«Ricomincia la corsa…»

John, Rex e altri connazionali, hanno incassato “negativo”

Nigeriani, arrivati in Italia a gennaio, si sono imbattuti nelle nuove norme volute dal Governo. «Dobbiamo rifare i documenti, senza il nuovo “codice fiscale numerico” non abbiamo accesso al mondo del lavoro, l’iscrizione a servizio sanitario e scuola. Quando tutto sembrava andare per il meglio, è ripresa la nostra corsa contro il tempo»

Negativo. Un aggettivo più pesante degli altri. Specie per quei ragazzi che fuggono dalle guerre, dalle persecuzioni etniche piuttosto che politiche, e dopo essere sbarcati dall’Africa in Europa cominciavano a guardare al proprio futuro con quel pizzico di ritrovata fiducia. Oggi esistono misure più ristrettive. Il nuovo ministro degli Interni, Matteo Salvini, ha posto nuovi paletti. L’extracomunitario sbarcato nel nostro Paese deve ripresentare la sua domanda e in caso di esito “negativo”, eventualmente rifare i documenti per ottenere il “codice fiscale numerico” e sperare che non ci siano altri scomodi intoppi burocratici. Secondo associazioni, le istituzioni fino ad oggi preposte all’attivazione di questo documento non saprebbero crearlo, né convertirlo, rendendo impossibile  a migliaia di ragazzi accesso al lavoro, all’iscrizione al servizio sanitario e nelle scuole.

In Nigeria non sanno cosa significhi la burocrazia, qualsiasi documento lo consegnano in giornata, è sufficiente rispettare le linee guida. Per chi dovesse schivare astutamente anche il più piccolo articolo di legge è previsto il carcere, senza appello alcuno. Lì, scritte minuscole che più minuscole non si può, postille e post scriptum, non esistono. Vai a spiegare a Rex e John che in Italia si vive anche, soprattutto, di norme. E quel che è peggio, di interpretazioni. Non fosse così dalle grandi industrie all’ultima società a conduzione familiare, giudici e avvocati non saprebbero di che vivere. Così i tribunali sono affollati di cause, piccole e grandi, stanze piene di carte e i computer pieni di file danno la sensazione che da un momento all’altro tutto possa esplodere.

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«LE MIE BRACCIA PER QUESTO PAESE!»

Rex, trentaquattro anni, nigeriano, fede cattolica, arrivato sette mesi fa in Italia, a Catania, pensava che il più fosse fatto. «Non avevo nulla da temere – spiega – la mia è stata una fuga per evitare dolorose persecuzioni, per me e la mia famiglia rimasta a casa; purtroppo lì non esiste, come dite voi, il contraddittorio, quella democrazia che permette di esprimere un giudizio su qualsiasi cosa, anche la cosa apparentemente più banale; il Paese è diviso fra gente con divisa e gente senza divisa: i primi hanno come una sensazione di onnipotenza, pensano, anzi sono arciconvinti, che la divisa che hanno addosso permetta ogni cosa; esiste una forte corruzione, la parola di un normale cittadino conta poco rispetto a quella di un militare, qualsiasi tipo di denuncia il più delle volte finisce in una bolla di sapone; piuttosto, se ti sei opposto a tentativi di estorsione, sei stato minacciato e non ne puoi più di essere spremuto come un limone, c’è chi fa trapelare informazioni e lì comincia la fase più dolorosa, la persecuzione: vieni picchiato, bastonato, preso a calci; se non ti basta, minacciano anche i tuoi familiari, così l’unica soluzione per evitare di ritrovarti con una palla in una schiena arrivata da non si sa dove, è scappare, gambe in spalla: scappare a più non posso!».

E’ una giornata fatta di documenti custoditi in una busta trasparente. Rex, John e altri loro compagni, mentre c’è chi scatta qualche foto, quelle carte non le abbandonano un solo istante. Lasciate in auto. «Chiudi bene!», consigliano. Non possiamo dare quattro “mandate”, li rassicuriamo: è tutto a vista, possono consegnarsi sereni all’obiettivo. «Da gennaio in Italia – argomenta John, ventotto anni, anche lui nigeriano – non ho potuto iscrivermi a scuola, occorre il codice fiscale che possono darti solo una volta fatte altre domande: adesso quei documenti sono diventati altri ancora, così mi tocca fare tutto daccapo, con il nuovo anno scolastico alle porte: ero in procinto di iscrivermi, respinta della domanda, il “negativo” mi ha fatto fare marcia indietro; devo rifare tutto, perderò tempo prezioso che avrei voluto impiegare per fare i documenti per l’iscrizione a scuola».

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«NON POSSO ISCRIVERMI A SCUOLA»

Il desiderio di John. «Amo i banchi scolastici, fossi rimasto nel mio Paese, la Nigeria, avrei continuato a studiare nel liceo artistico, ero già a buon punto: volevo diventare un docente, avere tanti studenti a cui insegnare il valore della libertà, del rispetto». Quello che un brutto giorno è venuto a mancare proprio alla sua famiglia. «Mamma e zio morti ammazzati, per essersi ribellati a continue estorsioni e rapine: sarebbe toccato anche a me, figlio unico, se papà non mi avesse scosso e indicato che l’unica strada da prendere era quella della fuga».

Se non arriva in tempo il benestare, John rischia di perdere l’anno scolastico, lui che ama il profumo dei libri freschi di stampa. «E’ più forte di me – confessa – stavo cominciando ad accarezzare un sogno, finire il ciclo di studi in Italia e poi vedere sul da farsi: restare qui o se, conoscendo bene l’inglese, avrei potuto trasferirmi altrove, per insegnare, fare l’interprete: quando provo a spiegarmi a qualche amico italiano, cerco di fargli capire che il dolore di chiunque fugga da una zona dove esiste un qualsiasi conflitto, ti matura prima, ti fa crescere, tanto da risultare utile a tutti: conosciamo tre, quattro lingue, in un mondo che va aprendosi alla rete, a scambi culturali e commerciali, possiamo essere una risorsa, non un peso».

Ma la doccia fredda arriva quando meno te lo aspetti. «Con l’ingresso di Salvini nella politica attiva di questo Paese – riprende Rex – sapevamo che la nostra richiesta d’asilo avrebbe necessitato di più tempo: personalmente chiedo solo che mi sia data la possibilità di lavorare, mostrare che le mie braccia possano tornare utili a questo Paese che dal primo giorno si è dimostrato ospitale».

«Confronti fra culture»

Piero Romano, direttore dell’Orchestra Magna Grecia

«Alla radice di un rinnovamento culturale c’è lo studio: non c’è ricchezza senza rinnovamento». Venticinque anni di attività, fra gli ospiti: Michel Petrucciani, Chick Corea, Vladimir Askenazy, Christian Zimerman, Mischa Maisky, Katia e Marielle Labèque, Gonzalo Rubalcaba e tanti altri. «Pino Daniele l’ultimo tributo, ma che emozione il duetto di “Caruso” fra Lucio Dalla e Martinucci. Ora pensiamo all’indimenticato Luis Bacalov, dodici anni a Taranto, tanto che voleva comprare casa…»

Settembre 2018, l’Orchestra della Magna Grecia celebra venticinque anni di attività e successi. Non solo musica classica. Cartelloni invidiabili e spettatori che si fiondano da ogni parte dell’Italia e dall’estero, a Taranto, per assistere a un cartellone di concerti sempre importanti. Nella Città dei due mari e nella stessa Matera, città con la quale è stato creato un ponte culturale, in tempi non sospetti, il “MaTa”. Anche musica leggera che può coniugarsi con un’orchestra sinfonica. Testimoniato dal recente il successo di “Napule è”, progetto dedicato al grande Pino Daniele, nato lo scorso inverno e replicato anche nell’occasione estiva con risultati straordinari.

