«Voglio una vita normale»

Il sogno di Evidence, nigeriano, venticinque anni

Una sorella uccisa a colpi di fucile sotto i suoi occhi. Pianto e disperazione, il desiderio di un lavoro da marinaio. «Viaggiare, sarebbe bello, come salvare miei connazionali da persecuzioni, botte e proiettili».

Foto Articolo Storie 03 - 1«Colpi di fucile nel mucchio, mia sorella stramazza al suolo, davanti ai miei occhi!». Evidence, venticinque anni, nigeriano, cristiano, dallo scorso gennaio in Italia, ha gli occhi rossi. Piange. In modo composto. Quelle immagini, però, non le dimenticherà mai. Sono una ferita che non si rimarginerà mai. Sua sorella, unica a seguirlo nella fuga verso la libertà, in quel momento era la sua famiglia. A casa, ancora due sorelle, due fratelli, la mamma. Papà non c’è più, una morte prematura lo ha sottratto all’affetto dei suoi cari.

Dunque, la ragazza, il mucchio. «Il mucchio – spiega Evidence – eravamo tutti noi, nazionalità diverse, scopo identico, fuggire da un regime restrittivo e dalla fame, tanta; accerchiati ci agitavamo, in cerca di una via di fuga, perché quando i militari, ma anche ragazzini, di solito armati di fucili e pistole, ti fermano, non sai mai come andrà a finire: l’unica strada che impari a conoscere è scappare, cuore in gola, fino a perdere il fiato».

Una gragnuola di colpi. La sorella di Evidence si piega sulle ginocchia, porta una mano alla schiena, quasi tentasse di sfilarsi dalle vive carni quel proiettile che l’ha attinta in un punto vitale: non ha il tempo di disperarsi, l’ultima immagine che si riflette nei suoi occhi è il cielo, un’ultima preghiera rivolta al Signore; lei, cattolica, che coltivava un grande sogno, consegna prematuramente l’anima a Dio. «I compagni – ricorda il venticinquenne nigeriano – mi strattonavano, mi dicevano che forse era ferita e che se mi fossi fermato sarei stato un bersaglio facile per quei cecchini, persone senza scrupoli».

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IL DOLORE NEL CUORE…

Gli occhi ancora arrossati. Scusarsi con Evidence per aver toccato ferite ancora aperte, sembra il minimo. Nei confronti della donna e del dolore del giovane nigeriano. La fuga da Zabrata, poi Zuiwara, Libia. «Il dolore nelcuore – racconta – mi domandavo chi mi avrebbe dato il coraggio per raccontare a mia madre con la quale mi sento appena posso, che ero rimasto solo: magari, sulle prime, alleggerire il dolore dicendole che non avevo notizie su di lei, mia sorella, poi alla prima occasione, raccontare a mamma come in realtà fossero andate le cose».

Zabrata, Zuiwara. «Nel mio Paese ho studiato – ricorda – ma tanto, ho il mare nel sangue, ma anche quel sogno si è spezzato, mio padre è venuto a mancare a causa di una delle malattie che non perdonano: in Nigeria proviamo a curarci come possiamo, quei pochi medicinali costano troppo, la speranza alla vita possono permettersela solo “quelli con i soldi”». E i familiari di Evidence non sono fra “quelli”. Vivono come possono, di piccoli, saltuari lavori. Riescono a malapena ad apparecchiare tavola una sola volta al giorno. «Fine degli studi, papà viene a mancare, e quando manca quel piccolo sostegno economico cominciano i veri dolori; perdi, d’un tratto, la guida sicura, quella paterna, chi fino a quel momento si è preoccupato di tutto, dal sostegno per vivere con decoro e per gli studi, perché tu possa lasciare i campi e fare una vita migliore».

«Studiavo come marinaio – riprende Evidence – non so come chiamiate quei corsi voi, in Europa, fatto sta che ho imparato tutti i segreti del mare, fino a quando è stato possibile».

Fa male fare un passo indietro. Torniamo in Libia, le squadre della morte o, comunque, quelle di soldati privi di scrupoli che fermano neri a grappoli. «Se ti va bene ti picchiano – spiega il giovane nigeriano – ti rivoltano le tasche, te le svuotano di quei pochi soldi che hai e ti licenziano con un calcione bene assestato! A me è andata così, con i miei connazionali per un breve, ma doloroso periodo, facevamo colazione, pranzo e cena con quantità indescrivibili di pugni e calci».

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DA MARINAIO A RIPARATORE DI CONDIZIONATORI

Poi Evidence riesce a liberarsi. Trova un lavoro nella stessa Libia. Lavoro in cambio di un viaggio per la libertà, l’Italia. «Mi improvviso tecnico di condizionatori – confessa concedendo un primo, accennato sorriso – mi va bene perché imparo subito la tecnica del perfetto riparatore; per molto tempo mi tocca lavorare sodo, ma la prospettiva che ogni giorno, all’indomani, sia quello buono per arrivare in Italia, mi alleggerisce di qualche preoccupazione; è così che va, lavoro sodo, stacco il biglietto per un gommone sul quale ci stringiamo come sardine in più di cinquanta: al momento dell’imbarco sembravamo in una di quelle cassette di pescato esposte al mercato».

Un viaggio che fortunatamente dura poco. «In mare aperto – dice Evidence – avvistiamo una nave italiana, il cuore comincia a battere forte, gli italiani sono amici: “Vengono a soccorrerci!”, pensiamo; saliamo a bordo, mi sembra quasi di essere a casa, io che in Nigeria ho studiato attività marinare; arriva il primo sospiro di sollievo, il prezzo pagato per essere lì, in quel momento, è stato alto, troppo: mia sorella non c’è più, il dolore torna daccapo a galla. L’arrivo in Sicilia, poi in bus fino a Taranto».

Restare in Italia, sarebbe bello. «C’è già poco lavoro per gli stessi italiani – dice – per me sarebbe un problema anche se prego ogni giorno il Signore perché la vita possa finalmente riservarmi un sorriso: non chiedo tanto, ma solo il necessario, per vivere dignitosamente; magari in Germania, mi dicono miei connazionali, potrebbe esserci una prospettiva, ma per ora tutto è così vago; certo, se restassi in Italia, a lavorare su una nave sarebbe il massimo, il mare lo avverto sulla pelle».

Nave militare, mercantile. «Quando penso a una nave, penso a un lavoro, a grandi viaggi, porti esteri in grande quantità: viaggiare senza paure, di queste non voglio più sentir parlare, penso di aver già dato abbastanza, il dolore difficilmente mi abbandonerà; viaggiare, perché no, trarre in salvo dalle acque ragazzi come me che hanno voglia di vivere, di scrivere una storia diversa che non sia quella di botte e torture, fughe e colpi di fucile: forse chiedo troppo, non so, allora diciamo che questo è il mio sogno, vivere una vita normale».

«Facciamo accoglienza»

Tony Esposito, Enzo Gragnaniello in Puglia

Tributo a Pino Daniele, a Taranto e Molfetta. Dichiarazioni al sito di “Costruiamo Insieme”. «Noi napoletani siamo stati i primi ad emigrare», dicono i due artisti. «Abbiamo esportato fantasia, genio, spirito di adattamento; c’è chi ci ha dato tanto, adesso ci tocca restituirlo a chi ha bisogno»

«Chiederlo a un napoletano è come sfondare una porta aperta; noi del Sud, nei secoli, abbiamo fatto grande esperienza in materia di emigrazione: nonni e bisnonni si sono sottoposti a lunghi viaggi della speranza, sono andati all’estero per trovare lavoro, in avanscoperta per poi chiamare le famiglie; come noi agli inizi siamo stati “forestieri” negli altri Paesi, negli altri continenti, dobbiamo cominciare a farcene una ragione e dare una mano a chi non se la passa bene».

