NON E’ UN FILM. LORO SON LE PREDE E NOI SIAMO I MOSTRI.

Se in Francia si dibatte sul tema della chiusura delle frontiere come risposta alla richiesta di maggiore sicurezza alla luce degli ultimi episodi criminali nel pieno della campagna elettorale che porterà all’elezione del nuovo Presidente francese, l’Italia è concentrata sulle supposizioni di un magistrato che ipotizza, senza alcuna prova, un rapporto “oscuro” tra le Organizzazioni non Governative impegnate a salvare vite nel Mediterraneo e i trafficanti di uomini.
Le due cose sembrano accomunate dal fattore dell’assurdità!

La Francia assomiglia a chi ha la puzza in casa e chiude le finestre per farla uscire: tutti gli attentati sono stati consumati da cittadini francesi di seconda generazione che si sono radicalizzati in Francia e che hanno dimostrato di avere una capacità di movimento che li porta a spostarsi da un Paese all’altro in Europa spesso passando anche dalla Siria.

In Italia si punta il dito contro le ONG che raccolgono persone in mare destinate ad una morte quasi certa. Vittime della tratta, migranti fuggiti da guerre, fame, persecuzioni che, prima di salire sui gommoni, pagano per un viaggio senza certezze.

Io, che non sono un giurista, ricordo che il nostro ordinamento prevede i reati di omicidio, strage: anche il mancato soccorso è un reato! Per strada o per mare non fa differenza, così come non fanno la differenza la provenienza o il colore della pelle.

Giocare una partita populistica affermando che le ONG impegnate nel Mediterraneo favoriscono le migrazioni e le organizzazioni criminali equivale a negare il ruolo sussidiario che queste organizzazioni svolgono per salvare uomini, donne, bambini, anziani.

I Caronte di turno, presi i soldi, ti abbandonano in balia del mare su barcarole che, spesso, vanno a fondo a poche miglia dalla costa di partenza.

Il numero reale di morti annegati è sconosciuto a tutti. Certo, se non ci fossero state le ONG quel numero sarebbe enormemente più grande.

Dare a questa presenza una interpretazione diversa è scorretto: non incentivano il flusso migratorio con il loro lavoro, evitano che il mare ingoi altre persone.

Questi temi mi hanno riportato alla mente una canzone cantata da Fiorella Mannoia, Natty Fred e Franky HI-NRG che vinse nel 2012 il premio di Amnesty International.

Vi propongo la lettura del testo, sicuramente più interessante e avvincente di quanto avete letto sopra, e il link per ascoltare la canzone multilingue.

 

NON E’ UN FILM.

Non è un film quello che scorre intorno che vediamo ogni giorno che giriamo distogliendo lo sguardo. Non è un film e non sono comparse le persone disperse sospese e diverse tra noi e lo sfondo, e il resto del mondo che attraversa il confine ma il confine è rotondo si sposta man mano che muoviamo lo sguardo ci sembra lontano perchè siamo in ritardo, perenne, costante, ne basta un istante, a un passo dal centro è già troppo distante, a un passo dal mare è già troppo montagna, ad un passo da qui era tutta campagna. Oggi tutto è diverso una vita mai vista questo qui non è un film e non sei protagonista, puoi chiamare lo stop ma non sei il regista ti puoi credere al top ma sei in fondo alla lista
NATTY FRED:

aprite le frontiere…
MANNOIA:

questo non è un film e le nostre belle case non corrono il pericolo di essere invase, non è un armata aliena sbarcata sulla terra, non sono extraterrestri che ci dichiarano guerra, son solamente uomini che varcano i confini, uomini con donne vecchi con bambini, poveri con poveri che scappano dalla fame gli uni sopra gli altri per intere settimane come in carri bestiame attraverso il deserto rincorrono una vita in balia dell’incerto per rimanere liberi costretti a farsi schiavi stipati nelle stive di disastronavi come i nostri avi contro i mostri e i draghi in un viaggio per l’inferno che prenoti e paghi sopravvivi o neghi questo il confine perchè non è un film non c’è lieto fine
INSIEME:

scegli da che parte stare, dalla parte di chi spinge, scegli da che parte stare, dalla parte del mare
NATTY FRED: vivevo felice nella mia terra non avevo bisogno di niente e di nessuno…
FRANKY HI-NRG:

