«Sindaca, qui si esagera…»

Il primo cittadino di Monfalcone dichiara “guerra” alle donne musulmane

«Il comportamento degli stranieri musulmani che entrano abitualmente in acqua con i loro vestiti è inaccettabile», scrive nel suo documento. Risponde una sociologa: «La sindaca dice addirittura che sarebbe una questione di igiene andare al mare in costume: quindi vuol dire che le donne musulmane sono sporche? Questo è razzismo. Eccoci quindi ancora allo stereotipo dello straniero cattivo, brutto e sporco» 

 

Le donne musulmane al mare, vestite con abiti tradizionali piuttosto che in costume da bagno, non sono gradite alla sindaca di Monfalcone, Anna Maria Cisint. La “prima cittadina” del comune a breve distanza da Gorizia, pare sia intransigente. Secondo un intervento rivolto attraverso gli organi di informazione, il fatto che donne musulmane facciano il bagno nei lidi di Monfalcone non sarebbe in perfetta sintonia con “usi e costumi” locali.

Diciamo che la signora Cisint, forse, ha un po’ esagerato. Ci mettiamo anche di mezzo il lavoro di cronisti e giornalisti che l’estate, caldo a parte, non hanno lo stesso numero di argomenti leggeri ma di interesse generale con i quali aprire un giornale o un sito.

Si sa, l’estate i giornali più sfogliati – dire “letti” sarebbe un’offesa a chi ne fa una scorta o li adocchia dal parrucchiere – sono le riviste di gossip; uno strappo ai settimanali dalla grande tradizione e poi, i cruciverba a go-go, a cominciare dalla Settimana enigmistica, fra tutti – ma non vuole essere uno spot pubblicitario – il più sano di tutti e senza un briciolo di pubblicità.

Dunque, la sindaca chiama, l’opinione pubblica risponde. La Giunta di Monfalcone sostiene la massima espressione cittadina, il resto pone l’argomento al centro del dibattito. Di più, uno dei giornali più attenti e risoluti, “Donna Moderna”, va a fondo. Tanto che una delle sue redattrici, Barbara Rachetti, in un articolo pubblicato da “Donna Moderna News”, riprende e sostiene le riflessioni Sumaya Abdel Qader, una delle fondatrici dei Giovani Musulmani d’Italia, sociologa e ricercatrice, mamma di tre figli, speaker e scrittrice (“Quello che abbiamo in testa” il suo ultimo titolo in libreria).

 

 

SINDACA “SCONCERTATA”

Nel documento a firma di Anna Maria Cisint e raccolto dalle agenzie, fra queste l’AGI, leggiamo che «il comportamento degli stranieri musulmani che entrano abitualmente in acqua con i loro vestiti sarebbe inaccettabile: una pratica che sta determinando sconcerto nei tanti bagnanti e in coloro che affollano le spiagge di Marina Julia e Marina Nova e che crea insopportabili conseguenze dal punto di vista della salvaguardia del decoro di questi luoghi, apprezzati per la cura, l’attenzione e la pulizia che li caratterizzano».

E già qui, la sindaca dovrebbe spiegarci dove risiede il decoro in quanto non esisterebbe qualcosa corrispondente al “bon ton” licenziato a suo tempo da Lina Sotis. Vanno bene i due pezzi, il pezzo singolo, i bikini per le donne, gli slip o i pantaloncini per i maschietti desiderosi di mostrare i progressi della dieta primaverile? Fosse il contrario, forse, e sottolineiamo tanto così il “forse”, potremmo essere d’accordo: in spiaggia da un po’ osserviamo costumi da bagno che non sono proprio in linea con il decoro: uomini e donne, maschietti e femminucce, nonostante il numero elevato di bambini fra ombrelloni, battigie e acqua, indossano fili interdentali. Magari, quello fa più decoro di una donna con “vestiti musulmani”. 

