Joof, fine di un sogno

Aveva trentacinque anni, è morto in una baracca a causa di un incendio

Ancora una vittima nel Foggiano. Salgono a dieci negli ultimi sei anni le vittime di quanti si rifugiano nella periferia. Impegnato nei campi, viveva fra quattro lamiere. «Fuggito da San Severo, a causa del “decreto Salvini”: non potendo rinnovare il permesso di soggiorno si è accampato nel ghetto», dice un sindacalista

«Sono fuggito dal mio Paese per fare una vita meno sofferta, fare un po’ di fortuna e far “salire” i miei familiari». Ci sembra di sentirlo, Joof Yusupha, trentacinquenne gambiano, morto nei giorni scorsi a Rignano Garganico a causa di un incendio che ha distrutto due baracche, incollate da uno sputo in quell’insediamento spontaneo di migranti ribattezzato “Torre Antonacci” (nelle campagne tra San Severo e Rignano Garganico). Rimasto intrappolato in una delle baracche esistenti, il corpo del giovane è stato rinvenuto carbonizzato. Joof, fine di un sogno.

Non è il primo episodio che si registra in Puglia, il decimo in provincia di Foggia nel giro di qualche anno. In quella cittadina ai bordi della Capitanata, dove spesso sentiamo storie di sfruttamento e intimidazioni malavitose, vivono migranti impiegati prevalentemente nei campi agricoli.

«E adesso chi glielo dirà ai suoi parenti?», diceva un suo compagno, anche lui accampato in quella baraccopoli provvisoria che non ha nemmeno lontanamente a che fare con una abitazione civile. Il giovane riflette a voce alta, a pochi metri da lui i vigili del fuoco e carabinieri. Distoglie lo sguardo dal corpo del suo compagno, una scena cui non si può assistere. Non si avvicina di più per prudenza, tante volte a qualcuno venisse in mente di chiedergli documenti e rispedirlo in patria, lo stesso Paese di Joof, il Gambia. Perché, come Joof, anche lui non ha i documenti in regola (nessun rinnovo del permesso di soggiorno a causa del cosiddetto “decreto sicurezza”). Il terrore dell’espulsione li avevano di fatto allontanati dalla città, spedendoli in periferia dove i controlli non sono così stringenti.

Foto: Rai

Foto: Rai

DAL GAMBIA ALLA BARACCA

In Gambia, il Paese dello sfortunato ragazzo morto nella baraccopoli, c’è ancora confusione politica. Regime totalitario per anni, poi elezioni che sovvertono il governo. Atto di forza del dittatore per riguadagnare il suo posto, infine un intervento militare che pone fine a disegni bellicosi. Ora, pare stiano un po’ più sereni, ma la fame, la mancanza di lavoro si avverte tutta, non c’è niente da fare. E allora, tanti Joof fuggono, si imbarcano, sperano di ritagliarsi uno straccio di vita.

Intanto, il connazionale di Joof, impegnato con lavori saltuari nei campi, in un colpo solo ha perso il suo amico e collega, e il giaciglio esposto ai quaranta gradi di una canicola estiva che in Puglia, proprio a Foggia, non conosce soste. Non facesse così caldo, scriveremmo che piove sul bagnato.

Le fiamme sarebbero state di natura accidentale. L’incendio potrebbe essere divampato a seguito di un corto circuito o a causa del malfunzionamento di una cucina di fortuna allestita nelle baracche.

Il superstite gambiano racconta ai primi giornalisti intervenuti sul posto cosa potrebbe essere accaduto. «Abbiamo aiutato noi a spegnere le fiamme – dice – nessuno di noi sapeva che nella baracca ci fosse il povero Joof: si sono accorti della sua presenza, il corpo carbonizzato, quando sono entrati alla ricerca di documenti». «Il mio connazionale – aggiunge – ha sempre vissuto nella baracca distrutta dall’incendio, come me lavorava tutti i giorni nei campi».

Foto: Il Messaggero

Foto: Il Messaggero

E’ BELLO ESSERE FELICI…

E pensare che un immigrato aveva inciso la frase “E’ bello essere felici” (“Is good to be happy”). Invece ecco l’ennesimo incendio nei ghetti della Capitanata, un altro morto nel giro degli ultimi sei anni. Due nel 2017, sempre a “Torretta Antonacci”; altri quattro tra il 2018 e il 2020 nel ghetto di “Borgo Mezzanone”, tra Foggia e Manfredonia; uno nel 2016 nel “Ghetto dei Bulgari” (in località “Pescia”); l’ultimo episodio, prima della morte di Joof, lo scorso 17 dicembre quando nel rogo della loro baracca nel ghetto di Stornara, muoiono due fratellini rom bulgari di quattro e due anni.

L’ultimo incendio assassino in piena notte, alle 4. Due le baracche interessate, dove vivevano in quattro, ma solo Joof è rimasto coinvolto. A rinvenirne il corpo fra quelle pareti di lamiera, si diceva, i vigili del fuoco.

Infine, la denuncia di Daniele Iacovelli, segretario provinciale della Flai-Cgil da tanti anni accanto a questi lavoratori. «Joof viveva a San Severo, poi a causa del “decreto Salvini” non è riuscito più a rinnovare il permesso di soggiorno ed è dovuto venire a vivere al ghetto in una baracca di lamiere. Ma come si fa a dormire là dentro con 40 gradi?».

Caldo-killer

La Puglia sfiora i 40 gradi

Due anziani turisti hanno perso la vita sulle spiagge del Salento. Nonostante i soccorsi solleciti, per i due uomini non c’è stato niente da fare. Ma l’ondata di calore non accenna a diminuire. In queste ore potrebbe registrarsi una nuova impennata della colonnina di mercurio

Lunedì, causa il caldo-killer, due anziani turisti hanno perso la vita su due spiagge del Salento. La calura che avvolge l’Italia e, in particolare, la Puglia non accenna a diminuire. Martedì, in Italia, su 27 città, 23 hanno registrato il bollino arancione. Ad altre due, Palermo e Perugia, è stato assegnato il bollino rosso, mentre Genova e Torino sono state segnalate come “gialle”. La situazione pare possa peggiorare mercoledì 29 e giovedì 30.

