Cristian, il “puliziotto”

Nigeriano, venticinque anni, fuga dall’ingiustizia

«Sono stato picchiato, svuotato di soldi e sogni, ma ho ricominciato: con una ditta di pulizie, in Libia, per raccogliere la somma e “comprarmi” un viaggio per l’Europa. Mi mancano famiglia e fidanzata, cerco lavoro e dignità»

«Un agguato: circondato, spintonato, picchiato selvaggiamente, derubato di quei pochi soldi che stavo mettendo insieme con grandi sacrifici: una banda di malviventi durante il mio viaggio verso la libertà, mi ha assalito e mi ha svuotato le tasche e l’anima».

Alleggerito nelle tasche di qualche centinaio di dinari guadagnato in Libia, è il meno che possa addolorare Cristian, nigeriano, che avverte ancora il dolore di quel sopruso, del «Tanti contro uno!»: non va bene. Nemmeno fosse stato uno solo. Ma essere annientato nel carattere, nella reazione umana a qualcuno che vuole svuotarti di sentimenti e sogni, questo no. Ce lo aveva raccontato tempo fa, Cristian. «Il mio sogno era uno solo: lasciare il mio Paese dove non era possibile vivere umanamente, a meno che non facessi quello che il più ricco, dunque il più forte, ti imponeva: il lavoro di schiavo o di cattivo, l’esattore; anche per le strade non avvertivi il senso dell’uguaglianza». Benché si sforzi, Cristian, nel suo inglese, non riesce a traslare la parola “democrazia”, sinonimo di uguaglianza. «Freedom», esattamente. Libertà, basta farci caso. Tutti i ragionamenti che fa il venticinquenne nigeriano portano all’identica conclusione: fuga dall’ingiustizia, dalla violenza, dalla schiavitù. «Siamo tutti uguali davanti a nostro Signore – dice Cristian, cattolico convinto, occhi al cielo e segno della croce quando il ragionamento si fa duro, come a dire “Signore, perdonami!” – dunque, perché devo essere ridotto a qualcosa di insignificante, contare meno di qualsiasi altra cosa: stavo per dire “bestia” – altro segno della croce – ma il Signore amava gli animali, qualsiasi cosa è creatura di Dio va rispettata».

CERCASI RISPETTO

Una costante per Cristian e anche per tanti fratelli che hanno dovuto attraversare il Mediterraneo: il rispetto. «Non è facile guadagnarselo, non ho potuto farlo a casa mia, in Nigeria, il governo poneva condizioni restrittive, nelle periferie e nei villaggi non esisteva, non esiste ancora oggi, sia chiaro, una vera legge: questa la rispettano, a modo loro, quanti controllano il territorio con i loro traffici, le estorsioni quotidiane su quanti lavorano sodo; io non potevo più sopportare, così un brutto giorno – si sbraccia, si aiuta con i gesti delle mani, Cristian – perché non è bello staccarsi dalle proprie radici e fuggire…». Pausa. Parlare di fuga, non gli scende giù. «…Un brutto giorno sono scappato, non è un atto di coraggio, lo riconosco, ma se fossi rimasto in Nigeria per me sarebbe andata a finire male: non tolleravo atteggiamenti, ingiustizie, di militari o malviventi che spesso si sostituivano agli uomini in divisa – che invece di far rispettare la legge, rivolgevano lo sguardo da un’altra parte – a che prezzo? Non so, non voglio nemmeno pensarci, ormai è andata così».

Un agguato, fuori i soldi e giù botte. «E ricominciare tutto daccapo – ricorda per noi Cristian – ma quante botte, vittima di una violenza fatta di pugni e calci e provavo a coprire il viso e pregavo il Signore: speravo che da qualche parte mi provocassero una ferita: se non avessero visto del sangue, difficilmente si sarebbero fermati, avrebbero continuato a picchiarmi; poi, sfinito, pieno di dolori, ai fianchi, a una spalla, naso e labbra sanguinanti, le mani in tasca e, in un colpo solo, via i risparmi di mesi di lavoro».

