Nomofobia

Tutte le dipendenze privano di libertà

Ho un ricordo vivo del telefono di casa, quello della SIP, con la rotella bucata su ogni numero nella quale inserivi l’indice per chiamare qualcuno.

Così come vivo è il ricordo del lucchetto sulla rotella del telefono onde evitare bollette da svenimento ma, soprattutto, perché si aveva la consapevolezza dell’utilità dello strumento.

Infatti, quel telefono, quella rotella consentivano alle persone di comunicare a distanza, erano uno strumento da usare in caso di necessità: la vita sociale aveva e viveva di altre dinamiche.

A ripensarlo oggi, quel telefono, mi appare come il simbolo di una libertà persa!

Qualche decennio fa eri raggiungibile solo se eri a casa: libero di stare in giro, libero di vivere le relazioni, libero anche di sfuggire al controllo dei genitori consapevole delle conseguenze in cui si incorreva al rientro a casa.

Oggi, viviamo in un contesto costellato di nomofobici inconsapevoli, dipendenti da uno strumento che porti in tasca, in borsa o, costantemente in mano presi dalla fobia di controllare continuamente il proprio stato “virtuale” senza avere la percezione di essere vittime e succubi, di essere caduti nella rete di una dipendenza patologica.

Se ci fate caso, i tavoli dei ristoranti o delle pizzerie hanno più cellulari che posate e la cosa più odiosa è che, nel corso di una interlocuzione, mentre tu stai parlando con una persona questa, fingendo di ascoltarti, in continuazione rivolge lo sguardo al cellulare e, mentre tu argomenti su una questione seria ti dice con aria disinvolta “scusami un attimo, devo rispondere ad un tweet!”. Per non parlare di WhatsApp!

Contento di aver maturato una accettabile capacità di autocontrollo, ometto di scrivere o descrivere il contenimento dell’impulso reattivo.

Ma, da appassionato dello studio degli atteggiamenti umani, ho voluto approfondire la materia scoprendo, certo in ritardo rispetto a studiosi dediti alla materia, che siamo di fronte ad una patologia, meglio, una dipendenza patologica: nomofobia!

Si chiama così: “L’utilizzo smodato e improprio del cellulare come di internet può provocare non solo enormi divari fra le persone, ma anche portarle a chiudersi in se stesse, sviluppare insicurezze relazionali o alimentare paura del rifiuto, a sentirsi inadeguate e bisognose di un supporto anche se esterno e fine a se stesso” come afferma il Presidente del Congresso mondiale di psichiatria dinamica Ezio Bonelli.

Ma è una patologia che ha dimensioni tanto globali, quanto assolutamente prossime: ci convivi in casa senza, spesso, neanche averne coscienza o strumenti per arginarla.

Per concludere questa riflessione, vi lascio alle parole del Dr. Antonello Taranto, Direttore del Dipartimento di Dipendenze Patologiche della ASL di Bari, con il quale Costruiamo Insieme si è pregiata di collaborare, riferite ai danni causati su bambini e giovani: “Oggi definiamo la dipendenza come un desiderio irresistibile e pervasivo di qualcosa, come Internet, che diventa dannoso per la salute e per il proprio ruolo sociale. Cambiano dunque le abitudini, ogni aspetto dell’esistenza viene compromesso perché l’oggetto della dipendenza diventa la priorità. I ragazzi si isolano e diventano burberi quando si prova a farli uscire dal mondo virtuale.

Solitamente la risposta è eccessivamente protettiva o rimproverante. E dal momento in cui la dipendenza comincia a quando la si scopre, possono passare anche otto anni. È importante non sottovalutare i segnali e tornare a stabilire relazioni. Tanti genitori sono soltanto in connessione estemporanea coi figli, si fermano in superficie”.

Ma se il cattivo esempio siamo noi genitori, adulti e attempati, che per primi pranziamo con il telefonino sul tavolo o a portata di squillo o notifica?

Per fortuna il mio telefono si spegne perché dimentico sempre di caricarlo, lo dimentico in ogni luogo e sono fuori moda perché non sono “social”: posso affermare che, fra tutte le patologie classificate, le uniche che mi mancano sono il diabete e la nomofobia.

Funziona sempre e solo per questioni urgenti o come strumento di lavoro.

Il mio mondo è rimasto reale, non è virtuale!

«Lavoro e serenità»

GRAZIE A COSTRUIAMO INSIEME, Idrees, operatore, si racconta

«Mi hanno restituito dignità. Ero fuggito dal Pakistan, da guerre etniche e faide familiari. Poi via dalla Grecia e dall’intolleranza. Il viaggio Patrasso-Otranto, l’Italia. A Milano e Roma una delusione dopo l’altra. A Taranto, a sgobbare quattordici ore al giorno in un ristorante della Città vecchia: infine, con la cooperativa sociale, ho rivisto il sole…»

«La mia vita è cambiata in due ore e venti minuti!». Tanto ci mette un’imbarcazione con tre motori e quarantasette passeggeri ad arrivare dal porto di Patrasso a Otranto. Dalla Grecia all’Italia. Idrees, pakistano di Makiana, villaggio a un fiato da Gujrat, da due anni operatore della cooperativa  “Costruiamo Insieme”, sintetizza la sua storia. Parla inglese, greco, hindi, urdu, naturalmente italiano. «Parto dalla Grecia, arrivo in un porto, quasi in un soffio – ricorda – tanto che giravo e rigiravo fra le case ai bordi della spiaggia sulla quale eravamo sbarcati e mi domandavo se quel signore che ci aveva presi a bordo non ci avesse bidonato e riportato su una costa della penisola greca». Pericolo scongiurato. «Eravamo in Italia a Otranto!».

Racconta la sua storia Idrees, ventisette anni, da undici in giro per il mondo. «Nel mio Paese era guerra fra gruppi etnici, ci si ammazzava per qualsiasi cosa, anche per dissapori vecchi un secolo. “Al nonno di mio nonno mancarono di rispetto: va’ e fai giustizia!”, questo raccontavano gli anziani a noi ragazzi, una generazione che, invece, ha voluto smarcarsi da pregiudizi, rancori, faide familiari mai dimenticate».

Una spirale di odio senza fine. Da certe parti si nasce già con una missione, “fare giustizia”. Non si sa in nome o per conto di chi o che cosa, l’obiettivo è affermare comunque il senso di rispetto. «Una famiglia dovrebbe conquistarsi il rispetto con il sangue: è questo il principio dal quale io e mio fratello, invece, siamo fuggiti e, come noi, tanti altri miei giovani connazionali: su quella barca, guidata da un vecchio militare greco, un personaggio che sembrava uscito da un racconto di Hemingway, avevamo trovato posto in quarantasette; due ore e venti minuti il viaggio, avevo un orologio al polso, un riflesso condizionato il mio, vidi che ora fosse alla partenza da Patrasso; stessa cosa all’arrivo a Otranto: non mi sembrava vera la fuga dalla Grecia».

