«Dov’è la libertà?»

Naufragio in Grecia, si parla di seicento morti

Fra le vittime ci sarebbero anche un centinaio di ragazzini rimasti chiusi in una stiva insieme a molte donne. Aperta un’inchiesta dalle autorità greche. I superstiti dicono di essere stati minacciati da chi li trasportava con un machete. Espulso un deputato greco: «Basta con i migranti, ci derubano!»

 

Una sciagura di proporzioni ciclopiche. Si dice che nel giro di poche ore almeno seicento vite siano state spazzate in un violento nubifragio nel mar Egeo, al largo della Grecia. Inesorabili trascorrono le ore e il mare a fatica restituisce altri corpi dopo il primo centinaio ripescato mercoledì scorso, subito dopo questa tragedia di proporzioni immane. Senza contare che fra le vittime c’erano anche un centinaio di bambini. Creature che non conosceranno mai cosa significhi “speranza”. A loro, i più grandi, non avevano parlato di speranza. I bambini nemmeno ci pensavano. Chi li ha aiutati a imbarcarsi, come i loro genitori, i loro parenti, aveva spiegato loro che andavano incontro alla libertà e, se il Cielo avesse voluto, finalmente a stare meglio.

Non è andata così, purtroppo. Il naufragio di Pylos, nel sud del Peloponneso, entra tristemente nella storia come una delle peggiori tragedie di migranti nel Mediterraneo. Un bilancio, in vite umane, che rischia di contare – si diceva – fino a seicento morti, parecchi dei quali non verranno mai ritrovati.

E i bambini, quelle anime innocenti, più innocenti di quanti volevano assicurare loro un futuro meno duro, pare fossero un centinaio, rinchiusi nella stiva, come hanno raccontato fra lacrime e terrore i superstiti a quanti li hanno soccorsi, come medici e volontari. Stando alle prime testimonianze raccolte, nel momento in cui è accaduto l’irreparabile molte donne e bambini stavano dormendo.

 

 

PRIME TESTIMONIANZE

Secondo testimonianze, il peschereccio “Adriana” era partito vuoto dall’Egitto, per fare scalo nel porto libico di Tobruk e caricare una moltitudine di migranti per poi proseguire, con il carico a bordo, il viaggio verso il nostro Paese.

Fra le immagini riprese da una nave maltese si vede l’imbarcazione strapiena di gente ferma. Insomma, pare non fosse in navigazione a quell’ora. Secondo una prima ricostruzione, la nave si sarebbe trovata nella cosiddetta situazione di distress, vale a dire di difficoltà, che avrebbe dovuto portare all’intervento dei soccorsi. Un portavoce della Guardia costiera, inoltre, aveva negato l’esistenza di immagini precedenti alla tragedia (cosa successivamente smentita).

Dopo oltre tre giorni dalla sciagura, proseguono le ricerche in acque internazionali. Lo scopo è quello di rintracciare eventuali superstiti che viaggiavano a bordo del peschereccio pieno di migranti e proveniente dalla Libia. In totale, a bordo, c’erano settecentocinquanta persone.

In questi giorni abbiamo seguito il susseguirsi di notizie, grazie all’impegno costante dell’inviato di RaiNews24. Parla di tragedie nelle tragedie il giornalista Riccardo Cavaliere. «Da tre giorni – spiega al cronista un ragazzo siriano – erano senza cibo e acqua, in sette erano già morti di fame prima che la barca si rovesciasse». Non è finita, secondo diverse testimonianze «gli scafisti minacciavano le persone con dei machete»: autentici criminali.

 

 

GOVERNO DI ATENE

Stando a una portavoce del governo di Atene, tutta da verificare, pare che per espresso volere delle persone a bordo venivano rifiutati i soccorsi: «No help, go Italy», pare ripetessero. Atene, inoltre, insiste: «l’approccio della Guardia Costiera non può essere collegato all’affondamento del peschereccio in termini di tempo».

