«La pace sia con te…»

Riti della Settimana Santa a Taranto

Giovedì il pellegrinaggio, a mezzanotte l’uscita dell’Addolorata dalla Chiesa di San Domenico, in Città vecchia. Alle 17.00 del Venerdì santo, l’uscita della Processione dei Misteri dalla Chiesa del Carmine da piazza Giovanni XXIII. Che la tre giorni religiosa sia una ulteriore preghiera verso la fine dei conflitti religiosi e delle guerre

 

Dopo le 15.00 di giovedì, la prima posta ha acceso i cuori delle centinaia di fedeli  presenti al primo rituale che anticipa le processioni dell’“Addolorata”, che da consuetudine “esce” intorno alla mezzanotte, e quella dei “Misteri”, che dalle 17 del venerdì, compie il suo pellegrinaggio. Giornata primaverile, giovedì, molto ventilata, ha incoraggiato grandi e piccoli a partecipare numerosi ad uno dei momenti più suggestivi dei Sacri Riti: l’apertura, nel Giovedì santo, del portone in piazza Giovanni XXIII e la porta della cappellina di via Giovinazzi. Da quel momento è cominciato il pellegrinaggio dei confratelli in Città vecchia e per le strade del Borgo in visita ai sepolcri.

Altre coppie di confratelli hanno compiuto, invece, un giro perimetrale intorno alla stessa chiesa del Carmine. Decine le coppie di “perdoni” a “nazzicarsi” (la popolare andatura con movimenti lenti dei fianchi) per le strade della città. Fra questi, molti giovani, qualcuno alla prima esperienza.

 

 

DALLA GERMANIA ALLA SPAGNA…

Nel giro di pochi minuti la folla è aumentata vistosamente. Gli accenti locali fanno presto a mescolarsi con quelli dei fedeli giunti per l’occasione dalla provincia, ma anche dal resto d’Italia.

Immancabili, come accade da qualche anno a questa parte, gli accenti “teutonici”, che spiegano cosa li abbia spinti dalla Germania e dall’Austria a Taranto: i Sacri Riti. Fra gli stranieri, anche turisti dall’accento spagnolo (è noto il gemellaggio dei Riti fra Taranto e Siviglia), francese e inglese.

Genitori accompagnano per mano i piccoli. Un papà solleva fra le braccia il proprio figliolo, un altro genitore preferisce avvicinare il suo bambino a due fra i “perdoni” scalzi e incappucciati. Immaginiamo sussurri in un orecchio parole di incoraggiamento. Quei due, i “perdune”, rappresentano due pellegrini che chiedono perdono al Signore.

Turisti e fotografi (numerosi professionisti) compiono i primi scatti. Più veloci di loro sembrano i più giovani. Cliccano e inviano le immagini in mille modi agli amici lontani. Qualcuno spedisce l’immancabile selfie.

 

 

…QUELL’ABBRACCIO AUGURALE

Ma fanno tutti attenzione a non perdere il fascino dell’“abbraccio”, il rituale fra le coppie di confratelli: i “perdoni”, infatti, nell’incontro, tolgono il cappello, in segno di saluto: in una mano il rosario, nell’altra il bordone (la mazza). E’ il “salamelicche”, dalla deformazione dialettale del saluto arabo, “Salam alik” (“La pace sia con te”). Un momento completato dalle braccia incrociate sul petto.

Altro saluto, seguito e documentato anche questo, con riprese video, è l’avvicendamento delle coppie dei “perdoni” in preghiera davanti ai sepolcri (nella serata di giovedì il centro cittadino interamente invaso da famiglie). La coppia in pellegrinaggio giunta in chiesa, avvicina i due confratelli raccolti in preghiera; il più anziano dei due (che occupa il posto a destra nella coppia), si rivolge al confratello in ginocchio: “Sia lodato Gesù e Maria” (proprio al singolare); “Sempre sia lodato”, la risposta del confratello inginocchiato.

Venerdì alle 17.00 l’apertura del portone centrale della chiesa del Carmine con l’uscita della Processione dei Misteri. 

La Russia pianti e accuse

L’Isis rivendica l’attentato, Mosca accusa l’Ucraina

Sarebbero 137 i morti accertati e in via di identificazione. Mentre 180 sarebbero i feriti. Tratti in arresto i presunti attentatori, qualcuno ammette di aver sparato e ucciso per soldi. Si scatenano le Tv di Stato con una “non stop” senza precedenti. Tutti solidarizzano con le famiglie delle vittime e invocano giustizia. Nel resto d’Europa alzano il livello d’allerta

 

In Russia, dopo il giorno del lutto nazionale a causa dell’attentato al Crocus City Hall di Mosca, le autorità sanitarie della regione portano a conoscenza che nell’attacco di venerdì sera sono state uccise 137 persone, mentre i feriti sono 180. Nelle ultime ore c’era stata un po’ di confusione, anche perché il Paese vive momenti altamente drammatici, dalle tensioni del voto all’attentato, appunto, rivendicato dall’Isis, che ha scatenato un effetto domino – vero o presunto – fra autori e mandanti, fra Isis e Ucraina.

Sarebbero già state rese note le identità di sessantotto corpi delle vittime. Lo ha annunciato il Ministero russo per le Emergenze. Dal suo canto, Channel One, tv russa, ha trasmesso un video dell’interrogatorio dei quattro presunti attentatori arrestati (arresto è stato convalidato).

Dramma su dramma. La domanda posta a percussione agli arrestati: “Cosa facevi al Crocus, perché hai sparato?”, a uno dei giovani stesi a terra. “Sparavo alla gente per soldi”, la risposta in un russo approssimativo. E mentre proseguono gli interrogatori e le ipotesi, fra mandanti ed esecutori, l’Isis mette in circolazione nuovi filmati della strage. Ovviamente anche il resto dell’Europa alza l’allerta sul terrorismo.

