«Cinema, che passione!»

Enrico Vanzina a Taranto, racconta sessant’anni di storia del grande schermo

«Mio padre Steno, Risi e Monicelli, i grandi della commedia. Io e mio fratello Carlo abbiamo sceneggiato e girato qualcosa come centoventi film. Come un tempo avevamo provato a raccontare gli italiani. Sordi, da imitatore a imitato. E poi Villaggio, Proietti e un film che vorrei fare con Verdone. Checco Zalone, Pio e Amedeo mi ricordano il “mio” Abatantuono»

 

«Hai un gran…sedere, hai diciassette anni e sei di fronte al più grande scrittore italiano!», gli disse un giorno Ennio Flaiano. Enrico Vanzina, regista, sceneggiatore, scrittore, giornalista, centoventi film all’attivo, sere fa allo Yachting Club di Taranto, ospite della rassegna “L’angolo della conversazione” a cura di Gianluca Piotti, per presentare il suo ultimo libro, un giallo: “Il cadavere del Canal Grande”. Parlare con lui davanti ad un aperitivo, ascoltarlo dal palco, cenare, fra un vinello e una santa spaghettata alle vongole, è come fare zapping con la commedia all’italiana.

«Grazie a papà, Steno (Stefano Vanzina, ndc), che ha diretto, tanto per intenderci, tutti i film dell’immenso Totò e, per fare due titoli, “Un giorno in pretura” e “Un americano” con il grande Alberto Sordi, ho conosciuto tutto il cinema, gli attori, i registi, gli sceneggiatori, così com’erano nella vita reale».

Racconta di tutto e di più, Vanzina. Con grande semplicità. Come sceneggiasse uno dei suoi tanti film, realizzati insieme con suo fratello Carlo, scomparso circa cinque anni fa. “Parla come magni”, avrebbe detto Nando Mericoni, detto l’americano.

«Hemingway ha spettinato i giochi, con i suoi romanzi ci ha insegnato che a parlare devono essere i protagonisti, i personaggi: dunque, quale miglior strumento se non il discorso diretto».

 

 

Dicevamo di Ennio Flaiano.

«A casa, a pranzo, a cena, mio padre invitava Risi, Monicelli, De Sica, Comencini, Lattuada, al quale devo il mio debutto cinematografico con “Oh Serafina”, e ancora Scola, Maccari, Zapponi, Age e Scarpelli, Sonego, Vincenzoni, intellettuali come Flaiano, Patti, Brancati, Longanesi; casa si riempiva di cinema, il vero cinema: fu uno di quei giorni che mi venne l’ispirazione: voglio scrivere; così qualcuno mi indirizzò a Flaiano, personaggio strepitoso, battuta fulminante, libri e sceneggiature veri e propri saggi di ironia: “Ennio, mi piacerebbe diventare uno scrittore”, e lui: “Pensa che…fortuna: hai davanti a te, il sottoscritto, senza nulla togliere al resto dei presenti, il migliore scrittore italiano! Leggi le mie cose: quando non ti sarà chiara qualcosa, domanda, senza problemi”».

Qual è l’insegnamento?

«Chi osserva il mondo, la battuta l’acchiappa: devi scrivere come parla la gente; per fare lo scrittore bisogna amare il cinema, leggere tanti libri, frequentare musei, ascoltare musica, andare a teatro, al bar, sull’autobus, fare sesso; le commedie: un umorista francese diceva: speriamo che il mondo resti ridicolo».

E Albertone?

«Lattuada mi volle accanto a sé per “Oh Serafina”, avevo appena ventitré anni, Pozzetto venne a cenare a casa per conoscere Sordi; non appena arrivò, Renato si alzò per stringere la mano ad Alberto: “Maestro, che piacere…”, fece Pozzetto. E Sordi, “Stai, stai, ma tu chi sei Cochi o Renato?”. Alberto era così. Sordi, nel suo lavoro ha osservato gli italiani, li ha imitati, finché il suo modello non è diventato talmente forte che gli italiani ad un certo punto hanno cominciato ad imitare lui».

 

 

Vanzina, la fortuna di conoscere Totò.

«Il Principe abitava non molto lontano da casa nostra e io e Carlo andavamo spesso a trovarlo; elegante, altra cosa rispetto ai suoi personaggi: lo guardavamo con ammirazione e stupore, specie da quando papà ci aveva portati sul set di “Totò Diabolicus”: ci era rimasto impresso il Principe vestito da donna, quella era vera arte, fare cinema, interpretare uno, due, tre personaggi diversi fra loro».

Poi c’è anche Proietti.

«Ci invitarono negli Stati Uniti, Sordi e De Sica in un’auto, io e Gigi in un’altra; loro a cena, noi al Madison Square Garden per ascoltare Ray Charles: entriamo e ci troviamo davanti ad una muraglia umana, nera, non c’era un solo bianco; Gigi a quel punto sfodera un sorriso alla Mandrake, tipo “Febbre da cavallo”, e testuale: “Enri’, me sto a caca’ sotto…”».

Paolo Villaggio, altra icona del nostro cinema.

«Inghilterra, riprese di “Io no spik inglish”. Villaggio suggerisce una serata al “Bucaniere”, vecchio pub londinese. Prenotiamo una settimana prima. Chiusura alle nove di sera. Arriviamo alle 9.01. “Too late”, ci respingono. Insistiamo, invochiamo uno strappetto alla regola, niente: andiamo via bastonati. Pochi metri dopo, in un vicolo, alle mie spalle sento la voce narrante di Villaggio-Fantozzi: “Capri, Ferragosto, cinque del pomeriggio: Antonio sta abbassando la saracinesca del suo ristorante, “I Faraglioni””; gli piombo alle spalle: “Antonio, siamo in quindici…”. E lui, alzando la saracinesca: “Non c’è problema, dotto’…”. Questo era Villaggio, uomo di grande spirito e immensa cultura».

 

 

Romanità, romanismo, cose che la legano a Verdone.

«Carlo, siamo grandi amici. Ci sentiamo quasi tutti i giorni. Uscire con lui è come uscire con Totti, a Roma non fai due metri senza essere fermato. Mi piacerebbe dirigerlo in un film, è complicato: lui lavora con se stesso, lo ha fatto appena con Sorrentino e Veronesi, ma ho la sensazione che ce la farò. Io e lui ci riteniamo maratoneti del cinema, altri sono centometristi, li superi che hanno già il fiato corto».

Come in uno dei suoi film, scorrono i titoli di coda. Enrico Vanzina e considerazioni sparse.

