Un anno senza cambiamenti

Incongruenze funzionali o indifferenza diffusa?

Certo, il 2018 non si chiude nel migliore dei modi come, d’altronde, non è stato un anno che ha regalato grandi emozioni dal punto di vista di quelli che definiremmo “cambiamenti positivi”.

Ed è così che, per esempio, dopo lunghi anni di discussione sull’argomento, il 26 dicembre, in occasione della partita Inter-Napoli, un campo di gioco si trasforma in maniera premeditata in terreno di battaglia prima ancora che cominci la partita perché l’obiettivo non è certo quello di partecipare all’evento sportivo, ma quello di dare sfogo ad una guerra fra bande con un chiaro retrogusto delinquenziale che nulla ha a che fare con il calcio.

Ma non bastano un morto e quattro feriti: bisogna completare l’opera mettendo in scena il più squallido, illogico, retrogrado, incivile degli spettacoli: gli insulti razzisti a Koulibaly, preso a bersaglio per tutto il corso della partita!

Un filo conduttore, in realtà, esiste se sugli spalti vengono sventolate bandiere ed esposti striscioni con simboli neonazisti e il tutto viene consentito dalle Società di calcio per mantenere buoni i rapporti con quella che chiamano “tifoseria”.

Se il calcio si è trasformato in grande business era inevitabile che la mafia vi si infiltrasse con i suoi affari ormai noti: spaccio, bagarinaggio, riciclaggio, estorsioni e condizionamenti nei confronti delle Società.

Senza tralasciare il fatto che, i cosiddetti “gruppi organizzati”, quasi sempre riconducibili ad ideologie dell’ultradestra, rappresentano un bacino elettorale importante!

Il caso di Koulibaly, che non è un caso isolato, dimostra come atteggiamenti razzisti e xenofobi vengano derubrica a “ragazzate” senza cogliere la natura vera dell’intolleranza che, fuori dallo Stadio, si trasferisce tutti i giorni nelle strade, sugli autobus, nei treni, nelle scuole.

Come dire, non è stato un anno da ricordare positivamente e che si sta chiudendo anche peggio su più fronti: la settantaseiesima donna ha trovato la morte uscendo di casa per recarsi al lavoro per mano del suo ex marito dal quale era divorziata da sei anni.

Crivellata da dodici colpi di pistola da un maschio che, con tutta evidenza, in sei anni non ha elaborato il lutto della perdita di una proprietà, non di una donna!

67 femminicidi in una anno in Italia non sono il segnale di una società sana, anzi!

Una società che continua a calare la maschera mostruosa della cecità, di quella indifferenza che fomenta e rafforza atteggiamenti di intolleranza.

Quella stessa società che, attraverso la televisione, durante gli spot pubblicitari riesce ad affiancare la campagna fondi per i bambini che rischiano di morire di malnutrizione in Africa alla Befana che si pone il problema di quali prodotti di una grande marca di cioccolato mettere nella calza.

I più la chiamerebbero incongruenza funzionale al mercato, io la chiamo indifferenza e perdita di ogni senso di umanità.

«”Costruiamo”, la mia salvezza»

Eshebor, nigeriano, operatore

«Sono fuggito dalle persecuzioni militari. Finito in galera, picchiato, mostrato come un esempio da non seguire. Ospite del Centro di accoglienza della cooperativa, oggi lavoro e guardo sereno al mio futuro»

«Da tre anni in Italia, uno da operatore di “Costruiamo Insieme”, grande esperienza umana: faccio rispettare le regole del vivere civile agli ospiti del Centro di accoglienza; con loro ho un ottimo rapporto, capiscono che è il mio lavoro e qualsiasi cosa dica io o i miei colleghi è solo per il loro bene, che poi è anche il nostro, essendo anche io, come loro, un africano».

Eshebor, nigeriano, ventidue anni, cristiano, scuote la testa. Le domande non farebbero al suo caso, se non fosse che da più di un anno, prima di diventare operatore all’interno della cooperativa sociale tarantina, si è puntualmente collegato al sito di “Costruiamo” per leggere storie raccontate da suoi connazionali e “fratelli” provenienti da altri Stati del continente africano. «Non pensavo arrivasse il mio momento – dice Eshebor – ma adesso sono felice di raccontare la mia storia con lieto fine: un impegno di lavoro con “Costruiamo Insieme”, che significa avere una buona base di partenza per guardare con più fiducia a un futuro fino a qualche tempo fa più nero della mia pelle» .

Sorride Eshebor, un sospiro di sollievo. Come se stesse avvolgendo per noi la pellicola di un film autobiografico. Uno di quei soggetti drammatici dei quali spesso si occupa una cinematografia indipendente. Film in cui si vedono uomini in fuga, tanti, senza una meta e che si fanno largo fra una vegetazione che non sai nemmeno cosa possa nascondere. «Solo che lì, in Nigeria – Eshebor ci riporta alla realtà – non era un film, era un reality: lì ti sorvegliano, ti seguono, ti picchiano, ti gettano in una prigione a pane e acqua, quando ti va bene…».Eshebor articolo 01PAUSA, OCCHI LUCI, RIPRENDE IL RACCONTO

Una pausa, gli occhi lucidi, riprende a raccontare. «Ma adesso tutto questo è finito, sono in Italia, lontano da una guerra etnica che quando pensi stia per finire riprende vita da un focolaio che sembrava ormai contenuto: è dura, ma arrivare qui, in un Paese ospitale come l’Italia e trovare un lavoro in qualità di operatore, è stato come un sogno; ho conosciuto tanti ragazzi che, come me, avrebbero potuto svolgere le mie stesse mansioni, ma alla fine hanno scelto me, dunque mi ritengo fortunato…».

