«La mia storia fra le dita…»

Dodi Battaglia, “Nelle mie corde – Canzoni e sorrisi”

Successo per lo spettacolo teatrale scritto con il regista Fausto Brizzi. «Lasciai la fisarmonica abbagliato dal suono della chitarra. “Atlantis” degli Shadows e “Foxy Lady” di Hendrix mi hanno cambiato la vita. Gli assoli con i Pooh, i tour, gli studi, i mei preferiti. Le mie lauree: Honoris causa a Matera e la Dodicaster, un “regalo” della Stratocaster, come Clapton, Satriani, Beck…»

di Claudio Frascella

Con Battaglia«Adolescente, suonavo benissimo la fisarmonica che mi avevano regalato all’età di quattro anni, entrai in un negozio di strumenti musicali nel centro di Bologna e sentii il brano che mi cambiò la vita». Il pezzo che folgorò Dodi Battaglia: “Atlantis” degli Shadows. «E’ quello che voglio fare nella mia vita: suonare la chitarra, mi dissi; potrei dire che abbandonai a malincuore la fisarmonica, ma non è così, la scelta fu convinta, un amore al primo ascolto». E quel brano, Battaglia, settant’anni superati, più che una storia un’enciclopedia alle spalle, lo ripropone nel suo nuovo spettacolo, un successo: “Nelle mie corde – Canzoni e sorrisi”. Uno spettacolo non solo teatrale che nasce dall’incontro con il popolare regista Fausto Brizzi, fan di Battaglia e dei Pooh. «Abbiamo cominciato a pensare a qualcosa che non fosse il solito spettacolo, preso appunti, poi stesa e allargata un’idea dietro l’altra: e poi, perché non ci mettiamo un elemento di disturbo? Qualcuno che faccia incursioni, provi anche a spiazzarti, in fondo sei un musicista che ha scritto e fatto delle robe che la gente canta e suona da più di cinquant’anni: aggiudicato; ma non un attore, non un uomo, ecco: una ragazza, sveglia, irriverente se vuoi, che talvolta – quando ci vuole – arrivi anche a prenderti per i fondelli, dandoti del “lei”, chiamandoti “Signor Battaglia…”: tutti gli indizi portavano ad Eleonora Lombardo, la mia compagna di viaggio teatrale, aggregatasi a tutte le mie chitarre sulle quali metto mano durante lo spettacolo».

E “lei”, Battaglia, la corregge? Le dice, giacché ci siamo, mi dia pure del “dottore”? Ne ha i titoli.

«La laurea Honoris causa – sorride Battaglia, pensando al “lei”, ma anche al titolo di studio – è una delle mie più grandi soddisfazioni, non solo professionali: prima mi chiamavano “Maestro”, non mi voltavo, sarebbe stato un eccesso di presunzione, al massimo rispondevo: “Maestro sarà lei!”; in realtà quel “pezzo di carta” – come la mia generazione chiamava il titolo di studio – è stato il coronamento di una carriera, una soddisfazione che non ha pari, se non l’amore che provo verso figli e nipoti, incommensurabile».

Battaglia 1Cosa succede sul palcoscenico?

«Quello che accade ogni benedetta sera, da sessant’anni: non vorrei più scendere, mi piacerebbe suonare all’infinito, quelle tavole sono la mia vita, ma mi tocca: mi aiuta la leggerezza con la quale insieme a Fausto, uno come me, battuta acuta, fulminante, mi ha preso le misure confezionandomi un abito di scena che non fosse un “corpo a corpo”, seppure interessante, con una, due, sessanta chitarre, che poi è il punto di partenza di questo progetto che sta andando come un treno: “Le mie 60 compagne di viaggio. Le chitarre di Dodi Battaglia”, un libro che mi ha aperto questo nuovo orizzonte».

Battaglia, le fa più effetto la laurea o che la Stratocaster le abbia dedicato una chitarra, cosa accaduta a pochi nel mondo?