questo sembra un film di quelli terrificanti dalla Transilvania non arrivano vampiri ma badanti, da Santo Domingo non profughi o zombie, ma ragazze condannate a qualcuno che le trombi dalle Filippine colf … pure dal Bangladesh dalla Bielorussia solo carne da lap dance scappano per soddisfare vizi e sfizi nostri loro son le prede noi siamo i mostri loro la pietanza noi i commensali e se loro son gli avanzi noi siam peggio dei maiali pronti a divorare a sazietà pronti a lamentarci per la puzza della varia umanità che ci occorre, ci soccorre, ci sostenta questo non è un film ma vedrai che lo diventa tu stai attento e tieniti pronto che al momento di girare i buoni vincon sempre, scegli da che parte stare.
NATTY FRED: un tempo ti sei fatto grande davanti ai miei occhi

mentre io diventavo sempre più piccolo

sono diventato la tua proprietà

la nostra diversità non può innalzare un muro tra noi

ora sono io che voglio venire da te

ho la consapevolezza che sfidare il mare mi potrà portare alla morte

ma il desiderio di guadagnarmi un domani migliore mi costringe a rischiare la vita

aprite le frontiere
INSIEME:

scegli da che parte stare, dalla parte di chi spinge, scegli da che parte stare, dalla parte del mare

https://www.youtube.com/watch?v=yahzqVHtGRg

“Quando gioco sono libero”. La rinascita di Abou

«Quando sono in campo mi sento felice, libero. Penso solo a vincere. No, non penso al mio Paese: ho solo brutti ricordi e poi sto così bene qui».

Abou Fofana ha 17 anni viene dalla Costa d’avorio ed è un calciatore dell’Africa United Talsano. È arrivato a Taranto il 26 giugno dello scorso anno, dopo un lungo viaggio in mare con uno dei tanti barconi che ormai solcano il Mediterraneo. È nato a Binhouye, una cittadina della regione delle Montagne a confine con la Liberia. Di lì è scappato perché qualcuno voleva ucciderlo: «la nuova moglie di mio padre ha assoldato un uomo per eliminarmi, ma questo per fortuna non l’ha fatto. Mi ha detto quello che stava succedendo e mi ha detto di partire immediatamente». Il suo viaggio è iniziato così velocemente che non ha avuto il tempo di salutare nessuno. Del resto, tradito dagli affetti più cari, perché avrebbe dovuto farlo?

Dalla Costa d’avorio è arrivato in Mali dove si è fermato per una settimana per poi ripartire verso l’Algeria: «Per tre mesi ha lavorato nell’edilizia, ma non mi permettevano di andare a scuola e così ho scelto di andare via. Sapevo che per arrivare in Italia doveva passare dalla Libia: qui sono stato tre mesi a cercare il modo e i soldi per partire». Sul barcone che lo ha portato via dall’Africa erano in tanti e Abu non sa che fine abbiano fatto tutti quelli che erano con lui. A Costruiamo Insieme ha iniziato a studiare la lingua italiana e non solo: «Devo impararla bene per due motivi: voglio restare qui per imparare e imparare per restare. E poi a volte è divertente: c’è la parola “pazzo” che non so perché mi fa ridere un sacco». È alto, e imponente Abou, ma ha una voce dolce e quando ride mostra tutta la genuinità dei suoi anni. «Grazie a Costruiamo Insieme sto frequentando anche un corso per diventare saldatore: mi piace perché imparo un mestiere e contemporaneamente la lingua. Così è più semplice metterla in pratica: le lezioni in aula sono importanti, ma avere la possibilità di fare stage ed esperienza nelle aziende mi aiuta anche a migliorare il mio italiano».

La sua passione, però, è il calcio e sogna di diventare un calciatore professionista: «No, non come Drogba, io voglio diventare come Eric Bailly». Mostra la foto del difensore ivoriano che milita nella Premiere League con il Manchester United e spiega: «anche io sono un difensore: gioco come laterale a destra nell’Africa United. È una bellissima esperienza quella di poter giocare in una squadra come la mia: lo sport permette di imparare un sacco di cose come il rispetto delle regole, dei compagni di squadra e degli avversari. Sogno di diventare un calciatore professionista, ma se non dovesse succedere non solo mi sarò divertito, ma avrò fatto un sacco di esperienze importanti che possono aiutarmi ad integrarmi in Italia».

IMG_6487Nelle scorse settimane Abou è stato intervistato proprio raccontare l’esperienza dello sport che aiuta a rinascita per chi come lui ha passato momenti particolarmente difficili. Lui, però, sembra aver buttato tutto alle spalle. Ora fortunatamente le priorità sono ben altre: «Quest’anno al campionato siamo usciti in semifinale, ma sono soddisfatto perché abbiamo avuto la miglior difesa e anche il miglior attacco, ma l’anno prossimo non c’è storia: vinceremo!». IMG_6489

Buon 25 aprile!

