Islam e Cattolicesimo più vicini

Veglia multiconfessionale a Taranto. Insieme sullo stesso altare, don Carmine Agresta, parroco di S. Antonio, e Hassen Chiha, imam di una moschea cittadina. Si parla di Vangelo. E di Corano. «Il Libro è uno solo e all’interno di esso, Dio, il nostro Allah, predica solo pace e amore».

Copertina-tre-religioni-articolo-04Un incontro fra due fedi, due religioni apparentemente lontane, ma vicine. Più di quanto pensi qualcuno, perché c’è ancora quel qualcuno che non ha le idee chiare su Islam e Cattolicesimo. Di questo e altro si è parlato, pregato martedì 19 dicembre alle 20.00 nella chiesa di S. Antonio, in una veglia multiconfessionale fra fedeli di religione cattolica e islamica. Promotore dell’incontro, don Carmine Agresta, parroco della chiesa S. Antonio. Suo ospite, Hassen Chiha, uno dei più giovani e preparati imam del Sud. Fra i banchi, fedeli della chiesa di S. Antonio insieme con operatori e ospiti dei Centri di accoglienza “Costruiamo Insieme” di fede musulmana.

Prima del confronto, l’incontro sul sagrato della chiesa. Due brevi chiacchiere per far compiere un po’ di stretching alle idee nel caso ce ne fosse bisogno. Sono i convenevoli, il raduno di decine di persone per poi andare a prendere posto all’interno della chiesa, perché di stare fermi all’esterno, con un freddo che proprio non perdona, non è proprio il caso. Prima dell’ingresso, Hassen si lascia sfuggire un desiderio. «Ecco, il nostro sogno è avere a Taranto un luogo di culto così bello, soprattutto così grande da poter ospitare centinaia di fratelli musulmani per raccoglierci in preghiera, quando in via Cavallotti, all’angolo con via Mazzini, ottanta metri quadrati complessivi per trecento riescono a malapena ad ospitare trecento nostri fratelli». E’ un sogno, per ora. «Mi accontenterei – aggiunge l’imam – anche di metà della superficie, perché in quella che chiamiamo moschea in realtà stiamo stretti…».

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L’IMAM REGALA UNA COPIA DEL CORANO TRADOTTO IN ITALIANO

Don Carmine, perfetto padrone di casa, sposta il microfono dall’altare, lo porta praticamente fra i fedeli. Parroco e imam sono a breve distanza dai banchi dove si sono mescolati fra loro cattolici e musulmani. Prima dell’incontro, uno scambio di letture. Hassen consegna a don Carmine una copia del Corano tradotta in italiano. «Non è semplice la traduzione del nostro Libro in italiano – dice – ma questa edizione è una di quelle che più si avvicina alla nostra fede».

Letture da Vangelo e Corano. Quest’ultimo viene letto in lingua araba da Sillah, che alla fine intonerà anche una preghiera, e da Allahssan che leggerà, invece, una pagina del Profeta in italiano. Abbattuti in un soffio i convenevoli. Un coro intona una preghiera al Signore, una ragazza legge un passo natalizio, una donna spiega ai ragazzi presenti cosa rappresenti il Natale per i cattolici.

Hassen, anche se non invitato a farlo, spiega che il crocifisso per i musulmani non è un problema. «Esiste una pessima informazione – osserva – che strumentalizza episodi estremi di intolleranza: ognuno prega il suo dio a modo suo, nessuno si è mai sognato di chiedere a un insegnante di togliere da un’aula un crocifisso, non ce n’è motivo».

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L’ISLAM NON E’ L’ISIS, NON FRAINTENDIAMOCI

