Quando il cucciolo cresce…

Parlare è diverso da comunicare!

Il più piccolo della tribù (che a me suona meglio di “famiglia allargata” o “nuove tipologie relazionali” che è addirittura cacofonico) a pranzo ha manifestato il suo malessere provocato da uno stato che ha definito “solitudine”.

Messo a confronto con una situazione di questo tipo, seppure soggetto terzo ma coinvolto, ho sentito i brividi scorrere su tutto il corpo.

Abituato a giocare su tavoli di tutti i tipi con interlocutori istituzionali (Sindaci, Assessori, Prefetti, Questori, Parlamentari, ONG…) ho provato un senso di incapacità profonda a gestire una situazione che si materializzava al tavolo di casa, in quel privato che voglio rendere pubblico per condividerlo convinto che situazioni di questo tipo fanno parte del quotidiano di tante famiglie.

Se un tredicenne manifesta un disagio riconducendolo ad un senso di solitudine ti fa paura perché, oltre a restare senza risposte, inizi a chiederti dove hai sbagliato, cosa avresti dovuto fare che non hai fatto, cosa gli manca più di quello che ha.

E, istintivamente, cominci a cercare nel passato, a cercare l’origine di questo malessere cercando nel tuo atteggiamento i motivi di questo malessere manifestato perché emerge e irrompe una sorta di senso di responsabilità che riconduce a te ogni colpa.

E sono situazioni che ti rimettono in discussione: qualche giorno fa sono stato ospite e relatore in un convegno sulla genitorialità, oggi non mi viene fuori una parola?

Dentro casa mia? O una delle mie tante case?

Mio ho capito che è il problema primario nell’approccio al problema.

Forse è proprio da quella presunzione di “proprietà”, da quel “mio” che trova origine il problema.

Cosa è “mio”? Nulla! 

Se penso a me e alla mia vita mi rendo conto di non essere stato mai di nessuno neanche da bambino!

E come potrei pretendere o pensare di fare il contrario, di ribaltare la situazione reinventandomi in un ruolo che non è mio e non mi appartiene?

La cosa bella che mi ha insegnato la vita (non la scuola o l’università! Mio padre si!) è quella di sapere usare gli strumenti: sapere senza sapere come usare il sapere non serve a nulla!

E’ come conoscere senza sapere come usare la conoscenza.

A parlare dei massimi sistemi siamo tutti bravi, io compreso, quando stanno lontani da casa nostra. E’quando ne devi discutere in casa che diventa un problema anche se, qualche ora prima, hai “dettato” a 200 persone il tuo pensiero sulle responsabilità genitoriali.

E hai raccolto anche tanti applausi!

Avendo un tarlo nella testa, una cosa che ti rigira nel cervello e ti distrae da ogni altra cosa, ho chiamato un caro amico, uno psichiatra, per chiedere consigli su come si fa.

La risposta mi ha illuminato e distrutto: mi conosce da tanti anni, abbiamo lavorato insieme e legge tutte le cose che scrivo.

Sono più di vent’anni che vai in giro a dire che “parlare” è diverso da “comunicare” e mi hai tenuto al telefono mezz’ora per capire cosa devi fare?”.

Ergo, sono più bravo quando sto in giro che non quando sto in casa.

A parlare degli altri e ipotizzare soluzioni possibili (per gli altri!) è sempre più facile.

Sarà per questo che esco sempre presto da casa e torno sempre tardi?

Cucciolo” (lo so che mi leggi sempre e questa parola ti fa incazzare!), domani ci prendiamo un pomeriggio e una serata tutta per noi e proviamo a vedere se, cazzeggiando, riusciamo anche a comunicare!

«Un silenzio che fa male»

Lucky, venti anni, nigeriano

«Mia moglie, incinta, morta durante il viaggio della speranza. L’avevo anticipata nella traversata. Poi una telefonata: problemi al gommone, è stata ingoiata dal mare assieme a decine di persone. Di lei mi resta John, tre anni, unica ragione della mia vita. In fuga da sortilegi e accuse infamanti, esorcismi e torture» 

«Mia moglie, incinta del nostro secondogenito, è morta in mare, durante il viaggio della speranza!». Lucky, nigeriano di Deta State, venti anni, ospite del Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme”, si lascia andare in un pianto senza fine. Una storia tragica la sua. La giovane moglie, una creatura in grembo, perde la vita durante la traversata. I due, marito e moglie, si imbarcano in giorni diversi. Lei, in Libia, resta ostaggio di taglieggiatori, quando Lucky, aiutato dal padre di un amico, si imbarca per l’Italia. Porta con sé altre storie, violente anche quelle, da cui prova a fuggire insieme a quel poco che ha. Violenze, accuse infamanti, torture, imposizioni agghiaccianti.

Singhiozza Lucky. Con le mani copre il viso e la disperazione della quale non deve vergognarsi. «Problemi!», aveva anticipato l’uomo del gommone sul quale viaggiava Blessing, diciannove anni, con in grembo il fratellino di John, primogenito della famiglia Ibeh, tre anni, rimasto con lo zio in Africa.

Sperava un futuro migliore, Lucky, paradossalmente in italiano “fortuna”, per sé e per la sua famigliola. Il giovane nigeriano aveva sentito parlare di Italia, guardava alla terra separata da una interminabile distesa di mare, come a un’esplosione di gioia e libertà insieme. Invece, il dramma, dopo una fuga durata mesi, e una telefonata che mai avrebbe voluto sentire. «Problemi». E’ la seconda parola che i ragazzi venuti dall’Africa imparano a loro spese. La prima è «Amico», come a dire «Vengo in pace, aiutami!». Quel «problemi», fa palpitare il cuore e l’anima. Non porta mai niente di buono. Malattie, decessi, documentazioni che si complicano. I ragazzi africani ospiti dei Centri di accoglienza, temono come nessuna questa parola. Nella vita di Lucky, un brutto giorno, quell’espressione che mette paura, arriva dritta allo stomaco con violenza inaudita. «Chiama un mio compagno di fuga, che mi passa il cellulare: “Ho avuto un problema con la barca, non so come dirtelo…”, mi sento dire; un lungo silenzio, indimenticabile; strana la vita: ricordi una frase, un’espressione, un posto, una persona, bella o brutta che sia, ma un silenzio no, come fai a dargli un senso; non ci avevo pensato fino a quel momento, poi l’uomo della barca trova coraggio e fiato: “Tua moglie non c’è più; scomparsa in mare, insieme con decine di altre persone, una tragedia!”, il breve racconto, il peggiore che abbia mai sentito fin da piccolo;  la mia famiglia non c’è più: di Blessing mi resta il solo John che ora ho voglia di riabbracciare al più presto».