 

 

L’ISIS RIVENDICA…

Mentre in seguito all’attacco a Mosca rivendicato dall’Isis, in Francia alzano lo stato d’allerta al massimo livello, in Italia al Viminale si è riunito il Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica.

L’intero Paese è in lutto e accanto a quanti hanno perso i loro cari in questa tragedia disumana. Lo ha annunciato il canale televisivo pubblico Rossia 24, che ha trasmesso le immagini di un enorme pannello con la scritta “Crocus City Hall. 22/03/2024. Siamo in lutto”. Nella capitale e in altre città, i cartelloni elettronici hanno mostrato l’immagine di un’unica candela accesa, con la scritta “Skorbim”: “Piangiamo”.

Dal suo canto, Vladimir Putin, come riportano le agenzie internazionali e l’italiana Ansa, non si ferma alla rivendicazione dell’Isis, agita lo spettro di una responsabilità di Kiev, confermando la personale tesi secondo la quale “sta dietro al barbaro atto terroristico sarà punito”. Senza giri di parole, Putin indica il sospettato numero uno: l’Ucraina. Secondo il presidente, informato dai suoi Servizi segreti, i quattro esecutori materiali dell’attacco volevano rifugiarsi grazie a un passaggio oltre confine. Ricostruzione “assolutamente insostenibile”, ribatte il Governo ucraino.

 

 

…MOSCA ACCUSA

Cominciano a circolare particolari in attesa di conferma, perché queste sono le fonti russe: gli attentatori, secondo le autorità, sarebbero tutti stranieri; viaggiavano a bordo di una Renault, bloccata dopo un inseguimento. L’Occidente condanna all’unanimità l’attacco terroristico di Mosca e allo stesso tempo manifesta preoccupazione per l’incubo Isis, esprimendo massima solidarietà a vittime e familiari.

Dagli Stati Uniti ai vertici dell’Unione europea, capitali europee comprese, da Roma arrivano le ferme condanne del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che hanno espresso massimo sdegno per la strage di civili che ricorda molto da vicino quella compiute negli anni passati dagli uomini dello Stato islamico, a cominciare da quella del Bataclan avvenuta a Parigi nove anni fa.

Puglia, ciak si gira, ancora!

Una produzione americana per realizzare diverse scene a casa nostra

“Stolen girl”, fra i protagonisti Scott Eastwood, Kate Beckinsale e James Cromwell. «Entusiasta di girare ancora in questa regione, una terra che amo», dice Andrea Iervolino, fondatore della società di produzione Ilbe. «Le riprese assicureranno anche una ricaduta in termini occupazionali sul territorio»

 

Avremmo voluto cominciare facile, con una frase del tipo «il suo volto forse non vi dice molto, ma il suo cognome sì…», e via così. E, invece, non è possibile, incipit bruciato. La faccia è quella del papà, sguardo intenso, mascella quadrata, alla Ispettore Callaghan, tanto per intenderci, uno dei personaggi cui ha dato volto e carattere negli anni, come quei personaggi western interpretati per Sergio leone. Insomma, Scott Eastwood, figlio di Big Clint, sarà uno degli attori che fra non molto arriverà insieme con il resto del cast di “Stolen girl”, in Puglia, per girare una parte del suo ultimo film.

Un altro film americano in Puglia. Altra grande occasione per promuovere la nostra regione, una delle più belle al mondo, se non – scusate se ci proviamo ad ogni occasione… – la più bella. Ispirato ad un fatto realmente accaduto, “Stolen girl” è un thriller diretto da James Kent e scritto da Rebecca Pollock e Kas Graham.

 

Foto Profilo Facebook

 

ILBE, UNA GARANZIA

La notizia è stata diffusa dalla Ilbe, società molto attiva nella produzione di contenuti cinematografici e televisivi, che proprio per “Stolen Girl” ha chiuso un accordo con Voltage, società di produzione e distribuzione cinematografica, fondata nel 2005 dal premio Oscar Nicolas Chartier, per la produzione esecutiva del film.

«Il budget complessivo dell’opera – si legge in una nota stampa –  si attesta intorno ai 25 milioni di euro e la maggior parte della produzione avverrà in Italia con significative ricadute sul territorio, anche in termini occupazionali».

A proposito della Ilbe. «È emozionante – spiega Andrea Iervolino, fondatore della società di produzione che ha creato questo importante contatto – per me annunciare l’avvio di un progetto che conferma la volontà di Ilbe di riuscire sempre a raccontare storie avvincenti e di successo».

«Stolen Girl – ha proseguito Iervolino – vedrà il coinvolgimento di star internazionali di primo piano, come Kate Beckinsale, Scott Eastwood, appunto, e James Cromwell e sono entusiasta di girare ancora una volta in Puglia, terra che amo e che nella sua versatilità riesce sempre a soddisfare le nostre esigenze».

 

 

RICADUTA OCCUPAZIONALE

Ispirata ad una storia realmente accaduta, “Stolen Girl” è ambientato nel 1993 in Ohio, racconta la storia di Amina, la figlia di sei anni di Maureen, che viene portata fuori dal Paese dal suo ex marito Karim. Dopo anni di infruttuosi tentativi di ritrovarla, Maureen viene reclutata da Robeson, un “recupera-bambini” che le promette aiuto nella ricerca di Amina ma in cambio lei dovrà lavorare per lui: alla fine, Maureen riesce a rintracciare Karim fino a Beirut dove rapisce la figlia undicenne. E, naturalmente, la storia non finisce qui, condita come è logico aspettarsi di grande suspence, trattandosi di un thriller – trapela – mozzafiato. E noi, che di film “americani” ne abbiamo fatto una scorpacciata, non abbiamo difficoltà a credere che il film manterrà quanto promesso alla vigilia del suo primo ciak.