Sulla serata conclusasi intorno alle 22.00, fra dolci tradizionali e bevande, ancora l’imam. «Consideriamo l’incontro – dice l’imam – come l’inizio di percorso fatto di conoscenza religiosa, l’auspicio è quello di convivere nel rispetto della pratica della fede di ciascuno di noi». Tre anni fa, quando aprimmo la moschea, a qualcuno venne in mente di sistemare un albero di Natale proprio davanti al suo ingresso. «Qualcuno aveva pensato fosse quasi una provocazione – spiega Hassen – con tanti posti avevano scelto di sistemarlo davanti al nostro luogo di preghiera; la riflessione più bella di tutte, quella di un fratello: “Qual è il problema? Anzi, considerando che nessuno ha un addobbo, illuminiamolo noi, colleghiamo le luci ad una nostra presa di corrente”; ecco l’integrazione passa anche attraverso piccoli gesti e riflessioni; è sufficiente ragionare sulle cose per compiere passi da gigante nell’entrare a far parte in un tessuto sociale, nel rispetto reciproco di abitudini, usanze e fede religiosa». Infine il distinguo fra Islam e Isis, la domanda la rivolge una signora. «Sono due cose che non possono convivere, l’Isis è un’idea di Stato, in assoluto non condivisibile, ma che qualcuno vuole fare passare in modo strumentale: non è così; è l’Islam la nostra fede, il nostro credo religioso; non possono esserci scontri violenti su questa o quella interpretazione del Corano: il Libro è uno e all’interno di esso, Dio, il nostro Allah, predica pace e amore».

Un albero e tanta gioia

Venerdì 22 dicembre ultimo giorno di votazione. Fra i Centri di accoglienza, in testa lotta gomito a gomito. Ma c’è chi sta per sferrare un attacco. Messaggio di pace e fratellanza lanciato dalla direzione della cooperativa. Tutto in un abbraccio sincero.

I risultati ufficiali sono nella pagina Facebook di Costruiamo Insieme. L’invito è quello di collegarsi, dare un’occhiata e segnalare a secondo del proprio punto di vista qual è il migliore albero espresso dai ragazzi di uno dei Centri di accoglienza straordinaria.

Non diamo numeri, anche se potremmo dare questa impressione. Lo facciamo solo per non favorire questo, piuttosto che quel Cas. A prima vista sarebbero due a guidare la classifica, ma manca ancora qualche giorno al fatidico venerdì 22 dicembre e alcuni segnali ci dicono che nei prossimi giorni qualcosa potrebbe cambiare ai vertici. E’ una sensazione, ma qualcuno starebbe preparando una controffensiva a suon di “like” così da spiazzare, con una simile tattica, gli amici che si stanno spendendo per gli altri Centri.

Secondo i bene informati, i primi exploit, numeri in qualche modo importanti, sarebbero da attribuire alla presenza in numero superiore di ospiti nelle strutture che stanno raccogliendo più consensi. E, invece, non è proprio così. Sulla chat di whatsapp, fioccano – come la neve di queste ore, accipicchia che freddo – suggerimenti e, molto sportivamente, incoraggiamenti a quei colleghi che si stanno impegnando, ma un po’ meno, rispetto a quanti occupano il gruppo di testa.

Insomma, è una bella lotta a colpi di “mi piace”. Gli alberi sono tutti belli, ognuno di questi è originale e, alla fine, potrebbe spuntarla il manufatto non necessariamente “più estetico”, ma quello “più studiato”, sostanzialmente “diverso” dagli altri per i quali i ragazzi si sono impegnati prima che dalla direzione arrivasse lo “start”, il classico «Pronti…via!».

A giorni sapremo chi è il vincitore, qual è il podio. Le prime tre opere: intanto quella che ha avuto la meglio sul resto delle partecipanti, più le altre a seguire per le quali sarebbero indirizzati a una sorta di ex-aequo, tutte cioè sullo stesso gradino. Per evitare di indicare il fanalino di coda anche per lo scarto di un solo punto.

Tutti in realtà, alla fine, saranno meritevoli di citazione. Come per il più noto festival di canzoni italiane, Sanremo, anche in questo caso andrebbero assegnati titoli diversi: una sorta di premio a progetto, autore, esecutore, critica. Un riconoscimento per quanti si sono impegnati a realizzare uno dei simboli del Natale, l’albero, quello universale, che unisce nell’immaginario una delle feste più attese dell’anno. Il progetto è l’occasione per un confronto di grande rispetto fra le varie anime, in fatto di religione, presenti nei Centri di accoglienza di Costruiamo Insieme.