La Cisint promuove, e noi condividiamo, che «la spiaggia di Marina Julia in questi anni è diventata uno degli arenili più apprezzati della regione». Subito dopo la perdiamo dalle mani, scrive cose francamente indifendibili. State a sentire: «chi viene da realtà diverse dalla nostra ha l’obbligo di rispettare le regole e i costumi che vigono nel contesto italiano e locale. Non possono essere accettate forme di “islamizzazione” del nostro territorio, che estendono pratiche di dubbia valenza dal punto di vista del decoro e dell’igiene, generando il capovolgimento di ogni regola di convivenza sociale». Islamizzazione, pratiche di dubbia valenza, decoro, igiene, capovolgimento delle regole? Sindaca, nonostante il massimo impegno – ma sarà un nostro limite – non la seguiamo più.

 

 

DICASI “COSTUME DA BAGNO”

Siccome abbiamo il senso del rispetto, riportiamo anche il resto del suo intervento. Ne ha facoltà. «Per le evidenti ragioni di rispetto del decoro richiesto nei comportamenti di chi si reca in questi luoghi – conclude la sindaca – ritengo la pratica di accedere sull’arenile e in acqua con abbigliamenti diversi dai costumi da bagno debba cessare e intendo applicare questi principi con un apposito provvedimento a tutela dell’interesse generale della città e dei nostri concittadini».

Abbigliamenti diversi dai “costumi da bagno”. Ma lo sa che la definizione di costume da bagno, definito anche “vestiario acquatico”, consiste nella seguente spiegazione? Dunque, “Dicasi “costume da bagno”, un particolare capo d’abbigliamento, solitamente indossato per nuotare o per praticare degli sport acquatici: in commercio ne esistono numerosi modelli che differiscono anche in base al sesso e all’età della persona che li indossa”. Altre indicazioni, sulle dimensioni, sui centimetri o metri di stoffa da utilizzare, non sono riportati. Dunque? Riparliamone. Ma non prima di aver ospitato due battute raccolte da Barbara Rachetti, in un articolo pubblicato da “Donna Moderna News”. Si tratta, si diceva, delle  riflessioni Sumaya Abdel Qader, una delle fondatrici dei Giovani Musulmani d’Italia, sociologa e ricercatrice.

Ma davvero stare vestite al mare è una questione di decoro? «Che regola lo dice? Chi lo decide? E si può imporre alle donne di spogliarsi? Sarebbe lo stesso che imporre loro di vestirsi», l’opinione di Sumaya Abdel Qader.

 

 

SALVAGUARDIA DELLA LIBERTA’ FEMMINILE?

«La sindaca ha dichiarato – riprende la sociologa – che il suo provvedimento sarebbe a salvaguardia della libertà femminile, ma su che basi sostiene che le donne musulmane in Italia sarebbero segregate? E poi attenzione: le scollature e gli abiti cortissimi secondo l’Occidente sono espressione di libertà, ma possono esserlo come possono essere sessualizzazione e oggettificazione del corpo femminile. Quando parliamo di libertà, perché si cerca di imporre sempre la visione occidentale?».

E poi. «Nella maggior parte del mondo donne e uomini vanno al mare vestiti. In Australia si vedono sempre più maniche lunghe per proteggersi dal sole, ma anche in America molte donne scelgono di non esibirsi. In Cina nessuna usa il costume, addirittura le donne asiatiche si coprono il viso con la “facekini”, una maschera anti sole per tutelare la chiarezza della pelle. Eppure nessuno dice niente. Invece le donne musulmane darebbero fastidio».

Vestiti al mare minaccerebbe l’igiene. «La sindaca dice addirittura che sarebbe una questione di igiene andare al mare in costume: quindi vuol dire che le donne musulmane sono sporche? Questo è razzismo. Eccoci quindi ancora allo stereotipo dello straniero cattivo, brutto e sporco». 

«Oggi anche in Italia moltissime ragazze musulmane – conclude Sumaya Abdel Qader – studiano e si laureano: abbiamo chirurghe, primarie ospedaliere, ingegnere, psichiatre. E poi più dei coetanei maschi, si candidano in politica, proprio per cambiare la realtà. Molti centri e gruppi soprattutto di giovani si stanno occupando di lottare contro la segregazione femminile».