«La più grande commedia all’italiana: “Il sorpasso” di Risi con Gassman e Trintignant; fra i titoli miei e di mio fratello Carlo: “Il cielo in una stanza” con Elio Germano; la più grande attrice comica del nostro cinema: Monica Vitti; battute amate e odiate: “E anche questo Natale s’o semo levati dalle palle!”, Garrone da Vacanze di Natale, una persecuzione; “Invecchiare fa schifo!”, Virna Lisi da “Sapore di mare”: in realtà invecchiare non fa affatto schifo; la Puglia, la amo, è bellissima, devo tornarci con più calma: con Abatantuono, origini pugliesi, ho lavorato per diversi film sul suo “terrunciello”, divertimento allo stato puro; poi, sfondo una porta aperta: trovo divertenti Checco Zalone, Pio e Amedeo, che ho incontrato di recente».

Golpe di sole

Estate, nel fine-settimana il tentativo di ribaltare il governo presieduto da Putin

“Wagner”, l’esercito dei “contractor” assoldati dalla Russia e capeggiati da Prigozhin, ha messo paura al mondo per un’intera giornata. Il timore maggiore: lo scoppio di un conflitto civile con l’ingresso in guerra di più “attori”

 

Non è stata quella che si suol dire una «passeggiata di salute» quella dello scorso week-end in Russia. Insomma, non finisce tutto in una bolla di sapone, come se in piena estate un colpo di sole, di punto in bianco, si fosse impossessato del leader della

Il presidente russo Vladimir Putin è apparso nel primo discorso televisivo dopo il tentativo di colpo di stato da parte di Wagner al cui comando si era posto – secondo Putin – il “ribelle” Yevgeny Prigozhin. L’occasione del “ritorno” del presidente russo dopo l’assenza nel fine-settimana scorso è stato l’incontro con partecipanti e ospiti dell’XI International Youth Industrial Forum.

Dal suo canto, tirato in ballo dallo stesso “invasore”, Prigozhin, il ministro della Difesa russo Sergei Shoigu ha visitato le truppe in Ucraina. Anche in questo caso, la sua è la sua prima apparizione pubblica dall’ammutinamento di Wagner. Shoigu, però, non ha fatto commenti sul «grave caso di ribellione» durante il quale Prigozhin aveva chiesto al ministro della Difesa un incontro chiarificatore a Rostov prima della sospensione dell’ammutinamento.

 

 

«SHOIGU, DOVE SEI?»

Ma, attenzione, secondo alcuni importanti blogger militari russi su Telegram, hanno avanzato l’ipotesi secondo la quale il ministro della Difesa, Shoigu, si sarebbe recato in visita al confine con l’Ucraina venerdì scorso, prima dunque della sommossa che ha tenuto con il fiato sospeso il mondo intero. Secondo i blogger in questione le immagini e il video rilasciati dal ministero della Difesa russo potrebbero risalire proprio a venerdì scorso, dunque al viaggio avvenuto prima dell’ammutinamento di Wagner.

«La cosa principale in queste condizioni – ha dichiarato all’agenzia Tass il primo ministro russo Mikhail Mishustin – è garantire la sovranità indipendenza del nostro Paese, sicurezza e il benessere dei nostri cittadini; a tal fine, il consolidamento dell’intera società è particolarmente importante: dobbiamo agire insieme, come un’unica squadra, e mantenere l’unità di tutte le forze, stringendoci attorno al Presidente».

Intanto si registra il procedimento penale a carico del leader della Wagner Prigozhin. L’accusa è di ribellione armata tanto che Prigozhin continua ad essere indagato dal dipartimento investigativo dell’Fsb russo. Fonti bene informate affermano che la decisione di avviare un procedimento penale non è stata ancora annullata e che le indagini sulla ribellione sono in corso.

Dall’Italia, intanto, «seguiamo l’evolversi della situazione interna russa, anche se naturalmente non tocca a noi interferire: tutto dipende dalla situazione, ma certamente l’assenza di Wagner non rafforza l’armata russa», ha dichiarato il ministro degli Esteri Antonio Tajani.

 

 

DA TUTTO IL MONDO…

Dagli Stati Uniti, invece, «la crisi in Russia rivela crepe nel sistema di potere di Vladimir Putin». Lo ha dichiarato il segretario di Stato americano Antony Blinken, che ha aggiunto: «al momento non si ha notizia di capo militare cacciato da Putin, pertanto bisognerà aspettare le prossime settimane per capire gli sviluppi».

Infine notizie dalla Cina che sostiene la Russia nel mantenimento della stabilità nazionale. «Questi sono affari interni della Russia – sottolinea la nota – anche se  in qualità di vicino amichevole e partner di cooperazione strategica globale nella nuova era, la Cina sostiene la Russia nel mantenere la stabilità nazionale e nel raggiungere lo sviluppo e la prosperità».

Insomma, un bel braccio di ferro del quale, oggi, si parla con una certa rilassatezza, anche se la paura di una vera guerra civile è stata tanta. Tutto è bene quel che finisce bene, si diceva un tempo. Ma qui, in realtà, la sensazione che si ha è che tutto sia appena cominciato.

«Adesso ti sistemo io!»

Un datore di lavoro gioca un brutto scherzo a un suo dipendente

Versa circa mille euro, il TFR, con l’equivalente di novantamila monetine e un biglietto: «Vai a fare…» . Al giovane dipendente non va giù. Denuncia, inchiesta ed intimazione di pagamento: quarantamila! Tanto è costato all’uomo il mandare al diavolo un proprio dipendente

 

«…Frégati!». Più o meno questo, per dirla all’inglese, il messaggio di un datore di lavoro che ha liquidato un suo dipendente con novantamila monetine. L’idea avrà fatto sorridere il titolare dell’attività che a quell’idea ci avrà pensato giorno e notte, fra un ghigno e una risatina. Evidentemente quel dipendente, fiscale nelle sue ore di lavoro come nei suoi diritti, era uno che non si faceva passare tanto facilmente la mosca da sotto al naso.

Finito per finito il rapporto di lavoro, il giovane disoccupato ha informato l’Ispettorato del lavoro che ha fatto le sue ricerche. Avete presente la pallina di neve che scivola da una montagna e arriva a valle che è valanga. Ci verrebbe da dire “Così impara, quello sciocco guascone!”, invece dispiace perfino sapere che una guasconata, appunto, è finita peggio di quanto il “poverino” pensasse.

La storia, individuata da Edoardo Ciotola per “Tuttonotizie”, comincia proprio dal proprietario dell’officina che, per canzonare un proprio dipendente rompiscatole, gli ha elargito l’ultimo stipendio con oltre novantamila monetine, con allegato un biglietto con insulti. Per il meccanico sembra che la storia finisca con il suo dipendente che si porta via, in carriola, il suo ultimo stipendio, quello di fine rapporto. Invece, pochi mesi dopo, la polizia bussa alla sua porta. Purtroppo per lui non ci sono buone notizie.