«E’ uno dei tanti progetti scaturiti all’interno dell’Orchestra della Magna Grecia impegnata nel valorizzare la musica popolare contemporanea e alla costante ricerca di quei cantautori italiani che possono essere espressi con suoni ed emozioni tipici di un’orchestra sinfonica; parlandone con Martino De Cesare e Maurizio Lomartire, abbiamo pensato di dedicare un programma musicale a Pino Daniele, una delle grandi voci del nostro Sud. Per una stranissima coincidenza, questo progetto si è allineato a una produzione cinematografica, il docufilm “Il tempo resterà” di Giorgio Verdelli. Abbiamo subito pensato di coinvolgere proprio Verdelli, autore e regista di fortunatissimi programmi Rai, all’interno di quello che stava diventando un progetto; una volta invitato, con nostra grande soddisfazione ha accettato di curare, coordinare e condurre le serate dedicate al cantautore napoletano. A dieci giorni dal debutto del tributo a Pino Daniele a Taranto, gradevolissima sorpresa: abbiamo appreso che il docufilm di Verdelli era stato premiato con il prestigioso Nastro d’Argento, qualcosa che tributava alla nostra iniziativa anche il beneficio di una promozione nazionale; proprio in virtù del riconoscimento tributato a “Il tempo resterà” abbiamo avuto una eco mediatica importante; invitati in un programma in diretta sulla Rai, abbiamo coinvolto artisti che hanno aderito entusiasticamente al tributo: Tony Esposito, Enzo Gragnaniello e il maestro Renato Serio; con il loro ingresso nel progetto, l’idea iniziale è diventata un grande evento».Foto articolo romano 01

L’Orchestra della Magna Grecia, la sintesi di venticinque anni fra nomi e progetti.

«Compito impegnativo, richiederebbe tanto, troppo tempo: mi limiterò a riassumere in breve un percorso iniziato cinque lustri fa. Potrei parlare di Michel Petrucciani, Chick Corea, Vladimir Askenazy, Christian Zimerman, Mischa Maisky, Katia e Marielle Labèque, Gonzalo Rubalcaba e tanti altri. Abbiamo avuto il privilegio non solo di ospitare, ma anche di affiancare a questi grandi artisti con il nostro gioiello: l’Orchestra della Magna Grecia; piccoli miracoli realizzabili solo con la collaborazione di tutti. Quelli appena elencati e tanti altri artisti, oggi rappresentano la nostra esperienza, la nostra memoria, la nostra forza, il nostro entusiasmo. Tutto ciò ha fatto in modo che l’Orchestra potesse capitalizzare queste esperienze rendendo più robusta la struttura dorsale di una grande istituzione – rappresentandola, ma soprattutto vivendola dall’interno posso assicurarlo a gran voce – diventata negli anni vanto di una città».

Passo indietro. Oltre alla musica classica, la celebrazione di grandi artisti italiani. Fra questi ultimi, Lucio Dalla.

«Abbiamo portato in scena le sue grandi canzoni, le sue grandi poesie musicali; una delle cose che porto nel cuore: la splendida “Caruso” cantata a due voci al teatro Orfeo di Taranto dallo stesso Lucio Dalla e Nicola Martinucci, tenore tarantino famoso in tutto il mondo: di quell’evento ricordo ancora una grande emozione.

Grande onore e soddisfazione, poi, umana e professionale, l’avere avuto per dodici anni in veste di direttore principale il grande maestro Luis Bacalov; pensate, il nostro territorio ha potuto vantare per così tanti anni la presenza di un artista di fama internazionale – premio Oscar per la colonna sonora de “Il postino” – che si è legato alla città di Taranto, l’ha vissuta: girando insieme per il Centro storico cittadino, mi aveva espresso il desiderio di comprare casa proprio lì, nel cuore della Città vecchia; ne abbiamo visitate di case, perché il maestro Bacalov aveva sinceramente espresso il desiderio di legarsi alla città di Taranto perfino attraverso un domicilio».
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Bacalov, grande compositore e direttore d’orchestra, pare che a breve l’Orchestra prevede un tributo.

«Nella prossima stagione è prevista una dedica, diciamo anche anche più di una; difficile, infatti, rappresentare Luis Bacalov in un’unica serata; ha fatto tanta musica, arrangiamenti per gruppi rock, New Trolls, Osanna e Rovescio della Medaglia, musiche per bambini, una infinita serie di colonne sonore; la musica orchestrale, corale, che lui ha composto è stata un grande regalo al repertorio musicale internazionale. In questi dodici anni di attività a stretto contatto all’Orchestra della Magna Grecia ha insegnato tantissimo».

Lavoro estivo. Dietro le quinte, dietro la scrivania, qual è la sua modalità preferita?

«Mi piace relazionarmi con il nostro staff, sicuramente, ma preferisco il dialogo con rappresentanti le istituzioni e gli sponsor che sostengono i nostri progetti: spesso da un’idea può nascere un progetto; oggi avverto, forte, nuovo entusiasmo; da un lato, per esempio, “Matera 2019”, la città lucana nella quale l’Orchestra è di casa: siamo stati quelli, ante litteram, che per primi hanno creato un ponte culturale, appunto fra Matera e Taranto con il progetto “MaTa”; abbiamo messo in connessione le esperienze di due città che hanno grande vocazione culturale».

Un’anticipazione e una riflessione.

«Le anticipazioni ovviamente guardano sempre alla musica. Partono dalla tradizione e si rinnovano con una multidisciplinarietà che intendiamo portare sul palco, un tema che si rafforza di una crescita poliglotta, multilinguistica, oltre che, appunto, multidisciplinare: parlo di multilinguismo non a caso, ospite della cooperativa sociale “Costruiamo Insieme”. Per noi è stato importante aver studiato come altri abbiano influenzato, arricchito la nostra cultura; la faccio breve: vogliamo dimenticare gli studi sulla cultura africana svolti da Béla Bartok o quelli sulla cultura araba fatta dai nostri impressionisti? E’ sempre stato così, lo studio è alla radice di un rinnovamento culturale, non c’è ricchezza senza rinnovamento».

Porto di Catania

Un paradosso della storia. (Seconda parte)

Siamo felici che, in qualche modo, sia terminata l’odissea dei migranti bloccati sulla nave Diciotti. Particolarmente toccante è stata la vicenda delle quattro donne, vittime di violenza durante il lungo viaggio, che hanno rinunciato a sbarcare per non distaccarsi dai mariti. Ora, finalmente, sono tutti a terra e mi chiedo a chi e a cosa sia servita questa ennesima angheria.

Intanto, continuiamo con il viaggio nella storia cominciato ieri.

Finisce la terribile e annosa guerra corsara fra le due sponde del Mediterraneo, guerra di corsari musulmani e di corsari cristiani, finisce con la conquista di Algeri  nel  1830 da parte dei Francesi. Ma si apre anche da quella data, nel Maghreb, la piaga del colonialismo. E comincia, in quella prima metà dell’ 800, l’emigrazione italiana nel Maghreb. É prima un’emigrazione intellettuale e borghese, di fuorusciti politici, di professionisti, di imprenditori. Liberali, giacobini e carbonari, si rifugiano in Algeria e in Tunisia. Scrive Pietro Colletta nella sua Storia del reame di Napoli : “Erano quelli regni barbari i soli in questa età civile che dessero cortese rifugio ai fuoriusciti”(4). Dopo i falliti moti di Genova del 1834, in Tunisia approda una prima volta, nel 1836, Giuseppe Garibaldi, sotto il falso nome di Giuseppe Pane. Nel 1849 ancora si fa esule a Tunisi.

