L’educazione all’accoglienza

L’arcivescovo di Taranto, Filippo Santoro, si pronuncia sull’ospitalità dei migranti. «Non sia un momento di emergenza», dice, «dobbiamo spalancare il nostro cuore».

Eccellenza, quando parla di migrazione pone l’accento sull’educazione all’accoglienza”.

Intervista Santoro 4Dobbiamo impegnarci a fare in modo che l’accoglienza non sia il gesto di un momento di emergenza, bensì l’atteggiamento della  nostra vita: quando vediamo un bisognoso, che sia un familiare, un vicino, un estraneo, qualcuno che bussa alla nostra porta – sempre nel rispetto delle nostre possibilità – abbiamo il dovere di spalancare il nostro cuore.

Educare ad aprirsi agli altri, questo l’insegnamento principale. Quando ero piccolo, mia madre mi diceva di fare aspettare i compagni di gioco e andare a visitare la zia ammalata, la vicina bisognosa di conforto: superate le prime comprensibili resistenze, considerando la mia giovane età, capii che era la cosa giusta da fare. Questo insegnamento mi è tornato utile, qui in Italia, come in Brasile, dove sono stato ventisette anni. Aprirsi alla gente bisognosa: è il Signore a volerlo; ti provoca, ma poi ti dona gli strumenti di fede per comprendere quanto sia fondamentale aprirsi agli altri.

I migranti, ha detto, non sono una minaccia, bensì una risorsa.

I nostri connazionali sono stati fra i primi a trasferirsi all’estero per necessità: Nord Europa, Stati Uniti, Australia, America del Sud, dal Brasile all’Argentina. Io stesso, da studente, andavo in Germania nei mesi estivi, lavoravo e studiavo: imparavo la lingua, utile per i miei studi di teologia e, allo stesso tempo, per mettere soldi da parte per proseguire il mio percorso religioso. Alla stazione di Stoccarda incontravo tanti italiani, soffrivano la nostalgia; ma venivano accolti con grande rispetto, lavoravano e realizzavano opere importanti. Con il nostro impegno abbiamo contribuito non poco alla crescita civile e culturale degli altri Paesi. Ecco perché i migranti non sono una minaccia, ma una risorsa nella costruzione del cammino comune. Non sia accoglienza indiscriminata, ma ragionata, accompagnata dal rispetto delle regole, senza chiudersi a quel “prossimo” che un tempo è stato l’italiano.

L’importanza di cooperative, associazioni che fanno accoglienza.

Le organizzazioni importanti che svolgono questo tipo di attività mettono a disposizione della comunità le proprie capacità professionali per accogliere e sviluppare percorsi attraverso i quali permettere a questa gente di integrarsi attraverso conoscenza e lavoro; seguire corsi per panettieri, cuochi, pasticceri, pizzaioli; fare in modo che impari la lingua, cultura e storia del Paese che li ospita.

La disponibilità dei tarantini verso i migranti.

Qualche tarantino agli inizi faceva appello ai problemi del territorio, “abbiamo tanti guai noi…”, diceva, ma presto ha compreso quanto fosse importante collaborare, sviluppare l’apertura all’accoglienza che nell’animo del tarantino esiste ed è forte.

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Il contributo della chiesa a Taranto.

Detto della donazione delle Carmelitane del convento di Poggio Galeso alla diocesi, che a sua volta lo ha messo a disposizione dei migranti, domenica 19 novembre inauguriamo il Centro di accoglienza notturna San Cataldo per i “senza fissa dimora”. Dunque, una struttura per i migranti e una per i nostri poveri.

Sia chiaro, non ci sostituiamo a Comune e istituzioni, ma abbiamo voluto dare il nostro contributo. Parrocchie, confraternite, sacerdoti, comunità, hanno partecipato in concreto al restauro di un bene del ‘700: anche i poveri hanno diritto alla bellezza.

Cosa ha chiesto nel suo primo incontro a Rinaldo Melucci, sindaco di Taranto.

Dare speranza alla città con fatti concreti, relazionarsi con interlocutori seri, dalla Regione al Governo; far sentire la propria voce con maggiore insistenza, stiamo giocando la partita decisiva nel futuro di Taranto, il tempo è scaduto: le parole devono lasciare spazio ai fatti in concreto. Mi ha confermato massimo impegno per lavoro e ambiente, fra i principali temi che gli stanno a cuore.

C’è chi la considera ancora qualcosa di simile alla figura di un sindaco o un dirigente del Centro per l’impiego.