Tony Esposito, grande artista, al suo attivo numerosi successi, cinque milioni di copie vendute in tutto il mondo, rilascia volentieri dichiarazioni al nostro sito, “Costruiamo Insieme”. Di migrazione e come stiano in alcuni Stati africani, ne sa più di altri. In Puglia, prima a Taranto, poi a Molfetta, insieme al suo collega Enzo Gragnaniello e al maestro Renato Serio (nell’occasione dirige l’Orchestra della Magna Grecia), sta partecipando a un tributo in memoria di Pino Daniele, il cantautore napoletano scomparso nel gennaio 2015.

Esposito, dunque, sa di cosa parla quando gli chiediamo quale sia la sua posizione circa il fenomeno dell’emigrazione. Di sicuro, Esposito, ne sa più di qualche politico, che parla di un argomento così delicato senza conoscere a fondo le ragioni che portano molti ragazzi neri a scegliere come unica soluzione la fuga: dalle guerre, dalle persecuzioni politiche, dalla fame. Il popolare percussionista ha viaggiato per lavoro in continenti diversi. Lui stesso ha compiuto viaggi di studio, abbracciato la cultura africana, contaminandola con suoni che scaturiscono da qualsiasi cosa faccia “rumore”. «In alcuni Paesi del Nord Africa – riprende Esposito – da anni gli abitanti vengono sottoposti ad atti d’abuso da parte di poteri che agiscono contro le classi sociali più deboli; assistiamo a uno sfruttamento delle risorse da parte di multinazionali, la solita storia: poteri forti, lobbies, si impossessano di interi Paesi e giacimenti, sfruttano la mano d’opera con azioni spregiudicate, violente, si riempiono le tasche di denari e poi lasciano i Paesi vandalizzati più poveri di prima».

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ESPOSITO: SE A CASA DISPONGO DI SEDIE VUOTE…

Immigrati in Italia, anche in questo caso Esposito ha un punto di vista. «Siamo generosi per natura – dice l’artista di “Kalimba de luna” – dunque non ci tiriamo indietro, l’ideale sarebbe stato aiutare la gente che oggi fugge dall’Africa nei loro stessi Paesi, ma guarda caso, causa poteri forti di cui dicevo, non è stato possibile attuare una politica di aiuti e sviluppo in zone in cui la gente soffre la povertà; adesso è l’Italia che dovrebbe chiedere maggiore sostegno all’Europa per far fronte alla pressanti richieste di asilo causate principalmente da persecuzioni politiche». Infine, a conclusione del suo punto di vista su migranti e migrazione, un esempio. «Dico dell’Europa, perché fino a quando l’Italia disporrà di strumenti per l’accoglienza sarà possibile far fronte alla domanda; devono metterci in condizione, altrimenti il sistema rischia il collasso: a casa mia dispongo di quattro sedie, posso fare accomodare altrettanti ospiti, se però necessitano dieci sedie vado in crisi, li faccio entrare in casa e non so più dove farli sedere?».

Anche Gragnaniello ha il suo punto di vista riguardo lo stesso tema. L’artista di “Cu’ mme”, interpretata con Murolo e Mia Martini, al sito di “Costruiamo Insieme” dice che c’è un tempo per tutto. «Noi napoletani abbiamo esportato fantasia, ingegno, spirito di adattamento, abbiamo insegnato; adesso è giunto il momento di imparare, punto: non ci sono più le famiglie numerose di un tempo, ma a Napoli abbiamo sempre sposato la logica del “dove mangiano due, possono mangiare in tre, quattro”; stiamo più stretti, e che sarà mai…vuol dire che restituiamo quello che ci è stato prestato dal Cielo”. Napoli e l’altro Sud. «Una domanda la faccio io,adesso – osserva il cantautore – c’è chi se n’è accorto adesso, ma quando le multinazionali sfruttavano le risorse di Paesi che, in realtà, non sarebbero stati poveri, questi signori che oggi pontificano e parlano solo adesso di aiuti umanitari, dove stavano?».

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GRAGNANIELLO: MAI DIMENTICARE LE PROPRIE ORIGINI

Nonostante il successo, Enzo Gragnaniello, rispetto a Pino Daniele, suo compagno di scuola dalle elementari, non ha mai rinunciato a vivere nei quartieri spagnoli. «Lì sono nato, lì conduco una vita normale, se si può dire: mi sposto quando registro, faccio concerti; non bisogna dimenticarsi mai le proprie radici, chi siamo, da dove veniamo». Altra riflessione. «C’è crisi ovunque – dice Gragnaniello – ma molti di questi ragazzi si smarcano dall’assistenzialismo, fra questi chi sceglie di restare in Italia fa il possibile per trovare un posto di lavoro, comunque rendersi utile alla società; una volta deciso di ospitare questa gente, dobbiamo imparare a fare accoglienza: non conosco altro sistema per evitare che quelle risorse positive giunte sul nostro territorio, utili per riprendere a far camminare l’economia italiana non prendano altre strade».

Tributo a Pino Daniele, al teatro Orfeo di Taranto, dunque. Un’idea del maestro Piero Romano dell’Orchestra della Magna Grecia e Martino De Cesare. Un successo. Nel programma, l’orchestra della Magna Grecia diretta dal maestro Renato Serio, una band musicale, i tributi di artisti, si diceva, del calibro di Tony Esposito ed Enzo Gragnaniello. Insieme con la musica, la proiezione di momenti dal documentario “Il tempo resterà” di Giorgio Verdelli, giornalista e autore, premiato pochi mesi fa con il prestigioso Nastro d’argento per aver raccontato l’artista di “Napule è”, “Quando”, “’Na tazzulella ‘e café”, “A testa in giù”, “Yes I know my way” e altro ancora.

Esposito, cinque milioni di copie, dischi e album venduti in tutto il mondo (Kalimba de luna, Sinuè, As tu às, Pagaia). «Pino aveva talento da vendere; ci conoscevamo da ragazzini, più avanti mettemmo in piedi il supergruppo che tutti conoscono; con me, James Senese, Tullio De Piscopo, Joe Amoruso e il compianto Rino Zurzolo; il mio produttore, diventò lo stesso di Pino: Willy David». Tante le idee di uno dei maggiori produttori artistici fra gli Anni 70 e 80. «Intanto – riprende Esposito – incontravo Pino, ridendo e scherzando, nascevano cose che lui memorizzava, c’era grande fermento; per un breve periodo apriva i miei concerti con le sue prime canzoni; altra tappa, quando aveva assunto popolarità, lo stesso Willy suggerì di metterci tutti insieme per suonarci con Pino, quasi un chiamarci a raccolta: lì nacquero cose importanti e un album fondamentale nella sua carriera, “Vai mo’”: Tullio portava il jazz, Joe il funk, io l’Africa…».

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PINO DANIELE, UN TALENTO DALLE ELEMENTARI

E poi c’è Gragnaniello, una voce, una chitarra. Sergio Bruni nel cuore. «Di Pino avrei sicuramente cantato “Cammina cammina” – spiega – sembra scritta per il mio modo di interpretare; “Senza voce”, invece, è una mia canzone che avrei visto bene coniugarsi con le sue corde; malinconica, quella sua voce, quasi da oboe gli dicevo talvolta io». Stesso quartiere. «Stessa scuola elementare, non mi sono ritenuto mai un collega di Pino, la nostra è stata amicizia vera, nata fra i banchi; la musica è arrivata dopo, anche se qualcosa addosso la sentivamo già; cosa ci avvicinava e cosa ci distingueva: io mi sento più da ballata, lui era soul e rhythm’n blues». Progetti personali. «Un album con il Solis Quartet, canterò poeti internazionali in italiano: Brel, Waits, Lou Reed e Morrison; sono stato invitato, la cosa mi piace, io canto e basta».