Colpa dell’anticiclone rovente, dicono, una cosa è certa: il nostro Paese è stretto nella morsa di un caldo torrido, africano diremmo con il dovuto rispetto per i nostri ragazzi che, sicuramente, hanno una maggiore resistenza se sottoposti ai raggi perpendicolari del sole.

La Puglia, insieme con Abruzzo, Marche, Emilia Romagna, Campania e parte della Sicilia (Catania e Messina) da arancioni passeranno a rosse nella giornata di mercoledì 29 giugno. Anche Sardegna, Lazio, Toscana e Calabria da arancioni diventerebbero rosse, restando nelle stesse condizioni anche giovedì 30. Massima allerta, si diceva, per Perugia e Palermo che sono e resteranno rosse per tutti e i tre giorni.

spiaggia-pittulongu-hdDUE VITTIME IN SPIAGGIA

Intanto ricordiamo che l’altro giorno, questa ondata di calco, ha fatto due vittime sulle spiagge salentine. Nei due casi si tratta di anziani turisti: il primo decesso lunedì alle 11,30 a Torre dell’Orso, su un tratto di spiaggia libera antistante lo specchio d’acqua conosciuto come le “Due Sorelle” (i due faraglioni). Il primo anziano che ha perso la vita, un settantunenne originario di Latina, arrivato in Salento per un periodo di vacanze. L’uomo che ad un tratto ha accusato un malore a causa del caldo, si è accasciato sulla sabbia quando la colonnina di mercurio aveva superato trentasei gradi. Il turista è stato immediatamente soccorso dai bagnanti che hanno assistito alla scena, allertando subito i soccorsi. Per l’uomo, apparso subito in condizioni gravi, poco dopo non c’è stato niente da fare.

Il secondo tragico epilogo ad Otranto, sulla spiaggia del Voi Alimini Resort. A perdere la vita un settantasettenne originario della provincia di Vicenza, ma residente da tempo in Piemonte. Non appena fatto il suo ingresso in acqua, l’uomo ha accusato un malore. Subito i bagnini della struttura si sono attivati per praticargli i primi soccorsi, del tutto inutili in quanto per l’anziano la situazione cardiaca era compromessa. All’arrivo tempestivo del 118, per il settantasettenne non c’era più nulla da fare. Sul posto sono intervenuti anche i carabinieri della stazione di Otranto insieme ai militari della Guardia costiera.

Offerta-senior-Hotel-President-1440x670-1ANZIANI, FATE ATTENZIONE!

E’ bene ricordare che ad accusare i disagi maggiori in un periodo di così grande calura ed a subirne le tragiche conseguenze sono quasi sempre soggetti anziani e fragili. Secondo quanto affermato dal direttore del pronto soccorso del “Vito Fazzi”, intanto, pare che la Costa adriatica più frequentata non sia del tutto coperta dai presidi di ambulanze estive,

Martedì 28, la temperatura massima a Bari, per esempio, è stata di 37 gradi. Se Taranto ha raggiunto i 38 gradi, Foggia ha sfiorato i 40, Lecce i 39 e Barletta i 37. Mercoledì 29, le temperature dovrebbero oscillare fra i 36 e i 39 gradi, con l’eccezione di Brindisi che potrebbe fermarsi a 34.

M’illumino di Gilmour

Per tre giorni la facciata del Castello aragonese di Taranto ha “ospitato” i Pink Floyd

Videomapping ispirato al leggendario chitarrista e ai suoi compagni. “3D Pink Floyd: dalle porte dell’alba al muro”, il titolo dell’installazione. Autori Hermes Mangialardo e Valentina Iacovelli, una produzione esclusiva per Medimex. Poi David, Nick Mason, Roger Waters e Richard Wright concedono il bis al MArTA

M’illumino di Gilmour. E non solo. Sere fa il Castello aragonese di Taranto ha offerto il suo affascinante profilo alle proiezioni di immagini e cartoon in movimento dei Pink Floyd per celebrare la formazione musicale più originale e più amata del pianeta.

Per tre giorni il videomapping ispirato ai Pink Floyd ha animato il Castello. “3D Pink Floyd: dalle porte dell’alba al muro”, è stato il titolo dell’installazione firmata da Hermes Mangialardo e a cura di Valentina Iacovelli, produzione Contempo in esclusiva per Medimex.

Bene ha fatto, dunque, il Medimex che ha promosso una serie di performance live, fra queste Nick Cave, inventandosi un Castello aragonese che per tre sere ha assunto i colori delle copertine dei dischi di Roger Waters (basso), Nick Mason (batteria) e Richard Wright (tastiere). Loro i fondatori, insieme con Syd Barrett, poco tempo dopo sostituito, prima provvisoriamente, poi a tempo pieno, da Gilmour, chitarrista e cantante della formazione più iconica di sempre. Quella di “The dark side of the moon”, appena meno di cinquanta milioni di copie vendute in tutto il mondo, album rimasto in classifica non sappiamo nemmeno quanti anni, considerando le generazioni che si sono avvicinate alle loro idee e ai loro suoni. Dopo il gruppo battezzato con due nomi dei più straordinari bluesman americani, nulla è stato come prima nella musica.

IMG-20220625-WA0148ANCHE IL MUSEO…

Non solo il Castello tinto coi colori dei Pinks. L’International festival & music conference promosso da Regione Puglia e realizzato da Puglia Sounds si è ripreso il suo posto al centro dell’estate, dopo il fermo di due anni di pandemia. Anche il museo archeologico nazionale MArTA di Taranto, con l’entusiastico benestare della direttrice Eva degl’Innocenti, ha aperto le sue sale ai Pink Floyd con una mostra a cura di Ono Arte Contemporanea, in anteprima nazionale, che ferma lo sguardo sul rapporto fra la band britannica e Studio Hipgnosis.

Fu proprio Studio Hipgnosis, grazie alle visioni di Storm Thorgerson e Aubrey Powell, a rendere visibile l’universo immaginifico dei Pink Floyd, realizzando alcune copertine di dischi poi passate alla storia. Loro la firma, per esempio, la mucca di “Atom heart mother”, come il prisma attraversato dalla luce di “Dark side of the moon”. A Taranto sono in esposizione cinquantacinque opere di grande formato, e pure i lavori preparatori che hanno portato alle copertine definitive.