A ognuno il suo. Accoglienza e ascolto fanno parte della mia missione, la gente viene a trovarmi, mi parla dei suoi problemi, poi inevitabilmente si tocca il tasto del lavoro e della salute, figlio disoccupato e figlia malata per intenderci. E io ho il dovere di accogliere, ascoltare e confortare, indicare la strada se possibile.

Nei giorni scorsi sono stato a Cagliari in occasione della “Settimana sociale dei cattolici italiani”. Quest’anno al centro degli incontri, il tema principale era quello riservato al lavoro. Il compito della chiesa è aprire percorsi, non a caso abbiamo pensato a una struttura come la “Pastorale sociale” che avrà il compito di fornire orientamento sulle politiche del lavoro, per dare dignità e non assistenzialismo; non basato sul “compra e consumo”: il lavoro deve stare al centro della produzione, non ci sono altre strade per rilanciare la struttura economica del Paese.

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A Cagliari ha incontrato Gentiloni, presidente del Consiglio. Pare non le abbia mandate a dire.

In qualità di presidente del Comitato, sono intervenuto durante i lavori. “Vengo da Taranto”, gli ho detto, “facciamo in modo che abbia fine una buona volta la devastazione ambientale di un territorio e che gli sia garantito il lavoro: numeri impensabili sugli esuberi, massima tutela dei diritti e salvaguardia dell’indotto”. Mi ha assicurato massimo impegno, tocca a loro, alla politica sciogliere i nodi del lavoro e dell’ambiente a Taranto.

Festività natalizie. Migranti e preghiera, rinnova l’appello al rispetto della preghiera e delle religioni.

E’ alla base della civiltà. La nostra parte l’abbiamo sempre fatta, partiamo con Santa Cecilia, le Pastorali, le nostre preghiere al convento di Poggio Galeso; lì abbiamo già invitato i musulmani a recitare il Padre nostro, che nella loro dottrina fa riferimento ad Abramo. La libertà più grande è proprio questa: accogliere e consentire all’altro di pregare il suo Dio.

Dovesse confessare una “benedizione”.

E’ successo in Brasile, ma anche qui in qualche occasione qualche “benedizione” l’ho mandata. In Brasile, durante la Processione delle palme, in una favela. Davanti a un bar, “padroni del traffico” ostentavano le armi nella cintura: mi staccai dalla processione, entrai nell’esercizio e chiesi chi fosse il capo invocando il rispetto per la Chiesa: quello che sembrava il “boss”, invitò gli spacconi a fare sparire le armi.

A Taranto, ho perso la pazienza quando ho avuto la sensazione che non tutti prestassero attenzione alla nostra città; andai perfino a Roma per farmi sentire: viviamo nel dramma e la politica deve assicurare una cosa e l’altra, lavoro e salute!

Omar, voglia d’Italia…

Senegalese, 22 anni, sogna di fare l’elettrauto. «Magari proprio qui. In Libia, prigione, torture, cicatrici, poi un gommone e lo sbarco in Sicilia, finalmente “a casa”…».

WhatsApp Image 2017-11-16 at 17.35.53«Adoro la pioggia, non che al mio Paese, il Senegal, non piova: diciamo che adesso guardo tutto con più gioia di vivere…Sarà per questo motivo che amo qualsiasi tempo faccia: sole, pioggia, vento…». Omar, ventidue anni, arriva da Kolda, città senegalese («non molto piccola, né molto grande»), parla ancora poco l’italiano. Ma lo comprende, anche se in Italia è solo dallo scorso 25 maggio. «Non pioveva quel giorno, ma anche se fosse piovuto, lo avrei ricordato come una giornata piena di sole, che poi in qualsiasi lingua significa felicità».

Parte dal suo Senegal, lascia mamma, fratello e sorella. Il suo è un viaggio che dura a lungo.«Solo una manciata di giorni – spiega aiutandosi a gesti – per superare Mali, Burkina Faso e Niger; i problemi, purtroppo, cominciano come sempre in Libia, sei mesi da recluso: acciuffato col pretesto di documenti insoddisfacenti, mi hanno sbattuto in prigione, pane e acqua, come tanta altra gente; in un angolo e zitto, unica azione consentita: una telefonata a casa, per chiedere soldi, unica condizione per essere lasciato libero».

Come fosse un riscatto. «Millecinquecento dinari libici, poco meno di mille euro, per noi davvero tanto: ma in Libia è così, paghi ed esci, non paghi e resti lì, pane e acqua; e quando gli gira, e purtroppo ai nostri sorveglianti girava spesso e volentieri, ti picchiano con qualsiasi cosa abbiano fra le mani».