A Tunisi si era stabilita da tempo una nutrita colonia italiana di imprenditori, commercianti, banchieri ebrei provenienti dalla Toscana, da Livorno soprattutto, primo loro rifugio dopo la cacciata del 1492 dalla Spagna. Conviveva, la nostra comunità, insieme alla ricca borghesia europea, un misto di venti nazioni, ch s’era stanziata a Tunisi. Accanto alla borghesia, v’era poi tutto un proletariato italiano di lavoratori stagionali, pescatori di Palermo, di Trapani, di Lampedusa che soggiornavano per buona parte dell’anno sulle coste maghrebine.

Ma la grossa ondata migratoria di bracciantato italiano in Tunisia avvenne sul finire dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, con la crisi economica che colpì le nostre regioni meridionali. Si stabilirono questi emigranti sfuggiti alla miseria nei porti della Goletta, di Biserta, di Sousse, di Monastir, di Mahdia,  nelle campagne di Kelibia e di Capo Bon, nelle regioni minerarie di Sfax e di Gafsa. Nel 1911 le statistiche davano una presenza italiana di 90.000 unità. Anche sotto il protettorato francese, ratificato con il Trattato del Bardo del 1881, l’emigrazione di lavoratori italiani in Tunisia continuò sempre più massiccia. Ci furono vari episodi di naufragi, di perdite di vite umane nell’attraversamento del Canale di Sicilia su mezzi di fortuna. Gli emigrati già inseriti, al di là o al di sopra di ogni nazionalismo, erano organizzati in sindacati, società operaie, società di mutuo soccorso, patronati degli emigranti.  Nel 1914 giunge a Tunisi il socialista Andrea Costa, in quel momento vicepresidente della Camera. Visita le regioni dove vivevano le comunità italiane. Così dice ai rappresentanti dei lavoratori: “Ho percorso la Tunisia da un capo all’altro; sono stato fra i minatori del Sud e fra gli sterratori delle nascenti, e ne ho ricavato il convincimento che i nostri governanti si disonorano nella propria viltà, abbandonandovi pecorinamente alla vostra sorte” .

La fine degli anni Sessanta del 1900 segna la data fatidica dell’inversione di rotta della corrente migratoria nel Canale di Sicilia, dell’inizio di una storia parallela, speculare a quella nostra. A partire dal 1968 sono tunisini, algerini, marocchini che approdano sulle nostre coste. Approdano soprattutto in Sicilia,  a Trapani, si stanziano a Mazara del Vallo, il porto dove erano approdati i loro antenati musulmani per la conquista della Sicilia. A Mazara, una comunità di 5.000 tunisini riempie i vuoti, nella pesca, nell’edilizia, nell’agricoltura, che l’emigrazione italiana, soprattutto meridionale, aveva lasciato. Questa prima emigrazione maghrebina nel nostro Paese coincide con lo scoppio di quella che fu chiamata la quarta guerra punica, la “guerra” del pesce, il contrasto vale a dire fra gli armatori siciliani, che con i loro pescherecci sconfinavano  nelle acque territoriali nord-africane, contrasto con le autorità tunisine e libiche. In questi conflitti, quelli che ne pagavano le conseguenze erano gli immigrati arabi imbarcati sui pescherecci siciliani. Sull’emigrazione maghrebina in Sicilia dal 1968 in poi,  il sociologo di Mazara Antonino Cusumano ha pubblicato un libro dal titolo Il ritorno infelice.(5)

È passato quasi mezzo secolo dall’inizio di questo fenomeno migratorio in Italia. Da allora e fino ad oggi le cronache  ci dicono delle tragedie quotidiane che si consumano nel Canale di Sicilia. Ci dicono di una immane risacca che lascia su scogli e spiagge corpi senza vita. Ci dicono di tanti naufragi. E ci vengono allora  in mente i versi di Morte per acqua di T.S. Eliot :

 

Phlebas il Fenicio, da quindici giorni morto,

dimenticò il grido dei gabbiani, e il profondo gonfiarsi del mare

e il profitto e la perdita.

Una corrente sottomarina

spolpò le sue ossa in sussurri. (6)

(Vincenzo Consolo)

 

 Note:

4) Storia del Reame di Napoli dal 1734 al 1825– pag. 890 Rizzoli 1967

5) Il ritorno infelice di Antonino Cusumano –   Sellerio 1976

6Poesie di T.S. Eliot -pag. 79 – Ugo Guanda 195

Porto di Catania

Un paradosso della storia. (Prima parte)

All’immagine della nave Diociotti ferma nel porto di Catania da giorni con 177 migranti a bordo ai quali viene impedito lo sbarco non voglio farmi risucchiare dal vortice delle polemiche, delle prese di posizione, degli appelli che arrivano da ogni parte e trovano spazio sui media di ogni tipologia.

Al contrario, proprio a partire dal fatto che la scena sia ambientata nel porto di Catania, quasi a rappresentare un paradosso storico, voglio proporvi una riflessione/breve ricostruzione storica del fenomeno delle migrazione prodotta qualche anno fa dal Professor Vincenzo Consolo, psichiatra, precursore della necessità del cambiamento in una società che cambia.

Vi auguro una buona lettura che, pur riportandoci indietro nel tempo, da una rappresentazione delle nostre origini.

In una notte di giugno dell’ 827, una piccola flotta di Musulmani (Arabi, Mesopotamici, Egiziani, Siriani, Libici, Maghrebini, Spagnoli), al comando del dotto giurista settantenne Asad Ibn al-Furàt, partita dalla fortezza di Susa, nella odierna Tunisia, emirato degli Aghlabiti, attraversato il braccio di mare di poco più di cento chilometri, sbarcava in un piccolo porto della Sicilia: Mazara (nella storia ci sono a volte sorprendenti incroci, ritorni: Mazar è un toponimo di origine punica lasciato nell’isola dai Cartaginesi). Da Mazara quindi partiva la conquista di tutta la Sicilia, dall’occidente fino all’oriente, fino alla bizantina e inespugnabile Siracusa, dove si concludeva dopo ben settantacinque anni. Si formò in Sicilia un emirato dipendente dal califfato di Bagdad. In Sicilia, dopo le depredazioni e le spoliazioni dei Romani, dopo l’estremo abbandono dei Bizantini, l’accentramento del potere nelle mani della Chiesa, dei monasteri, i Musulmani trovano una terra povera , desertica, se pure ricca di risorse. Ma con i Musulmani comincia per la Sicilia una sorta di rinascimento. L’isola viene divisa amministrativamente in tre Valli, rette dal Valì: Val di Mazara, Val Dèmone e Val di Noto; rifiorisce l’agricoltura grazie a nuove tecniche agricole, a nuovi sistemi di irrigazione, di ricerca e di convogliamento delle acque, all’introduzione di nuove colture (l’ulivo e la vite, il limone e l’arancio, il sommacco e il cotone…);  rifiorisce la pesca, specialmente quella del tonno, grazie alle ingegnose tecniche della tonnara; rifiorisce l’artigianato, il commercio, l’arte. Ma il miracolo più grande durante la dominazione musulmana è lo spirito di tolleranza, la convivenza tra popoli di cultura, di razza, di religione diverse. Questa tolleranza, questo sincretismo culturale erediteranno poi i Normanni, sotto i quali si realizza veramente la società ideale, quella società in cui ogni cultura, ogni etnia vive nel rispetto di quella degli altri. Di questa società arabo-normanna ci daranno testimonianza viaggiatori come Ibn Giubayr, Ibn Hawqal, il geografo Idrisi. E sul periodo musulmano non si può che rimandare alla Storia dei Musulmani di Sicilia, (1) scritta da un grande siciliano  dell’ 800, Michele Amari. Storia scritta, dice  Elio Vittorini, “con la seduzione del cuore” (2). E come non poteva non scrivere con quella “seduzione”, nato e cresciuto nella Palermo che ancora conservava nel suo tempo non poche vestigia, non poche tradizioni, non poca cultura araba ? Tante altre opere ha scritto poi Michele Amari sulla cultura musulmana. Per lui, nel suo esempio e per suo merito, si sono poi tradotti in Italia scrittori, memorialisti, poeti arabi classici.  Per lui e dopo di lui è venuta a formarsi in Italia la gloriosa scuola di arabisti o orientalisti che ha avuto eminenti figure come Levi Della Vida, Caetani, Nallino, Schiapparelli, Rizzitano, fino al grande Francesco Gabrieli, traduttore de Le mille e una notte (3).