La Resistenza contro il nazifascismo non è mai finita. Perché il nazifascismo non è mai definitivamente morto. Semplicemente ha cambiato forma. I nuovi fascisti cambiano volto e modo di vestire, ma non hanno mai smesso di predicare la loro volontà di limitare le libertà tipiche di una tirannia assolutista.

Oggi, a distanza di qualche decennio, anche la Resistenza ha cambiato forma. I nuovi partigiani hanno cambiato forma e modi di vestire, ma continuano a portare avanti ideali di libertà, autodeterminazione e solidarietà.

Sull’edizione di oggi, Repubblica racconta la storia di Livio Sandini, il 12enne torturato a Bassano del Grappa dai nazifascisti: fu calato a testa in giù in pozzo di 20 metri per rivelare il nascondiglio dei fratelli che si erano uniti ai partigiani. Livio resistette, consapevole a soli 12 anni di poter perdere la vita. Una storia fino a oggi sconosciuta, come sconosciute spesso sono le storie di tanti ragazzi che consapevoli di mettere a serio rischio la propria vita scelgono di lasciare i propri affetti e resistere alle prigionie libiche, ai trafficanti di esseri umani e alla inesorabile potenza del mare. Partono per ricostruire un futuro migliore, come i partigiani. E con loro c’è una brigata di uomini e donne che li accoglie e combatte contro i luoghi comuni e il razzismo strisciante che ancora si annida in questo Paese.

In questi mesi vi abbiamo raccontate tante storie di resistenza, oggi ve le riproponiamo tutte: scegliete la vostra.

LE STORIE

Buon 25 aprile!

Amare la Terra pensando al futuro

Nel 1970 iniziò la lunga marcia per coinvolgere le persone sulle tematiche ambientali, cercando di convogliare le loro energie e conoscenze per uno stile di vita più sostenibile. Quarantasette anni dopo gli ideali non sono cambiati, anche se la battaglia per la difesa del nostro pianeta si è fatta complessa, considerato il peso di cambiamenti climatici che sembrano inarrestabili.

Nata come movimento universitario il 22 aprile 1970, nel tempo, la Giornata della Terra è divenuta un avvenimento educativo ed informativo. I gruppi ecologisti la utilizzano come occasione per valutare le problematiche del pianeta: l’inquinamento di aria, acqua e suolo, la distruzione degli ecosistemi, le migliaia di piante e specie animali che scompaiono, unitamente all’esaurimento delle risorse non rinnovabili.

John McConnell, scomparso nel 2012, è stato il fondatore dell’Earth Day. Nel 1939 lavorava in una fabbrica di plastica con Albert Nobell a Los Angeles. Da allora si dedicò alla cura dell’ambiente e del bene comune lasciando, di volta in volta, contributi e riflessioni fra le quali questa: “La plastica sembrò subito una grande scoperta per tutti, per il mio collega, Albert Nobell, come per la popolazione mondiale, ma non per me. La plastica era il mio lavoro, ma cosa si nascondeva dietro a questo prodotto nuovo? Giorno dopo giorno capii che era un materiale dannoso per l’ambiente, nocivo per il nostro pianeta. Furono la plastica e la fabbrica di Los Angeles a farmi riflettere sulla Terra. Poi venne quella foto, qualche anno dopo. La vidi sulla copertina di Life Magazine e il mio cuore sussultò. Com’era bella quell’immagine della Terra scattata dai primi razzi che Stati Uniti e Russia mandavano nello spazio. Più la guardavo, più capivo che avrei dovuto fare qualcosa di forte e coinvolgente per tutti i popoli, per far capire loro che era tempo di riflettere e agire. 
Proposi prima di tutto la campagna 
Minute for Peace, un minuto per la pace. Ma un minuto era davvero poco. Così pensai che si poteva, o meglio si doveva, dedicare un intero giorno alla nostra bella Terra. Lo chiamai Earth Day, la giornata della terra. Ci vollero anni per convincere i governi di tutto il mondo, ma nel 1970 ottenni un grande successo. Nella prima Giornata della Terra si suonò la campana della pace e quell’immagine del pianeta vista tempo prima su Life divenne il simbolo della nostra bandiera. Ogni 22 aprile, un mese e un giorno dopo ogni equinozio di primavera, nell’emisfero nord, come in quello sud, si celebra l’Earth Day
Dopo molti anni, dopo tanti 
Earth Day, dopo aver scritto un documento che regola principi e responsabilità di ogni cittadino del mondo, mi trovo qui, a febbraio del 1995, a presentare la Earth MagnaCharta
E il mio discorso include anche queste parole
: Oggi, ogni individuo, ogni istituzione, deve pensare e agire con responsabilità verso il Pianeta, facendo scelte economiche, ecologiche ed etiche che possano assicurare un futuro sostenibile per tutti. Comportamenti volti ad eliminare l’inquinamento, la povertà e la violenza, azioni che facciano emergere la bellezza della vita e portino verso un progresso pacifico per l’intera umanità”.

