Chernobyl ci cambiò la vita

Trentatré anni fa la tragedia in Bielorussia che in vestì l’intera Europa

Le abitudini a tavola. La gente diventa diffidente sulla produzione di alcuni prodotti. Aziende agricole e allevatori dell’allora Unione sovietica entrano in crisi. La gente diventa diffidente, l’alimentazione diventa di colpo qualcosa a cui prestare massima attenzione.

Chernobyl, esattamente trentatré anni fa. La gente che ha vissuto quella tragedia, esplosione e nube tossica radioattiva sulla propria pelle, attraverso una costante informazione mai sufficientemente esaustiva, adotta con molta cautela notizie sui prodotti alimentari. Da quel momento pare che non tutto sia come prima: cambiano di colpo le abitudini alimentari giornaliere, con queste la sorte di aziende di agricoltori e allevatori. Gli omogeneizzati per i piccoli, per esempio, vengono prodotti con verdure, frutta, carne e latte.

Tutto comincia a Chernobyl, la notte del 26 aprile del 1986. E’ da poco passata l’una. La “numero quattro”, una delle unità della centrale nucleare Ucraina esplode nel corso di un test. Un boato così forte da essere avvertito anche dalla vicina città di Prypjat. Qui alloggia buona parte di quanti sono quotidianamente impegnati sugli impianti della Centrale maledetta. A questi non viene fornita notizia. Per due giorni la vita di questa gente prosegue come se non fosse accaduto niente.

L’invito all’evacuazione ha inizio solo nel pomeriggio del 27 aprile. E’ quanto causa ripercussioni gravi sulla salute degli abitanti, specie sui bambini. Le polveri radioattive, come in uno sciagurato “day after”, si sprigionano nell’aria. La nube di sostanze radioattive si espande in Ucraina, poi Bielorussia e Russia. Pochi giorni ancora e l’intera Europa viene travolta da una paura nuova. Le autorità sovietiche minimizzano. Dal reattore fuoriescono, invece, cinque tonnellate circa di materiale radioattivo. Il resto è rimasto lì: unità numero 4.

Nelle settimane seguenti all’esplosione, con la “nube tossica” che continua ad espandersi in modo gravemente minaccioso. Come si diceva, sale l’allarme per le possibili contaminazioni da radiazioni che potessero interessare prodotti alimentari: insalata e latte, in particolare e, di conseguenza, tutte quelle preparazioni che li utilizzavano. Inizialmente venne detto di lavorare con cura la verdura, quella a foglia larga, in particolare, poi tanti smisero proprio di mangiarla per un lungo periodo. Mentre gli esperti si dividevano sugli effettivi rischi, la psicosi da radiazione condizionò pesantemente le abitudini quotidiane e la sorte delle aziende di agricoltori e allevatori. Basti pensare agli omogeneizzati per i bambini con verdure, frutta, carne e latte.

Trentatré anni da quella tragedia. A oggi è ancora sconosciuto il disastro in termini di vite umane provocato da quell’esplosione. Si citano il rapporto del Chernobyl Forum e quello del Partito Verde Europeo del parlamento europeo chiamato Torch (The Other Report on Chernobyl). Il rapporto Torch è appaiato a quello del Chernobyl Forum sui morti sicuri, ovvero 65, ma differisce fortemente sui morti presunti che, negli anni, secondo Torch,è salito a quota 9000. Contrasti che proseguono anche sulla presunta incidenza della radiazioni sullo sviluppo di malattie tumorali (leucemia, soprattutto ) fra le popolazioni, da quelle più vicine a Chernobyl (600mila gli evacuati) a quelle del resto d’Europa.

E l’Italia? L’incidente ucraino rappresenta anche l’accantonamento definitivo sul programma nucleare italiano. Dopo quella immane tragedia e le ripercussioni sul resto d’Europa, nessun partito in Italia, ad eccezione di quello repubblicano, osa schierarsi con i No al referendum sul nucleare, promossi dal Partito Radicale, consultazione che avrà luogo l’8 e il 9 aprile del 1987.

«Ci vorranno millenni per smaltire gli isotopi radioattivi che ormai si trovano dappertutto: nella terra, nell’acqua e nell’aria delle zone contaminate. Io non credo nell’utilità del nuovo sarcofago», avverte Valentin Kupny, padre di Alexander, responsabile della manutenzione della prima copertura del reattore dal 1995 al 2002. Per lui, «Chernobyl è destinato ad essere un problema eterno».

«Riconoscente a vita!»

Andrew, ventisei anni, nigeriano, “cuoco”

«“Costruiamo Insieme” mi ha dato serenità. Dalle sedici ore di lavoro, malpagate, in un autolavaggio, alla cucina aperta mesi fa dalla cooperativa. Un attestato conseguito a Confcommercio, “piatti” italiani e nordafricani. In trecento a bordo di un gommone, la grande paura, poi Lampedusa. Ringrazio il Cielo!»

«Fino a qualche tempo fa non avevo troppa fortuna con il lavoro; mi sbattevo da mattina a sera per pochi spiccioli, fino a quando non ho trovato l’occasione con “Costruiamo Insieme”: oggi lavoro in cucina, mi diletto fra fornelli e pietanze, da otto mesi la mia vita è cambiata grazie alla cooperativa!».

Andrew, nigeriano, ventisei anni, quando si racconta alza gli occhi al Cielo. Un cielo con la “c” maiuscola. Il suo riferimento è il Signore. Durante la nostra chiacchierata lo invoca spesso. Con garbo, come se stesse maneggiando un pacco con la dovuta cura. Accompagna questa sua grande forma di rispetto con il segno della croce. Andrew è cattolico. Prende il suo zainetto. Come fosse la borsa di Mary Poppins, tira fuori da questo l’impossibile. C’è di tutto, svuota e riempie una scrivania. Sulle prime non comprendiamo cosa stia cercando. Nonostante parli italiano, non pensa nemmeno lontanamente ad anticipare la mossa a sorpresa. «Aspetta un momento!», dice. Passa un minuto. Ne passano due, anche qualcosa di più. Ecco, ha trovato. Mostra l’oggetto della sua ricerca con grande orgoglio. «Ecco, Papa Francesco!». Un quadretto, a colori, una stampa con foto di Sua Santità. «Padre, Figlio, Spirito santo!», altro segno della croce. Andrew, adesso, ha il volto sereno. Voleva solo mostrare quanto quel suo segnarsi fronte e petto, invocando la Trinità, non fosse solo frutto di abitudine. «Credo in Dio, è a lui che mi sono rivolto nei momenti difficili e se mi ha aiutato a trovare un lavoro importante, vuol dire che le mie preghiere sono arrivate a destinazione».