Infine, Giorgio Verdelli, autore di trasmissioni di successo, vincitore del Nastro d’argento con il docufilm “Il tempo resterà” dedicato a Pino Daniele e ritrasmesso di recente su Raidue. Nel progetto firmato a quattro mani da Piero Romano direttore del’Orchestra della Magna Grecia, e Martino De Cesare, Verdelli è stato una sorta di “regista di palco”. «Pino, non solo un cantautore – dice Verdelli – è stato inventore di un linguaggio, come lo sono stati Battisti, De André e Dalla; collocabile fra Weater Report, Roberto De Simone e Sergio Bruni; ha reso il napoletano un linguaggio universale, “cool” si dice, così da trasferirlo al mondo dei giovani».

Femminicidi

La vergogna di appartenere ad un genere, quello maschile!

“Cammino… cammino non so per quanto tempo. Senza accorgermi, mi trovo davanti alla Questura.
Appoggiata al muro del palazzo di fronte, la sto a guardare per un bel pezzo. Penso a quello che dovrei affrontare se entrassi ora… Sento le loro domande. Vedo le loro facce… i loro mezzi sorrisi… Penso e ci ripenso… Poi mi decido…
Torno a casa… Torno a casa… Li denuncerò domani”. (Franca Rame)

La violenza su donne e bambini è entrata nella quotidianità con una tale irruenza e frequenza che non sembra più fare notizia, una spaventosa “normalità” che piuttosto che indignare, pare essere vissuta nell’immaginario quotidiano come un fenomeno paragonabile all’inquinamento, ai servizi pubblici che non funzionano, ad uno stato sociale deturpato, alle fabbriche che chiudono e a tante altre nefandezze delle quali sono pieni gli organi di informazione. Non passa giorno che donne o bambini innocenti rimangano “vittime del sesso debole”, uomini ricchi solo di un retro pensiero culturale che li porta a sentirsi padroni di una proprietà acquisita attraverso una semplice relazione sentimentale o, colpiti nel profondo per la manifestazione delle loro incapacità o semplicemente per un rifiuto. Padrone, questa è l’epifania del maschio, animale prima che uomo e, quasi sempre, incapace di assumere le proprie responsabilità, riconoscere le proprie colpe per la fine di una storia o per il fallimento di un progetto di vita.
“Niente per me, niente per nessuno!”
Una logica assurda che manifesta una debolezza derivante da una sorta di senso di dipendenza dall’altra, dalla compagna o dalla moglie ma, nella sostanza dalla donna della quale ci si sente superiori, sopraffattori. Fino al punto di ammazzare anche il frutto del suo grembo, che è anche suo ma non può essere più di nessun’altro.
E, in quanto vigliacco e incapace il maschio trova la via più breve: prima uccide e poi si uccide!
Tanto è dilagante il fenomeno che anche i professionisti che ogni giorno si occupano di cronaca cominciano ad arrancare, a sbagliare i nomi, a confondere le vicende.
Al cospetto di questo aberrante scenario provo una sorta di difficoltà a dire che, per fortuna, non siamo tutti uguali seppure, grazie a Dio, è vero.
Sono indignato, schifato da tanta brutalità.
E, come ho fatto cominciando questo Domenicale, continuo ad affidare a chi legge le parole di una donna, Franca Rame, paladina della lotta contro ogni forma di violenza, non solo sulle donne, come le donne sanno fare.

“La mia considerazione, purtroppo non è positiva, anzi è totalmente negativa. Dopo tutte le battaglie che abbiamo fatto, avevamo raggiunto qualche risultato sulla parità tra i sessi. Ma ora tutto sembra essersi perso. Le donne sono le più penalizzate in ogni campo e tutto quello che abbiamo ottenuto con lacrime e sangue è sparito, sciolto nelle leggi di questa Italia”.

“Oggi, alla mia età, posso dire che sto cercando di terminare le cose della mia vita lasciate in sospeso, come una biografia che sto scrivendo – diciamo – per non lasciare niente al vuoto. Ma quello che vorrei continuare a dire alle donne, anche dopo la mia morte, è di non perdere mai il rispetto di se stesse, di avere dignità. Sempre. Ripensando alla mia vita non ho mai permesso che mi si mancasse di rispetto.
Il rispetto nasce da noi, ma deve anche esserci riconosciuto. Spesso penso alle persone che ho conosciuto nella mia vita e alle donne che ho incontrato in tanti anni. Credo che il momento sia molto brutto oggi, e non solo per noi donne. Noi donne anziane, però, abbiamo una missione: continuare a dialogare con le giovani per non lasciarle sole. Una speranza ancora c’è”.

“Sono anni che porto in giro spettacoli sulla condizione della donna lo sfruttamento sessuale, i problemi con i figli, i tradimenti, la coppia chiusa, la coppia aperta… E in tutti questi anni il mio camerino è diventato come lo studio di un analista: uomini, donne, giovani mi confidano storie che non racconterebbero al confessore. Ebbene, con tutto questo dialogare, mi sono convinta che la causa di ogni pena amorosa, di legami che si sfaldano, è la mancanza di armonia tra i sessi”.

Adel

“Ho incontrato Costruiamo Insieme nel periodo più brutto della vita”