E, ancora, non solo Pink Floyd. Nel Museo archelogico nazionale della Magna Grecia, spazio per altri lavori che Studio Hipgnosis ha realizzato per altri colossi della musica mondiale: Led Zeppelin, Peter Gabriel, Genesis e Rolling Stones. Il coronamento della celebrazione dei Pink Floyd, però, resta la declinazione artistica di Medimex, spintasi fino al Castello aragonese, sulla cui facciata è stata protagonista, si diceva, un’installazione visiva tridimensionale.

«Non chiamatemi eroe!»

Lorenzo, poche parole e una storia breve e “lunga” da raccontare

Ha salvato la vita a una piccola precipitata nel vuoto afferrandola al volo. Lui era lì, di passaggio quando si è accorto che la bimba si stava lanciando nel vuoto. Colpa (e merito) di un tablet che si schianta al suolo. Il ventottenne trevigiano viene attirato da quell’oggetto, alza gli occhi al cielo, stende le braccia e…

«Eroe io? Ma non scherziamo, ho solo fatto solo quello che dovevo!». No, caro Lorenzo, non pensare di cavartela così, con una battuta e quel sorriso di colpo diventato il più cliccato su Internet. Sei un eroe, un eroe dei nostri tempi per dirla con Monicelli che diresse uno strepitoso Sordi, che tutto era tranne un eroe. Pavido, sfuggente, così confusionario che si incartava nonostante avesse ragioni da vendere.

Non capita tutti i giorni di salvare la vita a una bimba che precipita nel vuoto, mentre gioca, dal secondo piano di casa sua afferrandola fra le braccia. Succede in una strada del comune di Treviso. Lui, di passaggio osserva quella piccola che non comprende che sta per compiere un gesto che può costarle la vita: la piccola scavalca il balcone. E lui, Lorenzo, terrorizzato, corre sotto al balcone, si pianta sotto il marciapiedi in direzione della piccola. Le urla: «No, ti prego, non farlo! Ti prego!». Si sa, i bimbi pensano che la vita sia tutta un gioco, non sentono, anzi quasi provano un sottile piacere a far finta di non sentire, pur di non obbedire a un grande. Così, la piccola si lascia cadere nel vuoto, pensa che volare dal secondo piano faccia parte del suo nuovo gioco. Per fortuna, sotto, c’è quel ragazzo che l’afferra saldamente. Da non crederci. Grazie, Lorenzo.

Eppure lui non si sente un eroe, scrive in un lungo articolo Il Resto del Carlino. Così: «Ti prego, ti prego no». Sono le uniche parole urlate a squarciagola con terrore, pronunciate da Lorenzo alla bambina appesa alla ringhiera del balcone. Poi è corso sotto al palazzo con le braccia tese, ha chiuso gli occhi ed è diventato un eroe. La piccola, che ha soli quattro anni, gli è caduta miracolosamente tra le braccia e lui, le ha salvato vita quasi per caso. Una vicenda che ha dell’incredibile, accaduta nel comune veneto, nella zona di Sant’Antonino, a pochi passi dalla ferrovia.

Foto Tribuna di Treviso

Foto Tribuna di Treviso

SALVATAGGIO ECCEZIONALE

Appassionato d’arte, Lorenzo, diventato protagonista di un salvataggio eccezionale, vive nel quartiere trevigiano di San Zeno con i genitori e lavora come addetto museale a Venezia. È stata una frazione di secondo a cambiare il corso degli eventi. La piccola era in bilico sul balcone di casa, in via Sant’Antonino, Lorenzo che passava di lì per andare a riprendere la sua bicicletta, che aveva bucato solo un’ora prima. L’aveva portata lì, a riparare, a due passi da casa della piccola.

Arrivano le tv, per fortuna rilascia un paio di battute. Chi, come noi, fa questo lavoro deve insistere, magari cogliere anche una sola sfumatura. E, allora, Lorenzo, una battuta per la stampa. «Mi chiamano eroe, ma io ho fatto solo quello che dovevo: davanti agli occhi ho ancora l’immagine di quella bambina minuscola appesa con una manina al terrazzo del secondo piano. Continuo a pensare a cosa sarebbe successo se avessi mancato la presa». Proprio vero, ma non vogliamo nemmeno lontanamente pensarci. A quello che sarebbe accaduto se il giovane avesse mancato la presa. Come lui stesso l’avrebbe presa, se la piccola non gli fosse caduta fra le braccia.

È stato il rumore del tablet caduto sull’asfalto ad attirare l’attenzione del giovane, scrive “Il Resto”. La piccola lo aveva tra le mani e le è sfuggito prima di cadere. È stato quello il momento fatale, la svolta che ha cambiato il destino della bambina e di Lorenzo, diventato un eroe all’improvviso e senza volerlo. Il ragazzo con un sorriso contagioso ha alzato gli occhi al cielo e ha visto la bimba aggrappata al terrazzo. Da quel momento in poi, lo scorrere veloce degli eventi, ormai entrati nella storia. Una storia indelebile che nessuno potrà mai cancellare dalla memoria di Lorenzo e, di sicuro, da quella della bambina.

Foto Il Gazzettino

Foto Il Gazzettino

«AVEVO FORATO LA BICI…»

«Verso le 5 del pomeriggio sono tornato al negozio di bici per ritirare la mia “due ruote”, quando ho sentito alle mie spalle cadere un oggetto. Mi giro di scatto, vedo un tablet per terra con lo schermo infranto: alzo gli occhi al cielo e vedo quella piccola, così minuscola, aggrappata con un braccio alla ringhiera del terrazzo».

Figlia di una coppia tunisina, la bambina stava giovando sul terrazzo di casa, sfuggita per un attimo al controllo della baby sitter, che in quel momento si trovava all’interno dell’appartamento. Aveva un tablet tra le mani, che all’improvviso le scivola via. Si infila tra la ringhiera e fa un volo di otto metri. La bambina cerca di afferrarlo, inutilmente. Allora si arrampica sul parapetto, si sbilancia e cerca di evitare la caduta aggrappandosi con le manine alla ringhiera.