Non sappiamo ancora come sarà “utilizzata” la Puglia. Se sarà scenario della vicenda, oppure set ideale per realizzare scene altrettanto mozzafiato ambientate a Beirut, dove si sviluppa parte del racconto. Così fosse, nessuna impressione: quando arrivano gli americani – ne sa qualcosa Taranto, che ha ospitato una megaproduzione per Netflix – vero è che portano un po’ di scompiglio, ma è altrettanto vero che poi rimettono tutto a posto. Magari facendo lavorare, come comparse o attori di secondo piano, con una pronuncia inglese perfetta, molti residenti. Ed assicurando al territorio, come spiegava Iervolino «una ricaduta in termini occupazionali sul territorio».

«Avremmo potuto vincere!»

Matteo Garrone, “Io capitano” e la corsa all’Oscar 2024

«A conti fatti, siamo andati incontro a troppi errori. Se avessimo corso per tutte le categorie, forse, ce l’avremmo fatta. Votano in diecimila, ma per la categoria Miglior film straniero solo in mille, da qui la differenza, peccato…»

 

«Agli Oscar potevamo vincere, evidentemente siamo andati incontro a troppi errori». E’ un Matteo Garrone, che manifesta il suo disappunto, con grande signorilità, sia chiaro, ma mette in discussione l’evolversi della “Pratica Oscar”, che poteva concretizzarsi in modo diverso. Fra le perplessità del grande regista di “Io capitano”, la mancata iscrizione in tutte le categorie. Pare che nessuno avesse ventilato una simile ipotesi. Una chance che il film sugli sbarchi dei clandestini sulle nostre coste, avrebbe potuto giocarsi.

Insomma, la campagna degli Oscar non è andata nel verso giusto. «Non abbiamo avuto il distributore americano giusto – dichiara Garrone all’agenzia Ansa -che ha investito quello che andava investito e poi, soprattutto, nessuno ci ha detto che si poteva correre in tutte le categorie».

 

Foto Profilo Facebook

 

A CHE SERVE PRENDERSELA…

L’Oscar non è una gara in cui tutti partono alla pari. «Se corri per tutte le categorie – la condivisibile riflessione di Garrone – sai che votano in diecimila, tutti gli aventi diritto di voto all’Academy, mentre per la categoria Miglior film straniero a votare sono in mille, insomma, una bella differenza».

Non è il caso di prendersela, però, più di tanto, provare a fare allusioni a complotti sulla vittoria del film “La zona di interesse” di Jonathan Glazer che ha avuto la meglio nella categoria Miglior film straniero, lasciando al palo “Io Capitano”.

Garrone in più di un’occasione torna sull’argomento “Oscar 2024”. La cosa è evidente, poi è a caldo: la sconfitta, sul filo di lana, altro che “palo”, non gli è andata giù. Torna sull’argomento ospite al Teatro Petruzzelli, dove il suo film è stato appena proiettato. 

 

 

DOVEVA ANDARE COSI’

«Gli inglesi votanti sono novecento, mentre gli italiani appena cento: se ci fossimo iscritti in tutte le categorie avremmo avuto più occasioni». «“Io capitano” – spiega all’Ansa il regista – è comunque un film davvero strano. È stato rifiutato da alcune rassegne e da diversi distributori e anche il fondo europeo di Euroimages, che di solito sostiene i miei film, questa volta ha detto no: nessuna motivazione scritta, il tema, impegnativo, altamente drammatico lo trattava invece in maniera avventurosa».

«Avevamo proiettato il film nella sede del Parlamento europeo: lunga “standing ovation”, per poi apprendere solo due settimane dopo, che buona parte di chi aveva applaudito, aveva dato il benestare per una legge sui migranti anche peggiore».

A chi chiede a Garrone programmi per il futuro, il regista anticipa. «In aprile andremo in Senegal, è lì che tutto ha avuto inizio: porteremo il film nei villaggi più lontani impiantando schermi mobili, perché lo possa vedere il maggior numero di persone. Torneremo nei posti nei quali i due protagonisti, Seydou Sarr e Moustapha Fall, al loro primo impegno cinematografico, hanno cominciato il loro viaggio».

L’entrata più fallosa della carriera

Francesco Acerbi, calciatore, accusato di razzismo

Durante Inter-Napoli avrebbe detto a un avversario, Juan Jesus, «Vai via nero, sei solo un negro!». Nella serata in cui tutti urlavano un secco “No al razzismo”. Attendiamo le scuse e una squalifica esemplare. Diversamente l’incoraggiamento di un tifoso della Nazionale o della squadra nerazzurra sarebbe rivolto all’indirizzo di un campione a metà

 

Francesco, ma che hai fatto? Da te, caro amico, che indossi la maglia che nasce come “Internazionale” non a caso, non ce lo aspettavamo. Del resto, di prove cocenti, una più delle altre, le avevi anche superate con invidiabile coraggio. Immaginiamo quanto ce ne voglia ad avere ragione di un tumore, combatterlo e debellarlo del tutto. Solo il tuo carattere forte poteva fare un solo boccone di quel “bastardo” che non ha rispetto di nessuno. E non immagini quanto ci emozioni il tuo ingresso in campo, prima di un calcio d’inizio guardarti, occhi e indici rivolti “lassù”, nel rivolgere una preghiera al Cielo, che ti aiutato a superare lo scoglio peggiore di fronte al quale ti avesse messo la vita.

Ma quella frase che ti attribuisce Juan Jesus, calciatore brasiliano del Napoli, non va bene: «Vai via nero, sei solo un negro!». E no che non va bene. Secondo qualcuno c’è la presunzione di innocenza e, per carità, noi rispettiamo anche questo aspetto. Non ci sono prove. Ma ci sembrerebbe un accanimento esagerato se il calciatore del Napoli si fosse inventato tutto l’ambaradan del quale si sta riempiendo la cronaca questa settimana. Le accuse sono gravi, e se tu non ti fossi lasciato scappare quella frase – della quale pensiamo ti sia sinceramente pentito – la reazione sarebbe stata diversa: avresti dato mandato a un legale per denunciare il collega che la stessa sera, a gara conclusa, ha richiamato l’attenzione dell’arbitro sull’episodio: proprio nel week-end in cui lo sport urlava a gran voce “No al razzismo!”. L’entrata più fallosa della tua carriera.