 

 

«COSE CHE SUCCEDONO…»

«Chi lavora nel settore privato – scrive Ciotola – potrebbe aver avuto una cattiva esperienza con il suo ex datore di lavoro; alcuni contratti terminano anzitempo o non vengono rinnovati a scadenza; motivi più disparati, fra questi l’incompatibilità che si viene a creare tra le due parti, datore e dipendente; più di qualcuno ha avuto un’esperienza simile o conosce qualcuno rimasto in pessimi rapporti con chi gli corrispondeva lo stipendio a fine mese: fa parte della natura umana e difficilmente potranno esserci cambiamenti nel futuro prossimo».

Insomma, a dimostrazione che, ancora oggi, molti rapporti lavorativi finiscono nel rancore, c’è la storia di Andreas, ex dipendente di un’officina in Georgia, negli Stati Uniti. Mesi fa la sua ultima busta paga di un’officina per la quale aveva lavorato alcuni mesi: 915 dollari. Un corrispettivo che il giovane dipendente ha giudicato troppo basso tanto da denunciare l’accaduto all’equivalente americano del Ministero del Lavoro. «Il mio datore di lavoro non mi ha versato il TFR, il trattamento di fine rapporto».

Da qui le notti insonni del suo datore di lavoro, fatte di esclamazioni del tipo «Vai a fidarti di chi ha bisogno di lavoro!», «Proprio vero, il personale è il nemico pagato!» e, ancora, «Ripaghi la mia generosità con questa moneta?». Moneta, ecco, deve essere scattato qualcosa nella testa dell’uomo non appena ha pensato a quella parola: moneta.

 

 

«GLIELA FACCIO PAGARE!»

Il giorno dopo comincia la sua personale battaglia contro Andreas. Un giorno dopo l’altro, il datore non si sa come, riesce a mettere insieme più di novantamila pezzi da un centesimo. Con tutte quelle monetine, con allegato biglietto, gli pagherà il Trattamento di fine rapporto. L’uomo, ostinato, si procura una carriola, carica i novantamila pezzi – resi viscidi anche per essere stati trattati con olio per motori, insomma un datore sui generis – e glieli versa nel vialetto che porta a casa sua. Non finisce qui: fra le monete, il giovane meccanico trovato un biglietto con dedica, molto pesante: «Vai a fare in c**o!». Andreas a questo punto si dimostra quel ragazzo pignolo che il suo datore aveva conosciuto sul posto di lavoro: denuncia l’episodio alla polizia che collabora con il Ministero del Lavoro.

Dopo qualche mese, la doccia gelata. L’ex datore di lavoro non aveva “pagato in maniera corretta” Andreas e altri otto dipendenti. Nello specifico, non avrebbe pagato regolarmente tutte le ore di straordinario, che per la legge americana hanno un costo più alto, considerandole “normali”. Fatti ulteriori accertamenti, si è scoperto inoltre che il proprietario dell’officina avrebbe dovuto corrispondere al ragazzo altri ottomila dollari, più altri seimila agli altri otto dipendenti che non erano stati pagati regolarmente. Se a queste cifre aggiungiamo i danni per il ritardo nel pagamento, si arriva presto a qualcosa come 40.000 dollari. Quel “Vaffa!” avrà alleggerito di molto il peso del datore di lavoro, ma in quanto a dollari, anche in questo caso l’uomo avrà alleggerito le proprie tasche. Morale della vicenda: Ma paga! Un assegno arrotondato a mille dollari e stop, chi si è visto si è visto. Invece? Invece, “Frégati!”. Chi dei due è rimasto…scottato?

«Ti piace la vista, eh?»

Toby, ventuno anni, non vedente, espulso da una palestra

Fissava il vuoto. Non secondo una donna che si sentiva “osservata”. Ingiurie pesanti all’indirizzo del ragazzo, espulso dalla struttura sportiva. Senza poter spiegare che, invece, era cieco

 

«E’ tanto che mi fissi, vuoi smetterla e pensare a fare i tuoi esercizi? Se non la smetti lo dico al titolare della palestra e ti faccio cacciare in men che non si dica!».

E’ diventata virale, si dice così oggi, la storia di Toby, ventunenne studente inglese non vedente. E’ una di quelle storie delle quali appena leggi le prime righe cominci ad incupirti al punto tale da volere andare subito a leggere la conclusione sperando che sia un lieto fine. La storia di Toby, purtroppo, è di quelle che confermano quanto, di fronte alla disabilità spesso ci imbattiamo in barriere più mentali e culturali, che fisiche.

Toby è un ragazzo cieco che ha voluto condividere la sua storia su suo account Tik tok. La vicenda è presto spiegata: è quella di un giovane disabile e incompreso che racconta di essere stato cacciato da una palestra per aver “fissato” – così ha insistito la sua accusatrice – una donna, come se potesse vedere quello che accade davanti ai suoi occhi. “La fissava in modo inquietante”, sarebbe stato, a seguire, uno dei tanti commenti che hanno convinto la direzione a buttarlo fuori.

 

 

«COS’HAI DA GUARDARE?»

«Ti piace la vista, eh?», avrebbe ironizzato, minacciosa, la donna. Toby ha subito chiarito, semmai ce ne fosse stato bisogno: «Non avevo idea di dove puntasse il mio sguardo per tutto il tempo degli allenamenti. Guardavo solo davanti a me e sfortunatamente c’era una donna che faceva degli esercizi».

La ragazza oggetto delle immaginarie molestie non ha voluto saperne. «Perché continui a fissarmi? Basta, sei inquietante», ha ribadito non credendo alle spiegazioni di Toby. Il management della struttura ginnica ha deciso di allontanarlo a seguito delle rimostranze della donna.

Toby studia psicologia e consulenza. I suoi 225.000 follower su TikTok hanno espresso vicinanza e indignazione per l’accaduto. Loro sanno benissimo che l’aspirante psicologo ha cominciato a perdere la vista dall’età di 11 anni. Hanno seguito la vita di un normale ragazzo alle prese con i limiti, soprattutto esterni, che rendono complicata la vita di un disabile.

Oggi gli resta appena un 4%, quel poco che basta per non “vedere” certe miserie della società in cui viviamo. Come si suol dire: occhio non vede, cuore non duole.

Non ci piace tornare sull’argomento. E’ un po’ come sparare sulla croce rossa, perché la ragazza che ha offeso Toby, tardi sì, ma si è accorta della figuraccia che ha fatto. Compreso il titolare della palestra. Ma Corte d’Appello aveva ribadito il principio già sancito dal Tribunale: chi denigra una persona per la sua disabilità denigra tutti i disabili e le associazioni che li rappresentano. Ed è per questo che sono stati condannati, per esempio, quanti tramite Facebook avevano denigrato e pesantemente insultato una ragazza, avvocato e donna con acondroplasia, malformazione congenita rara, che causa la forma più diffusa di nanismo.