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ARRAMPICATO A UN ALBERO

In Italia, caccia allo straniero. «Arrivarono pattuglie di carabinieri, qualcuno li aveva avvisati sullo sbarco: i militari accerchiarono il gruppo, la paura – che qui fa novanta – aveva contagiato anche noi; “Vuoi vedere che siamo caduti dalla padella alla brace?”, ci dicevamo: e se ci rispedissero direttamente in Pakistan, dove ci danno per fuggiaschi? Non volevamo pensarci; gli uomini in divisa avevano avuto una soffiata giusta, ma non si trovavano con i numeri: contavano e ricontavano gli “sbarcati”, quarantasei, all’appello ne mancava uno». Idrees? «Sì, ero il quarantesettesimo, salito di corsa su un albero, la mia salvezza; i carabinieri mi passavano davanti, avevo una paura tremenda».

Breve passo indietro. Un Paese ospitale la Grecia, ma che in certe frange politiche no tollera lo straniero, specie se di pelle scura. «Ho lavorato quattro anni nei campi – riprende Idrees – facevo di tutto, il lavoro non mi ha mai spaventato, se c’è da fare una cosa la faccio: a costo di inventarmi un nuovo mestiere, non mi fermo davanti a niente! Quattro anni, trattato sostanzialmente bene, ma con qualche intervallo: non sempre i militari del posto facevano ricognizioni, controllavano i documenti, ma quella volta che qualcosa non gli garbava, erano guai: un mese, due mesi in galera». Una reclusione a pane e acqua. «No, pane e pomodoro! E quella razione di cibo dovevamo farcela bastare per un giorno intero. Non sapevamo quanto durasse la reclusione, fra noi ci facevamo coraggio pregando che quella esperienza drammatica finisse al più presto; poi gli episodi di intolleranza: non più una volta ogni tanto, ma ripetuti con maggiore frequenza, così io e un po’ di connazionali decidemmo che era arrivato il momento di fuggire daccapo: dopo la fuga dal Pakistan, quella dalla Grecia, in cerca di una qualsiasi occasione di vita migliore, anche sensibilmente meglio sarebbe stato già sufficiente rispetto a quello che stava diventando un altro inferno».

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GRECIA, MONTA L’INTOLLERANZA

Episodi di intolleranza. «Accerchiati, diventavamo oggetto di sfottò, anche pesanti cui non rispondevamo; le nostre uniche armi erano le mani nude, eravamo in un altro Paese, ospiti, non potevamo certo ricambiare le attenzioni di buona parte della gente con la stessa moneta dei teppisti che invece ci aggredivano e commettevano atti vandalici. Teppisti impuniti, tanto che la cosa ci autorizzava a pensare che stessimo andando incontro a qualcosa di sempre più pericoloso per chi non era del tutto in regola con le leggi del Paese: la nostra forza-lavoro faceva comodo, ma qualche volta occorreva impartirci una lezione».

Come gli esami di eduardiana memoria, anche le fughe non finiscono mai. «Millesettecento euro per imbarcarci dalla Grecia e sbarcare in Italia, un porto sicuro secondo quanto dicevano in giro: nel Paese in cui eravamo ancora ospiti l’intolleranza aveva raggiunto livelli preoccupanti; unica soluzione: cambiare aria e scommettere quel poco denaro che avevamo messo da parte in una nuova speranza, così facemmo».

Avevamo lasciato Idrees appollaiato su un albero, a Otranto. «Ero rimasto in Italia e questa era già una buona notizia: connazionali mi ospitarono a Roma e Milano, cercavo lavoro, uno qualsiasi, purtroppo niente da fare; dovevo avere i documenti utili per potermi inserire nel mondo del lavoro: se il primo non sembrava un ostacolo, il secondo – un lavoro, per intenderci – era più complicato; passai per un Centro di accoglienza temporaneo, tornai a Taranto nell’agosto di quattro anni fa; trovai un lavoro, massacrante, ma non mi tirai indietro: ristorante in Città vecchia, uomo di fatica e pulizia, lavapiatti e cameriere: finito il primo mestiere attaccavo con il secondo, poi il terzo e via così, senza un attimo di sosta, mediamente quattordici ore al giorno; condividevo casa in città con un mio connazionale, finito il lavoro a tarda ora tornavo a piedi, chilometri, bel problema; specie quando aprivano il Ponte girevole per lavori, non potendo tornare per tempo dove abitavo, mi addormentavo su una panchina, a volte sotto la pioggia». Una vitaccia, finché un giorno non rivede un amico al quale è riconoscente. «La mia vita è cambiata da così a così – mostra il palmo della mano, poi il dorso della stessa – devo tutto a lui, già attivo con la cooperativa “Costruiamo Insieme”: documenti e contratto,  finalmente mi sono accorto del sole!».

«Sanità, vi spiego…»

Stefano Rossi, direttore generale Asl di Taranto

Nessun taglio alla Sanità, solo ottimizzazione dei servizi. Le eccellenze tarantine, la funzionalità dei presidi ospedalieri del territorio, tempi d’attesa rispettati, nei casi urgenti interveniamo sull’agenda. Addolorato dal folle episodio al SS. Annunziata, l’aggressione mortale a una donna. Orgoglioso di aver restituito alla città il padiglione SS. Crocifisso in pieno centro.

Taranto non ha subito tagli, ma solo una rimodulazione. Se i medici di base fossero più attenti, anche i tempi di attesa sarebbero più spediti. Stefano Rossi, direttore generale dell’Asl di Taranto, tocca diversi punti in un confronto a tutto campo sulla Sanità locale.

Asl, Azienda sanitaria locale. Cosa significa essere al centro delle attenzioni di un territorio?

«Si dice che la Sanità sia l’incrocio fra la vita e il trapasso. In realtà seguiamo dalla nascita i percorsi vitali di ciascuno di noi, un’attività decisiva, strategica, che attiva risorse economiche, aspetto da non sottovalutare: il Fondo sanitario nazionale è una quota del Pil, il Prodotto interno lordo: l’80-85% delle risorse della Regione sono destinate alla Sanità. La dice lunga su come questo aspetto rivesta un ruolo baricentrico rispetto alla società in generale; poi quando viene scoperto un fenomeno corruttivo e talvolta fatto un uso distorto della notizia, questo fa ancora più male: non solo all’amministratore, ma anche al cittadino Stefano Rossi».

Non avverte il peso di un impegno così delicato, considerando la Sanità un avamposto rispetto alle istanze del cittadino?