Le qualità umane, sono state queste la spinta nell’assegnazione di un lavoro delicato, fatto di relazioni, ma anche di regole, si diceva, da far rispettare. «Nel mio Paese, la Nigeria, è in corso da tanto una guerra etnica, il Governo prova a far rispettare le leggi con grande severità: la mancanza di democrazia mi ha spinto fino a qui; ma attenzione, non sono fuggito alla prima rappresaglia, io ho contestato i sistemi con i quali i militari provavano a far rispettare regole severe; quando c’era da scendere in piazza non mi tiravo indietro, insieme con i miei amici contestavo civilmente le azioni con cui i militari ci mettevano a tacere: sono stato sorvegliato, fermato, arrestato, picchiato, sbattuto in prigione, non per molto: una volta sottoposto a una generosa razione di calci e pugni, venivo rilasciato perché diventassi un esempio per quanti la pensavano come me».

A scendere in piazza sempre meno contestatori. «Eravamo diventati – spiega Eshebor – una compagnia di giro, sempre meno ci spostavamo da un quartiere all’altro, un numero insignificante e la gente, presa dalla paura, ormai evitava di ascoltarci: era successo quello che il potere costituito voleva, eravamo cioè rimasti in pochi e facile preda dei militari, così l’unica via per la sopravvivenza diventò la fuga».

Fugge passando dal Niger. «Altra esperienza complicata, lì ero sorvegliato: non sono mai stato picchiato, né andato in carcere, una vita difficile però; mi trasferii in Libia, qualche mese a lavorare come muratore e imbianchino, mai tirato indietro davanti a un qualsiasi lavoro che sapessi fare: avevo risparmiato un dinaro dopo l’altro, dovessi fare un confronto con l’ero, direi che avevo messo insieme qualcosa come tremila euro, soldi che mi permettessero di pagare il viaggio dalla Libia all’Italia».Eshebor articolo 02FINALMENTE IL MARE, UNA NAVE MILITARE ITALIANA…

Finalmente una imbarcazione e il mare. «In centoventi – ricorda Eshebor – alla ricerca di libertà e rispetto umano, che poi sono le cose più belle per le quali non dovresti lottare: non lo dico io, lo dicono le scritture religiose; il viaggio dura poco rispetto a quanto mi hanno raccontato miei connazionali: dopo tre ore in mare, siamo stati issati a bordo da una nave militare italiana, che ci ha accompagnati direttamente nel porto di Taranto; due anni ospite del Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme”, infine l’occasione della mia vita: la proposta di collaborazione».

Gli è capitato di vedere qualche nero davanti a bar o supermercati. «Bisogna conoscere le storie di ognuno dei ragazzi – giustifica in qualche modo Eshebor – non mi sento di condannare chi fa queste cose, anche se io non lo avrei mai fatto; questo mi ha insegnato mio padre – la mamma non ce l’ho più – e questo metto in pratica, un lavoro anche faticoso, ma mai chiedere l’elemosina davanti a un esercizio commerciale, la vedo una cosa di umiliante, ma non mi sento di condannare senza conoscere le storie di ognuno di loro. Magari dalla mia posizione sembra più semplice parlare, ho un bel lavoro e sto tranquillo, ma se non avessi avuto la fortuna di stare con “Costruiamo Insieme” mi sarei attivato per trovare un’altra attività, qualcosa che fosse dignitoso…».

Papà, anche un fratello rimasti in NIegria, la mamma purtroppo non c’è più. «Ci sentiamo spesso al cellulare – conclude Eshebor – quando mi sentono si rasserenano, la situazione nel mio Paese è in piena confusione, guardo indietro e nonostante la nostalgia credo di aver fatto la scelta più saggia: non so come sarebbe andata a finire: ho studiato, conseguito un titolo di studio, oggi lavoro, sono felice».

Gara all’ultimo “like”

“L’albero più bello”, vince la sede di via Gorizia

Sui social operatori, ospiti e amici scatenati con “mi piace”. Proseguono i commenti. «Partecipazione e spirito, questo il successo dell’iniziativa, utile per crescere in una società senza discriminazioni», ha detto Nicole Sansonetti, presidente della cooperativa “Costruiamo Insieme”

La gara sull’albero più bello quest’anno lo ha vinto il “38”, con sede in via Gorizia a Taranto. In virtù dei like che ciascuna sede di “Costruiamo insieme” ha conseguito, questa è la classifica finale:

GARA DI LIKE NATALE 2018
“L’albero più bello”

C.A.S. 38 – 331 like

C.A.S. Cavallotti – 264 like

C.A.S. 282 – 168 like

C.A.S. 316 – 59 like

C.A.S. 106 – 38 like

Anche quest’anno è stata una gara combattuta, cominciata sul filo di lana delle festività che, a Taranto, come consuetudine, arrivano prima. E precisamente il giorno di Santa Cecilia. A partire dal 22 novembre, infatti, in ciascuna delle sedi partecipanti, “Cavallotti”, “106” (strada per Metaponto), “38” (via Gorizia), “282” e “316” (via Principe Amedeo), operatori e ospiti si sono attivati per mettere in cantiere le idee più originali da tradurre in quello che sarebbe stato l’albero più bello dell’intero complesso di sedi.

Risultato simbolico, come sempre. Anche quest’anno il presidente della cooperativa, Nicole Sansonetti, può ritenersi soddisfatta degli elaborati appesi sugli alberi fatti pervenire dall’organizzazione in ciascuna delle sedi “partecipanti”. Ciascuna delle strutture ha avuto a disposizione il materiale di partenza, addobbi per tutti. Poi ciascuno degli operatori, in collaborazione con gli ospiti, anche stavolta molto coinvolti, ci ha messo del suo. Prima che gli alberi giungessero a destinazione, qualcuno si portava avanti con il lavoro: abbozzava il progetto, appuntava anche la più piccola idea su un post-it. Tutto andava bene, poi la scrematura e la fattibilità avrebbero condotto all’allestimento dell’albero.COPERTINA albero 02 - 1DALL’OSCAR DELLA SIMPATIA ALLA VITTORIA

Gara nella gara, i like più volte sollecitati da Paolo, il webmaster del nostro splendido sito, con l’aggiornamento delle classifiche provvisorie. Lo scorso anno, per coinvolgimento, spiccò l’intervento con videomessaggio di Silvia che invitava a sostenere con decine e decine di “mi piace” il lavoro che lei stessa aveva coordinato con la sua squadra di ragazzi di via Gorizia. L’espediente era stato lodato durante la “campagna” e premiato con un brindisi augurale nella sede centrale di via Cavallotti. Silvia aveva perso per una manciata di punti, ma aveva vinto a braccia elevate – come i campioni su due ruote, i ciclisti – l’Oscar della simpatia.

