«Siamo una risorsa pronta a lavorare gratis»

Ecco il testo della lettera inviata da alcuni ospiti delle strutture di Costruiamo Insieme ai Prefetti di Bari e Taranto nella quale si rendono disponibili a dare il proprio contributo GRATUITO per lavori socialmente utili.

 

Egregio Signor Prefetto,

trascorse le importanti ricorrenze di questi giorni in cui il Paese che ci ha accolti ha festeggiato la liberazione dalle dittature e dall’occupazione straniera e, soprattutto, la fine di una lunga e cruenta guerra che ha prodotto morti e distruzioni e la festa dei lavoratori e del lavoro, valore fondante della Costituzione italiana, avremmo il piacere di esprimerLe personalmente un sincero ringraziamento per l’inserimento in un sistema di accoglienza che ha ridato vita alla nostre speranze.

Noi, scappati dalle guerre che stanno dilaniando i nostri Paesi, dalle persecuzioni razziali, dalle torture, da ogni tipo di violenza fisica e psicologica, dalla miseria e dalla fame che ancora continuano ad uccidere migliaia bambini, donne e uomini fra i quali i nostri fratelli, le nostre madri e i nostri padri ci sentiamo fortunati per avere riacquistato una prospettiva di vita che ci era stata negata.

Per il Paese che ci ha accolti, l’Italia, e soprattutto per il territorio che ci ospita e ci garantisce le cure, l’istruzione, la formazione professionale oltre al soddisfacimento di tutte le esigenze primarie non vogliamo essere un problema, vogliamo essere una risorsa restituendo alla comunità quanto ogni giorno ci viene donato.

Saremmo lieti di rappresentarLe personalmente la nostra piena e totale disponibilità ad aderire al piano previsto dalla nuova normativa sui migranti recentemente approvata relativo al nostro impiego gratuito in lavori di pubblica utilità che consideriamo una opportunità di integrazione e di interazione con il territorio che ci ospita.

Le chiediamo, pertanto, di voler ricevere una nostra delegazione per ringraziare il Governo italiano per quanto fatto finora e per rappresentare la nostra vicinanza e condivisione anche per i festeggiamenti patronali dei giorni scorsi.

Con profonda cordialità e con la speranza di poterLa incontrare, le inviamo i nostri più sinceri saluti.

Gli ospiti della Cooperativa COSTRUIAMO INSIEME.

Disperazione

Mia sorella si è ritrovata in un limbo, non risultava nè occupata nè disoccupata. Era stata licenziata da un giorno all’altro perchè in questo mondo del lavoro che non funziona più la sua azienda ha appaltato il servizio e non ha chiesto di assumere i vecchi dipendenti. Così lei si è trovata senza lavoro, senza Tfr e senza indennità di disoccupazione. Con un affitto da pagare e un compagno disoccupato. Questa mattina ha pubblicato quel post su Facebook in cui diceva che li avrebbe fatti neri. Ma non pensavo certo che avesse in mente questo. È un mondo senza solidarietà. Vorrei ringraziare però quel ragazzo musulmano che mentre gli altri si allontanavano ha preso l’estintore e ha cercato di salvarla“.

In un ufficio INPS, uno dei tanti, nella provincia di Torino una donna di quarantasei anni in preda alla disperazione, dopo essersi cosparsa il corpo di alcool si è data fuoco mentre gridava alla gente in coda ed agli impiegati di essere esasperata, di non farcela più.

Fatto grave quanto frequente che si ripete negli uffici pubblici su tutto il territorio italiano: quando la disperazione si materializza portando alle conseguenze più estreme vengono fuori tutti i difetti di un sistema che non funziona, che trasforma le persone in numeri, che disumanizza il rapporto con il cittadino fino alla mortificazione ovvero a maturare l’idea di morte quando si è ancora in vita.

Ma, nella tragicità del fatto, sorprendono le parole del fratello della donna che, ai giornalisti, ha voluto sottolineare che “quel ragazzo musulmano che mentre gli altri si allontanavano ha preso l’estintore e ha cercato di salvarla”.

Un ragazzo musulmano mentre gli altri si allontanavano?

Ma i musulmani non sono quelli brutti e cattivi da rispedire a casa loro perché rappresentano un pericolo pubblico? Non sono quelli che Trump non vuole più negli Stati Uniti d’America o quelli sui quali Macron vuole fare un distinguo?

A me viene spontanea una riflessione: quel ragazzo, di qualsiasi religione sia, ha sentito il brivido di una vita che stava per andare via ed è intervenuto dentro una scena deplorevole (mentre gli altri si allontanavano!) e forse, la necessità di aver voluto specificare che era mussulmano e straniero sta dentro il fatto che gli altri presenti erano brave persone italiane.

L’episodio, che certo non farà la storia, non può non metterci di fronte a un dato oggettivo che è quello della disperazione, diffusa e globalizzata, dentro e fuori casa nostra, che non dovrebbe consentire a nessuno di giocare con le parole costruendo artificiose giustificazioni alle ipotesi di respingimento dei migranti.

Dire che in Costa d’Avorio, in Nigeria o in Senegal il PIL cresce omettendo di dire che più del 90% della ricchezza di quei Paesi è nelle mani del 2% della popolazione è disonesto, politicamente scorretto, intellettualmente criminale.

Lottare contro la fame non è diverso da sfuggire e subire le conseguenze di una guerra. Andare in cerca di un futuro che dia un senso alla vita è legittimo per qualsiasi persona in ogni parte del mondo.

Impedire che questo sia possibile equivale alla negazione del valore della vita.

