Addio edicola…

Ne scompare più di una al giorno

In Puglia un edicolante ogni 5.172 abitanti. La Lombardia è la regione con più edicole (2.370), seguono Lazio (1.664) ed Emilia Romagna (1.329). In Toscana, perse 377 in 10 anni, in Veneto 321 in meno. In Sicilia ne mancano all’appello 200. Milano ne ha perse 284. Non si vendono più tanti giornali. La digitalizzazione dell’editoria ha fatto il resto

wired_placeholder_dummyNon ci sono più le edicole di una volta. Numericamente parlando. In Italia chiudono al ritmo di una edicola al giorno. Un dato di Unioncamere parla chiaro: in meno di dieci anni sono scomparse 3733 edicole. Oggi possiamo contarne qualcosa come 14.626, le regioni che ne hanno meno sono, agli antipodi: una al Nord, il Trentino, una al Sud, la Sicilia. In Puglia, ma c’è poco da vantarsi, abbiamo un edicolante ogni 5.172 abitanti.

Le edicole, fra le altre cose – secondo un decreto del governo – come ci ricorda il sito truenumbers.it, sono state fra le poche attività rimaste aperte anche ai tempi del lockdown (pensate la mazzata che avrebbe subito l’intero settore della comunicazione…).

Ma decreto o non decreto, nel nostro paese le edicole stanno scomparendo vertiginosamente. Unioncamere parla di 14.626 edicole in Italia, 3.733 in meno rispetto a qualcosa come dieci anni fa. Sicuramente internet, siti, le copie in digitale (che hanno un costo inferiore a quelle in edicola) hanno contribuito al calo delle vendite dei giornali e alla chiusura delle edicole.

LOMBARDIA PRIMA, SICILIA ULTIMA

Non è un caso che da anni la categoria prova ad allargarsi ad altre tipologie di merce per restare sul mercato. Non è molto semplice: i giocattoli, per esempio, hanno prezzi un tantino più alto rispetto a quelli venduti dai negozi per bambini o in una delle tante “cineserie”. Così le edicole, nelle grandi come nelle piccole città, continuano a chiudere.

La regione con più edicole è la Lombardia (2.370), seguita da Lazio (1.664) ed Emilia Romagna (1.329). In Toscana, nel frattempo, se ne sono perse 377 in 10 anni, mentre in Veneto sono 321 in meno e in Sicilia ne mancano all’appello 200. La sola Milano ne ha perse 284.

In base a questi dati, proviamo a fare un conto approssimativo per comprendere quante edicole esistono per abitante in ciascuna regione italiana. Trentino Alto-Adige: una ogni 12.184 abitanti, praticamente la regione con meno edicole (88 in tutta la regione!). Balza all’occhio, però, anche il dato della Sicilia: un’edicola ogni 6.476 abitanti. Al Sud, in generale, sono rimasti meno edicolanti: uno ogni 5.726 abitanti in Calabria e uno ogni 5.172 abitanti in Puglia. La regione dove, invece, resistono le edicole, anche se anche qui si perdono per strada, è la Liguria: una ogni 2.283 abitanti.

edicolaGIOCATTOLI, CD, DVD, PROFUMI, BIGLIETTI

Per stare al passo con i tempi, l’edicolante oggi non si limita solo a vendere giornali e riviste. Ha ampliato l’offerta di prodotti non propriamente editoriali. In un’edicola italiana, infatti, si trovano giocattoli, cd, videocassette, profumi, gadget, biglietti per il bus (o la metropolitana) e articoli da regalo, articoli di cartoleria e cancelleria, biglietti tramviari o ferroviari. E’ possibile anche effettuare ricariche telefoniche o ricaricare la tessera dell’abbonamento dei mezzi pubblici. Ovviamente, questo genere di prodotti comporta di dover presentare ulteriori richieste di licenze – con tanto di tasse e aggiornamento degli strumenti per servire l’utenza – considerando che l’edicolante non vende più solo giornali ma anche tanti altri articoli. In alcuni casi, per fare un esempio: quando l’edicola sorge in un posto turistico, l’edicolante può vendere anche souvenir, guide turistiche, cartoline. Un tempo cartoline e francobolli.

