Lavori socialmente utili per ricambiare l’accoglienza

Ricambiare l’accoglienza con lavori socialmente utili. Gratuitamente. Così gli ospiti della cooperativa Costruiamo Insieme hanno scelto di mettersi al servizio della comunità di Modugno che li ha accolti da quasi due anni.

Nell’ambito dell’iniziativa intrapresa per rafforzare i percorsi di inclusione dei migranti attraverso la possibilità di svolgere lavori socialmente utili come previsto dalla nuova normativa nazionale, infatti, si è tenuto nei giorni scorsi un incontro nella sede dei Servizi Sociali della città di Modugno tra l’assessore Rosa Scardigno e una rappresentanza di Costruiamo Insieme.

Nel corso dell’incontro si è palesato l’interesse dell’Amministrazione Comunale a costruire le condizioni per favorire e promuovere percorsi di integrazione apprezzando in particolare la disponibilità manifestata da un nutrito gruppo di ospiti del Centro di Accoglienza Straordinaria di Modugno a voler svolgere gratuitamente lavori di pubblica utilità in favore del territorio che li ospita.

La sinergia posta in essere fra l’Amministrazione Comunale e Costruiamo Insieme, che ha caratterizzato fin dal primo momento le pratiche di accoglienza nel territorio modugnese, resta alla base della comune volontà di costruire opportunità di inclusione attraverso buone pratiche.

Un primo passo che lascia ben sperare.

Campagna elettorale, basta urlare!

La campagna elettorale è terminata, almeno nella sua fase più infuocata. La speranza è che, terminata la fase delle urla, degli insulti e del populismo becero, i giorni che ci separano dal giorno in cui si tornerà a votare per i ballottaggi, si possa tornare a parla di bisogni reali dei cittadini.

Il dato allarmante dell’astensionismo deve far riflettere: la disaffezione alla partecipazione democratica non può essere liquidata semplicisticamente come disinteresse della cosa pubblica. Chi ha scelto di candidarsi dovrebbe avviare una seria riflessione per comprendere se i toni di questa campagna elettorale abbia davvero inviato messaggi capaci di riallacciare i rapporti con il popolo.

Probabilmente la guerra all’avversario e il tentativo di demolire le idee degli avversari ha esasperato il dibattito e impedito a coloro che avrebbero voluto concentrarsi sui programmi e sulle proposte, di scegliere in serenità. Trovare punti in comuni con i programmi elettorali di altri schieramenti non deve essere considerata necessariamente una forma di «inciucio» o di debolezza, ma come la testimonianza di apertura e di accoglienza di idee in grado di favorire concretamente il benessere dei cittadini e lo sviluppo di un territorio. Eppure, ancora una volta, lo spettacolo offerto non è stato dei migliori. I numeri della disoccupazione giovanile, le idee concrete per la crescita, la testimonianza di legalità anche attraverso la selezione dei propri candidati è passata in secondo piano: tutto sacrificato sull’altare dell’agguato all’avversario.

Eppure prendersela esclusivamente con i candidati e con i partiti politici, tuttavia, sarebbe ingeneroso.

Perché è altrettanto vero che in alcuni casi i cittadini si sono comportati come i partner stanchi in  una vecchia storia d’amore: hanno dato per scontato le cose importanti, l’attenzione alle piccole cose, l’impegno per mantenerlo sempre vivo e sorprendente. Rischiando la retorica, il rapporto con la democrazia, il suo significato, la sua storia, dovrebbe essere considerato come una storia d’amore. Un legame che va alimentato quotidianamente attraverso l’informazione, esercitato quando richiesto con il proprio voto che può anche apparire piccolo e insignificante, ma che porta con sé l’appartenenza alla storia di uno Stato. Perché come diceva John Fitzgerald Kennedy «non chiedetevi sempre cosa può fare il vostro paese per voi: ogni tanto chiedetevi anche che cosa potete fare voi per il vostro paese”.

Catturati nella rete

Nelle scorse settimane abbiamo parlato della “Balena Azzurra”, orribile gioco che ha come tappa finale, momento di gloriosa vittoria, il suicidio.