 

 

ADDIO NAZIONALE

Invece, respinto dalla Nazionale di Spalletti, e avvicinato da un pugno di cronisti ti sei lasciato andare ad un flebile «Fanculo al razzismo!». Certo che bisogna mandarlo al diavolo il razzismo, ma ci sembra davvero troppo poco. Non puoi lasciarci il dubbio che durante quella gara di calcio tu abbia offeso così pesantemente il tuo collega. Ecco perché propendiamo sul fatto che Juan Jesus non avesse tutti i torti. Che poi sia andato davanti alle telecamere ad attenuare l’offesa, è un’altra storia. Peggio: non si può prima denunciare e poi fare lo splendido, dire con un sorriso «Non è successo niente, sono cose di campo, nascono e muoiono sul rettangolo di gioco…». Non va bene, dalle nostre parti si dice: tirare il sasso e nascondere la mano. L’omertà è un altro male, simile al razzismo, significa assistere e girarsi dall’altra parte, non avendo il coraggio di denunciare quanto visto.

E solo l’insistenza, il negare da parte di Acerbi, alla fine ha indotto il difensore del Napoli a tornare sull’argomento, stavolta raccontandola tutta. Ci sono voluti un paio di giorni per stanare la verità davanti alla quale, oggi, ci troviamo. Non ci sono registrazioni, audio e video fino a questo momento, e alla fine Acerbi potrebbe farla franca davanti alla giustizia sportiva, ma soprattutto quella degli uomini. Quanti si sono spesi, e lo fanno ancora, per ideali forti, di quelli che da soli ribaltano gli ottusi e gli ipocriti.

 

 

«E’ ANDATA COSI’…»

Cosa ha detto Juan Jesus. «Dopo la mia protesta con l’arbitro, Acerbi ha ammesso di aver sbagliato e mi ha chiesto scusa aggiungendo poi anche: “Per me negro è un insulto come un altro”». E’ questa la replica servita dal giocatore del Napoli a quello dell’Inter che, a caldo, aveva detto di non aver pronunciato frasi razziste. «Per me la questione si era chiusa in campo – ha ripreso Juan Jesus – con le scuse di Acerbi, e sinceramente avrei preferito non tornare su una cosa così ignobile come quella che ho dovuto subire». «Poi però – riprende il calciatore del Napoli – leggo dichiarazioni di Acerbi totalmente contrastanti con la realtà. E questo non va bene». E non va bene no. Non solo una squalifica pesante, ma anche un serio provvedimento da parte dell’Inter nei confronti del suo tesserato, nonostante sia uno dei suoi elementi più importanti. Davanti ad episodi simili bisogna tenere la barra dritta, essere severi, anche a costo di fare e farsi del male. C’è una storia da tutelare, uno statuto firmato il secolo scorso nel quale si riportava che per “Internazionale” si considerava il fatto che in quella squadra potessero essere ospitati stranieri, di qualsiasi colore, di qualsiasi razza.

Infine, vanno tutelati i compagni di squadra di Acerbi (e di neri, nell’Inter cene sono: Thuram, Dumfries, Bisseck, ecc.) e i tifosi fra i quali ci sono milioni di sostenitori neri, orientali, arabi, di altre razze, che tengono e cantano per i sani principi di una Inter vittima, a sua volta, di un momento di follia. Attendiamo le scuse, una squalifica esemplare, diversamente ogni volta che ti vedremmo in campo il nostro pensiero incoraggiamento sarebbe rivolto a un campione a metà. 

Alda Merini e la sua Taranto

Raiuno dedica uno sceneggiato alla poetessa che nell’84 sposò Michele Pierri

La Città dei Due mari nella vita della grande autrice milanese. La scopre il poeta e critico letterario Giacinto Spagnoletti, tarantino anche lui. Presenterà artista e medico-poeta. Lunghe telefonate, fino a quando non sboccia l’amore. Il debutto da ragazza-prodigio, i due matrimoni, quattro figlie avute dal primo marito, i ricoveri, l’oblio e la risalita

 

Giovedì sera, in prima serata su Raiuno, è andato in onda in prima serata “Folle d’amore – Alda Merini”, un docufilm, come chiamano ora gli sceneggiati, le biografie dei grandi della storia e dell’arte. “Folle d’amore” è un racconto sulla vita della “poetessa dei navigli”. Protagonista Laura Morante. Con lei, Federico Cesari, Rosa Diletta Rossi, Giorgio Marchesi, Sofia D’Elia, Mariano Rigillo, per la regia di Roberto Faenza.

Grande poetessa, la sua vita nei primi Anni Ottanta, coincide con i quasi quattro anni trascorsi a Taranto, innamorata, com’era, di Michele Pierri, medico, ma anche lui poeta, che aveva qualcosa come una trentina d’anni più di lei. La Merini anni fa raccontò che aveva conosciuto Pierri grazie a Giacinto Spagnoletti, tarantino, poeta anche lui. Lunghe conversazioni telefoniche, bollette chilometriche, alla fine Alda si trasferisce in riva allo Ionio, sponda alla quale dedicherà oltre che a quasi quattro anni della sua vita, tormentata da ricoveri e dimissioni da ospedali psichiatrici, anche delle opere.

«Non vedrò mai Taranto bella – scriveva – non vedrò mai le betulle, né la foresta marina; l’onda è pietrificata, e le piovre mi pulsano negli occhi. Sei venuto tu, amore mio, in una insenatura di fiume, hai fermato il mio corso e non vedrò mai Taranto azzurra, e il Mare Ionio suonerà le mie esequie».