La digitalizzazione dell’editoria, si diceva, nel medio periodo, ha contribuito a provocare un grave danno all’attività dell’edicolante. Una volta si aveva a disposizione solo il giornale cartaceo per essere sempre informati e le vendite delle copie quindi erano assicurate. Oggi, si diceva, è sufficiente navigare in rete per leggere tutte le notizie del giorno. Ma attenzione, come segnala lo stesso sito truenumbers.it, ottimo strumento di confronto (vi consigliamo l’iscrizione su Telegram), l’esagerato numero di notizie online rischia di soffocare quelle più importanti.

Italiani, primi!

Anche l’albergo più bello del mondo è nostro

E’ il “Rosewood Castiglion del Bosco” di Montalcino (Siena). La rivista americana “Travel+Leisure” (Viaggio e tempo libero) ci incorona vincitori. Lo hanno scelto i lettori. Ripreso dall’autorevole “Esquire”, dopo essere primi come “Regione più bella del pianeta” (Puglia), è in Toscana l’hotel migliore. Sfiora la perfezione e il…110 e lode.

Foto Vanity Fair

Foto Vanity Fair

E’ italiano il più bell’albergo al mondo, parola di “Travel+Leisure” (Viaggio e tempo libero), rivista statunitense, attraverso un sondaggio ripreso e rilanciato da Esquire. Gli americani, si sa, hanno l’abitudine di monitorare qualsiasi cosa gli passi sotto il naso. Pragmatici, classificano tuto. Per loro non esiste un gruppo, una quantità, una comunità. Esiste il primo, il resto non conta. Il secondo, diceva l’ingegnere Enzo Ferrari, è il primo degli sconfitti.

Insomma, gli americani cui dobbiamo, ad onor del vero, una certa benevolenza, anche stavolta ci incoronano campioni. Per giunta in una categoria cui ci teniamo davvero tanto, in quanto simbolo di organizzazione e turismo: quella degli hotel. Negli ultimi tre anni, non è un mistero, hanno eletto la Puglia la regione più bella del mondo. E come dargli torto. A casa nostra si vive bene, i servizi (perfettibili) sono di livello, soprattutto si mangia bene. E ci si sposa bene. Dunque, l’albergo più bello del mondo comune con appena cinquemila abitanti, in provincia di Siena.

Come si è giunti a questa conclusione. La rivista “Travel+Leisure” attraverso l’insindacabile opinione dei suoi lettori ha selezionato ben cento hotel, da cui successivamente è stato estratto un ristretto numero di “concorrenti”. Cinque, per la precisione, che stando ai lettori della rivista sarebbero, appunto, i migliori del mondo. Prima di dire quali sono però va tenuta in debita considerazione che il nostro Paese anche questa volta si è distinto per l’eccellenza del suo comparto turistico: il migliore hotel al mondo è proprio italiano.

Foto Tripadvisor

Foto Tripadvisor

ESPERIENZA MULTISENSORIALE

Il “Rosewood Castiglion del Bosco” di Montalcino. Una cittadina fiorente ed economicamente solida, diventata famosa non solo per l’ormai proverbiale ricettività, ma anche per uno dei vini più noti al mondo. L’albergo toscano ha ricevuto un punteggio complessivo di 99,25 su 100. Fosse una laurea sarebbe il massimo. Insomma, il “Rosewood Castiglion del Bosco” di Montalcino è praticamente il posto perfetto. Dalla pulizia alla vista sulla natura circostante, fino al servizio, la bellezza delle stanze, il rapporto qualità-prezzo e la meraviglia del luogo che lo circonda.

Qui, in questa fiorente e vinicola cittadina, c’è la cantina del Brunello di Montalcino, quei colli iconici e quella che la rivista statunitense ha definito “esperienza multisensoriale”. Oltre a gusto e vista, c’è l’olfatto, che vuole la sua parte. E con il profumo della campagna, anche l’udito, visto che a Montalcino e dintorni si gode anche di un silenzio tipico della provincia italiana, che infonde serenità ai visitatori.

