Chef Rubio, ma sei bollito?

Grane per il popolare conduttore televisivo accusato di violenze online

Avrebbe offeso la senatrice Liliana Segre, superstite della Shoah. Con il cuoco, nato a Frascati, ex rugbista, segnalate agli inquirenti altre ventitré persone. «Per tanto tempo sono stata in silenzio su queste persone che mi insultano, ma adesso le denuncio»

1668682172-rubioQuel paio di baffoni alla Salvador D’Alì (lui sì era un artista!), l’aria un po’ strafottente di uno che non solo non ha più nulla da imparare, ma che può insegnare, addirittura di tutto e di più. E noi dissentiamo. Come tutte le volte in cui leggiamo o sentiamo di discriminazioni, violenze non solo verbali.

Stavolta, Chef Rubio, è di lui che scriviamo (anche se avremmo voluto farne a meno, accidenti), cuoco, ex rugbista così da farne un uomo duro (che paura!), si è superato. Infatti, il conduttore di “Unti e bisunti” e “Camionisti in trattoria”, si è beccato una denuncia. Al vaglio di chi ha aperto un’inchiesta su denuncia della senatrice Liliana Segre, c’è anche il suo nome, non quello “in arte”, bensì Gabriele Rubini. Non l’unico, sono infatti ben ventiquattro ad essere stati denunciati dalla novantaduenne parlamentare per le minacce online nei suoi confronti. Notizia riportata nei giorni scorsi da “La Stampa”, quotidiano torinese nazionale che segnala Chef Rubio nell’apertura dell’inchiesta.

“MANDATO” AL LEGALE…

Una intenzione, quella della Segre, che aveva già manifestato assieme all’avvocato Vincenzo Saponara, nello scorso novembre al Forum nazionale delle donne ebree d’Italia. La senatrice, testimone della Shoah, era stata in particolare il soggetto cui “Rubio” e gli altri ventitré in causa, avevano indirizzato messaggi di odio, anche di carattere antisemita, insulti e minacce di morte.

«Per tanto tempo – ha detto Liliana Segre, dichiarazione puntualmente raccolta da “La Stampa” – sono stata in silenzio su queste persone che mi insultano, ma adesso le denuncio. Credo sia anche di cattivo gusto augurarmi la morte a 92 anni!».

Non di recente, ma già tre anni fa Chef Rubio era stato denunciato per istigazione all’odio razziale in seguito a un tweet in cui riteneva «abominevole» lo Stato di Israele. Così, anche grazie a queste minacce, la senatrice da tre anni vive sotto scorta. Una misura non richiesta dalla stessa, ma assegnata in seguito alle minacce che riceveva e, purtroppo, aggiungiamo noi che continua a ricevere. «Ma la mia scorta – scherza la senatrice – è diventata una splendida sorpresa: i carabinieri che ogni giorno mi sono accanto hanno più o meno l’età dei miei nipoti, tanto che amo considerare questo nostro stare insieme come ad un’affiatata famiglia allargata».

963793-k32F--835x437@IlSole24Ore-WebEX RUGBISTA, PAURA…

L’ex rugbista, oggi acclamato chef televisivo lo scorso aprile aveva pubblicato un tweet con il quale accusava apertamente la senatrice a vita. «Palestinesi? “Non mi occupo di politica” – riprendeva una citazione della stessa Segre – Vedo che però te ne occupi quando si tratta degli ucraini: lasciami dire che il tuo silenzio sistematico nei confronti della pulizia etnica che il popolo palestinese sta subendo da settantaquattro anni è disgustoso».

Rubio, secondo le cronache, si sarebbe spinto anche più in là arrivando a minacciare la senatrice che, dicevamo, con le tasche ormai piene, ha deciso di presentare alla caserma dei carabinieri di Milano le ventiquattro denunce in seguito alle minacce ricevute online.

Messaggi di “odio di natura diffamatoria, spesso di carattere antisemita e contenenti auguri di morte”, documenta il suo legale. Ma proprio la stessa Segre nel suo intervento al forum nazionale delle Donne ebree d’Italia aveva dichiarato: «La vita mi ha insegnato a essere libera e senza paura nonostante io sia la più vecchia d’Europa obbligata alla scorta per tutti gli insulti e gli improperi e le minacce di morte che mi vengono fatte». Infine, come già riportato, aveva concluso con una riflessione. «Poi, non pensate che sia anche di cattivo gusto augurare la morte a una donna di novantadue anni?». Chef, confessa, stavolta questa “pietanza” ti sarà rimasta sullo stomaco.