«Io, cameriere per caso…»

Giuseppe Cederna, attore da Oscar

«Organizzo i miei impegni professionali e mi ritaglio uno spazio da dedicare alla Grecia», confessa uno dei protagonisti di “Mediterraneo”. «Non lo faccio di mestiere: qualche mese l’anno vivo qui con la mia compagna: lei sta in cucina, io fra i tavoli a dare una mano ai titolari…»

 

E’ l’attore che molti vorrebbero per amico. Importante, se registi come Scola, Salvatores e Soldini lo hanno chiamato più volte a recitare nei film da loro diretti. Giuseppe Cederna, comprimario in film come “Marrakesh Express” e “Mediterraneo”, è uno che non passa inosservato. Come il suo talento. Piccolo, una virgola al posto del naso, lo vedi, intuisci che c’è stoffa. Per come si muove, gesticola e cammina, come calibra, rispetta i tempi, non fagocita quei pochi istanti che potrebbe soffiare sul set ai suoi colleghi. Anche per questo, Cederna per amico.

E, allora, perché parlare di uno dei caratteristi del cinema italiano più validi, uno dei migliori attori di teatro in circolazione. Semplice. Perché nel modo in cui si fa informazione per un “like” o una visualizzazione in più, c’è chi butta lì un titolo che faccia da attrattore. Non importa che l’articolo sfiori l’argomento sparato a quattro colonne, tanto poi i lettori intuiranno nel corpo del pezzo che sei, più o meno, su “Scherzi a parte”. E che, veniamo alla boutade. Giuseppe Cederna in Grecia, affascinato dalla bellezza di quei posti, fa il cameriere. Ha scelto un’isola come nel capolavoro da Oscar “Mediterraneo”. Certo, un pizzico di notizia c’è. Il collega che si gioca una sorta di scoop, fa bene il suo mestiere. Un po’ meno quanti riprendono la notizia e le danno un taglio per fare sensazione.

 

 

FRA I TAVOLI PER CASO…

Allora, proviamo a mettere un po’ le cose a posto. Fra quanti si sono occupati di intervistare o scrivere di Cederna in tempi recenti, i giornalisti Alessio Di Sauro (Corriere della sera), Tiziana Platzer e Alberto Sogliani (La Stampa), Stefania Rocco (Fanpage.it), Francesco Bettin (Olimpia in scena, Sipario). Ognuno con un taglio diverso. Una “breve” per un sito, qualcosa di più romanzato per il giornale. Chi si è impossessato della notizia per farne dieci, toh, venti righe, ha utilizzato un’altra modalità: da attore a cameriere, per farla breve. Tout court, come direbbero o scriverebbero quelli bravi. Invece, per amore di giustizia, fare i complimenti ai colleghi che ci hanno preceduti raccontando un divertente episodio della vita di un attore, ma per sconfessare quanti hanno provato compiere un’altra narrazione, ecco cosa è accaduto all’attore di “Maschi contro femmine”, “Hammamet” e “Il viaggio di Capitan Fracassa”.

Karpathos, isoletta nel mar Egeo. Un gruppo di turisti entra in un localino, un’accogliente taverna. Sembra non esserci nessuno, poi improvvisamente spunta un uomo, una faccia che riconosceresti fra mille, anche se rispetto a quei film che passano in tv non sappiamo nemmeno quante volte, l’espressione è più vissuta. E’ lui, Cederna.

«Sono proprio io – racconta l’attore a quei turisti si stanno domandando “questo viso non mi è nuovo” –  uno degli attori di “Mediterraneo”: non faccio il cameriere di mestiere, ma qualche mese all’anno vivo qui con la mia compagna: lei dà una mano alla titolare in cucina, io faccio da cameriere con suo marito e poi, insieme, lavoriamo in campagna».

 

 

«LEI? MA CHE CI FA QUA?»