«I problemi sono tanti, qualcuno può anche intimorire, ma sento spalle sufficientemente larghe per affrontare temi delicati e risolverli; il rinnovo dell’incarico ricevuto di recente dalla Regione credo sia la conferma del buon lavoro svolto: i meriti, sia chiaro, sono dell’intera azienda e del personale; una realtà complessa l’Azienda sanitaria locale, più complessa di quella ospedaliera, in quanto hai intorno quanto necessita di controllo: le ASL ricoprono l’intera provincia, dunque complessi, servizi, personale; tutto distribuito su un territorio molto ampio che non aiuta ad esercitare correttamente e compiutamente le attività di indirizzo e di controllo.

Se non avessi avuto accanto personale affiatato, non saremmo riusciti insieme a raggiungere risultati così lusinghieri, pertanto anche il rinnovo del mio incarico lo condivido con tutto il personale; Taranto, in tema sanitario, vanta numerose eccellenze: presso il “Moscati” di Taranto risiede il Dipartimento interaziendale jonico-adriatico, dunque Taranto e Brindisi, lo dirige il dott. Salvatore Pisconti, apprezzatissimo specialista per indiscussi meriti professionali e umani. In un territorio tristemente compromesso dal punto di vista ambientale ed epidemiologico, non devi essere solo bravo, ma devi avere una cifra umana non indifferente; e l’elenco prosegue con il dott. Patrizio Mazza, primario di Ematologia, con il quale circa un anno fa abbiamo celebrato i mille trapianti di midollo; il dott. Giovanni Silvano, direttore di Radioterapia oncologica; il dott. Teodorico Iarussi, direttore di Chirurgia generale; un tempo impensabili, sono stati effettuati circa centoventi operazioni di chirurgia toracica con interventi ai polmoni; il dott. Giovanni Battista Costella, primario di Neurochirurgia. In buona sostanza, una filiera integrata dal punto di vista chirurgico. E lo dico non per incensare il nostro lavoro quotidiano, ma per gli utenti, gli assistiti, perché dovessero averne bisogno possono rivolgersi serenamente alle nostre strutture. Evidentemente, non è un caso che esista una forte domanda da parte di pazienti lucani e calabresi».Rossi foto articolo

Il rapporto con il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano e cosa significa fare due conti con i “tagli” all’attività della “sua” Asl?

«Rapporto con il presidente Emiliano, ottimo, d’altro canto non avrei potuto meritare la sua fiducia; non esistono tagli: il Fondo sanitario nazionale, dunque la quota del Fondo sanitario regionale, è una quota del Pil, che è sempre lo stesso: non significa, però, che oggi le risorse siano insufficienti; ciò detto, cresce in modo esponenziale l’aspettativa di salute da parte di una popolazione sempre più anziana e sempre più cronica: dunque, cresce il fabbisogno; le risorse sono le stesse, non ci sono tagli. Ecco perché vanno ottimizzate, utilizzate nel migliore dei modi; così, alla luce di questo dato, la risorsa più preziosa diventa il personale: per dettato normativo, tutte le pubbliche amministrazioni, dunque, anche il Servizio sanitario, non possono spendere per il personale più di quello che spendeva nel 2004, ridotto dell’1,4%; immaginate, pertanto, la spesa per il personale: in questi quattordici anni si fanno più Tac, più risonanze, si opera di più, in quanto quattordici anni fa certe cose erano inoperabili; così registriamo una crescita esponenziale di attività, nonostante le risorse siano sempre quelle. Ecco la richiesta di ottimizzazione. Dunque, contesto bonariamente l’accusa sui tagli: tagli non ce ne sono stati».

Tempi di attesa, volesse sfatarli?

«Esistono dati ufficiali: il Ministero attraverso il Piano nazionale delle Liste d’attesa, campiona due settimane in due periodi distinti dell’anno; l’80% delle prestazioni rispetta i tempi, anzi sfido chiunque a dire che una prestazione o prenotazione richiesta con il codice “U”, urgente, o “B”, nel giro di tre giorni, non sia stata rispettata, facciamo tutto il possibile forzando qualunque tipo di impegno e agenda; la prestazione, però, deve essere correttamente compilata dal medico di base, ciò a dire che deve recare il codice di priorità; non sempre questo viene riportato, così la richiesta finisce in un labirinto dal quale non se ne esce più. Dunque, codice di priorità e sospetto diagnostico: il sospetto diagnostico – attività clinica del medico di base – sulla base di sintomi, anamnesi, va di pari passo con il codice di priorità. In questo ambito, il sistema dovrebbe funzionare, purtroppo continuiamo a vedere ricette rosse prive del codice di priorità e di sospetto diagnostico».

Perché secondo lei fa notizia un episodio di malasanità rispetto a cento attività di soccorso?

«In Inghilterra dicono: una notizia deve rispondere a tre “s”: sesso, sangue, scandalo; non possiamo farci nulla, la lotta è impari. In questo preciso momento stiamo erogando milioni di prestazioni: negli ambulatori del medico di base e in quelli di specialistica, negli ospedali; nessuno tesserà le lodi di milioni di prestazioni, ma inevitabilmente indicherà quella andata male».Rossi foto articolo 2

Presidi sanitari sul territorio, i collegamenti fra le anime della sanità pubblica fra Taranto e provincia?

«Un Decreto ministeriale del 2015, ha dato nuove regole e introdotto una classificazione dei presidi ospedalieri. Esistevano situazioni arlecchinesche, sembrava che tutti potessero fare tutto.  Così è avvenuta una divisione: ospedali di primo livello, secondo livello e di base. Non è una classifica di merito, ma di contenuti; quello di base ha quattro discipline: Manduria, oltre al Pronto soccorso, ha medicina, ortopedia, chirurgia e cardiologia; il riordino ospedaliero regionale ha previsto ospedali di primo livello: Martina e Castellaneta, che hanno quelle di base e altre discipline: ginecologia, pediatria, nefrologia, urologia, una serie di discipline in più; infine l’ospedale SS. Annunziata di Taranto: ha tutto e, in più, neurochirurgia, geriatria, lungodegenza e via discorrendo. Giusto sia così: il 118 deve sapere in quale ospedale trasportare il paziente. Mettere ordine è stato importante: con la rimodulazione nulla è sparito, bensì è stato potenziato altrove; giusto svolgere prestazioni in un solo punto: per principio scientifico, si sbaglia di più dove si fa di meno; concentrare le prestazioni alza il livello di qualità e abbatte la casistica degli interventi sbagliati».

Cosa l’ha inorgoglita di più, cosa l’ha addolorata in questi anni di attività?

«Parto subito da un episodio negativo: la morte violenta di quella povera donna che si trovava al Pronto soccorso ad agosto, alle quattro di notte, accompagnata dal figlio, e che per mano di un folle ha perso la vita: episodi simili non dovrebbero accadere in assoluto, una vicenda terribile se penso che è accaduta in casa nostra.