Altri mesi di lavoro. «In Libia, ho svolto lavori di fatica, fino a trovare una sistemazione più o meno costante: fare il “puliziotto” – ride per la battuta, che accompagna con un gesto, mima uno straccio in una mano dando il senso di una lucidatura – non il “poliziotto”, quest’ultimo è un lavoro che proprio non saprei fare, non ne avrei la forza; dieci mesi di fuga e di lavoro, poi finalmente i soldi per pagarmi il viaggio per l’Italia: inizialmente non importava in quale Paese dell’Europa arrivassi, per prima cosa dovevo lasciarmi la Nigeria alle spalle, avevo sofferto troppo, anni».

FINALMENTE “COSTRUIAMO”

Il “benvenuto” nel Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme”. «La prima cosa che ho fatto – racconta Cristian, ancora tanta emozione negli occhi – telefonare ai miei, un breve messaggio: “Sono arrivato in Italia, sano e salvo!”, urlai».

Qual è ora il sogno di Cristian. «Quello di ogni essere umano – insiste l’ex “puliziotto” – fare una vita serena: lavorare, possibilmente un impegno decoroso; non mi tiro indietro per lavori di fatica, anche di quelli pesanti, purché ci sia il rispetto della persona e di quello che fai». Volesse pensare in grande. «Creare una famiglia, sposarmi, avere bambini a cui insegnare le cose che, nel frattempo, ha imparato papà, cioè io, perché loro non soffrano quanto ho sofferto io. Certo, per mettere in piedi una famiglia occorre essere in due…». Finalmente un sorriso.

Riaffiora la nostalgia. «Mi manca la mia “girlfriend”, altra cosa cui ho dovuto rinunciare, a malincuore; un giorno mi piacerebbe riabbracciarla, scrivere con lei il romanzo della nostra vita cominciando con amarezze, pianti, fughe coronati dal sogno più importante della vita: la libertà; un romanzo a lieto fine del quale ho appena scritto le prime pagine…».

«Odio i “talebani”»

Massimo Moriconi, trentaquattro album con Mina

«Parlo dei musicisti, quelli che non transigono: è giusto solo quello che fanno loro è giusto. La “tigre”? Una donna di parola, non sopportava di essere giudicata per il suo privato. Continuo a suonare con l’entusiasmo di un quattordicenne»

Centinaia gli album in studio, fra questi ben trentaquattro realizzati con la sola Mina, di cui è musicista di fiducia. Collaborazioni a tutto andare nel jazz e nel pop, da Chet Baker a Billy Cobham e Lee Konitz, proseguendo con Armando Trovajoli e Lelio Luttazzi, Fabio Concato e Fiorella Mannoia. Massimo Moriconi, bassista e contrabbassista fra i più celebrati, in tour con Emilia Zamuner con la quale ha realizzato un album in studio, “Doppia vita”. A Taranto per lavoro, dunque, ai microfoni di “Costruiamo Insieme” parla di passato, ma anche di futuro («…avere sessantaquattro e non sentirne la metà»).

Non ci sono più i concerti di una volta. «Come in qualsiasi altro settore, anche la musica registra una flessione. Siamo stati invasi da altre cose che, insieme, ci hanno messo poco a mettere in un angolo il jazz, una musica evidentemente non per tutti. La musica, per me, è come l’amore, non c’è moda che tenga, sopravvive a qualsiasi moda. Oggi bisogna “faticare” di più, ma suonare è sempre un lavoro di grande fascino».

Quasi mezzo secolo di attività, fra orchestre, studi di registrazione, teatri e tv. Non è stanco nemmeno un po’, tanto che ha tempo e modo di seguire altri progetti. «Siamo in due, io ed Emilia Zamuner, facile parlarne. Abbiamo pubblicato insieme un album per voce, contrabasso e basso elettrico. Galeotto fu il “Premio Massimo Urbani”, vinto da lei tre anni fa. Emilia, oltre alla voce, ha un dono: l’improvvisazione; timbri pazzeschi e, non è un dettaglio, esprime sempre positività».

DOPPIA VITA…

Lo stile Moriconi. «Quando suono provo a fare “arrivare” la musica al pubblico; dunque, suono per me, ma anche per gli altri: odio le facce tristi che mettono malinconia. Dunque, facciamo i bravi, cerchiamo di ascoltarci e proviamo a non discriminare. Il jazz ha dato, ma prende anche: negli ultimi anni ha preso da altri generi, l’importante è che sia musica bella. Torno all’ultimo album: “Doppia vita” è improntato sulla rivisitazione di canzoni italiane e internazionali, brani di vario genere realizzati in questa formazione, un duo, voce e basso, niente altro».