In un Paese come l’Italia, colpita di recente da eventi naturali che hanno lasciato una profonda ferita, riflettere su un futuro sostenibile è solo il primo piccolo passo per non perdere la speranza che un altro mondo è possibile

 

terra

Pasqua di liberazione e di speranza

Ho già scritto che nella religione è importante ciò che l’uomo fa per il suo Dio e nella fede il rapporto è radicalmente invertito ponendo a fondamento ciò che Dio fa per gli uomini. La Pasqua è il momento di maggiore intensità nel percorso di fede, un messaggio di libertà e di liberazione che Dio dona agli uomini racchiudendo in se tutto il mistero cristiano: la passione, la liberazione dal peccato originale, la risurrezione ovvero il passaggio alla vita dopo la vittoria sulla morte.

Ripercorrendo le interpretazioni che sono state date nel tempo, salta alla mente quella del filosofo greco di cultura ebraica Filone di Alessandria che, in epoca ellenistica, ha definito la Pasqua come il momento di ringraziamento a Dio per il passaggio del Mar Rosso.

Ancora il mare diventa un tema ricorrente: strada di incontro fra culture o barriera, muro, luogo di morte nel nuovo esodo per vincere la morte cercando una nuova vita.

Eppure, luogo privilegiato dell’incontro fra Nord e Sud, Est ed Ovest, durante tutta la sua storia millenaria il Mediterraneo ha messo in contatto popoli e civiltà diverse, segnandone l’evoluzione attraverso i secoli. Come molti autori hanno sottolineato, la peculiarità del Mediterraneo sta nel fatto di essere un vero e proprio “mare fra le terre” attraverso il quale tradizioni, religioni e culture differenti hanno potuto interagire ed arricchirsi dal confronto reciproco; esso è sempre stato una frontiera nell’accezione più positiva del termine, confine proiettato verso l’altro dove la purezza si perde in favore di una contaminazione continua. Nessun impero, neanche quello romano, è mai riuscito a dominare stabilmente questo mare e nessuna egemonia culturale ha mai caratterizzato la sua storia. La tradizione greca e latina, erroneamente considerata da molti la principale e quasi esclusiva fonte culturale mediterranea, si è invece intrecciata fruttuosamente sia con quella ebraica sia con quella arabo e islamica, generando delle comuni radici storico-culturali.

Ma qual è oggi il ruolo giocato dal Mediterraneo nell’attuale scenario mondiale? Quale la percezione che di esso hanno i Paesi che ne fanno parte? Ma soprattutto, il Mediterraneo è ancora un “mare fra le terre” dove i diversi popoli possono confrontarsi ed instaurare un dialogo fra pari o ha perso definitivamente queste sue caratteristiche di pluralismo e inclusività?

Nel discorso Urbi et Orbi dello scorso anno, Papa Francesco ha affermato che “Il Cristo risorto, annuncio di vita per l’intera umanità, si riverbera nei secoli e ci invita a non dimenticare gli uomini e le donne in cammino alla ricerca di un futuro migliore, schiera sempre più numerosa di migranti e di rifugiati – tra cui molti bambini –  in fuga dalla guerra, dalla fame, dalla povertà e dall’ingiustizia sociale. Questi nostri fratelli e sorelle, sulla loro strada incontrano troppo spesso la morte o comunque il rifiuto di chi potrebbe offrire loro accoglienza e aiuto.

La valorizzazione delle caratteristiche del mare fra le terre, in particolare del suo pluralismo, costituisce l’alternativa da seguire per promuovere la comprensione reciproca e la cooperazione multilaterale necessarie per raggiungere una pace libera da ogni deriva fondamentalista, non solo all’interno del bacino mediterraneo, ma in tutto il mondo. Nell’attuale processo di globalizzazione, ripartire dal Mediterraneo significa adoperarsi perché questo fenomeno non finisca per diventare imposizione unilaterale del modello dominante, ma costituisca al contrario occasione di incontro e feconda ibridazione fra le diverse tradizioni, per creare una reale integrazione ed una strada comune sulla quale le differenti culture imparino le une dalle altre e siano in grado di ripensare se stesse per mettere da parte le loro divisioni.