Intanto, scrive l’agenzia Ansa, la magistratura di Atene ha aperto un’inchiesta. Stando alla ricostruzione dei greci, l’aereo di Frontex sarebbe stato il primo ad avvistare il peschereccio, martedì, poco dopo le nove e mezzo del mattino, avvertendo i vicini centri di coordinamento, tra i quali anche quello italiano: la nave, in quel momento, è nella zona Sar di competenza greca, ed è proprio da lì che vengono mandati due mercantili come primo soccorso.

Come spesso accade in tragedie come questa, le responsabilità, gravissime, passano da un possibile colpevole all’altro. La Guardia Costiera conferma che circa tre ore prima che la nave dei migranti andasse a fondo «una nostra motovedetta si è avvicinata e ha calato una piccola corda per accertarsi delle condizioni». «Un’operazione – viene spiegato – durata alcuni minuti interrotta dopo che la piccola imbarcazione è stata slegata dagli stessi migranti». Le autorità greche avrebbero continuato a monitorare la situazione a distanza, anche se i migranti avevano «rifiutato – sempre stando a fonti greche – qualsiasi assistenza dichiarando di voler proseguire il viaggio verso le coste italiane».  

 

 

IL SOCCORSO: UN DIRITTO

Un mancato intervento inaccettabile. Il dovere di soccorrere le persone in pericolo in mare è un diritto fondamentale per chiunque, indipendentemente dalla nazionalità, dallo status o dalle circostanze in cui si trovano, anche su navi non idonee alla navigazione, così come dalle intenzioni di coloro che si trovano a bordo, hanno fatto sapere in una nota congiunta.

Intanto, considerando che non c’è mai limite al buon gusto, l’agenzia Ansa fa sapere che un deputato greco di destra è stato espulso per commenti razzisti. Il parlamentare greco, come informa la stessa agenzia, è stato espulso dal partito dell’ex primo ministro Kyriakos Mitsotakis, per commenti razzisti dopo il naufragio. Spilios Kriketos, un parlamentare del partito Nuova Democrazia (Nd) di Mitsotakis, aveva affermato giovedì scorso che la Grecia «non può tollerare più migranti», arrivando ad accusare i migranti di furto. Ogni commento risulta superfluo.

«Le canzoni ti cambiano la vita»

Neri Marcoré, attore-cantante in tour, si confessa

«Fondamentali Riccardo Del Turco, i Bee Gees e Simon & Garfunkel», dice. «Canterei ore intere, ma eviterei i social sui quali ancora rifletto. Canto De André e De Gregori, Celentano e Morandi, ma mi tratto bene con Dalla, Fossati, Graziani, Fabi e tutta una serie di amici»

 

«“Luglio” di Del Turco a tre anni, “Too much heaven” dei Bee Gees a dodici, “Mrs. Robinson” di Simon e Garfunkel a diciotto”». Tre titoli fondamentali nella formazione musicale di Neri Marcoré, l’attore-cantante in tour e che ha tenuto un concerto nell’Oasi dei Battendieri, masseria alle porte di Taranto, in occasione del “MAP Festival”.

Sembrava uno scherzo, quando Marcoré dopo l’ultimo brano in scaletta, aveva fatto una battuta spiegando che «la notte è ancora lunga».

Canta ancora tanto, per due ore e un quarto. «E di canzoni – credetemi – io e Domenico Mariorenzi avremmo potuto cantarne ancora tante, solo che – si dice – s’era fatta ‘na certa, allora abbiamo raccolto gli attrezzi del mestiere e salutato».

E non finisce lì, a ridosso della mezzanotte. A fine concerto sono in tanti a reclamare un selfie. Marcoré conosce perfettamente la modalità, non fa una grinza. Resta sul palco, si piega sulle ginocchia, accosciato come un calciatore per la foto ufficiale. Concede gli ultimi sorrisi della serata a macchine fotografiche e a videocamere ultima generazione. Scattano i clic, a decine come lo era stato per le richieste e lo scambio di battute fra artista e pubblico. Due accordi e «Vediamo se indovinate che la canta…». «Senza l’ausilio del telefonino, però, non vorrete mica fare i fenomeni con l’i-phone…».