Emilia a due passi. Dopo un primo approccio pare che lavorare con un musicista che ha realizzato decine di album con Mina, non sia un problema. «Pesava all’inizio – dice la Zamuner – del resto ero al cospetto di un gigante. Massimo, però, mi ha messo subito a mio agio con l’umiltà dei grandi. Per la voglia che ha ancora di fare, mi sembra quasi un bambino, mai stanco di giocare. Un progetto basso e voce, può sembrare singolare, ma è anche il modo più essenziale di spiegare la musica attraverso le “toniche”. Nelle mani di Moriconi, queste diventano armonia aperta a mille esplorazioni attraverso contrabasso e basso elettrico, e una voce, la mia, senza effetti. Penso e ripenso, poi mi do una spiegazione: è stata la spontaneità ad avvicinarci».

Un momento improvvisativo, considerando il suo piatto forte. «Quello più bello: mentre registravo, cantavo “My funny Valentine”: presa dall’emozione ho ribaltato il testo, ma non mi sono fermata; non so per quale strana alchimia, ma in quel momento le nostre menti – quella mia e di Massimo – si sono perfettamente sincronizzate: eravamo sullo stesso canale, come se avessimo contemporaneamente schiacciato “play”; è stato lui a decidere che quel momento doveva restare così com’era».

Moriconi, la star, i compagni di viaggio con cui ha una maggiore intesa. «Si chiamano amici, una ristretta cerchia di persone con cui ho modo di confrontarmi senza ipocrisie; con questi non devo stare attento ai toni, ai modi. Gli amici sono quelli che mi assomigliano più di altri: amano tutta la musica e, soprattutto, non sono “talebani”; questi ultimi li sopporto a patto che non dicano che chi non è come loro non va bene…».

MINA, CHE ATTRIBUTI!

Il rapporto professionale con Mina, la Tigre di Cremona, cosa le chiede tutte le volte che si trova a lavorare in studio con lei. «Che io suoni come mi sento di suonare: la cosa più bella che mi abbia permesso di fare in tutti questi anni. Anche per questo il mio rispetto nei confronti della stella più grande del nostro firmamento musicale diventa doppio. Mina ha fatto la storia non solo come cantante: è stata la prima a fare dance, videoclip, prima a presentare, qualità che l’hanno distinta dal resto degli artisti; purtroppo, per anni, è stata perseguitata per avere avuto un figlio da un uomo sposato».

Forse con Moriconi ha parlato dei motivi che l’hanno allontanata per quarant’anni dal pubblico. «Nel ’78, suonavo con lei: disse di essersi “rotta” del fatto che la gente mettesse le mani solo nel suo privato invece di giudicarla come cantante. Così si è ritirata. Mina è persona con gli attributi, suonare con lei e coltivare un rapporto di amicizia straordinario è qualcosa che non si può raccontare: è la cosa più bella che mi sia capitata nella vita da quando faccio questo mestiere».

Non le ha mai parlato di un possibile ritorno. «Fra amici si parla di altro, a meno che non siano gli stessi a parlarti di cose così troppo personali. Non sarò certamente io a chiederle cose, credo sia materia troppo delicata. Poi gli argomenti di conversazione non mancano, con Mina puoi parlare di tutto, vera signora e grande professionista: quando è in studio mette la massima attenzione in quello che fa; ha le idee chiare: il risultato finale deve essere quello che ha in mente e non un altro. Proprio come il primo giorno che l’ho incontrata, sarà anche per questo motivo che lei è Mina, donna di parola: quando decide una cosa è quella, non c’è rimedio».

A Taranto per un concerto, già di ritorno a Roma. «Mi sento giovane. Come quando avevo quattordici anni, se una cosa mi piace faccio anche tremila chilometri, se non mi piace non faccio nemmeno tre metri…».