Vogliamo ripartire da quel porticciolo siciliano che si chiama Mazara, in cui sbarcò la flotta musulmana di Asad Ibn al-Furàt, per dire di altri sbarchi, di siciliani  nel Maghreb e di maghrebini, e non solo, in Sicilia.

Prof. Vincenzo Consolo

Note:

1)    Storia dei Musulmani di Sicilia di Michele Amari – CT  Romeo Prampolini 1933

2)    I Musulmani in Sicilia  di Michele Amari a cura di Elio Vittorini -pag. 6 

      Bompiani 1942

3) Le mille e una notteEinaudi 1948

«Zitto e riga dritto!»

Siriman, venti anni, maliano

«Una notte fanno irruzione in una cascina uomini in divisa, ci picchiano, svuotano le tasche e portano in carcere». Quattro anni lontano da casa, ha lasciato l’anziano papà e due fratelli più grandi di lui. «Non potevano più mantenermi, così a quindici anni sono andato via: Algeria e Libia a fare il muratore, finalmente l’Italia, gli studi, un corso di formazione…».

«Brusco risveglio, un uomo in divisa mi scuote con la canna di un fucile puntato a un palmo dalla faccia, “Sei in arresto!”, mi urla». L’esperienza libica di Siriman, nato in Mali, all’epoca più o meno sedicenne, lontano da casa, subisce presto una grave sterzata. Oggi, venti anni, ospite nel CAS di Modugno, aiutato dalla cooperativa sociale “Costruiamo Insieme”, lavora e studia. E a breve parteciperà a un corso di formazione.

Torniamo a quella notte. «La disperazione l’avevo già avvertita, ma per la prima volta sento, forte, la paura; lavoravo insieme con altri ragazzi, connazionali e non, in una ditta edile; quindici ore al giorno, cominciavamo alle prime luci dell’alba e finivamo solo all’imbrunire, quando sfiniti ci lanciavamo sul primo pagliericcio libero all’interno di un casolare». Preciso, circostanziato il racconto di Siriman. «Militari, con il pretesto delle divise indossate – ricorda – ci rovesciano le tasche, ci alleggeriscono di qualsiasi cosa somigliasse a danaro, perfino gli spiccioli; ci invitano con modi violenti a seguirli, io sono fra i più giovani della compagnia, chiedo a qualcuno più grande cosa stia accadendo: i compagni di lavoro interpellati, mi fanno cenno con una mano, come se dovessi cucirmi la bocca; insomma, non dovevo fiatare, le cose potevano mettersi ancora peggio rispetto alla piega che stava prendendo la storia». Ricorda tutto il giovanotto fuggito minorenne dalla sua terra. A casa lascia padre, anziano, con risorse economiche pressoché inesistenti, e due fratelli, più grandi di lui, che mantengono le rispettive famiglie lavorando nei campi. Purtroppo la mamma è deceduta a causa di una lunga malattia. «Feci silenzio, ci trascinarono a spintoni, calcioni sui fondoschiena, giusto per farti capire che aria tirasse se solo avessimo fatto una qualsiasi domanda».

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TUTTO COMINCIA ALL’ALBA DEL 2014…

La storia del piccolo, grande Siriman, comincia all’alba del 2014. «Papà non aveva più la forza di mantenermi – spiega – una bocca da sfamare, anche solo a pane e acqua, è un bell’impegno; pensate in quali condizioni eravamo, tanto che i miei due fratelli, sposati e con famiglie da sostenere, mi presero da parte e mi fecero un lungo discorso: “Devi andartene!”. Così, senza tanti giri di parole, non è che la cosa fosse balenata inavvertitamente dal cielo: mi aspettavo qualcosa di simile. Me lo dissero con il dolore nel cuore, lo capii dall’espressione del loro volto, dalle lacrime di mio padre e dall’abbraccio: durò più del discorsetto con il quale le nostre strade, per il bene di tutti, si sarebbero separate».

Una quindicina di anni, più o meno compiuti, non fa differenza. Pensiamo ai nostri ragazzi che arrivano anche a trent’anni e non si staccano dalla famiglia. I quindici anni di Siriman sono più complicati, li matura la fame, la fuga dallo schiavismo. Là fuori esistono mille traffici, finisci in un giro di droga o traffico di organi umani ed è la fine, hai vita breve. «Scappo dal Mali – riprende il ragazzo – arrivo in Algeria, mi invento muratore: apprendo in fretta, qualcosa l’avevo imparata nel mio Paese, il resto me l’aveva insegnato di corsa la fame, lo stomaco che brontolava da giorni: impastavo, intonacavo e stuccavo, senza un attimo di sosta; non vedevo l’ora di mettere qualcosa sotto i denti, gettarmi in un angolo dei locali che ci ospitavano e addormentarmi come un sasso».

Quel primo lavoro glielo manda la provvidenza. A sedici anni impara a spezzarsi la schiena, per un tozzo di pane e pochi spiccioli che Siriman mette da parte. «Uno sull’altro, li nascondevo, mi sarebbero serviti per pagarmi un altro pezzo di viaggio verso la libertà; l’Algeria, a modo suo, era stata ospitale, mi aveva dato un lavoro, ma io e i miei compagni di viaggio e di speranza, cercavamo altro, qualcosa di umano».

NON SEMPRE VA COME VORRESTI

Altro cambio di programma. La fuga verso una imbarcazione che ti porti dall’altra parte del Mediterraneo, passa dalla Libia. Anche lì la musica non cambia, anzi, stona, diventa insopportabile, alle orecchie, come alla pelle e alle ossa. «C’è da diventare matti per il ritmo con il quale veniamo impiegati in un cantiere edile in Libia – documenta Siriman – non c’è giorno che qualcuno non ti dica che c’è da lavorare e che i tempi di consegna stringono: ci svegliano all’alba, dobbiamo stare sul cantiere già alle prime ore del mattino, secondo loro si lavora meglio perché a mezzogiorno il sole picchia forte; ma la cosa buffa è che non stacchiamo un solo attimo e anche nella morsa di un caldo soffocante ci sbattiamo, diamo anche di più, se possibile».

Schiena a pezzi, i soldi per il viaggio quasi ci sono, quando nella notte irrompono uomini in divisa. «Militari, non so a quale corpo appartenessero, un aspetto e un modo di fare spavaldi, sicuri: ci sfilano i soldi, a qualcuno sottraggono il telefonino e via, ci sbattono fuori da quei locali; torniamo al lavoro, dobbiamo rimettere insieme i soldi per pagarci il viaggio verso l’Italia e farci più furbi, nascondere meglio il frutto del nostro lavoro».