Non fa in tempo ad arrivare la domanda di quella gente che ha fatto pit-stop proprio in quella tavernetta. «Durante la prima ondata di Covid mi trovavo qui – racconta – è stato allora che io e la mia compagna abbiamo stabilito questa amicizia con la gente del luogo e in particolare con i gestori della taverna: proprio come accade in “Mediterraneo”, il soldato Farina saluta il reggimento e sceglie l’Isola; ogni tanto torniamo e stiamo qui per qualche settimana lontano da tutto…».

«All’inizio, qui, venivo da ospite – ha raccontato Cederna al Corriere della sera – poi siamo diventati di famiglia e, si sa, quando si è di famiglia, si lavora lavora: mai venuto da turista; nel tempo, ho imparato a fare il contadino: taglio il grano, raccolgo pomodori, zucchine. Sto con i miei amici. Prima ci hanno accolti, oggi ci consideriamo adottati: mi ritengo un uomo fortunato, ho due famiglie nel mondo».

Infine, come concilia il lavoro di attore con quello di cameriere “alla pari”. «Organizzo i miei impegni professionali per avere la possibilità di ritagliarmi una finestra da dedicare alla Grecia: non meno di un mese all’anno; organizzo e sposto tutti i miei impegni cinematografici e teatrali per ricavare questa finestra; per me venire qui è una necessità quasi fisica, ormai non riesco a farne a meno».

Taranto, la città più calda!

Un primato del quale la Città dei Due mari avrebbe fatto volentieri a meno

Puglia, prima per ondate di calore. “Caronte” si fa sentire con la medesima forza anche nel Lazio. Comunicato diramato dalla Protezione civile. Evitare di esporsi al sole, usare cappello, bere spesso, evitare attività fisica intensa nelle ore più insidiose della giornata

 

Taranto, con temperature superiori ai 40 gradi è una delle città più “bollenti” d’Italia. Certo, non è uno di quei primati di cui andar fieri, ma questo dice la colonnina di mercurio che in questi giorni sta facendo registrare temperature mai viste, meglio, mai avvertite. E’ un’estate rovente quella che si avverte lungo tutta la Penisola, ma con particolare interesse in Puglia: temperature elevate e clima afoso e umido la stanno facendo da padrona in questi ultimi giorni.

L’ondata di fuoco abbattutasi sull’Italia e in particolare sulla Puglia sarebbe causata dall’anticiclone Caronte. Molto attenta nella sua attività, la Protezione Civile della Regione Puglia comunica costantemente lo stato di allerta a causa delle ondate di calore, caratterizzate da tassi elevati di umidità, forte irraggiamento solare e assenza di ventilazione: Queste condizioni meteorologiche possono costituire serio pericolo per la popolazione, avverte la Protezione Civile pugliese, specificando che il rischio maggiore riguarda anziani e bambini. Nei giorni scorsi, è bene ricordarlo, due anziani hanno perso la vita per un malore dovuto al caldo mentre si trovavano sulle nostre spiagge.

 

 

PROTEZIONE CIVILE…

Sempre in uno dei comunicati diramati dalla Protezione Civile, si ricorda che «è bene evitare di esporsi al caldo e al sole diretto nelle ore più calde della giornata (tra le 11.00 e le 18.00) e preferibile trascorrere le ore più calde in un luogo climatizzato, indossando indumenti leggeri». Altrettanto importante è «usare cappello e occhiali da sole, bere spesso, evitare attività fisica intensa nelle ore più calde della giornata, non mettersi in viaggio nella fascia 11.00-18.00 se l’auto non dispone di climatizzatore e assolutamente non lasciare anziani, bambini, persone non autosufficienti o animali in macchina, nemmeno per pochi minuti».

La grande afa si sta facendo sentire soprattutto in Puglia. Ed è proprio Taranto, sino ad ora, con un termometro che sfiora i 40 gradi, la città che registra la temperatura più calda della Puglia. A seguire: Bari con 34 gradi, Foggia e Lecce con 33 gradi e Brindisi con 32. Le temperature sono state registrate alle ore 11.00 dal Servizio meteorologico dell’Aeronautica Militare di Gioia del Colle. Secondo gli esperti dell’Aeronautica Militare, oggi l’aria sarebbe più fresca rispetto alla giornata di ieri, con temperature in diminuzione, grazie anche ai venti, che da moderati si stanno rinforzando.