Gli avvenimenti tragici che continuano a susseguirsi certo inducono a pensare il contrario. Ma, mi piace concludere ancora con le parole di Papa Francesco “Non dobbiamo credere al Maligno che ci dice non puoi fare nulla contro la violenza, la corruzione, l’ingiustizia, contro il peccato. Non dobbiamo mai abituarci al male. Per favore non lasciatevi rubare la speranza!”

Giancarlo, confratello al servizio dei migranti

«Essere confratello è stato sicuramente il primo passo verso il servizio al prossimo che oggi è diventata anche una scelta di vita lavorativa».

Giancarlo ha 43 anni e da dieci è confratello del Carmine, il sodalizio che ogni anno organizza la processione dei Misteri il Venerdì Santo rinnovando una tradizione ormai secolare. Anche lui, come tutti i tarantini, in questi giorni vive con trepidazione i giorni del triduo pasquale: rivede i confratelli che scalzi e incappucciati avanzano lentamente con la caratteristica «nazzicata» verso i sepolcri allestiti  nelle chiese, contempla il volto trasfigurato dal dolo dell’Addolorata che nella notte tra giovedì e Venerdì Santo parte dal tempio di San Domenico Maggiore nel cuore della città vecchia alla ricerca di Gesù e, infine, segue passo dopo passo la processione dei Misteri che alle 17 del Venerdì Santo attraversa le strade del borgo e, dopo un’intera notte, rientra al Carmine il Sabato mattina chiudendo i «giorni del perdono» che per una volta l’anno inorgogliscono i tarantini.

«Ho scelto di diventare confratello per adorare la Croce e per dare un senso religioso al volontario verso il prossimo – racconta Giancarlo – e poi è una tradizione della mia città che ognuno di noi dovrebbe portare avanti. La mia non è solo una scelta legata alla Settimana Santa: partecipo alla vita del sodalizio per tutto l’anno e faccio del mio meglio per mettere in pratica gli insegnamenti del Vangelo ispirato dalla figura di Maria. C’è un passo del Vangelo che dice “tutto quello che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli lo avete fatto a me” e credo che anche questo abbia contribuito a indirizzarmi nella mia scelta di vita».

Giancarlo è uno degli operatori di Costruiamo Insieme che ogni giorno è al servizio dei tanti migranti ospitati nelle stretture: «Le cose sono certamente collegate: Gesù ci ha insegnato a essere vicino ai più bisognosi. Oggi questi ragazzi vivono momenti difficili: sono fuggiti dai loro affetti e siamo pronti a dare loro assistenza. Costruiamo Insieme non è un lavoro qualunque: per me è la possibilità di mettere in pratica ciò che mi insegna il Vangelo. E poi lo faccio con uno staff meraviglioso che lavora sempre con il sorriso».

In queste ore i riti tarantini tornano nelle strade e per Giancarlo è un momento di forte devozione: «per un tarantino è il momento in cui rivedere, a distanza di un anno, i simboli della Passione e quindi ricordare le sofferenze di Gesù. Beh per un confratello è la stessa cosa, ma forse ancora più forte». Nei gironi scorsi alcuni ospiti hanno visitato la chiesa del Carmine e scoperto le tradizioni pasquali della città: «Sono contento – commenta Giancarlo – che abbiano scoperto le nostre tradizioni. Tanti di loro al ritorno dalla visita hanno avuto belle parole per quest’esperienza e soprattutto per il sacrificio dei confratelli. Molti erano catturati dalla «troccola»: alcuni di loro inizialmente non avevano capito il suo significato, ma quando ne hanno scoperto la funzione ne sono rimasti ancora più colpiti. Alcuni degli ospiti che non hanno partecipato alla visita, hanno visto le foto e mi hanno chiesto informazioni: sono stato contento e anche un po’ orgoglioso di poter raccontare questa splendida tradizione della mia città. Spero che qui riescano a trovare la loro strada, che possano costruire un loro percorso di vita».

Ma gli ospiti non sono l’unico pensiero delle sue preghiere: «penso anche a me e ai miei colleghi: pregherò il Signore in questi giorni per darci sempre forza di continuare a offrire loro un servizio che possa aiutarli a sentirsi un po’ a casa. A sentirsi nostri fratelli. Proprio come i perdoni».

QUANDO I GRANDI GIOCANO ALLA GUERRA, I BAMBINI NON GIOCANO PIU’!