Piove a dirotto a Bitonto e Adel arriva all’appuntamento con quaranta minuti di ritardo dopo che per telefono mi ha chiesto la cortesia di aspettarlo. Ha tanta voglia di raccontare anche la sua storia dopo aver letto tutte le storie che abbiamo raccolto e pubblicato.
E’ arrivato in Italia nei primi anni novanta dalla Tunisia, poco meno di 30 anni fa ed oggi considera Bitonto la sua seconda città e l’Italia la sua seconda patria. Oggi Adel ha 50 anni e conosce parla cinque lingue.
“Certo –racconta- i primi tempi non sono stati facili. Notti trascorse a dormire per strada, un pasto caldo alla mensa della Caritas e, col tempo, la solidarietà di amici e connazionali che mi hanno ospitato in casa. Nel frattempo, lavori saltuari, occasionali, il minimo per sopravvivere”.
Sempre a Bitonto conosce Rosa, si innamorano, si sposano.
Un matrimonio che per Adel significa anche ottenere il permesso di soggiorno, quei documenti che finalmente gli consentono di emergere dal sommerso nel quale è stato costretto a lavorare fino ad allora.
Adel e Rosa arricchiscono la loro famiglia con tre figli mentre lui gira l’Italia per svolgere diversi lavori soprattutto mettendo a frutto le sue competenze nel settore elettromeccanico rinvenienti dal Diploma conseguito in Tunisia.
Ma la vita gli riserva brutte sorprese: il suo secondogenito, Alessandro, nato con una lesione celebrale provocata dal mancato afflusso di ossigeno al cervello al momento del parto, muore a soli 19 anni e, nello stesso periodo, muoiono in Tunisia uno dei suoi cinque fratelli e la cognata.
“E’ stato il periodo più brutto della mia vita, mi sentivo perso, sconfitto, avevo perso la voglia di andare avanti nonostante gli sforzi di mia moglie e delle mie figlie. Mia figlia Annalisa, che oggi ha 25 anni, ha anche lasciato gli studi per starci vicina e per assistere la sorellina Cosma Damiana che ha 5 anni ed è affetta da sindrome di Down.
Ma è proprio in questo momento che mi è capitata una cosa inaspettata che mi ha cambiato la vita, non solo la mia, ma anche quella della mia famiglia”.
Gli occhi gli si illuminano, appare in volto una felicità che spezza la tristezza della narrazione che fino ad allora aveva segnato il nostro incontro. Non lo interrompo, resto attento di fronte alla sua inarrestabile voglia di raccontare.
“Vito Masciale, Presidente dell’ASP Maria Cristina di Savoia di Bitonto, mi ha presentato il Direttore Generale di Costruiamo Insieme, una Cooperativa Sociale che opera anche nel settore dell’accoglienza dei migranti. Maurizio Guarino, nonostante io stessi attraversando un brutto periodo per le vicende familiari o, non so se proprio per questo, mi ha offerto un lavoro come operatore e mediatore nella sua Cooperativa. Ricorderò quel giorno per tutta la vita e ancora oggi ringrazio Dio tutti i giorni per aver fatto trovare sulla mia strada queste persone straordinarie. Maurizio, la Presidente Nicole, Barbara mi hanno restituito quella voglia di vivere che avevo perso. Ormai da tre anni lavoro stabilmente con loro e adoro il mio lavoro. Non smetterò mai di ringraziarli per questo!”.
Conosco bene Costruiamo Insieme e le sue pratiche di integrazione reale, la voglia quotidiana di poter dare risposte e soluzioni a quanti sono portatori di problemi e il racconto di Adel non è che una conferma.
E Adel è uno dei tanti operatori di Costruiamo Insieme che spesso, anche fuori dal suo orario di lavoro, si presta a dare supporto agli ospiti delle strutture.
Ma è la naturalezza con la quale Adel dice di adorare il suo lavoro che mi incuriosisce e mi spinge a chiedergli perché.
“Io non ho dimenticato le mie origini, la mia storia. Ho lasciato la Tunisia trent’anni fa perché non vedevo un futuro per me in quel Paese e capisco le ragioni di tutte le persone che lasciano i loro Paesi per diverse ragioni. Non è solo la guerra ad ammazzare le persone, le persone muoiono per condizioni di povertà estrema, perché perseguitata e, soprattutto i giovani, perché nei loro Paesi non hanno futuro, la possibilità di dare un senso alla propria vita diverso dalle violenze e dai soprusi. Stare vicino, aiutare quanti riescono ad arrivare in Italia e sono ospiti dei nostri Centri di Accoglienza da un senso diverso anche alla mia vita, mi arricchisce, mi rende sereno, una persona completa. Vedere queste persone vittime della burocrazia mi rattrista perché in tanti sono costretti a lavorare in nero quando potrebbero avere un regolare contratto di lavoro. E quando li vedo uscire dalla struttura alle prime ore del mattino con i giubbini fluorescenti e le torce comprate ad un euro nei negozi cinesi per camminare al buio mentre si recano al lavoro, mi si stringe il cuore al pensiero che una burocrazia più efficiente potrebbe risolvere tanti problemi e dare dignità a tante persone”.
Cerco di dire ad Adel che il problema della burocrazia è generalizzato, colpisce tutti, anche gli italiani.
Mi interrompe con garbo e riprende il suo racconto: “Vedi, io vivo a Bitonto da 30 anni, conosco tanta gente e ho avuto la fortuna di incontrare Costruiamo Insieme per poter dire che oggi un futuro migliore ce l’ho e con me la mia famiglia. E posso dire che Bitonto è una città accogliente. Ma la gente, gli italiani, sono stanchi di vedere servizi che non funzionano, pensioni e stipendi bassi, e quando sento parlare di razzismo o di intolleranza penso che sia semplicemente una valvola di sfogo per non affrontare problemi reali che niente hanno a che fare con la presenza di migranti. In Italia, e questo vale per tutti, si parla sempre di doveri e sono d’accordo che vadano rispettati, ma quando si parla di diritti…”.
Adel mi confessa che ha la passione per il gioco del biliardo “perché è un gioco di precisione, di calcolo” e queste convinzioni le ha maturate nei luoghi di aggregazione che frequenta, luoghi “misti” come li definisce.
La sua voglia di raccontare è tanta ma, ormai, si è fatto tardi.
Mi chiede di ritornare a parlare sull’opportunità lavorativa e sulle prospettive di vita che ha ricevuto da Costruiamo Insieme e gli evidenzio che tanti suoi colleghi hanno alle spalle una storia di migrazione perché la Cooperativa “accoglie”, non “raccoglie”.
Alla fine patteggiamo e saluta le persone che porta nel cuore in un video messaggio.

 

Moschea e autofinanziamento

Preghiere e spiccioli

«Raccogliamo monete per il fitto di locali in centro a Taranto», spiega l’imam Hassen Chiha. «Dieci, venti, cinquanta centesimi, ognuno dà quello che può. Vorremmo un luogo di culto più grande, le nostre preghiere saranno ascoltate». Incontri con sindaco, arcivescovo e Prefettura.

«In questa normale busta di plastica, del tipo di solito usato per la spesa, raccogliamo i piccoli contributi dei fratelli musulmani: monetine, ognuno dà quello che può». A colazione con l’imam, per parlare di partecipazione, anche di preghiera se vogliamo, ma stavolta di un tema principalmente indirizzato al desiderio di molti extracomunitari ospiti nei Centri di accoglienza e residenti in città.

«Del desiderio di avere una struttura accogliente ne parliamo da tempo – spiega l’imam Hassen Chiha, davanti a una tazzina di caffé – ci piacerebbe disporre di locali più grandi e accoglienti perché chiunque sia di fede musulmana e risieda in città o provincia, possa raccogliersi in preghiera nel miglior modo possibile».

Attualmente, il luogo di culto, impropriamente definito “moschea”, ha sede in via Cavallotti, angolo dia Mazzini. Il caso ha voluto che i locali presi in affitto dalla comunità islamica tarantina, fossero vicini alla sede di “Costruiamo Insieme”. Stessa via, stesso marciapiedi (tante volte le coincidenze). Nel Centro poco distante e allestito dalla cooperativa, è bene puntualizzarlo, trovano accoglienza migranti di fede diversa. Musulmani, certamente, ma anche cristiani, atei.

Precisazione a parte, torniamo alla “moschea”. Riprendiamo le due battute con l’imam, che a colazione riavvolge per noi il nastro della memoria. Ci racconta i passi compiuti negli ultimi due anni. «La moschea o luogo di culto che dir si voglia – spiega Chiha – non sarebbe più idoneo ad accogliere i tanti fedeli che ogni giorno rivolgono preghiere ad Allah; non sempre è possibile, infatti, riunirci tutti insieme lo stesso giorno, alla stessa ora».

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DA IPPAZIO STEFANO AL SINDACO RINALDO MELUCCI

Hassen Chiha ne parlò a suo tempo all’allora sindaco di Taranto, Ippazio Stefano, che di lì a poco avrebbe concluso il suo mandato in veste di amministratore della città di Taranto. «Ospitale – ricorda l’imam – ricevette me insieme con una piccola delegazione, ascoltandoci e promettendoci che qualcosa per noi avrebbe fatto; saranno stati i pochi mesi a disposizione ad avergli impedito di fare in concreto qualcosa per noi; successivamente venne anche nella nostra sede a trovarci, una visita gradita: fu allora che prese un impegno che, però, non riuscì a condurre a termine».