 

Foto Aurelio Castellaneta

DUE ORE (E PIU’) DI CANZONI

Nelle due ore e passa, Marcoré canta De André, Fossati, De Gregori. Perfino Celentano e Morandi, mescolando insieme fra loro “C’era un ragazzo…” e “Il ragazzo della Gluck”. Qualcuno gli chiede Baglioni, lui invece accenna, imita Ligabue, e intona “Piccola stella senza cielo”.

Il mio concerto, non è «“uno spettacolo di arte varia”, come direbbe Paolo Conte, ma di musica di vari autori». Spazio fra la musica italiana, per la maggior parte, e stranieri del calibro Simon & Garfunkel e James Taylor: «Roba buona, diciamolo, eseguita in duo, dal sottoscritto e Domenico Mariorenzi, un’amicizia, la nostra, che risale  dai tempi del servizio militare. Poi ci siamo casualmente combinati sulle note e da dieci anni circa imperversiamo in giro per l’Italia, in duo o con la band a fare spettacoli e concerti».

La selezione delle canzoni, piacevole e dolorosa. «Bella domanda, il dolore è il non poter fare un concerto di quattro ore: ogni sera cerchiamo di cambiare la scaletta e c’è sempre qualche pezzo che inevitabilmente resta fuori. E’ tanto l’amore per la musica e per certe canzoni che, talvolta, tenerne fuori qualcuna provoca un certo dolore.

Poi la sequenza, il più delle volte, la decide il contesto: qui ci troviamo in una masseria, bellissima, accogliente, un pubblico di qualità mi dicono, pertanto prevediamo un rapporto molto bello, intimo: potrebbe esserci più spazio per brani più sussurrati».

 

Foto Aurelio Castellaneta

TRE TITOLI, UNA SVOLTA

Tre canzoni della sua vita. «Faccio presto a ricordarli. Avevo tre anni, cantavo e ricantavo, come una litania, “Luglio” di Riccardo Del Turco, che tanto piaceva a mia madre; poi, dodici anni, “Too muche heaven” dei Bee Gees, grazie alla quale ho messo per la prima volta piedi su un palco: mi aveva ascoltato Giancarlo Guardabassi, cantante, autore, conduttore radiofonico, che di fatto mi ha iniziato a questa attività molti anni dopo diventata una professione; infine, “Mrs. Robinson”, ripresa da un disco, il “live” che celebra il Concerto di Central Park di Simon & Garfunkel, disco che ho consumato mentre a diciotto anni mi preparavo per gli esami di maturità: ascoltavo la musica in cuffia e avevo imparato tutte quelle canzoni a memoria».

Tanto De Andrè e non solo. «Ma il grande Fabrizio è in buona compagnia: assieme a lui metterei De Gregori, Gaber e Fossati. Questo è il poker che ho in mente, poi Gianmaria Testa e tanti altri: Capossela, Fabi, Silvestri, Barbarossa, tutti amici».

 

Foto Aurelio Castellaneta

«NON SONO…ASOCIAL»

Per concludere. Marcoré, lei sembra uno che non si prende troppo sul serio. Questa, almeno, è la sensazione che si ricava vedendola nei concerti. «L’impressione è quella giusta, solo che è un momento in cui circolano il politicamente corretto e una permalosità che si taglia col coltello: atteggiamenti che sono il contrario dell’ironia e del prendersi sul serio: non nascondo che questo, un po’, mi infastidisce. Bisognerebbe essere più elastici, disponibili verso anche chi non la pensa strettamente come te. In generale, esiste poca tendenza all’ascolto: si parla solo per avere ragione, mai per essere disponibili a sentire chi ci sta davanti, anche per allargare i propri orizzonti».