«Io, condannato al manicomio»

Pino, sessantaquattro anni, trenta vissuti da recluso

«Avevo nove anni e tanta fame, mangiai un tozzo di pane, provai a rimediare: mia madre non me lo perdonò». Una brutta storia, priva di affetto e piena di carte bollate. Un risarcimento che non gli restituisce l’affetto e un’infanzia perduta

pexels-photo-8693379Potrà mai perdonarci, Pino, per i suoi trent’anni, chiuso in manicomio senza che avesse disturbi mentali? In quei manicomi, poi, dove il personale non aveva problemi a picchiare i pazienti e, quando questi manifestavano insofferenza, a legarli al letto. Roba da manicomio. Il tribunale gli ha riconosciuto cinquantamila euro quale risarcimento e lui, stanco anche di dover farsi riconoscere più che un indennizzo, le scuse legittime, alla fine ha accettato quella cifra. Ha trovato un avvocato, Serenella Galeno, che rispetto ai colleghi non solo ci ha messo professionalità, ma anche l’anima. Ce li immaginiamo quegli avvocati che si sono smarcati da un simile incarico: «Causa lunga, troppe carte da compilare, scale di tribunale e chissà se, alla fine, riusciremo mai a venirne a capo!». Ecco perché un “grazie”, a Pino per aver accettato le scuse di questa società, e al suo avvocato, dobbiamo proprio tributarlo. Ci alleggeriamo la coscienza, ma le nostre scuse non cancelleranno mai quei trent’anni in cui Pino è stato trattato da pazzo, in manicomio, quando pazzo non lo era mai stato.

Ci sarebbe una terza storia, l’accenniamo appena. Pino, lì dentro, ci finisce all’età di nove anni, da bambino: la mamma lo punisce, non va a trovarlo, non chiede nemmeno come stia, lo dimentica. Tanto, avrà pensato quella mamma che mamma non è, di figli ne ho altri cinque. Quante punizioni ha subito, Pino. Scusaci, scusaci, scusaci.

Di questa storia se n’è occupata Simona Berterame. L’ha ripresa per Fanpage, puntuale come sempre nello scovare piccole, grandi storie e per trattarle con tatto e discrezione.

TUTTO COMINCIA NEL ’67…

Pino viene rinchiuso in manicomio il 12 dicembre del 1967. Ha nove anni, è un bambino senza patologie. Accade a Girifalco, paesino calabro noto per aver ospitato un manicomio per quasi cento anni. Tutto comincia nella disperazione più pura: il tentativo di furto di un pezzo di pane. Pino non ha il papà, in compenso ha una mamma molto severa, è l’ultimo di sei fratelli. Una mattina di quel freddo dicembre Pino viene mandato dalla mamma a comprare il pane. Nel tornare a casa, la fame gioca un brutto scherzo. Il morso a quel tozzo di pane gli cambierà totalmente la vita.

«Mangiai tutto il pane appena preso al mercato – racconta Pino a Fanpage.it – mia madre mi avrebbe riempito di botte, perciò sono tornato indietro per provare a rubare un filone ma sono rimasto chiuso nel negozio e la mattina dopo mi hanno beccato».

La polizia comunica alla madre di Pino che lo porteranno via: la donna non andrà mai a trovarlo in manicomio. Quel bambino, letteralmente abbandonato, invocherà per un a vita l’affetto. Non incontrerà mai una volta nemmeno i fratelli, tutti più grandi di lui. Pino da evitare, condannato una seconda volta. Dallo Stato, che lo risarcirà con poche decine di migliaia di euro, e dai suoi “cari” che lo eviteranno come fosse un appestato.

Eppure, Pino è solo un bambino. Non ha patologie, ma gran parte della sua vita sarà costretto a trascorrerla rinchiuso in un manicomio: cose da pazzi! La sua cartella clinica, perfino, riporta una diagnosi che lo scagionerebbe in quattro e quattr’otto: carenza affettiva, ricoverato per ragioni umanitarie.