Il nuovo sindaco Rinaldo Melucci ha mostrato interesse concreto. «E’ stato lo stesso primo cittadino – puntualizza Chiha – a chiedermi di fare visita al nostro luogo di culto: questa sua richiesta ha riempito di felicità me e l’intera comunità di fedeli per l’attenzione che un rappresentante le istituzioni abbia preso a cuore il tema della moschea in città». Melucci ha poi dovuto rimandare l’appuntamento. «E’ stato corretto: avrebbe potuto evitare, farmi telefonare da un collaboratore, visti gli impegni: invece, mi ha inviato un messaggio nel quale si scusava e rimandava l’incontro con noi; Ilva, viaggi a Roma, elezioni, Consiglio e il condurre un’Amministrazione, non deve essere compito facile, ma lo aspettiamo presto, sarà il benvenuto».

A proposito di rapporto con istituzioni e rappresentanze sul territorio. «Ho incontrato l’arcivescovo di Taranto, sua eccellenza Filippo Santoro: gli ho fatto dono della riproduzione di un Gesù Bambino, che lui ha gradito moltissimo: le nostre fedi non sono poi così lontane come vengono dipinte da certa informazione; alla base di tutto, deve sostanzialmente deve esistere il rispetto reciproco della fede; siamo tutti fratelli, predichiamo amore e uguaglianza».

UN «GRAZIE» ALLA PREFETTURA

Un sincero ringraziamento alla Prefettura. «Dobbiamo alla sua disponibilità l’autorizzazione alla preghiera che abbiamo svolto in passato, in occasione della fine del Ramadan, sulla Rotonda del lungomare: eravamo centinaia, pregammo di fronte al palazzo del governo; spazio ideale, non avendo, noi, altre location per accogliere tutti quei fratelli nella preghiera di ringraziamento; in quell’occasione la gente del posto, a fine preghiera, si fermò per parlare, confrontarsi; anche in quella circostanza, visto le insistenze, spiegammo la differenza, sostanziale, fra Islam e Isis, cioé fra chi prega e chi semina terrore; i cittadini presenti hanno poi apprezzato come, una volta conclusa la preghiera, ognuno di noi abbia fatto il suo, restituendo alla città la Rotonda così come l’avevamo trovata: bella, accogliente, pulita».

E torniamo a luogo di culto e monetine. «Ognuno dà ciò che può: c’è chi non lavora o lavora poco e offre monete da venti o cinquanta centesimi; chi due e chi cinque euro; quei soldi ci servono a pagare l’affitto del locale fino ad oggi da noi occupato: abbiamo un ottimo rapporto con il proprietario dell’immobile, lo stesso con i residenti della zona; non ci affolliamo all’esterno, non creiamo disagi, ci incontriamo fra noi al solo scopo di pregare, leggere e commentare la parola del Profeta».

Rinnova l’invito al sindaco. «Siamo in tanti, vorremmo una sede più accogliente con l’aiuto delle istituzioni locali, ma non un luogo lontano dalla città; la preghiera è anche integrazione, avvicinare due realtà ormai non più così lontane; i residenti sono i nostri datori e colleghi di lavoro, vicini di casa, amici che incontriamo per strada, al supermercato, al bar…».

Siamo meridionali

Mimmo Cavallo e i ragazzi di Costruiamo Insieme, il videoclip

Mimmo Cavallo, in due occasioni ospite di Costruiamo Insieme, con la “crew” dei ragazzi ospiti del Centro di accoglienza della nostra cooperativa, ci ha regalato una versione della sua inossidabile “Siamo meridionali”.

Un tributo ai cori con inatteso free style, ha sottolineato qualità e partecipazione degli ospiti del CAS “Cavallotti”. La performance estemporanea, per come si è concretizzata, è talmente piaciuta al cantautore, che lo stesso ci ha lasciato un secondo regalo canoro (“Uh mammà!”) invitando alcuni dei ragazzi presenti per le registrazioni in studio del suo prossimo album.

 

Marielle Franco

Vittima della lotta alle povertà

E’ questa la tragica, orrenda e indignante fine posta alla vita di Marielle Franco, cresciuta in una favelas e diventata Consigliera Comunale per amplificare l’eco della sua lotta coraggiosa per i diritti della sua gente, povera e di colore come lei, affamata e senza prospettive in città dalle due facce: il fetore dei ghetti e il lusso dei grandi alberghi con vista mare.
Aveva da poco concluso il suo intervento ad un convegno sul tema della violenza sulle donne quasi ordinaria e sottaciuta in quei non luoghi caratterizzati dalla totale assenza dell’idea di uno stato civile.
Non luoghi nei quali polizia e organizzazioni paramilitari hanno ripreso le loro incursioni violente contraddistinte da quegli omicidi sommari che Marielle aveva il coraggio di denunciare.
16.000 persone avevano consentito la sua elezione al Consiglio Comunale, tutti voti raccolti nelle favelas, una sorta di convergenza per dare voce ad un grido di dolore e di sofferenza che si infrange su quei muri spacciati ai turisti come frangi rumore ma che nascondono quella inguardabile realtà inurbana che sono le favelas.

Domenicale Articolo - 1Nascoste agli occhi del mondo durante i mondiali di calcio, le favelas continuano a produrre quel processo di depersonificazione fondato sulla sopravvivenza e annegato nella privazione di mezzi quanto di diritti.
Marielle era una voce scomoda, aveva radicato il senso della sua esistenza nella denuncia continua della disumanità nella quale sono costrette milioni di persone con il suo messaggio universale, con le sue battaglie.
Tanto scomoda da giungere ad essere antitetica e insopportabile per un modello di governo che affonda le radici nella repressione violenta come risposta alla povertà.
E’ toccato a lei, questa volta, pagare con la vita la difesa o, meglio, il riconoscimento dei diritti civili per i più deboli, per gli indifesi, per quanti rappresentano una entità lontana dal potersi ritenere bambini, donne, uomini.
“Colpire uno per insegnare a cento” sembra essere la filosofia con la quale il Brasile, attraverso il suo braccio armato, quello ufficiale e quello meno ufficiale ma noto a tutti, affronta il tema della povertà e dei diritti negati.
La morte di Marielle ci insegna che di povertà e di emarginazione si può morire in due modi: vivendola o, semplicemente, parlandone e denunciando.
E lei, nata e cresciuta in una favelas a ridosso dell’aereoporto di Rio, una di quelle chiuse da muri insormontabili, l’ha vissuta, ne ha parlato, ha denunciato.
Oggi, è una martire delle lotte per rivendicare i diritti civili.

«Il mio sogno italiano»

Friday Ebor, nigeriano, trent’anni

«Una volta in Italia, mi sono sentito come in famiglia», racconta. «L’esperienza nel mio Paese e in Libia, mi hanno segnato. Lavoro e dolore, fra i campi e negli allevamenti di bestiame. Voglio studiare, imparare, trovare un lavoro»

Foto ARTICOLO Storie 03 - 1Un altro dei ragazzi del Centro accoglienza, un’altra storia. Storie simili, non uguali. Qualcuna scandita da drammi familiari, altre da fughe notturne, pestaggi, violenze di ogni tipo. C’è anche un lieto fine, quello raccontato da Friday Ebor, nigeriano di trent’anni. Arrivato in Italia con il solito gommone stracolmo soccorso da una nave di passaggio e un occhio malandato, il sinistro, a causa di una malattia. Contratta, non sa bene dove, nel suo Paese o in Libia, dove ha lavorato per un po’, il tempo di raccogliere le risorse per pagarsi il viaggio. Gli operatori di “Costruiamo Insieme” si stanno prendendo cura di lui, Allahssane non lo lascia un attimo. In una mano le richieste di una visita specialistica, nell’altra un cellulare. L’operatore chiama il medico, chiede quando sarà possibile sottoporre Friday a un’altra accurata visita di controllo.

