«Essere insignificanti…»

Soulemane, ventidue anni, guineano

«Non contiamo nulla, non esiste rispetto. Perseguitato, picchiato selvaggiamente, costretto a scappare a causa di conflitti etnici». Un titolo di studio, la voglia di imparare, a cominciare dall’italiano. «Riconquistare la serenità: missione impossibile».

Storie H 02

«Le persone nel mio Paese non contano». «E il senso di disperazione: anche quello non finirà mai». Soulemane, guineano, ventidue anni, in Italia da appena un mese, si assicura che la traduzione sia conforme all’originale. Come fosse una dichiarazione da mettere agli atti. Atti di dolore, nel suo caso. In fuga da Conakry, capitale della Guinea, perseguitato da militari e civili. Motivi politici, ci spiegherà. Gli stessi che hanno spinto altri suo connazionali a compiere una scelta dolorosa, tagliare le proprie radici e darsi alla fuga. «Il modo peggiore di lasciare la tua terra – spiega – la propria famiglia; un gesto amaro, che sa di resa, che mai avrei pensato di fare quando da ragazzino ho cominciato a stare fra i banchi di scuola: non è questo che ci insegnavano, il rispetto era alla base di tutto, invece ecco come è andata a finire».

Allahssane, senegalese, comprende l’amarezza del ragazzo. Ci fa da interprete. Soulemane parla dialetti arabi, ma anche francese, lingua ufficiale della “sua” Guinea. O, almeno, l’idea che fino a qualche tempo fa aveva dello Stato in cui è nato ed aveva vissuto, studiando fino alle scuole superiori, con lo scopo di diventare qualcuno. Certamente non uno che scappa di fronte a minacce e continue percosse. «Ho lasciato a malincuore la mia città – riprende, amaro – e mio padre e mia madre, non c’erano alternative: da tempo è in atto un conflitto etnico, nonostante sia nato e vissuto lì, chi ha un’estrazione diversa da quella “eletta”, viene quotidianamente minacciato e picchiato: è quanto accadeva a me personalmente e gente del mio stesso quartiere; non c’era giorno che non facessero un blitz».

E il brutto è che Soulemane le prendeva dai militari e dai civili, milizie in qualche modo autonome, che fanno il bello e il cattivo tempo. Questi, in buona sostanza, fanno il lavoro sporco. Non hanno alcuna divisa, ma girano armati e, impuniti, picchiano chiunque a loro giudizio non sia un vero guineano. «Sono stati i miei genitori a spingermi ad andare via, non ne potevano più di vedermi tornare a casa pieno di sangue, ferite ed escoriazioni, risultato di accerchiamenti e botte, picchiato fino a quando non mi usciva sangue dal naso, dal viso; escoriazioni ovunque, perché l’aggressione continuava fra le risate generali dei miei aguzzini, che mi pestavano, mettevano in ginocchio, mi rifilavano calcioni ovunque facendomi rotolare a terra».

Storie H 04

I genitori scuotono Soulemane che ha chiaro nella mente che, prima o poi, arriverà il giorno in cui qualcuno gli pianterà in corpo una pallottola. Storie, purtroppo, già viste. Costate la vita ad amici e conoscenti del ventiduenne guineano. «Papà e mamma, un brutto giorno, dopo l’ennesimo pestaggio, dopo essersi presi ancora una volta cura di me, mi dissero che non c’era alternativa alla fuga: meglio saperti lontano con un sorriso, la voglia di vivere e non tenerti qui, dolorante e addolorato, una continua maschera di sangue».

Scappa Soulemane. «Qui le persone non contano – ripete – fossero numeri all’esterno si avrebbe la percezione di quanto accade nel mio Paese, ma non si sa che fina facciano in molti: scomparsi nel nulla; devi camminare a testa bassa, se vedono che alzi lo sguardo, è la fine, ti prendono e te le danno di santa ragione, quella è la punizione inflitta – secondo loro – “a chi non ha rispetto per i veri guineani”; e questa, francamente, a oggi non l’ho ancora capita».

