Migranti: sì ai controlli serrati, no alle speculazioni

“In Commissione Bilancio alla Camera è stata approvata, con un emendamento alla manovra finanziaria, una proposta che obbligherà le cooperative che si occupano dell’accoglienza degli immigrati  a rendicontare come spendono ogni singolo euro”.

Il lancio delle agenzie di stampa è questo. Con gli inevitabili commenti delle forze politiche, alcune delle quali parlano di “un colpo mortale per chi pensava di poter lucrare sulla disperazione”.

Siamo d’accordo.

Così come siamo d’accordo sul contrasto a ogni forma di illegalità, in qualsiasi campo. Chi opera bene, con trasparenza e onestà, non solo non avrà nulla da temere, ma anzi potrà fare sempre meglio per fronteggiare questa vera e propria emergenza. Che va gestita al meglio: con adeguati e periodici controlli sulla qualità dei servizi offerti, senza pregiudizi. Ma anche con una concreta collaborazione tra Istituzioni e cooperative sociali, con uno snellimento delle procedure burocratiche, con un’apertura alla società sempre maggiore per favorire, laddove possibile, una reale integrazione dei migranti durante il loro periodo di permanenza in Italia. Auspicando, naturalmente, che il nostro Paese non venga lasciato solo, soprattutto dell’Unione Europea,  nel gestire questi flussi migratori, destinati inevitabilmente ad aumentare con la bella stagione e le migliorate condizioni meteomarine.

No al buonismo ipocrita, ma anche no all’intolleranza che ignora la reale portata del problema. Sì ai controlli che riguardano la sicurezza nazionale, per evitare ogni forma di pericolosa infiltrazione o mimetizzazione in questi “viaggi della speranza. Diciamo sì invece a un’accoglienza solidale e “ragionevole”, sì al contrasto a ogni forma di speculazione, sì al rispetto della legalità e della dignità di ogni persona. Concetti che ci sembrano scontati , ma che purtroppo diventano spesso eccezioni in un contesto confuso e, diciamolo pure, intriso di ignoranza.

 

Che farà ora Mister Trump?

Cosa resta della visita in Italia del Presidente Trump? Segnali discordanti, rispetto a un personaggio che era stato capace di conquistare la Casa bianca con uno stile aggressivo, un mix di protezionismo e intolleranza, di “ribellione patriottica”, come qualcuno l’ha definita.

Incontrando Papa Francesco pare non abbia insistito più di tanto su questioni (Islam , migranti, muro divisorio col Messico) che lo avevano posto su posizioni lontanissime dal Pontefice. Ha affermato invece “non dimenticherò le sue parole“, regalando al Pastore della Chiesa cattolica un cofanetto di libri contenenti i discorsi di Martin Luther King, immortale mito della lotta alle discriminazioni razziali e per l’affermazione dei diritti civili!

Col Capo dello Stato Mattarella e il Presidente del Consiglio Gentiloni ha avuto parole d’elogio per l’Italia, esaltandone la bellezza e la fedeltà di Paese alleato.

Quindi il vertice del G7 a Taormina. Su migranti e clima Trump non sembra abbia fatto grandi passi indietro, mantenendo anzi gran parte delle sue posizioni intransigenti. Ha concordato invece, con i rappresentanti delle altre potenze mondiali riunitesi in Sicilia, sulla necessità di avere una strategia comune per fronteggiare e sconfiggere il terrorismo. Qualche concessione il Presidente statunitense l’ha mostrata infine sul tema del commercio internazionale.

Che bilancio trarre, dunque? L’impressione che ne ricaviamo è che Donald Trump, pur volendo  preservare la sua immagine di “uomo forte” e decisionista, cerchi di tessere relazioni internazionali più “aperte”. Una disponibilità al dialogo, sia pure parziale, un’apertura diplomatica che serva a superare le perplessità sul suo conto, una ricerca di consenso che possa conferirgli maggiore autorevolezza, anziché relegarlo nel ristretto ambito dell’autoritarismo. E la differenza non è di poco conto.

Abile stratega o uomo in difficoltà ora che ha conquistato il potere?

Il sogno della piccola Buteina: “un computer e una casa, ma sono una bambina fortunata”.

Buteina è nata in Marocco 10 anni fa ma, dopo la morte del padre, si è trasferita all’età di un anno in Libia con la madre che aveva trovato lavoro come domestica presso una famiglia benestante. Adesso è ospite del Cas di Bitonto dove l’ho incontrata per raccogliere la sua storia all’indomani della tragedia, l’ennesima, che si è consumata in mare e che ha fatto strage di bambini migranti.