«Mettiamola così: anche la Dodicaster è una laurea, chitarre sono state dedicate ad Eric Clapton, Joe Satriani, Jeff Beck, parliamo di chitarristi che hanno fatto la storia e non solo quella, ma la laurea, la laurea con tanto di esame e discussione a suon di accordi al Conservatorio “E.R. Duni” di Matera è davvero un’altra cosa. Detto questo, non datemi del “lei”, ma non chiamatemi nemmeno “dottore”, ci ho messo una vita ad annullare le distanze fra musicista e pubblico: sono e resto Dodi, Dodi Battaglia».

Quanto c’è dei Pooh, Facchinetti, D’Orazio e Canzian, nello spettacolo “Nelle mie corde”?

«Tanto, è il mio mondo, non me ne sono mai staccato: certo che dedico spazio alle cose che ho fatto con i miei compagni, i miei “amici per sempre”, ma giacché ci sono, entro con tutto me stesso nello strumento che è stato il compagno di viaggio della mia vita: la chitarra; ne imbraccio una dietro l’altra, ognuna una sua storia, ognuna un suono, a partire dalla Eko Anni 60 che suonai al concerto di Jimi Hendrix: che incoscienza, salire sullo stesso palco con un mito e non averne ancora idea; “Foxy lady” l’ho suonata anche io, mi dicono bene, ma lui l’aveva pensata, studiata, eseguita da par suo, come solo una leggenda può fare».

NMC Dodi Battaglia 2Quali sono gli assoli della sua vita?

«Intanto dico “Parsifal”, prendo un attimo di tempo, ci penso: l’assolo de “La mia donna”, ma anche “L’altra donna”, poi “Uomini soli”; ecco, quest’ultima, ancora oggi, la sento eseguita da chitarristi bravissimi, ma bravi, bravi, bravi, ma manca sempre qualcosa, forse perché sono pignolo; senza “forse”: sono pignolo».

Le sue dita suonano in un altro modo. Basta sentire le collaborazioni con Vasco.

«Se un collega, un amico nel caso di Vasco, mi invita in studio, devo per forza metterci qualcosa di mio, così credo che i miei assoli in “Una canzone per te”, “Toffee” e “Va bene così” siano perfettamente riconoscibili, sul riproducibili avrei qualche riserva, insomma vale il discorso che facevo su Hendrix, fra le mani dell’autore ha il suono giusto, è quello, punto».

Dodi Battaglia verticale stampaTorniamo allo spettacolo. Senza svelare troppe sorprese.

«Intanto è da vedere e sentire, allo stesso modo, perché una cosa è raccontarlo, un’altra è stare in poltrona e assistere al racconto di una vita: i tour, tanti, dunque i concerti; gli studi di registrazione, come un pezzo scritto in un modo può anche cambiare fisicamente; perfino i Caraibi, dove andammo a realizzare uno dei nostri album più fortunati: “Tropico del Nord”; ci sono aspetti, però, che tutte le sere mi rendono felice: gli applausi del pubblico, i sorrisi che percepisci, le risate che scatenano in platea i dialoghi fra me ed Eleonora, il “guastatore” ufficiale di “Nelle mie corde”; ogni volta è una grande soddisfazione, tutte le volte hai la sensazione di aver fatto la cosa giusta, qualcosa che ha il potere di rigenerati sera dopo sera».

Con Brizzi, grande feeling.

«Ci abbiamo messo un attimo ad entrare in grande empatia e non solo perché è uno che ha sempre apprezzato il mio lavoro e quello dei Pooh: è un “cazzaro” come me, penso che se ci fosse ancora D’Orazio, tutti e tre insieme sapremmo quando ci siederemmo a un tavolo, ma non quando ci alzeremmo, se non con le mandibole indolenzite causate delle risate. Ci siamo messi subito al lavoro, alla fine è venuto fuori lo spettacolo che avevamo in mente e il bello è che la gente, tutte le sere, condivide la nostra idea di racconto e di emozioni».