Social, croce e delizia. Li frequenta poco. «Non sono di quelli che appena pensa una cosa si precipita a scriverla. Non demonizzo i social, per me non hanno niente di brutto o di buono: sono semplicemente contenitori che, come la tv, possono contenere programmi eccellenti o scadenti. Dipende sempre dall’uso che se ne fa: quando nella mente avrò chiarito questo aspetto, forse, deciderò…».

Addio a Silvio Berlusconi

Morto all’età di 86 anni

Quattro volte premier, fondatore di Fininvest e Mediaset, ex presidente del Milan e ideatore di Forza Italia, è scomparso lunedì mattina. Trent’anni di attività, le battaglie politiche, le vittorie nell’informazione e nel calcio. 

 

“Caro Presidente, le chiedo scusa: non trovo le parole”. E’ il messaggio diffuso su Twitter da un addolorato Alberto Zangrillo, primario del San Raffaele, medico personale dell’ex premier, che lo stava curando insieme all’ematologo Fabio Ciceri.

Addio a Silvio Berlusconi. La notizia viene subito diffusa dall’agenzia giornalistica Ansa. Per lui i funerali di Stato mercoledì 14 giugno nel Duomo di Milano, la sua città. Quattro volte presidente del Consiglio, fondatore di Fininvest e Mediaset, ex presidente del Milan, e ideatore di Forza Italia, Silvio Berlusconi è morto lunedì 12 giugno dopo l’improvviso aggravarsi delle sue condizioni di salute che lo avevano costretto ad un nuovo ricovero all’ospedale San Raffaele. Aveva ottantasei anni. Combatteva da tempo contro una forma di leucemia cronica che gli è stata fatale.

Berlusconi lascia in eredità a questo Paese, oltre ad un grande vuoto, affettivo e imprenditoriale, molti temi sui quali tanti italiani si sono confrontati in tutti questi anni. Già lunedì si parlava di un’Italia diversa, se non ci fosse stato il quattro volte presidente del Consiglio, a dividere ed unire la politica. Una sinistra che se ne esce con le ossa rotte, in particolare all’interno del partito di maggior riferimento e che poco, confermano i politologi, ha saputo opporre in tutti questi anni perdendo per strada pezzi importanti.

 

Foto profilo facebook

QUELLA DESTRA MODERATA

Nel contempo, Berlusconi è riuscito a fondare un partito moderatamente di Destra, nel quale si riconosceva anche un’anima popolare del Paese, e a far convivere con inviti talvolta perentori, Lega e Alleanza nazionale, poi superata dalla brillante opera messa a punto dall’attuale premier, Giorgia Meloni. Risultato, Destra batte sinistra 2-0. Se non è un capolavoro politico del Signor B, allora di chi è?

Ma veniamo alla cronaca. Quella che di fatto da lunedì ha modificato i palinsesti di tutte le tv e tutti i tg, da Rai a Mediaset, da La7 a Sky. Per non parlare della stampa, fisiologicamente lenta rispetto a siti e social, che ha potuto preparare nell’arco dell’intera giornata titoli (e i servizi) a tutta pagina di martedì 13 giugno.

Leggiamone alcuni: L’Italia senza Berlusconi (Corriere della sera), Il primo populista (Repubblica), Ciao Cavaliere (Stampa), Una storia italiana (Domani e Secolo XIX), L’era di Silvio (Mattino), Ora che destra sarà? (Unità), Come te non c’è nessuno (Riformista), Addio Silvio (Tempo), Ha vinto lui (La Verità), L’ultimo cavaliere (Giornale), Morto Silvio non se ne farà un altro (Libero); e, ancora, i quotidiani pugliesi: Senza Silvio (Gazzetta del Mezzogiorno), Berlusconi, il suo ultimo messaggio: “Il Sud priorità per l’Italia” (Quotidiano), Quel giorno di Silvio a Taranto (Buonasera Taranto), Addio a Silvio Berlusconi: ha cambiato anche il Sud (L’Edicola del Sud).