Foto-Storie-nuove-01

UN PIANTO A DIROTTO, POI IL RACCONTO

Aprirsi con qualcuno, raccontando questo e altro, lo aiuta. «Una storia lunga la mia – chiarisce Lucky – è il contrario di un romanzo a lieto fine: della mia famiglia mi resta una sorella e il mio piccolo John; mio padre e mia madre non ci sono più». Anche i genitori scomparsi in circostanze drammatiche. «Mamma dopo una lunga malattia, incurabile come tante malattie che in Paesi civili si possono curare come si fa con una pillola per il mal di testa; papà morto in un incidente, secondo me provocato da chi ci voleva male, tanto che provano ad addossarmi le colpe di quello che si rivela un omicidio; nel mio, come in tanti villaggi, si vive ancora di credenze popolari e sortilegi, misture e veleni, esorcismi: tutto questo l’ho sempre disconosciuto, roba antica, vecchie usanze; quando mamma è morta hanno provato ad obbligarmi a dormire accanto al suo cadavere per giorni: “Non è normale una cosa del genere!”, ripetevo a questi “stregoni”: dormire per giorni accanto a un corpo che invece andava seppellito, la trovavo una cosa folle: al mio rifiuto rispondono con violenza inaudita, vengo frustato e picchiato, dicono che questa sia la punizione per chi pecca, si oppone al volere dello stregone, una specie di capo del villaggio, inaudito!».

Per questa e altre ragioni, Lucky scappa, prende moglie e figliolo e va via, aiutato da uno zio al quale più avanti lascerà in custodia il piccolo John. «Non c’è altra soluzione, fuggo allora con mia moglie, arriviamo in Libia, veniamo fermati da gente priva di scrupoli: sanno che non vogliamo restare lì, il nostro scopo è arrivare almeno in Italia, così occorrono soldi e l’unico modo per farli è lavorare nei campi: restiamo ostaggio di questa gente armata fino ai denti, pistole, fucili, coltelli; sette mesi di lavoro, i miei soldi servono a pagare affitto, cibo e viaggio: il primo a partire sono io, poi toccherà a mia moglie, che lavora ancora nei campi nonostante sia incinta; prima di partire la saluto, versiamo qualche lacrima, ma ci riprendiamo subito: questione di settimane – pensiamo in quel momento – poi la nostra vita cambierà; invece è l’ultima volta che vedo la mia Blessing…».

Foto-Storie-nuove-04

MI RESTA JOHN, VOGLIO RIABBRACCIARLO PRESTO 

Un dolore immenso. «Mi sono imbarcato su un gommone – riprende il racconto Lucky – con decine e decine di miei connazionali, sembravamo una scatola di sardine tanto eravamo stretti uno all’altro: in mare aperto cominciamo a rivolgere le nostre preghiere al Cielo; veniamo ascoltati, in lontananza scorgiamo una nave, ci sbracciamo, urliamo, salvi!».

In Italia da pochi giorni, Lucky trova la forza di pensare a come possa essere il suo futuro. «Vorrei restare qui, dal primo giorno sono stato trattato bene, assistito in tutto, vorrei ricambiare queste attenzioni con il lavoro: nel mio villaggio mi occupavo di lavori idraulici, pitturazione e altri lavori manuali; ho lavorato anche nei campi spezzandomi la schiena, ripagato con minacce, botte e frustate, niente mi fa paura».

Uno sguardo al futuro, immediato. «Sono appena arrivato – conclude Lucky – sento la necessità di gettarmi sui libri e studiare, imparare l’italiano, presto; ho una licenza media, ma devo fare gli esami perché, se sarà possibile, il prossimo anno scolastico voglio sedermi fra i banchi: devo riprendere a pensare al futuro, al mio John che sentirò a breve, glielo devo, è questo che avrebbe voluto la mia Blessing che sognava per noi e i nostri piccoli una vita migliore».

«Ogni uomo è mio fratello!»

Gianni Liviano, consigliere regionale

«Il rifiuto dell’accoglienza è un’offesa al buonsenso e alla dignità di chiunque. E’ gente nata in posti dove esistono conflitti etnici, guerre, vivono in terre in cui mancano libertà e pane». «Chiudere l’Ilva sarebbe un atto irresponsabile: prima programmiamo un futuro lontano dall’industria. La Sanità, Taranto senza personale medico e fortemente penalizzata nei posti-letto; ne mancano duecento»

«Ogni uomo è mio fratello, è un fatto assolutamente casuale che io sia nato in una famiglia benestante e in una città nella quale, nonostante problematiche, non mancano pane, libertà e pace». Gianni Liviano, consigliere regionale e componente della Commissione Bilancio e affari generali della Regione Puglia, ospite del sito “Costruiamo Insieme”, manifesta il suo punto di vista sul tema dell’accoglienza. «Dobbiamo ritenerci fortunati – prosegue – altri, evidentemente sfortunati, sono nati in posti dove esistono conflitti etnici, guerre, vivono in terre in cui mancano libertà e pane; il concetto di comunità, dunque, deve essere più ampio, ognuno deve spezzare il pane e condividerlo; le persone vanno accolte bene e avere diritto di cittadinanza e occasione per integrarsi, sentirsi a casa propria, avere aspettative di lavoro a premiare capacità e meriti: è imbarazzante incrociare ragazzi di colore per strada o davanti ai supermercati, non avendo lavoro, elemosinare per poter mangiare».

Che idea si è fatto del suo elettore medio, chi ha fiducia di Gianni Liviano?

«Immagino che ci abbia avuto la bontà di votarmi è gente che ha fiducia in una idea politica come strumento di servizio per la costruzione del bene comune; elettori consapevoli di essere rappresentati all’interno di una comunità che metta al centro del progetto le persone, e che sia ancora possibile restituire speranza e fiducia nell’essere costruttori di bene comune e non di bene personale».

Liviano copertina 02

I temi che più di altri hanno interessato e convinto i tarantini.

«In Consiglio comunale sono stato eletto per la prima volta nel 1995; è passato del tempo, le motivazioni che hanno spinto a votarmi allora, nel frattempo possono essere cambiate; spero che allora, come adesso, abbiano avuto importanza le relazioni umane, la fiducia, l’empatia, il tentativo di compiere un percorso insieme: questo, penso, sarà stato il motivo principale; alle spalle avevo l’esperienza di volontariato con i minori a rischio di un quartiere periferico di Taranto; all’epoca, io e altri volontari, provavamo a costruire un’unica grande famiglia; eravamo pieni di ideali, carichi di valori, ragazzi di parrocchia appassionati del bene comune e degli “ultimi” in particolare: quel primo elettorato era composto, evidentemente, di persone che avevano condiviso con me questo primo percorso».