 

 

DUE CONDANNE

I due condannati avevano pubblicato frasi ed espressioni diffamatorie e discriminatorie, proprio perché riferite all’acondroplasia della donna. «Una sentenza che fa cultura e che traccia un inciso verso una maggiore tutela dei diritti delle persone con disabilità – aveva commentato nell’occasione l’avvocato Laura Abet del Centro Antidiscriminazione Franco Bomprezzi – lo stesso giudice ha emesso una sentenza importante a favore di tutte le persone con disabilità che sono vittime di offese e molestie che, al pari di una discriminazione, sono sanzionabili».

Per i giudici di primo grado e per quelli della Corte d’Appello dunque, sempre in riferimento a quanto riportato dalla Corte d’appello, la dimensione pubblica delle offese rivolte alla persona con disabilità rappresenta non solo un danno alla persona direttamente coinvolta, ma anche un danno oggettivo a tutte le persone con disabilità.

Inoltre, tali offese costituiscono un grave e concreto danno alle azioni associative di promozione e tutela, perché contribuiscono a rafforzare lo stigma negativo verso le persone con disabilità, il cui valore come persone viene negato alla radice da espressioni così gravemente ingiuriose.

«Sempre accanto a chi soffre»

Giornata mondiale del rifugiato

I messaggi del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Quello del presidente dell’ANCI, Decaro, sindaco di Bari. La celebrazione giunge nei giorni del tragico naufragio al largo del mar Egeo. Bilancio raggelante: seicento dispersi in mare e ottanta morti accertate. Ventiseimila morti complessive negli ultimi dieci anni nel Mediterraneo

 

«La Giornata mondiale del rifugiato, quest’anno ha il sapore amaro dell’ennesima tragedia», scrive sul portale del Comune di Bari il sindaco di Bari Antonio Decaro, in occasione della giornata mondiale del rifugiato. «Quell’immenso cimitero senza lapidi – prosegue il primo cittadino barese, che riveste anche il ruolo di presidente di Anci, l’Associazione dei comuni italiani – richiama la responsabilità dei governi nazionali e della Ue sui doveri di accoglienza e di soccorso». Come dare torto a Decaro. Del resto è il caso di ribadire che, a oggi, sia inammissibile assistere impotenti alla più grande tragedia di questo secolo. «Tutti abbiamo il dovere di fare qualcosa», sostiene il sindaco di Bari. Ognuno per le proprie competenze e responsabilità, nel proprio ambito lavorativo e nella propria istituzione.

La giornata mondiale del rifugiato ci ricorda che la migrazione è un fenomeno strutturale che esiste e che, come abbiamo visto anche negli ultimi anni, incide sulla vita del mondo e ovviamente anche nel nostro Paese. I Comuni d’Italia sono in prima fila costantemente per accogliere, per tendere una mano, per dare un futuro alle persone che fuggono da situazioni di difficoltà.

 

 

L’IMPEGNO DI TUTTI

«Un impegno non solo dei Comuni italiani – sostiene Matteo Biffoni, delegato dell’Anci all’immigrazione e sindaco di Prato – ma anche degli operatori che agiscono all’interno dei progetti diffusi di accoglienza nel nostro Paese; le amministrazioni comunali del nostro Paese vogliono dare un sostegno a chi scappa da situazioni critiche; è uno dei nostri obiettivi, abbiamo tante cose da fare ma ci interessa fare anche questo».

In concomitanza con la Giornata mondiale del rifugiato sono state più di centocinquanta le iniziative organizzate su tutto il territorio nazionale con un elenco, in costante aggiornamento (www.retesai.it).

In occasione della Giornata mondiale del Rifugiato, è intervenuto anche il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, con dichiarazioni al solito importanti, dalla parte dei più deboli, che lasciano ben sperare di quale possa essere la posizione del nostro Paese nei confronti di un tema così sentito. «Circa 100 milioni di uomini, donne e bambini, in tutti i continenti, sono costretti a lasciare le proprie case per trovare protezione contro la persecuzione, gli abusi, le violenze», ha detto Mattarella.

«Il senso di umanità e il rispetto per i più alti valori iscritti nella Costituzione repubblicana – ha proseguito il presidente nel suo messaggio – impongono di non ignorare il loro dramma». «Da sempre l’Italia è in prima linea nell’adempiere all’alto dovere di solidarietà, assistenza e accoglienza, secondo quanto previsto dalla Costituzione per coloro ai quali venga impedito nel proprio paese l’effettivo esercizio dei diritti e delle libertà democratiche», è un altro passaggio della dichiarazione di Mattarella.

 

Foto profilo facebook

MATTARELLA SEVERO

«Nel celebrare la Giornata Mondiale del Rifugiato è opportuno ribadire che le iniziative di assistenza a queste persone – e in particolare ai rifugiati che si trovano in condizioni di particolare vulnerabilità – devono essere accompagnate dalla ricerca di un’indispensabile e urgentissima soluzione strutturale di lungo periodo».

«Per superare definitivamente – ha proseguito Mattarella – la gestione emergenziale di tali fenomeni con un’azione di respiro europeo ed internazionale è indifferibile intervenire sulle cause profonde che spingono un così gran numero di esseri umani bisognosi ad abbandonare i loro Paesi. Essi meritano opportunità alternative ai rischiosi viaggi che, spinti dalle circostanze, intraprendono in condizioni anche proibitive».

Torturati in campi di detenzione, costretti a odissee senza lieto fine per fuggire dalle guerre, le persecuzioni e le violenze che li tormentano a casa, è il destino, sotto gli occhi di tutti, di oltre centodieci milioni di profughi in tutto il mondo (dati Acnur-Unhcr): solo nel 2022 erano 62,5 milioni gli sfollati interni e oltre 35 milioni i rifugiati. Per loro, martedì 20 giugno si è celebrata la Giornata mondiale del rifugiato. Che arriva proprio nei giorni del tragico naufragio al largo delle coste del Peloponneso, con un bilancio raggelante: oltre 600 dispersi in mare e 80 morti accertate, che si aggiungono alle 26mila degli ultimi dieci anni nel mar Mediterraneo (dati Oim).

«Dov’è la libertà?»

Naufragio in Grecia, si parla di seicento morti

Fra le vittime ci sarebbero anche un centinaio di ragazzini rimasti chiusi in una stiva insieme a molte donne. Aperta un’inchiesta dalle autorità greche. I superstiti dicono di essere stati minacciati da chi li trasportava con un machete. Espulso un deputato greco: «Basta con i migranti, ci derubano!»