Amabile Andrew. Raccontaci la tua storia. «Vengo dalla Nigeria, una vita fatta di grandi sacrifici e mille motivi perché non restassi più a casa, con mio fratello di ventidue e mia sorella di venti anni: loro, grazie al Cielo, stanno bene dove stanno, non corrono alcun rischio, io non potevo più restare; se sei contrario, ostinato nei confronti di qualcuno, corri il rischio che ti facciano male: ma non con sonore bastonate… Oggi, grazie al cellulare, fratello e sorella li sento molto spesso, lo stesso la mamma: quest’ultima la sento in continuazione, l’ultima volta che le ho parlato non stava bene e questo è anche uno dei motivi perché ogni giorno trovo del tempo per rivolgere preghiere a Dio: deve fare il possibile per far stare bene i miei due fratelli e mia madre, perché possa riprendersi al più presto»Storie Articolo 02 - 1FUGA E VIAGGIO, DAL NIGER ALLA LIBIA

Prima di “Costruiamo Insieme”, la fuga. Un lungo viaggio. «Ho attraversato, non senza qualche problema, il Niger: sono arrivato in Libia, unico sistema per mettere da parte un po’ di denaro con il lavoro e trovare un’occasione di imbarco; ho fatto un po’ di lavoretti, fino a quando per un periodo di otto mesi ho trovato un lavoro un po’ più stabile: non pagato bene, ma almeno costante, mi sfiancavo, andavo a dormire con la schiena a pezzi, ma il giorno dopo sapevo che il mio lavoro era quello e basta; lavoravo in un autolavaggio, a contatto con acqua, detersivi, schiuma e spray, tutte cose che a lungo andare, per almeno quattordici, sedici ore al giorno, rappresentavano un tormento; ma lavoravo, mettevo un po’ di soldi da parte…».

Quando finalmente un giorno arriva l’occasione. «Un gommone enorme, occhio e croce avrebbe potuto ospitare cento, centocinquanta persone: uno sull’altro, invece, arrivammo a qualcosa come trecento ragazzi! Pensavo che se il gommone fosse affondato prima di avvistare una nave, una imbarcazione più solida, sarebbe stata una vera sciagura; mi imbarcai, fummo soccorsi, fortunatamente, da una motonave, salimmo a bordo, arrivammo a Lampedusa: tre giorni lì, poi dritti nell’hot spot di Taranto, ospiti in un Centro di accoglienza, dopo del tempo “Costruiamo Insieme”, come sentirsi a casa, massima assistenza: nostalgia, tanta, ma almeno non dovevo domandarmi cosa stessi facendo qui, in Italia».

A proposito di Italia. «Sono arrivato in Italia il 5 aprile di quattro anni fa; non appena sbarcato ho fatto lavoretti, qualcuno soddisfacente, qualcuno un po’ meno; non era come trovarsi in Nigeria, però, dove le giornate si trascinavano fra lavori sempre di fatica con zero soddisfazioni dal punto di vista economico». Sfrega appena, uno con l’altro, pollice e indice. Di italiano ha imparato la lingua, ma anche i gesti, eloquenti. Quelle due dita “parlano” di soldi. Ora Andrew sta tranquillo.Storie Articolo 01 - 1UN CORSO DI QUALIFICA, FINALMENTE UN ATTESTATO 

«Prima dell’opportunità di lavoro con “Costruiamo” insieme con i mei due colleghi, Ali e Waseem, ho fatto un corso in Confcommercio. Ho imparato i segreti della cucina, come si mantiene nella massima pulizia l’ambiente di lavoro e come si cucinano certe pietanze: non solo cucina italiana; diciamo anche che, oggi, il massimo è la cucina nordafricana, piatti che i ragazzi ospiti della nostra cooperativa mostrano di apprezzare: non puoi, però, cucinare sempre la stessa roba, devi cambiare; ho imparato che anche il miglior “piatto” mangiato tutti i giorni, alla fine può nausearti».

Dunque, “Costruiamo”. «Quando la cooperativa ha aperto la sua cucina per assistere i suoi ospiti, ha pensato a noi che avevamo avuto già esperienza e, soprattutto, un attestato che ci qualificasse».

Cosa ricorda Andrew del suo Paese. «Le partite di calcio, quelle che giocavamo da ragazzi, da mattina a sera: non importava chi segnasse, l’importante era vincere; oggi sento di aver vinto la partita della vita: ho un lavoro importante, spalle al sicuro e non posso che ringraziare il Signore; devo a Lui – segno della croce – se ho incontrato presidente, direttore e colleghi che mi hanno aiutato a inserirmi nel quotidiano; a tutta questa gente sarò riconoscente a vita».

«Canto l’amore universale»

Peppe Servillo, cantante degli Avion Travel ospite di “Costruiamo Insieme”

«Sentimento fra due persone, ma anche per il prossimo, qualunque esso sia: per chi è diverso da noi.  Fino al “non amore”, come ha scritto Franco Marcoaldi, autore della lettura-concerto rappresentata a Taranto»

«Uno spettacolo, una lettura-concerto di poesie e canzoni che nasce da questa pubblicazione di Marcoaldi appena riedita, un lavoro che indaga poeticamente sulle varie declinazioni di un sentimento: non solo l’amore in una relazione a due, ma amore per l’universo, da quello per il prossimo, per chi è diverso da noi, proseguendo con l’amor proprio; tutto questo, nel corso dello spettacolo avviene con l’ausilio di canzoni napoletane che hanno così profondamente indagato questo sentimento, rappresentandolo di volta in volta in maniera ironica, violenta, dolce, tenera, come nelle serenate anche “a dispetto” – oltre che in quelle classiche della canzone napoletana – quando il sentimento dell’amore quando contiene in sé, come recita il titolo di Marcoaldi, anche il “non amore”: dopo le presentazioni teatrali al “Piccolo” di Milano e all’“Argentina” di Roma, è stato praticamente un debutto: siamo contenti sia andata così bene, il teatro pieno di gente, fa bene al cuore, soprattutto se attenta come è accaduto al teatro Fusco di Taranto».

Peppe Servillo, sere fa è stato ospite a Taranto di un concerto all’interno del “Mysterium Festival 2019”, assieme a Franco Marcoaldi, poeta, autore, scrittore, intensa collaborazione teatrale quest’ultimo con Toni Servillo (fratello della voce, nonché autore, anima degli Avion Travel), protagonista del film Premio Oscar “La grande bellezza” diretto da Paolo Sorrentino.