«Un libro per chi soffre»

Maurizio Battista, non solo cabaret

L’attore romano pubblica “A cena col prete – Storia di un uomo solo”. «Lo distribuiremo negli spettacoli e in alcuni laboratori medici di Roma. Mai dimenticarsi di chi soffre, aiutare a riflettere fa soffrire meno»

16177837_10154751875771839_6196929818650968820_oNon solo risate, ma anche riflessioni con Maurizio Battista, che dopo una lunga assenza dalle librerie, ha pubblicato un libro “mica da ridere”. «“A cena col prete – Storia di un uomo solo”: lo daremo negli spettacoli e nei centri “Artemisia”, laboratori medici di Roma, dove la gente fa le analisi; non dobbiamo dimenticarci di chi soffre e questo libro, per chi avesse voglia di leggerlo, aiuterà a riflettere di più e soffrire di meno».

Con Maurizio Battista, comico, attore, cabarettista romano, abbiamo realizzato una videointervista che trovate sul nostro sito e su youtube. Come spesso ci capita, con i grossi personaggi facciamo anche interviste scritte. Non è solo un sunto di quanto ci siamo detti nel “corpo a corpo” di cinque minuti sui gradini del teatro Orfeo. Ci sono impressioni anche a telecamera spenta, scambio di battute confidenziali che, comunque, si possono raccontare agli amici che ci seguono quotidianamente.

Dunque, Battista. Prima del teatro Orfeo, in serata, l’artista romano fa una “calata” in centro. Selfie a non finire. I tarantini lo riconoscono subito. «Colpa della pelata», sorride l’attore romano in tour con lo spettacolo “Tutti contro tutti”. «Vado a capo scoperto, fiero: in realtà, prima di Taranto, sono stato a Chiasso, un freddo… Qui il clima è un’altra cosa, poi il rapporto con il pubblico per me è una festa: potessi stare quattro, sei ore sul palco, ogni giorno, ci starei, davvero: ma, domanda, la gente approverebbe?».

TARANTO, COME A CASA

«Non è la prima volta che vengo a Taranto, qui ci sono già stato: lo devo ad Adriano Di Giorgio, un amico, con il quale ho preso questa sana abitudine, prima dello spettacolo due passi in centro, ma non – come può pensare qualcuno – per promuovere lo spettacolo, ricordare che in serata sto in teatro, perché fortunatamente mi dicono che è “sold out”: no, è solo perché mi piace visitare la città nella quale sono ospite, poi Taranto è così bella…».

In teatro, quando il comico chiede al pubblico quale sia una delle città più visitate in Europa, qualcuno urla dai primi posti «Barcellona!». «Ma signora cara, che ha visto a Barcellona? Quelle due, tre cose che tutti noi conosciamo: Taranto è tre volte Barcellona, ha un centro bellissimo, il Castello, le Colonne doriche, un Museo archeologico della Magna Grecia, questa è storia, signora mia, poi si mangia così bene, il mare cristallino e – con tutto il rispetto – lì, a Barcellona, è n’artra cosa. Ma noi italiani, stiamocene a casa, viviamoci il Paese più bello al mondo: certo, quando parliamo di collegamenti, progetti e metropolitane, le do ragione, Barcellona è n’artra camminata, è una città organizzatissima, efficiente, ma noi italiani siamo fatti così: ci vogliamo bene e ci basta questo».

Il centro cittadino, la cartolina di una città. «Per deformazione professionale – ci ho lavorato trent’anni, eredità familiare… – guardo le insegne dei bar, la gente, il servizio, i tavolini, il personale sempre col sorriso: se non fossi stato “Maurizio Battista”, confesso, avrei continuato a lavorare nel bar».

Ha una sua idea sul bar, per certi versi condivisibile. «Il bar è il vero social, scappate via da tutte ‘ste cose che invece di avvicinarci, l’uno con l’altro, ci allontanano: detto che i social possono essere utili per il lavoro, il resto degli internauti lo utilizza per secondi fini – capisci a me… – e poi per dare l’impressione a se stesso di essere in contatto con il mondo: ma se gli chiedi da quanto tempo non prende un caffè con gli amici, ti risponde “da mesi”».