«Ho tentato di scappare ma non c’è stato verso – confessa a Fanpage – lì ti picchiavano, sono stato anche legato al letto solo perché mi ribellavo; da bambino mi mettevo a guardare le persone passare da dietro le grate delle mie finestre e pensavo: guarda che bello lì fuori…».

sanatorium-4160287_960_720UNICO AL MONDO

Il suo è un caso giudiziario unico al mondo, un paziente internato in manicomio che chiede di essere risarcito per gli anni di vita persi. Non fosse per un lieto fine, anche se gravemente in ritardo, la storia di Pino ricorda in alcuni tratti “Dov’è la libertà…?” con Totò diretto da Roberto Rossellini. Un uomo ingiustamente condannato viene rilasciato dopo tanti anni, ma trova un mondo cambiato, i suoi cari che lo canzonano.

Dopo dieci anni di processi Pino ottiene un risarcimento di 50mila euro per il “riconoscimento della responsabilità dei sanitari per aver eseguito un ricovero illegittimo”. I giudici hanno riconosciuto la sussistenza del “danno non patrimoniale individuabile nella perdita di chance dall’essere inserito in un nucleo familiare”. Pino ha solo perso l’occasione di non crescere in una famiglia circondato da affetto. Questo dice la sentenza, anche se a noi pare una cosa enorme.

Pino è rimasto a Girifalco, vive con una modesta pensione con sua moglie Angela. Fa l’artigiano, ha sessantaquattro anni e sta provando a riprendere in mano la sua vita, anche se tutti gli anni perduti non glieli darà indietro nessuno. «Mi è mancato tutto – ha dichiarato – ma ormai il passato è messo sotto una pietra, non si può tornare indietro». Pino, grazie anche per questa lezione.

Storie di tutti i giorni

Autista di bus cittadino aggredito

Non risponde alle provocazioni. Ma spesso una corsa su un mezzo pubblico si trasforma in una rissa. O in un palcoscenico dal quale assistere ad episodi violenti. Sindacati e amministratori invitano al buon senso. Fino a quando sarà possibile

autista-bus-2«Figlio di…». Il più delle volte è una esclamazione dialettale, come a mettere subito in chiaro le cose, intimorire il presunto avversario, che a fare l’avversario, francamente, non ci sta.

Mezzogiorno superato da pochi minuti, via Oberdan, incrocio con via Cavallotti, a venti metri dalla sede della nostra cooperativa. Il silenzio viene interrotto, nell’ordine, da una frenata e da un successivo colpo di clacson. Un autista Amat alla guida del suo bus per centimetri ha evitato l’impatto con un’auto di media cilindrata che intanto è piantata al centro strada. Con un gesto di una mano il conducente del mezzo pubblico prova a far comprendere all’automobilista distratto, ancora lì, la collisione mancata per un niente.

La gente che ha assistito all’episodio, questo è la sensazione che si ricava, pare aspetti che l’automobilista tiri fuori dal posto di guida una mano e chieda scusa per la distrazione di qualche istante prima e che tutto finisca lì. Invece, non è così, Taranto è la città dei supplementari. Una storia ha uno strascico dietro l’altro, una parola tira l’altra, tutti hanno ragione e si finisce alle mille e una notte. Insomma, quell’episodio non si è evaporato.

Torniamo all’auto ancora al centro della strada. Non ci sono le scuse dell’automobilista, tutt’altro: dalla vettura sbuca un signore, alto, sul metro e ottanta, petto in fuori. Dimenticandosi di avere torto, o di essere abituato ad avere sempre ragione, con fare minaccioso si avvicina all’autista del bus e comincia ad insultarlo. Senza ragione. Non c’è stata provocazione, solo un benevolo appunto (per fortuna, all’interno del mezzo pubblico la brusca frenata non ha provocato feriti).

«FIGLIO DI…»

«Figlio di…!», si diceva, «Non lo sai che devi far passare prima me?». Oltre ad una frase che lascia perplessi, ecco il “tu”, che non si nega a nessuno, specie in quei momenti.