La tempesta di calore, detta “hot storm”, riporta l’agenzia Adnkronos, si candida a diventare un’ondata storica: fino a mercoledì 19 luglio il caldo aumenterà e, con l’elevatissimo tasso di umidità, si raggiungeranno temperature eccezionali.

Ma, attenzione, se di giorno il clima è rovente, di notte non ci saranno affatto miglioramenti: l’afa, infatti, peggiorerà la situazione, le temperature non scenderanno mai sotto i 20-24°C e nelle città più grandi le temperature potrebbero non scendere sotto i 30 gradi fino a quasi mezzanotte.

 

 

E BOLLINO ROSSO

Attenti al bollino rosso. Questo segnala l’allerta caldo più alta tra i 3 livelli con rischi per la salute non solo di anziani, bambini e fragili. Di giorno e all’ombra si potranno toccare i 38-39 gradi in Valle Padana come nel Centro Italia. Il Lazio toccherà punte di 42-43 gradi, con particolare riferimento alla capitale. Il caldo interesserà anche le isole e, si diceva, la Puglia, dove le temperature potrebbero sfiorare anche i 45 gradi. In Sardegna picchi fino a 47 gradi, mentre in Sicilia si registreranno temperature fino ai 45 gradi.

A proposito della Sicilia, i 48,8 gradi registrati nell’isola nell’agosto di due anni fa, rappresentano finora un record, quello europeo, del quale avremmo volentieri fatto a meno. Lo segnala l’Organizzazione meteorologica mondiale, che ipotizza come “a partire dai prossimi giorni questo record possa essere battuto con l’intensificarsi dell’ondata di caldo”.

L’anticiclone africano, intanto, infiamma buona parte dell’Europa. La Grecia fa i conti con temperature altissime e con il rischio incendi, che spaventa anche la Croazia. La Spagna convive con la terza ondata di calore: il Servizio meteorologico nazionale ha dichiarato lo stato dall’allarme. La seconda ondata di caldo, con temperature fino a 45 gradi, si era conclusa giovedì scorso, mentre la terza dovrebbe durare fino a oggi. A Madrid si sono registrati 39 gradi all’ombra e le temperature record – che nei giorni scorsi avevano interessato in particolare Andalusia ed alcune zone della Catalogna e dell’Andalusia – si estenderanno fino a Maiorca. Leggiamo, ancora, che il termometro schizza in alto anche fuori dall’Europa: la Cina registra la temperatura di 52,2 gradi nello Xinjiang; negli Stati Uniti, in California, nella Valle della Morte si sono sfiorati nella giornata di domenica scorsa ben 52 gradi.

Consigli per tutti. Non uscite di casa, se non strettamente necessario. Quello che stiamo avvertendo in questi giorni è un caldo che non perdona.

Taranto, amore a prima vista

Trecento crocieristi al giorno, bella media

Arrivano dall’Europa e non solo. L’industria è alle nostre spalle. Manca ancora qualcosina, ma la strada è quella giusta. Città vecchia e Museo Martà, Castello aragonese e Cattedrale, gli attrattori. Passi da gigante, ma con un colpo di reni…

 

Trecento crocieristi al giorno, una bella media. Mai vista una cosa simile. Lo dice un tassista del centro, piazza Ebalia il suo quartier generale, che conferma davanti a un caffè una tendenza sotto gli occhi di tutti: Taranto è diventata una delle tappe più visitate del Mediterraneo. Manca ancora qualcosa, ma la strada sarebbe quella giusta.

Non mancano le foto, scattate con il cellulare, ma anche con macchine fotografiche professionali. Taranto, amore al primo clic, verrebbe da dire. E, nonostante il caldo canicolare, il mare non è più la sola offerta. La città, i commercianti per quanto possibile, lavorano per farsi una buona reputazione, con l’aiuto di operatori, imprenditori, degli stessi residenti.