15994654_10154733115986839_4515775959353089416_oE’ IL BAR IL VERO SOCIAL

Il bar, le battute di suo padre. Vere o presunte? «Racconto solo cose vere, quelle che mi sono accadute nella vita, comprese le “uscite” originali di mio padre, evidentemente un aspetto che ho ereditato; a questo poi aggiungiamo il fatto di essere romani: alle sei del mattino, giovanissimo, dovevo stare alla cassa mentre papà era al banco: “Piano con gli spiccioli, non li sbattete, sinnò me svejate er rigazzino…”. Battute vere, come quelle che riporto nei miei spettacoli, pettinate sì alla mia maniera, ma tutto vero».

Teatro, cinema, tv, volesse dare un ordine alle sue tre attività. «Non si scappa, il teatro: il “corpo a corpo” con il pubblico è la cosa più bella che potesse accadermi nella vita e, sinceramente, non riesco a rinunciarci: il “live” è una palestra, belli anche il cinema e la tv, ma lì – francamente – anche se nun sei bono la scena la ripeti dieci volte e, alla fine, anche per sbaglio – ne ho visti tanti… – una volta l’azzecchi».

Il pubblico rigenera Battista. «Non è un caso che faccia similitudini fra pubblico e bar: sono uno a cui piace stare in mezzo agli amici e il mio pubblico lo considero più che un amico, basta vedere i miei spettacoli, stabilisco subito un rapporto con la gente, mi faccio dire i nomi a chi è nelle prima file e da lì poi il programma vola…».

Una rivelazione che non t’aspetti. «L’artista il più delle volte è un uomo solo – confessa – per questo motivo benedico il pubblico, tutte le sere, perché non mi dà modo di non pensare alla solitudine: ogni sera faccio il pieno di gioia, stando su un palcoscenico; ma confesso, anche stare con mia figlia, la più piccola, Anna, che stasera è qui, a Taranto, e coccolarmela, spupazzarmela, è una festa!».

Leucemia, c’è una speranza

In Inghilterra i medici sono intervenuti su una tredicenne

Alyssa ora sta bene, è stata dimessa. Tutto è partito da una sperimentazione. Dovevano somministrare alla ragazza cure palliative, invece hanno provato a provocare una sorta di corto circuito. Un donatore ha attivato un principio che ha scatenato un conflitto tale che le sue cellule T abbiano aggredite sconfitto le cellule cancerogene

90c4f1c6-98c4-11e8-9116-c731a1e8fd65C’è una speranza nell’abisso della leucemia. E’ una nuova terapia genica che ha guarito una tredicenne e che ha fatto sbilanciare un team di medici convinti che questi risultati possano dare speranza ai numerosi bambini malati.

Alyssa, tredici anni, affetta da leucemia, potrebbe accendere nuova nuova speranza per decine di altri giovani pazienti in lotta contro tumori infantili e altre malattie gravi. Questo passo in avanti nel combattere una leucemia di tipo T, arriva da Oltremanica, precisamente da Leicester. E’ lì che Alyssa ha trascorso anni fra a fare chemioterapie e combattere quel male che la insidiava. Neppure il trapianto di midollo osseo a cui si era sottoposto la tredicenne inglese era risultato decisivo per farla ristabilire.

“Le prospettive della tredicenne – scrive nel suo ottimo reportage per il sito Open, Giada Giorgi – per il futuro erano cominciate a farsi sempre più buie; è stato in quel brutto momento che gli scienziati hanno avviato una procedura sperimentale che dà speranza nell’ambito delle terapie anti tumorali, i medici per Alyssa hanno scelto di agire con una nuova terapia genica: per la prima volta nel mondo, la ragazza malata di leucemia, ha ricevuto un’infusione di cellule T donate e alterate grazie all’utilizzo di una nuova tecnologia chiamata “editing di base“. Un trattamento, questo, che ha condotto Alyssa a essere dimessa nel giro di poco con risultati incoraggianti”.