Poesie e canzoni della tradizione napoletane, insieme. «E’ stato più emozionante, per esempio, rappresentare a Taranto, città natale di Mario Costa, la canzone “Era di maggio” – spiega Marcoaldi  – fu, infatti, il grande maestro a tradurre in una emozione ancora più grande un testo di Salvatore Di Giacomo, tanto da farne un classico della canzone napoletana». L’autore di “Amore non amore”, conosce genesi e collaborazione fra Costa e Di Giacomo, incontro che generò, appunto, una delle pagine più suggestive della tradizione musicale napoletana, dunque internazionale, tanto è considerata universale la canzone generata al cospetto del Golfo.servilllo«Abbiamo provato a dare emozioni leggendo alcune delle pagine del mio libro, riproponendo canzoni come “Te voglio bene assaje” e “M’aggia cura’”, ma non solo queste: la gente venuta ad ascoltarci in teatro teatro si è ritrovata al cospetto di un programma in cui poesia e musica interagiscono fra loro: che dire, bravissimo Servillo a cogliere gli spunti dai miei testi e interpretarli come pochi».

L’amicizia con il cantante degli Avion Travel, Peppe Servillo. «L’incontro risale a una decina di anni fa, in occasione di “Sconcerto”, una delle mie opere portate in scena con Toni Servillo, fratello di Peppe, che curò anche la regia dello spettacolo con le musiche di Giorgio Battistelli».

«Fu quella un’occasione di confronto – ci conferma Servillo  – sulla scorta della quale ci ripromettemmo che avremmo lavorato insieme; la ripubblicazione con nuove pagine di un grande successo editoriale come “Amore non amore”, stesso titolo dell’evento portato in scena al teatro Fusco di Taranto, è stata dunque l’occasione promessa: un recital di poesie dal volto minimale – ecco la scelta di un chitarrista, bravo come Cristiano Califano – per dare risalto il più possibile al testo, al colore di una parola anche cantata; interpreto, infatti, canzoni napoletane in stretta relazione con i suggerimenti che generano le poesie di Marcoaldi».

Servillo e gli Avion Travel. «L’attività continua, abbiamo concerti a maggio, un repertorio con canzoni anche dall’ultimo album pubblicato, “Privé”; gireremo l’Italia e non sarebbe male prima o poi incontrarci di nuovo; Taranto posso dire di conoscerla bene: ho cantato, ma ho anche girato scene di un film in Città vecchia, l’Isola, che ha dato i natali al grande Mario Costa e ancora prima a Giovanni Paisiello: come vedete Napoli e Taranto hanno sempre una ragione in più per abbracciarsi».

Pasqua di riconciliazione

L’abbraccio cattolico al mondo intero

Pace per le persone e i popoli tormentati da violenze e ingiustizie. Il dolore causato dai conflitti in Medio Oriente, Africa e altri Paesi, i cristiani perseguitati, i migranti e i rifugiati, gli anziani che perdono la gioia di vivere. Un pensiero rivolto dalla Chiesa all’immensa sciagura di lunedì scorso, Notre-Dame de Paris.

Riconciliazione e pace a popoli e persone tormentati da violenze e ingiustizie. E’ il pensiero cristiano rivolto a tutto il mondo, non solo a quello cattolico. Lo ricorda e lo ha ricordato spesso Papa Francesco. E il suo pensiero, come sempre, è per il dolore dei conflitti in Medio Oriente, Africa e altri Paesi; ai cristiani perseguitati, a anche migranti e rifugiati, e a quanti nelle nostre società perdono speranza e gioia di vivere, agli anziani sopraffatti dalla solitudine sentono venire meno le forze, ai giovani a cui sembra mancare il futuro.

Questo è il segno nel quale è necessario vivere la Santa Pasqua. La Risurrezione indica sentieri di speranza. Un abbraccio di amore fra popoli e culture nel bacino del Mediterraneo e del Medio Oriente, favorendo la convivenza anche fra hanno visioni opposte, ma mai violente.

Tutto illuminato dalla notizia: «Gesù Cristo, incarnazione della misericordia di Dio, per amore è morto sulla croce e per amore è risorto. Di fronte ai vuoti spirituali e morali dell’umanità, di fronte a voragini che si aprono nei cuori e che provocano odio e morte, solo un’infinita misericordia può darci salvezza. Solo la preghiera può riempire col suo amore questi vuoti, questi abissi, e permetterci di non sprofondare ma di continuare a camminare insieme verso la Terra della libertà e della vita». Sono parole sulle quali spesso torna Papa Francesco, quando si rivolge a oltre un miliardo di cristiani e miliardi di fratelli di altre fedi, tutte unite nel professare amore e non violenza. E’ la Pasqua.

Si dice Pasqua, ma il pensiero non può che andare al pomeriggio di lunedì scorso. Notre-Dame de Paris, cade sotto gli occhi di tutti. C’è la tv, i grandi network che accendono i riflettori su una delle tragedie più immani della storia contemporanea. L’altra che ci viene in mente, naturalmente, ma per contenuti diversi, è il disastro dell’Undici Settembre. Il disastro è completo: si stacca la guglia e si abbatte al suolo con i suoi mille anni di storia. E’ finita. Il mondo, non solo quello Occidentale, partecipa a un dramma, alla caduta di un monumento “non solo cattolico”. Notre-Dame è un’opera d’arte, è un racconto, un dramma, è tanta Francia messa insieme. Una Francia che circola per il mondo con una bellezza da togliere il respiro.

Pasqua, Notre-Dame e il Mondo cattolico. È il «cuore spirituale» della Francia. Ma non «solo». è simbolo della storia della Chiesa. E dell’umanità. Monsignor Hyacinthe Destivelle OP, responsabile della sezione orientale del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, descrive così Notre Dame, distrutta dall’incendio. Uno choc per il mondo intero, a cominciare dalla Francia e anche dalla Santa Sede. La cattedrale parigina rappresenta «la bellezza» che il credo può creare, perciò il Prelato ha una speranza concreta: «Possa questa tragedia ricordarci la ricchezza che la fede cristiana è stata per i nostri Paesi e continuerà a essere». «È un’emozione drammatica immensa vedere bruciare Notre Dame: è il cuore spirituale della Francia. Esprime nelle sue pietre la fede delle persone che l’hanno costruita nel corso dei secoli. La sua bellezza ha anche dato la fede a migliaia di cristiani. Il suo mistero ha ispirato i più grandi autori, al punto tale da convertirsi».

«Le mie Passioni…»

Samuel, la sua storia e la “lavanda” durante la Settimana Santa

Nigeriano, trentuno anni, è stato invitato ad una funzione religiosa. Ospite di “Costruiamo Insieme”, fede cattolica, è stato uno dei dodici “apostoli” nella celebrazione ecumenica dell’abate Antonio Perrella. Sogna di fare l’elettrauto.

Clima di Passione. In tutta Italia sono diverse le funzioni e le manifestazioni religiose. Ad un paio di queste, la cooperativa “Costruiamo Insieme” ha voluto parteciparvi con alcuni suoi ragazzi. Una in particolare, lunedì sera, è stata quella che ci ha un po’ segnati, positivamente s’intende. Abbiamo conosciuto uno degli ospiti del centro di accoglienza. Protagonista è Samuel.