Molti ricorderanno che, dall’ospedale, Berlusconi era stato dimesso lo scorso 19 maggio. Era stato ricoverato per 45 giorni, per curare polmonite e problemi renali provocati dalle insistenti cure affrontate per combattere per la leucemia. Rientrato in ospedale il 9 giugno, nulla lasciava presagire quanto sarebbe accaduto durante la notte fra domenica e lunedì, fino al doloroso epilogo di lunedì intorno alle 9.30.

 

Foto profilo facebook

NONOSTANTE PROBLEMI…

Nonostante le sue condizioni di salute, l’indiscusso leader di Forza Italia, stava lavorando alla riorganizzazione del partito in vista delle prossime elezioni europee (un suo video era stato proiettato durante la convention di Forza Italia). Quando le sue condizioni sono andate peggiorando, la sua famiglia è stata convocata con urgenza. Mentre Marta Fascina era al suo fianco, hanno raggiunto l’ospedale il fratello Paolo e i figli Marina, Pier Silvio, Barbara ed Eleonora (Luigi invece era fuori Milano).

Fra figure istituzionali e politiche, i primi ad arrivare al San Raffaele sono stati il ministro della Pubblica Amministrazione Paolo Zangrillo e Angelino Alfano (per lungo accanto a Berlusconi).

In occasione dei funerali di Stato di Silvio Berlusconi che si terranno in Duomo a Milano, saranno allestiti maxischermi in piazza per assistere alle esequie dell’ex premier. La produzione della diretta televisiva verrà realizzata da Mediaset.

 

Foto profilo facebook

DAI LEADER AL PAPA

La notizia della scomparsa di Berlusconi ha fatto il giro del mondo. Attestati di stima sono giunti da chiunque, da amici come da alleati, ma anche avversari. Romano Prodi, storico rivale che nella giornata di martedì ha perso improvvisamente la moglie, ha riconosciuto la sua grande influenza per il Paese, Elly Schlein (PD) Giuseppe Conte (Cinquestelle). “Per tanti anni è stato come un fratello” (Umberto Bossi, Ignazio La Russa). “Era un combattente che ha insegnato all’Italia a non darsi per vinta”, ha dichiarato Giorgia Meloni. “Ora senza di lui sarà più difficile, lui metteva tutti d’accordo” (Matteo Salvini).

Vladimir Putin, ha voluto ricordare “un vero amico”, la presidente della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen: “Ha plasmato il suo amato Paese”, mentre il Papa ne ha sottolineato la “tempra energica”. Fino ai funerali, la salma di Silvio Berlusconi resterà a villa San Martino ad Arcore. Per motivi di ordine pubblico l’ingresso è stato strettamente riservato ai familiari più stretti. 

«Rai, niente più gay!»

Claudio Lippi, uscita infelice e contratto congelato con la tv di Stato

«Vuoi vedere che gli emarginati siamo noi?», dichiara il popolare presentatore. Affida il suo sfogo alla destra, vincitrice alle ultime Politiche. Spera di poter rientrare nel giro per un’ultima chance e, nel frattempo, se la prende con Fabio Fazio, la Littizzetto e la Annunziata. Fui contattato da Meloni e Salvini…»

 

«Basta con i gay in Rai!». Claudio Lippi, settantotto anni compiuti lo scorso 3 giugno, un tempo cantante, poi rilanciato da Maurizio Costanzo, fra il suo show serale e spettacoli leggeri per famiglie come “Buona domenica”, confessa con toni forti tutto il suo disappunto.

Costanzo aveva fiuto per il trash. Quando il pubblico reclamava, senza porre tempo in mezzo, il presentatore coi baffi si inventava le mezze stagioni, quei passaggi transitori (transumanza, la chiamava lui…) che la tv, ma in buona sostanza la comunicazione, registrava intercettando i desideri del pubblico sempre più popolare e, diciamola tutta, senza più freni.