LA LEUCEMIA A CELLULE T

La leucemia a cellule T di cui soffre Alyssa è un tumore che colpisce una classe di globuli bianchi conosciuti proprio come cellule T. Questi, purtroppo, non riescono a svilupparsi correttamente: crescono troppo velocemente e fanno a cazzotti con la crescita delle cellule del sangue nel corpo. Di solito, i trattamenti prevedono trapianti di midollo osseo e chemioterapia. I medici di Alyssa erano sul punto di pensare ad interventi leggeri, a una cura blanda che non ha più come obiettivo il guarire completamente il paziente, ma provare a combattere i sintomi. Ma i recenti progressi nella terapia cellulare – di cui scrive la Giorgi – hanno prospettato un nuovo metodo per affrontare la malattia di cui era affetta Alyssa. I globuli bianchi, chiamati cellule T, sono stati raccolti da un donatore sano e modificate in modo che potessero uccidere altre cellule T, comprese le sue cellule leucemiche.

Risultato: la modifica applicata ha fatto in modo tale che le cellule del donatore scovassero e uccidessero le cellule T cancerose di Alyssa. Un progresso raggiunto grazie all’editing di base, una tecnica che permette agli scienziati di apportare un singolo cambiamento nei miliardi di lettere del DNA che compongono il codice genetico di una persona.

Leucemia-mieloide-acuta-3000-nuove-diagnosi-in-Italia-ogni-anno.png_982521881FORZA ALYSSA!

Dopo la terapia cellulare modificata e un secondo trapianto di midollo osseo, Alyssa è libera dalla leucemia da più di sei mesi, i mesi sono i più importanti secondo i medici. Alyssa, che aveva manifestato piena fiducia nei medici, ora prosegue il suo percorso verso la ritrovata normalità. «È pazzesco fantastico che mi sia stata data questa opportunità – ha dichiarato alla BBC la tredicenne inglese – sono molto grata allo staff medico, ma anche felice perché questa terapia potrà aiutare altri bambini che sono nelle stesse mie condizioni prima che fosse avviata questa sperimentazione vincente».

Anche se in ritardo, l’utilizzo della terapia genica sembra promettere importanti conquiste: «Nella terapia di Alyssa – dice il dott. Liu – ciascuna delle modifiche di base prevedeva la rottura di una sezione del codice genetico in modo che non funzionasse più. Ci sono prove di editing di base, anche se siamo solo agli inizi, in corso nell’anemia falciforme, così come nel colesterolo alto che corre nelle famiglie e la malattia del sangue beta-talassemia: si è aperto uno spiraglio ed è in quella direzione che proseguiremo i nostri studi».

Aggrappati a un sogno

Fuga dalla miseria per tre nigeriani

Per undici giorni hanno viaggiato appesi al timone di una petroliera. Dalla Nigeria alla Spagna, alla ricerca dell’occasione della vita. Accolti, mostravano evidenti sintomi di disidratazione e ipotermia. Trasferiti in ospedale hanno ricevuto assistenza medica. Qualificati come “clandestini”, piuttosto che “richiedenti asilo” rischiano di tornare a casa

pexels-photo-40642Pare non sia un primato. Ma tre uomini che viaggiano aggrappati per undici giorni al timone di una petroliera, non l’avevamo ancora sentita, né letta o commentata. E, invece, al peggio non c’è fine. Proprio così. Perché se è vero che la fuga dei tre nigeriani in fuga dalla miseria, rappresenta un’impresa, è anche vero che – al momento di scrivere – le autorità spagnole che hanno tratto in salvo questi tre uomini, pare stiano per rispedirli a casa, bollandoli non come “richiedenti asilo”, ma come “clandestini”. Insomma, quando stai per stupirti, ecco che arrivano – non richiesti – altri elementi per stupirti ancora di più.

E’ la legge, dice qualcuno, e abbozza l’ennesimo video per postarlo posta sui social (ma quando lavorano ‘sti politici?). Purtroppo – aggiunge lo stesso, con falsa mestizia e tono dispiaciuto da somigliare più a una parodia da avanspettacolo – anche se le autorità spagnole avessero voluto fare uno strappo, avrebbero aperto un “caso” e, allora, via all’apertura delle frontiere.