Di poche parole, talvolta accenna, a volte bisbiglia, quasi non volesse disturbare. Il mestiere ci ha insegnato che, di solito, chi parla, troppo, di solito esagera. Samuel non appartiene a quest’ultima categoria. Nigeriano, trentuno anni, fede cristiana, ha accettato l’invito che gli ha girato la cooperativa. L’abate Antonio Perrella, Superiore Generale dell’Ordine Monastico Ecumenico “Christiana Fraternitas” (Chiesa Episcopale – Comunione Anglicana), vuole compiere una celebrazione ecumenica della parola, con la commemorazione della lavanda dei piedi. Quando Gesù Cristo volle prostrarsi ai piedi degli apostoli, mostrando amore e umiltà insieme.SAMUEL Articolo 04 - 1«Grazie mille!», la risposta telegrafica di Samuel. «Accetto volentieri l’invito. Prego spesso, sono arrivato dalla mia Nigeria attraverso una storia dolorosa; pregare mi fa bene, rivolgermi al Signore mi fa sentire vivo».

Si racconta, Samuel. «Ho trentuno anni, papà, tre fratelli e due sorelle, mamma non c’è più; sento spesso tutti, sentirsi e vedersi con le videochiamate, non è più un problema». Facciamo insieme un tratto di strada in auto. Dalla sede di via Principe Amedeo, dove Samuel ci attende, fino al Monastero ecumenico di Taranto, accanto all’ospedale “Testa”. «Sono andato via di casa, problemi familiari, conflitti fra parenti a causa di interessi: da noi l’unica legge che conosciamo è quella del tono della voce; urliamo, se chi ci sta di fronte non comprende che sta superando ogni limite – come dite voi – passiamo alle vie di fatto. Io sono pacifico, la violenza non ha mai risolto un solo diverbio; così, invece di far valere i miei, i nostri diritti, alla fine i miei familiari mi hanno accompagnato all’“uscita”».

L’uscita è il confine della Nigeria. Qual è il motivo del contendere. «Meglio saperti lontano e vivo – parole di mio padre – che non a casa ma defunto: in un nostro terreno era stato scoperto petrolio, l’oro nero; l’interesse economico è la droga dei popoli, basta sentire lontano l’odore del denaro per andare fuori controllo; così nostri parenti hanno rivendicato una loro fetta di interessi, poi ancora un altro pezzo, fino a volere tutto, senza un motivo, solo perché si ritenevano più forti che furbi».

Samuel prosegue. «Ho attraversato strade, montagne, perfino il mare, inevitabile se oggi mi trovo qui. Ho salvato la pelle: nel mio Paese non fanno complimenti, se sei il problema lo risolvono alla radice, ti eliminano fisicamente».
SAMUEL Articolo 01 - 1Qual era il sogno di Samuel, cosa fa in Italia. «Volevo – confessa – ma lo voglio ancora oggi, fare l’“elettrauto”, riparare i circuiti, i motori delle auto, è il mio grande sogno: magari ci fosse un corso per fare esperienza; l’ho fatto sapere alla cooperativa, magari prima o poi succede qualcosa, chi può dirlo; in Nigeria lavoravo come operaio in una fabbrica di alluminio, insieme con i miei compagni di lavoro realizzavo infissi: bel lavoro, che però ho dovuto lasciare a causa di quei maledetti contrasti familiari. Non so starmene fermo, devo fare sempre qualcosa: voglio lavorare…».

Nota dolente. Ci facciamo spiegare. «In passato ho lavorato nei campi, non tutti i giorni – magari fosse stato così – ogni tanto facevo il mio bravo raccolto e poi tornare a casa: se vuoi essere stimato devi impegnarti, questo ho imparato stando qui in Italia».

Due anni fa l’arrivo due. «Fine aprile, il 30 di questo mese, compio due anni di Italia: un viaggio non molto lungo, in una imbarcazione di fortuna, con una trentina di ragazzi entro in mare alle quattro del mattino, nove ore dopo qualcuno a bordo di un peschereccio ci segnala a una nave che ci prende a bordo e ci lascia in Sicilia: quattro giorni per riprenderci, darci una ripassata e poi, finalmente Taranto, bella città: spero di restarci a vita, a meno che qualcuno non mi offra un corso e un lavoro da elettrauto in qualche altra città».

Ospedale “Testa”, 19.30. All’esterno, l’abate Antonio Perrella. Ci abbraccia, ringrazia “Costruiamo Insieme” per aver manifestato disponibilità nell’aver accolto l’invito alla celebrazione ecumenica. Samuel comincia con una “preghiera”. «Alle ventuno e dieci ho l’autobus per Massafra, non posso rinunciarvi: ce la facciamo a fare tutto per quell’ora?». «Certo – rassicura l’abate – siamo un po’ in ritardo, ma non dovremmo registrare ulteriori contrattempi».SAMUEL Articolo 05 - 1 Lavanda dei piedi. Samuel è uno dei dodici “apostoli”. Sfila una scarpa, poi un calzino. Frate Antonio avvicina il catino pieno di acqua, l’asciugamano, compie l’atto di umiltà di Gesù Cristo. Scattano i flash. Fra gli “apostoli”, un solo nero. «I diversi siamo noi – fa notare l’abate – che abbiamo ancora sciocchi pregiudizi, quando invece ragazzi come Samuel, si stanno integrando nella nostra società con grande impegno».

Non finisce qui. Samuel parla un modesto italiano, viene invitato sull’altare e aiutato a leggere un passo della celebrazione. Ce la fa, non si emoziona più di tanto. Alla fine, il ragazzo nigeriano abbraccia gli officianti e quanti pendono parte alla funzione religiosa. «Samuel è un nostro fratello – dice frate Antonio – sentiamo di volergli già bene, ora ci impegneremo a trovargli un lavoro perché un giorno possa diventare indipendente».

C’è un solo particolare. Il ragazzo dal  «Grazie mille!» per tutte le occasioni, si accorge che è tardi. «Ho perso l’autobus!», avverte senza disperarsi. «Sono le 21.30! Mi tocca trovare un passaggio per Massafra…». Amabile Samuel. «Faccio la strada a piedi, magari trovo un passaggio…». Non se ne parla nemmeno. «Cosa vuoi che siano venti minuti di auto!», gli diciamo.  Lo imbarchiamo, lo accompagniamo a un passo da casa. «Dio vi benedica! Grazie mille!». Il Cielo benedica te, Samuel.

«Impariamo ad amare»

Debora Cinquepalmi, presidente Associazione Onlus “Simba”

«Non riusciamo a trattenere la gioia quando rivediamo i piccoli con un centimetro di capelli in più. I genitori dei piccoli di Oncoematologia ci regalano sorrisi e la forza per spenderci quotidianamente per il prossimo. Un solo uomo nel nostro gruppo, non sappiamo spiegarcelo. Organizziamo feste, dentro e fuori ospedale»

Questa settimana poniamo ancora una volta l’accento sul volontariato. Per sito, web radio e canale youtube di “Costruiamo Insieme”, abbiamo incontrato Debora Cinquepalmi, presidente dell’Associazione Onlus “Simba”.  Fare associazione e volontariato sul nostro territorio non facile.