…In Libia, torture e soldi per il riscatto

Un calcio di un fucile, una pistola, il tacco di uno stivale. Il dramma è il volto di Omar. Cambia espressione in pochi istanti, smette di sorridere, si fa serio. Scopre una spalla. «Quando si stancano di riempirti di botte, perché per un qualsiasi motivo non sono ancora arrivati i soldi, passano al coltello: queste sulla mia spalla sono cicatrici provocate dall’uso di un coltello con una lama tagliente, di quelle che ti aprono in due un ananas lanciato per aria: è il loro sistema di metterti paura, poi passano alle vie di fatto; ti si avvicinano, mostrano la punta della lama e te la fanno “assaggiare”…».

Omar, al collo una sciarpa, tifa Senegal. «Felice di andare ai Mondiali di calcio – dice orgoglioso –ma nel nostro Centro di accoglienza di “Costruiamo Insieme” abbiamo visto le due partite dell’Italia con la Svezia: abbiamo tifato come se fosse la nostra squadra del cuore; molti amici italiani il giorno dopo l’esclusione dalla competizione erano addolorati, mi è dispiaciuto molto: loro hanno vinto un sacco di Mondiali, per noi è un motivo di vanto già parteciparvi».

Ancora calcio. «Gioco nel campo di calcio di Talsano – racconta Omar – allenato da mister Diego Lecce, è il tecnico che ha “inventato” l’Africa United, che il Cielo lo benedica! Gioco in attacco, ma il giocatore senegalese più forte è Kara Mbodj, un difensore, uno che sa farsi rispettare».

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Impegno, uguale rispetto

Rispetto, Omar ha un’idea su cosa significhi. «Il rispetto, nel campo di gioco come nella vita, te lo conquisti con il massimo impegno, la costanza, il lavoro…».

Lavoro, dunque. «Sono elettrauto – spiega – amo questa attività che ho cominciato da piccolo, lavorando in una officina meccanica della mia città; mi piacerebbe farlo anche qui, a Taranto, città bellissima, quanta storia, un amore a prima vista, magari restassi qui…».

A casa ha lasciato mamma, un fratello e una sorella. «Papà l’ho perso da piccolo, avrò avuto tre mesi; sento spesso i miei familiari, anche solo per salutarci, chiedere come stanno e dire come sto io qui, in Italia: cerco un lavoro e non appena avrò imparato meglio l’italiano, mi darò da fare; ora comincio a comprendere la vostra lingua, ma non ao parlo ancora bene».

Cosa ricorda ancora, prima dell’arrivo in Italia. «La libertà, uscire dalla prigione libica, una volta arrivati i soldi, anche per il viaggio su un gommone; partire insieme ad altri ragazzi come me per la Sicilia e, poi, finalmente “a casa”, perché l’Italia la considero casa mia…».

“Migranti, una risorsa”

WhatsApp Image 2017-11-15 at 10.53.59Mercoledì 15 novembre, presso il liceo ginnasio statale “Aristosseno” di Taranto si è svolto il XV convegno promosso dall’ufficio diocesano “Migrantes”. Accogliere, proteggere, promuovere e integrare migranti e rifugiati, i temi in locandina sui quali è intervenuto l’arcivescovo di Taranto, mons. Filippo Santoro. Fra i relatori, Marisa Metrangolo direttore diocesano Migrantes; Simona Scarpati, assessore ai Servizi sociali del Comune di Taranto; il viceprefetto dott. Mario Volpe; Achille Selleri, capo sezione S.A.R. Taranto, intervenuto sul soccorso in mare svolto dalla Guardia costiera. Apertura dei lavori a cura del prof. Salvatore Marzo, dirigente scolastico dell’“Aristosseno”, liceo che conta 1.600 studenti.

Particolarmente atteso, l’intervento dell’arcivescovo rivoltosi all’attenta platea di studenti e docenti. «Essere migranti, non volendo – ha dichiarato in apertura del suo intervento – può accadere a chiunque di noi, una sensazione che non vorremmo mai avere, lasciare per un qualsiasi motivo la propria casa è una cosa che nessuno metterebbe in preventivo: invece, quando meno te lo aspetti, succede».