Orgoglio. Sbloccare un appalto, quello del padiglione “SS. Crocifisso” in via SS. Annunziata, arrestatosi nel tempo: abbiamo accorpato poliambulatorio, Cim, centri diurni, neuropsichiatria infantile e restituito, al tempo stesso, una struttura alla città. Non svolgiamo, infatti, solo attività sanitaria, bensì ospitiamo mostre, concerti, presentazione di libri, mercatini nel periodo natalizio. Quell’immobile così bello era una delle eccellenze tarantine inutilizzate da anni. Ho subito critiche per questa scelta: avrei portato i “pazzi”, dicevano, in centro. Ho provato a far capire che il disagio mentale è una criticità della società moderna e all’interno di essa cresce in modo esponenziale: portarlo nel centro cittadino e non emarginarlo, ci può aiutare a contrastarlo».

Sono graditi visi sorridenti

L’ottimismo della pratica.

Un vecchio Maestro quale era Enzo Del Re ci ha lasciato una indelebile testimonianza sulla differenza fra il lavoro e la fatica. 

Claudio Frascella ieri, nella rubrica “Storie” (che vi invito a leggere) ha raccontato, meglio, documentato i risultati di un percorso di integrazione che ha portato un gruppo di persone, potenzialmente destinate ad un destino escludente, al raggiungimento di un livello di autonomia che non è solo rappresentato dall’aspetto economico, ma sostanzia la riacquisizione di una dignità, di un ruolo attivo nella società, nella comunità.

Io, da qualche giorno e non so per quante ore senza sentire addosso la fatica, mi dimeno per scrutare, conoscere, prendere coscienza di un problema diffuso quanto sconosciuto che tocca una sfera del mio essere particolarmente sensibile legata ai bambini.

Tutti i bambini sono speciali, ma ci sono bambini che lo sono ancora di più!

Disturbo dello spettro autistico”, questa la diagnosi che rinvia ad una serie di risposte e ipotetiche soluzioni tecnicistiche che mi hanno riportato indietro negli anni, quando crescevo leggendo “Le conferenze brasiliane” di Franco Basaglia.

Ma, avendo ormai incarnato lo spirito che muove Costruiamo Insieme e rispondendo ad una esplicita volontà da tempo espressa dalla Presidente, non potevo esimermi dal dedicare tempo/lavoro (non fatica) a questo tema ragionando con gli amici di A.S.F.A. Puglia (associazione fondata da famiglie che vivono quotidianamente la realtà dell’autismo) cercando di mettere in gioco le nostre professionalità per cercare insieme di mescolare le competenze per immaginare di costruire una risposta diversa dai soliti canali istituzionalizzanti senza mettere in discussione la fondatezza delle risultanze scientifiche rispetto ai metodi riabilitativi in uso.

Da dove partiamo? Da dove iniziamo? Quale obiettivo ci poniamo?” le prime domande che ci siamo posti.

Partiamo dai Maestri, ho detto con grande spontaneità, condividendo una riflessione di Franco Basaglia:

Un altro caso tipico è quando il parente di un malato si rivolge al medico per sapere come sta il suo congiunto e il medico gli risponde in un linguaggio incomprensibile. Questa è una reazione di difesa del medico, è la conservazione del suo sapere attraverso una relazione di potere che alla fine è l’unica verità del suo sapere. Questo è vero in tutta la medicina dove per esempio il mal di testa si chiama “cefalea”. Scusatemi se gioco un po’ con questi esempi, ma io credo sia bene violentare i medici perché non si capisce perché il medico debba rapportarsi agli altri umiliandoli. La relazione di potere è uno strumento fondamentale di fronte all’impossibilità di risolvere la contraddizione fra il potere e il sapere del tecnico. Tutto questo non cambierà finché il tecnico non avrà sottoposto a verifica la sua scelta della professione, le ragioni di questa scelta. Senza questa verifica, il mal di testa sarà sempre cefalea, il padre dirà al figlio “mangia e stai zitto”, l’uomo continuerà a dire alla donna “ti amo” quando in pratica non sarà vero. Finché non cambia la relazione di potere, non potranno cambiare le condizioni della salute, della vita. Saremo sempre più malati, sempre più folli, sempre più bambini e non saremo mai persone, perché chi comanda determinerà sempre il nostro pensiero in un’unica direzione, e uno più uno farà sempre due.

Noi che sosteniamo “l’ottimismo della pratica” vogliamo sconfiggere definitivamente i tecnici che lavorano nella logica che abbiamo chiamato del “pessimismo della ragione”. Lasciamoci con questa speranza che in futuro possiamo organizzare un mondo migliore”.

Da dove iniziamo? 

Dalle cose che riteniamo diano senso al nostro essere parte di una società della quale non condividiamo i processi e gli atteggiamenti escludenti, a partire dalla de istituzionalizzazione e dalla de medicalizzazione dei contesti in cui, oggi, sono costretti i bambini, compresa la lotta a qualsiasi forma di discriminazione a partire dalla scuola.

Con quale obiettivo?

Rompere tutte le barriere che creano isolamento ed esclusione per creare uno spazio di socialità aperto a tutti e all’apporto di tutti capace di rendere naturale, e non veicolata o indotta, la capacità di relazionarsi, di rapportarsi all’altro dentro una dimensione spaziale consona ad un bambino dove ci siano alberi, giostre, giochi, animali, campagna, pineta, mare e, soprattutto, altri bambini in alternativa agli ambienti ospedalieri o allo studio dello specialista.

Seguendo la logica dell’ottimismo della pratica, i bambini avranno quel luogo ispirato dalle Fate che si chiamerà “La Casa di Pandora”!

All’ingresso troverete un cartello con scritto “Da vicino nessuno è normale!”.

E’ solo una opportunità fornita a tutti per fare un’auto analisi e rivedere la propria idea di diversità.

Ciò che per tanti è un problema, per me è una fonte di ricchezza!

Buon lavoro…

Trenta i ragazzi africani impegnati a Taranto con “Costruiamo Insieme”

Con la cooperativa sociale hanno realizzato un sogno. Operatori e mediatori, cuochi e artigiani. In tasca un contratto, alle spalle il dramma di guerre e persecuzioni. Arrivano da Ghana, Gambia, Nigeria e Tunisi. Il più grande, Azam, quarantatré anni, è pakistano; il più giovane, Alassane, ventuno, senegalese.

Sono una trentina, fra operatori e mediatori. Perfino cuochi. Lavorano con la cooperativa “Costruiamo insieme”. Arrivano da terre lontane. Ragazzi giunti con viaggi di fortuna dall’Africa, continente nel quale accade tutto e il contrario di tutto. Persecuzioni etniche in primis. Arrivano in Italia da Ghana, Gambia, Nigeria, Tunisi. Perfino dalla Libia, dove dicevano si stesse meglio che in ogni altro Paese africano.