Un modo per stare insieme, sotto lo stesso cielo, sotto lo stesso albero e metterla anche sul piano di un’amichevole competizione. Si diceva, non solo «Vinca il migliore!», ma anche «Vinca il più originale!». E’ questo il messaggio di pace e fratellanza lanciato dai vertici della cooperativa: impegnarsi e allo stesso tempo stare insieme nel realizzare un progetto brillante, gioioso, come può essere un albero di Natale, che in molti Paesi del mondo introduce nel periodo festivo più lungo degli anni.

Insomma, a tutti l’augurio di trascorrere questi giorni di festa al meglio, raccogliendolo in un abbraccio ideale, sincero.

Migrazioni ambientali (prima parte)

Propongo questa settimana la lettura di un articolo pubblicato a ottobre 2016 da “Internazionale” a firma di Marina Forti che propone una riflessione su un tema poco discusso ma di grande attualità come quello delle migrazioni per cause ambientali.

Questo sarà il secolo dei profughi ambientali.

“I disastri naturali fanno più sfollati delle guerre. Sembra difficile da sostenere, nel mezzo della più grave crisi umanitaria dalla fine della seconda guerra mondiale. La sola guerra in Siria ha fatto più di sei milioni di sfollati all’interno del paese e costretto altri cinque milioni di persone a cercare rifugio nei paesi vicini, oppure a tentare la traversata del Mediterraneo, lasciandosi dietro una devastazione tale che ci vorranno generazioni per ricostruire il paese.

Poi c’è la guerra in Yemen, che fa meno notizia ma ha provocato decine di migliaia di sfollati. E il conflitto cronico in Afghanistan, e la militarizzazione in Eritrea.

Eppure le persone che sono spinte ad abbandonare la loro casa per le calamità ambientali sono perfino di più. Magari si notano meno, perché si tratta quasi sempre di migrazioni interne (profugo è qualcuno che cerca asilo e protezione in un altro stato; sfollato interno è quello che si sposta forzatamente entro i confini del suo paese).

Le persone in fuga all’interno dei loro paesi, soprattutto in Africa, sono più di 40 milioni, il doppio dei 21 milioni di profughi registrati dall’Onu nel 2015 in tutto il mondo, secondo l’ultimo rapporto dell’Internal displacement monitoring centre. I dati fanno impressione: nel 2015, in tutto il mondo, disastri, conflitti e violenze hanno fatto 27,8 milioni di nuovi sfollati interni, e di questi oltre 19 milioni fuggivano da disastri ambientali: più del doppio di quanti fuggono da violenze e conflitti.

Così, sempre più spesso sentiamo parlare di sfollati ambientali. È un’espressione discussa, non ne esiste una definizione riconosciuta e accettata. Il senso però è abbastanza chiaro: sono persone spinte a partire perché non riescono più a sopravvivere nel loro luogo di origine a causa di disastri ambientali, perché non hanno più accesso a terra, acqua e mezzi di sussistenza. “Costrette alla fuga da una massiccia perdita di habitat”, riassume la parlamentare europea Barbara Spinelli, promotrice di un convegno internazionale che si è tenuto il 24 settembre a Milano, proprio per richiamare l’attenzione sul “secolo dei rifugiati ambientali”.

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Con il termine disastro si indicano circostanze diverse: le persone sfollate dopo un terremoto, quelle lasciate senza tetto da un’alluvione o da uno tsunami. Oppure quelle costrette a migrare da disastri più lenti ma pervasivi: la siccità, l’erosione del suolo e delle coste, la salinizzazione dei terreni, la desertificazione. Certo, distinguere tra i disastri naturali e quelli “provocati dagli esseri umani” spesso è difficile. Come per i fenomeni meteorologici: non si può addebitare direttamente al cambiamento del clima ogni singolo ciclone che si abbatte nel golfo del Bengala o sulle Filippine o nei Caraibi.

Ormai molti studi avvertono che uno degli effetti del riscaldamento dell’atmosfera terrestre è proprio l’aumentata probabilità di fenomeni meteorologici estremi. E, secondo un rapporto dell’ufficio dell’Onu per la riduzione del rischio dei disastri, il 90 per cento delle catastrofi registrate nel mondo negli ultimi vent’anni è causato da fenomeni legati al clima: inondazioni, cicloni, ondate di caldo, siccità. Disastri naturali, ma con responsabilità umane.