«Da dieci anni mi occupo di volontariato. Parlo in prima persona, ma in realtà alle spalle ho un numero nutrito di volontari: ventotto donne, un solo uomo; questa attività è diventata la nostra vita, specie per alcune di noi; prestiamo assistenza al SS. Annunziata in diversi reparti: Pediatria, Oncoematologia pediatrica, Terapia intensiva neonatale, Ortopedia e Pronto soccorso».

La vita degli altri è diventata la vostra vita.

«Confesso che, alla fine, siamo più noi ad attingere in termini di insegnamento, emozioni, rispetto a quello che diamo, che è tanto, ma riteniamo sempre poco rispetto a quello che vorremmo e ci sarebbe da fare. Il nostro è un impegno quotidiano, presidiamo i reparti restando ogni giorno accanto ai bambini e alle loro famiglie; in questi dieci anni abbiamo tratto lezioni di vita; per alcuni di noi è diventato un vero lavoro, non retribuito, è bene sottolinearlo; Oncoematologia pediatrica è diventato il nostro chiodo fisso, da quando è stato aperto; ci spendiamo giornalmente per stare accanto a genitori e piccoli pazienti, cercando di dare loro – ove possibile – un po’ di sollievo».Cinquepalmi Articolo 02Ventinove volontari, un solo uomo. Le donne più sensibili. 

«Non riusciamo a spiegarci questo sbilanciamento in fatto di partecipazione. Forse non attecchisce il nostro modo di operare, anche se va detto che esistono altre forme di volontariato in cui l’uomo numericamente supera le donne; devo dire, però, che in alcuni casi, l’uomo fa la differenza: i bambini si rapportano più con il nostro unico volontario in modo superlativo; un approccio bellissimo…”.

Figura paterna, forse.

«Non se sia proprio così. Abbiamo avuto anche ragazzi fra i nostri volontari: bene, i bambini con i giovani hanno un feeling straordinario; non riusciamo, però, a spiegarcene il motivo, ma ragazzi e uomini non rispondono all’invito della nostra associazione e questo è motivo di rammarico».

Come si affrontano volti provati dal dolore con il sorriso?

«Il nostro atteggiamento è cambiato. Per otto anni avevamo fatto solo pediatria, rispetto agli altri reparti in cui, oggi, prestiamo assistenza; abbiamo anche incontrato patologie importanti, anche se in Pediatria i bambini non sostano a lungo; diverso quanto accade con Oncoematologia pediatrica, dove i bambini vengono ospitati quotidianamente».

Il rapporto più importante.

«Con i genitori, che avrebbero tutte le ragioni per manifestare dolore; hanno la forza del sorriso, ogni giorno ci insegnano qualcosa, a volte ci tradiamo con una lacrima, quando non dovremmo abbandonarci a una simile emozione: a volte ci troviamo impreparati, ma non è semplice spiegare certe circostanze a chi non le vive; la nostra più grande soddisfazione: vedere i bambini tornare alle visite di controllo con un centimetro di capelli in più. Non riusciamo a controllare la gioia».Cinquepalmi Articolo 01 Dove trovate l’entusiasmo che trasmettete a bambini e genitori.

«Cerchiamo di inventare situazioni; giorni fa, per esempio, abbiamo organizzato una festa di compleanno: un nostro piccolo paziente non poteva farlo a casa, era sotto osservazione in ospedale, e non poteva avere contatti con altri bambini: allora abbiam invitato una mascotte, abbiamo fatto un po’ di “baccano” e al bambino abbiamo dato un momento di felicità.

Abbiamo anche organizzato il Carnevale all’esterno dell’ospedale. I piccoli non sempre possono andare a festeggiare altrove e, allora, per quel giorno hanno indossato le maschere in un salone del Circolo ufficiali: è stato bellissimo, l’amministrazione militare non ha voluto un solo centesimo; i militari sono rimasti affascinati dalla bellezza di questi bambini, succede sempre qualcosa di solidale intorno a questi piccoli che combattono la sofferenza. I ringraziamenti dei genitori, poi, sono la cosa più imbarazzante: vorremmo fare sempre di più, ma evidentemente per loro è già tanto».

Personaggi famosi hanno realizzato spot per sensibilizzare il vostro lavoro e i reparti del SS- Annunziata nel quale prestate assistenza.

«Ce ne sono talmente tanti di artisti generosi, che è difficile farne un elenco: è stata una straordinaria corsa alla solidarietà: i primi che mi vengono in mente, Chiara Ferragni, Alessandra Amoroso, Andrea Bocelli, che ha voluto regalarci una lettera di grande spessore emotivo composta per noi; Diodato, per esempio: si è messo in viaggio, è venuto a cantare solo in cambio di un abbraccio. I bambini tarantini sono diventati tristemente famosi, ma noi e i loro genitori facciamo attenzione perché nessuno strumentalizzi il loro dolore, che poi è anche il nostro».

Libia, Guerra continua

Terzo conflitto civile alle porte

Occorre una soluzione. Comunità internazionale disorientata. Prosegue lo scontro fra l’attuale governo e l’esercito di Haftar. Italia, Francia e le tensioni provocate da decisioni non sempre condivise.

Libia a un passo dalla sua terza guerra civile in meno di dieci anni. L’esercito del maresciallo Khalifa Haftar, dopo aver assunto il controllo di Libia orientale e meridionale, ha sferrato un nuovo attacco alla capitale Tripoli, sede del governo riconosciuto internazionalmente e guidato dal primo ministro Fayez al Serraj (attivi nel frenare l’avanzata nemica). I due schieramenti secondo quanto riportato da Daniele Raineri sul Foglio, si equivalgono, pertanto si fa largo la paura che possa cominciare una lunga guerra di posizioni a contrasto che rischia di sfiancare una popolazione messa già a dura prova da anni di violenze e scontri.

La situazione attuale è il risultato delle divisioni interne alla Libia, la presenza di centinaia di milizie armate e rivali, le ambizioni personali di leader politici, la posizione intransigente della comunità internazionale a sostenere soluzioni considerate illegittime dai libici e inefficaci agli occhi di tutti e gli interventi politici di Paesi stranieri che hanno dato impulso a una situazione già violenta.

La crisi in Libia viene sostanzialmente legata alle conseguenze della guerra civile di otto anni fa. Fu quella a portare alla destituzione dell’ex presidente Muammar Gheddafi. Nel conflitto, l’intervento di governi stranieri, tra questi quelli della Francia e degli Stati Uniti, in appoggio alle milizie ribelli, dopo che le truppe del regime avevano iniziato a colpire i civili.