Ancora militari, gli uomini in divisa scovano daccapo Siriman e i suoi compagni di lavoro. Stavolta gli tocca la galera. «Non trovano i soldi, così ci sbattono “dentro” per qualche giorno; intanto quei libici che avevamo contattato per imbarcarci per l’Italia, stavano organizzando il viaggio: quando veniamo a sapere il giorno in cui stavano per partire, escogitiamo un piano di fuga, arriviamo al punto di imbarco, paghiamo la nostra quota e via…».

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UNA NOTTE E UN GIORNO, POI UNA NAVE MILITARE ITALIANA

Il viaggio dura una notte e un giorno, fino a quando il gommone sul quale viaggiamo in mare aperto non viene avvistato da una nave militare italiana. Salvi. «Sbarco a Lampedusa, il 16 febbraio di due anni fa arrivo, invece, al Centro di accoglienza straordinaria “Costruiamo Insieme”. Temevo mi trasferissero altrove considerando la mia giovane età. Per una serie di episodi fortuiti, resto a Modugno, dove risiedo tutt’oggi: qui ho studiato, conseguito la licenza media e mi sono iscritto al primo anno di scuola superiore; da settembre frequenterò un corso di formazione, vorrei fare il barman o il cameriere: mi dicono che potrebbero esserci occasioni, considerando che conosco tre lingue; ogni sera rivolgo una preghiera al Cielo perché mi assista, nel frattempo al mattina faccio il muratore, la sera il lavapiatti in un ristorante, niente a che fare con i ritmi di lavoro e lo stile di vita libico: parte di quello che riesco a guadagnare lo mando a mio padre perché possa vivere decorosamente; mi guardo indietro, i brutti ricordi restano brutti ricordi; non vorrei più pensarci, la mia vita però ha subito una svolta positiva, ogni giorno faccio di tutto per realizzare il mio sogno: restare in un Paese ospitale e bellissimo come l’Italia».

«Dobbiamo fare squadra»

Leonardo Giangrande, presidente Confcommercio Taranto

«Lavorare tutti con passione e nella stessa direzione. Abbiamo avvertito la grande crisi, duemila attività in meno sul territorio, l’Amministrazione comunale schiaccia le imprese sotto il peso del dissesto. Non è stata progettata una via di fuga dalle difficoltà. L’ultima occasione: i Distretti urbani del commercio. L’emigrazione: non dimentichiamo il nostro passato, i container, le valigie di cartone…»

Leonardo Giangrande, presidente di Confcommercio Taranto. E’ il suo secondo mandato per l’associazione che riunisce migliaia di commercianti e operatori che svolgono attività in città e provincia. Prima domanda, uno “scatto” del commercio a Taranto.

«La Taranto del commercio purtroppo attraversa una crisi preoccupante, messa letteralmente in ginocchio negli ultimi sei anni. Abbiamo registrato la chiusura di oltre duemila imprese, nel senso che il saldo fra aperture e chiusure fornisce un dato preoccupante nella cui lettura va esteso alla provincia. Se consideriamo tre, quattro unità lavorative per ciascun punto vendita, provate ad immaginare le migliaia di posti di lavoro perse sul nostro territorio fra servizi, commercio e turismo.

La città prova a rialzarsi con l’ausilio delle poche forze sane esistenti. Tre i principali fattori negativi che l’hanno condotta in queste condizioni: 2009, la crisi economica mondiale, che parte da lontano e provoca un effetto che mette all’angolo un intero sistema; il dissesto del Comune di Taranto che si perpetua da undici anni con il peso di tasse e aliquote che schiacciano le imprese; infine il fattore-Ilva, dal 2012 l’industria vive nell’incertezza provocando agitazione in quanti vivono di siderurgico, dai dipendenti all’indotto. Sono questi i principali fattori negativi; a differenza di altre realtà, questi sono andati sommandosi alla crisi mondiale: altrove, ma anche nel nostro stesso Paese, hanno reagito diversamente, Taranto invece ha subito tutto il peso di questo impoverimento senza realizzare una via di fuga dalla crisi. Ciò detto, la situazione del commercio, a livello nazionale, in particolare quella locale, è ancora di grande difficoltà».

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Distretti urbani del commercio, croce o delizia di commercianti e cittadini?

«Voglio essere chiaro, una volta per tutte anche su questo tema: Confcommercio Taranto ha spinto incontri e confronti a livello regionale, relazionandosi all’alba del progetto con Loredana Capone, assessore alle Attività produttive; i “Distretti” sono dei contenitori: se siamo bravi, possono diventare motivo di confronto e pianificazione delle attività che in modo sinergico lavorano con le diverse Amministrazioni comunali: da un lato Confcommercio e Confesercenti, dall’altro, appunto, il Comune; provare insieme a fare quella programmazione mancata in tutti questi anni. Dobbiamo fare sistema per attingere risorse, fare animazione, rigenerazione, riqualificazione, piani della mobilità sostenibile. Sono tante le cose che si possono fare: ripeto, però, dobbiamo essere bravi ad impegnarci, consapevoli che nel frattempo abbiamo perso tempo prezioso. Diversamente questa occasione resta un altro contenitore vuoto, dunque senza idee e argomenti per il rilancio del territorio».

Cosa ci vuole per cambiare il senso di marcia.

«Un grande senso di responsabilità; grandi valori, il senso del bene comune, mancato purtroppo in alcuni soggetti; pensare a un territorio ricchissimo, generoso dal punto di vista delle opportunità, ma fino ad oggi povero nella pianificazione di un riscatto necessario per evitare il baratro: non esistono altre vie di fuga. In questo ragionamento c’è un pensiero che tante volte mi porta a riflettere profondamente su cosa ci manchi rispetto ad altre realtà. Dobbiamo ripartire dalle nostre risorse: agroalimentare, turismo, mare, porto, cultura. La Città vecchia è un mondo che può fornirci grosse opportunità: necessitano persone che facciano la differenza e che abbiano in animo il bene comune. Altra cosa, su tutte: guardare ai giovani come risorsa del futuro; in questi anni duecentomila ragazzi, una volta laureati, hanno lasciato il Sud spostando trenta miliardi di euro in fatto di prodotto interno lodo, evidentemente indirizzato altrove e impoverendo di più un territorio già sofferente».

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Turismo, porto, cultura. Qual è l’anello debole?

«Tutti anelli deboli, nessuno escluso. Più facile essere dipendente di Ilva, Cementir e Arsenale, per indicare i primi soggetti che mi vengono in mente: questa mentalità ha prodotto negli anni pigrizia nel fare impresa; non abbiamo coltivato capacità e fiducia nell’investire sui noi stessi. Volendola far breve, ci siamo accontentati del “posto sicuro”. E’ mancata, e manca, pianificazione nelle infrastrutture, cioè formazione, praticamente un intero mondo: il turismo è patrimonio di tutti, non solo del commerciante piuttosto che del ristoratore e dell’esercente; il turista, va visto come risorsa di tutti: perché venga ospitato nel miglior modo possibile, è necessario che tutte le componenti vadano nella stessa direzione; solo così è possibile valorizzare una volta per tutte l’intero territorio. Turismo è cambiamento, opportunità, Confcommercio è l’unica titolata a dire cose in tal senso, disponendo dell’intera filiera legata al sistema dell’accoglienza: stabilimenti balneari, alberghi, ristoranti, bar, guide, discoteche; proprio in virtù di ciò stiamo facendo corsi di formazione su lingue, informatica, accoglienza».