La scuola, gli studi. «Fra i banchi ti insegnano l’educazione civica, la storia del tuo Paese, un’idea che più avanti sarà disattesa dai fatti delittuosi molti dei quali non sono a nostra conoscenza: chi non fa ritorno a casa, invece di essere dato per scomparso, viene dato per disperso o, nella migliore delle ipotesi, in fuga dalla Guinea; ho imparato il francese, la lingua ufficiale del mio Stato, ora voglio imparare l’italiano, questo sta diventando il mio chiodo fisso, da quando lo scorso 11 luglio ho messo piede in Italia».

La fuga e l’arrivo in Italia, non comincia e si conclude in un breve lasso di tempo. «Due anni – ricorda Soulemane – è durato il mio lungo viaggio verso la libertà, passando da un villaggio all’altro, da uno Stato all’altro, fino a quando pensi che arrivando in Libia, qualcosa che assomigli alla libertà stia per arrivare: invece, niente…».

Storie H 03

La Libia dovrebbe essere la porta d’accesso all’Europa, alla speranza. «Dopo un anno e mezzo di viaggio, alle spalle la mia Guinea, non pensavo dovesse andare peggio: ancora civili armati, pistole e fucili, a tracolla o infilati nei pantaloni; mi fermano e mi imprigionano; la musica è sempre la stessa: “…Rovesciati le tasche, spogliati, vogliamo i tuoi soldi: chi fugge ha sempre del denaro con sé!”; non avevo nulla se non attacchi di paura ogni volta che qualcuno di questi si avvicinava con fare minaccioso: ci scappava sempre un calcio nel fianco o un violento colpo con la canna del fucile, dolori atroci; la prigionia durò sette, otto mesi a pane e acqua, ogni tanto un piatto di pasta, ma la razione di cibo una sola volta al giorno, quando ci andava bene».

Finalmente la fuga, un imbarco di fortuna e, infine, l’Italia. «Voglio riprendere a studiare, ricomincio dall’italiano, non c’è cosa che non riesca a fare: il mio impegno è totale, qualcosa sto imparando; sto conoscendo gli italiani: gesticolano, alzano il tono della voce, ti ripetono le frasi poco per volta; comincio a comprendere il senso di rispetto dal suono delle parole, dal sorriso».

Soulemane ricomincia dal rispetto e dal sorriso, qualcosa che gli mancava da tempo. «Non chiedetemi, però, se mai mi sentirò completamente sereno: con quello che ho passato non sentirò mai in pieno cosa significhi la tranquillità, di questo ne sono certo».

L’ultima scommessa vinta

Torniamo sull’esperienza della cucina multietnica di Costruiamo Insieme

In casa di Costruiamo Insieme le pratiche di integrazione continuano il loro percorso, ormai inarrestabile, come punto centrale delle attività di ogni giorno e della programmazione.

E così, prende forma all’interno del CAS “Cavallotti” di Taranto la cucina multietnica che rappresenta una ulteriore opportunità di incontro fra culture e tradizioni ma, anche e soprattutto, la dimostrazione tangibile di quella comune volontà di fondare l’incontro sul rispetto dell’altro, sullo scambio reciproco di esperienze e conoscenze.

Il collega Claudio Frascella ha descritto in maniera puntuale questa esperienza qualche giorno fa sul nostro sito.

Per chi avesse perso questa bella, interessante lettura, riproponiamo il pezzo di Claudio Frascella per la capacità di affrontare il tema analizzandolo da diversi punti di vista.

Costruiamo Insieme, da oggi “menù” per tutti

Cipolla e peperoncini a go-go. E’ la tavola la vera ricetta dell’integrazione. Cucina professionale e uno staff dedicato ai diversi ospiti. Il cibo, dicono nella sede di via Cavallotti, nutre anche l’anima, fa rivivere, anche solo per il tempo di un pasto, atmosfera e sapori di casa.

Anche, se non soprattutto, la cucina, il cibo, rappresentano occasione di scambio culturale. Stando a un attento studio sull’alimentazione, quattro stranieri su dieci dicono di aver cucinato per amici o conoscenti italiani piatti del proprio Paese d’origine e nel giro di qualche “seduta” si sono trovati ad insegnare le proprie ricette ai loro ospiti. Sempre gli stranieri. La metà del campione esaminato su vasta scala, inoltre, ha partecipato a pranzi o cene a base di cucina multietnica.