Il gioco utilizza la rete, quella grande autostrada informatica che collega ogni angolo del pianeta e che rappresenta lo strumento concreto della globalizzazione.

Ma, così come la scissione dell’atomo dall’essere una grande scoperta divenne la più terribile arma di sterminio di massa, gli attuali strumenti informatici stanno dimostrando tutto il loro potenziale distruttivo: per sabotare, dirottare, far precipitare un aereo non serve più un gruppo di terroristi che riesce ad imbarcarsi con qualche arma tradizionale. Basta un cracker, l’hacker cattivo capace di entrare dalla sua comoda postazione nel sistema informatico di controllo dell’aereo ed è fatta.

E questo vale per le nuove linee ferroviarie, per le metropolitane o, semplicemente, per mandare in tilt una intera città manomettendo il sistema di gestione dei semafori.

La vulnerabilità di qualsiasi Paese si è fatta ormai palese e gli esempi cominciano a moltiplicarsi: dal presunto crakeraggio delle elezioni negli Stati Uniti al blocco totale degli ospedali e degli aeroporti che ha tenuto, la scorsa settima, l’Inghilterra bloccata per 48 ore, passando attraverso gli innumerevoli attacchi al sistema finanziario mondiale che ha costruito la sua piattaforma strategica proprio sull’utilizzo della rete.

Il web è diventato il nuovo vero campo di battaglia che stravolge le vecchie logiche della guerra e che vede soldati ed eserciti scalzati da super tecnici esperti di informatica.

Volendo fare una fotografia della situazione attuale, il pericolo di una guerra nucleare, seppure sempre presente, sembra essere stato posto in secondo piano.

Lo scenario attuale, oltre al campo di battaglia rappresentato dal web, vede cadere ancora bombe in medioriente e la strategia del terrore posta in essere dall’ISIS in Europa.

E proprio il web è stata l’arma più potente utilizzata dall’ISIS e dai gruppi che praticano la strategia del terrore: attraverso il web si fa propaganda, si reclutano miliziani improvvisati in ogni dove, si rivendicano gli attentati.

Il web è un pericolo che abbiamo in casa ed in tasca attraverso computer e telefonini al quale siamo esposti tutti, soprattutto i giovani, che hanno imparato ad usarlo ma non sono stati educati ad usarlo.

I social network spesso diventano trappole micidiali, strumenti capaci di distruggere una persona stando semplicemente seduti davanti ad un computer senza avere la consapevolezza del danno che si può provocare: basta una foto che fa il giro sul web per ferire mortalmente.

E la vergogna offusca e cancella la capacità di denunciare.

Con un flessibile in mano, anche un ingegnere rischia di tagliarsi un braccio.

Muhammad, vittima della prepotenza dei potenti

Ho scattato dieci fotografie prima di riuscire a ottenere un sorriso da Muhammad, richiedente asilo Pakistano di 48 anni. Ma questo non mi ha sorpreso dopo aver ascoltato la sua storia. La tristezza che traspare dai suoi occhi è penetrante, fa capire immediatamente che hai di fronte un vissuto pesante che stai per raccogliere.

“Non volevo lasciare il mio Paese e, soprattutto, la mia famiglia. Sono stato costretto a farlo” ha iniziato a raccontare senza che gli avessi fatto alcuna domanda.

Lo sguardo è rivolto verso Abbas, suo amico e connazionale al quale ha chiesto di accompagnarlo in questa intervista perché “…anche se il pomeriggio vado a scuola a Modugno ho imparato poco l’italiano e voglio che le cose che dico siano comprensibili”. Abbas, che l’italiano lo mastica ormai bene, ci affianca nel corso di tutta l’intervista.

Partendo dall’inaspettato esordio, chiedo a Muhammad per quale motivo ha abbandonato tutto per giungere in Italia: “A causa di una denuncia nei miei confronti per un problema nato dal fatto che io ero proprietario di un terreno, facevo l’agricoltore e avevo le mie macchine. Un giorno una persona è stata uccisa da un amico che era con me e hanno accusato anche me di omicidio. Avevo paura di essere arrestato e di essere ucciso”. Abbas mi spiega che in Pakistan vige la pena di morte e chi subisce una condanna per omicidio viene punito con la morte.