Bene, dell’albergo migliore al mondo vi abbiamo dato più di un cenno. Lo stesso per le motivazioni. Ma non si era parlato di cento alberghi e di un ristretto numero di finalisti? Almeno conoscere i due alberghi finiti sul podio. Quali (e dove) sono? Secondo posto, ancora Europa: il “Grace Hotel” a Santorini (Grecia). Terzo posto terzo per il “Waldorf Astoria” (un brand, per così dire, faraonico) delle Maldive. Tutti, in ogni caso, di una bellezza che lascia senza fiato. E, stando alle considerazioni qualità-prezzo, non lascerebbero senza portafogli. Il soggiorno costa, ma non dissangua.

«Fischio al razzismo»

Mustapha, primo arbitro nero in Terza e Seconda categoria

«Nel calcio non ero nemmeno una promessa, allora ho pensato di seguire un corso online». Storia di un ragazzo gambiano, arrestato in Libia e fuggito su una imbarcazione per trasferirsi in Italia. «Ho trovato accoglienza, un lavoro da elettrauto e i consigli di amici che mi hanno spinto a provare ad essere io a far rispettare le regole». «Sogno Serie A, Champion’s, Coppa d’Africa e conoscere Koulibaly»

Foto Oggi.it

Foto Oggi.it

Il calcio italiano ha il primo arbitro migrante. Si chiama Mustapha, origini gambiane. La sua storia, come tante, comincia con una fuga dalla disperazione. La gioia di aver trovato, forse, un po’ di serenità, quando invece si risveglia da un sogno per ritrovarsi a lungo recluso in una prigione in Libia, con un solo pasto al giorno, quando i suoi carcerieri se ne ricordano. Mustapha ha visto uomini e donne morire sotto ai suoi occhi durante il viaggio della speranza. Spesso, nella fuga, Mustapha pensava che uno di quei corpi dispersi nel mare o abbattuti sotto ai suoi occhi, con colpi di arma da fuoco, potesse essere il suo.

Da ragazzino coltiva la passione per il calcio. «Mi piaceva prendere il pallone a calci – racconta – come tanti miei coetanei, ma non ero quello che si dice un profilo in prospettiva: gli altri si impegnavano, quasi su quel perimetro improvvisato, dovesse cominciare il nostro riscatto di chi ha sofferto a lungo; io me la cavavo, ma non sarei mai diventato un campione come, per esempio, Barrow, uno degli elementi di punta del Bologna, che ho conosciuto, oppure Koulibaly: sogno di arbitrare una loro gara, anche se parto da lontano; la serie A è un miraggio, figurarsi la Champions – considerando Koulibaly in Europa con il Chelsea – però sognare non costa niente».

RISCATTO SOCIALE

Il calcio, lo sport più popolare al mondo, viene visto come strumento di riscatto sociale. Uno su mille, quando va bene, ce la fa, prova a salire i gradini del riscatto sociale. Specie quando sei all’estero, sei stato accolto come migrante e, nel caso di Mustapha, dimostri che vuoi essere “uno di qua”, un italiano, accettando le regole entrando in punta di piedi e di fischietto nella società che lo ha accolto.

Di lui nei giorni scorsi ne ha scritto Ciro Troise, che per il Corriere del Mezzogiorno ha mostrato grande fiuto. Un articolo ripreso dalla Gazzetta dello sport (stesso gruppo editoriale), ma anche dalle agenzie. La storia di Mustapha sembra sotto gli occhi di tutti, ma la differenza la fa il cronista che ci si tuffa, entra con tatto nella vita di un ragazzo che ha sofferto le pene dell’inferno nell’attraversare il Mediterraneo. E riesce a farsi raccontare una storia con pochi sorrisi e tanti momenti drammatici.

Mustapha Jawara, dunque, è il primo arbitro di calcio migrante d’Italia. Non sono in molti ad intraprendere la carriera di arbitro, intanto perché è una figura odiata, capro espiatorio di tifosi e calciatori che quando vedono soccombere la squadra per cui tifano o giocano, provano a scaricare le colpe sull’arbitro. E Mustapha non è solo un arbitro, è un nero, dunque uno dei bersagli preferiti da quanti, ignoranti, non trovano di meglio che sfogarsi contro un direttore di gara.