Quest’anno è andata meglio, anche se il risultato è solo un numero. Certo, il campanilismo funziona, come il tifo per la nostra squadra di calcio che dopo un avvio singhiozzante, ha trovato l’assetto tattico per ben figurare nel torneo di calcio nel quale sono presenti i colori di “Costruiamo Insieme”. Il campanilismo, si diceva, è la molla che ha spinto tutti i ragazzi a dare il meglio di sé. Una volta completati gli elaborati, le foto, realizzate e postate sul sito e sui social, è cominciata la sfida a colpi di like. Dopo l’inizio pirotecnico, con la scorta di quanto imparato nella precedente edizione, è subentrato un certo tatticismo. I “mi piace” arrivavano a folate. Colpi e sorpassi con venti, trenta punti in più in un paio di ore. La strategia paga, sicuramente, ma anche questa è stata spettacolarizzata. Dagli interventi sul gruppo di “Costruiamo Insieme” nel quale i ragazzi si provocavano fra loro, in maniera divertita, scatenando una vera corsa verso il traguardo finale.COPERTINA albero 01 - 1  «OBIETTIVO PRINCIPALE: CRESCERE INSIEME»

«Bello lo spirito con cui tutti hanno partecipato alla gara: felici di misurarsi con gli altri nel massimo rispetto. Interessante leggere i messaggi sul gruppo, come divertenti sono stati gli sms con i quali operatori e ospiti si sono affettuosamente provocati durante il confronto all’ultimo “like”, con frasi che forse solo nei box della Ferrari si erano sentiti:  “l’importante è vincere”, “arrivare secondi, significa essere solo i primi sconfitti”; insomma, dare il massimo, come è giusto che sia, “Ma se ci scappasse anche la vittoria, sai che figurone?”, diceva qualcuno. Le iniziative non sono mancate, ce ne saranno altre ancora, ma ribadisco: la cosa che tutti insieme abbiamo apprezzato, sono stati principio e spirito collaborativo che tutti hanno dimostrato una volta di più; è questo l’obiettivo delle nostre attività: avvicinarsi, confrontarsi, scambiarsi contributi utili per crescere insieme in una società senza discriminazioni».

Gli alberi sono in bella mostra in ciascuna delle nostre sedi, ma anche sui nostri social. Come sempre, anche a gara conclusa, saranno sempre bene accetti i commenti di tutti. E se qualche volta qualcuno vi invita a mettere un like, è solo per stimolare una maggiore partecipazione alle iniziative e alle attività sociali che “Costruiamo Insieme” mette in campo.

Eterotopia intorno all’albero

fra Foucault e il tangibile

A guardare da lontano, anche se dall’interno, il clima che si respira nelle Comunità di Accoglienza Straordinaria tarantine in questo periodo natalizio, mi sono tornati in mente vecchi studi e teorie che mi hanno sempre affascinato per il loro principio intrinseco di mescolare “essere” e “non essere” per dare corpo al tangibile.

E, a ritroso, ho ritrovato un termine o, meglio, un concetto, che mi è sempre stato caro, ha sempre suscitato in me una curiosità nel continuo e utopico tentativo di indagare l’essenza dell’essere umano: Eterotopia, un termine coniato dal filosofo francese MichelFoucault per indicare «quegli spazi  che hanno la particolare caratteristica di essere connessi a tutti gli altri spazi, ma in modo tale da sospendere, neutralizzare o invertire l’insieme dei rapporti che essi stessi designano, riflettono o rispecchiano».

Avevo sempre considerato eterotopici teatri, cinema,treni, giardini, collegi, camere d’albergo, manicomi, prigioni tutti quei luoghi/non luoghi con i quali mi ero confrontato chiedendomi, spesso, cosa ci facessi la.

Non so come e neanche perché è scattata questa associazione di idee guardando le fotografie pubblicate sul sito di Costruiamo Insieme che ritraggono tante storie umane, tanti portati diversi, culture differenti identificando come eterotopico uno spazio di convivenza e di partecipazione attiva intorno ad una manifestazione simbolica estranea ma unificante come può essere l’allestimento di un albero di Natale.

Pluridimensionalità dello spazio vissuto e voglia di conoscersi, di condividere, di sperimentarsi nel rapporto con l’altro: questo ho letto nelle fotografie!

E questo sono i tanto vituperati Centri di Accoglienza Straordinaria al pari degli SPRAR, almeno quei pochi rimasti: luoghi reali (senza smentire Foucault!) che vivono di incontro e di scambio reciproco e che, più delle migliori Università, quotidianamente consentono di raccogliere, dentro un rapporto di gratuità, lezioni di vita, conoscenze, saperi.

Nel clima di festività natalizie, voglio condividere, con chi non l’ha già fatto, l’esperienza dei CAS di Taranto attraverso le fotografie, attraverso quella immagine che ferma un attimo, invitandovi a guardare negli occhi ritratti quanta voglia di esserci traspare.

Condividendo e votando su FB l’albero che vi piace di più fra quelli che vi propongo di seguito anche voi potete partecipare a questo bel momento di condivisione.

E’ una “gara” pulita, non messo all’asta il mio pacchetto di voti!

Non si vince niente e, alla fine, si festeggia tutti insieme: ognuno con le prelibatezze tipiche del proprio Paese per ricordarci, dal momento che siamo distratti da altre cose, che la Natività è soprattutto un messaggio di speranza e noi, che siamo fatti così, non rinunciamo ad immaginare e voler costruire insieme un mondo migliore!