Chiedo di saperne di più, di capire perché e come fosse rimasto implicato in un caso di omicidio anche perché, avendolo di fronte e guardandolo negli occhi tutto poteva apparire tranne che un assassino.

“Accanto al mio terreno c’era il terreno di un membro dell’Assemblea Provinciale che voleva il mio terreno per costruirci dei negozi. Io gli ho risposto di no e lui mi ha seguito per due o tre volte. Ho parlato con alcune persone perché lo convincessero a non prendersi il mio terreno anche perché io avevo le mie figlie. Un giorno stavo andando con il mio amico Qaiser, che era seduto dietro di me, con la motocicletta: era il 3 giugno 2011 e due amici di chi voleva il mio terreno ci hanno seguiti e hanno sparato alla ruota della moto. Qaiser aveva un fucile, ha sparato e ha ucciso uno di loro. Poi siamo scappati. Per due mesi siamo rimasti nascosti mentre la polizia ci cercava. Ma Qaiser è stato arrestato. A quel punto, tutti mi hanno consigliato di lasciare il Paese, ma non avevo soldi. Ho dovuto contrattare con un trafficante con la promessa che quando li avessi avuti li avrei dati”.

Di qui il calvario di Muhammad: Iran, Turchia, Grecia, Macedonia, Serbia, Ungheria, Austria prima di giungere in Italia dove ha fatto domanda di protezione internazionale.

Muhammad è in contatto telefonico con la moglie ma le notizie non sono buone: lui e il suo amico sono stati condannati a morte e quindi, non vedrà mai più il suo Paese. Le figlie non vanno a scuola perché non hanno soldi. Eppure c’è di più: “mi hanno tolto tutto, non ho più niente! Nessuno lascerebbe i propri figli e io sono stato costretto a farlo!” dice mentre il volto si fa ancora più cupo ricordando che una sua figlia di 9 anni, nel frattempo è morta di tumore senza cure mediche.

Tentato di chiudere qui l’intervista, gli chiedo quale futuro immagina stando in Italia: “Ogni mattina vado in cerca di lavoro. Gli operatori del Cas sono bravissimi e mi aiutano. A me non manca niente, sto benissimo qua, ma senza lavoro non posso far venire la mia famiglia. Il mio unico sogno è questo: lavorare e stare con la mia famiglia. Alla mia età vado a scuola perché ho capito che è un passo importante per stare in Italia, ma penso alle mie figlie che a scuola non ci possono andare più”.

Migrazioni: perchè e soprattutto per cosa?

Perché in tanti lasciano il Paese d’origine? Quali sono le cause di una migrazione così numerosa? Quali sono le aspirazioni future di chi parte?

Sono solo alcune delle domande alle quali un progetto della Banca Mondiale proverà a dare risposte. Un progetto che coinvolge anche Costruiamo Insieme e gli ospiti accolti nelle diverse strutture della Puglia.

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Da qualche tempo, infatti, la Banca Mondiale sta svolgendo un progetto di ricerca in un numero di Paesi nel Mediterraneo e in Africa Sub-Sahariana per  generare ciò che gli esperti chiamano “evidenza empirica” sul fenomeno della migrazione forzata: provare cioè a rilevare dati sulla base di reali esperienze e in grado di essere comprovati, per leggere in modo scientifico un fenomeno che ormai non è più un’emergenza, ma un fatto strutturale. Abbiamo scelto di offrire il nostro contributo in questo contesto e dare l’occasione ai nostri ospiti di fornire le oro risposte alla Banca Mondiale che sta svolgendo una raccolta dati su base campionaria con i richiedenti asilo in Italia.

 

Tutto questo permetterà di conoscere meglio le loro caratteristiche, le ragioni della partenza dai loro Paesi di origine, l’esperienza del viaggio e, soprattutto, i loro piani e aspirazioni future.