Foto Gazzetta.it

Foto Gazzetta.it

GAMBIA, LIBIA, ITALIA…

Mustapha è arrivato dal Gambia su un barcone affollato in uno dei tanti viaggi della speranza, dove il confine tra la morte e il sogno di dare una svolta alla propria vita è molto sottile. «Conservo nella mente e nel cuore quel viaggio: ho attraversato tante difficoltà, ho visto amici morire davanti ai miei occhi e vi assicuro che fa molto male. Due anni e mezzo! Tanto ci ho messo per raggiungere l’Italia dopo la fuga dalla Libia, Paese nel quale sono stato arrestato, ancora non so per quale motivo. Ci picchiavano di santa ragione, senza motivo, ci davano da mangiare una sola volta al giorno; non era solo un esercizio di sopravvivenza, ma anche di preghiera: mi rivolgevo al Cielo perché raccogliesse le mie suppliche affinché quella prigione fatta di stenti e torture finisse, prima o poi…».

Una volta in Italia, Mustapha arriva a Mondragone, provincia di Caserta; poi Polla, nel Cilento, la sua seconda terra. Nel suo paese, il Gambia, Mustapha aveva coltivato la passione per il lavoro da elettricista. E proprio a Polla Mustapha trova lavoro in un’azienda di ricambi auto. Ma, attenzione, anche la vita, come l’arbitraggio, ha delle regole: prima il dovere, poi il piacere perché l’arbitraggio deve essere visto e interpretato come una passione. Così quel ragazzo gambiano si allena dopo il lavoro, si applica come un matto: a settembre vuole essere in campo per la sua seconda stagione da direttore di gara. Il debutto, non lo dimenticherà tanto facilmente, è avvenuto lo scorso novembre in un torneo Under 15, per proseguire con Under 17 fino alle gare di Terza categoria e Seconda categoria. Lì cominciano i dolori, intesi come paure. In queste categorie trovi ragazzi svegli, anche troppo, sanno come si sta in campo e come ci si avvantaggia con astuzia, compiendo falli sugli avversari e invocando calci di rigore talvolta inesistenti.

Foto Sky

Foto Sky

«CHE ANSIA LA PRIMA VOLTA!»

Ma Mustapha apre gli occhi. Il debutto in Terza. «Non nascondo di avere avuto un po’ d’ansia, soprattutto nel primo tempo, poi poco per volta mi sono rilassato. Ho provato la strada del calcio giocato, ma sinceramente non era per me: fra le mie conoscenze, Barrow del Bologna, un ragazzo che si è fatto apprezzare e rispettare in serie A». La scelta dell’arbitraggio. «Riconosco questa passione sbocciata in un lampo, a Massimo Manzolillo, della sezione di Sala Consilina. Poco prima del lockdown decisi di seguire online un corso per arbitri, superandolo a pieni voti».

Un desiderio che ha coltivato fino a qualche settimana fa. «Avrei voluto conoscere Koulibaly, anche se non dispero: è andato al Chelsea, magari lo incontro in Champion’s o in Coppa d’Africa. Due sogni: arbitrare Napoli-Juventus e la finale di Coppa d’Africa. C’è una cosa che ho imparato in Italia: sognare non costa niente. Coronare questo sogno, tornare da direttore di gara nel mio Continente, riabbracciare i miei cari e i miei amici che mi potrebbero rivedere non in veste di calciatore, ma da arbitro, il direttore di gara che fa rispettare le regole. Ecco, questa è una cosa che mi ha fatto subito innamorare dell’Italia: il rispetto delle regole, nel campo di calcio e nella vita. Comportati bene e sarai rispettato, come lavoratore e come arbitro».