Secondo una ricerca, e per stessa ammissione degli stessi ragazzi ospiti nei Centri di accoglienza, piatti della propria tradizione rappresentano una parte importante dell’alimentazione. Soprattutto, confermano, perché nutrono l’anima,  facendo rivivere, anche solo per il tempo di un pasto, atmosfera e sapori di casa.

Dunque, cipolla e peperoncini “a go-go”. O, se preferite, “come se piovesse”. Più semplicemente, “finalmente, condite le vostre pietanze come preferite!”. Partendo dallo studio appena considerato, Costruiamo Insieme corona un altro sogno: la cucina multietnica. Da oggi, la cooperativa con sede in via Cavallotti, confeziona per i suoi ospiti menù a misura di tradizione gastronomica.

COPERTINA BUONA Cucina 01

E’ UN GRAN GIORNO…

E’ un bel giorno, lo festeggiano insieme gli operatori e gli stessi ragazzi che di questo altro step verso un’accoglienza, a ragione, ne fanno un vanto. E’ la vittoria del lavoro e della sensibilità. Di più, del lavoro, della sensibilità e del rispetto. Perché la cucina di via Cavallotti, nel rispetto di qualsiasi norma, non è solo «primo, secondo e companatico», ma rispetto delle tradizioni e della cultura di ciascun ospite della struttura. Da oggi, nigeriani, senegalesi, maliani, guineani, hanno il loro menù. Carico, diciamo noi, di cipolla o peperoncino, in una sola parola “speziato”. Poco importa, così piace a loro, così sia.

Pensiamoci un attimo. Non è conquista da poco in un clima non sempre idilliaco o poco chiaro fra accoglienza e respingimenti. E’, invece, un investimento controcorrente. Momento critico, futuro incerto: invece di segnare il passo e provare a comprendere che aria tira, viene fatto un investimento importante. Non solo strumenti di cottura moderni che farebbero invidia a più di qualche ristorante, ma anche risorse umane: fra spezie e fornelli, ci sono ragazzi con il bernoccolo della cucina. Avevano maturato esperienza nel Paese di provenienza o, più recentemente, frequentato corsi di formazione per aspiranti cuochi. Adesso hanno mestiere e lavoro. Da questo momento potranno crescere professionalmente e pensare al loro futuro con quel briciolo di serenità che gli mancava dal momento in cui avevano deciso di andare altrove a cercare fortuna.

Sappiamo quanto siano difficili gli italiani con la cucina quando compiono viaggi di lavoro o puro divertimento all’estero. A volte tornano. Magri, smunti, con qualche chilo in meno. Il che non guasterebbe, se di mezzo non ci fosse una dieta forzata “…perché come si mangia in Italia, non si mangia da nessuna parte!”.
COPERTINA BUONA Cucina 03

QUANDO SIAMO ALL’ESTERO, QUANTO CI MANCA LA NOSTRA CUCINA?

In parte è vero, ma se solo per qualche istante, non scappassimo e restassimo con le gambe sotto un tavolo, a sforzarci di comprendere cosa sia la cucina, per gli italiani quanto per gli stranieri, gli extracomunitari in questo caso, avremmo già compiuto metà del nostro lavoro. Intanto, risvolto psicologico: da decenni gli italiani non emigrano più necessità, dunque se ci muoviamo lo facciamo per rapporti lavorativi o per vacanza. Dunque, mettiamo in preventivo che per una, due settimane, dovremo rinunciare a pasta asciutta e pizza margherita, «…come solo da noi le sanno fare!». Spesso non siamo soddisfatti ugualmente, cominciano a mancarci, in ordine sparso, tovaglia a fiori, tovaglioli in sintonia, posate, profumo che si sprigiona dai fornelli. In una considerazione: «Sì, all’estero si sta bene, luoghi di incanto, ma quanto ci manca il nostro ragù!».