Da sempre grande appassionato di arte e cinema, Lorenzo Tassoni è laureato in Scienze dello spettacolo e della produzione multimediale. Al momento lavora come guardasala nello storico Palazzo Venier-Manfrin di Venezia. Il giovane, origini trevigiane, vive a Treviso con la sua famiglia e spera di trovare un posto di lavoro stabile nel settore artistico. Magari il sindaco che lo incontrerà nelle prossime gli proporrà di partecipare a un concorso. Non sappiamo quanto faccia, in fatto di punteggio, “salvare una vita”. Di sicuro per pochi istanti sappiamo quanto ha fatto la paura in quegli istanti. «Novanta, macché, almeno centottanta!». Ringraziamo il cielo e quel giovane che la città non dimenticherà tanto facilmente. I genitori della piccola? Il papà appena arrivato dà un’occhiata alla sua figliola, non è nemmeno spaventata, pensa al tablet. Meglio così. L’uomo abbraccia Lorenzo, lo stritola quasi tanta è la sua riconoscenza. Poi arriva la mamma della piccola, in bici. Vede l’ambulanza, urla disperata, pensa che sia successo qualcosa di irrimediabile. Invece, quello scricciolo, che ha fatto tremare un intero isolato, è lì, gioca con una infermiera. Anche la donna stringe Lorenzo, non sa cosa dirgli. Ci pensa Lorenzo, ormai lo conosciamo. «Non ho fatto niente, solo il mio dovere: non sono un eroe…».

“Benny”, cuore di Taranto

Medaglia d’oro ai Mondiali di nuoto per Benedetta Pilato

Trionfa a Budapest. Rimonta da urlo nei 100 rana ai Mondiali 2022. «Stracontenta e soddisfatta del mio lavoro e del mio percorso», le prime parole della campionessa mondiale. «E’ l’emblema della comunità ionica, la trasformazione di un territorio che riparte dai più giovani»

Gara di quelle indimenticabili per Benedetta Pilato, la nuotatrice tarantina che ha vinto la medaglia d’oro nei 100 rana ai Mondiali 2022 di Budapest. “Benny” ha chiuso in 1’05″93 con una seconda vasca da sogno e firmando una rimonta meravigliosa. Nella prima vasca era quarta, pensate a quale sforzo si sia sottoposta per recuperare bracciate alle sue avversarie. Seconda la tedesca Anna Elendt, terza la lituana Ruta Meilutyte.

Gara complicata quella della diciassettenne tarantina, anche se Benedetta ha conservato le energie per il finale toccando per prima il muretto. Lontane dalle prime la giapponese Reona Aoki, la svedese Sophie Hansson, la cinese Qianting Tang e la britannica Molly Renshaw.

L’azzurra, stando alla disamina tecnica fornita dagli esperti, è riuscita a non farsi risucchiare dal ritmo delle avversarie piazzando sul finire le bracciate risolutive. Alla Duna Arena Benedetta, appena risalita dalla piscina non è riuscita a trattenere le lacrime dall’emozione. Mentre lo speaker provava a chiederle come si sentisse, “Benny” è esplosa in un pianto liberatorio dopo aver compreso quale fosse l’impresa appena compiuta.

Foto RaiNews

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MINORENNE MONDIALE

L’Italia non aveva mai avuto una campionessa del mondo minorenne. Fino a prima della conquista dell’oro da parte della nuotatrice tarantina, la più giovane iridata del nuoto era stata Novella Calligaris che il 9 settembre 1973 aveva vinto gli 800 a 19 anni ancora da compiere, registrando in quell’occasione il primato del mondo. Benedetta Pilato, prima del successo iridato di Budapest, era già diventata l’atleta italiana più giovane a conquistare una medaglia (argento) nei 50 rana ai Mondiali di Gwangju a soli 14 anni. In quell’occasione aveva anche superato il record che deteneva la lituana Ruta Meilutyte nel 2013 (aveva 16 anni). A sedici anni, il 22 maggio dello scorso anno, la campionessa della rana italiana era diventata anche la più giovane primatista mondiale della storia italiana.

«Era la mia prima finale mondiale nei 100 rana – ha detto a caldo “Benny” – e già ero contenta di averla raggiunta; aver vinto, poi, è stato davvero sorprendente».

Foto FanPage

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STRACONTENTA!

«Prima della gara – rivelato ai microfoni di Sky sport – piangevo di gioia per Ceccon che mi ha fatto rivivere le sensazioni provate quando ho stabilito il record mondiale e adesso eccomi qua con l’oro al collo. Sono stracontenta e soddisfatta del mio lavoro e del mio percorso. Sto crescendo anche se resto sempre la più piccola della squadra, quindi me la godo. Siamo una nazionale fortissima. Siamo uniti, vinciamo, sembra venire tutto facile».

Infine, le parole del sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci. «La comunità ionica – ha detto il primo cittadino del capoluogo ionico – manda un grandissimo abbraccio al suo gioiello, Benedetta Pilato. È veramente un momento particolare per la storia di Taranto, lei è l’emblema della trasformazione che la nostra comunità, a partire dai più giovani e a partire dallo sport, sta compiendo: il nostro impegno lo rinnoviamo con lei, con tutti i giovani della sua generazione per l’impiantistica sportiva della città che si sta rinnovando in vista dei Giochi del Mediterraneo. Forza Benny, auguri e complimenti!».

«“Raga”, non mollate!»