 

 

SPAGNOLETTI, LA SUA GUIDA

Spagnoletti è il suo vero scopritore, la sostiene, fino a spingerla a scrivere, tanto da  pubblicare lui stesso un lavoro in una “Antologia della poesia italiana 1909-1949”. E’ il 1950, ma tre anni prima aveva in qualche modo incontrato «la prime ombre della mente». Viene ricoverata per un mese in un ospedale. Nel frattempo incassa stima e affetto, per fare dei nomi, tutti di livello altisonante, Eugenio Montale. L’editore Scheiwiller, su suggerimento del poeta-scrittore genovese, pubblica due poesie inedite di Alda Merini nella raccolta «Poetesse del Novecento». La poetessa nel frattempo salda una grande amicizia con un altro grande della letteratura del Novecento: Salvatore Quasimodo.

Sposerà Ettore Carniti, proprietario di alcune panetterie di Milano, da cui avrà quattro figlie: Emanuela, Simona, Barbara e Flavia. Nata a Milano nel ’31 del secolo scorso, è una sua ex insegnante a farla conoscere al Spagnoletti. Il critico resta folgorato dalla bellezza dei suoi scritti: il suo talento precoce e inspiegabile ne fa una ragazza-prodigio della letteratura italiana.

 

 

TENACE, RISALE CON FORZA

Precipitata nella psicosi dopo una grave crisi di nervi, il marito la ricovera. La Merini, tra un ricovero e l’altro, resterà in quelle antiche “case di cura”, nelle quali c’è davvero da diventare matti. L’aiuta Enzo Gabrici, lo psichiatra che l’ha in cura. Le regala una macchina da scrivere. Grazie alla scrittura sconfigge dolore e malattia. Intanto, Alda, rimasta vedova, comincia una relazione platonica, come può essere un affetto sbocciato al telefono, con il medico-poeta tarantino Michele Pierri.

Li ha messi in contatto, nemmeno a dirlo, Giacinto Spagnoletti. Conversazioni senza fine, bollette salatissime, tanto che lei parte per Taranto, dove raggiunge e sposa nel 1984 il “suo” Michele. «Eri come ti immaginavo, amore mio», gli confessa al primo incontro. Pierri, purtroppo, ha molti anni più di lei, e la felicità non dura a lungo. Il medico-poeta muore poco dopo. Alda Merini non si dà per vinta, prosegue nello scrivere, le poesie sono la sua passione e quella di milioni di lettori, così da farne nei decenni, una delle figure più importanti e più influenti della vita culturale italiana. Muore nel 2009, a settantotto anni, a Milano, città nella quale era nata.

Pino, coraggio!

Da un successo di proporzioni internazionali alla “malattia”

D’Angiò, quello di “Ma quale idea”, si racconta. Una serie di operazioni: un tumore alla gola, uno ai polmoni. «Per fortuna ho avuto così tanto da fare che non ho avuto molto tempo per pensarci», confessa l’artista campano. «Ero considerato un prodotto di nicchia, ora sono famoso: questa cosa mi diverte». «Giovani artisti mi hanno contattato per propormi collaborazioni: mi aiutano a guardare al futuro, non al presente e trovo che tutto questo sia incoraggiante»

 

Domenica pomeriggio, sei in casa, la tv non ti soddisfa più. Troppi programmi urlati, troppi programmi autoreferenziali. Conduttrici che invitano ex mariti bisognosi di visibilità, presentatori “con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così” che invitano amici. E se non bastasse, amici degli amici.

Fino a quando non senti un brano familiare, passato chissà quante volte in radio, primi Anni Ottanta. Fra i ragazzi che ciondolano in studio e un signore attempato, magro, minimo settant’anni, non intercetti un volto che appare familiare. Uno di quelli che non puoi dimenticare, nonostante siano passati quarant’anni, mica un giorno.

«Questa la cantava quel simpaticone di Pino D’Angiò – mi viene da pensare in un istante – quel Borsalino lo indossava quando cantava e faceva ballare un milione di italiani con “Quale idea”; fra due dita di una mano una sigaretta, la fronte aggrottata, la posa da irresistibile latin lover, assunta per sceneggiare il testo: il primo rap italiano, le prime copie stampate, andate subito a ruba».

 

 

«MA E’ LUI O NON E’ LUI?»

Ho afferrato quel canale, Raiuno, “Domenica in”, in coda.  «Bnkr44 e Pino D’Angiò: “Ma quale idea”! Un grande applauso!». Applausi e via, forse avevano rilasciato un’intervista poco prima, mi documento. “Pino D’Angiò, la malattia, i tumori rimossi, ora sta meglio!”. Pino, conosciuto quarant’anni prima, l’incarnazione della vitalità, del coraggio, la voglia di cantare e fare cabaret, perché lui – qualsiasi cosa dicano le note biografiche, ufficiali o apocrife – viene da lì, da quel genere che spopolava in Francia, ironia e canzoni: cabaret. Pino non stava bene, si è sottoposto a una e più cure, a uno e più interventi. Adesso sta meglio, sorride, si è ripreso dopo la mazzata, non si piange addosso, incoraggia chi entra in quel dolorosissimo tunnel che è “il male incurabile”.

«Una volta incurabile, oggi ci sono fior di cure e chirurghi, se imbocchi corsia, sala operatoria, diagnosi e bisturi giusti, puoi anche cavartela, purché ci crediate, via diate coraggio e ne diate a chi vi sta intorno». Parole sante, Pino. Non hai perso nemmeno tanto della tua brillantezza. Ti invidiavo la bellezza, l’ironia, la spensieratezza: oggi ti invidio il coraggio. Quello che stai dando ad amici, familiari, fan, conoscenti occasionali.