Giustizia per Alika

L’omicidio di Civitanova Marche

L’omicida, Filippo Ferlazzo, che sarebbe invalido al 100%, ha prima infierito sulla vittima con tutto il suo peso, poi gli si sarebbe scagliato contro con una stampella. La gente di passaggio, invece di intervenire, ha ripreso le immagini per postarle sui social. «Fossero stati due italiani a darsele, di sicuro qualcuno avrebbe fatto qualcosa», dice un rappresentante dell’associazione “Nigeriani in Italia”. Intanto la famiglia dell’ambulante assassinato respinge le scuse. Gli interventi di Open, TG1 e Corriere della sera

Foto Dagospia

Foto Dagospia

«Sono molto arrabbiata con lui, in un attimo Filippo ha distrutto tutto, sogni e progetti: spero che in carcere, un giorno, si renda conto che ci siamo rovinati la vita, io e lui». Nessuno pensa ancora alla vittima. Elena, la compagna, e Filippo, l’assassino, si saranno pure rovinati la vita, ma nessuno pensa al povero Alika, steso a terra, dopo uno scambio di battute, banali, come qualsiasi cosa possa generare un violento litigio.

Ma queste sono alcune delle prime dichiarazioni raccolte da Alessandro D’Amato per “Open”, il giornale online fondato da Enrico Mentana a proposito dell’omicidio di Alika Ogorchukwu per mano di Filippo Ferlazzo, l’uomo che si è accanito sul giovane ambulante nigeriano a Civitanova Marche, picchiandolo e colpendolo a morte con una stampella. Sotto gli sguardi dei passanti, che invece di intervenire per dividerli hanno pensato che forse era meglio realizzare foto e video da postare su uno dei tanti social.

Cose da matti. Un uomo aggredito, l’altro sopra a dargliele in tutti i modi e nessuno fa niente. Forse perché il poveretto sotto la furia omicida e ingiustificata di Filippo era un nero. Fosse stato al contrario, chissà. Intanto, qualche sciocco di passaggio pensa bene di far funzionare la videocamera del suo telefonino, raccogliere cinque like e aprire un dibattito estemporaneo su Facebook. “Se il bianco picchia sodo, di sicuro il nero, quelle botte, se l’è meritate!”, commenta qualcuno che di quanto sta accadendo o è accaduto poco prima, scrive (e parla) comunque. Perché i social questo fanno, legittimano anche le castronerie dello scemo del villaggio.

IGNORATE LE SUE URLA

Alika, ancora vivo, potrebbe essere salvato. Disperato urla alla gente di passaggio perché qualcuno faccia qualcosa; gli tolga da addosso il peso di quell’energumeno che sta infierendo: si è fatto le sue ragioni e deve fare giustizia, in fretta. Nessuno interviene. Il ragazzo nigeriano è steso, non si muove più. Filippo è soddisfatto, ha compiuto quello che la sua mente gli aveva ordinato.

Ci perseguita quanto detto da Patrick Guobadia, rappresentante dell’associazione “Nigeriani in Italia”: «Fossero stati due italiani a picchiarsi, le cose sarebbero andate diversamente, qualcuno sarebbe intervenuto per staccarli…». Provate a dargli torto.

Filippo, secondo quanto emerso dalle prime indagini, soffrirebbe di un disturbo bipolare. Questo suo status sarebbe certificato dal tribunale di Salerno. L’assassino di Alika sarebbe addirittura invalido totale. Avrebbe fatto due visite psichiatriche nell’ospedale di Civitanova Marche, la città dove vive da poco tempo con Elena, la sua compagna, ancora sgomenta su quanto accaduto. Filippo aveva cominciato a lavorare come operaio in una fonderia con un contratto a tempo determinato della durata di un mese. Per questo motivo è stata fatta richiesta di una una perizia psichiatrica per l’uomo che ha ucciso Alika Ogorchukwu. Sua madre Ursula, con la quale l’uomo aveva vissuto a Salerno (dove lui aveva subito un Tso, il Trattamento sanitario obbligatorio), era stata nominata dal tribunale come una sorta di suo tutore. Ferlazzo si è presentato davanti al giudice delle indagini preliminari di Fermo. Spetterà a quest’ultimo la convalida del fermo.

«LE SCUSE NON BASTANO!»

L’autopsia disposta per martedì 2 agosto sul corpo della vittima stabilirà se sono stati quei colpi o il soffocamento a interrompere il battito cuore dell’ambulante trentanovenne, schiacciato dal peso di Ferlazza. Le sue scuse non bastano, ha fatto sapere la famiglia della vittima: «Vogliamo giustizia». L’avvocato della famiglia di Alika ha parlato anche dell’invalidità. «Se questo risvolto si inserisce nelle cause dell’omicidio – ha dichiarato – serve riflettere: perché questi non era vigilato nonostante avesse un amministratore di sostegno? Bisognerà avviare una serie di verifiche». La madre di Ferlazzo ha espresso le sue condoglianze alla vittima e ha detto che non pensava che il figlio fosse capace di fare qualcosa del genere. Per la stessa donna non ci sarebbe stato razzismo nell’omicidio dell’ambulante in Corso Umberto I a Civitanova.