Svolta “bio”

Pugliesi a favore del «mangiare sano per vivere meglio»

Alta qualità al prezzo giusto. Valore aggiunto per gli enti pubblici sensibili alla corretta alimentazione di adulti e bambini. L’imprenditore biologico oggi sta attivando nuove forme di contatto con il consumatore.  La spesa è diventata più consapevole e meno casuale.

Prosegue l’aumento dei consumi. E insieme a questi, il numero di ditte di trasformazione e dei servizi connessi alla filiera dell’agricoltura biologica: agriturismi, mense “bio”, ristoranti e operatori certificati, con un aumento pari all’80%. Un dato da capogiro, secondo qualcuno esagerato, se non fosse che la tendenza viene certifica dalla stessa Coldiretti-Puglia, associazione sempre cauta nell’enfatizzare notizie che, in realtà, autorizzano a pensare che nella nostra regione si stia sulla strada giusta.

Dunque, la Puglia va assumendo connotati da regione capofila, un territorio sempre più “bio”. Parliamo di coltivazione, per esempio: bene, sono aumentate non di un punto percentuale o massimo due a volere essere generosi.  Le coltivazioni hanno registrato un dato a dir poco sorprendente: sono cresciute del 4,5%. Se non è una cifra importante questa, quale potrebbe essere.

Le informazioni a riguardo, sono state diffuse in una occasione ufficiale, importante: durante il “Salone internazionale del biologico e del naturale” svoltosi a Bologna e durante il quale ha presenziato il mercato di Campagna Amica, sigla che ha chiamato a raccolta numerosi agricoltori biologici italiani.

COLDIRETTI IN CAMPO

In rappresentanza di questa categoria, si è pronunciato a nome della Puglia, direttamente il presidente regionale di Coldiretti, Savino Muraglia. «In Puglia – ha dichiarato il massimo rappresentante dell’associazione che conta numerosi iscritti – stiamo assistendo a un processo di stabilizzazione e normalizzazione rispetto alla diffusione del metodo biologico mentre; a fronte di ciò, prosegue l’aumento tendenziale dei consumi, delle ditte di trasformazione e dei servizi connessi alla filiera dell’agricoltura biologica come agriturismi, mense bio, ristoranti e operatori certificati, il tutto pari ad un aumento superiore dell’80%».

In breve, Puglia uguale a biologico. Più o meno. Le coltivazioni “bio” proseguono nella crescita, salgono ad un saldo del +4,5% registrato lo scorso anno, in seguito alla maggiore attenzione dedicata dai pugliesi al mangiare sano per vivere bene.

L’allargamento del segmento, coniugato ai nuovi stili di vita, attesta autorevolmente la Puglia sull’intero territorio nazionale conferendole  un posto sul podio delle regioni considerate le più “bio” d’Italia. Sfiora il gradino più alto per la classica incollatura occupando, però, autorevolmente il secondo posto.

La Coldiretti, attraverso il suo presidente, parla di una vera e propria “svolta bio” che interessa tutti i comparti agricoli su una superficie di duecentosessantaquattromila ettari coltivata a biologica. Il bio prevale per l’ulivo (74.000 ettari), seguito dai cereali (55.000), le colture foraggere (29.000) e la vite (17.000). Le ultime stime parlano di ben 9.275 operatori biologici che operano in Puglia.

E NON E’ FINITA…

Secondo quanto dichiarato dal presidente Muraglia, la continua richiesta di prodotti freschi e di stagione stimola l’imprenditore biologico a ricercare ulteriori forme di contatto con il consumatore. Non è finita. Oltre ad un sensibile cambio dei costumi sociali, sono cambiate pure le abitudini alimentari per una serie di fattori. I consumatori, per esempio, spaventati dagli allarmi e dagli scandali alimentari, oggi sono più informati e più attenti alla qualità dei prodotti da mettere nel carrello. Proprio in virtù di ciò, la spesa dei pugliesi è diventata più consapevole e meno casuale.

Altro punto centrale del progetto sostenuto da Coldiretti sul biologico è l’attenzione alla sicurezza alimentare nei servizi di ristorazione collettiva, diventato un preciso dovere degli enti locali. Il settore biologico, infatti, potrà diventare uno sistema di valorizzazione e un bacino di approvvigionamento di prodotti di alta qualità al prezzo giusto e un valore aggiunto per gli enti pubblici sensibili alla corretta alimentazione di adulti e bambini.