Giulia, neolaureata barese lancia un appello ai colleghi studenti

Un pensiero che fa il giro del web. «Per chi non ce l’ha fatta, chi ha mollato, chi non si è sentito all’altezza, ha trovato solo porte chiuse e non crede più in se stesso», Incassa tremila “mi piace” e interessa la stampa nazionale

«A chi non ce l’ha fatta, a chi ha mollato, a chi non si è sentito all’altezza, a chi ha trovato solo porte chiuse, a chi non crede più in se stesso, a chi ha pianto notti intere pensando a quell’esame, a chi non è riuscito a respirare per l’ansia, a chi si è dato la colpa di ogni fallimento, a chi ha preferito morire invece che fallire ancora. A me, che alla fine ce l’ho fatta». E’ una parte del post che Giulia, studentessa appena laureata, ha pubblicato su Instagram. Oggi funziona così, magari la stessa protagonista della scossa, del diretto dritto alla bocca dello stomaco, non sapeva nemmeno che quel suo sfogo finisse sulla stampa, i giornali. Fra i più attenti nella disamina, provocatoria se vogliamo, è stato il Corriere della sera. Ma non sulle pagine locali, bensì sul nazionale. Perché quello rifilato ai “naviganti” (di internet) da Giula è un destro che metterebbe a tappeto qualsiasi coscienza.

Più e più volte – scrive Corsera – Giulia, ventitré anni, ha pensato di gettare la spugna. Ansia, notti insonni, l’emozione, che proprio sul più bello potesse tradirla. E, invece, la ragazza pugliese affronta gli esami, uno dietro l’altro, consegna la tesi e, alla fine, si laurea in Lettere Antiche all’Università “Aldo Moro” di Bari e Taranto. Restano scolpite nella sua mente, si legge sulla stampa e sui social, le difficoltà incontrate, fino a mettere nero su bianco una tesi tutta da leggere: “La censura nel cinema italiano da Totò e Carolina a Totò che visse due volte”. E qui scatta la dedica riportata puntualmente dal Corriere della sera.

Foto Corriere.it

Foto Corriere.it

GIULIA, GRAN TEMPERAMENTO

Giulia non solo ce l’ha fatta, scrive il quotidiano. E’ anche riuscita a dare ampio risalto al suo messaggio. Lo ha postato su Instagram, raccogliendo circa tremila consensi, quelli che in gergo si chiamano “like”, un po’ come l’indice di gradimento dei programmi televisivi. Giulia parte e arriva dritta al cuore, le sue parole, toccanti, vanno forse oltre l’effetto sperato. La neolaureata diventa un simbolo. Scrive: «Nessuno parla mai di loro – riferendosi agli sconfitti – perché nessuno pensa mai a chi non ce la fa più, a chi si porta quell’esame dietro per anni e non perché non studia, ma perché qualcuno ha deciso che quella domanda sulla nota a pie’ di pagina di uno dei tre libri da 500 pagine a cui non ha saputo rispondere, vale la bocciatura. La mia tesi, la mia laurea, tutti i miei sacrifici, li ho dedicati a chi ha passato notti intere a piangere, notti insonne a domandarsi: “ne vale davvero la pena?”, giornate a studiare sui libri per poi sentirsi dire che non era abbastanza. Ma non è così».

Secondo Giulia, chiosa il Corsera, a contribuire al problema ci si mettono anche i media. «Sui giornali capita spesso di leggere di studenti che si laureano più volte e/o in tempi record – scrive – e questo tipo di confronto crea molta pressione, perché ognuno ha i suoi tempi e le sue difficoltà. Penso per esempio a chi ha ridotte disponibilità economiche ed è costretto a lavorare per permettersi gli studi».

010_tesidilaureaQUANTI “LIKE”!

Sono in molti ragazzi a ringraziare per le sue parole, il web si inchina al suo pensiero, nel giorno dell’incoronazione a neolaureata. «Sono stati gentilissimi – ha ricambiato Giulia – mi sento davvero grata per tutti i commenti ricevuti. Qualcuno mi ha perfino scritto raccontandomi la sua storia». «Ho il pallino della scrittura – conclude nel suo appassionato intervento social – e mi piacerebbe diventare una giornalista o una insegnante. Sto già scegliendo la Magistrale, ma non essendomi trovata bene in Italia sto valutando l’opzione di studiare nuovamente fuori. Per via della lingua mi piacerebbe trasferirmi in Inghilterra, ma la Brexit e il costo delle università locali sono ostacoli non da poco. Si vedrà». Intanto, cara Giulia, grazie per averci ricordato tre, quattro cose che non dovremmo mai dimenticare. A partire dai sacrifici, non sempre sufficienti da parte dei genitori, per proseguire con quelli che – giustamente nella tua riflessione condivisa da tremila ragazzi – fanno migliaia di ragazzi per “mantenersi agli studi”. Noi ci uniamo alle tue dolcissime dediche e ci rivolgiamo ai ragazzi arrivati quasi sul filo di lana, senza tagliare il traguardo. Ragazzi, c’è sempre tempo. Fermatevi un attimo, riprendete tutto il fiato di questo mondo e riprendete la corsa. La corona non è poi così lontana.

«Generazione cinque euro!»

Ogni giorno una mortificazione

Tre storie, tre ragazzi, che hanno anche vergogna di avere accettato pochi spiccioli. Lavano le scale, servono ai tavoli, stanno in cucina. E le mance? Spariscono anche…

Generazione cinque euro. Al solo pensarci, viene il sangue ai polsi. E bene fa qualche quotiodiano autorevole a riportare alcuni casi che sfiorano l’incredibile. C’è la Gazzetta del Mezzogiorno, per esempio, che riporta i casi di tre ragazzi che, alla fine, preso un po’ di coraggio, vuotano il sacco.

Altro Incorvaia e Rimassa, ispiratori del film “Generazione mille euro” diretto da Massimo Venier, il regista preferito da Aldo Giovanni e Giacomo e dalla Gialappa’s. Purtroppo, in questo caso, c’è poco da ridere. Poche le occasioni di lavoro che offre Taranto, specie ai giovani. Se questi non proseguono negli studi, avendo alle spalle famiglie con possibilità economiche per affrontare corsi universitari, nella propria città non hanno un grande futuro.

Poco incoraggianti i dati sui nostri giovani, dalla nostra provincia al resto del Sud. Le ultime stime Istat a livello provinciale fornite da Confcommercio Taranto, confermano: il tasso di occupazione giovanile fino ai 24 anni è del 9,5% (in Italia 16,8%); quello di disoccupazione, sempre fino ai 24 anni è, invece, del 39,4% (in Italia del 29,4%). Secondo Svimez, negli ultimi quindici anni sarebbe scomparsa dal Sud una città grande come Napoli, mentre una analisi dell’Ufficio Studi su Economia ed occupazione al Sud, certificherebbe che il Pil pro-capite resta sempre la metà di quello delle regioni del Nord. E, per finire, sarebbero mediamente centocinquantamila gli studenti, molti pendolari, che ogni anno per scelta emigrano dal Sud al Nord (30% del totale).