“Ma quale idea”, breve ricerca: risale al 1981. L’album era “Balla!”. Lui, campano di Pompei, spiritoso com’era, aveva proseguito nel filone del doppio senso imboccato a quei tempi dagli Squallor, nemmeno a dirlo, suoi conterranei. Quel primo 45 giri, avete presente quei dischi neri con al centro un buco? Racconta di un’avventura in discoteca. In una intervista confessa che non avrebbe mai pensato di fare il cantante. «Per fare questo “lavoro” non ci vuole poi molto: un microfono, bastano venti, trenta euro, un amplificatore e il gioco è fatto. Sinceramente, non avrei mai pensato di fare questo nella vita», confessa in una intervista a “La Ragione”.

 

Foto profilo Facebook

«COME UN GIOCO…»

«Per me è stato sempre un gioco – insiste Pino, all’anagrafe Giuseppe Chierchia, settantuno anni – a soli ventisei anni ho vinto il mio primo Disco d’oro (quando per ottenerlo occorreva vendere un milione di copie e non solo cinquantamila, come accade oggi): mio padre era sì orgoglioso, ma poi, dopo un giro di parole, concludeva con la solita domanda: “Bello il Disco d’oro, ma un lavoro, Pino, quando te lo trovi?».

Oggi è un idolo fra i ragazzi. Il successo non ha età, come le idee, le canzoni belle e “Ma quale idea”, più che una canzone è un’idea. Proprio così. «Andavano forte i rap, le discoteche, allora ho messo insieme i due tempi: provo a scrivere un rap in italiano, sfondo della storia naturalmente una discoteca, un successo pazzesco».

Poi arriva la malattia: un tumore alla gola, a seguire quello ai polmoni. Un’operazione dopo l’altra, il fiato che manca. «Per fortuna – racconta ancora Pino – ho avuto così tanto da fare negli ultimi anni che non ho avuto molto tempo per pensarci: se non fosse stato così sarei rimasto a casa a guardare il muro e forse la depressione mi avrebbe accerchiato». Un solo cenno a quel brutto periodo, poi “La ragione” lo riconduce alla canzone, come è giusto che sia. Scacciamo qualsiasi brutto ricordo. Parliamo di musica e canzoni. «Fino ad oggi sono stato considerato un prodotto di nicchia, ora sono famoso. E questa, francamente, è una cosa mi diverte». Ecco il secondo tempo della vita artistica di Pino. «Alcuni giovani artisti mi hanno contattato per propormi collaborazioni: cosa dire, la cosa mi fa sorridere, questi ragazzi mi aiutano a guardare al futuro, non al presente e trovo che tutto questo sia incoraggiante». Coraggio, Pino.

«Oscar e polemiche…»

La cerimonia vivacizzata dalle polemiche, dagli Stati Uniti all’Italia

Robert Downey jr. viene preso di mira dal presentatore. Mentre l’attore viene premiato con la statuetta, Jimmy Kimmel rispolvera la dipendenza dalla droga di uno dei protagonisti di“ “Oppenheimer”. Non è da meno, Massimo Ceccherini alla vigilia: «Vinceranno i soliti ebrei». Apriti cielo, polemiche e scuse: «Sono un imbianchino, mi sono espresso male…». Il rammarico per “Io, Capitano” di Matteo Garrone, candidato fra i Migliori film stranieri   

 

Il grande favorito dell’edizione 2024 degli Oscar, ha praticamente confermato i pronostici. “Oppenheimer”, il drammatico colossal sulla bomba atomica, dato per grande favorito ha vinto sette Oscar. Fra questi, i principali: miglior film, miglior regista; miglior attore protagonista, Cillian Murphy; miglior attore non protagonista, Robert Downey Jr.

Un enorme successo, in qualche modo condiviso con “Povere creature”, diretto da Yorgos Lanthimos che ha vinto quattro statuette, fra queste, quella per la migliore attrice protagonista: Emma Stone. Nessun riconoscimento per Matteo Garrone, candidato nella categoria dedicata ai film stranieri con “Io, Capitano” (nella stessa categoria ha, invece, vinto “La Zona di interesse”). L’Italia si è consolata con la vittoria di “War is over”, un “corto” animato, inno al pacifismo.

A proposito di Italia, grande soddisfazione per Andrea Bocelli e il figlio Matteo che hanno interpretato una nuova versione dell’evergreen “Con te partirò”, alla quale ha messo mano Hans Zimmer.

 

 

POLEMICHE “A STRASCICO”

Ma è stata una cerimonia che ha lasciato qualche strascico. Non di quelli che passeranno alla storia, ma temi, argomenti e interventi che alimenteranno ancora per qualche giorno l’appuntamento con i massimi riconoscimenti cinematografici. Fra le polemiche riprese dai giornali, intanto quella di uno dei vincitori di un Oscar, il grande Robert Downey jr. in passato già candidato, ma che non aveva mai avuto l’onore di sollevare la più preziosa delle statuette “cinematografiche”. Gli fa eco dall’Italia, una polemica piccola piccola, ma che rotola talmente tanto, da diventare la classica palla di neve diventata una valanga. Protagonista

l’incorreggibile Massimo Ceccherini, fra gli autori del film “Io capitano”, che si è lasciato andare ad un colorito pronostico: «Agli Oscar vinceranno gli ebrei, non Matteo Garrone». Apriti cielo. Lui, l’attore toscano giura di non averci pensato tanto su, e non abbiamo difficoltà a credergli, del resto è un casinaro. Adorabile, ma casinaro. Se riflettesse, prima di lasciarsi andare, sarebbero tutti più felici, la moglie, gli amici, i fan, che gli hanno subito segnalato la caduta di stile.

Ma andiamo per ordine. Partiamoo da Downey jr. Anche lui uno che non sa trattenere un disappunto. Del resto, non è che avesse tutti i torti, sia chiaro. Dunque: «Vorrei ringraziare la mia terribile infanzia e l’Academy, e proprio in quest’ordine».