«Fuga dall’ingiustizia»

Andrew, nigeriano, racconta il suo fuggi-fuggi

«Non potevo più vivere nel mio Paese, se denunci spariscono gli atti e da quel momento cominciano a perseguitarti. Dovevo scappare, ho lasciato mamma, che sento quasi tutti i giorni, un fratello e una sorella: se alzi la testa, per bene che vada ti picchiano. Su un gommone sul quale potevamo stare a malapena in cento, eravamo in trecento. Una motonave ha evitato una sciagura»

«Non puoi essere ostile a niente, a nessuno. Non te la cavi con una sonora bastonata; per bene che ti vada, ti mandano dritto in ospedale, altrimenti…». Segno della croce. Andrew, nigeriano, cattolico praticante, ci mostrerà la sua grande fede quando svuoterà su un tavolo il suo zainetto con dentro tutto l’occorrente per una “preghiera fai da te”.

«Nel mio Paese è così, non esiste una legge uguale per tutti spiega Andrew – per alcuni è uguale, per altri meno uguale. Una tua denuncia contro chi ti minaccia o vuol toglierti quel poco che hai e che tuo padre ha costruito faticosamente, svanisce nel nulla: e non perché i tempi della giustizia sono lunghi, non, è peggio: la tua denuncia sparisce misteriosamente. Lo capisci quando le minacce di chi hai provato a denunciare si fanno più insistenti; si sentono imbattibili, protetti da un sistema che garantisce il più forte, non solo dal punto di vista fisico, ma soprattutto da quello economico».

E’ il “denaro facile”, sembra di capire, che agita una parte dell’economia di un Paese comunque in forte crescita. «Ma, si sa, i soldi non bastano mai: più ne hai, più vuoi guadagnarne, comunque; chi ha vissuto la fame ha paura di tornare in condizioni disumane, così prende quello che può, come può…».

Non lo dice, ma il messaggio di Andrew, che ha ripreso il sorriso, si intuisce. «Vivo una seconda vita, grazie a “Costruiamo Insieme”: ho imparato un mestiere, ora sono uno che sa stare con una certa disinvoltura dietro ai fornelli; ho fatto corsi di formazione, uno in Confcommercio, pratica anche grazie alla stessa cooperativa che non finirò mai di ringraziare per avermi dato un futuro».

Una storia simile a tante altre, e come tante altre con sfumature diverse. «Sono scappato dal mio Paese, l’aria nei miei confronti si era fatta pesante, fin da piccolo ho sempre avuto sete di giustizia e questo, evidentemente, dalle mie parti non va bene; ho lasciato lì un fratello e una sorella, e mamma, che non è in grandi condizioni di salute: la sento spesso, benedetti cellulari: mi informo come stia e lei, piuttosto che preoccuparsi del suo stato di salute, mi chiede invece come stia io…».

Prega molto Andrew. «Tanto, il Signore ci dà la croce ma anche la forza per sopportarla, così mi dedico molto alla preghiera, perché faccia stare bene tutti, a cominciare da quello che resta della mia famiglia: per ciò che mi riguarda, ora vivo serenamente e appena posso mando qualcosa ai miei familiari, voglio che stiano bene, che abbiano cura di se stessi, più di quanto non ne abbia avuta io nei miei stessi riguardi…».

Ventisette, uno zainetto dal quale non si separa mai. «Ecco cosa ho – svuota il contenuto su una scrivania – tutto quello che mi serve per stare bene con gli altri e me stesso: una immagine di Papa Francesco, che Dio lo faccia stare bene in eterno; altre immaginette, un vangelo, una coroncina, non riesco a stare senza pregare…».

Alza gli occhi al cielo, Andrew. Prima di raccontare il suo viaggio, la sua odissea in mare. «E’ stato un viaggio lungo – spiega, sorvola dettagli – quello per l’Italia, non molto semplice, fuggito dalla Nigeria sono passato attraverso il Niger, altra esperienza pericolosa, prima di arrivare finalmente in Libia. Ora, quel Paese non è più come ai tempi di Gheddafi, quando esisteva sì un regime, ma c’era lavoro per tutti; ho dovuto lavorare mesi e mesi in un autolavaggio, sedici ore al giorno, a stretto contatto con l’acqua e detersivi per sgrassare, dunque potenti e maleodoranti; la sera avevo appena il tempo per mangiare, la stanchezza mi stendeva: sentivo dolori ovunque, a volte ero assalito da conati di vomito: ma che detersivi e sgrassatori erano quelli che mi facevano usare?!».