PS: quest’anno non scrivo la lettera a Babbo Natale: mi ha sempre deluso!

Scriverò alla Befana: le donne sono sempre più sensibili e chissà che… anche un bambino cattivo venga ascoltato!

Non chiederò niente di materiale, lei sa già!

«Sconfitti i problemi»

Awal, beninese, ventotto anni, operatore di “Costruiamo Insieme”

In Italia per caso, aveva nella testa mille preoccupazioni. «Con il lavoro che mi ha dato la cooperativa, in un attimo ho cancellato molti pensieri. Cinque anni lontano dal Benin, ho lavorato in Algeria e Libia. Qui esiste rispetto ed educazione, ma non vorrei passare per ruffiano…»

«Con un posto di lavoro, di colpo i problemi diventano più piccoli, di colpo il peso delle domande diventa leggero…». Storia di un ragazzo felice, passato attraverso una fuga, lunga, i sacrifici e un sole che, un giorno, ha cominciato a vedere dalle prime luci dell’alba, dopo una lunga notte fonda. «Qui sto bene da matti, lavoro, ma la cosa più bella, fra le altre, è il rispetto del quale godo ogni giorno che il Cielo manda in terra: chi organizza il nostro lavoro, ogni volta che chiede una qualsiasi cosa si rivolge a me e ai colleghi con un “Per favore…”; prima di allora avevo sentito miei connazionali e altri ragazzi, africani come me, che lavorano altrove, in tutta Italia: il trattamento a loro riservato non è, quello che si dice, dei migliori».

Awal, ventotto anni, operatore, viene dal Benin. Nel suo Paese, Africa occidentale, che confina con Togo, Nigeria, Niger e Burkina Faso, ha lasciato due sorelle e la mamma. Un fratello è in Algeria, titolare di una piccola attività nel campo dell’abbigliamento. Si dice soddisfatto del suo lavoro di operatore a “Costruiamo Insieme”. Di più. «Sono felicissimo, penso si veda…». Un sorriso panoramico, denti bianchissimi, in netto contrasto con la sua pelle nera, scura come la notte. Sul suo viso, spiccano anche gli occhi, un po’ malinconici, un po’ sorridenti. Quando parla del suo Paese, della sua fuga, si incupisce. «Non conosco gente – dice – nel mio Paese come altrove, in Africa, che scappi dalla propria terra perché sta bene; se andiamo via un motivo ci sarà: viviamo male,  c’è chi ha forza e coraggio, come me, perché alla fine è un salto nel vuoto, non sai cosa possa riservarti un viaggio infinito, e allora va via; altri, loro malgrado, restano, perché hanno paura, non sanno cosa possa riservargli una fuga».AWAL IMMAGINE 03Adesso sorride, Awal. Vuole spiegare meglio. «Molti pensano che veniamo in Italia – riprende – o nel resto d’Europa, perché vogliamo vivere nella massima assistenza, non lavorare e farci mantenere da un qualsiasi governo ospitale: non è così. Personalmente ho sempre lavorato, cercato lavoro ovunque andassi e io sono passato anche attraverso l’Algeria, lavorato per qualche mese con mio fratello: avrei potuto restare con lui, dove mangia una famiglia, uno in più, per giunta parente, non è un problema, l’ospitalità è sacra; ma io volevo andare via dall’Africa, quando ho preso la decisione più importante della mia vita, scappare, mi sono posto quale obiettivo lasciare il mio Continente».

L’Italia non era la sua destinazione. «Sono arrivato qui per caso, non sapevo come si stesse in Italia: cercavo un Paese che mi desse un’occasione di lavoro; con “Costruiamo Insieme” ho trovato ospitalità e una mansione che svolgo con grande scrupolo».

Via dal Benin. «Un viaggio lungo – ricorda per noi Awal – sono andato a trovare mio fratello, che ha un’attività di abbigliamento: confeziona abiti, fa un po’ il sarto, un po’ il commerciante di vestiti; non è come qui, in Europa: la fabbrica fa confezioni e negozi vendono vestiti e tutto il resto… Lavora molto, sono stato un po’ con lui, ho messo da parte i soldi necessari per proseguire il mio viaggio e arrivare in Europa. Ma non era finita, di mezzo c’era ancora la Libia. Avevo fatto un corso da saldatore, così ho cominciato a fare questo lavoro, sei mesi pieni: guadagnavo ancora qualcosa da mettere da parte e pagarmi finalmente il viaggio decisivo, quello che mi avrebbe portato intanto qui, in Italia…».AWAL IMMAGINE 01Una imbarcazione, novantadue imbarcati. Incredibile come i ragazzi ricordino perfettamente il numero di passeggeri che prendono posto su un gommone di fortuna o un barcone. Ma c’è una spiegazione. «Semplice: ti informano uno, due giorni prima, tu aspetti solo il tuo turno: quando tocca a te, come gli altri fortunati, cammini su un pontile stretto, sotto gli occhi di tutti, comincia la conta: uno…due…tre…». E’ così. «Novantadue imbarcati, a mezzanotte, mare e cielo di un solo colore, nero, l’uomo alla guida dell’imbarcazione munito di bussola e telefonino: dopo dodici ore di mare eravamo a bordo di una nave militare italiana, sani e salvi; arrivammo ad Agrigento. La sosta in Sicilia è durata, quattro, forse cinque giorni fino a quando non siamo stati trasferiti a Taranto in un Centro di accoglienza, che non era quello in cui opero oggi. Dopo un po’, “costruiamo Insieme”, il CAS con cui sono stato prima ospite, poi operatore. Ho studiato, conseguito il mio titolo di studio; non mi sono fermato qui, voglio mettere insieme tutte quelle tessere del mosaico che mi permetteranno di guardare con serenità al mio futuro e risolvere il resto dei problemi che mi sono portato dietro; poca cosa rispetto a quelli che avevo trascinato via dal mio Paese: ora ho da dormire, mangiare, il mio lavoro, i miei risparmi, la mia vita sociale, penso sia più di un buon inizio…».AWAL IMMAGINE 02Sorride, Awal. Glielo facciamo notare. Condivide. «Questo sorriso lo sfodero da un anno, sarà una coincidenza, ma da quando lavoro con “Costruiamo Insieme” ho un approccio diverso con la vita, con gli altri, non voglio nascondere la mia felicità: penso di aver compiuto un grande salto, ma non mi riferisco allo stipendio, mi piace mettere al primo posto il rispetto e l’educazione che hanno tutti nei miei confronti; per me è un grande insegnamento, ho imparato io stesso quanto siano importanti questi due aspetti nel vivere civile: educazione e rispetto. Bene qui esistono tutti e due…».