A proposito di accoglienza, mediante una cooperativa come “Costruiamo Insieme”, questa viene svolta in modo esemplare ospitando extracomunitari in fuga da zone di guerra, da conflitti etnici, persecuzioni politiche.

«L’accoglienza è un dovere morale, gli italiani devono fare mente locale non solo al Dopoguerra, ma all’intera storia di emigranti, partiti alla volta degli Stati Uniti, poi a metà del secolo scorso, verso Germania, Francia, Belgio: nostri congiunti hanno vissuto in container; nella stessa Italia, a Torino, decine di migliaia di meridionali hanno fatto ricorso alla valigia di cartone nella quale hanno messo la legittima speranza di una vita decorosa. Non possiamo accogliere tutti, beninteso: è importante distinguere fra gli emigranti che vogliono rappresentare una risorsa per il nostro Paese e quanti, invece, intendono delinquere. Certezza della pena anche nei confronti di chi approfitta della disperazione di questi ragazzi: non deve più accadere quanto successo a Foggia, dove in un incidente stradale hanno perso la vita diverse persone e, fra queste, extracomunitari che avevano il solo torto di recarsi nei campi per guadagnare pochi euro».

Una donna contro tutte le mafie

Trasformare il sogno in bisogno

Rita Borsellino, anche in punto di morte dopo una lunga malattia, ha voluto lasciare il suo inesorabile segno: il sorriso!

Un sorriso che racconta una vita spesa tra le persone, nei quartieri, sui luoghi delle stragi ma, soprattutto, nelle scuole fra quei ragazzi che per lei rappresentavano la speranza.

Non una speranza qualsiasi: lei andava in giro, senza mai sottrarsi agli inviti, per gettare il “seme del cambiamento” su quel terreno che riteneva fertile, capace di generare germogli per far crescere piante sane.

Certo, riteneva che la “memoria”, la conoscenza, il racconto fossero elementi importanti per un processo di crescita civile che definiva “la strada verso la liberazione” dalle mafie convinta, come il fratello Paolo, che la battaglia andava combattuta contro un modello culturale, non solo contro le organizzazioni mafiose.

E per cambiare, come diceva sempre, “è necessario trasformare il sogno in bisogno!”.

Perché sentire il bisogno del cambiamento trasforma le persone in parte attiva!

Vogliamo salutare Rita con le parole di Don Luigi Ciotti, anche lui uomo da sempre impegnato contro le mafie che ha fatto della strada la sua Chiesa.

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Ciao Rita, la tua è stata una vita che abbraccia la vita. Una vita che apriva i suoi orizzonti agli altri, alla memoria, all’impegno civile, alla politica e alla testimonianza di fede.

Rita, una donna integra, generosa e schiva. Una donna  di “sostanza” come lo era Paolo. Sempre un sorriso. Non dimentico la dignità nella sua lunga e sofferta malattia. Seguiva le leggi del cuore, della coscienza e non solo quelle dei codici. Sei stata tra le prime con Saveria Antiochia a capire che la memoria delle vittime innocenti delle mafie  andava  trasmessa ai giovani come impulso di vita, di conoscenza , di verità e come desiderio di costruire una Italia mai piu’ compromessa con le mafie e la corruzione. Una memoria come pungolo a fare di più e a fare meglio. Sei sempre stata allergica alle parole vuote, alle parole come esercizi di retorica. Credevi nei fatti ed è con i fatti che ti dobbiamo ricordare. Hai lottato per la verità. “Non una verità, la verità” – dicevi con tua nipote Fiammetta, perché solo con la verità si può avere giustizia.”  Nel tuo impegno politico hai sempre guardato alla politica come servizio, come impegno per il bene comune , come dovrebbe essere ma non sempre lo è. Nelle campagne elettorali non hai mai promesso delle cose  ma  dicevi “vi prometto rispetto”. Ciao Rita, la tua  è stata una vita che abbraccia la vita. Una vita che apriva ai suoi orizzonti agli altri, alla memoria, all’impegno civile, alla politica e alla testimonianza di fede. Hai trasformato il dolore per la perdita di tuo fratello in una testimonianza ai giovani, affinché riempiano la vita di senso e di significato. Ciao Rita te ne se andata ma non ti cercheremo tra i morti o sotto la pietra di un cimitero ma continuerai ad essere tra noi nei volti e nelle parole di  quei  ragazzi e di quelle persone che, con la tua testimonianza, ha stimolato a mettersi in gioco”.

Luigi Ciotti, presidente nazionale Libera e Gruppo Abele

Vi invito anche alla visione di questo video che documenta un intervento di Rita Borsellino ospite del convegno “Giovani & Sogni” organizzato a Taranto nel 2015.

«Pane e proiettili!»

Ibrahim, diciannove anni, arriva dal Sudan

«Diffido di chiunque, nel mio Paese ti tradiscono, ti sparano addosso, quelli che un giorno sono amici, all’indomani sono i tuoi peggiori nemici». La fuga, la Libia, i campi, chiuso in una stalla per mesi. «Finalmente la libertà, l’imbarcazione, il mare, una nave italiana a soccorrere me e altre decine di miei connazionali»

Storie 01 G

«Voglio mi capiate, non ce l’ho con voi, ma ho una paura matta di qualsiasi cosa: vengo da un Paese, il Sudan, dove il cibo giornaliero è proiettili e pane!». Il pane scarseggia, dunque giù spari, a raffica. Due milioni di morti. Un trattato di pace firmato anni fa, ma sostanzialmente appeso a un filo, agli umori della piazza. Dei villaggi, soprattutto di militari e civili. «Un giorno stanno insieme, un altro giorno si sparano addosso, si cercano, si dichiarano guerra!», dice Ibrahim, diciannove anni, musulmano. Le braccia magre, il volto scavato. Ibrahim riflette prima di farci il suo nome, ci sfiora il dubbio che sia quello vero. Ci interessa il suo vissuto, conoscere la sua storia. Purtroppo anche questa fatta di dramma, disperazione, fuga da un clima di guerra, l’arrivo sulle coste italiane lo scorso 11 luglio insieme a connazionali e altri nordafricani. Soulemane, guineano, parla arabo e francese, traduce per Allahssen, che infine spiega in italiano.

Sudan, focolai ovunque. Paga chi ha fame, non ha soldi per comprarsi da campare. «Se avessi avuto denaro non avrei rischiato la fame, così l’intenzione di fuggire si è fatta largo: quattro milioni di mei connazionali sono scappati dal Sudan, non so se qui ne parlano, scrivono, lo dicono in televisione, ma credo fra fuga e morti sia quanto di peggio sia accaduto negli ultimi cinquant’anni!». Gli anni sono almeno sessanta, dieci anni dopo la Seconda guerra mondiale, in Sudan scoppia un conflitto civile. Non solo motivi religiosi, fra musulmani e cristiani. Anche qui, Nord e Sud se le danno di santa ragione: nella zona settentrionale fame e siccità, in quella meridionale petrolio e acqua in abbondanza.  Una tregua, apparente alla fine degli anni Novanta. «Non è cambiato niente – dice Ibrahim – fossimo stati bene, ma anche a pane e acqua, non sarei mai andato via, non sarei scappato: ci saremmo accontentati anche delle briciole, lavorando, cosa che abbiamo sempre fatto a casa nostra».