Evidentemente lo scenario è cambiato una volta di più. Insomma, volendo farla breve, anche il Continente nero si è capovolto. L’operatore più maturo impegnato con la cooperativa sociale con sede a Taranto è un pakistano: Azam, quarantatré anni; il più giovane, un senegalese: Alassane, ventuno anni. Ognuno di loro, piccolo e grande, ha una storia da raccontare. In qualche modo a lieto fine, se oggi ha un contratto di lavoro, svolge un’attività e, comunque, intende crescere ulteriormente frequentando corsi di formazione.

Lieto fine. Vicende cominciate con urla e spari, pestaggi e fughe, conclusesi con l’accoglienza e un posto di lavoro. Ragazzi che avevano esperienze da incoraggiare, artigiani, cuochi, camerieri e conoscevano lingue, sono riusciti con grande impegno a farsi apprezzare, dunque a farsi strada.

Storie a lieto fine, si diceva, cominciate nel sangue, fra urla di disperazione e pestaggi. Fughe verso la libertà e finite con una pallottola piantata nella schiena dell’amico sfortunato che pensava a un mondo che non poteva essere quello dei colpi di fucile e pistole fatti esplodere anche da minorenni, bande di “cattivi ragazzi”, disperati, che si incontrano ovunque. Storie raccontate dai diretti protagonisti ogni settimana.

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DAL DOLORE ALLA GIOIA

E’ più di un anno che questo sito riporta esperienze, dolorose, talvolta agghiaccianti, attraverso i protagonisti. Se questi non avessero avuto una mano tesa da parte degli italiani, nello specifico dei pugliesi – dalle istituzioni agli operatori – che hanno mostrato di saper fare accoglienza, non vogliamo pensare a quest’ora dove questi sarebbero andati a finire. Imprigionati in un villaggio, sfruttati da miliziani privi di scrupoli, oggetto di scambio e altre inenarrabili assurdità che solo la cieca sete di potere e denaro può generare.

Costruiamo Insieme in questi anni non ha fatto solo accoglienza. Si è occupata, e si occupa,  di altri temi legati al sociale, anche se parte del suo impegno è stato rivolto ai ragazzi giunti in Italia. Una trentina, si diceva, arrivati da ogni angolo dell’Africa, in veste di mediatori e operatori. Studenti, militari, artigiani. Ognuno di loro conosce almeno tre lingue. Non solo arabo o italiano, ma francese e inglese, hindi, perfino greco. Perché il viaggio non sempre è fuga-gommone-costa italiana. Prende altri mari, altre strade.

Ma finalmente finisce in Italia, Paese accogliente, che ha il pieno rispetto delle regole dettate dalla Comunità europea. Nessuno tocchi i ragazzi in cerca di un futuro e chi di questi ha voglia di spendersi per l’Italia, ben venga.

Ogni lavoro genera economia. Ognuno di questi trenta ragazzi vive per conto suo. Qualcuno ha famiglia, paga un fitto, le bollette come chiunque altro. Prende la patente di guida, compra un’auto, va in pizzeria, al cinema se capita. Vive come un normale cittadino. Come è giusto che sia. E questo grazie a un posto di lavoro che ha saputo conquistarsi, un’attività che la cooperativa con la quale è impegnato, è riuscito a ritagliargli.

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VOGLIONO CONTINUARE A SOGNARE

Inutile girarci intorno, ma in questi ultimi mesi, mentre la politica del Governo nazionale assumeva un piega stringente nei confronti dell’accoglienza (per buona parte a carico della Comunità europea), i ragazzi venuti dall’Africa in cerca di dignità, hanno cominciato ad avere paura. A sentirsi minacciati una seconda volta. Fuggiti da casa, a causa di persecuzioni, ora avvertono la sottile minaccia che il loro impegno possa tornare sempre meno utile.

La cooperativa prosegue la sua attività. Si impegna nel sociale, progetta ulteriori soluzioni di impiego. Non solo con l’ausilio dei trenta ragazzi gambiani, maliani, nigeriani, tunisini, ma anche con decine di tarantini, pure loro attivi con progetti su minori, disabili e altro ancora. Pure loro operosi insieme con i colleghi nel sociale.

Ogni ragazzo, una storia. A lieto fine, si diceva. A condizione che a qualcuno non venga in mente di infrangere un bel sogno come il rifarsi una vita, anche grazie a una cooperativa illuminata come “Costruiamo Insieme”. Queste le storie che racconteremo a partire dalla prossima settimana. Andremo a cercare quei ragazzi che dopo aver superato gravi sciagure, poco per volta hanno riacquistato un sorriso smarrito nella ferocia di una guerra.

«Taranto ai tarantini»

Valentina Tilgher, vice sindaco

Assessore a Sviluppo economico, Marketing e Risorse del mare, traccia un primo bilancio sull’Amministrazione-Melucci. «Promuoviamo l’immagine della città, cresce l’industria turistica, importante l’impegno degli operatori. Lotta agli abusivi e sostegno agli imprenditori intenzionati ad investire sul territorio»

Ospite di “Costruiamo Insieme”, Valentina Tilgher, vicesindaco, assessore a Sviluppo economico, Marketing e Risorse del mare al Comune di Taranto. Subito un primo bilancio sull’attività svolta dall’Amministrazione comunale della quale lei fa parte.

«Per quello che mi riguarda, la prima candelina l’ho spenta il 26 luglio scorso: è stato un anno estremamente faticoso e impegnativo; abbiamo scelto di lavorare, e non a parole, su pianificazione e progettazione per un futuro diverso per Taranto. Ciò ha comportato uno studio non indifferente con l’analisi di progetti che avrebbero potuto dare impulso rispetto a progetti purtroppo arenatisi, considerando finanziamenti che rischiavamo di perdere; abbiamo svolto una ricognizione di tutte le istanze esistenti assegnando priorità.

Il sindaco ha dichiarato subito quale fosse il suo programma, in questo nel suo discorso di insediamento il nostro primo cittadino è stato chiaro. Ha manifestato le direttrici di sviluppo e all’interno di questo studio strategico è stata collocata la serie di interventi. A un anno di attività amministrativa i progetti cominciano a concretizzarsi».

TILGHER ARTICOLO 01

Un anno di attività. Una cosa, fra le altre, che la rende fiera?

«La prima che mi viene in mente: i lavori di recupero della Scarpata del lungomare. Ma solo perché ultima in termini di tempo, forse quella che ha avuto un impatto immediato sulla cittadinanza. E’ un intervento-simbolo. La scommessa era recuperare un’area bellissima e preservarla dai ripetuti atti vandalici e dall’invasione della microcriminalità. Dunque, il Lungomare come simbolo del lavoro da svolgere per recuperare Taranto. Abbiamo cominciato a restituirle bellezza e dignità, questa la visione finale di una zona sicuramente suggestiva, che avrà ulteriori interventi in queste settimane. Ma, attenzione, a Taranto il brutto continua ad esistere: è ben radicato, ma è a piccoli passi, costanti, che riusciremo a creare sacche di resistenza rispetto a un uso che aveva spinto verso il basso una delle bellezze di questa città».