Così, in quei programmi, c’era di tutto, dall’attore comico che indossava il costume da canguro, incurante di compromettere vent’anni di onorata carriera, alla valletta tuttetette che agitava i fianchi e i piani alti perché interessasse una sorta di moderna mossa, il pubblico maschile.

Lippi si era ritagliato un posticino in quel teatrino degli eccessi che Costanzo addomesticava a comando. Lippi era diventato popolare, piaceva al pubblico. Al cantante-attore-presentatore, arrivano alla rinfusa, “Il pranzo è servito”, “Giochi senza frontiere”, “Domenica in”, “Mai dire gol”, probabilmente il suo programma migliore con la sapiente regia della Gialappa’s Band.

 

 

DOPO COSTANZO…

Da allora, poca roba, se non appelli, perché autori e programmatori si accorgessero di lui. Fa, infatti, parlare di sé quando sulla stampa, ma anche in quelle trasmissioni in cui saltuariamente è ospite oppure opinionista: ricorda un po’ quell’appello cantato alla Toto Cutugno, qualcosa di simile a “Lasciatemi cantare!”.

Solo nelle scorse settimane, il presentatore, ospite del programma “Da noi a ruota libera”, aveva offeso un ragazzo del pubblico, dando a questo del “primate”. «È italiano?», aveva chiesto rivolgendosi al ragazzo con una capigliatura esagerata, pensando di fare una battuta brillante. «Ah, è per metà brasiliano – aveva proseguito, non soddisfatto del risultato del primo affondo, scivolando nell’insulto razzista – ecco perché; diciamo che sta sempre dal lato umano, cioè è un essere umano: non è un primate».

Tutto questo fino a quando in questi giorni, non esplode, con una deflagrazione assordante la polemica lippiana: «Basta con i gay in tv!». In realtà, Lippi non vorrebbe annientarli, beninteso, ma compie quella battuta con la leggerezza di un elefante in una cristalleria: lasciassero spazio anche agli “etero”, è l’obiettivo di quella sua uscita. Finisce, in buona sostanza, la lamentela di Lippi: «Vuoi vedere che gli emarginati siamo noi?». Affida il suo sfogo alla destra, vincitrice alle ultime Politiche, spera di poter rientrare nel giro per un’ultima chance. Se la prende anche con Fabio Fazio, ma lo sfogo che fa notizia è contro i gay. Ne scrivono tutte le agenzie, i giornali riprendono sue frasi, i suoi appelli che evidentemente non trovano il favore del grande pubblico che potrebbe rispettare certe idee, sicuramente non i toni.

 

Foto profilo facebook

«BASTA CON FAZIO E ANNUNZIATA!»

«Basta con la propaganda dei Fazio e delle Annunziata, con la ‘kultura’ con la k!». «È ora che la Rai entri nelle case degli italiani dicendo “buonasera”, col sorriso», prosegue Lippi in una intervista rilasciata all’agenzia Dire. Secondo Lippi, «Stefano Coletta, il direttore, cambiato ai vertici, ha fatto lavorare gay e gaie; tanti e tante che non avevano alcuna competenza: la Rai usata per fare coming out. Anche noi etero dovremmo fare coming out, o no?».

Lippi, in una intervista, ripresa anche dal quotidiano “Il Fatto”, si era scagliato anche contro Fazio, la Littizzetto e Lucia Annunziata.  Ma questa è un’altra storia. Tornando alle esplosioni di Lippi, ora pare che la Rai abbia congelato il contratto che il settantottenne presentatore stava per firmare. Non sarebbe piaciuto il polverone provocato dalle sue dichiarazioni. A chi gli chiedeva di due programmi ai quali avrebbe dovuto partecipare, Lippi risponde scaltro. «Finché non firmo il contratto non ci credo: si parlava di due programmi; uno, in prima serata su Raiuno, “Condominio Italia”. Cause condominiali, quanto tempo, denaro e bile costano. Forse è meglio risolverle con un aperitivo fra condomini, no? Poi “Ieri, oggi”, vecchio programma che parla di tv e propone spezzoni d’archivio».