Il trentenne nigeriano ha fretta di rimuovere certi ricordi. «Un anno e mezzo di Libia, anche io, come tanti connazionali, ho staccato il biglietto per l’Italia – un viaggio su un affollato gommone, con vista su nave spagnola prima, una militare italiana poi – lavorando sodo; alla fine, per come poi sono andate a finire le cose, mi ritengo pienamente soddisfatto».

Lavorare al buio, non sapere quanto tempo ancora dovesse spezzarsi la schiena, da mattino a sera. Non è una buona notizia, ma Friday, “venerdì” il suo nome tradotto in italiano, si dà da fare lo stesso. Dà il meglio si sé. «Sono stato impegnato nei lavori più umili – racconta – sono orgoglioso di quanto ho fatto: ho accudito animali di tutti i tipi, pecore, galline, cavalli; sveglia al mattino, all’alba, fra uno spiazzo infinito e qualcosa che somigliava a una stalla; lascia quel mangime e prendi l’altro; poi l’acqua, tanta, riempi i secchi e dai da bere a ogni animale; non mi lasciavano un attimo, quelle bestiole, mi vedevano come l’uomo della provvidenza: lo stesso effetto che ha fatto il comandante della nave spagnola che ha tratto in salvo me  e i miei compagni su quel gommone di fortuna; pecore e galline, lo stesso i cavalli, mi seguivano ovunque fino a quando non erano sazi».

COMMESSO, CONTADINO, ACCUDIRE PECORE E GALLINE

Eloquente il gesto di Friday, che agita una mano. Un gesto all’italiana, quasi a dire «Mamma mia!». E, in effetti, non c’era tanto da stare allegri, specie quando convivi con una malattia che ti impedisce di vedere bene. «Non nascondo la paura – confessa – specie quando di occhi ne hai solo due e la vista è il bene più prezioso che tu possa avere, e pensi che possa accaderti di colpo un black out». Paura legittima, ma la storia cambia a partire dalla stessa Libia. «Un amico mi era venuto incontro: i medicinali per curare l’occhio me li procurava lui; non sapevo come sdebitarmi, mi rispose che non avrei dovuto preoccuparmi e che solo quando avrei trovato lavoro avrei saldato la mia riconoscenza; dunque, il lavoro: sveglia all’alba, un anno e mezzo circa di questa vita, accudire le bestie in cambio di due panini da mangiare durante la pausa, uno al mattino, l’altro la sera; è andata così, per  tutto quel tempo…».

Foto ARTICOLO Storie 02 - 1

Passo indietro, Friday. Racconta la sua storia in Nigeria. «Lavoravo in un grande negozio, vendevo di tutto, dalle scarpe all’abbigliamento: ho fatto una buona esperienza, ho imparato le regole del commercio, anche se lavoravo per altri; il rapporto umano, le soddisfazioni, fino a quando la politica nel mio Paese cambia tutto; non circola più lo stesso danaro, la gente rischia di morire di fame: una famiglia non ce la fa più a vivere, nemmeno discretamente, si abitua anche a mangiare qualsiasi cosa una volta al giorno». Insomma, Friday perde giocoforza il posto di lavoro. «Mi hanno mandato via – dice – i proprietari dell’attività per la quale lavoravo non avevano più risorse economiche, le tasse portavano via tutto; l’unica cosa che restava da fare, andare a lavorare nei campi, con mio padre: lui, in qualche modo, faceva da garante per me, ma la storia è durata solo due anni, poi papà è morto, lasciando soli me, mia sorella e mia madre».

RESTEREI IN ITALIA, IL LAVORO NON MI SPAVENTA

Comunicazioni non del tutto interrotte. «Sento mamma e sorella quando è possibile, non sempre mi è possibile usare il cellulare; però le cose essenziali riusciamo a dircele, almeno da quando sono in Italia: quando ero in Libia, purtroppo non funzionava così, con i miei familiari era complicato e costoso sentirsi, soldi non ne vedevo, figurarsi cellulare e ricarica telefonica».

In Italia per restarci. «Sto qui da due mesi – spiega – l’italiano sto imparando a leggerlo, seguo con i miei compagni il corso di alfabetizzazione che svolgono all’interno del Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme”; quando qualcuno mi parla riesco già a capire le cose principali di un discorso; a parlarlo, l’italiano, è ancora un po’ complicato, ma comincio a provarci».

Friday prende il primo giornale che gli capita fra le mani. Legge le pubblicità, lettere in maiuscolo e caratteri robusti. E’ a buon punto. «Mi piacerebbe restare in Italia – rivela – trovarmi un lavoro qualsiasi, non ho paura: l’esperienza nel commercio, nei campi e nell’azienda nella quale accudivo animali, mi sono servite; l’impegno è il massimo: voglio imparare l’italiano e studiare, guarire al più presto l’occhio malconcio e poi trovarmi un lavoro, questo Paese sta diventando il mio sogno».

«So’ fratelli a noi…»

Intervista a Mimmo Cavallo, ospite di “Costruiamo Insieme”

Il cantautore pugliese parla del “Sud del pianeta”. Dei ragazzi ospiti del Centro di accoglienza e li coinvolge nei cori. Racconta la sua storia di emigrante. «Partii per Torino con mio padre, che tristezza leggere i cartelli “Vietato ai terroni”, affissi sui portoni, all’ingresso delle pensioni”. Sta realizzando un album. «Mi piacerebbe coinvolgerli, voglio unire tutti i dialetti, le voci del Mediterraneo».

«Mimmo, che ne diresti se un giorno ci regalassi la tua “Siamo meridionali”? Magari cantata insieme con i nostri ragazzi, in fondo, diceva Luciano De Crescenzo, ognuno di noi è sempre meridionale di qualcuno».

«Bella idea, sai che tempo fa per il video “Il Sud del pianeta” chiesi la collaborazione di ragazzi africani? Non mi dispiacerebbe, un domani, fare con loro un’altra produzione: promesso, non appena verrò da quelle parti, sarà mia cura avvisarvi per organizzarci».

Mimmo è stato di parola. Alcuni suoi video scivolano sui nostri cellulari. Li invio ai ragazzi che ho in memoria, trovano il progetto incoraggiante. Un’idea subito caldeggiata dal presidente, Nicole Sansonetti, e dal direttore generale, Maurizio Guarino.

Finalmente Cavallo arriva “giù”, lui che oggi risiede a Verbania, lago Maggiore. Un giorno per incontrare i ragazzi, distribuire le “parti”, come a teatro. I cori, non solo “Siamo meridionali!”, ma anche “Ghetto!”; poi perché non cantare “Uh, mammà”, altro successo del cantautore pugliese. Dunque, “So’ fratelli a noi! So’ fratelli a noi!”.

E’ fatta. Mimmo viene a trovarci, facciamo una lunga intervista. E’ l’occasione per parlare di meridione, di “Sud del pianeta”, per dirla con uno dei suoi testi dalla parte dei migranti. Lui che a undici anni “salì” a Torino, con papà, operaio della Fiat. Famiglia numerosa, un fratello, Antonio, che ha giocato nelle giovanili del Torino e tanti anni in serie A, fra Udinese e Pisa. Difficile trovare casa, allora: “Non si affitta ai meridionali”, dicevano i cartelli esposti davanti ai portoni e all’ingresso delle pensioni.