Siamo all’estero. Ribaltiamo per qualche istante, non di più, il concetto. Poi ognuno è padrone di rimettere le sedie sotto al tavolo, dare un’occhiata poco invitante al conto rispetto al menù appena consumato, e andare via. Ma prima di avere nostalgia della vostra cucina o del ristorante sotto casa, pensate un istante: ragazzi che fino a pochi giorni, settimane prima, l’unico suono familiare che avevano nelle orecchie non era l’acqua che bolle o il profumo di una pietanza del loro Paese, bensì il fischio di pallottole ad altezza d’uomo e «Si salvi chi può!».

A TAVOLA, RIVIVONO ATMOSFERA E SAPORI DI CASA

L’ultimo straziante abbraccio con i familiari, per chi ne ha ancora, la fuga disperata, il gommone, il barcone, il mare aperto. Una distesa immensa, il pericolo che l’imbarcazione di fortuna a cui ci si è aggrappati possa andare a fondo e, più di una volta, vedere le speranze di chi non ce l’ha fatta galleggiare a vista.

Ecco perché in un mare di indifferenza la cucina multietnica suona come una vittoria. E’ un altro passo avanti scritto a caratteri di scatola. Riconciliare gente in fuga con la propria tradizione, la propria cultura, cominciando dall’alimentazione. Non chiedendo loro uno sforzo nel cambiare abitudini perché così è più comodo per chi si inventa l’accoglienza, bensì andando incontro agli extracomunitari cominciando dalle spezie, dalla cipolla e dal peperoncino. Per un motivo molto semplice: perché a loro piace così. E perché, si diceva, il cibo nutre l’anima, e fa rivivere  atmosfera e sapori di casa anche solo per il tempo di un pasto.

«La mia vita, una lotteria!»

Alfa, trent’anni, ivoriano

«Conservo gelosamente la mia tuta da meccanico. Grazie a questa scampai a un campo di prigionia e trovai lavoro. Ho lasciato la mamma, conto di riabbracciarla presto. Il mio viaggio: tremila euro per salire su un gommone con quaranta di febbre…». Soccorso da una nave militare, è in Italia dallo scorso 11 luglio.

STORIE D 09 «La mia vita, una lotteria!». «Vinta!», racconta Alfa, ivoriano, trent’anni, perseguitato politico, sbarcato in Italia lo scorso 11 luglio. «Prima l’ho scampata bella in Costa d’Avorio, dove è sempre guerra civile; poi, in Libia, dove sono stato imprigionato a lungo, ostaggio di una banda di malavitosi che cercava danaro in cambio della mia libertà: eravamo in cento, in un campo, quando è arrivato un uomo, ben vestito, che fra tutti ha indicato me per portarmi via». Riscattato, Alfa. C’è un motivo. «Quel signore, che il Cielo lo assista ovunque sia in questo momento, mi ha visto con addosso la mia tuta da lavoro, quella di meccanico – me lo ha spiegato dopo… – e non ha avuto difficoltà a indicarmi ai miei carcerieri: voglio quello!».

Meccanico, Alfa. Non un meccanico di quelli che scivolano sotto le auto, svitano e avvitano bulloni. Ma di tir, bestioni meccanici che fanno un solo boccone di autostrade, provinciali e strade dissestate che siano. Non li ferma nessuno, se non qualche avaria, tanto da dare lavoro al suo datore e allo stesso Alfa. «Aveva un’officina, il mio benefattore, aggiustava auto ma soprattutto autotreni, camion con rimorchio; la meccanica mi ha sempre affascinato, un giorno mi piacerebbe aprire una grande officina per dare assistenza a chi ha bisogno di un’occhiata al motore del proprio mezzo: è il lavoro che facevo nel mio Paese dal quale sono scappato senza poter portare cose con me; se non il dolore nel cuore, per aver lasciato mamma: addosso la mia divisa da lavoro, quella di meccanico, che non volendo mi ha sottratto alle continue e inspiegabili torture e botte dei miei carcerieri».

Strana la vita di Alfa. «Fuggi da un Paese nel quale si può dire ci sia un conflitto al giorno, arrivi in un’altra nazione e ti accorgi che hai corso migliaia di chilometri verso la libertà, e che invece la strada da compiere è ancora lunga: ti catturano come fossi una bestia, ti spingono in un campo recintato e ti fanno sorvegliare da gente armata fino ai denti; è in certi momenti che ti chiedi se essere fuggito sia stata la cosa migliore da fare; morire lontano da casa non è una bella prospettiva».

