con il tuo passato?

«Alti e bassi, c’è stato un periodo in cui pensavo che la mia voce avesse “elementi di disturbo” per un certo pubblico, altre volte, al contrario, mi dicevo, invece, che questa era la mia strada ed era giusto che continuassi a fare quello che facevo: magari in salita, ma questo era il mio destino…».

Quanto era avanti la musica italiana a quei tempi e quanto è indietro, ora, quella attuale?

«Quando c’è una proposta, un contenuto musicale, strumentale, un arrangiamento, deve essere sempre bilanciato con quella che è la melodia vocale, un mix calibrato fra tutte queste componenti. Faccio un esempio: prendi un pezzo dei Beatles, vai da un ragazzo che studia la chitarra, gli dici di ascoltarlo ed eseguirlo: intanto non troverà difficoltà nell’apprezzarlo ed eseguirlo e, nello stesso tempo, ti ringrazierà perché ha imparato qualcosa di concreto. Viceversa, prendi un brano italiano e chiedi allo stesso ragazzo di impararlo: lo farà, ma a malavoglia e, alla fine, ti dirà che ha imparato un bel nulla».

Lanzetti ieri e oggi. Domani?

«Dunque, durante il lockdown ho sentito diversi messaggi a proposito della musica: prima del 2021, dicevano, niente musica; così mi sono dedicato alla ricerca, alla composizione. Una volta realizzato tutto questo, ho ricevuto proposte di vari lavori, dal vecchio materiale a quello appena realizzato: dunque, ho un album nuovo, appena completato con ospiti artisti internazionali, da David Jackson dei Van der Graaf a David Cross dei King Crimson, poi Tony Levin del gruppo di Peter Gabriel. Dunque, si è aperto un ventaglio di possibilità che oltre ad inorgoglirmi, mi metteranno in condizione di vederne delle belle…».

«Dio ci chiede di sbarcare»

Papa Francesco, l’omelia sui migranti

«Affamato, assetato, forestiero, chiede di essere assistito», dice il Pontefice. «La Chiesa povera e per i poveri. Libia, un inferno, di quel Paese ci danno una versione “distillata”. E la realtà si vede meglio dalle periferie che dal centro. La Vergine Maria ci aiuta a scoprire il volto del suo Figlio in tutti i fratelli e le sorelle costretti a fuggire dalla loro terra a causa di tante ingiustizie», ha spiegato ancora il Santo Padre.

«Dio bussa alla nostra porta: affamato, assetato, forestiero, nudo, malato, carcerato, chiedendo di essere incontrato e assistito, chiedendo di poter sbarcare». E’ uno dei passaggi di papa Francesco in una sua omelia durante la Santa messa dedicata ai migranti. La funzione religiosa la celebra a sette anni dalla sua visita a Lampedusa.

Compie un’attenta analisi. Parte da una precisa disamina, da quegli italiani che si sentono minacciati nel loro status di benestanti. «La cultura del benessere – spiega Sua Santità – ci fa pensare a noi stessi, quasi a renderci insensibili alle grida di aiuto invocato dai più deboli, dagli altri , che evidentemente non sono nelle stesse condizioni: quel benessere del quale siamo gelosi ci fa vivere in bolle di sapone, belle sicuramente, ma nulle, in quanto illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso il prossimo, fino a scadere nell’indifferenza».

«DOV’E’ TUO FRATELLO?»

Sette anni dalla visita di papa Francesco a Lampedusa e da quella domanda rivolta all’umanità nella Messa celebrata al campo sportivo dell’isola nel cuore del Mediterraneo: «“Dov’è tuo fratello? – disse il Pontefice – la voce del suo sangue grida fino a me”, dice Dio. Questa non è una domanda rivolta ad altri, è una domanda rivolta a me, a te, a ciascuno di noi».

«Dov’è tuo fratello?», una domanda che risuona ancora oggi, dopo quel viaggio considerato – lo ricorda l’Organo d’informazione della Santa sede – in qualche modo “programmatico” per il Pontificato di Francesco.

Nell’avamposto del Sud dell’Europa, Lampedusa, il Papa ha mostrato cosa intenda quando parla di «Chiesa in uscita». Rende concreta l’affermazione in virtù della quale «la realtà si vede meglio dalle periferie che dal centro». Parole del Santo Padre. In mezzo ai migranti fuggiti dalla guerra e dalla miseria, ha fatto toccare con mano il suo sogno di una «Chiesa povera e per i poveri». E ancora a Lampedusa parlando di Caino e Abele, Francesco aveva anche posto in primo piano l’interrogativo sulla fratellanza.

E FRANCESCO CITA MATTEO

«Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me». E’ il verso dal Vangelo di Matteo che Francesco riprende per evidenziare che questo vale «nel bene e nel male». «E’ un monito – dice papa Francesco – risulta oggi di bruciante attualità; dovremmo usarlo tutti come punto fondamentale del nostro esame di coscienza che siamo chiamati a compiere tutti ogni giorno». «Penso alla Libia – prosegue il Pontefice – ai campi di detenzione, agli abusi e alle violenze di cui sono vittime i migranti, ai viaggi della speranza, ai salvataggi e ai respingimenti». La Libia è un “inferno”, un “lager”. «Di tutto questo ci danno una versione “distillata”: la guerra è brutta, lo sappiamo, ma voi non immaginate l’inferno che si vive lì, in quei lager di detenzione? Mentre questa gente ha un solo desiderio: la speranza e di attraversare il mare».