Cosa necessita una città come Taranto per riprendersi.

«Deve ritrovare la fiducia, essere un mosaico composto da tante tessere, diverse, ma tutte imprescindibili: Taranto è una città ricca di diversità, ma che spesso invece di fare squadra diventano uno limite; fatichiamo nell’essere comunità coesa, ma abbiamo il compito di immaginare un serio processo di diversificazione e di prospettiva economica: negli ultimi decenni siamo stati una città dipendente dalla monocultura; l’Arsenale, i cantieri navali, l’allora Italsider, oggi Ilva, ci hanno indotto a ragionare in termini di appalti e subappalti; abbiamo fatto fatica e continuiamo farne ancora, nonostante la crisi, a pensare a una politica di sviluppo su un piano strategico che riesca a traguardare il futuro».

La legge speciale per Taranto.

«E’ l’unica legge speciale che un ente regionale abbia fatto, in assoluto, per una città. L’abbiamo invocata alla Regione, perché la nostra città si avvantaggiasse nell’immaginare una prospettiva di sviluppo; questa legge è stata portata a compimento ascoltando gli attori istituzionali, le forze sociali, economiche, culturali del territorio; passo successivo: purtroppo osservo tempi lenti, anche presso la stessa Regione, e tutto questo mi addolora: oggi rischiamo di finire sui giornali solo per condividere le sofferenze, mai per un’idea di squadra».

 Liviano copertina 03

Questione-sanità a Taranto, a che punto è?

«La notte è ancora lunga, si fa fatica a guardare l’aurora: vantiamo grandi professionalità, medici capaci, personale preparato, purtroppo esiste una forte difficoltà anche nel reperire medici; a fronte di una media nazionale di 3,7 posti-letto ogni mille abitanti, esiste una media regionale di 3,4; Taranto, purtroppo, ha una media del 2,7, praticamente duecento posti-letto in meno rispetto a media nazionale e con il resto della Puglia; motivazione data dai vertici della Sanità: la mancanza nel reperimento di personale medico; a tale proposito c’è un concorso per assumere personale nel reparto di Medicina».

La sua posizione circa l’industria a Taranto.

«Non sono per la chiusura dell’Ilva tout-court, non me la sentirei mai di dire a quei diecimila dipendenti “da oggi, voi, non lavorate più!”: sarebbe un atto irresponsabile; invece di cercare consensi, basandosi sull’oggi, la politica dovrebbe essere lungimirante nel guardare al domani: una città dalla grandi risorse non può essere vincolata alla sola industria: occorre investire in uno sviluppo che ci consenta di smarcarci dalla dipendenza da Ilva».

Tornando all’argomento di partenza, dice “la persona al centro di tutto”.

«Detto così sembra semplice, sperimentarlo in un momento di grande disoccupazione diventa un problema per quanti in questo Paese ci sono nati; immaginare, però, che il governo che sta per nascere pone come condizione il rifiuto dell’accoglienza, mi sembra un’offesa al buonsenso e alla dignità di chiunque».

Per un Ramadan con lo sguardo ad un futuro migliore

In occasione del mese del Ramadan – iniziato quest’anno intorno al 16 maggio – e per la festa di ‘Id al-Fitr 1439 H. / 2018 A.D., che cade verso il 15 giugno, il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso ha inviato ai Musulmani del mondo intero un messaggio augurale dal titolo: Cristiani e musulmani: dalla competizione alla collaborazione.

Vi proponiamo la lettura del testo in italiano e in arabo. Buon Ramadan. 

Cari fratelli e sorelle musulmani,

Nella Sua Provvidenza l’Onnipotente vi ha offerto la possibilità di osservare nuovamente il digiuno del Ramadan e di celebrare ‘Id al-Fitr .

Il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso apprezza l’importanza di questo mese nonché il grande sforzo da parte dei musulmani di tutto il mondo a digiunare, pregare e a condividere i doni dell’Onnipotente con i più poveri.

Consapevoli dei doni che scaturiscono dal Ramadan, ci uniamo a voi nel ringraziamento a Dio misericordioso per la Sua benevolenza e generosità, e vi porgiamo i nostri più cordiali auguri.

Le riflessioni che vorremmo condividere con voi in quest’occasione riguardano un aspetto vitale delle relazioni fra cristiani e musulmani: la necessità di passare dalla competizione alla collaborazione.

In passato le relazioni fra cristiani e musulmani sono state segnate troppo spesso da uno spirito di competizione, di cui si vedono le conseguenze negative: gelosia, recriminazioni e tensioni. In alcuni casi queste hanno portato a violenti scontri, specialmente quando la religione è stata strumentalizzata, soprattutto a causa di interessi di parte e di moventi politici.

Tale rivalità interreligiosa ha segnato negativamente l’immagine delle religioni e dei loro seguaci, alimentando l’idea che esse non siano fonti di pace ma, piuttosto, di tensione e violenza.

Per prevenire e superare queste conseguenze negative, è importante che noi cristiani e musulmani, pur riconoscendo le nostre differenze, ci rammentiamo di quei valori religiosi e morali che condividiamo. Riconoscendo ciò che abbiamo in comune e manifestando rispetto per le nostre legittime differenze, noi possiamo stabilire con ancor più fermezza un solido fondamento per relazioni pacifiche, passando dalla competizione e dallo scontro ad una cooperazione efficace per il bene comune. Ciò è a vantaggio, particolarmente, dei più bisognosi e permette a tutti noi di offrire una testimonianza credibile dell’amore dell’Onnipotente per l’umanità intera.

Noi tutti abbiamo il diritto e il dovere di rendere testimonianza all’Onnipotente al Quale rendiamo culto, di condividere le nostre credenze con gli altri, nel rispetto per la loro religione ed i loro sentimenti religiosi.

Per poter incoraggiare relazioni pacifiche e fraterne, lavoriamo insieme ed onoriamoci scambievolmente. In questa maniera daremo gloria all’Onnipotente e promuoveremo l’armonia nella società che è sempre più multietnica, multireligiosa e multiculturale.

Concludiamo rinnovandovi i nostri migliori auguri per un fruttuoso digiuno ed un gioioso ‘Id , e vi assicuriamo la nostra solidarietà nella preghiera”.