 

Una sciagura di proporzioni ciclopiche. Si dice che nel giro di poche ore almeno seicento vite siano state spazzate in un violento nubifragio nel mar Egeo, al largo della Grecia. Inesorabili trascorrono le ore e il mare a fatica restituisce altri corpi dopo il primo centinaio ripescato mercoledì scorso, subito dopo questa tragedia di proporzioni immane. Senza contare che fra le vittime c’erano anche un centinaio di bambini. Creature che non conosceranno mai cosa significhi “speranza”. A loro, i più grandi, non avevano parlato di speranza. I bambini nemmeno ci pensavano. Chi li ha aiutati a imbarcarsi, come i loro genitori, i loro parenti, aveva spiegato loro che andavano incontro alla libertà e, se il Cielo avesse voluto, finalmente a stare meglio.

Non è andata così, purtroppo. Il naufragio di Pylos, nel sud del Peloponneso, entra tristemente nella storia come una delle peggiori tragedie di migranti nel Mediterraneo. Un bilancio, in vite umane, che rischia di contare – si diceva – fino a seicento morti, parecchi dei quali non verranno mai ritrovati.

E i bambini, quelle anime innocenti, più innocenti di quanti volevano assicurare loro un futuro meno duro, pare fossero un centinaio, rinchiusi nella stiva, come hanno raccontato fra lacrime e terrore i superstiti a quanti li hanno soccorsi, come medici e volontari. Stando alle prime testimonianze raccolte, nel momento in cui è accaduto l’irreparabile molte donne e bambini stavano dormendo.

 

 

PRIME TESTIMONIANZE

Secondo testimonianze, il peschereccio “Adriana” era partito vuoto dall’Egitto, per fare scalo nel porto libico di Tobruk e caricare una moltitudine di migranti per poi proseguire, con il carico a bordo, il viaggio verso il nostro Paese.

Fra le immagini riprese da una nave maltese si vede l’imbarcazione strapiena di gente ferma. Insomma, pare non fosse in navigazione a quell’ora. Secondo una prima ricostruzione, la nave si sarebbe trovata nella cosiddetta situazione di distress, vale a dire di difficoltà, che avrebbe dovuto portare all’intervento dei soccorsi. Un portavoce della Guardia costiera, inoltre, aveva negato l’esistenza di immagini precedenti alla tragedia (cosa successivamente smentita).

Dopo oltre tre giorni dalla sciagura, proseguono le ricerche in acque internazionali. Lo scopo è quello di rintracciare eventuali superstiti che viaggiavano a bordo del peschereccio pieno di migranti e proveniente dalla Libia. In totale, a bordo, c’erano settecentocinquanta persone.

In questi giorni abbiamo seguito il susseguirsi di notizie, grazie all’impegno costante dell’inviato di RaiNews24. Parla di tragedie nelle tragedie il giornalista Riccardo Cavaliere. «Da tre giorni – spiega al cronista un ragazzo siriano – erano senza cibo e acqua, in sette erano già morti di fame prima che la barca si rovesciasse». Non è finita, secondo diverse testimonianze «gli scafisti minacciavano le persone con dei machete»: autentici criminali.

 

 

GOVERNO DI ATENE

Stando a una portavoce del governo di Atene, tutta da verificare, pare che per espresso volere delle persone a bordo venivano rifiutati i soccorsi: «No help, go Italy», pare ripetessero. Atene, inoltre, insiste: «l’approccio della Guardia Costiera non può essere collegato all’affondamento del peschereccio in termini di tempo».

Intanto, scrive l’agenzia Ansa, la magistratura di Atene ha aperto un’inchiesta. Stando alla ricostruzione dei greci, l’aereo di Frontex sarebbe stato il primo ad avvistare il peschereccio, martedì, poco dopo le nove e mezzo del mattino, avvertendo i vicini centri di coordinamento, tra i quali anche quello italiano: la nave, in quel momento, è nella zona Sar di competenza greca, ed è proprio da lì che vengono mandati due mercantili come primo soccorso.

Come spesso accade in tragedie come questa, le responsabilità, gravissime, passano da un possibile colpevole all’altro. La Guardia Costiera conferma che circa tre ore prima che la nave dei migranti andasse a fondo «una nostra motovedetta si è avvicinata e ha calato una piccola corda per accertarsi delle condizioni». «Un’operazione – viene spiegato – durata alcuni minuti interrotta dopo che la piccola imbarcazione è stata slegata dagli stessi migranti». Le autorità greche avrebbero continuato a monitorare la situazione a distanza, anche se i migranti avevano «rifiutato – sempre stando a fonti greche – qualsiasi assistenza dichiarando di voler proseguire il viaggio verso le coste italiane».  

 

 

IL SOCCORSO: UN DIRITTO

Un mancato intervento inaccettabile. Il dovere di soccorrere le persone in pericolo in mare è un diritto fondamentale per chiunque, indipendentemente dalla nazionalità, dallo status o dalle circostanze in cui si trovano, anche su navi non idonee alla navigazione, così come dalle intenzioni di coloro che si trovano a bordo, hanno fatto sapere in una nota congiunta.

Intanto, considerando che non c’è mai limite al buon gusto, l’agenzia Ansa fa sapere che un deputato greco di destra è stato espulso per commenti razzisti. Il parlamentare greco, come informa la stessa agenzia, è stato espulso dal partito dell’ex primo ministro Kyriakos Mitsotakis, per commenti razzisti dopo il naufragio. Spilios Kriketos, un parlamentare del partito Nuova Democrazia (Nd) di Mitsotakis, aveva affermato giovedì scorso che la Grecia «non può tollerare più migranti», arrivando ad accusare i migranti di furto. Ogni commento risulta superfluo.

«Le canzoni ti cambiano la vita»

Neri Marcoré, attore-cantante in tour, si confessa

«Fondamentali Riccardo Del Turco, i Bee Gees e Simon & Garfunkel», dice. «Canterei ore intere, ma eviterei i social sui quali ancora rifletto. Canto De André e De Gregori, Celentano e Morandi, ma mi tratto bene con Dalla, Fossati, Graziani, Fabi e tutta una serie di amici»

 

«“Luglio” di Del Turco a tre anni, “Too much heaven” dei Bee Gees a dodici, “Mrs. Robinson” di Simon e Garfunkel a diciotto”». Tre titoli fondamentali nella formazione musicale di Neri Marcoré, l’attore-cantante in tour e che ha tenuto un concerto nell’Oasi dei Battendieri, masseria alle porte di Taranto, in occasione del “MAP Festival”.

Sembrava uno scherzo, quando Marcoré dopo l’ultimo brano in scaletta, aveva fatto una battuta spiegando che «la notte è ancora lunga».