Sono sfollati ambientali anche le vittime delle espulsioni forzate dalle loro terre, le comunità sfrattate da grandi imprese agroindustriali, o da nuove miniere, o dighe. In Cina più di un milione di persone ha dovuto spostarsi dall’area della diga delle Tre Gole, sul fiume Chang Jiang. In India quasi mezzo milione di agricoltori e pescatori ha perso la terra da coltivare e i mezzi di sopravvivenza a causa di una serie di dighe sul fiume Narmada. In teoria tutte queste persone sono state risistemate altrove, ma nei fatti non è così.

Nella valle di Narmada pochissimi hanno avuto terre in cambio di quelle perse, e comunque spesso non coltivabili o senza fonti d’acqua; altri hanno avuto quattro soldi di risarcimento, la maggioranza non ha avuto un bel nulla e sono finiti in baraccopoli urbane a sopravvivere come lavoratori a giornata. Lo stesso vale per altri casi di dighe, miniere o altre opere di sviluppo degli ultimi vent’anni: secondo uno studio dell’Idmc, gran parte di questi “sfollati dello sviluppo” alla fine vive in condizioni più misere di prima, hanno perso il loro tessuto sociale, hanno meno reddito e meno accesso a servizi sanitari e istruzione.

Anche il land grabbing provoca sfollati: è chiamata così l’acquisizione di terre coltivabili per progetti agroindustriali su larga scala, come avviene in molti paesi africani e asiatici, ignorando la sorte degli agricoltori che sono sfrattati senza vere alternative per vivere.

Amadou, un dramma dopo l’altro

«Mio padre trascinato nella “prigione del silenzio”, tre mesi dopo la sua scomparsa». Guineano, ventidue anni, studia fino al liceo. «Sogno di insegnare filosofia, ricomincio dalla terza media, provo a dimenticare ma non è facile». «Italia, Paese libero e rispettoso, sarebbe bello se un giorno ricominciassi da qui»

WhatsApp Image 2017-12-14 at 18.41.05«Sono arrivato in Italia un anno fa; avrebbe dovuto raggiungermi un cugino che mi aveva aiutato a mettere insieme la somma utile per il viaggio dalla Libia in Italia: non potrò più riabbracciarlo, purtroppo il suo viaggio della speranza è finito in mare!». Qualche ora prima del dramma, in vista delle coste italiane, aveva mandato uno scatto dal gommone, era felice.

Amadou, 22 anni, guineano di Siguiri, una città nella quale come in altre parti del Paese si vive un forte conflitto etnico, sotto un paio di occhiali, prova a mascherare il dolore mentre per noi ricorda una di quelle brutte storie. Gli occhi non mentono. «Mi aveva aiutato a mettere insieme i soldi che mi avrebbero permesso di lasciare la Guinea, terra diventata invivibile». Accuse infamanti, spiega Amadou, che presto hanno portato alla morte del papà. «Conducevamo una vita agiata – racconta con un velo di tristezza – mio padre, commerciante, comprava e vendeva oro; tutto scorreva nella normalità, andavo a scuola, studiavo con grande profitto; obiettivo principale: un giorno mi sarebbe piaciuto insegnare filosofia, e non è detto che in futuro non possa coronare un sogno così grande…». «Papà Mamadou – riprende – non era d’accordo con il partito, autoritario, che poi sarebbe andato al potere; così un brutto giorno, con un pretesto lo portarono via, in una di quelle che noi chiamiamo “prigioni del silenzio”: tre mesi dopo ci informarono che era morto, non si sa come, immagino perché…».

Un fulmine a ciel sereno, poi le accuse, alla famiglia di Amadou. «“Siete di origine etiope”, ci urlavano, io non capivo: “Ma come, io sono nato qui, in Guinea!”, controbattevo; la mia parola, quella di un ragazzo, contro quella di gente che aveva deciso di annientarci a partire dal fattore psicologico: non potevo più andare a scuola, non avevo le risorse economiche».