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Generazione cinque euro, si diceva. Entriamo in partita. Nomi di fantasia, ma storie purtroppo vere, una dietro l’altra. I ragazzi, ancora sul mercato a condizioni “meno svantaggiose”, chiedono il minimo sindacale: la privacy. Orari da non crederci: lavoro da cameriera in un ristorante, dalle sette del mattino all’una dopo la mezzanotte; su e giù per le scale, dalle sei a mezzogiorno. Non proprio una passeggiata di salute. Per cinque euro o, in alternativa, un pacchetto di sigarette. Di solito, il motivatore senza scrupoli: «Meglio che startene a casa, senza far niente!». Sfruttatori con un coraggio da dieci e lode, forse perché quei ragazzi che stanno “senza far niente” non sono i loro figlioli.

Dunque, cinque euro. Compenso giornaliero di ciascuno dei tre ragazzi che ci racconta la sua storia di lavoro sottopagato. Assicurazione, nemmeno a parlarne. In caso di controllo, la giustificazione: «E’ in prova, oggi è la sua prima volta!» (e forse anche l’ultima…). Chi lava le scale, chi fa la cameriera in un ristorante; chi, infine, è impegnato in una attività di gastronomia.

Da perderci il sonno, ma anche chili. «Venti in due anni!», dice Valentina, collaboratrice in un esercizio che prepara primi e secondi da asporto. «Non dormivo la notte, per gli orari e il trattamento cui ero sottoposta; poi, le umiliazioni quotidiane, nelle parole e nei gesti: insistevo però, volevo dimostrare ai miei genitori che il lavoro non mi nauseava, che pur di sentirne il sapore amaro, avrei accettato qualsiasi trattamento». E gli amici. «Bravi a dirmi di abbandonare, perché non si può accettare qualcosa di simile: “Ma come fai?”, mi dicevano. Non c’erano e non ci sono alternative, dunque bere o affogare».

Young asian woman hates getting stressed waking up early 5 o'clock,Alarm clockDALLE CINQUE DEL MATTINO

«A casa, senza un piano B, se non il primo ciclo di studi portato a compimento; poi, proseguire, avendo le risorse economiche, o trovare un’alternativa», confessa Aldo, impegnato per mesi in un’attività che si occupava della pulizia di condomìni sparsi in città. «In giro c’era poco o niente, allora, accettai la proposta di quella ditta di pulizie: non dovevo pagare lo scotto del noviziato; cosa vuoi che sia – mi dicevo – tenere una scopa fra le mani, mescolare detersivo e acqua in un secchio, spezzarsi la schiena a strigliare gradini e pianerottoli, talvolta in stabili senza ascensore: una vitaccia; il tutto, sei giorni a settimana, dal lunedì al sabato, alla modica cifra di duecentocinquanta mensili; quei soldi, tutti insieme in biglietti di taglio medio, per far sembrare lo “stipendio” una cifra onorevole: chi mi consegnava quella misera somma di solito aveva l’espressione di chi in quel momento ti stava quasi arricchendo».

E al ristorante, niente orari. «Patti chiari, diceva il ristoratore: qui si sa quando si entra, non si sa quando si esce…». Bel coraggio anche questo tipo. «Ma andava così», spiega Antonella, con tanto di magone. Avrebbe voluto ribaltare i tavoli, far volare le posate, in quei momenti mandare al diavolo il datore (parolone!). «Ho resistito due anni – spiega – dalle sette del mattino a dopo la mezzanotte, quando andava bene, altrimenti si chiudeva anche più tardi».

Le mance. «Altra storia: un giorno seguii un tavolo con una cinquantina di persone, lascio immaginare il lavoro, l’andirivieni dalla cucina; piatti diversi fra loro, ma farli arrivare nei tempi e nei modi giusti per evitare lamentele; fine serata: i presenti lasciano sul tavolo un euro a testa, cinquanta euro complessivi di mancia; arriva il titolare, li raccoglie, li prende, diciamo così, in custodia: “Poi li metto insieme con le altre mance, nel salvadanaio del personale”; mai rivisti quei soldi, né io, tantomeno i miei colleghi».

camerieriE PROVANO ANCHE IMBARAZZO…

Valentina non fa più parte della “Generazione cinque euro”, ma racconta altro ancora. «Provo un certo imbarazzo – dice – se penso alla vigilia e alle festività, quando il titolare faceva una sorta di appello: “Chi non ha impegni con le famiglie, può venire qui, a lavoro, il giorno di festa lo trascorriamo insieme!”; come se l’ambiente di lavoro fosse una seconda famiglia, sarebbe autorizzato a pensare qualcuno, invece niente di tutto questo; compravo un tramezzino e una bottiglietta d’acqua in una di quelle macchinette che fanno servizio ventiquattr’ore al giorno, con il titolare che recitava quasi la parte dell’offeso per quella mia scelta; un giorno, bontà sua, mi disse di prendermi qualcosa da mangiare fra quanto rimasto in cucina, quasi mi rimbrottò a causa della sola melanzana scelta: “La conosci la roba buona!”. Volevo sprofondare, lo avessero saputo i miei genitori… Ecco, i miei venti chili persi appartengono a quel periodo: se lo raccontassi in giro, tranne i “miei”, nessuno mi crederebbe».

«Un collega ci accompagnava con un furgoncino da un condominio all’altro», ricorda invece Aldo. «Con il dovuto rispetto per chi fa il mestiere più antico del mondo, mi sembrava di essere una prostituta: il conducente sostava nel furgoncino, fumava una, due sigarette e, alla fine, si assicurava che avessimo fatto bene il nostro lavoro: così, tutte le mattine, sei giorni a settimana, dal lunedì al sabato, fino a quando non ce l’ho fatta più e me ne sono andato». Anche la “liquidazione” da romanzo. Il titolare dell’impresa di pulizie: «Mi dispiace, ma sai quanti ne trovo che stanno a casa senza far nulla e che aspettano solo una chiamata?». «Cosa rispondi a uno che ti dice così – la reazione composta del ragazzo – e non ha nemmeno la coscienza di provare a raddoppiarti un seppur misero compenso per non lasciarti andare?». Conclude Aldo. «E’ così che va, purtroppo storie simili alla mia e di altri ragazzi come me, ce ne sono, basta avere il tempo di cercarle e la voglia di scriverle. Naturalmente dopo che uno abbia avuto il coraggio di raccontarle».