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«VOLEVO UNA VITA NORMALE, A PANE E ACQUA»

Ibrahim è fra i sudanesi che chiedono rispetto. «Volevo fare solo una vita normale, quando per “normale” da noi intendiamo pane e acqua, difficilmente altro, poi quando cominci a essere maltrattato, sfruttato, come fossi più di una bestia da soma, comincia a farti domande; la risposta è sempre una sola, un dilemma: o vai a combattere con i ribelli, ma non sai se sono quelli giusti – per un tozzo di pane si vendono, ti denunciano – oppure fuggi, finché hai fiato». Non c’è tanto da scegliere, Ibrahim mette alle spalle migliaia di chilometri. Il suo Paese è al centro fra Ciad, Etiopia, Zaire e Kenia. Confina con Egitto e Libia. «Scelgo di andare in Libia, l’Egitto è pericoloso, ma anche la mia scelta non è stata felice». Da una guerra civile a civili armati fino ai denti e quasi tollerati dal governo. «Finisco in una fattoria, le bestie erano accudite meglio di noi che saltavamo pasto e razioni di acqua: ci sono stato qualche mese, non distinguevo i giorni che passavano, a un certo punto non sapevo nemmeno chi fossi tanto sembravo carne da macello; un paio di miei connazionali che avevano tentato la fuga erano stati colpiti alla schiena, il nostro carceriere invece di soccorrerli, vedere se fossero ancora in vita, si rivolse a me e agli altri quasi con un gesto di sfida. “C’è qualche altro che vuole fare il furbo?”. I due stesi a terra, non meritavano attenzione, sepoltura. Restavano lì a ricordarci che a scappare c’era da rimetterci la vita!».

Una paura che prosegue. «Come si fa in tanti anni in cui hai visto gente vendersi al nemico, denunciare anche il falso, pur di stare meglio di te? Ringrazio l’Italia per l’accoglienza, io e i miei connazionali siamo qui da poco più di un mese, dobbiamo riprenderci da un terribile shock, anzi più di uno: la guerra civile, la fuga, fermati e fatti ostaggio in cambio di soldi!». Si guardano intorno quei ragazzi arrivati dal Sudan non senza qualche diffidenza.

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«FINALMENTE IN ITALIA, FINE DI UN INCUBO»

«Da quando sono in Italia – dice Ibrahim – mi sono riappropriato di una certa serenità, non mi sono ripreso completamente: sono passato da essere uno che stava vivendo un incubo e non sapeva se il protagonista di quel brutto sogno fossi io stesso o un altro, a quello che sono in questo momento: uno che si rende conto di essere scappato da un conflitto civile e che da giorni non sente il fischio delle pallottole o le botte di carcerieri che ti picchiano senza motivo». Il motivo, sempre lo stesso: il denaro. «Ho lavorato per quattro, forse cinque mesi in un campo, la sera tornavo nella fattoria, chiuso insieme ad altri in una stalla; lavoravo sodo, mi avevano promesso che sarei andato via al più presto, invece i mesi passavano lentamente e il dolore alla schiena aumentava».

Infine, per Ibrahim, un raggio di speranza. «Un bel giorno mi dicono “Sei libero, corri, altrimenti ci ripensiamo!”. Corsi con tutta la forza che avevo, io scappavo muovendomi su un fianco e sull’altro, per evitare mi piantassero una palla nella schiena, e loro ridevano: per mettermi paura hanno perfino esploso dei colpi in aria!» .

Finalmente qualcuno si muove a compassione, vede Ibrahim seduto sul ciglio di un marciapiedi. Un camion pieno di sudafricani, qualche connazionale di Ibrahim. «Per uno in più non faranno storie, si sarà detto l’uomo alla guida del mezzo: finalmente il porto, l’imbarcazione, il mare; partiti di notte, il mattino dopo siamo stati soccorsi da una nave militare italiana: finalmente in Italia!».

«Taranto, devi amarti di più»

Incontro con Fabiano Marti, assessore al Comune di Taranto

Cultura, Sport e Pubblica istruzione le deleghe assegnategli dal sindaco Rinaldo Melucci. «In giunta facciamo squadra, seguiamo le linee-guida del primo cittadino. Una prima mappatura fra beni culturali e impianti sportivi. Voglio sentire i giovani. Il teatro “Fusco”, il salotto buono; il “Verdi”, un piccolo sogno. Grande feeling con la direttrice del MarTa, Eva Degl’Innocenti, e il funzionario di Archeologia e Belle arti, Augusto Ressa». 

Questa settimana incontriamo l’assessore a Cultura, Sport e Pubblica istruzione, Fabiano Marti. Deleghe che il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, gli ha assegnato  di recente. Marti è già al lavoro, si interfaccia con i colleghi in giunta, con lo stesso primo cittadino per imprimere un primo scatto a una città che prima di ogni cosa deve amare se stessa.

Una nomina che arriva da lontano o piovuta dal cielo?

«Dal cielo non cade nulla, dunque coltivato nel tempo – mi permetto di dire – in tanti anni di onorata carriera, tutto quello che ho fatto me lo sono costruito con le mie forze, contro tutto e tutti: non è facile per uno che fa il mio mestiere essere “contro”; mi sono laureato, diventato avvocato, per poi rifiondarmi nel mestiere di attore, autore, regista, direttore artistico. Dunque, piovuto dal cielo proprio no, il sindaco Rinaldo Melucci lo avevo conosciuto in campagna elettorale, successivamente mi ha chiamato e abbiamo costruito subito un bel rapporto: da qui ad essere chiamato a fare l’assessore ne corre, ma ammetto che è stato subito feeling. Quando il sindaco mi ha messo al corrente del suo progetto, non ho potuto dire no: è stata una bella sorpresa, magari chiamando me Melucci ha pensato ad assessori che avessero competenza e di questa attestazione di fiducia non posso che ringraziarlo».

FOTO articolo Marti 02

La prima cosa che ha fatto appena ricevuto l’incarico?

«La prima cosa che ho chiesto: una ricognizione dei beni culturali, con enorme piacere mi sono reso conto che abbiamo tanto dal punto di vista culturale, artistico, storico; è stato molto stimolante vedere quanto abbiamo a disposizione, beni che i tarantini forse – io per primo, ad essere sincero – non conoscono. E’ stato bello, ma questo giro mi ha fatto capire quanto lavoro ci fosse da fare; da qui una mappatura dei nostri “beni” con lo scopo di mettermi in relazione con gente che ha enorme competenza nel settore, dalla direttrice del MarTa, Eva Degl’Innocenti, con cui abbiamo iniziato una collaborazione per svolgere dei percorsi; in passato non c’era mai stato un così stretto rapporto di collaborazione, cominciato con l’impegno dei colleghi Tilgher, Viggiano e Scarpati: il mondo assessorile che mi aveva preceduto aveva già creato un bellissimo rapporto; lo stesso, il rapporto con l’architetto Augusto Ressa, funzionario territoriale della Soprintendenza ad Archeologia e Belle arti, che tanto ha fatto per questa città. In questa serie di incontri, ho apprezzato grandi competenze, tanto che la cosa più bella che potesse nascere è stato il senso di collaborazione. Abbiamo messo in rete competenze con le quali ci relazioneremo a breve per un Tavolo della cultura nel quale mi piacerebbe inserire – concordandolo con il sindaco e la sua linea-guida – studenti di liceo e universitari, per comprendere fino in fondo quali siano le loro esigenze. Uno dei primi obiettivi che mi sono posto: svecchiare la cultura, che appare collegata al mondo dei vecchi professori: convegni sì, ma senza parlarsi addosso…».

Altri impegni con il suo assessorato.

«Ho trovato un assessorato nel quale c’era da fare, parlo di Cultura e Sport; altra mappatura, quella sugli impianti sportivi, che esistono, ma sui quali bisogna intervenire per capire quali sono gli ostacoli, a cominciare dal confronto con una macchina burocratica che richiede i suoi tempi. Dove sono i campi della Marina militare, il palazzetto della “Ricciardi”? Società sportive chiedono di riprendere le attività, tornei, campionati: stiamo cercando di dare una mano, contiamo di riuscirci».