«Sono preoccupata anche per lui», ha spiegato senza nascondere nonostante tutto l’apprensione per cosa possa succedere ora al figlio in carcere (al momento è recluso al Montacuto di Ancona) vista la sua condizione.

Foto Cia Onlus

Foto Cia Onlus

«DUE VITE ROVINATE»

La fidanzata di Filippo in un’intervista rilasciata al Tg1 ha detto che non era presente al momento dell’accaduto. «Mi sono allontanata: è successo tutto in pochi minuti. Quando Filippo è tornato indietro era sporco di sangue. Pregavo per quell’uomo».

La giunta comunale, intanto, ha istituito un fondo di quindicimila euro per Charity, la compagna dell’ambulante. L’imprenditore civitanovese Germano Ercoli, titolare del gruppo calzaturiero Eurosuole, donerà diecimila euro alla famiglia di Alika.

La fidanzata dell’omicida, Elena, avrebbe ricostruito tutto davanti agli inquirenti. Quell’uomo con la stampella li avrebbe avvicinati per chiedere l’elemosina: era stato un po’ insistente, l’aveva trattenuta per un braccio, ma per qualche secondo, tanto che la donna si era divincolata in fretta e con facilità e tutto era finito lì. Sembrava fosse finito tutto, invece. «Invece Filippo è tornato indietro, approfittando del fatto che mi erro fermata davanti a un negozio di abbigliamento: ora sono molto arrabbiata con lui. In un attimo Filippo ha distrutto tutto, sogni e progetti. Spero che in carcere un giorno si renda conto che ci siamo rovinati la vita. Io e lui». E Alika, che non c’è più.

«Antonio, 110 e lode!»

Ventitré anni, pugliese, un esempio per tutti noi

Affetto dalla sindrome di Asperger, una forma di autismo, ha conseguito una laurea col massimo dei voti. La sua emozione e quella di mamma Lucia. I complimenti di colleghi, docenti e rettore. «Sogno l’insegnamento, per quanto non mi dispiacerebbe fare il bibliotecario», dice il neolaureato.

Foto Corriere del Mezzogiorno

Foto Corriere del Mezzogiorno

«Studiare il passato aiuta a costruire un futuro migliore». E’ il pensiero di Antonio Losavio, ventitré anni, castellanese, appena laureatosi con 110 e lode all’Università “Aldo Moro” di Bari e Taranto. Stretta di mano, applausi e, a seguire, spumante per tutti, è avvenuto a Bari. Mamma visibilmente commossa, emozionati anche il rettore Stefano Bronzini, il questore Giuseppe Bisogno e l’onorevole Gero Grassi.

Antonio, ventitré anni, ha la sindrome di Asperger, una forma di autismo in cui chi ne è colpito fatica a capire i pensieri e le emozioni delle altre persone, con conseguente difficoltà a interagire. «Dovreste pensare a noi Aspie – dice, senza giri di parole, chi ne è stato colpito – come a robot da programmare: più siete precisi con noi e più riuscite ad ottenere ciò che chiedete». E non finisce qui, aggiunge: «Attenzione, non è trattarci da deficienti: è, invece, solo parlare il nostro linguaggio».

Il percorso, insomma, è complicato. Non ha aiutato molto a comprendere di cosa parliamo, “Rain man”, film magistralmente interpretato nell’88 da Dustin Hoffman. La sindrome di Asperger è anche altro. «Il suo obiettivo, alla fine della scuola elementare, era quello di riuscire a scrivere una fase di senso compiuto – spiega mamma Lucia – oggi, dopo la triennale di Storia e Scienze sociali, ha un sogno: diventare un insegnante». Il primo passo, Antonio, lo ha compiuto, con il massimo dei voti, con grande orgoglio, compreso quello di chi lo ama, e sono tanti, compagni di corso, docenti e gli amici di tutti i giorni.