«E le ferie d’agosto?»

La risposta a un imprenditore salentino in cerca di personale estivo

«C’è l’aria condizionata?», «Per meno di tremila euro non se ne parla», «Sabato e domenica libero?». Ormai i ragazzi rispondono così alle offerte di lavoro. Colpa del reddito di cittadinanza? Al ristoratore è stato esplicitamente richiesto il pagamento “a nero”, per non perdere l’assegno mensile. Complicato uscire da una situazione simile

«Cerco aiuto pizzaiolo, camerieri caffetteria e banconista bar per stagione estiva: lo stipendio lo decidete voi, il giorno libero lo decidete voi e gli orari anche. Per info contattatemi». E’ una provocazione, ma c’è peggio: nessuno si è risentito, ha pensato di presentarsi o rispondere piccato al titolare di un ristorante salentino che, privo di personale, ha pensato di rendere pubblico lo scarso interesse dei nostri ragazzi per il lavoro. Insomma, anche da questa storia, non ne usciamo proprio bene.

Come sfondare una porta aperta. In due diverse occasioni abbiamo scritto che se il Reddito di cittadinanza ha dei meriti, dall’altra ha provocato una certa noncuranza nei confronti del lavoro. Un tempo esistevano i giornali del tipo “Cerco lavoro”, quello dei “Concorsi”, che esiste ancora, ma con una tiratura per “soli amatori”. Insomma, cifre bulgare.

Abbiamo anche scritto nei giorni scorsi anche come, un ristoratore del Nord, abbia cavalcato in modo non del tutto onesto una certa “assenza di personale” chiudendo un suo locale per aprirne un altro e, nel frattempo, inviare ai vecchi dipendenti lettere di licenziamento. Succede anche questo, i social insegnano.

Foto Lavorare Turismo

Foto Lavorare Turismo

ALLORA VI…SPUBBLICO

Stavolta ci troviamo al cospetto di un altro ristoratore. Uno che, immaginiamo, seduto al tavolino ha forse voluto creare un putiferio mediatico. Avrà sentito qualche aspirante cameriere o “aiuto pizzaiolo”, non del tutto convinto della sua proposta di lavoro: per gli orari o per lo stipendio. E, allora, «Ve lo do io il lavoro!»: vi spubblico con un post, prima o poi qualcuno passerà dal mio profilo facebook e riprenderà lo sfogo, accipicchia.

Detto, fatto. Sull’imprenditore insoddisfatto, si sono catapultati a decine. Giornalisti, non aspiranti pizzaioli. Organi di informazione, dal Nuovo Quotidiano di Puglia, proseguendo con il Corriere della sera e Repubblica, nelle edizioni regionali piuttosto che quelle “on line”, hanno ripreso la notizia che ha poi fatto il giro delle redazioni di mezzo Stivale.

Dunque, «Cerco aiuto pizzaiolo – riportava il post d camerieri caffetteria e banconista bar per stagione estiva e lo stipendio lo decidete voi, il giorno libero lo decidete voi e gli orari anche. Per info contattatemi». Questa la provocazione nei giorni scorsi da un imprenditore salentino, titolare di un locale di Porto Cesareo, fra le marine più affascinanti del Salento nel periodo estivo.

«In tv e sui social – aggiunge il ristoratore – si parla di imprenditori che sfruttano, in realtà io e i miei colleghi in zona non riusciamo a trovare persone disposte a lavorare nonostante stipendi più che dignitosi: offro dai 1200 euro in su netti al mese e non trovo persone disponibili». Stipendio base, che sfiora i 1.500, anche 1.600 per i pizzaioli. Nonostante, però, lo stipendio decoroso, dice l’imprenditore, il personale non si trova.

Foto Leccesette

Foto Leccesette

NON PIU’ DI 100 PIZZE A SERA

Causa mancanza di personale, il primo passaggio obbligato: non più di cento pizze a sera, cinquanta in meno rispetto alla media giornaliera. Motivo plausibile: per non appesantire oltremodo l’unico pizzaiolo a disposizione, altrimenti anche lui potrebbe andare via e lasciare nei pasticci il proprietario del locale. «Non so, forse i ragazzi – prova ad ipotizzare l’uomo – non considerano il lavoro da camerieri come un’opportunità o un’esperienza utile».

«Cerco personale. Lo stipendio lo decidete voi e gli orari anche». Un post provocatorio su Facebook per denunciare mesi di difficoltà nel trovare camerieri, baristi e pizzaioli. Così Pierluigi Lucino, imprenditore leccese di 40 anni, ha deciso di denunciare la carenza di personale per le sue due attività una piccola pizzeria e il nuovo ristorante Riviera Bar Bistrot, a Porto Cesareo in Puglia

Per il ruolo di aiuto pizzaiolo la paga può arrivare a 1500-1600 euro netti al mese ma è da mesi che l’imprenditore non trova candidati. Tanto da aver deciso di ridurre il numero di pizze sfornate in una serata. «Non posso far lavorare troppo l’unica persona che ho, non sarebbe giusto. Invece di centocinquanta pizze abbiamo messo il tetto a cento».

arton18566LAVORO NERO? NO, GRAZIE!

L’imprenditore, vuota il sacco. Spiega di aver ricevuto persone che chiedevano di lavorare in nero pur di non perdere il Reddito di cittadinanza. «Paradossale ma è successo anche questo. In un contesto del genere perché non si aiutano gli imprenditori ad assumere in regola: no ai 5 euro l’ora, sì ai Contratti collettivi nazionali che esistono e vanno applicati».