STORIE D 01 Torniamo alla lotteria e alla ricerca della felicità. «A febbraio dello scorso anno – ricorda Alfa, tornando indietro nel tempo, usando pollice, indice, medio per contare i mesi di fuga – scappo via dalla “Costa”, lascio la mamma, le prometto di tornare a riprenderla e in un anno attraverso Burkina e Niger; arrivo in Libia, dove vengo bloccato con le cattive fino a quando non arriva il proprietario dell’officina in cui ho lavorato per guadagnare qualcosa; quei soldi mi permettono di pagarmi la traversata fino all’Italia: non importa se su un gommone, un altro mezzo di fortuna, lì non volevo restarci più! ».

Mette insieme quello che può, nel cuore la speranza e la promessa fatta alla mamma rimasta a casa. «Non sono sposato, non ho legami, è lei la mia famiglia, lei è stata a dirmi di fuggire perché malintenzionati mi stavano cercando per picchiarmi: è così in Costa d’Avorio, la guerra civile sembra finita, il vecchio presidente e sua moglie sono stati condannati per crimini contro l’umanità, invece chiunque si sente autorizzato a giudicare e condannare: la situazione è complessa, per questo sono venuto via dal mio Paese, è stata dura dove accettare tutto in pochi istanti e fuggire senza riflettere; un colpo di spugna al passato, senza pensarci su, ma con dentro un dolore che difficilmente riuscirò a cancellare: trent’anni, una vita!».

Finalmente Alfa mette insieme una buona cifra per pagarsi il viaggio. Cinquemila dinari libici, tremila euro. «Tanto mi è costato il biglietto della speranza, del resto anche qui, in Italia, dite “bere o affogare”: non c’era altra via di fuga da persecuzioni e torture, tanto valeva spezzarsi la schiena e mettere insieme un dinaro dopo l’altro».
STORIE D 06

Ricorda il viaggio per l’Italia. «Non so cosa mi fosse successo, avevo quaranta di febbre quando mi imbarcai, non potevo più rimandare il viaggio: o quella sera o mai più; sempre il mio “salvatore” mi mise in contatto con chi organizzava questi viaggi e mi accompagnò all’imbarcazione; rischiavo il collasso, tanto era alta la febbre: mi feci forza e, un piede dopo l’altro, salii a bordo del gommone per il mare aperto».

Era calato da poco il buio. «Dovevano essere le otto di sera quando partimmo, una immensa distesa di inchiostro nero, non ricordo altro: mare e orizzonte erano la stessa cosa, non si distingueva dove finiva uno e dove cominciasse l’altro; io ero su un fianco del gommone, mi riparavo dal movimento degli altri passeggeri che a causa dei movimenti bruschi dell’imbarcazione, rischiavano di metterti sotto i piedi; arrivò il mattino, prima il freddo, poi un caldo insopportabile, da stare male più di quanto già non soffrissi».

Una cosa, però, Alfa la ricorda. «Erano le 18 del giorno dopo la partenza, guardai il mio orologio da polso, l’unico bene che avevo, meno prezioso solo della tuta da meccanico».

Una nave militare italiana avvista il gommone con a bordo Alfa e un altro centinaio di passeggeri. Tutti a bordo. Il trentenne ivoriano viene sottoposto alle prime cure, giunge in terraferma con ancora qualche linea di febbre. «Oggi sono qui, il mio sogno nel cassetto è un’officina: indosserei la stessa tuta che mi ha salvato, se non fosse che la conservo gelosamente, forse le devo la vita. Anzi, senza “forse”…».

«Cucina multietnica!»

Costruiamo Insieme, da oggi “menù” per tutti

Cipolla e peperoncini a go-go. E’ la tavola la vera ricetta dell’integrazione. Cucina professionale e uno staff dedicato ai diversi ospiti. Il cibo, dicono nella sede di via Cavallotti, nutre anche l’anima, fa rivivere, anche solo per il tempo di un pasto, atmosfera e sapori di casa.