Cresce, dunque, la presenza turistica rispetto a un recente passato. Taranto, insomma, fa registrare un considerevole scatto in avanti. Dovessimo fare il classico capello in quattro, fare i pignoli, bene, alla nostra città manca il guizzo risolutivo. Quanto potrebbe renderla competitiva in confronto di realtà più collaudate. Questa città ha le bellezze, ma oggi anche la convinzione di giocarsi le sue carte nella partita del turismo. Deve guadagnare in appeal, in richiamo, come a dire servizi, posti-letto, fantasia low-cost. La strada giusta è, forse, aver creduto negli ultimi anni a provare a rappresentare una forte alternativa all’industria. Buona la base di partenza, che però invoca – senza tanti giri di parole – sostegno dalle istituzioni.

 

 

PASSO IN AVANTI

Per contro c’è da dire che negli ultimi anni sono cambiate le strategie. Ogni sera, mediamente, c’è un attrattore. Che sia un concerto classico piuttosto che pop, dal nome di richiamo alla coverband. Ma anche eventi di altra natura: animazione, artisti di strada, percorsi gastronomici, esibizioni musicali. Purché, queste ultime, non siano cose dal sapore neomelodico a vantaggio di un pubblico pizza, birra e rifiuti abbandonati al primo angolo utile.

Castello, Città vecchia, Cattedrale, MarTa, ipogei, porto turistico, escursioni con vista-delfini, sono alcuni fiori all’occhiello di una Taranto in ripresa. Insomma, il bicchiere mezzo pieno. Manca qualcosa. Una più solida offerta digitale. Accendere il pc e trovarsi di fronte un social, qualcosa che appena digiti “Taranto” dia un impatto inequivocabile. C’è chi già lo fa e, a questi, va la nostra infinita riconoscenza. Ma non basta. Il nome della città, nonostante l’impegno chi prova a ridisegnare Taranto, viene associato al peso dell’industria che in questi anni ha giocato contro. Cliccare sulla Città dei Due mari dovrebbe invece significare: scenario mozzafiato, bellezze gastronomia, professionalità e ospitalità. Come guardare una città con addosso sempre l’abito giusto. Sobrio al mattino e in estate, più elegante per la sera e i mesi meno caldi.

 

 

E DALL’ESTERO…

«Chi viene dall’estero – conferma un tecnico del turismo – prima di imbarcarsi in un’avventura, compie una prima visita ai siti; i social più interpellati: google, facebook e trip advisor; ed è su questo che, credo, si debba lavorare; potenziare i nostri credits perché Taranto e l’intero territorio diventino appetibili al primo clic; le previsioni, oggi, sono sempre più incoraggianti, il richiamo equivale a gastronomia, bellezze, cultura; periodo nel quale si sceglie la qualità, tasto sul quale insistere per costruirci una buona reputazione».

Cronaca di una inversione di tendenza. E di numeri che incoraggiano a ben sperare. «Gli italiani hanno scelto l’Italia, molti di questi il nostro Sud; stavolta a discapito di mete come Turchia, Egitto e Grecia; per mille motivi, e l’aspetto economico non lo metterei al primo posto, la scelta è ragionata: spendere bene per viaggiare bene; tante volte il “gratis” o il “basso costo” non paga, il turista chiede di spendere il giusto: non vuole imbattersi in un imbroglione».

In questo rilancio hanno un ruolo importante le guide turistiche. «Anello di congiunzione con il territorio – spiegano da Confcommercio – nella nostra attività quotidiana registriamo molti suggerimenti, che metterne in agenda la metà e a realizzarli ci darebbe quello scatto di reni utile a farci compiere il tanto desiderato salto di qualità: in estate il mare al primo posto, ma si privilegia la qualità, di solito bellezza, cultura e gastronomia».

 

 

QUANTI TURISTI!