Fine della conversazione. Si alza, Awal. Fa un passo indietro. «Scusa, mi rileggi l’ultima parte degli appunti?», domanda. “Rispetto, educazione: altrove non è la stessa cosa”, gli rileggiamo. «Non è forse meglio cancellare? Altrimenti sembra che lo abbia detto apposta e qui, come dite voi, passo per un “ruffiano”…». Awal, tranquillo: è bello così. La gente, i connazionali, gli altri ragazzi di pelle nera, che ci leggono devono sapere che esiste gente rispettosa. Gente amica. Il ragazzo venuto dal Benin, oltre a educazione e rispetto ha imparato la discrezione. E a non essere “ruffiano”, come dice lui. Ma anche gli altri devono sapere. Gli italiani stessi devono saperlo.

«Aiutare i deboli»

Francesco Pannofino, attore, doppiatore

In scena a Taranto con “Bukurosh mio nipote”, parla del suo impegno sociale e delle sue attività fra teatro, cinema, tv e radio. «Sostenere chiunque abbia bisogno, amo diversificare il mio lavoro, nel doppiaggio rispetto l’impegno dell’attore, ci metto del mio, ma quando è possibile prendo». Un saluto ai bambini del reparto di Oncoematologia di Taranto. 

«Chiunque abbia avuto fortuna, viva una vita brillante, un lavoro appagante, ha il dovere di dare una mano ai più deboli: lanciare un appello, realizzare un video, sensibilizzare l’opinione pubblica su certi temi, non costa niente». Parole di Francesco Pannofino. E’ lui un altro personaggio del mondo dello spettacolo portato ai microfoni di sito e web radio di “Costruiamo Insieme”. Attore, doppiatore, direttore di doppiaggio, è attualmente in teatro con “Bukurosh mio nipote”, ideale seguito de “I suoceri albanesi”, commedia dalle oltre duecento repliche. Anche questo titolo è all’interno della Stagione teatrale 2018-2019 promossa dell’associazione “Angela Casavola” di Taranto con la direzione artistica di Renato Forte.

Pannofino, le danno del “versatile”, la lusinga o le va stretto?

«Ci può stare, nel senso che mi piace diversificare, dunque, fare cinema, televisione, teatro, radio e doppiaggio: non sono scelte, sono occasioni di lavoro che si succedono fra loro e, questo non può che far piacere; naturalmente il teatro è il lavoro più emozionate che ti possa capitare fra i diversi impegni: c’è il pubblico in sala a darti subito il suo responso, ti fa sapere all’istante se gli stai piacendo o no; attualmente stiamo portando in scena una commedia di Gianni Clementi, “Bukurosh” appunto, che è figlia dei “Suoceri albanesi”: è la storia che continua, ma può essere vista a sé stante, vivendo di luce propria rispetto al precedente lavoro; certo, chi ha visto i “suoceri” è già affezionato ai personaggi, chi non li ha visti impara a conoscere personaggi e interpreti a partire dalle prime battute».Italian actor/cast member Francesco Pannofino poses for photographs during the photocall for the movie 'Ogni maledetto Natale', in Rome, Italy, 19 November 2014. The movie will be released in Italian theaters on 27 November. ANSA/CLAUDIO ONORATIVoce di George Clooney, Denzel Washington e tanti altri. Come entra in simbiosi con il personaggio? 

«Il doppiaggio è un lavoro molto complesso, non è facile coniugare diverse cose alla tecnica; è un trucco cinematografico, ricordiamolo: deve sembrare che in quel momento stia parlando l’attore originale; certamente più l’attore è bravo, più impegnativo ma evidentemente più bello è il doppiarlo, e anche più facile, se vogliamo. Se fai attenzione, quando doppi attori bravi può capitare di afferrare sfumature utili a migliorarsi nel lavoro».

Prende, ma dà anche.

«Non bisogna tradire l’opera originale, è necessario stare dietro ai tempi comici, occorre rispettarli altrimenti il rischio è andare fuori synch. C’è però anche una metamorfosi: molti attori li doppio da tanti anni e si può dire sia cresciuto assieme a loro».

Cinema, teatro, tv. Cosa dà e toglie ciascuna di queste attività nelle quali lei è impegnato?

«Dipende sempre da quello che fai, amo tutto il mio lavoro, non faccio gerarchie; non saprei: è bello quando giri un film, una fiction, quando fai teatro, un turno di doppiaggio, la radio; dipende anche come prendi l’impegno, poi, come dicevo, è anche bello diversificare, fare sempre la stessa cosa alla fine ti viene a noia».

Tv, da “Boris” a “Nero Wolfe”, voce fuori campo di “Emigratis”, programma con i pugliesi Pio e Amedeo. Appuntamento arrivato nei momenti giusti, quello con la tv, o più volte rimandato?

«Personalmente non scelgo, a volte ti chiamano per partecipare a un provino. Ringraziando il cielo, da quando ho iniziato a lavorare non ho avuto molti giorni di pausa, anzi un po’ di riposo non guasterebbe».

Italian actor/cast member Francesco Pannofino poses  for photographs during the photocall for the  movie 'Ogni maledetto Natale', in Rome, Italy, 19 November 2014. The movie will be released in Italian theaters on 27 November. ANSA/CLAUDIO ONORATI

Quante volte al giorno le chiedono di rifare la voce di Clooney, Washington, Mickey Rourke, Wesley Snipes, Jean-Claude Van Damme?