“In Libia stavamo bene, la famiglia che mi dava lavoro ci voleva bene e la bambina andava a scuola” racconta la mamma. Ma io insisto per parlare con Buteina, voglio conoscere la sua storia raccontata da lei senza filtri perché ho capito subito di avere di fronte una bambina dotata di una straordinaria intelligenza e tanta voglia di dire, raccontare, parlare che traspare dai suoi grandi occhi neri e dal suo sguardo duro e tenero allo stesso tempo.

“Sono arrivata in Italia 6 mesi fa con un barcone ma, dopo due giorni di viaggio, lasciati alla deriva, siamo stati soccorsi da una nave, una dei soccorsi umanitari, e su quella nave siamo rimasti altri 4 giorni prima di raggiungere l’Italia. In mare ho avuto paura, non all’inizio, ma quando ho visto che le persone grandi che erano su quella barca avevano paura di morire”.

E continua “In Italia da quattro mesi vado a scuola. Mi piace andare a scuola anche se nei primi giorni gli altri bambini giocavano con me, ora non vogliono più giocare con me e non lo so perché”. Le chiedo se ne ha parlato con la maestra o con qualcun altro e lei mi risponde di no, che sono la prima persona a cui rivela questa cosa. Il mediatore che mi affianca, Karim, che conosce bene Buteina rimane stupito e conferma che è vero, non ha mai parlato con nessuno di questa cosa e, con lo sguardo rivolto alla mamma sembra chiederle se ne sapesse qualcosa.

“Quando è tornata da scuola oggi e le ho detto che sarebbe venuta una persona per farle delle domande è stata felice e mi ha risposto che finalmente poteva parlare. Io mi aspettavo una reazione diversa, invece…”. E infatti, ho trovato Buteina che mi aspettava seduta alla postazione degli operatori. In attesa che ci raggiungesse karim, ci siamo presentati. Ed è arrivata un’altra sorpresa: Buteina parla in Italiano, certo stentato, ma comprende tutto ciò le dico. E risponde in maniera appropriata dopo solo 6 mesi dal suo arrivo in Italia.

Quando arriva Karim, Buteina era già un fiume in piena e io facevo fatica ad appuntare quale passaggio del suo racconto sul taccuino. “In Libia sparavano tutti i giorni e io tremavo sempre per la paura –racconta- e le bombe iniziavano a cadere a pochi metri dalla casa dove abitavamo. Un giorno sono entrati in casa dei soldati che ci hanno picchiate e ci hanno rubato tutto quello che avevamo e, qualche giorno dopo, una bomba ha distrutto anche la casa”. La mamma, sempre presente, racconta che grazie all’aiuto economico della famiglia presso la quale lavorava e con l’aiuto di qualche amico hanno racimolato la somma necessaria per salire su quel barcone che sembrava, ormai, l’unica via di fuga. Mille euro a testa per essere abbandonati a poche miglia dalla costa libica.

“Non conosco il Marocco che è il Paese dove sono nata, ma studio sempre sui libri il mio Paese e mi faccio raccontare da mia madre e da mia zia sempre la storia del mio Paese. Mio fratello, che ha 23 anni, è arrivato in Italia quindici giorni fa. Anche lui, finalmente, è riuscito a scappare dalla Libia”. Con uno sforzo enorme, chiedo a Buteina se aveva saputo della tragedia avvenuta in mare due giorni prima nella quale hanno perso la vita tanti bambini. “Si –ha risposto- me lo ha detto mamma quando sono tornata da scuola. Non voleva dirmelo, ma lo ha fatto perché lo stesso lo avrei saputo. E la barca che si è girata era uguale a quella sulla quale eravamo noi. Io mi sento davvero una bambina fortunata”. La mamma stringe a se la bambina e racconta che, di fronte a quelle immagini e a quella notizia ha pianto, ha pianto tanto ripensando alla loro storia e a quei bambini.

E ha continuato “Noi siamo mussulmani. Anche l’altro giorno un ragazzo si è fatto esplodere a Manchester e ha ammazzato tanti bambini. Ma questo non c’entra niente con la religione. Uccidere è un peccato, l’Islam non uccide. Noi mussulmani continuiamo a scappare da chi uccide”. Torno a parlare con Buteina per chiederle cosa fa durante il giorno dopo la scuola: “Gioco con le bambole e la favola che mi piace di più è Biancaneve perché è la prima favola che ho ascoltato a scuola da quando sono in Italia. Oggi sono triste perché dovevamo fare una gita per visitare un sito perché stiamo studiando il neolitico ma pioveva e non ci siamo andati più. Io e mia madre non usciamo spesso, stiamo quasi sempre qua in struttura e i miei compagni di classe non li vedo il pomeriggio perché, l’ho detto, non vogliono giocare con me”.