 

 

«RINGRAZIO MIA MOGLIE»

Così, l’attore vincitore del premio Oscar come Miglior attore non protagonista (“Oppenheimer”), quando si è rivolto al pubblico e alla giuria. «Ringrazio mia moglie – ha proseguito l’attore, non senza tono polemico – perché lei mi ha trovato come un cucciolo abbandonato e da brava veterinaria mi ha riportato in vita; il mio segreto? Avevo bisogno di questo lavoro più di quanto lui avesse bisogno di me». Ogni riferimento non è casuale, bensì voluto, fino all’ultima virgola. Il motivo? Il discorso introduttivo del presentatore degli Oscar, Jimmy Kimmel, che nel presentare Downey jr. aveva fatto riferimento al disastroso passato dell’attore, dedito al suo passato di tossicodipendente.

«Questo è il punto più alto della lunga e illustre carriera di Robert Downey jr. – aveva detto infelicemente il presentatore – uno dei punti più alti». L’attore, in passato, è stato arrestato più volte con l’accusa di droga. Ma, forse, non era il caso di condire la vittoria del grande Robert Downey jr. (fra le sue interpretazioni, straordinaria quella di Charlie Chaplin nel film biografico dedicato al grande attore-regista). Come se non bastasse, l’attore non aveva riso affatto, il conduttore ha proseguito con un evitabile: «Hai in tasca un discorso di accettazione o hai semplicemente un pene molto rettangolare?». In realtà ha riso il solo Kimmel con qualcuno, in platea, che forse assecondava una certa invidia.

 

 

CECCHERINI, SCIVOLONE…

E veniamo a Massimo Ceccherini. Dopo una frase non molto brillante, anzi, per dirla tutta, poco felice, ha provato a scusarsi. A modo suo: «Sono un imbianchino, mia moglie mi ha sgridato». Parlando del film “Io Capitano”, che ha sceneggiato con il regista Matteo Garrone, a prposito degli Oscar, aveva così commentato: «Tanto alla fine vinceranno gli ebrei». Dopo la figuraccia, le scuse, attraverso un lancio dell’agenzia Adn Kronos. «Mi sono spiegato male, io intendevo il film degli ebrei, l’argomento: non è la prima volta che un film con quel tema vince. Insomma, chiedo scusa a chi ha interpretato male: giocavo, parlavo di scommesse, scherzavo, ma a pensarci bene, che se non avessi detto niente era meglio: alla fine, chi mi ha sgridato più di tutti è mia moglie».

E sul film sul quale l’Italia aveva riposto più di una speranza, ma che alla fine ne è uscito sconfitto, Ceccherini: «Un po’ di delusione c’è, è naturale: “Io Capitano” resta un film bellissimo, per me un sogno aver lavorato con un grandissimo regista come Matteo Garrone».

«Puglia, orecchiette mondiali!»

Nunzia, da Bari Vecchia agli Stati Uniti

Nunzia Caputo, stella dei social e delle feste importanti con quei “dischi volanti” di pasta prodotti alla velocità della luce. Ultimo viaggio in India in una occasione dalle mille e una notte. Con Rihanna, star della serata, a due passi. E c’era anche l’inventore di Facebook. «Buone, vero? Le ho fatte con queste mani!», gli ha detto

 

Nunzia Capone, per tutti “Nunzia delle orecchiette”, come se puntualizzassero il titolo onorifico conquistato sul campo. Meritatissimo al punto tale che è diventato un brand. Catapultata da Bari vecchia, dove è un’istituzione, prima a New York, invitata (tutto spesato!) dalla Regione Puglia. «Un giorno sento un “busso” alla porta – spiega ad uno dei tanti interlocutori che l’hanno eletta reginetta dei social – apro e chi era? Uno della Regione Puglia, mi fa “Vuole venire, gratis, a New York?”. “Mo ce ne dobbiamo andare!”, ho risposto io: quando mi capita un’altra occasione del genere, partire per New York, tutto spesato, e fare cosa? “Quello che sta facendo in questo momento, signora Nunzia: le orecchiette”. Detto fatto».

Non è una ingenua Nunzia, amabilissima, cordiale con tutti. Oggi sa che il suo personale brand, quelle “Orecchiette alla Nunzia Capone”, hanno un valore inestimabile. Non solo New York, perché Nunzia, è volata anche in India, dall’altra parte del mondo, come gli Stati Uniti. Da non crederci. E’ una bella favola, non conosciamo ancora il finale, ma possiamo immaginarlo, anzi, ce lo auguriamo: a lieto fine.

 

 

DAGLI USA IN INDIA…

Troppo scaltra, Nunzia, per fare voli esagerati perdendo di vista il punto di partenza, Bari Vecchia. Le cose le fa, con calma, a modo. C’è chi le cura i social, le pagine su Facebook, benedetto il fondatore del papà di tutti i social. Quel Mark Zuckenberg, che Nunzia ha incontrato di persona in India, ad una festa faraonica insieme a Rhianna, la cantante. Non sa parlare l’inglese, Nunzia, ma la mano – nonostante bodyguard e un cordone di invitati che volevano vedere da vicino uno degli uomini più ricchi del mondo – gliel’ha stretta. «Grazie anche a te sono diventata famosa in tutto il mondo!», avrebbe voluto forse dirgli. Di sicuro, quando Zuckenberg avrà usato un’espressione famosa in tutto il mondo, il dito indice puntato su una sua guancia per dire «Buooono!», Nunzia da lontano gli avrà fatto capire di essere stata lei l’autrice di quel piattone di orecchiette. La donna avrà alzato le braccia, agitato le mani, come si fa quando si suona un tamburello. «David, quelle le ho fatte io, con queste mani, vedi?». Insomma, very good, very nice, Nunzia promossa.

Nunzia era in India, invitata a fare il suo, le orecchiette, da Anant Ambani e Radhika Merchant che celebravano il fidanzamento ufficiale o, come si dice da quelle parti, i festeggiamenti prenuziali: cinque milioni di euro alla cantante Rihanna per il concerto privato. Figurarsi se i due promessi sposi non potevano permettersi di ospitare Nunzia, «a fare quello che ha sempre fatto», le orecchiette.