Come “vede” da ieri quel tratto di Taranto?

«La immagino con le famiglie che passeggiano indisturbate, chi fa jogging, ragazzini in bici portati a spasso dai genitori; la gente che è andata, e va tuttora, in spiaggia, a Lido Taranto: non a farci il bagno – è l’ideale per prendere il sole, ma è bene ricordare che esiste il divieto di balneazione – per motivi igienico-sanitari; stiamo intanto progettando per qualificare il Pontile nuovo, non solo a carico del Comune ma con l’ausilio di iniziative private: non è più tempo di chiedere investimenti per il solo bene della cittadinanza; l’interesse della collettività va contemperato con l’interesse dell’imprenditore che compia investimenti che a tre, cinque anni si ripaghino; altrimenti abbiamo solo – un “già visto” su diversi progetti esaminati – un investimento con il supporto pubblico, esaurito il quale non cammina più sulle sue gambe. Non potendo assicurare la ripetitività del sostegno pubblico, il bene una volta ristrutturato verrebbe abbandonato, vandalizzato come accaduto con altri scempi esistenti per Taranto. Il Comune ha un patrimonio immobiliare immenso, rimetterlo in sicurezza, ripristinarlo, riaffidarlo, richiede uno sforzo economico che andrebbe spalmato in molti anni».

TILGHER ARTICOLO 02

Il rispetto delle regole, il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, su questo è stato tassativo.

«E’ giusto che i cittadini manifestino le proprie istanze. Inutile pensare, per esempio, grave piaga, che l’abusivismo si possa risolvere con un intervento a settimana da parte della Polizia municipale. Buona parte dei trasgressori non ha patrimonio aggredibile, la normativa non consente di mettere in prigione l’abusivo: i poteri in ordine alla requisizione della merce, del sequestro dei mezzi, sono purtroppo limitati. Proseguiamo con la repressione dei reati, fino a quando chi compie reati simili abbia l’esatta percezione di non farla più franca. Restando sull’esempio del Lungomare: andremo a creare, invece, una serie di presidi autorizzati tesi a infliggere il colpo di grazia all’abusivismo, obbligando anche quanti operano illegalmente a rientrare in un circuito virtuoso con il rispetto delle regole. Lo scopo è creare un controllo sociale mediante il quale, un pezzo per volta, intendiamo riprenderci Taranto e restituirla ai cittadini».

Estate calda, Taranto riposizionata dal punto di vista culturale.

«Lo confortano i dati sul turismo, Taranto viene finalmente vista per quello che è: una città bellissima, nella quale è piacevole trascorrere le vacanze. C’è da lavorare ancora per farne meta ideale. Gli eventi vanno bene, ma una volta organizzati occorre far trovare al turista una serie di servizi, un tema – quello dei servizi – sul quale ci stiamo impegnando; un lavoro decisamente più lungo rispetto all’allestimento di un evento; intanto, però, cominciamo a promuovere l’immagine della città, perché cresca la capacità di un’industria turistica, un’intera rete di operatori che trasformino la città rendendola accogliente per il turista».

Agrisociobio

Non è una parolaccia, ma una idea per vivere meglio. L’agricoltura come risorsa sociale.

A chi, come me, per lavoro si confronta tutti i giorni con concetti e termini quali Inclusione/esclusione sociale, processi di marginalizzazione, integrazione, lotta alle povertà e chissà quanto altro è legato a processi sociali e culturali relegati in una dimensione umana e all’interno di un vissuto ansiogeno che “puzza” di negatività, spesso sfugge di indagare opportunità e realtà che, per il loro carattere multifunzionale insito, potrebbero rappresentare una risposta univoca e complessiva ai tanti problemi per i quali cerchiamo di costruire una risposta.

Eppure, si tratta di realtà uscite da un anonimato nelle quali erano relegate anche grazie ad una crescente attenzione ed una più diffusa e crescente sensibilità della popolazione.

Ma, per comprendere la dimensione e le potenzialità di ciò che oggi sta diventando sempre più una realtà consolidata e in controtendenza rispetto a dinamiche socialmente devastanti, mi piace lanciare uno sguardo sul passato. 

Per esemplificare situazioni che vedono aziende agricole erogare implicitamente un servizio sociale nei confronti di soggetti deboli si può fare riferimento alle tante famiglie conduttrici di imprese agricole che presentano tra i propri componenti un soggetto con svantaggio. Si tratta di situazioni che evidentemente hanno segnato da sempre le famiglie agricole, nelle quali l’inclusione del soggetto svantaggiato raramente richiedeva il sostegno da parte della collettività. Il disporre di un fondo agricolo, infatti, consentiva di trovare una mansione utile, anche piccola, secondaria o temporanea, a tutti i componenti della famiglia allargata, pienamente o parzialmente abili. Il concetto di “disabile” come persona che rappresentava un problema per la collettività in quanto esclusa socialmente, si sviluppa nel passaggio da una società agricola e rurale ad una industriale e urbana, contesti ambientali tendenti più di quelli

rurali a generare esclusione. 

Situazioni di questo genere si configurano come l’erogazione da parte dell’azienda di un servizio implicito di inserimento lavorativo che al momento sfugge a qualunque contabilità, in quanto si tratta di un servizio consumato all’interno della stessa realtà familiare che lo produce.

Possiamo pensare, quindi, che l’agricoltura sociale possa essere uno strumento di riappropriazione dell’individuo del proprio ruolo in società da un punto di vista professionale e che possa favorire il reinserimento nel mondo del lavoro attraverso l’acquisizione delle tecniche e le pratiche agricole?

E’ possibile coniugare l’attività agricola con l’attività sociale partendo dal presupposto che la terra non è a disposizione dell’uomo in un contesto di risorse infinite e che il suo utilizzo deve essere responsabile e improntato al riciclo. Ma anche l’accesso alla stessa deve essere garantito a tutti e non a pochi eletti?

Assolutamente si, perché l’agricoltura sociale ha la capacità di riunificare bisogni, identità, tutele per tutti, al di là delle abilità all’interno di un contesto collettivo.

E vi è un altro aspetto per nulla secondario: chi non nutre il bisogno di ritrovare il valore del lavoro non solo come fonte di reddito, ma anche come elemento fondante di una società inclusiva, coesa e sostenibile?

Voglio chiudere pensando che questa possa essere l’alba di una nuova sfida che veda protagonista Costruiamo Insieme all’interno di un percorso di valorizzazione di tutte le competenze disponibili e sempre nell’ottica che non serve sognare una società migliore, serve costruirla a partire dall’offerta di servizi socialmente utili promuovendo percorsi inclusivi, favorendo percorsi terapeutici, riabilitativi e di cura, sostenendo l’inserimento lavorativo di fasce svantaggiate e di persone socialmente deboli in un contesto intergenerazionale.