«Guardi, egregio signore», la risposta garbata dell’autista Amat, «lei ha il “dare la precedenza”…», «Hey, figlio di…», parte seconda, forse risentito nel sentirsi dare dell’“egregio” – cosa che evidentemente non gli capita tutti i giorni – «Scendi, te la faccio vedere io la precedenza!». A quel punto, più che intimorito, facendo appello al buon senso, il conducente del mezzo pubblico fa scorrere il finestrino alla sua sinistra come a chiudere la comunicazione e ripartire. Mossa saggia, che però offre il fianco all’automobilista ormai gasato perché ora gode di una platea di una decina di concittadini e pare non aspettasse altro. «Cosa chiudi il finestrino, figlio…!», parte terza.

Storie di tutti i giorni. Non ci meravigliano le proteste di autisti Amat e i comunicati dei sindacati a difesa dei dipendenti pubblici. L’autista sentendosi apostrofato senza motivo umanamente avrebbe potuto anche reagire. Aveva sia il fisico, tanto più le ragioni. Ma, avrà pensato: meglio non trascendere.

amat-wpp1627280948146MEGLIO SOPRASSEDERE

A quale titolo, poi. Complicarsi una giornata, candidarsi ad ennesima vittima dell’ennesimo aggressore? Meglio non pensarci e fare appello al buon senso. Soprattutto dopo gli ulteriori inviti rivolti al personale Amat dalla dirigenza della municipalizzata (nonché dagli stessi colleghi e sindacalisti): «Evitate, sorvolate, se possibile, purtroppo certa gente non riesci ad educarla, il rispetto per questi non esiste».

E così, senza essere sollecitati da dirigenti o sindacalisti, avendo assistito all’episodio, un altro tentativo di aggressione abbiamo provato a raccontarvelo noi. Non ci piace sindacare, dare opinioni, ma ci è sembrato di assistere ad uno di quei western b-movie che trasmettono in tv al pomeriggio. La trama il più delle volte: un pistolero spaccone e uno sceriffo saggio che evita lo scontro, nonostante le offese continue. Il tutto fino a quando il tutore della legge non ne avrà le tasche piene e i clienti del saloon non si scaglieranno insieme contro l’arrogante di turno. Ma questo accade solo nei film, per fortuna. Mentre in città dilaga la tensione. Gli autisti sono sempre nel mirino di gente senza scrupoli e pronta alla lite tanto al chilo, e la gente per bene, chi lavora, è costantemente soggetta a questi personaggi. Fine della puntata. Alla prossima.

«Ma a Taranto…»

Enrico Montesano espulso da “Ballando con le stelle”, cita la nostra città

«La stessa Rai sta realizzando un film sulle eroiche gesta del comandante della “X Mas”, Salvatore Todaro», dice l’attore. «Mentre io sono fuori dal programma per avere indossato una maglietta che rievocava quel Corpo militare attivo durante la seconda guerra mondiale». Per ora la tv nazionale non accoglie le argomentazioni del popolare attore romano. Intanto, in città, Pierfrancesco Favino interpreta l’eroico ufficiale che salvò la vita a ventisei nemici ormai alla deriva

Enrico-Montesano-Alessandra-TripoliStop alla partecipazione di Enrico Montesano a Ballando con le stelle: la Rai, un mese fa definisce «inaccettabile» quanto accaduto durante le prove di “Ballando con le stelle”, programma targato Raiuno. Motivo del provvedimento: l’attore ha indossato una maglietta con i simboli della Decima Mas. Subito le scuse da parte della Rai «a tutti i telespettatori». Nonostante ci sia chi dice che il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, appena insediatosi a Palazzo Chigi e a guida di una coalizione di centrodestra, sorvolerà sulla leggerezza del popolare attore romano.

«Quanto accaduto – riportava la nota di Viale Mazzini – è inaccettabile: riteniamo inammissibile che un concorrente di un programma televisivo del Servizio pubblico indossi una maglietta con un motto e un simbolo che rievocano una delle pagine più buie della nostra storia. Chiediamo scusa a tutti i telespettatori e, in particolare, a coloro che hanno pagato e sofferto in prima persona a causa del nazifascismo a cui proprio quella simbologia fa riferimento. È decisione, dunque, della Rai interrompere la partecipazione di Enrico Montesano alla trasmissione del sabato sera “Ballando con le stelle”».

«RAI, RIPENSACI!»