«Sì, mi chiedono di fare dediche, una volta mi è stato chiesto di fare la sveglia per la nonna e sono stato costretto a dire “Sono le sette, Lucia, è ora di alzarsi”».

Nel suo futuro, più teatro, tv, cinema o doppiaggio?

«Non mi aspetto niente, meglio non aspettarsi niente, quello che poi arriva è tanto di guadagnato: ho sempre lavorato, intanto fino a Natale portiamo in scena “Bukurosh mio nipote”, poi ci sono film da finire, film girati in attesa di uscire, presto per parlare di progetti, insomma che dio ce la mandi buona…».

Sito e web radio di “Costruiamo Insieme” si rivolgono alle fasce deboli, quanto è importante in un momento storico che vive il nostro Paese, a quanti hanno bisogno del nostro aiuto. 

«Fare da testimonial a una qualsiasi iniziativa benefica lo ritengo un dovere, non mi è costato niente rivolgere un saluto ai bambini ricoverati nel reparto di Oncoematologia di Taranto. Mi sembra davvero il minimo realizzare un video per salutare i piccoli ricoverati in ospedale che trascorreranno il Natale in corsia, piuttosto che al caldo di casa propria. Per quanto riguarda le fasce deboli più in generale, per quanto posso cerco di dare una mano a chi soffre: chi è fortunato ha il dovere di pensare al prossimo, a chi non ha avuto la stessa fortuna tua».

Sotto lo stesso albero

“Costruiamo Insieme”, riunisce ragazzi di religione e colori diversi

Un solo scopo, celebrare l’amore per l’amore. Massimo rispetto per chiunque non abbia la nostra stessa pelle o preghi nel nostro stesso modo. «Oltre l’abbraccio simbolico», dice Nicole Sansonetti, presidente della cooperativa sociale.I GIORNI Etnie 03 - 1Un albero dai mille colori. Non solo grazie a quelle piccole luci appese all’ultimo piccolo abete messo in bella mostra nei Centri di accoglienza di “Costruiamo Insieme”. E’ una tradizione che si rinnova, una stretta di mano fatta davanti a uno dei simboli più famosi del Natale. In Italia il presepe riunisce i cattolici, descrive la nascita del Bambino Gesù; l’albero, invece, è il simbolo dei protestanti. In molte delle case degli italiani non è difficile imbattersi in uno e nell’altro: non è contraddizione, è solo amore per l’amore. L’affetto verso gli altri, la missione affinché ognuno nei confronti del prossimo sia più buono.

Alcuni nostri ragazzi si sono trovati sotto lo stesso albero. Come riunire una volta di più le diverse etnie, non solo sotto lo stesso tetto, ma anche davanti allo stesso simbolo, l’albero, che nel mondo civile – dove talvolta manca il rispetto per il prossimo – rappresenta il richiamo all’amore, la bontà.

I senegalesi Ibrahima e Papa Malik, i maliani Dramane e Gneriga, il guineano Ussumane, si sono prestati volentieri agli scatti fotografici. Qualcuno ha provato a spiegare loro cosa significasse fare un appello ai diversi colori di pelle: essere tutti più buoni, il messaggio. Due di loro hanno posato, indicato i diversi Paesi africani di provenienza, poi come nel loro stile, hanno rivolto una domanda. «Perché solo a Natale?». Cosa «perché solo a Natale?». «Perché solo in questi giorni la gente sente di dover essere più buona, quando dovrebbe sforzarsi – ammesso che voler bene agli altri equivalga a uno sforzo – ad essere più buona tutti i giorni che il Cielo manda in terra?». I GIORNI Etnie 02 - 1«PERCHE’ BUONI SOLO A NATALE»

I ragazzi hanno compiuto un bel salto in avanti, ci hanno restituito una lezione che spesso abbiamo tenuto ai nostri figlioli. E’ così che si fa. Punto secondo, perché c’è un’altra appendice: gli italiani di fede cattolica a Natale sembra pongano una tregua, non scritta, ma che circola da duemila anni. Altra considerazione dei ragazzi. «Fra noi ci sono cattolici e musulmani – dicono – secondo qualcuno dovremmo odiarci, ma questo qualcuno non ha compreso molto di noi, del nostro spirito; le nostre religioni hanno lo stesso scopo: rispetto e affetto verso il prossimo, di qualsiasi religione esso sia, anche se non ha un dio da invocare, nei momenti di sconforto come in quelli di debolezza…».

Dovrebbe essere una foto-simbolo e, invece, è diventata una lezione d’amore: come si ama il prossimo e come lo si rispetta. E’ così semplice. Diciamo la verità, adesso è più semplice. Dopo essere stati a stretto contatto con i ragazzi che non si sono prestati a fare solo da modelli alle nostre intenzioni, cioè mostrare etnie e religioni a braccetto i un Centro di accoglienza. In buona sostanza, questo era l’obiettivo di partenza, mostrare quanto i ragazzi, fra loro, di Paesi di origine e religione diversa, vadano profondamente d’accordo.I GIORNI Etnie 05 - 1IL NATALE SECONDO “COSTRUIAMO”

Ecco il nostro Natale. «Non vuole essere un abbraccio simbolico – dice Nicole Sansonetti, presidente di “Costruiamo Insieme” – ma qualcosa di molto più concreto: mostrare quanto i nostri ragazzi, chi lavora, chi studia, chi frequenta corsi di specializzazione e guarda al proprio futuro, in certi ragionamenti siano più avanti di noi; prestarsi a una foto significa dare un segno importante a chi non conosce la vita in un Centro di accoglienza: le nostre porte sono sempre aperte, c’è attività qui da noi: ci sono cuochi che preparano il pranzo a seconda dello stile di alimentazione di ciascuno dei nostri ospiti; non sono oggetto di violenza da parte della nostra cucina: anzi, mostrano di gradire e avvicinandosi anche alle nostre tradizioni; sono loro stessi a chiederci quale sentiero percorrere per stabilire un contatto sempre più stretto con i residenti; non è un caso che quest’anno, a proposito di Santo Natale, abbiano ospitato una banda musicale che ha eseguito le novene della nostra tradizione; abbiano imparato la ricetta per friggere le pettole il giorno di Santa Cecilia e offrire quelle invitanti e saporite pallottole di farina e lievito a musicisti e a quanti si sono avvicinati a “Cavallotti”, la sede di “Costruiamo Insieme”, all’alba dell’ingresso del Natale».