«Patti chiari…»

Sirag, ventisei anni, libico

«Manifestavo per la libertà, sono stato minacciato di morte, ho lasciato padre, madre e due fratelli. Tremila euro e tre giorni di viaggio in mare: gommone, nave spagnola, nave tedesca, porto di Taranto. Respinto in Germania, voglio costruirmi un futuro da cuoco».

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«Oggi, in Libia, la situazione è drammatica, sono scappato dal mio Paese a causa della guerra civile: ricercato dal governo libico, la fuga è stata l’unica soluzione possibile». Sirag, ventisei anni, musulmano, sorriso appena accennato, come se il peggio fosse ormai alle spalle. Sarà senz’altro così, se durante la chiacchierata nella sede di “Costruiamo Insieme” il giovane mostra una certa serenità della quale si sarebbe riappropriato da poco. Spiega il motivo. «Sono arrivato in Italia lo scorso novembre, un viaggio di tre giorni fra gommone e navi che hanno prestato soccorso a me e altri connazionali, fra questi mio fratello Munir, venticinque anni; il mio proposito iniziale era quella di non fermarmi, tentare fortuna altrove, così una volta compiute le formalità per l’identificazione, impronte digitali comprese, sono partito per il Nord: l’idea che ci siamo fatti dell’Europa è che più ti spingi nella parte settentrionale, maggiori sono le occasioni di lavoro».

Attraversa la frontiera, Sirag, arriva in Germania. «Quella mi sembrava una prima occasione per trovare lavoro, pensare a un possibile futuro, ma non avevo fatto i conti con le leggi esistenti in Europa in materia di accoglienza degli extracomunitari e con il rigore della Polizia tedesca: “Deve tornare in Italia, è lì che le hanno preso generalità e impronte: qui non può restare, ci spiace ma dobbiamo accompagnarla alla frontiera, e faccia attenzione, se dovessimo ritrovarla in Germania per noi sarà un clandestino e per lei il trattamento non sarà benevolo come quello che le stiamo riservando oggi”». Un mediatore traduce dal tedesco all’arabo. Come fa, per noi, Allahssane Diakite, uno degli operatori della cooperativa “Costruiamo Insieme”: parla arabo, traduce alla lettera, pettina dove possibile, i concetti di Sirag. «Insomma, era un vero e proprio avvertimento: fatto con quel rigore tipico che riconoscono ovunque ai tedeschi: “Deve tornare in Italia, una volta lì le diranno cosa fare: non può girare liberamente e scegliersi a suo piacimento un Paese dal quale farsi adottare!”. Questo il senso di quello che ho capito, certo è che dopo poche settimane ho dovuto riprendere la strada per l’Italia, non certo quella di casa…».

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ADDIO A PAPA’, MAMMA E FRATELLI

Pericoloso tornare in Libia. «A casa sono rimasti papà, mamma e due fratelli più piccoli, studiano; non era stato sufficiente che io e mio fratello Munir ci fossimo allontanati da Bengasi raggiungendo Tripoli: i miei cari correvano il rischio di ritorsioni, io e mio fratello eravamo stati segnalati come rivoltosi rispetto al governo esistente nel mio Paese, secondo loro avremmo potuto organizzare ribellioni, sommosse: non c’era tempo da perdere, per salvarci e salvare la vita a genitori e fratelli, dovevamo fuggire».

La democrazia è diventata un fatto astratto. «Con il passare del tempo abbiamo visto che alla popolazione venivano tolti diritti elementari, i militari cominciavano a limitarci nelle nostre scelte, anche le più banali: non si poteva parlare in gruppi, arrivavano e ci minacciavano brutalmente, figurarsi le manifestazioni». Sirag, uno dei più determinati. «Prima che sia troppo tardi e stai vedendo che ti sfugge dalle mani la cosa più importante che tu possa avere nella vita, la libertà, cominci a pensare: reagire significa prendere posizione, far capire da che parte stai, e mentre altri protestavano attraverso il web, io, mio fratello e tanti altri siamo scesi in piazza; mossa coraggiosa, ma che alla fine non ha avuto risultati: come fai ad opporti a quello che stava diventando un regime a mani nude, con il solo aiuto del ragionamento, delle parole? E’ una gara persa in partenza. Miei connazionali si sono ritirati in buon ordine, io e altri abbiamo insistito nel chiedere condizioni più umane, che non fossero quelle di impedirci con qualsiasi tipo di violenza il difendere un sano principio come la libertà».

Molti del Nord Africa vedono alla Libia come a un Paese ospitale, nel quale è possibile trovare lavoro, guadagnare dei soldi, costruirsi un futuro. «Una volta, forse, anche se per i neri la vita è dura: vengono accerchiati, presi in ostaggio, spogliati dei loro beni, impiegati nei lavori più duri in cambio della vita, visto che i soldi il più delle volte li mettono in tasca proprio quelli che imbracciano una pistola o un fucile».

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TREMILA EURO IL “BIGLIETTO” PER L’ITALIA

Sirag può dirsi fortunato. Ha i soldi per pagarsi il viaggio verso l’Italia. «Cinquemila dinari libici, poco più di tremila euro, ci siamo imbarcati in dodici in un gommone lungo sei, sette metri: era l’1 novembre 2017; prendiamo il largo, viaggiamo di notte, finalmente al mattino incrociamo una nave spagnola: non può invertire la rotta, l’equipaggio ci ospita a bordo ugualmente, dicono che in quelle acque troveranno sicuramente qualcuno che potrà accompagnarci in Italia; finalmente incontriamo una nave tedesca, troviamo in coperta almeno un altro centinaio di extracomunitari, tutti insieme veniamo accompagnati a Taranto: tre giorni di sofferenza, niente se paragonato a quello che abbiamo lasciato alle nostre spalle».

Sirag e il futuro. «Sto facendo un corso di formazione, nel mio Paese lavoravo in una catena di fast food, sul tipo “Mc Donalds” per intenderci: mi piacerebbe fare il cuoco, lavorare fra i fornelli, imparare la cucina italiana, quella europea; avevo intenzione di andare altrove, oggi mi dico che l’Italia può essere l’opportunità della vita, per me e mio fratello; sia chiaro, anche qui ci tocca rigar dritto: in Italia avranno pure il senso di democrazia, accoglienza, generosità, tolleranza, ma le autorità italiane, non c’è bisogno di interprete: “Fate i bravi: patti chiari, amicizia lunga!”».