Quel lavoro massacrante era servito a mettere un po’ di soldi da parte. «Pagare? Mi pagavano e non mi pagavano, le mance erano poca cosa, ma alla fine ho messo da parte quei soldi che mi avrebbero permesso di pagarmi il viaggio per l’Italia; mi imbarcai su un gommone enorme sul quale potevamo stare, più o meno comodi, in cento: eravamo tre volte tanti, da non crederci; pregavo il Signore perché ci facesse incontrare una imbarcazione che ci tirasse a bordo: fossimo andati a picco, nessuno di noi si sarebbe salvato, sarebbero stati guai seri…».

Poi l’arrivo in Italia, conclude Andrew. «Una motonave, per fortuna, ci salvò; viaggio a Lampedusa poi a Taranto, l’arrivo quattro anni e mezzo fa; i primi lavoretti per guadagnare qualcosa, non grandi cifre, ma sempre meglio della Nigeria e dell’autolavaggio in Libia». Infine, l’occasione della vita. «Un corso di formazione, ho imparato a cucinare italiano, ma anche nordafricano; i “fratelli” mostrano di apprezzare, ma non devo mai cucinare le stesse cose, altrimenti anche il piatto migliore alla fine ti viene a nausea; vero che ho sofferto, ma speranza e preghiera mi hanno dato coraggio, oggi la mia vita è cambiata in meglio, molto meglio, e alla cooperativa che mi ha accolto, insegnato un lavoro, sarò eternamente riconoscente».

Docente di immigrazione

Mario Volpe, vicario della Prefettura di Taranto

«Quarant’anni di lavoro, venticinque anni a seguire il fenomeno degli sbarchi, a Bari come a Taranto. Albanesi, curdi, kossovari, nordafricani, non avevano segreti per me. Un giorno, con un giornalista Rai, “ricoverammo” a Roma un giovane albanese»La vita oltre di circolari, direttive e leggi.

Questa settimana altro gradito ospite della rubrica “Con parole mie”, il dott. Mario Volpe, vicario della Prefettura di Taranto, “vice” del prefetto Antonia Bellomo. Come a dire che in caso di assenza del titolare, su delega dello stesso spetta a lui svolgere le funzioni spettanti l’Ufficio territoriale del Governo. Dunque ciclo di pianificazione, programmazione e controllo del territorio. Particolarmente impegnato per quarant’anni, prossimo alla pensione, Volpe ci spiegherà anche il suo impegno sul tema dell’immigrazione.

Quando si parla di Prefettura, si pensa sempre a sicurezza e territorio.

«E’ una delle componenti essenziali della Prefettura, attraverso i comitati per l’ordine e la sicurezza pubblica, insieme con le Forze dell’ordine disegna le strategie di prevenzione e di controllo del territorio. E una delle funzioni fondamentali, anche se personalmente sono legato a due settori che hanno impresso un solco fondamentale nella mia carriera: immigrazione e protezione civile. Dunque, sicurezza sì, ma anche tutto quello che è sociale e sicurezza allargato al territorio. Negli ultimi venticinque anni, da quando sono tornato in Puglia, l’immigrazione è stata una delle mie materie preferite, un settore seguito anche a Taranto».

Quanto è importante il rigore per amministrare una materia così delicata.

«Ho una piccola presunzione, lo dico senza tema di smentita: in questi venticinque anni – a giorni lascio l’Amministrazione, dall’1 settembre sarei tecnicamente in pensione – in tutto questo lasso di tempo ho seguito l’immigrazione a partire dai primi Anni 90, albanesi, curdi, kossovari, nordafricani, gente che veniva fuori da situazioni di crisi, penso all’Albania del dopo-Berisha, alle ultime situazioni internazionali, alla Primavera libica, che ha determinato un forte esodo che ha interessato soprattutto le nostre coste; dovessi quantificare: ho personalmente seguito decine di migliaia di persone – può immaginare, venticinque anni… – faccio due conti, molti anni li ho trascorsi a Bari, dove si curava il coordinamento regionale: dunque potrei raccontare molte situazioni particolari».I GIORNI Mario Volpe 2 - 1Qual è l’esperienza che più l’ha segnata?