NESSUNO “STRAPPO”

“Ma va?”, aggiungiamo noi. Questa la posizione secondo qualche politico, che dimentica che l’Italia ha accolto intanto settantamila extracomunitari e Germania e Francia ne hanno preso in carico solo poche decine. Dunque, sarebbe stato più corretto urlare all’omologo spagnolo: “Ma se ti prendessi in carico questi tre poveretti che hanno fatto un viaggio lungo le coste atlantiche – appollaiati, senza dormire su un morbido materasso, avvolti in una calda coperta, con colazione, pranzo e cena puntuali – un viaggio lungo undici giorni e undici notti abbracciati al timone di una petroliera, per caso va a pallino l’intera economia del tuo Paese!?”.

Ma proviamo a raccontare la storia, come la descrivevano notiziari e stampa non appena venuti a capo della vicenda. Dunque: tre migranti sono rimasti aggrappati per undici giorni e undici notti al timone di una petroliera, la Alithini II, arrivata alle Canarie dalla Nigeria. A salvare i tre uomini, il Servizio di soccorso marittimo spagnolo.

Una nave che ha attraversato l’Oceano Atlantico, un viaggio terrificante già per chi sta a bordo di una imbarcazione che riempie e svuota greggio. Figurarsi i tre appollaiati all’esterno della petroliera. Gli uomini, trovati a bordo della Alithini II nel porto di Las Palmas, mostravano evidenti sintomi di disidratazione e ipotermia, tanto da essere immediatamente trasferiti nell’ospedale dell’isola per ricevere assistenza medica. Secondo il sito web “MarineTraffic”, la nave battente bandiera maltese era partita da Lagos (Nigeria), il 17 novembre per attraccare a Las Palmas (Spagna) lunedì 28 novembre.

pexels-photo-11390779ANCHE IN PASSATO…

Come dicevamo, non è la prima volta che vengono trovati migranti che provano come via di fuga da un Paese ormai invivibile per le fasce sociali più deboli. I tre non sono stati i primi a viaggiare aggrappati al timone di una nave commerciale con destinazione le Isole Canarie, nonostante queste modalità presentino gravi rischi. Giorni fa il Fatto aveva ricordato come un anno fa un ragazzo nigeriano di quattordici anni era stato intervistato dal quotidiano spagnolo El Pais dopo essere sopravvissuto per due settimane nel timone di una nave.

Anche il quattordicenne era partito da Lagos. Non è la prima volta, lo conferma l’agenzia Efe che ricorda almeno in altri due casi, migranti cioè che sono riusciti a raggiungere le Canarie attraverso questo percorso così pericoloso.

«Marocc’ sarai te!»

Dopo i festeggiamenti sul Marocco ai Mondiali, una prova di stile

Indicati sui social come indisciplinati, in molte città italiane, dopo l’esultanza per il passaggio in semifinale molti marocchini hanno ripulito le piazze. Come i giapponesi. Un commento infelice di un leghista: «Spero che il Marocco venga eliminato dal mondiale, così finalmente smetteremo di vedere le scimmie urlatrici far casino per strada». Grande senso civico della cantante Malika Ayane: «Non si può negare una gioia, tanti bambini attendono la cittadinanza italiana»

Marocco_ripulisce_piazza_Gali__1_«Hey, te, Marocc’!». Brutta espressione. Al Nord, purtroppo, la frase viene usata in senso dispregiativo, tanto da essere stata tirata fuori in questi giorni di gioia per apostrofare marocchini che hanno festeggiato il passaggio del turno ai Mondiali di calcio.

C’è una squadra africana in semifinale. Unisce anche i tifosi mediorientali che l’hanno spinta nei “quarti” nella sfida vittoriosa contro il Portogallo. E’ il Marocco, squadra-simpatia per la quale molti in Italia (orfani degli Azzurri), hanno tifato. Certo, non tutti gli italiani. C’è stata qualche voce fuori dal coro, perfino di cattivo gusto, come vedremo. Ma a noi piace fare le cose per bene.