Una storia personale. «Ho vissuto ventisette anni in Brasile – racconta sua eccellenza – una terra che amo molto, un sentimento che provo verso gente che ho conosciuto in anni di permanenza in un Paese povero nelle sue pieghe sociali, ma ricco in fatto di generosità e accoglienza». «Io stesso – prosegue – studente universitario a Roma, d’estate andavo all’estero, lavoravo per mantenermi agli studi e non pesare sul bilancio familiare; ricordo Stoccarda, i lavoratori italiani, lontani da casa, che soffrivano la lontananza dai propri cari: si recavano in Germania per lavoro, realizzavano opere delle quali ancora oggi possono andare fieri; bene, la gente del posto era ospitale, alleggeriva il disagio, aiutava il processo di integrazione degli italiani; quando parliamo di migranti, pensiamo a quale dolore proveremmo noi stessi a fuggire lontano per via della miseria e delle persecuzioni».

Arcivescovo Santoro: Accoglienza, l’aspetto educativo

Apertura e accoglienza, l’aspetto educativo cui gli studenti devono fare riferimento. «Prendendo esempio dalle parole di papa Francesco – osserva l’arcivescovo – in Città vecchia abbiamo reso disponibile un immobile trasformato in luogo di incontro, l’istituto “Maria Teresa di Calcutta”, qui la gente dell’Isola si confronta su temi come l’accoglienza; molti sono i ragazzi che frequentano corsi: chi per diventare panettiere, chi pasticcere, chi cuoco; una volta conseguiti attestati, comunque assunto esperienza a sufficienza, questi provano ad entrare nel mercato del lavoro».

Educazione al sociale, non solo accoglienza, assistenza ai migranti, ma anche ad anziani e ammalati. «E’ un’esperienza che invito a fare a chiunque: dopo aver studiato e fatto i compiti, lasciate stare i giochi, i divertimenti per un’ora: mia madre da piccolo quasi mi obbligava ad andare a trovare la vicina di casa, sola, o la zia anziana: volevo giocare al pallone, ma poi, poco a poco, i compagni di giochi potevano aspettare; la gente che vive nel disagio ha bisogno del nostro aiuto, anche un modesto contributo è bene accetto». Infine un invito. «Domenica apriamo ai senzatetto – conclude sua eccellenza, l’arcivescovo Filippo Santoro – inauguriamo Palazzo Santacroce, altro passaggio importante nella cultura dell’incontro; è nostro dovere aiutare i bisognosi, dunque l’invito rivolto alla città è una partecipazione maggiore al tema dell’accoglienza e alla tolleranza, riservando massimo rispetto per le altre religioni, per ogni preghiera sincera rivolta a Dio, perché per tutti noi vi è un solo Dio».

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Prefettura di Taranto, rispetto dei migliori livelli di assistenza

Si aggancia a questo tema, il dott. Mario Volpe, vicario del prefetto di Taranto, dott. Donato Cafagna. «Il massimo rispetto delle religioni – dichiara Volpe – è sancito dalla nostra Costituzione; così come il Piano nazionale di integrazione dei migranti prevede il massimo impegno da parte di istituzioni e associazioni così da assicurare livelli tali per favorire l’inserimento degli extracomunitari nel mondo del lavoro e in attività di pubblica utilità».

L’esperienza del dirigente della prefettura, a Macerata. «Il terremoto aveva messo in ginocchio 44 comuni sui 55 complessivi; erano tanti gli extracomunitari che spalavano e aiutavano i residenti a sgomberare le strade dalla neve, nonostante un freddo impietoso: la gente del posto prese subito a benvolere questi ragazzi che si impegnavano senza sosta per restituire ala Paese che li ospitava anche un solo angolo di quella città alla vita sociale». E quella di Bari, città di cui il vicario del prefetto è originario. «Negli Anni 90 accogliemmo curdi, kossovari, albanesi: anche in quell’occasione fornimmo massima assistenza, un impegno importante». Infine Taranto. «Anche in occasione degli ultimi sbarchi nel nostro porto – ha concluso Volpe – le associazioni che operano sul territorio hanno fornito una eccellente prova; la Prefettura di Taranto rivolge massima attenzione al tema dell’accoglienza: svolgiamo periodicamente verifiche sulle strutture che accolgono i migranti, è nostro compito assicurarci che vengano rispettati i migliori livelli di assistenza».

“Costruiamo” e non demoliamo

Piano aziendale per salvare lavoro e comparti del “Maria Cristina di Savoia” di Bitonto. Cifre e impegni, già formulati. Idee coniugate ai servizi per il territorio, non solo all’accoglienza di extracomunitari.