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UNA FAMIGLIA RIDOTTA A BRANDELLI

Un accanimento, una rappresaglia. «Un uomo violenta mia sorella – racconta il ventiduenne guineano – lei lo denuncia, ma l’accusa viene respinta dal tribunale per insufficienza di prove; quell’episodio, però, l’aveva segnata, piangeva a dirotto tutto il giorno, in più occasioni aveva manifestato il proposito di farla finita: unica soluzione, non il rimedio evidentemente, era quello di scappare; la mamma la prese con sé, insieme si rifugiarono in Costa d’Avorio; tempo dopo un’altra brutta notizia: anche la mamma era morta, non mi restavano che lei, mia sorella Aissatou, più grande di me, e mio fratello più piccolo, Alphaoumar: una vita, la nostra, completamente rovinata, una famiglia l’avevano ridotta a brandelli!».

Non ha perso del tutto i contatti con il suo passato. «Intanto sento molto spesso mia sorella – confessa – un giorno mi piacerebbe riabbracciarla, ma su un territorio libero come l’Italia, che sento già casa mia». Amadou vorrebbe restare proprio qui. «L’Italia è un Paese libero e rispettoso – spiega con il suo primo sorriso – cosa che, purtroppo, non posso dire della Guinea dalla quale sono dovuto andare via; certo che mi piacerebbe restare qui, ho ripreso a studiare; riparto dalla terza media italiana, io che nel mio Paese dovevo solo fare altri due anni di liceo, ma poco male, ricomincio da qui».

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GUARDARSI INDIETRO, UN LUSSO CHE NON PUO’ CONSENTIRSI

Quando ripensa al suo Paese, viene assalito da una grande nostalgia e dalla voglia di sbattersi per aiutare quello che resta della sua famiglia e riabbracciare sorella e fratello. E un altro cugino, che provvede a mandargli quello che ricava dalla vendita dei beni di famiglia. «Ma guardarmi indietro – osserva – è un lusso che non posso permettermi, non voglio pensare e ripensare a quanto accaduto, devo provare a rimuoverlo se possibile; quando posso sento due miei compagni di scuola, facciamo i soliti discorsi, ci intristiamo e chiudiamo le telefonate con le solite promesse, che poi sono un sogno: rivederci un giorno».

Quando stiamo per salutarci ci regala un’ultima emozione, uno sguardo alla sua infanzia. Ricomincia dal dolore, però. «Papà era un tifoso di calcio – rivela – in una stanza di casa campeggiava un suo grande disegno ispirato a Paolo Maldini: ho ereditato da lui il tifo per il Milan; quando con gli amici giocavo sognavo di prendere a calci il pallone proprio come faceva il capitano rossonero: il campo era uno spiazzo enorme in terra battuta, le porte due canne di bambù infilate nel terreno, un calcio al pallone e via, a giocare da mattina a sera…». Nel cuore di Amadou, una speranza. «Ritrovare un giorno anche una piccola parte di quella spensieratezza; nel frattempo studio, vorrei insegnare filosofia, mentre ora spero di trovare lavoro come interprete, insegnante: conosco francese e inglese, in italiano comincio a cavarmela».

Modugno, questa è integrazione

Da venti anni il 5% è di origine straniera. Ottimo il processo di integrazione. «Cinesi in un intero quartiere, gli africani in centro: bar, ristoranti, attività artigianali». Poi è arrivato il Centro di accoglienza, «E’ il benvenuto», dicono i residenti.

Il Centro di accoglienza straordinaria di Modugno “Costruiamo Insieme”, brilla per tutta una serie di motivi. Non solo per il clima stabilitosi fra operatori e ospiti del Cas all’ingresso della cittadina. C’è grande affiatamento anche con la gente del posto.

La struttura la trovi in breve. A Modugno arrivi percorrendo la statale Bitonto-Foggia, direzione per il capoluogo dauno. Prima di arrivare davanti al cancello scorrevole ed entrare nel Centro, fermata obbligatoria: un bar a un paio di isolati. Se non altro per sentire gente del posto, conoscere qual è il rapporto fra i residenti e gli stranieri, non necessariamente migranti. Un elemento balza agli occhi: la gente non è diffidente, non ha problemi a fare il classico paio di chiacchiere.