Dal Vaticano, 20 aprile 2018

المجلس البابوي للحوار بين الأديان

 

المسيحيون والمسلمون: من التنافس إلى التعاون

 

رسالة لمناسبة شهر رمضان وعيد الفطر السعيد

1439 هـ / 2018 م

حاضرة الفاتيكان

أيّها الأخوة والأخوات المسلمون الأعزاء،

               بتدبير من عنايته تعالى، منحكم القدير مرّة أخرى نعمة صوم شهر رمضان والاحتفال بعيد الفطر السعيد.

               يعي المجلس البابوي للحوار بين الأديان ويقدّر أهميّة هذا الشهر، كما الجهد الكبير من جانب المسلمين في جميع أنحاء العالم للصوم والصلاة وتقاسم هبات الله سبحانه وتعالى مع المحتاجين.

               وإدراكا منّا للنعم المتأتيّة من شهر رمضان، نشكر وايّاكم الله الرحيم على لطفه وكرمه، ونقدّم لكم أطيب تمنيّاتنا القلبيّة.

               إن الخواطر التي نودّ مشاركتكم ايّاها في هذه المناسبة تتعلّق بجانب حيويّ من العلاقات بين المسيحيين والمسلمين: الحاجة إلى الانتقال من التنافس إلى التعاون.

               في الماضي، كانت العلاقات بين المسيحيين والمسلمين تتّسم في كثير من الأحيان بروح المنافسة، والتي يمكن رؤية عواقبها السلبيّة: الغيرة والاتّهامات المتبادلة والتوتّرات. وفي بعض الحالات أدّى ذلك إلى صدامات عنيفة، لا سيّما عندما كان يتمّ استغلال الدّين، وعلى وجه الخصوص من أجل مصالح شخصيّة ومنافع سياسيّة.

               لقد انعكس هذا التنافس بين الأديان سلبًا على صورتها وعلى أتباعها، مما يعزّز الفكرة القائلة بأنها ليست مصادر سلام، وإنّما أسباب توتّر وعنف.

               ودرءاً لهذه الآثار السلبيّة ومن أجل التغلّب عليها، من الأهمية بمكان أن نتذكّر، مسيحيين ومسلمين، القيم الدينيّة والأخلاقيّة التي نتقاسمها، بدون أن نغفل ما نختلف فيه. وإذ نعترف بما نشترك فيه ونُظهر الاحترام لاختلافاتنا المشروعة، يمكننا أن نرسّخ بمزيد من الحزم أساسًا متينًا لعلاقات سلميّة، وأن ننتقل من المنافسة والمواجهة إلى التعاون الفعّال من أجل الصالح العام. وهذا مفيد بشكل خاص للمحتاجين، ويمكّننا جميعًا من تقديم شهادة ذات مصداقيّة لحبّ الله عزّ وجل للبشرية جمعاء.

               من حقّنا وواجبنا أن نشهد لله العليّ القدير الذي نعبده وأن نشارك الآخرين معتقداتنا، ضمن ضوابط الاحترام لدينهم ولمشاعرهم الدينية.

               ومن أجل تشجيع العلاقات السلميّة والأخويّة، فلنعمل معاً ولنكرّم بعضنا بعضاً. وهكذا، نمجّد الله عزّ وجلّ ونعزّز الانسجام في مجتمعات متعدّدة الأعراق والديانات والثقافات بشكل متزايد.

               نختتم بتجديد أطيب تمنياتنا بصيام مثمر وعيد سعيد، مؤكّدين لكم تضامننا معكم في الصلاة.

حاضرة الفاتيكان، 20 نيسان 2018

«Una svolta per tutte…»

Wahab, nigeriano, ventitré anni, religione cattolica

«Perseguitato dalla mia comunità, avrei dovuto fare l’esorcista, rituali antichi, fuori dalla realtà. Ho guidato una moto-taxi per pagarmi gli studi: voglio studiare l’italiano per comunicare e imparare un mestiere. La fuga a bordo di un gommone, le preghiere, voglio andare a messa ogni domenica»

Non voleva fare l’esorcista, “mestiere” che gli spettava per eredità. I riti erano un affare di famiglia. Prima di lui il padre, prima ancora il nonno. «Non credo a magie e sortilegi, cose che appartengono a un passato lontano: sono cristiano, ho una grande fede e cerco una chiesa nella quale pregare almeno una volta a settimana, la domenica».

In estrema sintesi il pensiero di Wahab , nigeriano di Auchi, ventitré anni, primo di cinque figli, maturato al Politecnico, giunto in Italia a fine aprile. Una corsa in bus da Catania a Taranto, dopo che una nave aveva tratto in salvo lui e altri centoventisette “passeggeri” come lui, pieni di speranze, desiderosi di imprimere una svolta alla propria vita. Possibilmente non legata ad usanze antiche, superate, purtroppo ancora esistenti nei villaggi nei quali non sanno cosa sia internet e la tv rappresenta un lusso.

«Sono il primo di cinque fratelli – spiega Wahab – mio padre, purtroppo, non c’è più: una brutta malattia, non so quanto incurabile – da noi, in Nigeria, basta così poco per ammalarsi, non ci sono medicine o, se ci sono, costano tanto… – se l’è portato via: chiunque lo abbia visto, piuttosto che visitato, non gli ha dato scampo, è morto lasciandoci in eredità la bottega di esorcista, che sarebbe toccata a me essendo il più grande dei suoi figli».

Esorcismo e sortilegi. Non è il primo, non sarà l’ultimo che affronta questo tema. A volte, i ragazzi fuggono dal proprio Paese vittime di riti voodoo. Altre, per aver rifiutato una sorta di passaggio di consegne, da genitore a figlio. E’ il caso di Wahab, che proprio non ha voluto saperne di alimentare una usanza alla quale lui stesso non credeva più.

Foto-Storie-05

QUEI RITUALI SUPERATI…

«Non puoi stare a spiegarlo alle vecchie generazioni, lo stesso a ragazzi che non sono andati a scuola per mille motivi: non interessati allo studio, a causa del lavoro o perché senza soldi; dalle nostre parti studiare è quasi un lusso…». Anche questa una storia già sentita. «Non tutti possono permettersi l’iscrizione a una scuola superiore, ci sono libri, quaderni, penne e matite da compare; io ce l’ho fatta, con molti sacrifici: mattino e pomeriggio lavoravo, buona parte di quel poco che guadagnavo lo passavo a mia madre; con i pochi soldi che mi restavano pagavo gli studi: non so, ora, a cosa sia paragonabile il mio titolo di studio conseguito al nostro Politecnico, so solo che non vedo l’ora di infilare daccapo la testa fra i libri e imparare l’italiano».