Canta ancora tanto, per due ore e un quarto. «E di canzoni – credetemi – io e Domenico Mariorenzi avremmo potuto cantarne ancora tante, solo che – si dice – s’era fatta ‘na certa, allora abbiamo raccolto gli attrezzi del mestiere e salutato».

E non finisce lì, a ridosso della mezzanotte. A fine concerto sono in tanti a reclamare un selfie. Marcoré conosce perfettamente la modalità, non fa una grinza. Resta sul palco, si piega sulle ginocchia, accosciato come un calciatore per la foto ufficiale. Concede gli ultimi sorrisi della serata a macchine fotografiche e a videocamere ultima generazione. Scattano i clic, a decine come lo era stato per le richieste e lo scambio di battute fra artista e pubblico. Due accordi e «Vediamo se indovinate che la canta…». «Senza l’ausilio del telefonino, però, non vorrete mica fare i fenomeni con l’i-phone…».

 

Foto Aurelio Castellaneta

DUE ORE (E PIU’) DI CANZONI

Nelle due ore e passa, Marcoré canta De André, Fossati, De Gregori. Perfino Celentano e Morandi, mescolando insieme fra loro “C’era un ragazzo…” e “Il ragazzo della Gluck”. Qualcuno gli chiede Baglioni, lui invece accenna, imita Ligabue, e intona “Piccola stella senza cielo”.

Il mio concerto, non è «“uno spettacolo di arte varia”, come direbbe Paolo Conte, ma di musica di vari autori». Spazio fra la musica italiana, per la maggior parte, e stranieri del calibro Simon & Garfunkel e James Taylor: «Roba buona, diciamolo, eseguita in duo, dal sottoscritto e Domenico Mariorenzi, un’amicizia, la nostra, che risale  dai tempi del servizio militare. Poi ci siamo casualmente combinati sulle note e da dieci anni circa imperversiamo in giro per l’Italia, in duo o con la band a fare spettacoli e concerti».

La selezione delle canzoni, piacevole e dolorosa. «Bella domanda, il dolore è il non poter fare un concerto di quattro ore: ogni sera cerchiamo di cambiare la scaletta e c’è sempre qualche pezzo che inevitabilmente resta fuori. E’ tanto l’amore per la musica e per certe canzoni che, talvolta, tenerne fuori qualcuna provoca un certo dolore.

Poi la sequenza, il più delle volte, la decide il contesto: qui ci troviamo in una masseria, bellissima, accogliente, un pubblico di qualità mi dicono, pertanto prevediamo un rapporto molto bello, intimo: potrebbe esserci più spazio per brani più sussurrati».

 

Foto Aurelio Castellaneta

TRE TITOLI, UNA SVOLTA

Tre canzoni della sua vita. «Faccio presto a ricordarli. Avevo tre anni, cantavo e ricantavo, come una litania, “Luglio” di Riccardo Del Turco, che tanto piaceva a mia madre; poi, dodici anni, “Too muche heaven” dei Bee Gees, grazie alla quale ho messo per la prima volta piedi su un palco: mi aveva ascoltato Giancarlo Guardabassi, cantante, autore, conduttore radiofonico, che di fatto mi ha iniziato a questa attività molti anni dopo diventata una professione; infine, “Mrs. Robinson”, ripresa da un disco, il “live” che celebra il Concerto di Central Park di Simon & Garfunkel, disco che ho consumato mentre a diciotto anni mi preparavo per gli esami di maturità: ascoltavo la musica in cuffia e avevo imparato tutte quelle canzoni a memoria».

Tanto De Andrè e non solo. «Ma il grande Fabrizio è in buona compagnia: assieme a lui metterei De Gregori, Gaber e Fossati. Questo è il poker che ho in mente, poi Gianmaria Testa e tanti altri: Capossela, Fabi, Silvestri, Barbarossa, tutti amici».

 

Foto Aurelio Castellaneta

«NON SONO…ASOCIAL»

Per concludere. Marcoré, lei sembra uno che non si prende troppo sul serio. Questa, almeno, è la sensazione che si ricava vedendola nei concerti. «L’impressione è quella giusta, solo che è un momento in cui circolano il politicamente corretto e una permalosità che si taglia col coltello: atteggiamenti che sono il contrario dell’ironia e del prendersi sul serio: non nascondo che questo, un po’, mi infastidisce. Bisognerebbe essere più elastici, disponibili verso anche chi non la pensa strettamente come te. In generale, esiste poca tendenza all’ascolto: si parla solo per avere ragione, mai per essere disponibili a sentire chi ci sta davanti, anche per allargare i propri orizzonti».

Social, croce e delizia. Li frequenta poco. «Non sono di quelli che appena pensa una cosa si precipita a scriverla. Non demonizzo i social, per me non hanno niente di brutto o di buono: sono semplicemente contenitori che, come la tv, possono contenere programmi eccellenti o scadenti. Dipende sempre dall’uso che se ne fa: quando nella mente avrò chiarito questo aspetto, forse, deciderò…».

Addio a Silvio Berlusconi

Morto all’età di 86 anni

Quattro volte premier, fondatore di Fininvest e Mediaset, ex presidente del Milan e ideatore di Forza Italia, è scomparso lunedì mattina. Trent’anni di attività, le battaglie politiche, le vittorie nell’informazione e nel calcio. 

 

“Caro Presidente, le chiedo scusa: non trovo le parole”. E’ il messaggio diffuso su Twitter da un addolorato Alberto Zangrillo, primario del San Raffaele, medico personale dell’ex premier, che lo stava curando insieme all’ematologo Fabio Ciceri.

Addio a Silvio Berlusconi. La notizia viene subito diffusa dall’agenzia giornalistica Ansa. Per lui i funerali di Stato mercoledì 14 giugno nel Duomo di Milano, la sua città. Quattro volte presidente del Consiglio, fondatore di Fininvest e Mediaset, ex presidente del Milan, e ideatore di Forza Italia, Silvio Berlusconi è morto lunedì 12 giugno dopo l’improvviso aggravarsi delle sue condizioni di salute che lo avevano costretto ad un nuovo ricovero all’ospedale San Raffaele. Aveva ottantasei anni. Combatteva da tempo contro una forma di leucemia cronica che gli è stata fatale.

Berlusconi lascia in eredità a questo Paese, oltre ad un grande vuoto, affettivo e imprenditoriale, molti temi sui quali tanti italiani si sono confrontati in tutti questi anni. Già lunedì si parlava di un’Italia diversa, se non ci fosse stato il quattro volte presidente del Consiglio, a dividere ed unire la politica. Una sinistra che se ne esce con le ossa rotte, in particolare all’interno del partito di maggior riferimento e che poco, confermano i politologi, ha saputo opporre in tutti questi anni perdendo per strada pezzi importanti.