La mamma chiede a Karim di spiegarmi che evita di andare in giro perché Buteina le chiede di comprare cose che non si possono permettere di comprare. Allora, chiedo a Buteina (che ha sentito tutto!) cosa le piacerebbe avere in regalo. La risposta è pronta, quasi si aspettasse quella domanda: “Un computer e una casa. Questo è il mio sogno!”.

Buon 25 aprile

La Resistenza contro il nazifascismo non è mai finita. Perché il nazifascismo non è mai definitivamente morto. Semplicemente ha cambiato forma. I nuovi fascisti cambiano volto e modo di vestire, ma non hanno mai smesso di predicare la loro volontà di limitare le libertà tipiche di una tirannia assolutista.

Oggi, a distanza di qualche decennio, anche la Resistenza ha cambiato forma. I nuovi partigiani hanno cambiato forma e modi di vestire, ma continuano a portare avanti ideali di libertà, autodeterminazione e solidarietà.

Sull’edizione di oggi, Repubblica racconta la storia di Livio Sandini, il 12enne torturato a Bassano del Grappa dai nazifascisti: fu calato a testa in giù in pozzo di 20 metri per rivelare il nascondiglio dei fratelli che si erano uniti ai partigiani. Livio resistette, consapevole a soli 12 anni di poter perdere la vita. Una storia fino a oggi sconosciuta, come sconosciute spesso sono le storie di tanti ragazzi che consapevoli di mettere a serio rischio la propria vita scelgono di lasciare i propri affetti e resistere alle prigionie libiche, ai trafficanti di esseri umani e alla inesorabile potenza del mare. Partono per ricostruire un futuro migliore, come i partigiani. E con loro c’è una brigata di uomini e donne che li accoglie e combatte contro i luoghi comuni e il razzismo strisciante che ancora si annida in questo Paese.

In questi mesi vi abbiamo raccontate tante storie di resistenza, oggi ve le riproponiamo tutte: scegliete la vostra.

Buon 25 aprile!

 

SANGUE E ARENA, MA NON È UN FILM

 

Alle 22,30 di lunedì, a Manchester, un kamikaze si è fatto esplodere in una arena affollatissima di giovani che si erano ritrovati per assistere al concerto della cantante Ariana Grande.

In totale le vittime sono 22. La più piccola aveva solo otto anni. Centinaia sono le persone rimaste ferite.

Un atto terroristico firmato dalla viltà e dalla crudeltà estrema perché chi ha colpito sapeva di colpire fra tante persone per ottenere il maggior danno possibile, ma sapeva anche che si trattava di un raduno di giovanissimi fans della cantante.

E così l’Inghilterra si ritrova a piangere i suoi figli dopo l’attentato del 2005 nel quale trovarono la morte 57 persone e ne furono ferite 700.

A rivendicare l’atto terroristico è stata ancora una volta l’ISIS che pare ormai aver collaudato la strategia dei “lupi solitari” e delle “cellule sparse”, spesso arruolati a posteriori e, ancor più spesso, radicalizzatisi lontano dai loro Paesi di origine o, addirittura di seconda generazione.

Secondo quanto riferito dal TelegraphSalman Abedi è nato a Manchester nel 1994 ed è il terzo di quattro figli di una coppia di rifugiati libici scappati in Gran Bretagna durante il regime di Gheddafi.

L’unica certezza è che alla base di queste azioni finalizzate a fare stragi non c’è la religione.

Vi è, al contrario, un insensato attacco al modello occidentale, prima ricercato poi indicato come il “male” da sconfiggere.

E’ indiscutibile la debolezza delle politiche inclusive dei Paesi europei così come debole è il welfare. Ma tutto questo non giustifica una strage.

Niente può giustificare una strage!

Da qualsiasi parte arrivino violenza e morte non sono giustificabili. In nessun caso! Per nessun motivo!

Il dolore provato per i bambini, le donne, gli uomini morti in ogni parte del mondo, sotto le bombe o attraversando il deserto e il mare non è diverso dal dolore che proviamo per le persone che hanno perso la vita a Manchester per mano di un folle.

Si, folle! Perché solo la mano di un folle può armarsi per spingere il bottone di una strage!

Tutta la comunità di Costruiamo Insieme, multietnica e ricca di scambi fra culture, esprime il suo profondo sentimento di condanna contro l’attentato di Manchester e contro ogni forma di violenza.

Il dialogo ed il confronto restano per noi l’unica arma possibile.