Interprete di una delle tante chiacchierate, è Abdoul, uno degli operatori di “Costruiamo Insieme”, la cooperativa che ospita Wahab nel centro di accoglienza. Ragazzi che parlano tre, quattro, anche cinque lingue. Non è sufficiente conoscere l’inglese, lingua ufficiale della Nigeria. Ci sono villaggi, dialetti che cambiano da regione a regione. Ma Wahab, dove non arriva con l’ottimo lavoro dell’interprete, si aiuta a gesti. E’ già entrato nell’abitudine degli italiani. «Voglio imparare l’italiano al più presto: sto facendo un corso di alfabetizzazione, l’unico sistema per entrare con il massimo rispetto in un Paese straniero è quello di imparare la lingua e mostrare che se siamo qui non è certamente per guardare sole o luna, quelli sono uguali ovunque, ma per lavorare, e io ho tanta voglia di lavorare; farei qualsiasi cosa, ma per imparare, seguire gli insegnamenti di qualcuno che vuole spiegarti un lavoro, è importante conoscere bene l’italiano».

Foto-Storie-03

INTERE GIORNATE IN SELLA PER PAGARMI GLI STUDI

Né meccanico, né muratore. «Guidavo una moto-taxi: prendevo a bordo chiunque dovesse spostarsi da una parte all’altra del villaggio, oppure dovesse spingersi su distanze tutto sommato ragionevoli; salivo in sella dopo la scuola, i compiti li facevo già in aula, così lasciati libri e quaderni mi recavo dal mio datore di lavoro: fra i miei compiti, lucidare la moto sulla quale dovevo lavorare e, una volta finito il mio turno, ripulire daccapo il mezzo; le nostre strade, specie quelle in periferia, sono polverose; non guadagnavo molto, ma buona parte di quello che mettevo in tasca, una volta a casa lo consegnavo a mia madre: trattenevo giusto i soldi per l’iscrizione a scuola, un nuovo quaderno, un libro; così, studiando ogni giorno, alla fine mi sono fatto l’idea che esorcismi, riti esoterici e tutto il resto, erano cosa superata, alle superstizioni credono sempre meno persone».

Non ha seguito il “lavoro” del papà, Wahab. La comunità del suo Paese, Auchi, non solo non glielo ha perdonato, lo ha pure perseguitato. La prematura scomparsa del papà, ha impresso un’accelerata al proposito di scappare, andare lontano da quella che non era più la sua realtà. «Non è stato facile, arrivato in Libia, sono stato fermato: non avendo soldi con me, sono stato gettato in prigione, cinque lunghi mesi di stenti; mi chiedevano se ci fossero stati parenti disposti a pagare il mio riscatto: niente; allora botte: pugni e calci erano la mia colazione e la mia cena».

Poi, per fortuna, ancora una fuga. «Sono scappato dalla prigione, lontano ho trovato un lavoro per mettere insieme i soldi e pagarmi il viaggio per l’Italia: quattro mesi di duro lavoro, facevo pulizie ovunque capitasse, in particolare in una macelleria, a fine giornata il posto di lavoro doveva essere uno specchio e lì mi avevano preso a benvolere; con i soldi guadagnati ogni settimana, pagavo il fitto insieme a miei compagni di casa, il cibo da mangiare; un po’ di sacrifici e, alla fine, da parte avevo messo duemila dinari, poco più di mille euro, la somma utile per il viaggio da Tripoli all’Italia».

Foto-Storie-06

CENTOVETTONTO A BORDO DI UNA “BAGNAROLA” 

Solito imbarco, un gommone, che per quanto extralarge fosse, era comunque una “bagnarola”, piccola, pericolosa una volta in mare aperto. «Tanto valeva tentare – dice Wahab – non era vita a Auchi, e in Libia, roba da spezzarsi la schiena e con la paura costante che arrivasse qualcuno con pistola o fucile e ti chiedesse i soldi per risparmiarti la vita: eravamo in centoventotto quella mattina all’alba quando partimmo; le urla, fra liberazione e disperazione, in quei momenti ci sentivamo padroni del nostro futuro, ma affrontare quella interminabile distesa di acqua provocava batticuore». Per fortuna, una volta in mare aperto, ecco una nave. «Non ricordo di che nazionalità fosse – prova a spiegare il ventitreenne nigeriano – so solo che quella nave ce la mandò il Cielo al quale avevo rivolto ripetutamente le mie preghiere: una volta a Catania, un bus ci ha accompagnati a Taranto; la mia vita stava cominciando a prendere una strada diversa, molto più lontano da quelle migliaia di chilometri che mi dividono dalla mia Nigeria: lontano da tradizioni e un modo di pensare ormai superati». 

«Spettatore di scene toccanti»

Lucio Lonoce, presidente del Consiglio comunale di Taranto

«Non dimenticherò mai le scene dello sbarco di profughi siriani. Il sindaco Melucci, massima attenzione alla politica dell’accoglienza. Le istituzioni svolgono con impegno il loro mandato». Industria e ambiente. «Salvaguardare la salute, tutelare il lavoro in una città che chiede occupazione».

«L’ex sindaco Ippazio Stefàno è stato molto attento alla politica dell’accoglienza di extracomunitari; lo stesso posso dire circa l’attenzione rivolta dall’Amministrazione guidata dal sindaco Rinaldo Melucci, con in prima linea l’assessorato ai Servizi sociali». Diciotto anni di attività politica al Comune di Taranto, Lucio Lonoce, già consigliere comunale e consigliere di amministrazione Amiu, assessore ai Lavori pubblici e vicesindaco nella Giunta-Stefàno, compie una personale ricognizione sul tema dell’accoglienza a Taranto. Oggi Lonoce, nell’Amministrazione del sindaco Melucci, riveste il ruolo di presidente del Consiglio comunale.

«Lo stesso primo cittadino – riprende Lonoce – è molto attento al tema dell’ospitalità, perché tali ritengo gli extracomunitari, “ospiti”; sono stato spettatore del primo sbarco a Taranto di gente in arrivo dalla Siria: ho assistito a scene toccanti; un plauso va rivolto a molti miei concittadini, che hanno avuto un ruolo importante nell’accogliere gente in fuga da Paesi in cui si patiscono fame e persecuzioni politiche: la nostra città ha un cuore enorme; lo stesso importante ruolo hanno associazioni e organizzazioni che svolgono professionalmente attività nei Centri di accoglienza». Non più tardi di pochi giorni fa, ricordiamo al presidente del Consiglio comunale, il sindaco Melucci ha fatto visita alla comunità islamica, senza fare cassa di risonanza. «Il nostro primo cittadino fa un lavoro oscuro; garantisco sul suo lavoro e quello dei consiglieri impegnati nelle diverse commissioni; massima trasparenza all’attività amministrativa viene data anche mediante i diversi social nei quali vengono riportati ordini del giorno, interrogazioni, mozioni, question time; a proposito degli extracomunitari, proprio dal vostro sito avevo appreso della sua visita alla moschea cittadina, quando nell’occasione ha definito i musulmani “nostri fratelli”, espressione che sento di sottoscrivere».