 

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QUELLA DESTRA MODERATA

Nel contempo, Berlusconi è riuscito a fondare un partito moderatamente di Destra, nel quale si riconosceva anche un’anima popolare del Paese, e a far convivere con inviti talvolta perentori, Lega e Alleanza nazionale, poi superata dalla brillante opera messa a punto dall’attuale premier, Giorgia Meloni. Risultato, Destra batte sinistra 2-0. Se non è un capolavoro politico del Signor B, allora di chi è?

Ma veniamo alla cronaca. Quella che di fatto da lunedì ha modificato i palinsesti di tutte le tv e tutti i tg, da Rai a Mediaset, da La7 a Sky. Per non parlare della stampa, fisiologicamente lenta rispetto a siti e social, che ha potuto preparare nell’arco dell’intera giornata titoli (e i servizi) a tutta pagina di martedì 13 giugno.

Leggiamone alcuni: L’Italia senza Berlusconi (Corriere della sera), Il primo populista (Repubblica), Ciao Cavaliere (Stampa), Una storia italiana (Domani e Secolo XIX), L’era di Silvio (Mattino), Ora che destra sarà? (Unità), Come te non c’è nessuno (Riformista), Addio Silvio (Tempo), Ha vinto lui (La Verità), L’ultimo cavaliere (Giornale), Morto Silvio non se ne farà un altro (Libero); e, ancora, i quotidiani pugliesi: Senza Silvio (Gazzetta del Mezzogiorno), Berlusconi, il suo ultimo messaggio: “Il Sud priorità per l’Italia” (Quotidiano), Quel giorno di Silvio a Taranto (Buonasera Taranto), Addio a Silvio Berlusconi: ha cambiato anche il Sud (L’Edicola del Sud).

Molti ricorderanno che, dall’ospedale, Berlusconi era stato dimesso lo scorso 19 maggio. Era stato ricoverato per 45 giorni, per curare polmonite e problemi renali provocati dalle insistenti cure affrontate per combattere per la leucemia. Rientrato in ospedale il 9 giugno, nulla lasciava presagire quanto sarebbe accaduto durante la notte fra domenica e lunedì, fino al doloroso epilogo di lunedì intorno alle 9.30.

 

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NONOSTANTE PROBLEMI…

Nonostante le sue condizioni di salute, l’indiscusso leader di Forza Italia, stava lavorando alla riorganizzazione del partito in vista delle prossime elezioni europee (un suo video era stato proiettato durante la convention di Forza Italia). Quando le sue condizioni sono andate peggiorando, la sua famiglia è stata convocata con urgenza. Mentre Marta Fascina era al suo fianco, hanno raggiunto l’ospedale il fratello Paolo e i figli Marina, Pier Silvio, Barbara ed Eleonora (Luigi invece era fuori Milano).

Fra figure istituzionali e politiche, i primi ad arrivare al San Raffaele sono stati il ministro della Pubblica Amministrazione Paolo Zangrillo e Angelino Alfano (per lungo accanto a Berlusconi).

In occasione dei funerali di Stato di Silvio Berlusconi che si terranno in Duomo a Milano, saranno allestiti maxischermi in piazza per assistere alle esequie dell’ex premier. La produzione della diretta televisiva verrà realizzata da Mediaset.

 

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DAI LEADER AL PAPA

La notizia della scomparsa di Berlusconi ha fatto il giro del mondo. Attestati di stima sono giunti da chiunque, da amici come da alleati, ma anche avversari. Romano Prodi, storico rivale che nella giornata di martedì ha perso improvvisamente la moglie, ha riconosciuto la sua grande influenza per il Paese, Elly Schlein (PD) Giuseppe Conte (Cinquestelle). “Per tanti anni è stato come un fratello” (Umberto Bossi, Ignazio La Russa). “Era un combattente che ha insegnato all’Italia a non darsi per vinta”, ha dichiarato Giorgia Meloni. “Ora senza di lui sarà più difficile, lui metteva tutti d’accordo” (Matteo Salvini).

Vladimir Putin, ha voluto ricordare “un vero amico”, la presidente della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen: “Ha plasmato il suo amato Paese”, mentre il Papa ne ha sottolineato la “tempra energica”. Fino ai funerali, la salma di Silvio Berlusconi resterà a villa San Martino ad Arcore. Per motivi di ordine pubblico l’ingresso è stato strettamente riservato ai familiari più stretti. 

«Rai, niente più gay!»

Claudio Lippi, uscita infelice e contratto congelato con la tv di Stato

«Vuoi vedere che gli emarginati siamo noi?», dichiara il popolare presentatore. Affida il suo sfogo alla destra, vincitrice alle ultime Politiche. Spera di poter rientrare nel giro per un’ultima chance e, nel frattempo, se la prende con Fabio Fazio, la Littizzetto e la Annunziata. Fui contattato da Meloni e Salvini…»

 

«Basta con i gay in Rai!». Claudio Lippi, settantotto anni compiuti lo scorso 3 giugno, un tempo cantante, poi rilanciato da Maurizio Costanzo, fra il suo show serale e spettacoli leggeri per famiglie come “Buona domenica”, confessa con toni forti tutto il suo disappunto.

Costanzo aveva fiuto per il trash. Quando il pubblico reclamava, senza porre tempo in mezzo, il presentatore coi baffi si inventava le mezze stagioni, quei passaggi transitori (transumanza, la chiamava lui…) che la tv, ma in buona sostanza la comunicazione, registrava intercettando i desideri del pubblico sempre più popolare e, diciamola tutta, senza più freni.

Così, in quei programmi, c’era di tutto, dall’attore comico che indossava il costume da canguro, incurante di compromettere vent’anni di onorata carriera, alla valletta tuttetette che agitava i fianchi e i piani alti perché interessasse una sorta di moderna mossa, il pubblico maschile.

Lippi si era ritagliato un posticino in quel teatrino degli eccessi che Costanzo addomesticava a comando. Lippi era diventato popolare, piaceva al pubblico. Al cantante-attore-presentatore, arrivano alla rinfusa, “Il pranzo è servito”, “Giochi senza frontiere”, “Domenica in”, “Mai dire gol”, probabilmente il suo programma migliore con la sapiente regia della Gialappa’s Band.

 

 

DOPO COSTANZO…

Da allora, poca roba, se non appelli, perché autori e programmatori si accorgessero di lui. Fa, infatti, parlare di sé quando sulla stampa, ma anche in quelle trasmissioni in cui saltuariamente è ospite oppure opinionista: ricorda un po’ quell’appello cantato alla Toto Cutugno, qualcosa di simile a “Lasciatemi cantare!”.