Anche, se non soprattutto, la cucina, il cibo, rappresentano occasione di scambio culturale. Stando a un attento studio sull’alimentazione, quattro stranieri su dieci dicono di aver cucinato per amici o conoscenti italiani piatti del proprio Paese d’origine e nel giro di qualche “seduta” si sono trovati ad insegnare le proprie ricette ai loro ospiti. Sempre gli stranieri. La metà del campione esaminato su vasta scala, inoltre, ha partecipato a pranzi o cene a base di cucina multietnica.

Secondo una ricerca, e per stessa ammissione degli stessi ragazzi ospiti nei Centri di accoglienza, piatti della propria tradizione rappresentano una parte importante dell’alimentazione. Soprattutto, confermano, perché nutrono l’anima,  facendo rivivere, anche solo per il tempo di un pasto, atmosfera e sapori di casa.

Dunque, cipolla e peperoncini “a go-go”. O, se preferite, “come se piovesse”. Più semplicemente, “finalmente, condite le vostre pietanze come preferite!”. Partendo dallo studio appena considerato, Costruiamo Insieme corona un altro sogno: la cucina multietnica. Da oggi, la cooperativa con sede in via Cavallotti, confeziona per i suoi ospiti menù a misura di tradizione gastronomica.

COPERTINA BUONA Cucina 01

E’ UN GRAN GIORNO…

E’ un bel giorno, lo festeggiano insieme gli operatori e gli stessi ragazzi che di questo altro step verso un’accoglienza, a ragione, ne fanno un vanto. E’ la vittoria del lavoro e della sensibilità. Di più, del lavoro, della sensibilità e del rispetto. Perché la cucina di via Cavallotti, nel rispetto di qualsiasi norma, non è solo «primo, secondo e companatico», ma rispetto delle tradizioni e della cultura di ciascun ospite della struttura. Da oggi, nigeriani, senegalesi, maliani, guineani, hanno il loro menù. Carico, diciamo noi, di cipolla o peperoncino, in una sola parola “speziato”. Poco importa, così piace a loro, così sia.

Pensiamoci un attimo. Non è conquista da poco in un clima non sempre idilliaco o poco chiaro fra accoglienza e respingimenti. E’, invece, un investimento controcorrente. Momento critico, futuro incerto: invece di segnare il passo e provare a comprendere che aria tira, viene fatto un investimento importante. Non solo strumenti di cottura moderni che farebbero invidia a più di qualche ristorante, ma anche risorse umane: fra spezie e fornelli, ci sono ragazzi con il bernoccolo della cucina. Avevano maturato esperienza nel Paese di provenienza o, più recentemente, frequentato corsi di formazione per aspiranti cuochi. Adesso hanno mestiere e lavoro. Da questo momento potranno crescere professionalmente e pensare al loro futuro con quel briciolo di serenità che gli mancava dal momento in cui avevano deciso di andare altrove a cercare fortuna.

Sappiamo quanto siano difficili gli italiani con la cucina quando compiono viaggi di lavoro o puro divertimento all’estero. A volte tornano. Magri, smunti, con qualche chilo in meno. Il che non guasterebbe, se di mezzo non ci fosse una dieta forzata “…perché come si mangia in Italia, non si mangia da nessuna parte!”.
COPERTINA BUONA Cucina 03

QUANDO SIAMO ALL’ESTERO, QUANTO CI MANCA LA NOSTRA CUCINA?

In parte è vero, ma se solo per qualche istante, non scappassimo e restassimo con le gambe sotto un tavolo, a sforzarci di comprendere cosa sia la cucina, per gli italiani quanto per gli stranieri, gli extracomunitari in questo caso, avremmo già compiuto metà del nostro lavoro. Intanto, risvolto psicologico: da decenni gli italiani non emigrano più necessità, dunque se ci muoviamo lo facciamo per rapporti lavorativi o per vacanza. Dunque, mettiamo in preventivo che per una, due settimane, dovremo rinunciare a pasta asciutta e pizza margherita, «…come solo da noi le sanno fare!». Spesso non siamo soddisfatti ugualmente, cominciano a mancarci, in ordine sparso, tovaglia a fiori, tovaglioli in sintonia, posate, profumo che si sprigiona dai fornelli. In una considerazione: «Sì, all’estero si sta bene, luoghi di incanto, ma quanto ci manca il nostro ragù!».