180px-Bitonto_-_Istituto_Maria_Cristina_di_Savoia_-_vista_dal_ponteBuoni e cattivi. Non facciamo confusione, soprattutto evitiamo sovrapposizioni. I primi mettiamoli da una parte, gli altri sull’altra sponda. Per intenderci: c’è chi le cose – è il caso di “Costruiamo insieme” – le fa, mettendoci la faccia e, concretamente, le proprie risorse; chi, con il pretesto di una non meglio identificata “onestà intellettuale”, fa passare messaggi completamente sgangherati. E il bello, anzi il brutto di cose come queste, è che le dichiarazioni reclamano stessa cittadinanza.

Non è giusta la “par condicio”, forse? Certo che è giusta. Ad un’azione dovrebbe corrispondere sempre una reazione, uguale e contraria. «Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire», pare abbia detto Voltaire. Fosse vissuto oggi, lo stesso filosofo francese, però, avrebbe aggiunto una postilla: «se devi affermare qualcosa, prima documentati, altrimenti dici solo fesserie». E sono tante a circolarne.

Argomento preso alla larga, ma ci arriviamo. Eccoci. Quando si scrive di migranti e accoglienza, si leggono, si ascoltano i soliti luoghi comuni. Il più delle volte si prendono a prestito nomi di extracomunitari e nazionalitࠖ più sono comuni e meglio 蠖 e gli si attribuiscono le prime dichiarazioni che passano per la mente, più o meno quelle copia e incolla. Più luoghi comuni si usano, frasi che devono intenerire un cuore da tagliare con un grissino, più si colpisce. «Condizioni igieniche assenti, assistenza sanitaria inesistente, in cinque – mettiamoci dieci, già che ci siamo – in uno stanzone, condizioni di vita ai minimi termini». E in qualche Centro di accoglienza così è stato (sarà ancora così, chi può dirlo), certo è che noi ci fidiamo delle istituzioni e del loro ruolo, pertanto fino a prova contraria le strutture – sottoposte a controlli periodici – svolgono la loro attività secondo i criteri stabiliti (con tanto di report quotidiani inviati in Prefettura, istituzione cui rispondiamo del nostro operato).

Nel frattempo, i social ci hanno abituati a supercazzolefake news, notizie vuote come la testa di chi in alcuni casi riprende e scrive, chi in altri esegue maldestramente: mandante e mandatario. Scatta foto posate, magari ne chiede qualcuna a complici che si prestano volentieri a fotografare cessi appena usati; ci mettono del proprio per dare “colore” al pavimento e profondità agli scatti concordati. «E’ questo che la gente vuole!». La cronaca e l’etica professionale, dunque, scompaiono alla velocità di un clic. Un giornalista fa il nome di un Tizio piuttosto che di un Caio, senza alzare il sedere dalla poltrona della redazione. «Tanto chi può smentirci, male che vada ospitiamo la replica, ribattiamo e vinciamo comunque noi: 2-1!».

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Torniamo a noi. Ci sarebbe piaciuto che un giornalista a caccia del sensazionale, ci avesse chiesto di fare visita a un nostro Centro di accoglienza straordinaria. Non avremmo avuto problemi. Meglio ancora – pensate come non si ha nulla da temere, noi – avesse inoltrato domanda alla Prefettura per fare insieme una ricognizione, raccogliendo dichiarazioni senza mai aver messo piede in una struttura. Staremmo tutti più sereni. E finalmente quel qualcuno avrebbe reso giustizia a chi fa questo lavoro in modo professionale, dà lavoro a decine e decine di persone, studia e presenta piani aziendali (sostenuti da costi e impegni assunti), non ultimo quello per salvare il “Maria Cristina di Savoia” di Bitonto. Questo per allargare il numero di dipendenti e creare nuovi servizi, non necessariamente legati all’accoglienza di extracomunitari.

Ci sarebbe piaciuto che qualcuno fosse venuto a trovarci. Avesse parlato con gli operatori, i mediatori. Questi avrebbero spiegato di come sia bello il loro lavoro e, perché no, quali sono gli ostacoli davanti ai quali ci si trova quando l’interlocutore – grossomodo lo stesso che si presta allo scatto concordato – non vuole proprio saperne di rispettare certe piccole regole del vivere civile all’interno di una comunità. Perché questo è un Centro di accoglienza, “straordinaria” in quanto struttura di passaggio, non una casa, ma qualcosa che gli somigli il più possibile, perché l’auspicio di chi fa questo lavoro (che qualcuno etichetta in senso dispregiativo “business”, e forse lo sarà per qualcuno, certo non per noi) è che i ragazzi di passaggio alla fine realizzino il loro sogno di integrazione. Dove meglio credono.