E nel finale dell’omelia, l’invocazione alla Madonna. «La Vergine Maria ci aiuti a scoprire il volto del suo Figlio in tutti i fratelli e le sorelle costretti a fuggire dalla loro terra per tante ingiustizie da cui è ancora afflitto il nostro mondo». Un richiamo alla generosità, alla preghiera, perché questa possa fare aprire il cuore, non solo ai cristiani, ma a tutta la gente di buona volontà.

«Taranto c’è»

Mostra di Venezia, visibilità alla Città dei Due mari

Dal 2 al 12 settembre, la trentacinquesima edizione della “SIC (Settimana internazionale della critica”). Sette i lungometraggi in concorso. Proiezioni anche nel capoluogo ionico in una sorta di “seconda visione”. «“Capitale di Mare” il nostro brand, per promuovere come si conviene una città che merita vetrine importanti», il parere del sindaco, Rinaldo Melucci. Intanto, parte anche la candidatura a Capitale della cultura per il 2022.

Trentacinquesima edizione della “SIC – Settimana internazionale della critica”, in programma dal 2 al 12 settembre a Venezia, Taranto c’è. La manifestazione promossa dal Sindacato nazionale dei Critici cinematografici italiani è un comparto autonomo, parallelo alla Mostra Internazionale d’Arte cinematografica della Biennale di Venezia. Saranno sette i lungometraggi in concorso in una vetrina qualificata che non mancherà di dare grande visibilità alla città di Taranto. Come accaduto lo scorso anno, anche stavolta la Città dei Due mari terrà le proiezioni delle opere in concorso, rivestendo il ruolo di succursale della “SIC”.

Fra i promotori della partecipazione di Taranto alla “Settimana Internazionale della critica”, il sindaco Rinaldo Melucci che non nasconde somma soddisfazione nell’aver aggiunto un ulteriore tassello alla crescita culturale della città. Lo fa con l’autorevolezza di chi sa di aver portato a casa un altro risultato incoraggiante. I Giochi del Mediterraneo, per dirne uno. Senza contare che nelle scorse ore, Taranto si è candidata anche a capitale della cultura.

«Partecipare con il nostro marchio “Taranto Capitale di Mare” in uno delle più importanti rassegne cinematografiche del mondo – ha dichiarato Melucci – è la dimostrazione di come, ancora una volta, l’Amministrazione stia portando avanti progetti concreti che hanno come unico scopo la promozione della citta di Taranto». Altro obiettivo: portare bellezze e accoglienza di una città in una ribalta internazionale. «Dare slancio al settore turistico e produttivo – ha ripreso il primo cittadino – per consolidare il nascente indotto tarantino delle produzioni cinematografiche, che quest’anno si è arricchito con la scommessa del “cineporto”, e siamo solo all’inizio».

NON SOLO VENEZIA…

Non solo Venezia negli obiettivi dell’Amministrazione comunale di Taranto. «La cultura cambia il clima», per esempio, è lo slogan con il quale  la città avanza la sua candidatura a Capitale Italiana della Cultura 2022. Il dossier, presentato in questi giorni, è il risultato di una condivisione che coinvolge ben dodici comuni della Grecìa Salentina in un percorso che trova punti di contatto nella storia, nelle tradizioni e nello stile di vita di queste due aree. La partecipazione al bando del Mibact, il Ministero dei Beni culturali, era stata già avanzata a marzo, prima che il confinamento facesse slittare ogni attività.

«In questo dossier – interviene non senza una punta di orgoglio il sindaco, Rinaldo Melucci – è possibile recepire un’anima; altri hanno dato mandato della stesura del programma ad agenzie specializzate, alla ricerca di una vetrina che aiuti la ripartenza. Per Taranto è, piuttosto,  la partita della vita: certifica un movimento che questa città ha già avviato e che vede nella cultura e negli eventi driver fondamentali per la trasformazione della propria immagine». Il riferimento è all’industria e, naturalmente, al dopo-siderurgico.

…CAPITALE DELLA CULTURA

In rappresentanza dei comuni della Grecìa Salentina, in corsa autonomamente per la propria candidatura prima di scegliere di schierarsi con il progetto di Taranto, il sindaco di Castrignano de’ Greci, Roberto Casaluci, insieme con Massimo Manera, sindaco di Sternatia e presidente della fondazione “Notte della Taranta”. «E’ da tanto tempo che i nostri dodici comuni lavorano sinergicamente sui temi della cultura – ha affermato Casaluci – così abbiamo pensato di allargare questo approccio rinunciando alla nostra candidatura, abbracciando la visione di Taranto e la nostra storia comune, puntando sulla contemporaneità dell’elemento ambientale».

In perfetta sintonia il presidente Michele Emiliano, che ha auspicato al dossier di farsi strada. «Se Taranto e i comuni della Grecìa – ha dichiarato il presidente della Regione – diventeranno Capitale italiana della Cultura 2022, lo diventerà la Puglia intera». Il dossier in questione è stato suddiviso in «ecosistemi», mutuando il filo conduttore dell’intera strategia politica condensata nel piano di transizione «Ecosistema Taranto». Centinaia sono gli eventi che abbracciano storia, tradizioni, arte, enogastronomia, natura, declinati secondo il tema del cambiamento.