Foto Articolo Lonoce 02

Assessore ai Lavori pubblici, oggi presidente del Consiglio comunale. Quali le differenze nei ruoli di assessore e presidente? 

«Non credo ci siano differenze sostanziali; non faccio distinzione di ruoli, trovo importante invece – qualunque sia il ruolo istituzionale – il confronto con i cittadini; con questi ho avuto sempre un rapporto speciale, trovo che per un politico sia fondamentale avvicinare la gente per conoscere, dai veri protagonisti della vita cittadina, quali siano i problemi di un territorio: e le istanze, in questo caso, oscillano dai piccoli ai grandi problemi, dalla buca sulla strada ai temi del lavoro.

Dal punto di vista tecnico, evidentemente, cambia il senso di responsabilità; al presidente del Consiglio comunale spetta presiedere e far rispettare gli interventi all’interno del consesso cittadino; non ultimo l’impegno nel far rispettare all’interno di una dialettica vivace, il dibattito sull’approvazione del Bilancio rispetto al quale i revisori avevano sollevato qualche perplessità: grazie all’impegno di tutti, oggi Taranto tira un sospiro di sollievo: insieme stiamo scacciando lo spettro del dissesto».

E’ intervenuto in qualche occasione per smorzare toni polemici. 

«Durante il Consiglio comunale il mio impegno super partes mi invita a rivestire anche il ruolo di moderatore; quando gli animi raggiungono temperature elevate, richiamo i colleghi a un più alto senso di responsabilità; la città ci guarda, i tarantini che hanno riposto fiducia nel nostro operato attendono risposte concrete».

Passo indietro, ai tempi del suo assessorato ai Lavori pubblici. C’è una incompiuta?

«Palazzo degli Uffici, immobile nel cuore del Borgo; ma il Comune non ha colpe rispetto al ritardo registrato nei lavori: le attività di riqualificazione erano appannaggio di una società bloccata a seguito di una interdizione mafiosa; secondo legge, il Comune è intervenuto con una delibera bloccando i lavori».

 Foto Articolo Lonoce 03

Sempre al Borgo, a breve lo storico teatro Fusco sarà riconsegnato alla città.

«C’è una continuità amministrativa rispetto al recente passato, l’assessore De Paola sta portando a compimento gli ultimi dettagli perché uno dei nostri teatri storici venga riconsegnato alla città; poi, le opere che ho seguito e mi hanno inorgoglito sono diverse: la riqualificazione delle cinque scuole comunali del quartiere Tamburi; la risoluzione della famosa “doppia curva” di San Vito, che rappresentava un pericolo costante per automobilisti e pedoni residenti nella zona; sono state asfaltate per la prima volta strade nel quartiere di Talsano e Paolo VI; i lavori nelle piazze cittadine sollecitando anche l’intervento di sponsorizzazioni».

Anche questa Amministrazione sta ponendo attenzione agli interventi di riqualificazione. 

«Sta intervenendo in modo più che significativo. Parliamo di circa tre milioni di euro, rispetto al milione e duecentomila euro di partenza, per interventi nell’ultimo tratto di viale Magna Grecia e a marciapiedi e strade».

Questione Ilva. Il sindaco Melucci è intervenuto con autorevolezza. Si è assunto responsabilità rispetto al rapporto città-industria.

«Continuo a frequentare il quartiere Tamburi, associato suo malgrado all’industria; non esistono colori politici, la priorità spetta ad ambiente e salute; massima attenzione, però, va posta anche ai posti di lavoro: la città chiede occupazione e rischia di perdere giovani alla costante ricerca di futuro; la buona notizia: negli ultimi confronti in Consiglio comunale, governo e opposizione hanno parlato la stessa lingua; nessuna demagogia circa la chiusura “a prescindere” della fabbrica di acciaio più grande d’Europa; occorre, piuttosto, impegnarsi a trovare serie alternative, attivarsi nel creare nuovi posti di lavoro in un territorio che ha fame di occupazione».

«Pane, frustate e veleno»

Chinyere, diciotto anni, nigeriano

«Una famiglia decimata dalla violenza, ho visto morire tre fratelli sotto i miei occhi; scudisciate da mio zio, dai miei carcerieri e dai miei “padroni”. Poi in Libia, un carceriere mi libera e un uomo, in cambio di lavoro, mi mette a bordo di un gommone: tanta paura!». Moglie e figlio attendono sue notizie.

Foto-Articolo«Cresciuto a pane e frustate, più frustate che pane!», racconta Chinyere, nigeriano, diciotto anni, sposato, padre di un bimbo. Una famiglia sterminata da una cattiveria indescrivibile. «Tre fratelli, trattati allo stesso modo, morti ammazzati, avvelenati, evidentemente diventati un peso, erano tre bocche da sfamare e a mio zio, che ci dava da mangiare in cambio del nostro lavoro, non andava più bene…». Le frustate, da giovanissimo, sono state il pane quotidiano di Chinyere: le ha prese dallo zio, dai libici che lo hanno imprigionato, dal datore di lavoro al quale veniva quotidianamente consegnato, come fosse un pacco, per svolgere qualsiasi cosa: raccolti nei campi, pitturazione di case, edifici e così via. Ovunque ci fosse da spezzarsi la schiena, Chinyere era lì. E se per un giorno sul posto di lavoro non aveva incassato frustate, al ritorno dai campi una robusta razione di scudisciate gliela riservava lo zio. Insomma: dolore e cicatrici, a prescindere. «Era il suo modo per mettere le cose in chiaro: qui comando io – diceva –  devi respirare solo se ti autorizzo!».

Moglie e figlio di Chinyere sono rimasti a casa, attendono sue notizie. Lui è appena arrivato in Italia, da una manciata di giorni, ha fretta di sentire i suoi congiunti (non ha ancora un cellulare) e di imparare l’italiano. «Giro per strada– dice – avverto una sensazione di isolamento, non posso parlare con la gente di qua, non mi allontano dal Centro di accoglienza, diventerebbe complicato chiedere una informazione per tornare nel posto in cui sono ospite». Ci pensa Abdoullah, uno degli operatori di “Costruiamo Insieme” a fare da interprete, a trovare le parole giuste per raccontare la storia di questo ragazzo, diventato grande per forza di cose. «Mi hanno insegnato che le parole vanno misurate», spiega Chinyere, «basta dirne una al momento sbagliato ed è la fine; oggi cerco quella da pronunciare al momento giusto, perché la mia vita adesso comincia a prendere una piega diversa da quella che andava assumendo nella mia Nigeria».