Solo nelle scorse settimane, il presentatore, ospite del programma “Da noi a ruota libera”, aveva offeso un ragazzo del pubblico, dando a questo del “primate”. «È italiano?», aveva chiesto rivolgendosi al ragazzo con una capigliatura esagerata, pensando di fare una battuta brillante. «Ah, è per metà brasiliano – aveva proseguito, non soddisfatto del risultato del primo affondo, scivolando nell’insulto razzista – ecco perché; diciamo che sta sempre dal lato umano, cioè è un essere umano: non è un primate».

Tutto questo fino a quando in questi giorni, non esplode, con una deflagrazione assordante la polemica lippiana: «Basta con i gay in tv!». In realtà, Lippi non vorrebbe annientarli, beninteso, ma compie quella battuta con la leggerezza di un elefante in una cristalleria: lasciassero spazio anche agli “etero”, è l’obiettivo di quella sua uscita. Finisce, in buona sostanza, la lamentela di Lippi: «Vuoi vedere che gli emarginati siamo noi?». Affida il suo sfogo alla destra, vincitrice alle ultime Politiche, spera di poter rientrare nel giro per un’ultima chance. Se la prende anche con Fabio Fazio, ma lo sfogo che fa notizia è contro i gay. Ne scrivono tutte le agenzie, i giornali riprendono sue frasi, i suoi appelli che evidentemente non trovano il favore del grande pubblico che potrebbe rispettare certe idee, sicuramente non i toni.

 

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«BASTA CON FAZIO E ANNUNZIATA!»

«Basta con la propaganda dei Fazio e delle Annunziata, con la ‘kultura’ con la k!». «È ora che la Rai entri nelle case degli italiani dicendo “buonasera”, col sorriso», prosegue Lippi in una intervista rilasciata all’agenzia Dire. Secondo Lippi, «Stefano Coletta, il direttore, cambiato ai vertici, ha fatto lavorare gay e gaie; tanti e tante che non avevano alcuna competenza: la Rai usata per fare coming out. Anche noi etero dovremmo fare coming out, o no?».

Lippi, in una intervista, ripresa anche dal quotidiano “Il Fatto”, si era scagliato anche contro Fazio, la Littizzetto e Lucia Annunziata.  Ma questa è un’altra storia. Tornando alle esplosioni di Lippi, ora pare che la Rai abbia congelato il contratto che il settantottenne presentatore stava per firmare. Non sarebbe piaciuto il polverone provocato dalle sue dichiarazioni. A chi gli chiedeva di due programmi ai quali avrebbe dovuto partecipare, Lippi risponde scaltro. «Finché non firmo il contratto non ci credo: si parlava di due programmi; uno, in prima serata su Raiuno, “Condominio Italia”. Cause condominiali, quanto tempo, denaro e bile costano. Forse è meglio risolverle con un aperitivo fra condomini, no? Poi “Ieri, oggi”, vecchio programma che parla di tv e propone spezzoni d’archivio».

Il presentatore, per ora, non andrebbe più in Rai. Congelato. Eppure, cinque anni fa: «Salvini e la Meloni mi chiesero informazioni sulla Rai, da chi la tv la conosce. Ho spiegato loro cosa manca: il sorriso. La Rai deve entrare nelle case degli italiani con leggerezza e intelligenza, e non con la propaganda, ma – attenzione – neppure con le ‘isole’, i vip, uomini e donne».

«Mai elemosinare…»

Carlo Pistarino, comico brillante degli Anni 80 e 90, consiglia

«Avrei potuto gestirmi meglio. Non ho un agente, vivo con la pensione da ferrotramviere. Dovevo essere meno altruista e più egoista. Ho bussato a qualche porta, ma mi sono accorto che rischiavo di essere scambiato per un questuante…»

 

«Ho provato a tornare a fare il mio lavoro, quello di comico, di autore: ho chiesto una mano a qualcuno, bussato porte; poi mi sono fermato, ho detto basta: non mi ero accorto che stavo diventando un questuante: sembrava che elemosinassi, quando invece chiedevo solo un’occasione per poter tornare a lavorare»

Carlo Pistarino, genovese, settantatré anni, genovese, volto noto di una tv facile, monologhi “mordi e fuggi”, ma che negli Ottanta e Novanta registrava ascolti esagerati. Il successo, ascesa e caduta hanno un nome, precisamente quello di due programmi dagli alti indici d’ascolto: “Drive in” e “Colorado”.

 

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FERROTRAMVIERE, POI “DRIVE IN”

«Guidavo bus di linea a Genova – riporta Huffpost Italia che riprende una intervista rilasciata dal comico ligure a Repubblica – con “Drive in” una botta incredibile di popolarità. Ero molto legato a Gaspare e Zuzzurro, poi, arriva Colorado, ma da lì comincia, o meglio, finisce tutto. Fortuna che ho la pensione da ferrotramviere», dice Pistarino. Comico e autore, ‘50, Pistarino è uno dei simboli della tv commerciale.

Una tv che ha avuto un inventore, Silvio Berlusconi. «Veniva spesso negli studi: mai visto suggerire una parola a registi o autori. Nonostante di tv se ne intendesse, un tipo speciale».

Il patron era affascinato dalle belle ragazze. «Le belle ragazze piacciono a tutti: con la sola differenza che io sono felicemente sposato da mezzo secolo; ora che ci penso: anche lui era sposato, però a tratti».

 

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AVVOLTO DALLA POPOLARITA’

“Drive In” e la popolarità. «La gente mi fermava in continuazione per una fotografia, o un autografo; fortuna che non esistevano ancora i selfie, altrimenti non sarei sopravvissuto. La popolarità che aveva dato Italia 1 a me e ai miei colleghi era un po’ come tsunami, andato a finire in un mondo pieno di privilegi. Ma non ne ho mai approfittato, ho preferito essere sempre me stesso: disponile con tutti, anche a costo di passare per ingenuo. C’erano, invece, colleghi che si lamentavano perché sui giornali non scrivevano abbastanza su di loro…».

Le amicizie nel mondo dello spettacolo. «Molto legato a Gaspare e Zuzzurro. Soprattutto ad Andrea Brambilla, persona elegante e molto colta: un fratello. Gli ho fatto spesso compagnia in ospedale; quando, purtroppo, se ne è andato è stato un dolore fortissimo che porto ancora dentro».

A un certo punto, Pistarino smette. Non lo chiamano più, non scrive più i suoi testi, allegri, spesso pungenti. «L’ultimo programma è stato Colorado. Non ho più un agente. Non nascondo di aver bussato porte, poi mi sono fermato: sarei passato per quello che chiede l’elemosina. Forse, e dico forse, avrei dovuto essere più furbo, più egoista. Oggi mi tengo stratta la pensione da ferrotramviere: con quella da comico non ce l’avrei fatta…».