Ore 01,42 in Italia: si rompono tutti gli equilibri. Sessanta missili lanciati dagli americani “rispondono” ad Al Assad distruggendo la base militare dalla quale è partito il raid con gas tossici che ha ammazzato donne e bambini in Siria facendo strage fra le poche persone rimaste. 

Ore 15,00 in Italia: a Stoccolma, in Svezia, uno dei Paesi europei che ha accolto il maggior numero di profughi, si registra un altro attacco terroristico. Stessa strategia, ormai nota: un tir piomba sulla gente in un centro commerciale e fa ancora morti e feriti.

 

Ore 15,00 in Italia: una nave militare russa entra nel Mediterraneo e si posiziona di fronte alla nave americana dalla quale sono partiti i missili.

 

Capi di Stato mondiali, quasi stessero governando un condominio, litigano con la differenza che non volano solo parole grosse, a volare sono bombe che non fanno solo rumore ma lasciano a terra cadaveri, persone quasi sempre indifese.

La lite fra Trump e Putin, fino a ieri amici, non lascia lividi sul viso di nessuno dei due.

Certo, le immagini dei bambini intossicati e soffocati dalle bombe chimiche di Al Assad sono un pugno allo stomaco di tutta quella umanità che ancora si reputa civile e si interroga: se la risposta sono le bombe in risposta alle bombe, la diplomazia, la politica o semplicemente il buon senso sono scomparsi?

Si parla di “Linea Rossa” superata da Al Assad come se ammazzare con una pistola o un fucile abbia un valore diverso.

La Siria è il cuore del medio oriente ne quale si sta combattendo una battaglia nella quale tutti sono contro tutti a difesa dei propri particolari interessi. Dimenticata e archiviata la caduta del muro di Berlino (che aveva dato l’illusione che certe dinamiche fossero state consegnate al passato), l’ONU ha perso il suo ruolo pagando il prezzo alle nuove dittature in un mondo diviso, ormai, in quattro zone di influenza: USA, Europa, Russia e Cina.

E, forse, non è un caso se i potenti del mondo giocano a “braccio di ferro” e lo fanno nel pieno della visita ufficiale negli USA del Presidente della Repubblica Cinese: nel bel mezzo di una cena di stato, Trump spinge il bottone per far partire i missili sulla Siria.

Con il problema della Corea sul tavolo è stato come dare uno schiaffo in piena faccia al Presidente cinese lanciando un messaggio preciso su quale sarà la reazione americana di fronte al prossimo esperimento nucleare.

Resta il fatto che spingere un bottone è più facile: pare che per i nuovi “governanti” tenere in mano una penna, parlare al telefono o semplicemente parlare è diventato difficile, faticoso.

Al Assad rimarrà al suo posto una volta che saranno definiti i margini dell’accordo fra USA e Russia sul futuro della Siria e di tutto il Medioriente.

E’ un dittatore fantoccio ma comodo: non è padrone in casa sua!

Con sessanta missili gli americani avrebbero potuto distruggere il Palazzo Presidenziale e ammazzare Al Assad: hanno scelto una base militare per affermare che l’interlocutore non è solo Putin. A decidere del futuro della Siria o, meglio, della sua spartizione deve sedersi anche Trump.

L’ISIS, al di là delle azioni isolate, pare essere diventato un problema marginale.

Si gioca a Risiko!

E quando i grandi giocano, i bambini non giocano più!

In una guerra che non vincerà nessuno

Badjie e il sogno di riabbracciare suo padre.

«Avevo un contratto e un lavoro che mi permetteva di vivere dignitosamente con la mia famiglia, poi la dittatura mi ha costretto a fuggire». Badjie Sedia è vissuto in Gambia. Ha quasi 20 anni e come suo padre ha lavorato fin da piccolo nel campo dell’edilizia. Non un semplice muratore o imbianchino: la professionalità della sua famiglia ha contribuito anche alla realizzazione di opere importanti nella capitale Bajul: «Lavoravamo tanto in Gambia. Avevamo contratti con quattro aziende importanti per la costruzione di centri direzionali e altre opere grandi. La mia famiglia ha lavorato anche alla realizzazione delle opere che oggi si trovano in piazza Tabakorot».

Una vita tranquilla, insomma. Almeno sul lavoro. Eppure nel suo Paese il regime dittatoriale opprimeva la vita del popolo che inizia così a ribellarsi e a scioperare. «A dicembre 2016 ci fuorno una serie di incidenti molto gravi: durante uno sciopero contro la dittatura la polizia ha iniziato a sparare sui manifestanti. Chiedevano la nascita della democrazia, non c’era violenza eppure alla fine degli scontri diversi manifestanti sono rimasti uccisi».