Foto La Repubblica

Foto La Repubblica

DA CASTELLANA GROTTE…

La storia, interessante, l’ha pescata fra le mille notizie che circolano fra le strade e i social, Repubblica, il quotidiano che nell’edizione regionale Antonio lo ha anche intervistato. Autore del servizio, brillantemente riportato e scritto, si dice in gergo, in punta di penna, Gennaro Totorizzo, cui vanno anche i nostri complimenti.

Per la storia, ha scritto Totorizzo, che da cronista ha raccolto appunti e steso l’articolo, spiegandoci che Antonio ha un’inclinazione naturale oltre che una grande passione, considerando che riesce a memorizzare perfettamente date ed eventi, per esempio. Ma nel percorso universitario è andato oltre le nozioni: la conquista più grande per lui è stata aprirsi e tessere relazioni con compagni e docenti, quando all’inizio faticava persino a stabilire un contatto visivo. Alla seduta – nella quale ha discusso una tesi su Aldo Moro e i costituenti – una grande festa.

Antonio e la scelta di questa facoltà. «Quando frequentavo l’Industriale, alle superiori, avevo sviluppato una forte passione per il campo umanistico e la letteratura, cresciuta poi anche per la storia: in particolare sono molto appassionato di rivoluzione industriale, sviluppo delle invenzioni, Risorgimento italiano e prima e seconda guerra mondiale; penso che studiare il passato aiuti a costruire un futuro migliore ed è anche importante attraversare le epoche precedenti attraverso le fonti arrivate a noi nel corso di centinaia e migliaia di anni».

L’approccio agli studi, all’università. “Amo studiare, mi ritengo un ragazzo curioso – dice Antonio – nel corso di questi quattro anni ho vissuto momenti indimenticabili: ho fatto amicizia, per esempio, con due signori che si sono iscritti all’università nonostante la maggiore età, un sessantenne ufficiale della Marina e un settantenne ex Consulente finanziario, entrambi in pensione. Tra i corsi che mi sono piaciuti di più: quelli di Letteratura italiana contemporanea, Storia medievale, moderna e contemporanea, così come quella Greca e romana, ma anche Storia del cinema».

Foto: FanPuglia

Foto: FanPuglia

…A BARI

Ma come più di qualche studente, anche Antonio non ha un buon rapporto con tute le materie. «Ho difficoltà a studiare argomenti più astratti, come quelli di filosofia, sociologia e diplomatica: mi toccava spremere le meningi ogni volta ed elaborare i concetti molto intensamente per riuscire a trovare un senso».

Nel frattempo, a detta dello stesso neolaureato, è migliorato nelle relazioni sociali: grazie a colleghi e tutor è riuscito a cavarsela e a prendere appunti durante le lezioni. Senza loro, confessa, non ce l’avrebbe fatta. E’, infine, consapevole di aver fatto qualcosa di eccezionale. «Tutto questo mi fa sentire come se fossi una campana di Pasqua che suona continuamente – ha spiegato a Repubblica – allo stesso modo, continuo ad essere davvero, davvero felice; anche durante la proclamazione, per tutto il tempo sono stato davvero gioioso – forse come non mai nel corso della mia vita – per questo traguardo raggiunto. Mi sento come se ci fossero fuochi d’artificio a scoppiare nel cielo».

Un pensiero rivolto a qualche studente in difficoltà e un pensiero al personale futuro. «Agli studenti: seguite le vostre passioni, utilizzate le risorse e contare sulle vostre forze; voglio conseguire la Magistrale in Scienze e documentazione storica. Lavoro? Mi piacerebbe, un giorno, insegnare oppure diventare un ricercatore storico o un bibliotecario». Questo il nostro Antonio, al quale vanno i nostri complimenti per aver piegato pregiudizi e una sindrome che non si riesce ancora a debellare. Merito di questo successo, oltre alla determinazione di fare, stupirsi e stupire di Antonio, di amici, colleghi, docenti, rettore e quanti, anche in piccola parte hanno contribuito a fare di lui un grande esempio per tutti noi.