«Nel ’97, se si ricorda, ci fu un’ondata albanese determinata dalle piramidi finanziarie: io e alcuni organi di informazione, con particolare interessamento di Michele Peragine, giornalista della Rai, seguimmo il caso di un ragazzo – nome e cognome li ricordo ancora, ma non è il caso di menzionarlo – scappato dall’Albania, di provenienza agiata rispetto alla moltitudine che sbarcò a quei tempi, il papà autista di autobus, la mamma una sarta: il ragazzo voleva trovare una prospettiva di vita. Aveva diciassette anni e mezzo quando arrivò a Bari – ancora non esisteva il Piano nazionale di riparto – città che da sola fece fronte, alla grande, a questa urgenza; questo giovane albanese fu ricoverato in una clinica romana, quando ne uscì era diventato maggiorenne: non so se ricordate – vero che si citano, nel bene e nel male, gli ultimi ministri… – ma una direttiva del Governo Prodi indicava che tutti gli albanesi che avessero raggiunto la maggiore età e non avessero trovato occupazione, nel giro di una ventina di giorni sarebbero stati rimpatriati, come poi è accaduto».

Dunque, il ragazzo che avevate assistito, a un passo dalla maggiore età, rischiava il rimpatrio.

«La vita va anche al di là di circolari, direttive e leggi; sì il ragazzo rischiava il  rimpatrio; in qualche modo riuscimmo ad organizzargli una ulteriore visita di controllo in una clinica romana così quel diciottenne scampò il rimpatrio. Morale della favola: è diventato un apprezzato mediatore culturale e perfettamente inserito nel tessuto sociale italiano. Insomma, qualche volta la “bieca burocrazia” funziona positivamente».

Una frase che le è rimasta impressa.

«Semplice, il ragazzo mi disse: “E’ stata la giornata più bella della mia vita!”, scatenandomi grande emozione».

Un altro tavolo che l’ha impegnata severamente?

«Arcelor-Mittal, la Prefettura ha seguito con attenzione questa problematica attraverso il Contratto istituzionale di sviluppo; molto attivo in questo senso si è rivelato l’ex prefetto Donato Cafagna, lo stesso il ministro De Vincenti, molto presente a Taranto. Questo a dimostrazione che al di là dei momenti politici, contano le persone e il modo di approcciarsi ai temi caldi».I GIORNI Mario Volpe 3 - 1 Far rispettare la legge che compito è? Semplice, articolato o complicato? Fosse una schedina, 1, X o 2?

«La tripla ci sta, ma conta molto l’approccio personale. Per restare in tema sportivo, si possono avere dei grandi giocatori e, forse, un allenatore non eccelso; credo che sia un mix che insieme fa armonia, conta anche il cuore che ognuno di noi mette nell’affrontare le cose».

Barese, segue molto il calcio. Siamo ai titoli di coda. Persona di legge, se in un derby Taranto-Bari l’arbitro assegnasse un rigore inesistente alla sua squadra, invocherebbe il Var? Oppure il calcio è un’altra cosa?

«La moviola in campo mi convince poco, sono legato al calcio romantico dove anche l’errore in buona fede del direttore di gara fa parte del gioco; poi il Var ci dà la certezza assoluta di una decisione puntuale? Alla fine del campionato i punti sono quelli, rigore o non rigore…».

Ma Taranto-Bari?

«Vuole farmi odiare da una o dall’altra tifoseria; non lo crederà, ma tifo per entrambe le squadre, lo dico sinceramente. Ultimo derby risale a un Taranto-Bari, fine Anni 80, uno squallido 0-0; avevate un grande presidente, Donato Carelli. Spero un Taranto-Bari se non in serie A, almeno in serie B, questa è una piazza che merita campionati diversi, la dirigenza si sta impegnando, credo sia sulla buona strada…».