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MERIDIONALI, COME ME…

I meridionali, come oggi i ragazzi che fuggono dalle guerre e da governi che poco hanno di democratico, erano visti come degli invasori. Seduto, chitarra in mano, nella sede di “Costruiamo Insieme” in via Cavallotti, Mimmo è circondato da un po’ di ragazzi. Si lascia andare a una premessa. «Intanto sono contento di stare qua, con loro vicino che restituiscono a “Siamo meridionali” il senso del pezzo. Pensate, quando scrissi questa canzone nel 1980, non riflettevo solo sulla mia esperienza di emigrato a Torino, la città più meridionale d’Italia, piena di pugliesi, calabresi, siciliani; pensavo, infatti, a un Sud allargato».

Un tema che Cavallo non ha mai licenziato definitivamente. Anzi, notizia di questi giorni. L’autore di canzoni per Fiorella Mannoia, Giorgia, la grande Mia Martini, ma anche Morandi e Zucchero, sta registrando alcune canzoni in uno studio in provincia di Taranto. «Sto facendo un lavoro su tutti i dialetti meridionali e non è detto che, fra questi, non ci sia anche l’arabo; tornando al Sud allargato, dalle letture fatte in tutti questi anni, ho scoperto quanto dal 1861 il sud del mondo fosse criminalizzato: ho fatto un album, “Quando saremo fratelli uniti”, con il quale ho realizzato uno spettacolo insieme a Pino Aprile, autore di un best seller come “Terroni”».

Dunque, ancora Sud. «Voglio contrapporre a un’idea nordica quella sudista; fatta anche di amore materno, se vogliamo, considerando che per cultura siamo legati alla mamma, noi che abbiamo anche una forte identità religiosa; Aprile nei suoi libri racconta, in quanto meridionali, fossimo indigesti sui bus, a scuola, nell’assegnazione delle case porta Palazzo, un contrappasso che, oggi, con le stesse modalità stanno vivendo i neri; sono loro, in questi anni, ad occupare quelle case vicino a Palazzo Reale, un vero ghetto, una casbah: era proprio così quando arrivai a Torino».

Sfatiamo il Nord più civile. «Quando vai nella periferia di una città settentrionale, per quanto importante possa essere, ti accorgi come anche lì vivessero nella miseria: viuzze, stradine, una casbah, altro che Taranto vecchia! Poi accade che il benessere ti fanno osservare certe cose con altri occhi e il turismo, di colpo, ti fa diventare bella una città fino a pochi anni prima dimessa».

IN PRINCIPIO ERA “SIME MERIDIONALI”

Premessa doverosa, torniamo a “Siamo meridionali”. Anzi, “Sìme meridionale”. Doveva essere questo, “alla tarantina”, il titolo del primo grande successo di Mimmo Cavallo, il cantautore lizzanese che avrebbe fatto di quel brano, ribattezzato in italiano, “Siamo meridionali”, uno dei suoi maggiori successi. Due i libri a lui dedicati, “Siamo meridionali!” (con l’esclamativo) di Antonio G. D’Errico, e “Un brigante chiamato Cavallo” di Sergio Malfatti. “Sìme meridionale”, dunque. «Lo avevo pensato – ricorda Cavallo – studiato e buttato giù così, nel nostro dialetto, poi Alfredo Cerruti, direttore artistico della Cgd e fra i fondatori degli Squallor, mi convinse a rivedere il titolo e ad intervenire sull’armonia, considerando che attaccavo proprio con quell’inciso».

Andò bene. Cavallo, al debutto, aveva accettato la dritta del suo discografico. In un primo tempo il popolare cantautore si era rivolto alla RCA, etichetta che arruolava un cantautore dietro l’altro. Non era sbocciato il feeling. Mimmo riprese la sua valigiona, la riempì daccapo di beni di prima necessità e partì daccapo per il Nord, Milano. «Mai abbattersi, credevo molto in quello che facevo; non ho mai creduto, invece, alle scuole nelle quali ti promettono di farti diventare artista: la creatività, il guizzo, ce l’hai o non ce l’hai, e la canzone è un mondo affascinante, ma misterioso».

I ragazzi, ospiti del CAS di via Cavallotti, ascoltano con molta attenzione il racconto dell’artista. Sempre in Cgd, altro aneddoto. «Pezzi forti ne avevo, ma sempre Cerruti – racconta Mimmo – mi chiese se avessi una canzone d’amore: gli feci ascoltare “Ninetta”, completata nella versione in studio dalla voce della grande Mimì (Mia Martini, ndr); nei cori anche una giovane Fiorella Mannoia alla quale in seguito regalai una mia canzone: piacque subito questo aspetto romantico del mio mondo d’autore, tanto che mi invitarono in futuro a lavorare anche in questa direzione, posto che la cosiddetta protesta come aveva avuto inizio avrebbe potuto avere una fine».

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ARRIVANO SUCCESSO E TV CHE CONTA…

E, invece, no, la canzone romantica lascia spazio a un altro successo, “Uh, mammà!”. «Arriva la tv che conta, “Variety”, erede televisivo di “Odeon”: uno speciale di venti minuti, cose mai viste fino a quel momento per un esordiente; “Uh mammà!”, dunque, album e titolo fortunati; anche stavolta, però, una canzone melodica: “Anna Anna mia”, che col tempo diventerà un piccolo “cult”, piantato e germogliato spontaneamente fra decine e decine di proposte».

Quando la scrivi, non sai mai quale storia potrà avere una canzone. «C’è qualcuno – provoca Mimmo –  che sappia spiegare la dinamica di una canzone nascosta fra le pieghe di un album e che improvvisamente esplode, in qualche modo a scoppio ritardato? Faccio la spola fra Taranto e Verbania, dove risiedo: ho incontrato ragazzi in un bar del posto, qualcuno mi ha riconosciuto, a questi ho regalato una raccolta delle mie canzoni: bontà loro, sono in tante ad essere piaciute, “…ma, dicevano – e non era la prima volta che ciò accadeva – “Anna Anna mia” è bellissima, l’abbiamo imparata subito”».

Anche Carlo Massarini, “Mister Fantasy” per i musicofili televisivi, si accorge di Mimmo Cavallo. «Mi chiese – prosegue Cavallo – di realizzare un video di una canzone dall’album “Stancami stancami musica” : “Giù le mani”; scelsi Taranto, chiesi un corpo di ballo, tarantino ovviamente, e di impegnare un tratto del Ponte Punta Penna, venne fuori uno dei video più richiesti del programma; anche in quell’album c’era un brano dalla parte dei neri, “La civiltà del cotone”, corsi e ricorsi storici insomma».

QUANDO SAREMO FRATELLI UNITI

Altri album, il Festival di Sanremo, lo spettacolo “Terroni”, ispirato da Pino Aprile e l’album “Quando saremo fratelli uniti”. «Belle esperienze, ma in tutto questo andirivieni nella mia storia musicale, mi piace ricordare una grande artista che non c’è più: Mia Martini; ho scritto anche per lei, ero spesso con Mimì, c’era più di un sentimento con lei, le sono stato accanto in studio e sullo stesso palco, in tournée, fino a qualche giorno prima della sua scomparsa; un grande dolore, per me come per quanti le volevano bene, e per la musica italiana, lei sì che era una grande artista».

Canzoni per Morandi, Mia Martini si diceva, Vanoni, Mannoia, che gli aveva fatto da corista al suo debutto in studio, Giorgia, Berté, Zucchero. «Con Zucchero è stato subito feeling, la mia “Vedo nero” gli è piaciuta al primo ascolto, tanto da farne il singolo trainante di un album con i controfiocchi, “Chocabeck”; le collaborazioni: una, fra le altre, con il grande giornalista Enzo Biagi, scrissi la musica su un suo testo, “Ma che storia è questa”, sigla di un suo programma televisivo di successo».