IMG_1901

UNICA LEGGE: LA VIOLENZA

«Andavo a scuola – riprende – frequentavo le medie, poi, giovanissimo, ho dovuto abituarmi alla schiavitù; funzionava così: la mattina mi svegliavo prestissimo, subito al lavoro, c’era chi aveva bisogno di braccia per i campi, rimettere a posto casa, mio zio aveva contrattato il mio impegno giornaliero».Chinyere pensa di farla finita, per lui quella non è vita. Lui e i fratelli erano come un pegno nelle mani dello zio. Questioni di eredità. L’unica legge, lì, è la violenza, non hanno di che sfamarsi, vanno a vivere con quel parente scomodo e violento. «Non ci ha mai voluto bene – ricorda – siamo stati trattati come schiavi, eravamo la sua fonte di guadagno; alla fine, quando siamo diventati un peso, è successo qualcosa di tremendo: uno dopo l’altro, i miei fratelli si ammalavano e morivano; scoprii che quanto mangiavamo era contaminato, avvelenato; li ho visti esalare l’ultimo respiro sotto i miei occhi».Quando Chinyere capì cosa stesse accadendo, cominciò a rifiutare il cibo. E, tanto per cambiare, giù frustate. Fino a quando non prese il coraggio a due mani. «Morire lì o lontano da casa, era la stessa cosa, tanto rischiare la fuga; ci riuscii, ma non mi andò certamente meglio quando arrivai in Libia: io e altri in fuga dalla Nigeria, fummo accerchiati, fatti prigionieri e reclusi in un campo; ci svuotavano le tasche alla ricerca di denaro, ma non avevamo niente, fino a quel momento ci eravamo sfamati con quello che trovavamo per strada, ci offriva qualcuno di buon cuore in cambio di un lavoretto; non avendo soldi, dunque, per i libici che ci tenevano sotto chiave diventammo mano d’opera: al mattino ci consegnavano al migliore offerente, nostro datore per un giorno; dovevamo imparare in fretta un mestiere, altrimenti erano guai: mi specializzai nella pitturazione, tanto che avevo richieste, ma, niente soldi, a fronte del lavoro che svolgevo avevo in regalo praticamente un giorno di vita in più insieme con una razione di cibo».

IMG_1863

IL MARE, UNICA VIA DI SALVEZZA: BERE O AFFOGARE…

Una prigionia, fino a quando uno dei suoi aguzzini, si mosse quasi a compassione. «Mi vide stanco, ferito, mi indicò l’uscita della prigione e fece cenno di andare via: se ce l’avessi fatta a sopravvivere, tanto meglio per me…». Chinyere, poco per volta, si riprese, si rimise in sesto e, in qualche modo, sul mercato. «Per un tozzo di pane ero disposto a fare qualsiasi mestiere, era la sola cosa che potesse tenermi in vita: un uomo si prese cura di me, lavorai anche per lui, finalmente senza frustate, il tempo che riteneva giusto per assicurarmi in cambio un viaggio per l’Italia; un viaggio su uno dei tanti gommoni, “bagnole” che imbarcavano acqua e profughi; trovai posto con altri centocinquanta, una quantità enorme: non esistevano altre vie di fuga, come dire “bere o affogare”».

Quella “camera d’aria” era una scommessa. «Non c’era altra soluzione, imbarcarci o restarcene in Libia, a spezzarci la schiena per una razione di cibo, prendere botte, a fare da tiro a segno a bande di ragazzini armate fino ai denti; così, ringraziai, chi mi aveva fatto lavorare in cambio di quell’occasione e pregai il cielo che quello non fosse l’ultimo viaggio».

Chinyere con i centocinquanta amici di sventura, ci prova. «In mare aperto, onde impressionanti, sbattuti come canne al vento, mai vista una cosa simile; in quelle condizioni non avevamo scampo, solo un miracolo poteva salvarci: anche se sai nuotare dove vai? Veniamo presi a bordo da una nave mercantile tedesca, fine dell’incubo. Se ci penso, oggi, mi viene una paura matta: non lo rifarei, se non sapessi come è andata a finire».

Lettera a mia madre

Auguri a tutte le mamme del mondo

Adorata mamma,

so che non sono il figlio che avresti desiderato e, sono certo, non ti ho mai detto neanche che ti voglio un sacco di bene.

Anzi, no. Non ti voglio bene!

E’ una cosa diversa dal voler bene, perché puoi voler bene ad una persona altra ma la mamma è un’altra cosa.

E neanche ti amo, perché l’amore è un sentimento altro, è un’altra cosa.

Non so descrivere l’imprescindibilità della tua figura e della tua presenza racchiudendola in una parola: anche se mi vedi sempre scrivere o leggere, questa cosa non la so fare!

Non trovo le parole e non mi voglio nascondere dietro un racconto.

Semplicemente, non so come si dice, come si scrive, una “cosa” che porti dentro da sempre e dalla quale non ti separerai mai e della quale non puoi fare almeno.

Come scrissi in occasione della festa del papà su San Giuseppe, neanche Maria se la passava tanto bene dovendo gestire un bambino che si chiamava Gesù!

Con tutti i dovuti distinguo e lungi da ogni eresia o blasfemia, lo so che anche io sono stato “irrequieto” e che di problemi ne ho dati e creati parecchi nei miei quasi 50 anni. 

E continuo, nonostante i consigli quotidiani: ma la colpa se non è tua e neanche mia, si può addebitare solo all’ostetrica e al ginecologo che qualcosa hanno sbagliato al momento del parto! Anche perché papà è un santo uomo e, sicuramente, non è colpa sua.

Ma il paragone (non oserei mai!), non è fra me e Gesù ma, piuttosto, fra te e Maria non fosse altro che per la capacità di sopportazione di dispiaceri, dolori, angoscia provocata dai figli.

Neanche tu, però, sei assimilabile a Maria!

Non penso che Maria abbia mai rotto cucchiaia di legno o lanciato zoccoli a Gesù provocando anche parecchio dolore fisico e lasciando segni che ancora oggi sono testimonianza!

Per l’amor di Dio (giusto per restare in tema), tutto meritato, come dire, guadagnato sul campo.

E sono colpi che ancora oggi non risparmi: la mira lascia a desiderare ma è anche colpa dell’età!