Tanti i turisti in circolazione. Detto dei tedeschi, altri gruppi stranieri hanno popolato le strade cittadine. Mete principali, il Castello aragonese e gli “stretti” della Città vecchia. Ma non solo, ieri anche gruppi di turisti provenienti da Oltremanica, hanno pranzato e cenato in diversi ristoranti cittadini. Passo diverso, gli inglesi – proprio perché “inglesi” – manifestano un modo più distaccato, ugualmente affascinato, critico anziché no, rispetto agli altri turisti stranieri. Fra i visitatori, anche qualcuno arrivato dalle “Highlands”, le Terre alte della Scozia: chi l’ha detto che gli scozzesi, in fatto di spese, sono avveduti quanto i nostri genovesi?

Antiche convinzioni, leggende. Inglesi, irlandesi e scozzesi mettono mano al portafogli e si lasciano affascinare dal sapore della cucina locale, con una sola eccezione nelle bevande: la birra. Una “bionda” scelta fra le tante opzioni, per il resto spaghetti e vongole, aragoste e scampi, di tutto e di più. Anche pizza. La birra, però, ha il dono di unire sotto lo stesso tetto di ristoranti e trattorie, dalla Città vecchia al Borgo nuovo, turisti provenienti da ogni parte d’Europa.

Tedeschi e inglesi, si diceva. Ma anche francesi e spagnoli. Questi ultimi, confermano i ristoratori tarantini, rappresentano la vera new entry della stagione. Se ne sono accorti un po’ tutti, a partire dalle prime settimane di maggio. Quando il primo caldo ha cominciato a invogliare chiunque volesse viaggiare, a spingersi nelle località turistiche e di mare.

«Che anni quegli anni!»

Gino Castaldo, “Il cielo bruciava di stelle”, racconta la canzone d’autore

Dal rapimento di De André e Dori Ghezzi al tour “Banana Republic”. Battiato e un milione di copie vendute. Pino Daniele, Napoli ed Eduardo. Per non parlare di un “rapimento” per due giorni di Guccini. «Una cosa che ha dell’incredibile: oggi una cosa così non la penseresti nemmeno», racconta l’autore del libro

 

Quanti ricordi, almeno dal ’79 all’81. Ma anche qualche tempo dopo. E’ un periodo di grande successo per la canzone d’autore italiana che di colpo diventa anche popolare. La cantano tutti, tanto che gli organizzatori e le amministrazioni comunali aprono gli stadi, i campi sportivi, ai concerti. Gli spettatori sono nell’ordine delle migliaia, ogni evento richiama “la folla delle grandi occasioni a prezzi stracciati”. Cinquemila, diecimila, perfino cinquantamila, come capiterà alla coppia Dalla-De Gregori a Napoli in una delle tappe del tour “Banana Republic”.

Di questo e tanto altro scrive Gino Castaldo nel libro “Il cielo bruciava di stelle” (Mondadori). In Puglia, ma a Taranto in particolare, in quel periodo preciso diventa l’ombelico del rock e non solo. Oltre ai citati Dalla e De Gregori, qui fanno tappa anche Pino Daniele e Franco Battiato, Venditti e il primo Vasco, che nel tempo eleggerà Castellaneta Marina il suo “buen retiro”.

Castaldo, critico musicale, scrittore, una vita a recensire per Repubblica. Inventore del settimanale “Musica” insieme ad Ernesto Assante e ad una redazione brillante, è anche una delle voci più autorevoli dei palinsesti Rai, e non solo prima, durante e dopo Sanremo.

Castaldo, uno che fa invidia, andato a cena con i Led Zeppelin.

«Mi era passato di mente come tante altre cose: se mi chiedeste di un tour americano di Dalla, seguito personalmente, non saprei mettere mano ad un solo aneddoto; per fortuna conservo tutto e con l’ausilio di audiocassette, interviste e trasmissioni televisive, da “Odeon” a “Mister Fantasy”, ho ricostruito quei due, tre anni irripetibili per raccontarli in occasione delle rassegne in cui è possibile mostrare e spiegare il mio ultimo libro».

Castaldo, due volte a Taranto, prima allo Yachting Club di San Vito, successivamente in occasione del Cinzella Festival, ospite del complesso turistico Mon Reve, due passi da Taranto. Parla di un racconto lungo trecentotrenta pagine. Le parole accompagnate da proiezioni e musica, quella dei protagonisti di una stagione storica, fra l’agosto del ’79 e il settembre dell’81.