 

 

…ALLA PAGINA SU FACEBOOK

La pagina Facebook di Nunzia documenta un breve tratto compiuto a piedi nell’aeroporto indiano. Lei è lì, alla vigilia della sua partenza non è ancora chiaro se le orecchiette dovrà prepararle lei – perché se così fosse sarebbe una missione impossibile, trattandosi di un centinaio di invitati – oppure dovrà insegnarle a fare, missione in qualche modo più praticabile. Insomma, per la felicità di Anant Ambani e Radhika Merchant, non solo Rhianna e il suo ingaggio-monstre, ma anche Nunzia & le sue orecchiette, per i festeggiamenti prenuziali dei due promessi sposi.

Orecchiette da fare o da insegnare a fare, no problem. In un caso o nell’altro, saprà cavarsela alla grande, considerando la velocità con cui cui nella stradina di Arco Basso, dalle sue dita, prendono magicamente forma le orecchiette. Piccole, perfette, tutte a misura. Proprio come sottolinea il portale “Bari Viva”: una velocità da Guinness dei primati, anche se sarebbe più adatto a dire, da sapienza antica di mani che hanno sempre lavorato.

Non solo “Bari Viva”, ma anche il Corriere del Mezzogiorno, raccoglie due battute da Nunzia al suo ritorno. Dichiarazioni da donna di mondo ormai. Lei, partita dall’Arco basso e catapultata alla festa nella quale protagonista è stata Rihanna. «Eravamo in India e con me c’erano lei e Mark Zuckenberg: sono stata proprio vicino a Rihanna, una voce bellissima. Quando è salita sul palco indossava un abito fucsia incantevole, le stava benissimo». Quando le chiedono cosa facesse lì, la risposta è disarmante, come la sua velocità nel produrre orecchiette: «Sono stata chiamata a fare le orecchiette, inutile dire che sono piaciute a tutti!».

Il sogno di Randy

Dal Camerun a uno studio legale internazionale

«Partito a diciassette anni, mi sono laureato a ventiquattro anni con 110. Tanti sacrifici, da mediatore a custode notturno, poi una compagna e una figliola splendide. Vorrei aiutare la mia gente, offrire consulenze e assistenza a titolo gratuito. Consultato il mio curriculum, parlando correntemente anche inglese e francese, sono stato contattato…»

 

Per diventare avvocato ed esercitare la professione tanto sognata nel suo Paese d’origine, il Camerun, occorre l’ultimo passaggio: il praticantato. Ma Randy, ventiquattro anni, una compagna, Filomena, che gli è stata accanto e lo ha incoraggiato, e una bimba nata tre anni fa dalla loro unione, si può dire sia già a buon punto. Ha conseguito la laurea tanto sognata e – “pescato” con grande intuizione da Chiara Marasca per il Corriere del Mezzogiorno, edizione Campania – già contattato da uno studio legale internazionale. Come si dice in Italia, Randy è già a metà dell’opera. Insomma, i sogni saranno pure desideri, ma occorre coltivarli, inseguirli, se possibile, perché più grandi sono, più grande deve essere l’impegno, il sacrificio. E così, lieto fine compreso, è stato per Randy Ashu.

Randy Ashu è diventato dottore in Giurisprudenza, all’Università “Federico II” di Napoli, ottima la sua tesi sul Terzo settore coronata da un sonoro 110. «Avevo un grande sogno – racconta Randy – ma mai avrei potuto realizzarlo restando nel mio Paese, così ho preso coraggio e, come tanti altri come me, ho affrontato un viaggio lungo e doloroso attraverso il Mediterraneo: avevo lasciato i miei affetti, perso compagni durante la traversata come spesso accade in questi viaggi della speranza: il lieto fine è quanto tutti si augurano, ma non sempre è così».

 

 

DOPO IL DOLORE, LA GIOIA…

Il suo viaggio, l’arrivo in Italia. «Sbarcato a Lampedusa, sono stato traferito ad Ascea – racconta al “Corriere” – in un Centro di accoglienza per adulti: essendo minorenne sono stato trasferito a Polla, per poi passare attraverso le comunità di Morcone e Torrioni. Avevo nostalgia del mio Paese, dei miei affetti, ma in quel momento percepivo che stava cominciando la mia nuova vita in Italia».

Fra le diverse facoltà, Legge. «Lo scopo di questa mia scelta risiede nel mio pensiero fisso: aiutare le persone nell’ottenere il riconoscimento dei loro diritti, come gli altri hanno fatto con me quando sono stato in difficoltà». Una laurea che non arriva subito. Randy deve compiere un importante percorso di studi. «Conseguito il titolo di mediatore culturale, ho studiato e lavorato, come mediatore e anche come portiere notturno, laureandomi nel rispetto dei tempi. Nel percorso di studi ho goduto delle borse di studio previste da un progetto che sostiene i giovani con background migratorio: fondamentale, in ogni momento, l’incoraggiamento da parte della mia compagna con la quale cresco la nostra bambina».

 

 

…E IL SOGNO CONTINUA

E il sogno si corona. «Sono stato contattato da uno studio legale internazionale che ha sede a Roma: inizio a giorni. Hanno consultato il mio curriculum trovandolo interessante: hanno apprezzato la mia determinazione, il mio percorso universitario e hanno voluto credere in me. Sogno di aiutare la mia Africa, che nei prossimi decenni dovrà affrontare la transizione energetica: ecco, sogno di diventare uno dei protagonisti di questo percorso. Ma vorrei conciliare questo con l’attività di avvocato pro bono (consulenza e assistenza a titolo gratuito): non dimenticherò di aiutare chi è in difficoltà».

Infine, l’augurio di Randy. «Mi auguro – conclude il neo legale – che la mia storia possa ispirare gli immigrati che arrivano con grandi sogni, spesso spenti dalle sfide dell’integrazione, che la mia testimonianza possa accendere in loro nuove speranze».