Intanto, brava Malika Ayane. Il suo sfogo viene ripreso dal quotidiano Repubblica. La cantante, padre marocchino e madre italiana, parla proprio dei festeggiamenti dei marocchini per aver conquistato la semifinale nella quale mercoledì 14 dicembre alle 20.00 incontrerà la Francia. «Dai commenti letti sui festeggiamenti – ha detto la cantante – mi sono resa conto che nel nostro Paese c’è ancora razzismo: appartengo alla prima parte di generazione di marocchini nati a Milano; da allora ne sono nati di bambini in Italia, ma ancora non sono riusciti ad avere la cittadinanza: appartenere a un popolo che sta vincendo e avere un riconoscimento positivo, è una bella soddisfazione per chi si è trovato ad affrontare un percorso faticosissimo».

FORZA MAROCCO!

Questo il suo legittimo punto di vista. Festeggiamenti in tutta Italia, giornali dal giorno dopo hanno riscritto le cartine geografiche riportando la presenza di comunità marocchine in ogni parte d’Italia. Una cosa che, francamente, non abbiamo compreso. Ma, si sa, ognuno è libero di scrivere, fare, quello che gli pare, ma sempre nel limite del buon gusto, dell’educazione.

Una di queste esternazioni, evitabilissime, è arrivata da un certo Marco Fiori, consigliere della Lega a Santarcangelo (Rimini), comune emiliano, che non ha resistito alla tentazione di usare un social. «Spero che il Marocco venga eliminato dal mondiale – ha scritto su Facebook, lo riporta il sito Fanpage – così finalmente smetteremo di vedere le scimmie urlatrici far casino per strada».

Questo il suo commento sul passaggio del turno del Marocco contro la Spagna ai calci di rigore. Il post è stato successivamente cancellato dallo stesso autore, che si è evidentemente reso conto di essersi lasciato andare ad una considerazione sciocca. In seguito, non si è scusato – a meno che lui non le consideri tali – ma ha minimizzato dicendo di non aver avuto un intento razzista.

malika-ayane-eta-figli-marito-anni-altezza-peso-originiSTRUMENTALITA’ UNIDIREZIONALE

Le “scuse” arrivano, ma ancora una volta a modo suo, pensando che abbia a che fare con gente ignorante con la quale evidentemente pensa di interfacciarsi. Insomma, la tattica è la solita, chi offende si trasforma in vittima. Sentitelo. «Scuse sincere, pur evidenziando che emerge ancora una volta una certa strumentalità unidirezionale di chi si attacca a frasi magari stupide ma del tutto innocue pur di farne un caso politico». Due allo scritto, due al contenuto. “Strumentalità unidirezionale” non l’avevamo mai sentita, e certo ci vuole anche coraggio a compiere capriole lessicali, poi ammette con una certa autoindulgenza, di aver pronunciato “frasi magari stupide, ma del tutto innocue”: se una frase è stupida, permetta, è stupida e basta. Lasci decidere ai destinatari se quella frase non solo è “stupida”, ma anche offensiva.

Infine, viva Sky. Il popolare canale televisivo pubblica sul suo sito un video e un commento. «Dopo la festa per la vittoria del Marocco contro il Portogallo – scrive – che ha permesso alla nazionale africana di raggiungere le semifinali del Mondiale in Qatar, anche a La Spezia come in tante città italiane (e non solo) è scoppiata la festa. Al termine delle celebrazioni i tifosi marocchini hanno ripulito Piazza Garibaldi. Una scena che ha ricordato l’atteggiamento dei tifosi giapponesi sugli spalti degli stadi al termine delle partite».

Ma questa grande prova di civiltà da parte dei tifosi marocchini deve essere sfuggita a più di qualcuno. Proviamo a tradurla in una battuta? Proviamoci: «Marocc’ sarai te!». Tieni, incarta e porta a casa.