Il presentatore, per ora, non andrebbe più in Rai. Congelato. Eppure, cinque anni fa: «Salvini e la Meloni mi chiesero informazioni sulla Rai, da chi la tv la conosce. Ho spiegato loro cosa manca: il sorriso. La Rai deve entrare nelle case degli italiani con leggerezza e intelligenza, e non con la propaganda, ma – attenzione – neppure con le ‘isole’, i vip, uomini e donne».

«Mai elemosinare…»

Carlo Pistarino, comico brillante degli Anni 80 e 90, consiglia

«Avrei potuto gestirmi meglio. Non ho un agente, vivo con la pensione da ferrotramviere. Dovevo essere meno altruista e più egoista. Ho bussato a qualche porta, ma mi sono accorto che rischiavo di essere scambiato per un questuante…»

 

«Ho provato a tornare a fare il mio lavoro, quello di comico, di autore: ho chiesto una mano a qualcuno, bussato porte; poi mi sono fermato, ho detto basta: non mi ero accorto che stavo diventando un questuante: sembrava che elemosinassi, quando invece chiedevo solo un’occasione per poter tornare a lavorare»

Carlo Pistarino, genovese, settantatré anni, genovese, volto noto di una tv facile, monologhi “mordi e fuggi”, ma che negli Ottanta e Novanta registrava ascolti esagerati. Il successo, ascesa e caduta hanno un nome, precisamente quello di due programmi dagli alti indici d’ascolto: “Drive in” e “Colorado”.

 

Foto profilo Facebook

FERROTRAMVIERE, POI “DRIVE IN”

«Guidavo bus di linea a Genova – riporta Huffpost Italia che riprende una intervista rilasciata dal comico ligure a Repubblica – con “Drive in” una botta incredibile di popolarità. Ero molto legato a Gaspare e Zuzzurro, poi, arriva Colorado, ma da lì comincia, o meglio, finisce tutto. Fortuna che ho la pensione da ferrotramviere», dice Pistarino. Comico e autore, ‘50, Pistarino è uno dei simboli della tv commerciale.

Una tv che ha avuto un inventore, Silvio Berlusconi. «Veniva spesso negli studi: mai visto suggerire una parola a registi o autori. Nonostante di tv se ne intendesse, un tipo speciale».

Il patron era affascinato dalle belle ragazze. «Le belle ragazze piacciono a tutti: con la sola differenza che io sono felicemente sposato da mezzo secolo; ora che ci penso: anche lui era sposato, però a tratti».

 

Foto profilo Facebook

AVVOLTO DALLA POPOLARITA’

“Drive In” e la popolarità. «La gente mi fermava in continuazione per una fotografia, o un autografo; fortuna che non esistevano ancora i selfie, altrimenti non sarei sopravvissuto. La popolarità che aveva dato Italia 1 a me e ai miei colleghi era un po’ come tsunami, andato a finire in un mondo pieno di privilegi. Ma non ne ho mai approfittato, ho preferito essere sempre me stesso: disponile con tutti, anche a costo di passare per ingenuo. C’erano, invece, colleghi che si lamentavano perché sui giornali non scrivevano abbastanza su di loro…».

Le amicizie nel mondo dello spettacolo. «Molto legato a Gaspare e Zuzzurro. Soprattutto ad Andrea Brambilla, persona elegante e molto colta: un fratello. Gli ho fatto spesso compagnia in ospedale; quando, purtroppo, se ne è andato è stato un dolore fortissimo che porto ancora dentro».

A un certo punto, Pistarino smette. Non lo chiamano più, non scrive più i suoi testi, allegri, spesso pungenti. «L’ultimo programma è stato Colorado. Non ho più un agente. Non nascondo di aver bussato porte, poi mi sono fermato: sarei passato per quello che chiede l’elemosina. Forse, e dico forse, avrei dovuto essere più furbo, più egoista. Oggi mi tengo stratta la pensione da ferrotramviere: con quella da comico non ce l’avrei fatta…».