In Libia si erano svolte le seconde elezioni dall’intervento armato del 2011 (appoggiate anche dalla comunità internazionale), ma quando iniziarono gli scontri tra milizie armate a Tripoli le truppe statunitensi si ritirarono e gli eletti riuniti nella “Camera dei Rappresentanti”, con il nuovo governo, si spostarono a est, nella città di Tobruk.

A Tripoli, intanto, milizie islamiste e altre provenienti da Misurata fecero un loro governo, che fu sfidato ben presto da Khalifa Haftar, ex sostenitore di Gheddafi che aveva trascorso molti anni negli Stati Uniti ed era tornato in Libia con la promessa di liberare il Paese da tutte le forze islamiste: dai gruppi terroristici come Al Qaida e lo Stato Islamico fino ad arrivare ai Fratelli Musulmani, storico movimento politico religioso presente in diversi Paesi arabi (il governo con base a Tripoli non era lo stesso che c’è ora).

L’ONU favorì la creazione del governo di accordo, ma la comunità internazionale mostrò ancora una volta di avere sottovalutato i problemi della Libia e le sue divisioni interne. Alla base disaccordi soprattutto sul ruolo di Haftar, colui che avrebbe dovuto riunire tutto il Paese sotto un’unica autorità. In breve, senza il riconoscimento della “Camera dei Rappresentanti”, il governo di Serraj non aveva alcuna legittimazione popolare: non era stato nominato da un Parlamento eletto, ma solo “scelto” dalla comunità internazionale (molti i libici che l’accusarono di essersi intromessa negli affari interni del Paese).

Manca un fronte comune europeo sulla Libia, una delle ragioni che ha inasprito lo scontro tra Serraj e Haftar. Italia e Francia, in particolare, avrebbero creato non poche tensioni: non solo i due governi hanno deciso di appoggiare schieramenti tra loro rivali, ma si sono anche scontrati sui possibili piani da adottare per il futuro del Paese, con i francesi favorevoli a tenere subito nuove elezioni e gli italiani contrari.

Per concludere, torniamo all’offensiva degli ultimi giorni. L’attacco contro Tripoli ha fatto precipitare una situazione già complicata. L’obiettivo potrebbe essere la discussione di possibili nuove elezioni e in generale per provare a trovare un accordo che metta fine alla guerra civile. La decisione, molto criticata e da cui anche i francesi sembra abbiano preso le distanze, potrebbe portare a un nuovo conflitto, grave anche questo come i precedenti da imputare a moltissime cose. A cominciare dalle divisioni libiche, proseguendo con le risposte fornite dalla comunità internazionale non sempre convincenti.

«E adesso “Lavoriamo”!»

Giancarlo, quarantacinque anni, operatore, racconta la sua esperienza

«Dopo “Costruiamo”, il passaggio successivo: gettate le basi, su le maniche…». Le attività e i progetti ricreativi. «Che soddisfazione vedere a teatro i nostri ragazzi spegnere il cellulare…»

Giancarlo, tarantino, quarantacinque anni, da tre con “Costruiamo Insieme”, è uno dei volti più popolari fra gli operatori della cooperativa. E’ l’autore della documentazione “a tutto selfie” sui ragazzi del Centro di accoglienza ospiti a teatro, per esempio. E non solo, quella dei “ragazzi a teatro” è solo una delle diverse iniziative fortemente volute da presidente e direttore di “Costruiamo Insieme”. Di mezzo c’è anche il calcio, quello giocato, a Talsano – con una squadra di operatori che si è fatta onore rispetto ad altre società con alle spalle molta più esperienza di Sillah e compagni – e quello a cui, sempre i nostri ragazzi, assistono ogni domenica quando il Taranto gioca in casa.

Giancarlo, catalizzatore nato. Fosse  protagonista di un film, sarebbe “Mr. Wolf”, l’uomo che in “Pulp fiction” di Quentin Tarantino «risolve problemi». «Non datemi troppa responsabilità, qui i problemi, quando ci sono, li risolviamo tutti insieme: Kaleem, Idrees, Silvia, Francesca, per non parlare di Barbara, rullo compressore dell’organizzazione; tutti abbiamo lo stesso scopo: fare bene il nostro lavoro, che poi non è un lavoro ma una missione, qualcosa che devi amare, diversamente meglio lasciar stare…».

Non un lavoro, dunque, ma una missione. Entriamo in questa filosofia. «Semplice: se non hai sensibilità, non ami il prossimo, meglio cambiare mestiere: abbiamo a che fare con ragazzi africani: vengono da lontano, oggi vivono a migliaia di chilometri da casa; pur sapendo quale fosse il mio lavoro all’interno della cooperativa, i primi tempi non è stato molto semplice: i ragazzi soffrivano di nostalgia, qualcuno andava fuori controllo; avverti un senso di impotenza, hai un’altra cultura e, allora, per dare coraggio a molti di loro devi avvicinarti con il massimo rispetto; tre anni di militare mi hanno insegnato cos’è la nostalgia e come governarla, stare lontano da casa non è semplice…».GIANCARLO Articolo 01Anche la lingua è importante. «Da un francese e inglese scolastico, sono passato a qualcosa di più fluente: oggi, nigeriani e senegalesi – i primi parlano inglese, gli altri francese – a meno che non conversino nel loro dialetti, non hanno più tanti segreti per me».

Qual è il “mestiere” di operatore. «Devi saper fare tutto: in una sola parola, devi essere “utile”: pensare alla soluzione prima che qualcosa diventi problema; il compito di noi operatori è quello di fare da supporto ai ragazzi: li accompagniamo in Tribunale, per esempio, passaggio molto delicato per quanti chiedono il permesso di soggiorno; il nostro è un sostegno psicologico, se il colloquio davanti alla Commissione che esamina caso per caso non è soddisfacente, bisogna trovare le parole giuste per non far cadere l’extracomunitario nello sconforto totale: occorre far capire che a tutto c’è rimedio…».