Badjie sa che la polizia sta cercando anche lui che era tra i manifestanti. Per tre giorni ha cercato di nascondersi e poi ha capito che per salvarsi doveva fuggire. «Sono stato prima in Mauritania e ho provato a lavorare. Poi è iniziato l’avvicinamento all’Italia attraverso in Niger e la Libia. Sono stato tre mesi a Saba tre e due mesi a Tripoli. In ogni posto in cui sono stato ho sempre trovato lavoro, ma la Libia è un posto pericoloso e così con altri 130 compagni mi sono imbarcato per scappare e raggiungere l’Italia».

Dal 6 dicembre scorso è ospite a Costruiamo Insieme dove sta seguendo le lezioni di italiano: « Mi trovo bene con la gente che lavora qui. Mi accorgo davvero che si prendono cura degli ospiti. La lingua italiana non è semplice – sorride Badjie – ma so che è fondamentale e io  voglio impararla. Voglio farlo perché ho bisogno di trovare un lavoro: solo così potrò portare qui mia moglie e i miei tre splendidi figli».

Il racconto di Badje poi torna alla sua vita in Gambia: il lavoro, la politica e gli hobby. «Tante cose mi mancano: andavo spesso in palestra. Quando mi allenavo il mio corpo era libero. E anche io mi sentivo libero. Ora voglio ricominciare per raggiungere i miei sogni. Il più importante? Sono tanti e tutti importanti, ma se ora dovessi sceglierne uno direi che vorrei rivedere mio padre: è anziano e sogno di riabbracciarlo prima che sia troppo tardi».

Ancora bombe, ancora stragi: San Pietroburgo.

Altra bomba, altri morti, altri feriti. Ancora nessuna rivendicazione.

Questa volta è toccato a San Pietroburgo, in un tunnel della metropolitana, raccogliere il sangue di innocenti. Un pacco o una valigetta carica di tritolo e chiodi ha dilaniato un vagone uccidendo dieci persone e ferendone cinquanta. La pista è, come sempre, quella terroristica anche se questa volta viene esclusa la pista del kamikaze votato a qualche martirio: solo un pacco lasciato sotto un sedile per uccidere.

Un’altra bomba, posizionata in un’altra stazione della metropolitana (nel frattempo evacuata), è rimasta inesplosa e disinnescata dalla polizia. Ordigni artigianali, ma con un grande potenziale omicida soprattutto se posizionati dove non c’è via di fuga. Una strategia vigliacca per fare più male possibile fra la gente comune. Un modo, diventato ormai di moda, per dire “io ci sono!”. Putin era a San Pietroburgo, la città in cui è nato, dove aveva in programma un incontro con il presidente bielorusso Alexander Lukashenko. E tante cose non succedono per caso. Soprattutto in un Paese come la Russia da anni votata alla repressione del dissenso da qualsiasi parte arrivi. Aleksey Navalny, blogger russo, è stato arrestato nel pomeriggio del 26 marzo, a Mosca in piazza Triumfalnaya. L’accusa è quella di aver manifestato contro la corruzione di Stato. Con lui sono stati fermati o arrestati, solo nella capitale russa, oltre 1000 manifestanti. 130 sono stati gli arresti a San Pietroburgo e centinaia quelli eseguiti in altre città. È stata la più grande manifestazione nel paese da 5 anni a questa parte. Nel 2012 la classe media scese in piazza contro il Cremlino per presunte frodi nel voto alla Duma. Ma lo scenario è completamente cambiato – dopo Crimea, Siria, e Trump. La crisi economica si trascina da tre anni. E stavolta anche se non mancano gli slogan politici anti-Putin, al centro della protesta c’è il disagio sociale che cresce. E il bersaglio è il premier col suo governo, poco amati per i drastici tagli al welfare.

Certo, il ruolo della Russia in Siria non è secondario, ma pare che Putin debba preoccuparsi più del fronte interno anche se, una buona manipolazione mediatica, in un Paese che pone censure all’informazione, forse tenterà di spostare l’attenzione sul “nemico” esterno, magari islamizzando una bomba confezionata in casa e utilizzando il solito piatto servito dal Califfato, pronto ad arruolare ex post i propri martiri pur di stare sulla scena, oppure partirà con una seria e severa campagna di criminalizzazione di chi pacificamente contesta il sistema corruttivo che governa il Paese.

Comunque sia, oggi sono rimasti dilaniati dieci corpi di persone innocenti che hanno perso la vita in un vagone della metropolitana.