Quando diciamo teatro, pensiamo al nuovo teatro comunale, il “Fusco”: quali progetti scatena o autorizza uno spazio simile?

«Il “Fusco” rappresenta una grande svolta per Taranto, deve diventare uno dei punti di partenza della cultura, una macchina che faccia da propulsore a una svolta per la nostra città; per il sindaco rappresenta una priorità: il “Fusco” lo vede come il salotto buono che ospiterà teatro e musica di livello».

FOTO articolo Marti 01

Il tratto della programmazione teatrale?

«Medio-alto, come tutto quello in cui ci stiamo impegnando; preferisco non fare nomi, al momento giusto convocheremo una conferenza stampa sul modello gestionale e sulla stagione di eventi, dal teatro alla musica, con nomi importanti; ci sarà un direttore artistico, che non sarò certamente io, ma che lavorerà in stretta collaborazione con il Comune: è bene precisare che il “Fusco” è un teatro comunale e che la stessa Amministrazione sta lavorando su un modello gestionale soddisfacente».

Beni culturali e turismo.

«Coniugare i due aspetti è fondamentale, è il tema sul quale mi sto impegnando insieme con il vicesindaco, l’assessore Valentina Tilgher, che ha deleghe a Marketing territoriale e Sviluppo economico; con il MarTa e la Soprintendeza stiamo provando a creare un percorso grazie al quale il turista che arriverà a Taranto non si fermi solo mezza giornata per visitare MarTa e Castello aragonese; faremo in modo che la gente si fermi più di un giorno a Taranto per visitare le bellezze esistenti sul territorio e nell’immediato circondario».

La Taranto che sogna.

«Una città con tre, quattro teatri, nei quali accadessero cose belle. Teatri che finalmente richiamino anche un pubblico giovane e ospitino rappresentazioni dal classico al comico. Mi auguro che funzionino le scuole; la gente circoli in bicicletta e l’Isola si riempia ogni giorno di turisti. Infine, con il sindaco abbiamo fantasticato l’acquisto dello storico teatro “Verdi”, non abbiamo ancora ricevuto risposte ufficiali, ma mi auguro che prossimamente qualcosa accada. Punto di partenza: fare amare la propria città ai tarantini».

Giocare bene, fa bene!

A tutti piace giocare, a qualsiasi età e soprattutto se si può godere delle ferie.

A tutti piace viaggiare, vedere luoghi nuovi, conoscere persone nuove, staccare la spina dalla quotidianità.

Vittima di questo caldo torrido, anche a me è venuta voglia di viaggiare, visitare culture che non conosco, giocare!

Si, sono stanco: voglio giocare!

Non ai soliti giochi (non mi accontento mai!): siccome non posso viaggiare fisicamente, ho incominciato il mio viaggio intorno al mondo usando internet che, usato bene, da i suoi frutti.

E, oggi, voglio condividere con voi i frutti di un pezzo di questo veloce viaggio all’insegna del gioco.

Vi sembrerà strano, forse attribuirete a questo domenicale l’effetto del caldo.

Invece no: giocare bene, fa bene!

Provate, ma non lo fate da soli, coinvolgete i vostri figli, altri bambini, altre persone: il gioco unisce ed è forse una delle poche soluzioni all’isolamento, alla solitudine.

Buona domenica. 

 

CHIWEWI  –  NIGERIA

ChiwewiGioco di movimento, da farsi in uno spazio ampio. I giocatori, disposti in cerchio, devono saltare una corda che il conduttore, fermo in mezzo a loro, fa girare tenendola per un’estremità. Chi viene toccato dalla corda, esce dal cerchio. Vince l’ultimo giocatore rimasto in gara. Per facilitare la rotazione della corda, è bene legare un sacchetto pieno di sabbia (o dei fagioli secchi…) alla sua estremità in movimento.

 

 

CHOKO  –  GAMBIA

Gioco da tavolo, per due giocatori. Si disegna uno schema rettangolare di cinque caselle di base per cinque di altezza. Ciascun giocatore prende dodici sassolini di un colore diverso da quelli dell’avversario. In Gambia si gioca di solito con pezzetti di legno di diversa lunghezza (chiamati kala e bonõ ). A turno, i due giocatori posano un sassolino in una qualsiasi casella libera del tavoliere. Finché il primo giocatore posa un sassolino, il secondo deve fare la stessa cosa. Quando il primo giocatore decide di non posare più sassolini, ma di muoverne uno di un posto (in orizzontale o in verticale, ma non in diagonale), il suo avversario può posare un sassolino o muoverne un altro. Se posa un sassolino, il primo giocatore deve fare la stessa cosa finché lui non ne muove uno e così via. Per mangiare un sassolino avversario (e toglierlo dal tavoliere) bisogna saltarlo (sempre muovendo in orizzontale o in verticale) e atterrare in una casella libera. Chi mangia un sassolino avversario ne può togliere dal tavoliere anche un altro, scegliendolo tra quelli ancora in gioco. Quando tutti i sassolini sono stati posati sul tavoliere, muove per primo il secondo giocatore. Vince chi riesce a eliminare tutti i sassolini dell’avversario.

 

LAGAN BURI  –  SENEGAL 

Gioco movimentato, da fare all’aperto. Si traccia a terra una base, in cui prendono posto tutti i giocatori. Uno di loro riceve un fazzoletto, che va a nascondere, mentre tutti gli altri gli voltano le spalle e si coprono gli occhi, in modo da non vedere assolutamente ciò che lui sta facendo. Quando il fazzoletto è stato nascosto, il giocatore grida «Buri!»  e i suoi compagni si mettono a cercare l’oggetto scomparso. Chi trova il fazzoletto, lo prende con sé e insegue i compagni, cercando di toccarli prima che riescano a mettersi in salvo nella base da cui sono partiti. Chi viene toccato, viene eliminato e si siede in disparte. Il giocatore che ha trovato il fazzoletto va a nasconderlo (mentre i compagni non guardano…) e così via. Vincono gli ultimi due o tre giocatori ancora in gara quando tutti gli altri sono stati eliminati.

 

ISSEREN  –  LIBIA 

Gioco tranquillo, può essere giocato ovunque con sei bastoncini lunghi un palmo, piatti da una parte e tondeggianti dall’altra. Li si può ottenere da tre rametti cilindrici tagliati a metà nel senso della lunghezza. A turno, i giocatori lanciano in aria i sei bastoncini e li lasciano cadere a terra. Un punto per ogni bastoncino che si ferma con la parte piatta rivolta verso l’alto. Vince il giocatore che raggiunge per primo i venti punti.

 

SHAX  –  SOMALIA
Gioco 02Gioco da tavolo per due giocatori, di semplice realizzazione. Si disegna su un foglio un quadrato, se ne tracciano le due diagonali e si uniscono i punti centrali dei due lati opposti. Ogni giocatore ha tre monete differenti da quelle dell’avversario. Ciascun giocatore, a turno, posa una delle sue tre monete, alternandosi con l’avversario, su un punto di unione di due o più righe. Quando tutte e sei le monete sono in gioco i due giocatori, sempre alternandosi tra di loro, muovono una moneta di un posto, fermandosi in un punto di incontro di due o più righe libero. Non si possono saltare le altre monete (né le proprie né quelle dell’avversario). Vince chi riesce a disporre per primo le sue tre monete su di un’unica riga. Se la stessa serie di mosse viene ripetuta per tre volte consecutive, la partita viene considerata pari.