Vedi, nonostante tutto quello che fai ogni giorno per me e quello che di immateriale mi dai ogni giorno, non so neanche se ti voglio bene perché, dirti ti voglio bene mi sembra così riduttivo e insignificante, “massificante” (e qualche giorno fa mi hai chiesto che significa perché leggi anche le cose che scrivo), che no te lo dico.

Tu sei mia madre e, in quanto tale, al di fuori da qualsiasi cosa catalogabile.

Non perché mi hai messo al mondo!

Quando troverò una parola che abbia un significato che vada oltre “ti voglio bene”, te la dirò. 

«Ho ripreso a sorridere»

Alex, ventiquattro anni, nigeriano

«Sono scappato, volevano ammazzassi i miei genitori. Una questione di sortilegi e ignoranza, da cui anche io sono stato perseguitato. Fuga dal mio villaggio, derubato dei risparmi in Libia, poi il viaggio per l’Italia pagato con sette mesi da falegname».

«Volevano sacrificassi la vita di mio padre e mia madre, unico sistema perché continuassi a lavorare, fare l’autista di un camion con il quale trasportavo bevande». Da non crederci, ma in alcune zone della Nigeria, sopravvivono credenze popolari, sortilegi, qualcosa vicino alla macumba. La sfortuna non finisce lì. In Libia, poi, l’incontro con la persona sbagliata alla quale consegna i suoi risparmi in cambio di un posto su un gommone. L’uomo sparisce insieme al denaro.

Andiamo per ordine, prima vicenda spiegata dallo stesso protagonista. Alex, ventiquattro anni, papà, mamma e cinque fratelli rimasti in patria, è ospite di un Centro di accoglienza straordinaria di “Costruiamo Insieme”, racconta una storia sconcertante. «Per migliorare la mia posizione sociale e lavorativa secondo i miei datori di lavoro avrei dovuto compiere, a loro dire, un “atto di coraggio”: sacrificare cioè la vita dei miei genitori; naturalmente non ho accettato; da quel momento è cominciata una vera persecuzione nei miei confronti: licenziato a causa del mio rifiuto mi sono visto chiudere porte in faccia, qualsiasi altra occasione di lavoro mi era stata preclusa, così non mi restava che cambiare aria».

Foto-Storie-01

Ma non è finita, nel frattempo la sciocca maledizione fatta circolare dai suoi ex “datori”, aveva interessato anche lo stesso Alex. Insomma, genitori e figlio erano diventati di colpo una minaccia per chiunque li avvicinasse. «Dalle mie parti c’è ancora molta gente – spiega il ventiquattrenne nigeriano – che crede in queste cose, sortilegi, riti per scacciare presunte anime possedute dal demonio». Non lo salva nemmeno la sua fede cristiana. «Molti sono di fede cristiana nel mio Paese – spiega – ma non so cosa in realtà accada nella testa di quanti mescolano in modo disinvolto sacro e profano; fame e povertà, mista a una grande ignoranza, non bastano a giustificare gente che si rifugia nel destino, buono o cattivo, questo dipende dal loro personale punto di vista».

Così Alex molla lo sterzo di uno di quei camion che trasferiscono da un capo all’altro della sua cittadina, Auchi, centinaia di casse di preziosa “Pepsi”, e un futuro tutto sommato soddisfacente. «Guadagnavo, avevo ambizioni nel mondo del lavoro; questo, forse, è stato il mio principale errore, amare quello che facevo e una prospettiva di una vita serena che mi ripagasse dei tanti sacrifici».

Foto-Storie-02

Arrivato in Italia pochi giorni fa, lo scorso 24 aprile, insieme a più di un centinaio di emigranti, Alex non ha dunque coronato il suo sogno nigeriano.«Magari trovassi qui un lavoro simile a quello che svolgevo in Nigeria – si augura – potrei iniziare con la stessa attività per cominciare a pensare a un futuro tutto nuovo». Non avrebbe amici, Alex. «Ce li ho – coregge – ma tutti compagni di lavoro con i quali non facevo che parlare dei viaggi faticosi cui ci sottoponevamo; a fine giornata ero distrutto da più di una decina di ore trascorse a bordo di un camion e da parole, parole e ancora parole sull’attività che ognuno di noi svolgeva sulla strada; per il resto, la gente con cui scambio due chiacchiere, ora, sono miei connazionali con i quali sono ospite di un Centro di accoglienza; ho nostalgia di casa, dei miei genitori e dei miei cinque fratelli rimasti nel villaggio: sono stato costretto ad andare via, la mia vita stava diventando un inferno».

Screditato agli occhi di chiunque, Alex ha preso il coraggio a due mani ed andare via. «Avevo un po’ di risparmi da parte – racconta Alex, altra storia sconcertante – per pagarmi il viaggio per l’Italia e poi viaggiare per l’Europa in cerca di quella fortuna che con me fino a quel momento era stata avara; arrivato in Libia, mi informo, chiedo chi dietro compenso possa aiutarmi a imbarcarmi per l’Italia: incontro un signore, a prima vista rassicurante, mi spiega che è lui la persona giusta e che in un baleno mi metterà sul primo gommone in partenza per l’Italia; c’è un solo particolare, superato il quale potrò già considerarmi con un piede in Europa: consegnargli i miei risparmi, al cambio più o meno cinquecento euro, che sarebbero serviti anche per ripagare il proprietario del gommone; per farla breve, spariscono insieme l’uomo e il denaro». Come il Gatto e la Volpe di Collodi nel celebrato “Pinocchio”: soldi e malfattori volatilizzati in uno schiocco delle dita. Foto-Storie-03

Alex e il piano B. Stavolta la seconda chance si presenta nelle vesti di una persona che promette e mantiene. Se non altro non chiede soldi, intanto perché Alex non ha più un centesimo, e poi perché assicura al ragazzo un pasto quotidiano. L’uomo della seconda occasione non cerca però un autista. «Infatti – spiega il ventiquattrenne nigeriano – mi invento falegname, riparo mobili per sette mesi, alla fine il giusto prezzo – secondo il mio “benefattore” – per essere accompagnato a Tripoli, dove era in procinto di partire per il mare aperto un gommone con a bordo più o meno centotrenta “passeggeri”: non siamo gli unici ad essere in balia delle correnti, a breve distanza ci sono altre due imbarcazioni di fortuna come la nostra; interviene una nave, presumo italiana, e salva tutti noi». Finalmente in Italia, lontano da sortilegi e istigazioni omicide, perfino da truffatori. La vita per Alex comincia a ventiquattro anni. «Voglio trovare un posto di lavoro, qui o altrove non importa, sicuramente lontano dall’ignoranza e da persone prive di scrupoli: grazie all’Italia ho ripreso a sorridere!».