Oltre all’intensa attività di autore, Cavallo oggi. «Sto registrando le mie nuove canzoni in uno studio in provincia di Taranto, ancora un po’ di giorni, poi tornerò ad aprile: non mi sono mai fermato un attimo, sento ancora addosso la voglia di stupirmi; fino a quando ci sarà quella, la passione per intenderci, sarò sempre qui, con la chitarra a suonare, scrivere, cantare».E anche questo album potrebbe riservare sorprese. «Stando insieme con i ragazzi – conclude Mimmi Cavallo –  mi sono balenate idee: c’è uno bravo nel free-style, gli chiederò di intervenire nell’album, ma anche nei cori; poi un video, magari con i ragazzi che sono qui, con me, stasera. Visto? Quando metti sensibilità a contatto, scocca la scintilla, qualcosa accade: è la magia del Sud!».

Mattarella, le parlamentarie

Ad una settimana esatta dal voto per l’elezione del Parlamento Italiano, ospitiamo l’analisi-riflessione di Fabrizio Casari, giornalista, sul risultato della consultazione elettorale.

Le parlamentarie di Mattarella

Scritto da Fabrizio Casari, Direttore Responsabile di “Altre Notizie”.
Lo scenario post voto consegna un quadro politico di difficile lettura. Nella ricerca più o meno affannosa di una maggioranza parlamentare, si assiste ad uno sfoggio di fantasia che s’infrange però sul muro che separa le compatibilità politiche e i numeri. Né la Lega né i 5 Stelle possono immaginare percorsi autosufficienti, il numero di seggi che mancherebbero è tale da non poter essere colmata né con la campagna acquisti per la destra, né per ipotetici transfert di parlamentari dal PD per i penta stellati.
La questione, ovviamente, è nelle mani del Quirinale, percorso obbligato previsto dalle procedure costituzionali. Le ormai prossime consultazioni non potranno però, almeno al primo giro, che ribadire il quadro esistente: generica teoriche disponibilità e concreto esercizio di veti incrociati.
Il che è perfettamente logico, se parliamo di formazione di un governo di legislatura, dal momento che sotto il profilo dell’orientamento politico non sono assemblabili partiti che, per storia, programmi e prospettive, indicano cammini diversi. Sebbene infatti analisti analfabeti parlino di maggioranza parlamentare di euroscettici, la richiesta di un modello di Europa diversa che esprimono i 5 Stelle, non può essere assimilata con il sovranismo antieuropeo dai tratti razzista della Lega e della sua ruota di scorta, ovvero Fratelli d’Italia. Ancor meno fattibile appare un’alleanza con il centrosinistra da parte dei penta stellati, vuoi per il veto di Renzi, vuoi perché nemmeno in questo caso i rispettivi programmi politici potrebbero trovare una minima amalgama.
Ma proprio perché le maggioranze si formano in Parlamento, Mattarella dispone di armi efficaci. In assenza di un accordo politico per governare, il Capo dello Stato potrebbe mettere sul tavolo una proposta secca: la soluzione politica dell’empasse può essere risolta solo con un ritorno al voto. Affinché questo abbia senso, va cambiata la legge elettorale, eredità velenosa del renzismo concepita per ritagliarsi un ruolo determinante nell’accordo con Forza Italia in vista della debacle politico-elettorale.
Dunque, potrebbe proporre Mattarella, si deve trovare un accordo che faccia nascere un governo di scopo, che gestisca l’ordinaria amministrazione mentre il Parlamento vota una nuova legge elettorale che cancelli il mostriciattolo vigente. In assenza di accordo su questo, vista l’impossibilità di raggiungere un’intesa che dia i natali al nuovo governo, il Quirinale può proporre un governo tecnico con le finalità appena descritte. Se questo non trovasse il consenso necessario, il decreto di scioglimento delle Camere sarebbe inevitabile e si tornerebbe al voto, anche con questo sistema elettorale.
A questo punto ogni forza politica dovrebbe farsi due conti. Intanto proprio perché le maggioranze si formano in Parlamento, sarà bene tener conto del fatto che i parlamentari appena eletti, di slancio o ripescati, non hanno comprensibilmente nessuna intenzione di tornare a casa per poi magari, non tutti, forse, ricominciare un’altra campagna elettorale. Costo della stessa e fatica necessaria non sono uno stimolo in questa direzione. Non sarebbero forse sufficienti ma nemmeno pochi i cosiddetti “responsabili”.

Il domenicale Articolo - 1Dunque, un eventuale No da parte dei partiti farà bene a misurare questa incognita, che ha il suo peso sebbene non sia sbocco certo. L’accordo politico non è comunque privo di rischi. Il Movimento 5 Stelle sta operando con intelligenza politica. Dichiara una disponibilità al confronto per misurare i termini di una possibile intesa assolvendo così ad un compito istituzionalmente responsabile. Allo stesso tempo, però, ricorda che non partecipa ad aste, perché questo snaturerebbe il suo cammino e le ricadute negative in chiave elettorale non tarderebbero ad arrivare.
Di Maio ha vinto perché gli italiani che non ne possono più di veder trasformare la propria esistenza in un calvario senza fine hanno deciso di fidarsi di un progetto nuovo. Che, pur con le sue contraddizioni e approssimazioni, appare se non altro una rottura con il sistema che ha portato l’Italia alle condizioni socioeconomiche di circa cinquant’anni fa. E’ un urlo quel voto e rende sordi quelli che non vogliono ascoltarlo. Quel che è certo è che una dimostrazione di responsabilità istituzionale, unita ad una altrettanta fermezza su termini e tempi stretti dell’operazione, in un eventuale ritorno alle urne porterebbe i suoi consensi ancora più in alto.
La Lega, dal canto suo, è ben consapevole di aver raggiunto il risultato massimo e, per questo, proverà in ogni modo a capitalizzare. Ma per accettare di mettere a disposizione i suoi voti per un governo senza Salvini dovrebbe avere la ferrea certezza di chiudere l’operazione in tempi brevi, tre mesi al massimo. Altrimenti preferirà far finta di conservare la sua “purezza” e tirarsi indietro dall’operazione chiedendo il voto. In fondo, non è detto che tornare alle urne a breve risulti un handicap: la probabile uscita di scena di Berlusconi nella prossima consultazione potrebbe ulteriormente premiare Salvini.
Quanto al PD, il suo cupio dissolvi non consente rotture al suo interno. Il dominio assoluto di Renzi sui parlamentari appena eletti e sugli organi dirigenti del partito, esclude ogni ipotesi di ragionamento sulle prospettive politiche e pone la questione sul piano inclinato di un gruppo di potere che vede nella vendetta contro tutti la sua ragione comune.
Ma non è affatto detto che il PD sia contrario ad un governo tecnico, dal momento che la banda toscana che lo guida ha bisogno di alcuni mesi per costruire il nuovo soggetto politico-personale che Renzi accarezza. Si può ritenere che sogni Macron e si ritroverà Segni, ma è pur vero che l’unica certezza che alberga nel PD è che un eventuale ritorno alle urne a breve, con ancora Renzi e i suoi scherani alla guida, comporterebbe l’estinzione elettorale.
Liberi e Uguali, che ha l’ossequio alle istituzioni nel suo DNA, non risparmierebbe cero i suoi voti al governo tecnico; anche loro hanno bisogno di tempo per elaborare la scelta tra sciogliersi o resistere.
Prima tappa, per misurare l’efficacia dell’azione del Quirinale, il 23 Marzo, quando Camera e Senato dovranno votare i rispettivi presidenti. Lì si misurerà l’esatta praticabilità di un accordo che porti a un governo di scopo, oppure la distanza che separa dalla data del nuovo voto.