Siamo all’estero. Ribaltiamo per qualche istante, non di più, il concetto. Poi ognuno è padrone di rimettere le sedie sotto al tavolo, dare un’occhiata poco invitante al conto rispetto al menù appena consumato, e andare via. Ma prima di avere nostalgia della vostra cucina o del ristorante sotto casa, pensate un istante: ragazzi che fino a pochi giorni, settimane prima, l’unico suono familiare che avevano nelle orecchie non era l’acqua che bolle o il profumo di una pietanza del loro Paese, bensì il fischio di pallottole ad altezza d’uomo e «Si salvi chi può!».

A TAVOLA, RIVIVONO ATMOSFERA E SAPORI DI CASA

L’ultimo straziante abbraccio con i familiari, per chi ne ha ancora, la fuga disperata, il gommone, il barcone, il mare aperto. Una distesa immensa, il pericolo che l’imbarcazione di fortuna a cui ci si è aggrappati possa andare a fondo e, più di una volta, vedere le speranze di chi non ce l’ha fatta galleggiare a vista.

Ecco perché in un mare di indifferenza la cucina multietnica suona come una vittoria. E’ un altro passo avanti scritto a caratteri di scatola. Riconciliare gente in fuga con la propria tradizione, la propria cultura, cominciando dall’alimentazione. Non chiedendo loro uno sforzo nel cambiare abitudini perché così è più comodo per chi si inventa l’accoglienza, bensì andando incontro agli extracomunitari cominciando dalle spezie, dalla cipolla e dal peperoncino. Per un motivo molto semplice: perché a loro piace così. E perché, si diceva, il cibo nutre l’anima, e fa rivivere  atmosfera e sapori di casa anche solo per il tempo di un pasto.

«Paese senza memoria»

Cisberto Zaccheo, consigliere comunale di Taranto

«Cento anni fa eravamo noi i migranti, oggi c’è chi storce il naso verso gli sbarchi di extracomunitari: i tarantini sono, invece, un grande esempio di amore per il prossimo e di accoglienza; le strutture professionali esistenti sul territorio sono una risorsa per tutti noi». «La macchina dell’Amministrazione pubblica va solo perfezionata, la gente vuole sicurezza, salute, pulizia» 

«Con l’Amministrazione Stefàno, in qualità di assessore alle Attività produttive, ho sensibilizzato numerose aziende del territorio per fornire generi di conforto utili all’accoglienza; gli sguardi smarriti, la paura sul viso di donne e bambini sono scene indimenticabili». Cisberto Zaccheo (subentrato a Patrizia Mignolo), da tre mesi consigliere comunale del Partito socialista nell’Amministrazione del Comune di Taranto guidata dal sindaco Rinaldo Melucci. Importante anche la sua esperienza in qualità di assessore comunale con delega alle Attività produttive  e, successivamente alla Cultura, con la Giunta del sindaco Ippazio Stefàno.

Una prima idea sull’Amministrazione della quale è entrato a far parte da aprile scorso. «Sono appena entrato in Consiglio comunale – dice Zaccheo – ci sono cose che stanno decollando, altre che vanno perfezionate, ma in una città come Taranto che di problematiche ne presenta tante, ci vuole del tempo; purtroppo il Comune è carente di personale, le colpe ricadono sulla parte politica, in realtà la risposta è molto più complessa mancando le risorse per far ripartire la macchina amministrativa: il numero di dirigenti è inferiore rispetto a quello sul quale dovrebbe contare una città appena sotto i duecentomila abitanti».

Una delle questioni più evidenti. «La carenza di agenti di Polizia locale: dovrebbero presiedere un territorio che va dall’Isola amministrativa, cioè dai confini di Lizzano, alla periferia di Statte; non è semplice controllare l’intero territorio con un personale che conta meno di 160 unità: è un po’ come la storia della coperta corta, copri qualcosa e scopri altro».

Foto Articolo Zaccheo 01

Un sindaco che non viene dalla politica, può essere un valore aggiunto?