Uno dei casi più toccanti. «Preoccupanti. Quello sì, dopo giorni i ragazzi ospiti del Centro di accoglienza li viviamo come se fossero nostri fratelli, senza però far perdere di vista che per andare d’accordo la prima cosa da osservare è il rispetto delle regole: qui, da noi, nessuno deve pensare che il CAS sia una zona franca dove far solo trascorrere il tempo; ci attiviamo perché ognuno di questi faccia corsi, intanto di alfabetizzazione per imparare un italiano approssimativo, comunque comprensibile; poi la specializzazione, in una o più attività nelle quali si sentano portati: meccanici, pizzaioli, pasticceri, cuochi…».
GIANCARLO Articolo 02Un brutto giorno, la paura. «Un collega ebbe improvvisamente un malore, senza pensarci due volte lo ricoverammo d’urgenza in ospedale, problema cerebrale: la paura fu davvero tanta; finì in Rianimazione, una settimana in coma; poi il primo sollievo, il passaggio in Neurologia per tenerlo sotto osservazione, ma sempre fra lo sconforto generale: un ragazzo, venuto da lontano, non aveva fatto in tempo a dare notizia ai “suoi” che aveva trovato lavoro in Italia, a “Costruiamo Insieme”, che viene investito da una doccia fredda; la sua famiglia siamo noi: io, Francesca, Kaleem, Idrees e altri, abbiamo passato diverse notti in ospedale accanto a lui, tanto che la sua ripresa è stato un secondo sospiro di sollievo per noi tutti: per settimane, dalla Presidenza alla direzione, passando per amministrazione, “portineria”, cucina, era un rincorrersi di “Come sta?”, “Preghiamo per lui!”, “Vogliamo rivederlo presto!”, e poi le visite in ospedale, fino a quando, un bel giorno, il “paziente” è tornato a casa, da noi…».

Teatro, calcio, attività ricreative, dopo i corsi. «C’è un elemento che più di altri mi ha colpito, i nostri ospiti non sono solo appassionati di sport e, in particolare, di calcio: sono attratti, per esempio, dalla magia del teatro; vengono affascinati dal buio della sala, dagli attori in scena, dalle storie che questi interpretano; hanno imparato due cose: spegnere il cellulare e parlare sottovoce, per informarsi su una battuta o un passaggio della commedia non molto chiaro; in questo, i nostri ragazzi, e lo dico con orgoglio, danno punti agli italiani che spesso a teatro non danno un buon esempio: dall’alto del palchetto al quale siamo abbonati, grazie alla solita apertura dei vertici della cooperativa, vediamo spesso cellulari accesi, gente che chatta, lascia squillare il telefonino; e il bello è che sono i nostri ragazzi a ricordare ai distratti che “Non si fa!”. Insomma, abbiamo realizzato le basi, adesso ci tocca rimboccarci le maniche…».

«Vi spiego i Sacri riti…»

Don Marco Gerardo, preparatore spirituale del “Carmine”

«Non è folklore, ma preghiera. L’impegno della Confraternita a sostegno dei più deboli. Oggi c’è più sofferenza, la Mensa dei poveri accoglie cento ospiti al giorno. Da settembre al Venerdì santo, preghiamo, per tutti»

Nelle scorse settimane abbiamo avuto un confronto di carattere religioso con don Marco Gerardo, parroco della chiesa del Carmine di Taranto. Abbiamo parlato dei bisogni della comunità cristiana e di quanto la Confraternita da lui rappresentata, come la nostra cooperativa, “Costruiamo Insieme” di cui è stato ospite, siano impegnate a sostegno dei deboli con percorsi diversi, ma sostanzialmente simili. L’obiettivo è dare speranza, fiducia a quanti avvertono un momento di abbandono.

Alla vigilia dei Riti della Settimana Santa a Taranto vissuti come in nessuna altra città italiana, abbiamo voluto sentire nuovamente don Marco, questa volta in veste preparatore spirituale della Confraternita del Carmine.

Dunque, don Marco, ci spieghi qual è il suo compito.

«Fare in modo che chiunque si accosti alle manifestazioni della Pietà popolare tarantina, come quella del Venerdì santo, possa comprendere che vivere intensamente i Sacri riti non è un momento di folklore ma un insieme di eventi di fede, preghiera ed evangelizzazione».

Prepararsi alla Settimana Santa, volendo entrare nello specifico.

«Detto che l’organizzazione pratica richiede mesi di lavoro, in qualità di confraternita svolgiamo una preparazione di tipo spirituale che comincia con l’Anno pastorale, dunque da settembre; personalmente ho introdotto alcuni momenti nella comunità della Confraternita, facendo in modo che il Venerdì santo non colga impreparati i confratelli: pertanto, una catechesi specifica; ogni giovedì sera, una breve lectio divina con commento della Parola e un fioretto da fare il venerdì successivo – perché ogni venerdì possa essere preparatorio al Venerdì santo – con una preghiera rivolta all’immagine di Gesù morto».I GIORNI Articolo 01 - 1Dopo le festività natalizi, i confratelli entrano nel clima della Passione.

«Esiste una forma di rispetto verso il Natale, ma dal 7 gennaio in poi i confratelli si proiettano in modo positivo verso questo clima: preghiera, pensiero e preparazione di quanto verrà vissuto in questi giorni».

Quanti sono i confratelli, c’è una continua domanda per entrare a far parte della Confraternita del Carmine?

«Al momento i confratelli sono 2.400, la più grande confraternita dell’Arcidiocesi di Taranto, probabilmente anche della Puglia; ogni anno svolgiamo un corso di noviziato con una media intorno alla cinquantina di adesioni; quando ho cominciato erano diciassette, dall’anno successivo non abbiamo mai registrato un numero inferiore alle cinquanta domande».

Un tempo le raccolte di danaro per finanziare i Riti e opere di beneficenza, si chiamavano “aste”, successivamente “gare”. La Confraternita svolge anche un impegno quotidiano. 

«La Mensa dei poveri, a Taranto non ha bisogno di presentazione: abbiamo spostato la sede storica da via Cavour, purtroppo – il numero dei bisognosi è in costante aumento – perché troppo piccola; nel frattempo abbiamo conosciuto nuove fasce di poveri: pensionati, monoreddito, persone con alle spalle dolorose separazioni o con una libera professione con la quale a malapena riescono ad affrontare il mantenimento dei figli e non possono pensare a se stessi: così chiedono quotidiana assistenza a noi; le nuove povertà possiamo dire di averle conosciute tutte: la mensa non conosce pausa, non chiude a Natale, Capodanno, Ferragosto; ogni giorno assiste un centinaio di persone».I GIORNI Articolo 02 - 1In questo sistema di mutuo soccorso subentrano anche i confratelli.

«Esiste l’aiuto meno conosciuto: sono tante le famiglie di confratelli assistite dalla segreteria della Confraternita che chiedono aiuto: per l’acquisto di un paio di occhiali, il pagamento di una bolletta o un intervento chirurgico; sono, inoltre, testimone degli interventi di confratelli nei confronti di non iscritti che hanno bisogno di interventi economici e materiali».

I passaggi religiosi che portano al Venerdì santo.