A proposito di alberi. Prosegue senza sosta la gara a colpi di “like” attraverso i social sull’albero più bello realizzato dai ragazzi delle diverse sedi dei Centri di accoglienza. Una competizione avvincente, fatta di “passaparola” per provare a convincere che esprimere un “mi piace” sia un pretesto per visitare le pagine del sito e di Facebook che “Costruiamo Insieme” allestisce e aggiorna quotidianamente. Come sempre vinca il migliore, ma anche se non vincesse, va bene così. Partecipare a un albero, a una stretta di mano, è come aver già vinto.I GIORNI Etnie 04 - 1

Senza senso!

Il nostro saluto ad Antonio Megalizzi.

Vivere non è facile, morire è ancora più semplice.

Soprattutto quando l’analisi della realtà abbandona concetti base della sociologia come la “stratificazione” e il “conflitto”.

E anche il concetto di guerra sarebbe dovuto crollare sotto la profondità ed il peso delle parole ma no, perché una sovra dimensione definita interesse ha spostato l’asse del dialogo trasformandolo in conflitto.

Ma ci sono guerre per le quali è difficile trovare un senso, ideologizzate per trovarne uno, e in realtà camuffate per negare a se stessi l’esistenza di un conflitto sociale tanto palese quanto reale.

Una vita accelerata, una merce in vetrina, in una ipermetropoli dove sono le marche a plasmare l’identità e il consumo è diventato quasi paradossale. Come fare a trovare una rotta se il modo nel quale viviamo promette a tutti felicità e benessere, ma in realtà dispensa solo ansia e insoddisfazione?

Se si presenta continuamente sotto l’aspetto di un mondo magico dove le persone possono esaudire qualsiasi desiderio, ma alla fine produce frustrazioni?” (Vanni Codeluppi, Ipermondo, Ed. Laterza).

In uno scenario di questo tipo è facile che una mano frustrata, ansiosa e insoddisfatta si armi per dare un senso a questo suo stato dell’essere e compia una strage autorappresentandosi in una guerra senza senso.

E’ così che martedì scorso, per una fatale coincidenza, un giovane giornalista italiano, Antonio Megalizzi, si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Ed è rimasto vittima di un paradosso sociale che la Francia, come altri Paesi, ancora non riesce a trasformare in realtà avendo negli anni stratificato una situazione che ha prodotto marginalità ormai difficilmente controllabili con leggi di polizia.

E’ facile pulirsi la coscienza definendo un soggetto “radicalizzato” nascondendo sotto il tappeto decenni di politiche anti sociali, di marginalizzazione, di esclusione.

Il fatto che rimane a noi, la sostanza, è che Antonio non c’è più, non c’è più la sua voce e la sua passione di raccontare il mondo.

Aveva messo in piedi una radio, Europhonica, con la voglia di raccontare il presente ed il futuro possibile.

E’ stato ucciso da una mano della sua stessa età privata del presente e senza futuro.

E, sia ben chiaro, non è una giustificazione del gesto deplorevole e infame che ha tolto la vita a cinque persone, ma una accusa alla cancellazione della visione della realtà rappresentata da una società che si sta sgretolando sotto il peso degli interessi che penetrano il muro facile fatto di assenza di valori.

Con la capacità indotta a digerire tutto e la normalizzazione anche di una strage, oggi i mercatini di Natale sono popolati di persone: gli attentati sono entrati nel calendario come le feste comandate.

Niente di straordinario, niente di nuovo.

E nessuna paura, i Governi ci sono: militarizzano le città e le piazze!

Cosa chiedere di più?

Politiche sociali più aderenti al contesto? Non si può fare, se lo scrivi ti arrestano!

«Un albero contro l’intolleranza»

“Costruiamo Insieme” lancia la gara fra i Centri di accoglienza

Il simbolo del Natale contro l’intolleranza. Operatori e ospiti impegnati nella corsa all’ultimo “like”. Idee originali e un messaggio per tutti.ALBERO 01 - 1E’ già sfida all’ultimo “like”. Anche quest’anno operatori e ospiti dei Centri di accoglienza di “Costruiamo Insieme”, si stanno contendono il primo posto nella corsa all’albero più bello. Tutti hanno avuto in consegna un albero da addobbare secondo la propria fantasia, una qualità che i ragazzi vantano in quantità industriale.

In gara, “Cavallotti”, “106” sulla strada per Metaponto, “282” e “316” di via Principe Amedeo e “38” di via Gorizia. Alla vigilia del “via” circolavano già molte idee, alcune delle quali top secret, tante volte qualcuno avesse potuto copiare l’addobbo speciale che stava allestendo la concorrenza.

Lo scorso anno la corsa al podio è stato caratterizzato dal video di Silvia, in rappresentanza del “38”. L’operatrice del Centro di via Gorizia aveva esternato in un selfie la necessità di sostenere l’albero realizzato al “38”, una iniziativa che aveva scatenato chiunque nel premiare con un “mi piace” l’opera e l’originalità dell’appello.