 

 

Dal rapimento De André-Ghezzi alla pubblicazione de “La voce del padrone”, primo album da un milione di copie vendute.

«La storia del cantautorato italiano non comincia proprio con quell’episodio terrificante; sono, però, gli anni in cui le migliori canzoni italiane, da “Come è profondo il mare” a “Napule è”, da “Albachiara” a “Centro di gravità permanente”, diventano le canzoni di tutti, le più cantate, le più amate, un vero miracolo artistico; irripetibile, lo abbiamo scoperto dopo, perché un momento così significativo non si è più ripetuto; Dalla, De Gregori, Daniele, Battiato, le loro, assieme a quelle di De André, Guccini e Battisti, erano le canzoni più cantate: rappresentavano un sentimento collettivo; insomma, in quegli anni accadde qualcosa di meraviglioso».

Difficile che torni con la stessa cifra musicale e poetica.

«Viviamo di cicli, non voglio essere pessimista, ma quella roba, oggi, non c’è più; confido, però, in qualcosa di diverso: le cose non finiscono mai, rinascono sotto altre forme, troveremo la bellezza dove magari non ce l’aspettiamo: non sarà come quella, ma…».

Il libro comincia con quel doloroso fatto di cronaca.

«Un momento rappresentativo di quel periodo: il rapimento di Fabrizio De André e Dori Ghezzi, qualcosa di sconvolgente; uno se ne dimentica, ma accadde qualcosa di inimmaginabile: un artista, oggetto di un rapimento; in realtà non cercavano i suoi soldi, ma quelli del padre, che pagò il riscatto; una scossa che racconta un periodo di lacerazioni e contrasti. Quel momento così buio coincise proprio con la partenza di Dalla e De Gregori con “Banana Republic”, un tour che segna il momento della rinascita».

 

 

Dalla e De Gregori, una grande amicizia che nasconde un retroscena.

«Giorgio Bocca, una delle più grandi firme del giornalismo italiano, si incuriosì di un genere che veniva considerato un prodotto basso rispetto alla cultura; da quel suo incontro con Dalla venne fuori un match elettrizzante pubblicato da “l’Espresso”: Lucio se la cavò bene, Bocca riportò tutto con grande onestà. De Gregori ce l’aveva con “L’Espresso” per aver pubblicato in copertina la foto del cadavere martoriato di Pierpaolo Pasolini: non condivise l’apertura del “socio” al settimanale, tanto che ci volle qualche giorno perché Francesco digerisse la cosa».

E poi c’è Pino Daniele, uno che manifesta le voci di dentro e di fuori, una cultura che pesca non solo da Eduardo.

«Pino era meno calcolatore di altri, la sua era musica, musica, musica; la sua grandezza fu il compiere un’ulteriore magia, fare cioè sintesi; nella sua musica c’era tutto: da Eduardo alla nuova canzone napoletana che stava nascendo in quegli anni, Bennato e Napoli Centrale, il Sorrenti di “Come un vecchio incensiere”, tutto questo sembrava racchiuso in una sola personalità forte: la sua».

Fra gli altri artisti, anche Guccini e una “due giorni” che però ricorda come se fosse ieri.

«Fummo benevolmente sequestrati; raccontarla ha dell’incredibile: Guccini, all’epoca già famoso, accettò la sfida di quei ragazzi; “Invece di parlare di rivoluzione, Francesco, vieni a vedere come viviamo!”. Oggi una cosa così non la penseresti nemmeno».

Anche le disavventure, come le canzoni, insegnano sempre qualcosa.

«Quando De André fu rilasciato gli chiesero se il suo legame con la Sardegna dal rapimento in poi fosse cambiato: Fabrizio rispose che il suo rapporto con l’Isola era sempre saldo, perdonò i suoi rapitori – per giunta, confessò che erano fan di Guccini – e considerò quella vicenda da grande uomo qual era: “E’ stata solo un’interruzione di felicità”».