 

Samba: «Ho solo pregato»

«Sì, mi hanno detto che qualcuno si è lamentato che eravamo sulla rotonda, ma sinceramente non capisco perché: noi abbiamo solo pregato, che c’è di male?».

È genuinamente stupito Samba, 18enne del Senegal che pochi giorni fa ha festeggiato la fine del Ramandan sulla rotonda del Lungomare di Taranto. Quella mattina erano in tanti i musulmani che si sono dati appuntamento per condividere un momento di fede e tradizione in una terra nuova che li accolti e prova a fare del suo meglio per offrirgli l’occasione di ricostruirsi una vita. Le foto di quell’incontro sono finite sulla rete e hanno scatenato l’ira di tanti italiani.

«Davvero – rilancia Samba – non riesco a capire: pregare non è una cosa brutta, è qualcosa che unisce: cattolici e musulmani, ma anche altri. Durante la Settimana Santa alcuni ospiti di questa struttura sono stati alla chiesa del Carmine per conoscere i Riti di Taranto: gli operatori ce ne avevano parlato e c’è stato il desiderio di scoprire. Poi abbiamo visto la processione dei Misteri ed è stato bello vedere tanta gente per strada che con fede seguiva queste statue che camminavano lentamente. Io spero che anche da parte di chi qualche giorno fa si è lamentato possa essere la stessa volontà di scoprire, conoscere: è il primo passo per potersi parlare e capire».

Non c’è rabbia nelle sue parole. Il suo sembra più un accorato appello ad aprire gli occhi, le orecchie e il cuore. È scappato a febbraio dello scorso anno dal Senegal per problemi familiari: dopo la morte della mamma, Samba non era ben visto dalla nuova moglie del padre. È stato messo alla porta e così ha dovuto lasciare il suo paese. Sua moglie e sua figlia sono ancora lì, ma lui sogna di portarle qui in Italia: «mi piacerebbe che mia figlia guardasse il mare come ho fatto io e non avesse paura. Sì, ogni tanto penso al viaggio in barca e il mare diventa qualcosa di terribile, ma normalmente mi piace guardarlo, anche per questo quella preghiera sulla rotonda è stata così bello. Io spero solo che la gente non veda in ogni musulmano un terrorista: chi segue il Corano, non uccide. L’Isis è una follia e non devono essere considerati musulmani».

Nel suo cuore, però, le polemiche di questi giorni non hanno scalfito le poche certezze che ha acquisito da quando è qui: «i tarantini non sono razzisti e io non mi sento estraneo: ognuno fa la sua vita e onestamente, nessuno mi ha mai insultato. Taranto è una città di cuore».

Talenti che vanno, talenti che arrivano

Dopo l’intervista fatta ad Emmanuel Sanriemu qualche giorno fa nel CAS di Modugno e pubblicata da Costruiamo Insieme nella rubrica “Raccontiamo storie”, viene da riflettere su un tema che tocca tutti, quel fenomeno definito “fuga dei cervelli” che nel nostro Paese ha una dinamica piena di sfumature diverse.

Talenti che vanno, talenti che arrivano accomunati dallo stesso destino: la mancanza di opportunità.

Dentro un tessuto socio economico compromesso, ogni talento inespresso, “tenuto a dormire” come ha detto Emmanuel o costretto a lasciare il Paese deve essere considerato un danno sociale, un freno ed un ostacolo alla crescita collettiva.

Tante potenzialità vengono mortificate nel frullatore del mantenimento di uno status quo nel quale basta galleggiare restringendo gli orizzonti senza sforzarsi a guardare oltre.

Per questo motivo a fronte di migliaia di giovani italiani che partono in cerca di un futuro e di opportunità per esprimere capacità e competenze, migliaia di giovani arrivano da un altro Continente con le stesse aspettative, con le stesse speranze.

Costruiamo Insieme, che da sempre ha rifiutato il modello di una accoglienza sterile rifuggendo dall’idea che i Centri di Accoglienza debbano essere parcheggi per migranti sta gettando le basi per realizzare azioni di sistema capaci di costruire un ponte che porti al di la del muro.

Lo scorrere del tempo, il passare degli anni, l’essere di fronte ad un fenomeno strutturale e strutturato non ha prodotto l’evolversi di un processo di scambio, di incontro, di conoscenza. Quel processo che da un punto di vista sociologico rappresenta la molla per la crescita, per lo sviluppo sociale, culturale, economico.

Nei Centri di Accoglienza risiede un mondo per lo più sconosciuto, tenuto bloccato dai tempi della burocrazia e rispetto al quale i muri ideologici sono più cementificati dei muri materiali.

In una lettera aperta indirizzata ai Prefetti di Bari e Taranto, un folto gruppo di ospiti delle strutture di accoglienza gestite da Costruiamo Insieme ha scritto:

Noi, scappati dalle guerre che stanno dilaniando i nostri Paesi, dalle persecuzioni razziali, dalle torture, da ogni tipo di violenza fisica e psicologica, dalla miseria e dalla fame che ancora continuano ad uccidere migliaia bambini, donne e uomini fra i quali i nostri fratelli, le nostre madri e i nostri padri ci sentiamo fortunati per avere riacquistato una prospettiva di vita che ci era stata negata.

Per il Paese che ci ha accolti, l’Italia, e soprattutto per il territorio che ci ospita e ci garantisce le cure, l’istruzione, la formazione professionale oltre al soddisfacimento di tutte le esigenze primarie non vogliamo essere un problema, vogliamo essere una risorsa restituendo alla comunità quanto ogni giorno ci viene donato.

Impareremo a ragionare in termini di risorse e di opportunità?