«Durante la pandemia – conclude – molti sono andati a lavorare da altre parti: chi aveva voglia di lavorare ha trovato impiego nella logistica o in azienda. Da mesi posto annunci, la situazione è preoccupante e sta mettendo in crisi la ristorazione locale, fatta di gente laboriosa e onesta».

Come reagiscono i giovani? Con ironia. Molti, con il passare del tempo sono diventati esperti nella comunicazione, ci hanno messo uno spirito “cazzaro” e hanno dato fondo alle proprie risorse di autori di battute tanto al chilo.

«E le ferie in agosto?», «C’è l’aria condizionata?», «Mi scusi, ma per meno di tremila euro non se ne parla!», «Ma il sabato e domenica sarei libero?». Ci provano, magari Antonio Ricci e per “Striscia la notizia” o Gino & Michele per “Zelig” li ingaggia come “battutisti”. «Lo stipendio?», ci pare di sentirli, «quello non è un problema: decidetelo voi…». Battuta per battuta, non si offendano i ragazzi, né i loro genitori. Non dite o postate che «Gli stranieri vengono in Italia e ci rubano il lavoro!». Le cose, come vedete, stanno in un altro modo.

Via da una “non vita”

Muzi, senegalese, ventiquattrenne, in Italia da quattro anni

«Vorrei fare il meccanico a tempo pieno. Ora faccio un po’ da carrozziere e un po’ da elettrauto. Nel mio Paese niente lavoro, a malincuore ho lasciato mamma, fratello e sorella. Le torture in Libia, in cambio di soldi per la libertà. E se non arrivava il riscatto, affondavano una lama tagliente in una spalla…»

«Dovessi scegliere un lavoro, non avrei dubbi: voglio fare il meccanico: lo facevo nel mio Paese, con buoni risultati, non vedo perché non potrei farlo anche qui». Muzi, ventiquattro anni, senegalese, mamma, sorella e fratello lasciati a casa, prova a togliersi dalla pelle una delle tante storie che abbiamo raccontato in queste pagine di vita vissuta. «Ero alla disperazione completa, senza lavoro, rappresentavo una bocca in più da sfamare, con piccole attività saltuarie: io, mamma, sorella e fratello facevamo quello che potevamo fare, diciamo che era un “non vita” ed è da lì che sono scappato da qualcosa che mi faceva somigliare a una pianta che vegeta: sta lì, cresce se le danno l’acqua, appassisce un giorno dopo l’altro se hanno deciso che non è più utile, non abbellisce più, non ha più ragione d’esistere…».

Ricorda la fuga dal suo Paese. C’è povertà. «Ci fosse stato lavoro a sufficienza – riprende Muzi – non avrei avuto difficoltà a restare: i primi tempi che qui, a Taranto, vedevano un viso nuovo, un nero che non passa inosservato, se non altro per il colore della sua pelle, dovevo spiegare che la mia fuga era stata una scelta obbligata: gli italiani, me lo insegnano, quando cento anni fa sono partiti per l’America, hanno lasciato a malincuore l’Italia; lasciare il proprio Paese per tentare una nuova avventura, una vita che non sai come si evolverà, non piace a nessuno: gli italiani come i senegalesi, ma aggiungo anche i maliani, i nigeriani, gli ivoriani, se non fossero stati costretti dalla fame ad andare via, non avrebbero mai lasciato i propri affetti per cercare fortuna altrove…».

Immagine-per-servizio-meccanicaADDIO, MAMMA…

«Sono partito dal mio Senegal, dove ho lasciato mamma, vedova, un fratello e una sorella. Il mio viaggio, in teoria, non sarebbe così lungo se sulla strada non avessi incontrato imprevisti anche di una certa gravità. Pochi giorni per attraversare Mali, Burkina Faso e Niger, sei mesi per tornare un uomo libero. I guai cominciano in Libia, sei mesi da prigioniero: fermato, come miei connazionali, dal solito pretesto documenti non del tutto chiari: con questa motivazione mi hanno aperto le porte di una prigione, che tutto sembrava, fuorché una prigione: pane e acqua, come tanta altra, come me, fermata con i pretesti più curiosi; io e gli altri “fermati” dovevamo stare fermi e zitti, buoni in un angolo: ci era consentito telefonare a casa per chiedere quei soldi necessari che mi permettessero di essere rilasciati: insomma, documenti insufficienti, ma se avessi mostrato qualcosa come duemila dinari, quelle “carte” di punto e in bianco sarebbero state perfette…».

Mentre attende un posto da meccanico, Muzi. «Lavoro saltuariamente da un meccanico, un elettrauto e un carrozziere. Non che mi sia fatto un nome, ma comincio a muovermi con una certa disinvoltura: molte delle marche sulle quali mi sono allenato in Senegal qui non esistono da tempo, ma va bene anche così: non mica volevo diventare subito il meccanico di riferimento della Ferrari?

Foto Gazzetta.it

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FORZA FERRARI!

Dalle mie parti la Formula 1 è solo rosso-Ferrari, non esistono altre scuderie, ricordo alla vigilia di ogni Gran premio, mi organizzavo con gli amici: auto e calcio sono le mie due passioni, ma l’amore per le quattro ruote è insuperabile. Spero che quest’anno sia quello buono perché la squadra di Maranello torni ad essere la numero uno nel mondo».

Ci tiene, Muzi, a far sapere che nonostante il peggio sia passato, conserva ancora brutti ricordi nell’anima e sulla pelle. Scopre le spalle, non realizzi subito. Pensi che siano tatuaggi o segni impressi da una tribù. «Quando i miei aguzzini si stancano a riempirmi di botte, non erano ancora arrivati i soldi, passavano alla tortura: impugnavano un coltello e affondavano la lama, a volte anche passata sul fuoco per renderla rovente. Era il loro sistema per provocarti dolore fisico e mentale, metterti paura».

A casa ha lasciato mamma, un fratello e una sorella. «Papà l’ho perso da piccolo, avrò avuto tre mesi; sento spesso i miei familiari, anche solo per salutarci, chiedere come stanno e dire come sto io qui, in Italia: cerco un lavoro fisso, ma non mi lamento e non appena avrò imparato meglio l’italiano, mi darò da fare ancora di più».