Qualcosa di bello che vale la pena raccontare

In una Italia che ogni giorno si sveglia o va a dormire all’ombra di sempre più frequenti episodi di efferata violenza, di questa settimana trascorsa è bello porre l’attenzione e soffermarsi su alcuni eventi.

 

A Firenze, nel corso del G7 della Cultura, è stata sottoscritta la Dichiarazione di Firenze per la tutela dei beni culturali in qualsiasi parte del mondo siano messi in pericolo per questioni legate a calamità naturali o al terrorismo sostanziando l’idea della cultura come strumento di dialogo e rinascita dello spirito europeo. I ministri dei sette Paesi hanno sottoscritto anche un “appello a tutti gli Stati affinché adottino misure robuste ed efficaci per contrastare il saccheggio e il traffico di beni culturali dal loro luogo di origine, in particolare dai Paesi in situazione di conflitto o di lotte intestine”. Per far si che tutto non rimanga solo sulla carta e nelle buone intenzioni, durante il vertice si è parlato del coinvolgimento dei caschi blu, la task force internazionale da mettere in campo a difesa dell’arte e dei monumenti minacciati dall’uomo e dalla natura.

Il documento finale – ha spiegato il Ministro Franceschini – impegna su una serie di temi, il primo dei quali è il patrimonio culturale nel mondo minacciato dal terrorismo e dalle grandi calamità naturali; quindi c’è il sostegno all’iniziativa dei caschi blu, delle task force nazionali e anche sull’utilizzo della cultura come strumento di dialogo fra i popoli“.

 

Sempre in settimana, il Parlamento italiano ha approvato in via definitiva la Legge a tutela dei minori stranieri non accompagnati. L’Italia è il primo Paese in Europa ad adottare uno strumento legislativo che sancisce il divieto di respingimento e l’uguaglianza di diritti fra minori italiani e non garantendo il libero accesso a tutti i servizi. I minori stranieri non accompagnati, così, escono finalmente dal grande magma che circonda la gestione amministrativa delle migrazioni conferendo le competenze ai Tribunali dei Minori e rafforzando quelle dei Servizi Sociali territoriali.

Al raggiungimento della maggiore età, il Permesso di Soggiorno sarà convertito automaticamente premiando chi ha intrapreso percorsi di formazione ed integrazione. Anche se tardi, arriva una svolta di civiltà che, malgrado tutto, non ha trovato un consenso unanime fra le forze politiche.

Oumoh, la bambina ivoriana di quattro anni sbarcata a Lampedusa a novembre, una delle migliaia di minori non accompagnati che sbarcano in Italia (lo scorso anno sono stati 26.000 circa, settemila dei quali non si ha più traccia) ha riabbracciato la mamma giunta in aereo da Tunisi. Camara Zeinabou, 31 anni, scappata dalla Costa d’Avorio, aveva messo sua figlia su un gommone per sottrarla al brutale rito dell’infibulazione. In una saletta dell’aereoporto di Palermo, con in braccio la sua bimba, mostra sul telefonino tutti i messaggi di morte e di minacce che gli sono arrivati dal marito e dai familiari dopo la sua fuga. Le sue poche parole all’arrivo sono state “Grazie a tutti, grazie Italia. Avrei fatto qualsiasi cosa per ritrovare la mia bambina. E’ un miracolo.” E racconta “Sono fuggita appena ho potuto per salvare mia figlia. Dopo aver raggiunto con lei la Tunisia l’ho affidata ad una amica di mia sorella e sono tornata indietro a prendere soldi e documenti, ma quando sono tornata a Tunisi e non ho più trovato mia figlia mi è caduto il mondo addosso. Si era imbarcata per l’Italia con quella donna. Non sapevo che fine avesse fatto. Speravo che fosse viva. Allora anch’io ho cercato il primo gommone in partenza per l’Italia e sono partita. La barca si è rotta subito e io, che non so nuotare, pregavo: Dio non farmi morire! Devo andare da Oumoh! Per fortuna sono riuscita a scendere sulla spiaggia e a tornare indietro. E quando alcuni giorni dopo mi è arrivata la telefonata dall’Italia che mi diceva che mia figlia era viva non riuscivo a crederci. Per quattro mesi ho aspettato che mi rilasciassero il passaporto e parlavo via Skipe con mia figlia e la rassicuravo: “Aspettami, mamma sta venendo!” ma il documento non arrivava mai e io ero pronta a rimettermi nelle mani dei trafficanti. Ma ce l’abbiamo fatta e ora voglio solo ricominciare con lei”.