Dunque. «Qui sentiamo addirittura il dovere di ringraziare le diverse comunità che hanno scelto di stabilirsi nella nostra cittadina», spiega un signore, al bar, davanti a una tazzina di caffè. Sigaretta all’esterno dell’esercizio. «Deve sapere – prosegue l’uomo, in vena di confidenze – che se venti anni fa non si fossero stabiliti in un intero quartiere, Porto Torres, i cinesi, più avanti senegalesi e nigeriani, Modugno sarebbe stata una delle cittadine pugliesi sacrificate sull’altare della crisi: non avremmo avuto più giovani, sarebbero partiti tutti per il Nord, l’estero, lasciando vuoti interi quartieri».

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LO STRANIERO E’ DI CASA…

Se due più due fanno quattro, anche l’arrivo in città del “Cas Modugno”, è stato accolto da cittadini e politica locale con un certo compiacimento. Da una ventina di anni il 5% è straniero. «C’è gente che lavora qui, ha investito: agli orientali gli esercizi commerciali – dice una signora – agli africani le attività artigianali nel centro storico: in venti anni, qui non è mai accaduto nulla, mai un fatto di cronaca».

Così, se si vuole prendere a prestito un’attività di integrazione con il territorio perfettamente riuscita, Modugno ne è un esempio lampante. All’ingresso del Centro di accoglienza, Mister simpatia, Carmine. «Per farmi una foto occorrono due scatti…», scherza l’operatore all’ingresso della struttura non appena ha completato una telefonata. E’ “in salute”, Carmine, ma ha anche accento e sorriso contagiosi. Quasi un repertorio sulla sua fisicità. Lo soccorre in qualche modo Samba. Anche lei operatrice. «Mi occupo di servizi, mediazione, accoglienza – spiega – l’importante è non tirarsi mai indietro, ci diamo una mano reciprocamente: a volte risolvo situazioni in qualche modo complicate, in altre circostanze sono io a chiedere una mano ai ragazzi». Il riferimento non è solo all’albero di Natale, un vanto per quanti operano all’interno o all’esterno del Cas. «Qui si dice “l’appetito viene mangiando” – fa capire Samba con una frase tipica italiana – ma le competenze sono maturate sul campo, “on job”, come spiegano gli inglesi: io mi sono fermata qui, mi hanno scelta – bontà loro – per collaborare con la cooperativa, probabilmente perché hanno considerato una certa disposizione a relazionarmi con i diversi impegni».

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PROCESSO DI INTEGRAZIONE LAVORATIVA

Il ruolo della cooperativa, dicono, è fondamentale. Valutate le potenzialità di chiunque voglia impegnarsi nel sistema sociale, “Costruiamo Insieme” aiuta ciascun operatore nella crescita professionale. Chiunque ha qualità e voglia di crescere dal punto di vista lavorativo, viene prima affiancato, successivamente responsabilizzato per il ruolo nel quale alla fine è stato indirizzato.

«Dobbiamo essere bravi – spiega un altro operatore – superarci, se il caso lo richiedesse, a rispondere “presente” in qualsiasi occasione, quando ricevi una telefonata dalla Prefettura, a qualsiasi ora, devi sapere come muoverti in appena due, tre mosse: arrivano tre, quattro, dieci profughi, faccio un esempio: devi fare accoglienza, parlarci, farli subito sentire a proprio agio, poi accompagnarli in struttura dotarli del necessario, dalla biancheria ai prodotti igienici». Gli stessi operatori sono di grande esempio ai conterranei che arrivano qui, a Modugno. «Ci sentiamo di essere d’esempio nel processo di integrazione lavorativa – riprende l’operatore – la gente del posto questo lo comprende: a memoria non credo ci sia stato un solo straniero – ci mettiamo in mezzo tutti, cinesi compreso – che abbia chiesto un sussidio: lavoriamo tutti; abbiamo preso le abitudini della gente modugnese, perfino l’accento…».

Il Centro di accoglienza, struttura libera, è una sorta di spazio collettivo autogestito. Ci sono contemporaneamente partite di calcio in tv, tutti d’accordo a vederne una, chi è in minoranza seguirà la squadra per la quale tifa quando la daranno in replica. C’è un “tg” da seguire, c’è una parabola e mille canali sui quali è semplice prendere il segnale dal proprio Paese e seguire le notizie del giorno. Tutto in perfetta sintonia. Come nelle trasmissioni televisive, così nella vita.