Questo è il nostro lavoro, fatto di gente dalla faccia pulita che lavora con e per noi. Basta dare un’occhiata al nostro sito, i loro volti e i loro nomi sono garanzia di professionalità in qualsiasi comparto. Questi siamo noi, nient’altro. Un gruppo che sta crescendo in personalità e professionalità. Credenziali che non si inventano, solo il lavoro può riconoscertele.

Imam (seconda parte)

Si, la Khùtbah (la preghiera) del venerdì l’hanno fatta all’aperto, senza vincoli di partecipazione, ricevendo il pieno rispetto degli altri ospiti della struttura non mussulmani e accettando di farsi fotografare.

Ieri mattina, come avevo preannunciato a Fabio, raggiungo la struttura per incontrare l’Imam e qualche ospite che aveva partecipato alla preghiera il giorno prima.

Al mio arrivo i soliti abbracci, ci conosciamo da tempo. Raccolgo anche qualche imbarazzante apprezzamento: “Tu scrivi cose buone, giuste! I giornali e la televisione dicono bugie!” . Fra quanti mi accolgono c’è Abbas, diventato, ormai il mio più stretto collaboratore soprattutto quanto mi muovo su sentieri che non so battere: non conosco l’Imam, è arrivato in Struttura quanto io già svolgevo un altro ruolo, quasi non so come comportarmi, non ho domande pronte né so da dove iniziare. Spinto dall’istinto a cercare e chiedere questo incontro mi sento come un idraulico senza la cassetta degli attrezzi.

Muhammad Akram, ospite del Cas, di solito poco disponibile al dialogo, ha compreso il motivo della mia visita e, forse, capisce il mio imbarazzo. Mentre altri operatori e ospiti si allontanano per cercare l’Imam, mi invita ad accomodarmi con lui nel salone e inizia a spiegarmi: “Io ieri ho partecipato alla preghiera ma, devi sapere, che la preghiera è una cosa, il sermone dell’Imam è un’altra. L’Imam parla in arabo, ma la lingua araba ha tante versioni, è come i vostri dialetti in Italia! Ma garantisco che, anche se io non capisco la lingua che parla, è un Imam buono. Tu lo sai, io vengo dal Pakistan. E’ come se tu andassi in una Chiesa cristiana in Africa: conosci il rituale, ma non capisci quello che dice il prete! L’importante è pregare e ringraziare Dio perché siamo ancora vivi e abbiamo avuto la fortuna di incontrare persone come voi che ci hanno accolti sempre con il volere di Dio”.

Mentre parlo con Muhammad, arriva Savane Alimane, data di nascita 29.04.1997.

Ventenne della Costa d’Avorio è l’Imam che cercavo, che aspettavo.

Un ragazzo dall’aria mite, garbato. Mi porge la mano e, come sempre succede, porta la sua mano sul cuore: siamo già amici.

Gli dico che sono felice di aver visto le fotografie della preghiera di venerdì e che mi interesserebbe sapere e far sapere quale è stato il tema del sermone.

Si guarda intorno, è circondato da un gruppo di persone che guarda negli occhi cercando una traduzione alla mia domanda.

E’ sempre Abbas ad avere una soluzione: attraverso una triangolazione riusciamo a comunicare, anche se in realtà capisco molto poco ma apprezzo la disponibilità al dialogo e all’incontro che mi dimostra l’Imam.

Mi mostrano due siti sul web dove posso trovare, come fossero i fogli domenicali distribuiti nelle nostre Chiese, la traduzione del tema da trattare settimanalmente durante il sermone.

Rimango basito. Non sapevo funzionasse così anche per loro!

Ridiamo insieme sulla questione e sulla mia ignoranza sul tema.

Usciamo e Savane, l’Imam si concede ad una fotografia al fianco di Abbas.

Indossa un giubottino giallo fluorescente ed un cappellino nero.

Tornerò a trovarlo presto.

La sua pacatezza e la sua disponibilità al dialogo sono fondamentali per l’incontro che cerchiamo, per costruire quel modello di convivenza che vogliamo.

Era questo il messaggio celato dietro le foto di Nicole?

Se un luogo può definirsi come identitario, relazionale, storico, uno spazio che non può definirsi né identitario, né relazionale, né storico definirà un non luogo”.