«Più servizi per tutti»

Simona Scarpati, assessore al Welfare al Comune di Taranto

«Sogno un assessorato al Lavoro e alle Politiche sociali all’avanguardia. Rispettiamo il programma del sindaco, Rinaldo Melucci: massimo sostegno alle fasce più deboli, ma nel rispetto della legalità. Maggiore emergenza: richiesta di contributi abitativi e alloggio popolare. Fra le altre attività: Piano sociale di zona,Sportello antiviolenza, il Centro dell’Alzheimer»

Incontro negli studi di “Costruiamo Insieme” con Simona Scarpati, assessore al Welfare al Comune di Taranto. Da circa un anno, riveste un ruolo importante nello scacchiere della Giunta del sindaco Melucci. In più occasioni, infatti, il primo cittadino ha sollecitato massimo impegno nei settori in cui questa città richiede interventi, con particolare riferimento alle fasce deboli.

Che assessorato è quello del Lavoro e delle Politiche sociali, a Taranto?

«Un assessorato di frontiera, front-office, un settore particolarmente delicato nel quale confluiscono i bisogni iniziali e finali di un’intera collettività; variegati i temi dei quali ci interessiamo, tutti di uguale importanza, basti pensare a disabilità, minori, povertà estrema, anziani».

Quanto ha trovato da fare e quanto c’è da fare nel suo assessorato?

«Mi sono insediata circa un anno fa, in sede di bilancio come Amministrazione posso dire che abbiamo realizzato tantissimo: per esempio il nuovo Piano sociale di zona, approvato in Consiglio comunale lo scorso 26 luglio; numerose le attività poste in essere, a partire da una revisione del Regolamento sui contributi abitativi, l’emergenza-alloggi – notevole nella nostra città – e poi lo Sportello antiviolenza, il Centro del “Dopo di noi”, il Centro dell’Alzheimer, servizi dei quali la nostra città era sprovvista; senza contare tutto il settore fragile delle Politiche di famiglia, un tempo scarsamente considerato e sul quale, invece, abbiamo inteso porre la nostra attenzione».

ARTICOLO SCARPATI

Qual è la percezione che ha della città dal suo “avamposto”?

«Sono a stretto contatto con i cittadini e le problematiche legate alla loro condizione: esiste una forte emergenza abitativa».

Cosa le chiede, invece, il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci?

«Una grandissima cura nel rapporto con le fasce deboli: prestare massima attenzione al disagio e realizzare progetti e interventi diversificati che vadano a coprire emergenze e fasce fragili cui mi riferivo poc’anzi: è uno dei punti fondamentali della nostra Amministrazione, una delle linee-guida del nostro primo cittadino».

Cosa le chiede, in buona sostanza, la gente che viene a trovarla?

«Nella maggior parte dei casi, esigenze legate ai contributi abitativi  e all’alloggio popolare; questo a significare come l’emergenza abitativa sia uno dei settori che richiede interventi».

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Quanto le duole dire “no”?

«Certo che duole, ma dobbiamo avere massimo rispetto della legalità, punto-cardine del nostro programma: laddove è possibile intervenire, essendoci condizioni, requisiti, lo facciamo costantemente, ogni giorno; dove, purtroppo, quei requisiti richiesti non ci sono, ci atteniamo alle disposizioni previste dalla legge».

Ha un sogno?

«In parte si sta realizzando attraverso quanto svolto in quasi un anno di attività nel settore del Welfare, come il Piano sociale di zona. Ovviamente il tema è talmente delicato e vasto che non bisogna mai tirare il fiato: mai cullarsi sulla convinzione di aver fatto tutto, perché c’è sempre qualcosa da fare; detto questo, desidero dare alla collettività un Assessorato al Lavoro e delle Politiche sociali sempre più all’avanguardia con un maggior numero di servizi in ogni singolo settore».

La lotta alla solitudine si vince con la condivisione

Creare spazi di socialità e recuperare un ruolo attivo

E’ possibile sentirsi soli anche fra tanta gente?

Certo!

In molti riconducono erroneamente il concetto di solitudine ad una dimensione circoscritta, quasi domestica, spaziale. In realtà, così non è, e oggi ci lanciamo in una breve e forse anche superficiale riflessione su questa malattia sociale latente quanto prossima e permeante del quotidiano: ci si sente soli sul posto di lavoro seppure circondati da colleghi, in famiglia nonostante la presenza di persone care, per strada, a scuola, ovunque ci si può sentire soli, senza differenza di età e a prescindere dal contesto spaziale.

Ciò che di per se può apparire come una contraddizione ha, in verità, una matrice, un’origine, una causa.

Il senso di solitudine affonda le proprie radici nella mancanza di condivisione, o meglio, nella mancata trasformazione dell’incontro in scambio, nell’instaurarsi di relazioni asettiche, ovvero prive del dinamismo del dare e ricevere di cui devono nutrirsi le relazioni per raggiungere una dimensione emozionale.

Al cospetto di questo termine di per se portatore ed intriso di un senso di angoscia si origina una associazione mentale frequente e quasi spontanea che lega a doppio nodo solitudine e anzianità seppure, in realtà, l’espansione di questo aspetto umano investe un quadro intergenerazionale: vive una dimensione di solitudine chiunque sia al di fuori dell’interfaccia dare-ricevere in qualsiasi contesto esprimendo, all’interno di esso, un ruolo passivo privo di interrelazione e di interlocuzione.

Ma, se concentriamo l’attenzione sull’età anziana emerge un quadro di sintesi di tale fenomeno che sostanzia quanto fino ad ora sostenuto nella perdita di un ruolo attivo all’interno del contesto e nella marginalizzazione delle potenzialità relative alla sfera del dare.

Infatti, se solo si costruissero contesti capaci di promuovere e stimolare il trasferimento di saperi e di competenze, formali ed informali, si darebbe origine ad un processo di restituzione di un senso di utilità sociale riconducendo le dinamiche nell’alveo delle relazioni emozionali.

Nel processo di trasferimento (dare) è insito il ricevere, fosse anche solo in termini di gratificazione derivante dal sentirsi parte attiva all’interno di un contesto.

E’ come dire che vivere in una situazione è diverso dal vivere una situazione.

E ad una malattia sociale non si può che rispondere con azioni sociali capaci di scardinare le origini del male stesso: creare luoghi, spazi, dinamiche che favoriscono l’incontro, la socializzazione, la condivisione, lo scambio reciproco, la produzione di relazioni emozionali pare essere l’unica via per combattere la battaglia contro la solitudine.

Concludo con una breve carrellata di fotografie immateriali che vanno dalla signora anziana che insegna ai più giovani come si fa la pasta fresca, al signore in età avanzata che insieme ad un bambino aggiusta la bicicletta o un giocattolo rotto, alla narrazione di vecchi giochi dei quali si è persa memoria che, con un pezzo di legno e un pizzico di esperienza possono anche prendere corpo restituendo dignità al materiale tenendo da parte, anche se per poco, tutto ciò che è virtuale e digitale.

L’incontro e l’incrocio intergenerazionale producono sempre ricchezza sociale!

Basta creare le condizioni.