«Da settembre, dicevo: catechesi e preghiera, l’offerta di piccoli sacrifici spirituali, quelli che un tempo si chiamavano fioretti; nella Quaresima l’attività spirituale si intensifica: Mercoledì delle ceneri, un momento di interiorità: meditare sull’orientamento che si dà alla propria vita, fa bene a tutti, non solo ai confratelli; ogni domenica la celebrazione dell’Eucarestia, la Via Crucis molto amata a Taranto; poi un corso di preghiera e meditazione sulla Passione del Signore con altre cinque confraternite delle diocesi di Taranto e Castellaneta; una delle cose che abbiamo voluto realizzare in questi anni, è stata proprio l’apertura nei confronti di altre realtà: oggi occorre fare “rete”, sarebbe assurdo non lo facesse la comunità cristiana che ha nel suo dna la Comunione».

Partecipa alla Processione dei Misteri anche chi non ha preso parte alle gare.

«Esiste un lavoro di organizzazione senza il quale non avremmo lo stesso risultato di preghiera: anche chi non si “veste” durante la Processione dei Misteri, in realtà la sente sua, in quanto nella perfetta riuscita dell’evento religioso c’è la sua preghiera, perché pregano tutti, non solo le anime incappucciate».

«Teatro è bello!»

Spettatori della Stagione teatrale

«Talmente su di giri che alla vigilia non ci dormiamo la notte!», dice uno dei ragazzi del Centro di accoglienza. «Esperienza unica, ecco perché facciamo così tanti selfie!». «Non finiremo mai di ringraziare la cooperativa per quest’altra occasione di integrazione offertaci».Teatro Articolo 01 - 1“Costruiamo”, operatori e ospiti del Centro di accoglienza insieme a teatro. Ad ogni evento teatrale all’Orfeo di Taranto, ecco il palco riservato ai ragazzi della cooperativa. Un altro salto in avanti compiuto verso l’integrazione, perché i ragazzi venuti dall’Africa non si sentano mai soli, ma prendano confidenza con il quotidiano che avvolge la società verso la quale non devono più sentirsi ospiti, ma parte della stessa.

Così presidente e direttore della cooperativa hanno voluto fare un passo avanti stringendo un accordo, compiendo dunque un investimento in termini economici, a fronte di posti a sedere ad ogni spettacolo teatrale nazionale. Pertanto, vicini ai lavori teatrali di comici come Gabriele Cirilli, Biagio Izzo, Carlo Buccirosso e Angela Finocchiaro, e di attori come Francesco Pannofino, Giuseppe Pambieri, Paola Quattrini e, ancora, Vittoria Belvedere e Maria Grazia Cucinotta. Nomi importanti, all’interno del cartellone dell’associazione “Angela Casavola” con cui “Costruiamo Insieme”, si diceva, ha stretto un accordo di partenariato.E, allora, in concomitanza con rappresentazioni e commedie, scatta l’appello rituale. «La prossima settimana c’è una commedia musicale famosa, chi vuole andare a teatro?», annuncia Barbara. «Se non ci sono problemi, questa volta i ragazzi li accompagnerei volentieri io, “Grease” è una commedia musicale che non vorrei perdermi!», risponde all’invito Silvia. Sono tanti i ragazzi che si presentano. «Dividiamoci in due squadre», suggerisce Francesca, «questa volta andate voi, la prossima è la nostra».

Questa volta è toccato a Bambake, yankuba, Boubacar, Soulaymane, Ibrahim, Aboubacarr, Hossen e Bax. Lo spettacolo comincia già qualche giorno prima, quando Giancarlo prende nota. Presidente e direttore tassativi: «Fate le cose per bene: organizzatevi, siate ordinati: i nomi devono alternarsi, a teatro vogliamo che vadano tutti!».Teatro Articolo 03 - 1Preparativi, i ragazzi si tirano a lucido: c’è il teatro. Anche loro hanno imparato – ci hanno messo poco, a dire il vero – che da queste parti recarsi a una “prima” non è come andare al cinema: esiste un cerimoniale da rispettare. C’è il foyer, lo spazio antistante l’ingresso nel quale tutti si soffermano in attesa dell’inizio dello spettacolo o vi sostano nell’intervallo, in attesa del secondo tempo. La gente indossa l’abito e il sorriso migliore, fa pubbliche relazioni.

Al centro del foyer, il roll-up di “Costruiamo Insieme”. Alto due metri, bello a vedersi e nel dare informazioni, brevi ma che sono il succo del lavoro di decine di operatori. Al servizio del sociale, dalla parte di chi avverte disagio, con strumenti come la professionalità e la comunicazione. Ecco l’ulteriore sforzo che direttore e presidente hanno voluto compiere “gemellandosi” con l’associazione culturale della quale è responsabile Renato Forte.

E’ lo stesso direttore artistico dalle tavole del palcoscenico ad introdurre gli spettacoli in programma all’Orfeo. «Quest’anno ci siamo scelti a vicenda – dice Forte in occasione della presentazione delle opere teatrali – noi loro, loro noi, per compiere un percorso importante insieme: l’associazione “Angela Casavola” e la cooperativa sociale “Costruiamo Insieme” per l’intera stagione teatrale cammineranno tenendosi a braccetto e sostenendosi reciprocamente: abbiamo inteso riconoscere alla loro professionalità la promozione e le interviste in esclusiva ai protagonisti della Stagione teatrale programmate sui diversi canali di cui dispone: web radio, canale youtube e sito».
Teatro Articolo 02 - 1Non solo. «Siamo lieti, orgogliosi di ospitare come ogni sera – sottolinea il direttore artistico ad ogni occasione – una rappresentanza di ragazzi della cooperativa “Costruiamo insieme”; è bene ricordare che operatori e collaboratori si impegnano per le fasce più deboli; si attivano anche nell’assistenza di anziani e disabili, e collaborano con le istituzioni svolgendo opera di mediazione principalmente nelle relazioni con i richiedenti asilo». Come ogni sera parte l’applauso. Forte dal palcoscenico indica il palco nel quale sono accomodati i ragazzi che rispondono, spesso intimiditi da tanta attenzione, con un sorriso.

Siamo a pochi minuti dall’inizio. Se c’è una cosa che non fa difetto agli ospiti di “Costruiamo” è l’uso del cellulare. Sui social, e principalmente su whatsapp, fanno fioccare i primi scatti, dall’ingresso a teatro alla poltrona occupata, per documentare gli amici che rispondono un invidiosi («Beati voi!»), ma con spirito di rivalsa («La prossima tocca a noi!»). E’ il solito, divertente ping-pong. I ragazzi seduti sulle loro accoglienti poltroncine. Lo spettacolo sta per cominciare. Ha ragione, uno di loro, felice del contesto nel quale si trova e di assistere alla rappresentazione teatrale. Bambake, yankuba, Boubacar, Soulaymane, Ibrahim, Aboubacarr, Hossen e Bax, escono soddisfatti dal teatro. «Per noi – uno di loro ha scritto su whatsapp – lo spettacolo è cominciato giorni fa: non appena abbiamo saputo che sarebbe toccato anche a me andare a teatro, per la gioia non ci ho dormito la notte: grazie, “Costruiamo”!».