La posizione di Montesano, che si difende. «Sono profondamente dispiaciuto e amareggiato per quanto accaduto durante le prove del programma; sono un collezionista di maglie: ho quella di Mao, dell’Urss, ma non per questo ne condivido il pensiero; non c’era in me nessuna intenzione di promuovere messaggi politici o apologia di fascismo da cui sono profondamente distante. Sono sempre stato un uomo libero e democratico. Credo nei valori della Costituzione e mi scuso profondamente con chi si è sentito offeso e turbato. È stata un’ingenuità. Io col nazifascismo e tutti i totalitarismi non c’entro nulla e li disprezzo profondamente. Chiedo ancora scusa».

Non è stata sufficiente secondo i piani alti della Rai la marcia indietro di Montesano. Resta “tra color che son sospesi”, come dice Virgilio a Dante nella Divina commedia.

Ma in questi giorni, lo stesso popolare attore è tornato sull’argomento. Il pretesto è lo sceneggiato “Comandante”, protagonista Pierfrancesco Favino, che Raiuno sta girando a Taranto: «…la stessa Rai sta realizzando un film – ha dichiarato Montesano – sulle eroiche gesta del comandante della X Mas, Salvatore Todaro».

Questo uno dei passaggi a proposito della richiesta di riammissione al programma televisivo. Non si dà per vinto su quella che avrebbe ritenuto più che una leggerezza, addirittura una distrazione. «Chiedo formalmente alla Rai di tornare sui suoi passi e reintegrarmi nel programma, per darmi la possibilità di spiegare ai telespettatori e all’opinione pubblica la mia posizione, altrimenti riuscirebbe difficile non credere ad un accanimento ad personam. Sono un uomo libero, di pace e di dialogo come la mia storia personale ed artistica dimostra».

Arsenale_di_TarantoPROGETTO IMPORTANTISSIMO

Lo sceneggiato di Raiuno è un progetto di altissimo livello: un sommergibile lungo settantatré metri ormeggiato all’interno dell’Arsenale della Marina militare dove è stato allestito il set televisivo. Il sommergibile in questione è il “Cappellini”, alla guida del quale il comandante Salvatore Todaro compì un’impresa eroica. Todaro, infatti, rimorchiò la scialuppa su cui avevano trovato riparo i naufraghi nemici. Dopo un giorno di navigazione Todaro prese a bordo i ventisei marinai del mercantile “Kabalo” accompagnandoli nel porto più vicino.

Quando a qualcuno venne in mente di fargli notare che un comandante tedesco in tempi di guerra non sarebbe mai sceso a patti, assumendo una posizione più severa con i nemici piuttosto che salvargli la vita, il comandante non esitò un solo istante a dare una risposta rimasta negli annali della storia: «Gli altri non hanno, come me, duemila anni di civiltà sulle spalle». Questa una frase riecheggiata, in qualche modo, nella vicenda-Montesano, che al momento a poco è servita per riammettere l’attore-concorrente-ballerino negli studi di “Balliamo con le stelle”. A orecchio, la storia non è ancora all’ultimo capitolo. Ne sentiremo ancora delle belle.

«Ricchi e insensibili!»

Emirati Arabi, schiaffo alla povertà

Centosessantunomila euro per quattordici invitati. Più di diecimila euro a testa. Padroni di spendere quello che vogliono, ma forse non di mostrare il proprio status economico mentre c’è gente che non mangia tutti i giorni. Ma ristoratore e commensali si difendono, mentre i follower sui social attaccano senza mezzi termini. «Non solo è un ristorante costoso, è inavvicinabile per il 99,999% della popolazione: Salt Bae, sei stato davvero insensibile a pubblicarlo»

pexels-photo-259249Sia chiaro, chiunque è padrone di spendere, avendone le possibilità economiche, qualsiasi cifra. Si sa, che al mondo ci sono ricchi, non molti, e poveri, la maggior parte. Ma tante volte ai primi, cioè ai ricchi, non guasterebbe un po’ di rispetto per chi non può godere di cene e vini costosissimi, fino a superare un conto di 161mila euro per sole quattordici persone: una media di oltre diecimila euro a testa.

Tutto accade l’altro giorno, come hanno riportato Corriere della sera e Fanpage, quando ristoratore turco, Salt Bae, pubblica su uno dei social del suo locale dalle mille e una notte lo scontrino di una cena di quattordici persone al “Nusr-Et Steakhouse”. Non appena posta lo scontrino, subito la levata di scudo di clienti e fan del locale che non gradiscono il gesto, considerato fuori luogo. Insomma, con tutta la stima e tutto il bene che possano riconoscere e volere a uno dei ristoratori più facoltosi al mondo, non era il caso di fare tutto quel can-can mediatico: c’è gente che soffre, gente che non può mangiare nemmeno una sola volta al giorno, e il ristoratore presenta sui suoi social un conto di 161mila euro per quattordici commensali.