Detto del rinnovato impegno di Silvia e del resto di operatori e ospiti di “Costruiamo Insieme”, gli alberi illuminati a festa in questi giorni completano il clima di calore che in questo periodo avvolge ciascuno dei Centri. «Come lo scorso anno – dicono due operatori – tutto è cominciato con le musiche eseguite la mattina di Santa Cecilia alle cinque del mattino: rispetto allo scorso anno, diciamo con grande orgoglio di avere registrato una new entry…». In effetti, è stata una iniziativa inattesa che ha riempito di un’atmosfera tutta tarantina “Cavallotti”, la sede sita nel centro cittadino di Taranto.ALBERO 02 - 1MUSICHE TRADIZIONALI, PETTOLE E…CONSENSI

I cuochi impegnati quotidianamente nella preparazione dei piatti per le diverse etnie ospiti all’interno dei Centri, hanno voluto cimentarsi nella frittura delle péttole, Le “pallottole” di pasta lievitata hanno fatto la felicità del palato dei musicisti della banda musicale “Lemma”, ma anche della gente che la mattina di Santa Cecilia si è avvicinata per ascoltare le pastorali intonate all’alba davanti al Centro di accoglienza.

Come abbiano fatto a realizzare quell’impasto e a friggere péttole da far venire l’acquolina in bocca al solo pensarci, è un mistero. Ci sarebbe qualche divertente indizio, ma fino a prova contraria se non ci sono certezze, meglio lasciare avvolto il tutto nel mistero. Una cosa è certa, il presidente, Nicole Sansonetti, ha fatto sentire la sua vicinanza. Ha compiuto un blitz in sede, assaggiato ed espresso il suo autorevole giudizio sulle pallottole lievitate e fritte. Come se fosse un giurato di “Masterchef”. «Ragazzi, la vostra avventura a “Costruiamo Insieme” in qualità di cuochi – rullo di tamburi… –  continua!».

E’ andata pressappoco così, raccontano le cronache. Ma a proposito di giudizi, lo stesso non può essere fatto dai vertici della cooperativa per la gara all’albero più bello, quello pieno di lucette ma anche di originalità. I dirigenti devono essere super partes, qualsiasi giudizio potrebbe trasformarsi in una indicazione di voto. E, sinceramente, in un periodo così particolare uno scivolone diplomatico potrebbe suscitare un vespaio di polemiche.ALBERO 03 - 1NON SOLO VOTI, CORSA ALLA SENSIBILIZZAZIONE

Ciò detto, ecco che è cominciata la “campagna” per la raccolta di voti. Tutti si stanno fiondando sui molteplici social, mentre fa testo Facebook, la pagina nella quale sono pubblicate le foto degli alberi e si raccolgono i “like”. Fioccano i consensi, in una sorta di “vale tutto”, sono in molti ad essersi scatenati alla ricerca di “mi piace”. Visitatori, amici, parenti, conoscenti, sono avvisati.

Non mancano gli inviti a lasciare un “like”. Il bello della gara è questo. Come il sapere che partecipanti e spettatori partecipino attivamente alla raccolta di consensi. Più sono i voti e le forze messe in campo, maggiore è il riscontro all’esterno di “Costruiamo Insieme”. Anche questo può essere uno scopo da raggiungere: far conoscere i Centri di accoglienza e che l’albero di Natale è solo l’aspetto più popolare dell’attività svolta.

L’albero anche quest’anno ha un duplice significato. Massimo rispetto delle tradizioni di un Paese che ha dimostrato cosa significhi accoglienza per quella gente fuggita da conflitti, guerre etniche e persecuzioni politiche; riunire sotto lo stesso simbolo etnie diverse, ragazzi con un colore di pelle diversa, con tradizioni religiose diverse ma che hanno grande considerazione del prossimo.

Insomma, anche questo è l’albero di “Costruiamo Insieme”: una corsa al maggior numero di “like”, ma anche un gesto civile per piegare le ultime resistenze in fatto di intolleranza.ALBERO 04 - 1

Fra opinione, pensiero e verità

La brutta faccia del “Bel Paese” nel rapporto censis

«Pur essendo questo logos comune, 

la maggior parte degli uomini vivono

 come se avessero una loro

 propria e particolare saggezza.»

Eraclito

Opinione e apparenza hanno la stessa identità e rappresentano l’opposizione tra l’opinione e la verità. 

L’opinione, però, va tenuta in seria considerazione in quanto rappresenta il primo passo della via verso la verità. 

E’ una sorta di trasposizione del rapporto fra l’inseguire le “cose belle” e guardare alla “bellezza” in senso assoluto, non soggettivo.

Il 52° Rapporto del CENSIS sulla situazione sociale italiana reso pubblico in questi giorni fornisce la fotografia di un Paese che ha smesso di pensare per abbandonarsi al più comodo e semplice mondo delle opinioni.

Lo stesso CENSIS lo definisce frutto di un “sovranismo psichico” proponendo una serie di numeri e dati preoccupanti se rapportati alla percezione di un processo di reintroduzione di un concetto antico che ha una sua dimensione reale nel quotidiano.

Barbaro è la parola con cui gli antichi greci indicavano gli stranieri, cioè coloro che non parlavano greco e quindi non erano di cultura greca, ovvero altro rispetto al loro parametro di civiltà e, pertanto, potenziali portatori di un processo di imbarbarimento.

Oggi, il 58% degli italiani ritiene che gli stranieri tolgano lavoro, il 63% crede che siano una spesa non sostenibile per il welfare e che siano un peso per servizi pubblici ed il sistema assistenziale, il 69,7% non li vorrebbe come vicini di casa, il 75% è convinto che l’immigrazione aumenti il rischio di criminalità.

Ma questi numeri hanno una radice più profonda: solo il 23% degli italiani ritiene di avere una capacità di spesa e una situazione salariale migliore di quella dei genitori in un Paese che vede il salario medio scendere progressivamente.

Insomma, una sorta di scenario da lotta fra poveri che sostituisce il pensiero con l’opinione per evitare il necessario scontro/confronto con le cause reali.

Il Rapporto Censis interpreta i più significativi fenomeni socio-economici del Paese nella fase di attesa di cambiamento e di deludente ripresa che stiamo attraversando. Le Considerazioni generali introducono il Rapporto descrivendo la transizione da un’economia dei sistemi a un ecosistema degli attori individuali, verso un appiattimento della società” (fonte CENSIS).

Il nostro è diventato un Paese deluso e incattivito!