«In passato abbiamo spesso invocato la figura civica, qualcuno cioè che avesse una visione esterna alla politica, di fatto però non è stata una esperienza esaltante; sia chiaro, non mi riferisco alla figura dell’attuale sindaco, Rinaldo Melucci, ma ad altre occasioni in cui è stato chiesto il conforto tecnico di qualcuno che fosse sostanzialmente slegato dalle logiche della politica; dalla sua Melucci ha l’esperienza di manager aziendale, un aspetto positivo considerando che oggi il Comune va gestito come se fosse un’azienda; detto questo, va ribadita la necessità del confronto e la gestione della politica con tutte le anime che compongono il Consiglio comunale, dalla maggioranza alla minoranza».

Una cosa che l’avvicina all’amministrazione Melucci. «Parto da un personale modus operandi, l’abitudine di fare squadra; è quanto sto cercando di creare con i colleghi di maggioranza, nella logica dello stare insieme per raggiungere nel più breve tempo possibile obiettivi utili per la comunità; ho una visione della politica con la “P” maiuscola: diverse delle cose messe in campo mi confortano, qualcuna un po’ meno: l’approccio sulla comunicazione, per esempio, va riveduto; ritengo necessario un confronto più serrato con le varie istanze della città».

Cosa si può fare per Taranto. «I tarantini, come nel resto d’Italia, pongono al centro del ragionamento la sicurezza: occorrerebbe una presenza più capillare di vigili urbani, anche se il numero esistente – come si diceva – non consente una copertura capillare dell’intero territorio; ho ancora una visione romantica dell’agente di polizia locale, a presidio delle scuole e attivo nel fare attraversare la strada ai piccoli studenti e alle loro mamme: se, dunque, i vigili fossero di un numero adeguato darebbero quel tipo di presenza; tasti dolenti: abusivismo commerciale e occupazione dei parcheggi riservati ai disabili».

Foto Articolo Zaccheo 02

Un sms. «Il mio è un continuo interagire con i tarantini; in questo momento ho ricevuto il messaggio di un conoscente che si fa portavoce di un’altra delle criticità presenti nella nostra città: la pulizia delle strade, la maggiore attenzione all’igiene, i cassonetti; in quest’ultimo caso, diciamo la verità, buona parte dei cittadini manifesta scarsa collaborazione: con l’insediamento del nuovo Consiglio di amministrazione all’Amiu, l’augurio è che questi e altri problemi vengano risolti in tempi brevi».

Hotspot tarantino riaperto nei giorni scorsi. L’importanza dell’accoglienza di cittadini extracomunitari in fuga da scontri etnici e persecuzioni politiche. «Ho partecipato attivamente ai tempi dell’Amministrazione Stefàno all’accoglienza con i primi sbarchi; in qualità di assessore alle Attività produttive mi attivai nel contattare aziende che ci aiutassero nella distribuzione di prodotti di prima necessità per sfamare gente che non mangiava da giorni; ricordo questa esperienza con estrema sofferenza, ho ancora negli occhi gli sguardi impauriti di persone che evidentemente non erano al corrente sul dove si trovasse in quel momento».

Una sensazione rispetto alle altre. «A volte gli italiani hanno un atteggiamento di facciata, mostrano l’ospitalità solo a parole; non abbiamo memoria, dimentichiamo che proprio il nostro popolo, in particolare quello del Sud, ha vissuto il tema dell’emigrazione per fame: anche noi, come popolo, siamo stati costretti ad andare a cercare lavoro al Nord, espatriare negli Stati Uniti, Argentina, nell’Europa del Nord, in Belgio e Lussemburgo; non è un mistero che siamo stati etichettati “terroni” e ho i brividi a pensare che di colpo gli italiani abbiano dimenticato il loro vissuto».

Taranto, una voce fuori dal coro. «E’ l’emblema dell’accoglienza, anche grazie a un hot spot funzionale e a strutture come “Costruiamo Insieme” che hanno svolto e svolgono attività di accoglienza ai massimi livelli; nonostante la malavita abbia messo gli occhi sullo sfruttamento delle risorse umane in arrivo dal Nord Africa e abbia fiutato un business, c’è chi, invece, in questo ambito fa la differenza e diventa esempio non solo di professionalità, ma simbolo di accoglienza».