«LA QUALITA’, MAI COSTOSA»

Il cattivo gusto, segnalato dai più, è stato superato quando il ristoratore non soddisfatto della visibilità già ricevuta da quella cena pagata a peso d’oro, ha aggiunto un commento, anche questo a nostro avviso da risparmiarsi: sotto la foto dello scontrino, il commento: «la qualità non è mai costosa».

Il Corriere della sera, con la solita perizia giornalistica, fa un’attenta disamina. Durante la cena i signori seduti al tavolo dei “centosedicimila euro”, hanno consumato: cinque bottiglie di vino rosso Petrus (85.404euro), due di Petrus 2009 Louis XIII (52.562euro) e una di Chateau Margaux (4.072euro), per proseguire con bevande “povere” come una birra Heineken (14euro), un Negroni (19,55euro) e quattro cocktail Virgin mojito (47euro). Ciò detto, il Corsera, nella sua generosa analisi, contesta come eccessivi i 106euro per nove bottiglie di acqua naturale e i 72euro per le sei di acqua frizzante.

Esagerata è sembrata anche la spesa per i singoli piatti: i facoltosi clienti dei quali non è dato sapere l’identità, hanno ordinato due Istanbul steaks ricoperte di foglia d’oro (2.370euro), due Ottoman steaks (1.444euro), due filetti di manzo (1.181euro) e altre 11 bistecche di manzo (1.025euro), proseguendo con cinque porzioni di carpaccio di manzo (314euro), un antipasto di carne cruda affettata sottilissima (295euro), quattro porzioni di patatine fritte (47 euro) e 15 baklava ricoperti d’oro (1.538euro). L’oro, rappresentato con foglie sottili o sottoforma di “condimento”, è una specialità della casa. Giustifica il prezzo delle portate.

Poco meno di trentamila i commenti inoltrati a Sal Bae. «È un conto totalmente folle: sono circa 98 milioni le persone al di sotto della soglia di povertà, qual è lo scopo dietro la pubblicazione di queste cose? Smetterò di seguirti e spero che tutti facciano la stessa cosa: vergognati!», scrivono follower arrabbiatissimi. Qualcuno, davvero contrariato, va giù ancora più duro: «È pura follia: non si tratta nemmeno di buon cibo, questo è solo un prezzo da criminali. Ego allo stato puro!». Questi i primi commenti, tanto per gradire.

pexels-photo-11202308«VERGOGNA!»

Considerando i tempi che attraversiamo, uno fra i tanti commenti è stato decisamente più incisivo: «Non solo è un ristorante costoso, è inavvicinabile per il 99,999% della popolazione: Salt Bae, sei stato davvero insensibile a pubblicarlo».

Sulle pagine di Fanpage, invece, viene a galla il motivo di quella cena così costosa. L’addio alle corse da parte dei piloti di Formula 1 e dei loro più stretti amici, il giorno dell’ultimo Gran Premio svoltosi proprio ad Abu Dhabi, a Sebastian Vettel, leggenda dell’automobilismo. «Quello scontrino pubblicato – riporta Fanpage – è solo spazzatura! Siamo persone normali, non abbiamo ordinato caviale o mangiato con il cucchiaio d’oro: avevamo un menù fisso, alcuni di noi hanno una dieta che richiede particolari accorgimenti, come ovviamente Luis Hamilton, che è vegano».

Tutto è bene quel che finisce bene. Ma tante volte, la foga e il momento concitato al quale si vuole dare giustificazione, fa compiere passi e offese inutili. Non era, infatti, in discussione quello che un pilota di Formula 1 o un altro riccone di passaggio dagli Emirati Arabi, spendesse quanto gli pare per un pranzo o una cena, bensì il buon gusto della discrezione. Ordinare, consumare, chiedere il conto e stop, senza ostentare la propria posizione economica. I nostri vecchi saggi dicevano che quando si mangia, non si parla. Un motivo doveva pur esserci se facevano passare questo insegnamento.